Due sono gli intellettuali cui più mi sento vicina. Sono Leslie Feinberg e Paul B. Preciado: il primo americano, il secondo spagnolo. Nessuno dei due, in ogni caso, proveniente da studi psichiatrici. Feinberg, nato donna e morto 65nne nel 2014, rifiutava la divisione eteronormativa. Preferiva i pronomi neutri e combatteva nell’ambito del femminismo le donne che rifiutavano le donne nate biologicamente maschi. Preciado, anche lui nato donna, è uno scrittore e filosofo contemporaneo, il cui lavoro si concentra su tematiche applicate e teoriche in materia di identità, sesso, pornografia, architettura. Preciado esamina la politicizzazione del corpo sotto la categoria del “farmacopornografico” denunciando le multinazionali del farmaco perché cause di molte delle difficoltà nonché delle morti delle persone trans.

Ho preferito fare un breve sunto storico/contemporaneo significativo ma di denuncia esplicita del sistema economico capitalista e delle connesse correnti di pensiero nonché della psichiatria e psicologia in una con buona parte del mondo medico e accademico. Sì, lo so: è una denuncia forte ma che faccio con tutto il cuore e l’amore che mantengo intatto per tutto il genere umano. Ho anche altresì citato quali movimenti e quali  persone stanno lottando per far emergere la vera essenza del genere umano attraverso la liberazione della propria identità condannando il sistema neoliberista stesso.

Io sono una persona trans. Da ora in poi mi definirò di identità di genere neutro o omnicomprensivo di tutti i generi e di tutti gli orientamenti sessuali, lottando per la liberta di espressione del mio corpo ma soprattutto della mia mente. Questa scelta la faccio a 67 anni dopo decenni di esperienze sul territorio veronese e italiano. Infatti per me i termini transessuale e transessualità sono vocaboli che esprimono una diagnosi psichiatrica e vogliono paragonarmi o a un uomo o a una donna. Fortunatamente al momento io, nato biologicamente maschile col nome di Lodovico, non ho mai fatto alcuna perizia di disforia di genere, come prevista da tutti protocolli, per ottenere il cambio dei documenti o qualsivoglia diritto sul posto di lavoro sotto il nome di Laurella. Negli ultimi dieci anni, attraverso buone e significative relazioni umane, sono riuscita a far apporre un tale nome d’elezione su tutta la documentazione lavorativa nonché sul cartellino personale identificativo dall’azienda ospedaliera di Verona presso la quale ho lavorato sino al gennaio 2017 prima della pensione. Purtroppo non sono ancora riuscita all’interno dell’azienda a far sì che la direzione ospedaliera veronese emani una delibera o un regolamento perché possano godere anche gli/le altre dipendenti quanto ho personalmente ottenuto. E magari con estensione a tutta la sanità regionale venata. Ma ci sto ancora lavorando con i sindacati, il Circolo Pink  e alcuni docenti dell’università.

La storia ci insegna che il nome transessuale/transessualità deriva da studi psichiatrici e che, da Hirschfeld a Cauldwell a Benjamin, sono i portatori dell’invenzione del termine transessualità come patologia psichiatrica di disforia di genere, cioè diversità di genere, e, come tale, inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentalie (DSM), di cui ho prima parlato. Questo manuale venne approntato nel 1952: in esso sono fatti passare per malattie psichiatriche stati facilmente affrontabili dalla persona stessa, dai genitori e dalla pedagogisti. Quindi un manuale, il DSM, che sembra quasi prefabbricato per poi dare pazienti a medici e psichiatri e aumentare soprattutto la vendita di psicofarmaci.

Come si può facilmente notare e capire, non solo il transessualismo ma molte patologie sono inventate per il bene delle multinazionali del farmaco e per far lavorare più psichiatri e psicologi. Voglio qui riportare quanto afferma un mio caro amico, il prof. Ermanno Tarracchini, biofarmacologo, insegnante di sostegno nonché docente universitario, sulle strategie biopedagogiche e antropoevolutive. «Certamente è più facile – scrive in un suo articolo – permettere allo psicologo o allo psichiatra di etichettare con pseudo-disturbi le persone tutte e, visto che insegno, i nostri figli studenti piuttosto che ammettere le responsabilità del mondo adulto e di una scuola non adeguata a rispondere alle nuove esigenze formative e ai bisogni specifici di apprendimento dei bambini e degli adolescenti di oggi. È più facile permettere e favorire, fare leggi per la caccia sfrenata di pseudo-disturbi in bambini poco più che neonati con il pretesto di diagnosi precoci, per prendere cattedre e finanziamenti,piuttosto che pretendere il cambiamento dell’adulto e riconoscere la responsabilità di una società clinico/medicalizzante». E, continuando il suo discorso, mi permetto di osservare che è più facile il permettere l’invasione totale di equipe medico-psichatriche nel mondo della scuola italiana con il totale abbandono della pedagogia.

