Una grande novità estiva sta per travolgere le notti della costiera amalfitana. Giovedì 19 luglio, presso il club Music On The Rocks di Positano, arriva la serata Beefcake, presentata da Alessandro Cecchi Paone con il drag queen show di Tiffany Romano & The Divas, la musica live degli Sha’Dong e la selezione musicale di Max Zanotti e Mario Iovieno +Lill8.

Special guest dell’evento sarà Vittoria Schisano, attrice nota, tra l’altro, per essere stata la prima donna ad aver compiuto un percorso di transizione di genere ad apparire sulla copertina dell’edizione italiana di PlayboyUn progetto davvero nuovo che intende offrire, nell’esclusiva e raffinata cornice di Positano, una serata gay-friendly.

Per saperne di più, abbiamo contattato per Gaynews Vittoria Schisano.

Vittoria, come definiresti la serata Beefcake che vi apprestate a inaugurare a Positano?

Credo si tratti di una serata che ha il vanto di essere italiana e internazionale, con un pubblico molto vario che arriva da qualsiasi parte del mondo. L’Italia è un Paese conservatore, questo è vero, ma talora è capace di elaborare progetti e prodotti di livello internazionale.

Beefcake è un progetto gay-friendly?

Mi sembra riduttivo dire solo che è gay-friendly. Beefcake vuole essere una serata in cui tutti possono stare bene senza alcuna forma di esclusione e separazione. Io solo lì anche per questo: io sono l’esempio vivente del superamento di ogni stereotipo di ruolo e di genere.

Pensi che serate del genere abbattano i pregiudizi?

Credo proprio di sì perché il nostro intento è creare un luogo estremamente inclusivo, in cui si possano incontrare persone che esprimono culture e valori diversi. L’incontro tra culture diverse procura arricchimento reciproco. Procura crescita e, inevitabilmente, abbatte il tasso di omotransfobia presente nella società.

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Si sono oggi chiusi ad Anversa i lavori del 7° Consiglio del Tgeu –Transgender Europe che, iniziati il 29 giugno, hanno soprattutto puntato sulla necessità di consolidare la prospettiva intersezionale all’interno delle specifiche strategie proprie.

È stato altresì discusso il tema del suprematismo bianco nell’universo trans con la rivendicazione di spazi autonomi da parte di associazioni come Black Trans e PoC (People of Colour).

Un ampio spazio è stato infine dedicato al sexwork declinato sotto molteplici aspetti.

Particolarmenti toccanti sono stati gli interventi di persone trans non udenti e disabili.

Sono state poi elette, per il prossimo biennio, al ruolo di co-presidente Clémence Zamora-Cruz (già componente del board di Tgeu) e Dinah de Riquet-Bons, attivista olandese, nera, sexworker.

Assente, purtroppo, la delegazione turca. Come ricordato da Ottavia Voza, refente nazionale d’Arcigay per le Politiche Trans e presente al VII° Consiglio, «a Janset Kalan, Buse Kiliçkaja e a tutti gli altri attivisti turchi le autorità turche hanno negato il permesso per partecipare al Council. A riprova del clima oppressivo prodotto in quel paese dal regime di Erdogan».

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Recentemente pubblicato dalla casa editrice novarese Interlinea, Dolore Minimo è una raccolta di poesie davvero unica nel panorama della produzione lirica italiana. Essa, infatti, restituisce al lettore il complesso iter esistenziale e spirituale di una donna transessuale che narra la sua luminosa rinascita in versi.

Contraddistinto da una rara potenza poetica, il libro di Giovanna Cristina Vivinetto è introdotto da una presentazione della scrittrice Dacia Maraini che, affrontando proprio il tema della rinascita e della fatica di essere madre di se stessa, spiega come la silloge racconti «il difficile compito di partorire un altro da sé che sarà sempre quell’io». Un compito che «assomiglia a uno straziante guardarsi indietro per ritrovare una se stessa lontana e quasi irriconoscibile nei giochi sempre uguali dell’infanzia».

Raggiungiamo telefonicamente Giovanna Cristina che, originaria di Siracusa, vive a Roma dove studia filologia moderna all’Università La Sapienza.

La tua silloge poetica si chiama Dolore Minimo. Qual è il dolore cui alludi nel titolo?

Il dolore raccontato nel mio libro è quello legato alla transizione e al passaggio travagliato da un corpo, che si perde non senza lacerazioni, a un altro, che si conquista faticosamente. Ed è “minimo” perché è la razionalizzazione a posteriori di un dolore profondissimo – quello appunto del mutamento di genere – e, dunque, la sua ponderata accettazione. È una riflessione “a mente fredda” su ciò che è stato il dolore della disforia di genere ed è qualcosa con cui si impara a convivere, che si cronicizza (per questo “minimo”) e da cui non ci si può separare perché, nostro malgrado, ci appartiene.

Le tue poesie narrano, in versi, le diverse stazioni di un processo, quello della transizione, fatto di sofferenze e scoperte. Da cosa nasce l’urgenza di raccontare con la poesia questo tuo iter?