Quindi la domanda che mi pongo è la seguente: perchè la psichiatria e la psicologia già nella scuola ma anche nel mondo lavorativo e sociale nonché per noi persone trans (poi spiegherp però in che senso siamo tutti tran) hanno soppiantato la pedagogia? Per interessi, come dicevo, di profitto?

Antonietta Bernardoni, medica pedagogista e scienziata di Modena degli anni ’70, affermava: «Nel campo dei giusti rapporti interpersonali tutti dovremmo essere ricercatori e scienziati affinchè nessuno lo debba essere in maniera specialistica e separata». Auspicava inoltre la necessità di una pedagogia dei genitori e degli insegnanti che è anche pedagogia dei figli studenti. Bernardoni è ora in Italia ricordata come la succeditrice di Maria Montessori, la più grande e famosa pedagogista del secolo scorso. Due grandissime donne. In anni non sospetti Antonietta Bernardoni mosse una vera critica alla psicologia, psicanalisi e psichiatria definendole quali false scienze. Ha fondato, proposto e poi realizzato assemblee di attività terapeutiche popolari, dove gli scienziati e gli animatori  erano le persone partecipanti stesse. Assemblee da non confondere con nessun gruppo Ama e varie forme simili di stampo psicanalitico non improntate a una caratteristica pedagogica.

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Il conoscere la derivazione dei termini con i quali si definiscono gli stati e le condizioni umane delle persone è, direi, fondamentale. Dalla loro vera origine si può spiegare la storia del mondo e la storia della persona umana.

Prendendo in considerazione epoche relativamente recenti, l’origne del nome transessualismo lo faremmo partire dalla metà del 1800 e, precisamente, da Karl Heinrich Ulrichs, scrittore e giurista tedesco, considerato il pioniere nell’epoca moderna del movimento di liberazione omosessuale. Infatti nel 1867 divenne il primo gay dichiarato a parlare pubblicamente dei diritti delle persone omosessuali al congresso di giuristi tedeschi a Monaco di Baviera. Nelle sue ricerche da scrittore e persona omosessuale Ulrichs iniziò a considerare per la prima volta l’identità di genere con riferimento a chi vestiva in abiti diversi dalla biologicità del proprio corpo.

Il punto di partenza per la ricerca sull’identità di genere non fu di tipo medico ma umano e con riferimento ai diritti, considerando che Ulrichs era un giurista. Ma subito dopo, verso il finire del 19° secolo, Magnus Hirschfeld, neuropsichiatra e scrittore tedesco - anche lui omosessuale e conosciuto nel mondo per l’attivismo contro il paragrafo 175 del Codice penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità dal 1871 - riprese il lavoro di Ulrichs e lo ampliò trasformando la ricerca di un diritto in quella di una diagnosi che venne ufficializzata mezzo secolo dopo. Hirschfeld infatti fu il primo, a proposito delle persone, a iniziare una catologazione delle differenti tipologie della sessualità contribuendo a separarle sempre con una visione patologizzante. Fu infatti lui che coniò il termine travestitismo considerato dal punto di vista non omosessuale quale lui era ma dignostico/psichiatrico. Nonostante ciò nel 1919 Hirschfeld fondò a Berlino l’Istituto per la ricerca sessuale, che abbracciava musei, biblioteca, servizi educativi e consulti medici. Questo stesso istituto fu distrutto e bruciato dalla Gioventù hitleriana nel 1933.

Dopo la seconda guerra mondiale David Olivier Cauldwell, medico sessuologo statunitense, riprendendo a sua volta gli studi sulla sessualità di Hirschfeld, introdusse per la prima volta il termine transessualismo come patologia vera e propria per indicare chi desiderava cambiare il proprio sesso fisiologico.

Fu un contemporaneo di Cauldwell, il sessuologo ed endocrinologo tedesco Harry Benjamin, a determinarne definitivamente la patologia di disforia di genere e a condurre al riguardo studi psichiatrici di approfondimento. Fu lui a ispirare numerosi saggi di ricerca in tal senso contribuendo a fondare l’Harry Benjamin International Gender Dysphoria Association. Quest’organismo, attualmente conosciuto come Associazione Mondiale professionale per la salute transgender (Wpath), se da un lato è prezioso per quanto riguarda la salute fisica delle persone trans, dall’altro è troppo rivolto alla patologia di genere, patologia psichiatrica che si rifà molto al modello binario maschio-femmina, uomo-donna. Famosa rimane di Harry Benjamin l’opera Il fenomeno transessuale (1966), dove si definì come affetta da disturbi dell’orientamento sessuale la persona trans aprendo più tardi la strada alla coniazione dell’espressione disforia di genere quale patologia psichiatrica del transessualismo, inserita dal 1980 nel Dsm (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Negli anni questo manuale è stato “arrichito” di diverse versioni: dalla prima del 1952 (DSM1) a quella del 2013 (DSM5). E, nella sola versione del 1973, s’espulse l’omosessualità dalla classificazione psicopatologica.

Comunque sono vari i movimenti cresciuti dagli anni ’80 del secolo scorso in poi per contrastare la patologia che pesa sulla testa delle persone trans. Il transgenderismo, ad esempio, è nato negli Usa nel 1980 e rilanciato in Italia da Helena Velena, attivista, scrittrice e musicista trans, negli anni immediatamente successivi. Esso indica un movimento politico che contesta la logica eteronormata e binaria secondo la quale i sessi dell’essere umano sono solo due.  Nel 1990 nacque la teoria queer. A coniarne la formula fu Teresa de Lauretis, scrittrice e accademica italiana. La teoria nacque  sulla scia delle opere di Michel Foucault e dagli studi di genere e dalle teorie femministe e lesbiche oltre che gay. La pansessualità, invece, è una teoria che definisce la persona umana onnicomprensiva di qualsiasi orientamento sessuale.

Nel contesto e nell’epoca in cui viviamo ci fa bene rivisitare la storia, riconsiderare che, al contrario, non è tutto statico. Ma che il nostro è un mondo in divenire, dove le certezze vengono messe in discussione e le speranze e i sogni possono, se vogliamo, prendere il loro giusto posto. Non è una favola quella che dico ma una realtà e una concreta risposta di speranza sul genere umano. Ci hanno rubato le nostre libertà, le nostre  aspirazioni, i nostri desideri e le nostre identità in divenire. Non ci hanno solo sfruttato fisicamente ma con il sistema economico capitalistico ci hanno rubato la capacità dei nostri cervelli, hanno messo dei freni alle nostre intelligenze e impedito di vivere la vita alla ricerca della felicità O, alla maniera di noi donne e uomini trans, ci hanno impedito di capire cosa vuol dire la favolosità, la serenità interiore.

Così al termine transessualismo continua a essere sottesa l’accezione di diagnosi di malattia, tuttora presente nel DSM5, come diagnosi psichiatrica. Quindi, sino ad ora, gli studiosi - quasi tutti sessuologi e psichiatri - hanno studiato, visto, considerato le persone trans come persone con difficoltà psichiche dalla nascita e, quindi, come classificazione/categoria psichiatrica.

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Si sta svolgendo a Firenze presso la Sala del Gonfalone nel Palazzo della Regione Toscana il convegno Bambini in rosa. Crescere un bambino con varianza di genere - I tanti aspetti della normalità volto ad affrontare il tema della "fluidità di genere, disforia di genere, transessualità". Un mondo in gran parte sconosciuto e ostacolato dando, come recita la locandina dell'evento, "la parola ai diretti interessati".

Coordinato dal pediatra nonché consigliere regionale di Sì Toscana a Sinistra Paolo Sarti, l'incontro prevede infatti gli interventi di Camilla Vivian (autrice del blog e del libro Mio figlio in rosa), Michela Mariotto (antropologa, Università autonoma di Barcellona), Loredana De Pasquale (madre di un "bambino in rosa"), Alessio (14enne FtM) e Alice Troise (insegnante, collettivo Intersexioni). 

Al convegno avrebbe dovuto parlare anche Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l'Università degli studi di Napoli Federico II e presidente Onig. Impossibilitato a partecipare ha inviato una lettera, di cui Gaynews pubblica il testo integrale.

Care e cari partecipanti,

a causa di un impegno accademico inderogabile, con grande rammarico non ho potuto prendere parte al convegno. Ciononostante, voglio manifestarvi, in qualità di presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), il mio più grande supporto alla realizzazione della giornata di studio e di riflessione su un tema a me molto caro: la varianza di genere in infanzia e adolescenza

Sebbene oggi parlare di un tema così delicato sia profondamente differente rispetto al passato, credo che il nostro resti un coraggioso lavoro di frontiera, teso a combattere l’ignoranza, non tanto per il gusto di scendere in guerra, ma per proteggere e tutelare i diritti di coloro i quali, essendo gender variant, non si riconoscono nel genere biologico assegnato loro alla nascita, e che sono alla ricerca di una cittadinanza, di un diritto all’esistenza. Al loro fianco, le famiglie. Famiglie spesso lasciate sole, emarginate, non ascoltate. Padri e madri (talvolta fratelli e sorelle) a cui viene tolta la voce. Ecco, noi questa voce l’abbiamo sempre ascoltata e la continueremo ad ascoltare.