C’è stato un momento all’inizio in cui mi imposi fermamente di non trasporre in letteratura la mia esperienza di vita. Ritenevo, oltre a non disporne i mezzi, fosse un oltraggio all’intimità del mio percorso e un dato inutile da sapere per i lettori; qualcosa, insomma, di troppo personale da mettere in un libro. Col passare del tempo, tuttavia, si è fatta strada in me una necessità di comunicazione fortissima, un bisogno di chiarificazione che non ho potuto controllare. Dolore minimo nasce da questa crisi e, col senno del poi, posso dire che è anche stato la soluzione a questa stessa frattura interiore.

Attraverso la poesia, infatti, non solo ho messo in atto un processo terapeutico che mi ha permesso di conoscermi meglio, accettarmi per quella che ero senza vergognarmi dei cambiamenti, ma ho capito anche che il mezzo letterario era in realtà l’unico con il quale avrei potuto esprimere la mia storia rendendola però universale, comprensibile a tutti. E questo perché la lingua poetica crea delle indiscutibili connessioni viscerali che vanno ben oltre la singola esperienza di vita.

Il tuo libro è anche un libro sulla rinascita e sulla “maternità”. In alcuni versi, racconti che nei riti di rinascita c’è un prezzo da pagare. Tu che prezzo hai pagato per rinascere? E quale prezzo temi debba ancora pagare per esserti fatta “madre di te stessa”?

C’è una strofa di una poesia contenuta nella prima sezione di Dolore minimo che, affrontando il tema della maternità e del rimettersi al mondo, parla molto bene proprio di questo: Ho rinunciato a qualcosa / consegnandoti a questo mondo: / per esempio a un po’ dell’anima / e all’innocenza che usavamo / come schermo ai graffi della vita. È chiaro che in un percorso del genere ci si interroghi sulla portata stessa di tale transito, analizzando i vantaggi e i rischi del caso. Se da un lato, infatti, nel transito ho sempre visto l’unico modo per essere ciò che effettivamente ero, quindi un mezzo per la realizzazione piena di me stessa, dall’altro mi è sembrato a volte una soffocazione di qualcosa che poteva svilupparsi e crescere in un altro modo, quasi un “omicidio” di un’identità pregressa la quale, tuttavia, senza questo volontario annientamento, non avrebbe avuto futuro.

Ogni cambiamento porta con sé una conquista ed una perdita (si vedano, ad esempio, le tre poesie all’inizio del libro che parlano esattamente di questo). E perdita e conquista non si possono scindere. Ho perso e perderò sicuramente qualcosa, ne guadagnerò altre: ciò che è importante è essere consapevoli di questo processo incessante e riconoscere in tutto ciò un’innegabile possibilità di conoscenza continua, di crescita.

Nel tuo libro racconti con orgoglio il tuo percorso e ne affermi la forza e il valore contro il giudizio della società dei presunti “normali”. Ti è mai capitato di essere discriminata perché transessuale? 

Nella mia vita non ho mai subito alcun gesto di discriminazione perché persona transessuale. Sarà per questo che oggi sono una ragazza soddisfatta di sé e della propria esistenza, realizzata e fondamentalmente serena. Forse sono stata fortunata, ma mi piace di più immaginare di essermi sempre circondata di persone “giuste”, cioè intelligenti, sensibili ed in grado di andare oltre le apparenze, d’altro canto allontanando ed evitando i possibili “fattori di rischio”. Ma questa è una “scrematura” che chiunque fa: ognuno di noi, in fondo, si crea delle conoscenze fertili per la propria crescita ed i propri interessi, e tutto ciò che non è utile, anzi dannoso, viene prontamente evitato.

C’è stato recentemente un attacco nei miei confronti da parte degli antiabortisti cattolici ProVita, i quali hanno parlato male del mio libro poiché l’autrice è una trans. Ma questa penosa situazione non la considero un gesto di esclusione poiché da essa è nata, anzi, un’enorme solidarietà che ha fatto solo bene alla diffusione del libro. Dal canto mio, ho le spalle abbastanza larghe per farmi colpire da queste scemenze.

Infine, una donna transessuale che scrive poesia è anche una figura eversiva e di implicito valore politico nell’Italia di oggi?

Una poetessa transessuale è non soltanto una figura eversiva in letteratura, perché mette in crisi le teorie di chi vuole a tutti i costi individuare una “scrittura femminile” e una “scrittura maschile”, introducendo infatti un’autorialità del tutto nuova. È certamente anche una figura che ha un certo peso politico, perché attraverso la sua presenza veicola, implicitamente o meno, tutta una serie di riflessioni sullo “stato di salute” del modo in cui la società rappresenta, tutela e favorisce una minoranza, in questo caso quella transessuale.

Ma la valenza politica è tipica di qualsiasi letteratura: ogni cosa che scriviamo avrà sempre una certa risonanza dal carattere politico, dal quale, quindi, non si può prescindere.