Fortunatamente, gli approcci attuali alla varianza di genere hanno abbandonato del tutto i trattamenti patologizzanti e correttivi che erano diffusi in passato. Assistiamo a cambiamenti pioneristici: è solo di qualche giorno fa, ad esempio, la sentenza del Tribunale di Frosinone che autorizza una giovane minorenne al cambio dei dati anagrafici, nonché all’eventuale accesso all’iter di riattribuzione chirurgica del genere. Questa giovane ragazza finalmente vede riconosciuto il suo diritto all’esistenza.

Oggi si sta gradualmente rafforzando un modello di lavoro in cui, però, oltre alla presa in carico del bambino/adolescente, vengono accolti anche i genitori, nell’ottica di sostenere l’esplorazione dei vissuti degli adulti in relazione all’esperienza del/la figlio/a, e di facilitare un processo di empowerment delle loro capacità di supporto nei confronti del/la figlio/a stesso/a. L’intervento con le famiglie è volto a de-stigmatizzare la varianza di genere, a rafforzare il legame genitore-figlio/a, ad offrire le opportune strategie a difesa dei bambini e delle bambine e degli e delle adolescenti, al fine di promuovere la definizione di spazi vitali sicuri. Per un genitore, poter accettare la possibilità che un figlio sia diverso da come immaginato, anche completamente diverso, significa aprire la strada alle infinite possibilità di sviluppo che un bambino può percorrere. Significa poter essere al fianco del figlio. Significa poter creare uno spazio protetto nel quale costruire una nuova relazione con lui o con lei. Significa poter dare al bambino/adolescente la certezza che c’è qualcuno dalla sua parte, che questo qualcuno lo ami profondamente, così com’è.

Noi non ci limitiamo a sostenere i diritti di queste famiglie per un mero scopo politico che, sebbene etico, potrebbe talvolta non essere completamente neutrale. Noi utilizziamo lo studio, la ricerca, i dati sperimentali, lo sviluppo culturale, una cultura che diventa inclusiva e che ci consente di aprire nuovi scenari e ampliare gli orizzonti della conoscenza, augurandoci che la società civile possa venirne “contaminata”.

Purtroppo i nostri figli e le nostre figlie diventano spesso vittime di una diatriba culturale che prende avvio dalla discordanza tra noi adulti. Penso, per esempio, alla cosiddetta “ideologia gender”, un movimento contrario a qualsivoglia sviluppo culturale laico e libero da preconcetti. Credere che gli studiosi di genere intendano negare le differenze biologiche e psicologiche tra maschi e femmine, oltrepassare la famiglia tradizionale quale fondamento naturale di tutte le società e promuovere uno stile di vita squilibrato e disordinato è chiaramente una rilettura distorta di ciò che, al contrario, questi studiosi intendono promuovere. Cultura delle differenze, libertà di espressione, pieno riconoscimento della soggettività: sono questi i principi che dovrebbero fondare un approccio scientifico laico e scevro dal pregiudizio, ed è ciò che mi auguro questa giornata diffonderà. Mi sento profondamente amareggiato quando, nei contesti di socializzazione primaria e secondaria, questi principi vengono calpestati in nome di una supposta e acritica superiorità di una visione piuttosto che di un’altra.

Da adulto e uomo di scienza, riesco a tollerare i miei sentimenti negativi. Quello che mi chiedo è se questo sia valido anche per i bambini e le loro famiglie. Non è eticamente giusto che il conflitto tra adulti che la pensano diversamente abbia delle ricadute sui nostri bambini e sulle nostre bambine. Noi abbiamo l’arduo compito di formare i futuri cittadini del mondo, garantendo la libertà di espressione di ogni potenzialità.

A valle di tutto questo, auguro a tutte e tutti voi buon lavoro, nella speranza che giorno dopo giorno non sarà più indispensabile scontrarsi per garantire il diritto all’esistenza di alcuni, che la cultura e la scienza diventino “contagiose” e che ci si possa, più prima che poi, fidare gli uni degli altri, nella certezza che le minoranze non siano invisibili agli occhi della maggioranza, della cosiddetta “normalità”.

Con affetto,

Paolo Valerio

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