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Come annunciato il 23 aprile da Arcigay Palermo, presso la locale Università degli studi le persone che hanno intrapreso il percorso di transizione potranno attivare il profilo alias. In esso verrà riportato il nome che più corrisponde al genere percepito.

Come spiegato nel comunicato, «si tratta dell’attuazione dell’articolo 3, comma 3 del Regolamento Generale d’Ateneo varato nel 2013 e finora mai applicato a Palermo ovvero “l’istituzione del cosiddetto doppio libretto di genere rivolto agli studenti in fase di transizione”: una procedura esistente a Torino, Padova, Bologna, Urbino, Pavia, Verona, Bari e Catania. Nonostante nel regolamento sia previsto, per il “doppio libretto di genere” è mancato fino a ora l’impianto attuativo».

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Gabriel, studente FtM e coordinatore del Gruppo Giovani d’Arcigay Palermo.

Gabriel, raccontaci di te e delle tue emozioni

Sono un semplice e solare ragazzo palermitano di 20 anni che quando era piccolo si faceva chiamare Benji, odiava le gonne (tanto che piangevo quando me le mettevano), il rosa e le bambole. Amava tutto ciò che era maschile e ha capito di essere transgender a 13 anni. Lo ha compreso dopo aver notato durante l’interpretazione di un ruolo maschile, in uno spettacolo teatrale, che si sentiva a suo agio in quella veste. Forse troppo. Quando lo raccontai alla mia migliore amica di allora mi disse di cercare il termine “transessualità”. Lo disse poiché i miei discorsi le ricordavano questo “concetto”.

Da quel momento è stata la svolta della mia giovane vita: mi rispecchiavo nelle testimonianze dei ragazzi transessuali italiani su Youtube e sui blog a tema. Mi rappresentavono nel loro sentirsi ingabbiati: nelle proprie forme morbide (dove non dovevano esserci), nei pronomi e in quel nome totalmente femminile (che nel mio caso non si poteva rendere neutrale in nessun modo), in quella voce troppo acuta e nella pelle del viso troppo liscia.

Dopo molte e lunghe riflessioni ho compreso che dovevo dirlo alla mia famiglia. Ho fatto il primo coming out con mia madre attraverso una lettera, per poi dirlo, successivamente, a mia sorella e a mio padre. Ovviamente non hanno fatto i salti di gioia quando l’hanno saputo, ma non mi hanno voltato le spalle!

Mi sono stati vicini e mi hanno supportato fin da subito. E, grazie al loro consenso ho affrontato un percorso di supporto psicologico presso l’Agedo di Palermo durato dai 15 ai 17 anni di età.

Dai 17 ai 18 anni ho interrotto il percorso di supporto perché ho trascorso un anno veramente buio per colpa del bullismo psicologico che vivevo a scuola a causa di un mio compagno omosessuale (che nei primi anni di scuola consideravo un amico): con la scusa dello scherzo mi chiamava volontariamente per nome anagrafico quattro volte su cinque. Lo scriveva ovunque (sui banchi, su i muri, sulle pagine dei miei libri, ecc) con annesse frasi irritanti e declinate al femminile; mi faceva outing per potermi prendere in giro in pubblico tranquillamente.  Mi accusava di usare il coming out con gli insegnati come arma di vittimismo per avere vantaggi nei risultati scolastici; e altre cose anche più pesanti che è meglio non rammentare. Volevo perdere l’anno pur di allontanarmi da questa persona, anche a costo di sfidare il destino e magari di ritrovarmi con altre persone pronte a farmi soffrire. Ma d’altronde peggio di quello che stavo passando non poteva accadermi. All’inizio del quinto anno però, dopo essermi stancato di questa sofferenza, mi sono ribellato e sono riuscito a debellare questo mostro  che mi perseguitava chiamato: bullismo. Da lì ho ripreso in mano la mia vita e sono ritornato in Agedo, dove ho intrapreso l’iter psicologico per potere, dopo la perizia psicologica, iniziare la terapia ormonale.

Ho iniziato la terapia ormonale a 19 anni, il 15 Marzo 2017, e da quel momento la mia vita è solo migliorata: dal ragazzo sempre un po’ intimorito dalle altre persone e che non amava essere al centro dell’attenzione sono diventato un ragazzo ancora più forte di quanto non fossi già. Divenni energico, socievole molto più di prima e accesi i riflettori su di me senza però risultare egocentrico. Dopo più di un anno la mia autostima è aumentata tantissimo, il mio viso mi piace sempre di più (e di conseguenza piaccio di più), il mio corpo diventa sempre più maschile e col passare del tempo è come se mi dimenticassi che sono nato femmina. Me lo ricordano solo il nome sui documenti, il petto (che adesso vivo come una ginecomastia maschile) e le parti intime (verso cui non provo disforia). Ora attendo di iniziare l’iter giuridico per la rettifica anagrafica e il via alla mastectomia e all’isterectomia. Nel frattempo impiego il mio tempo tra l’università, gli amici migliori del mondo e la lotta per la difesa e la conquista dei diritti per la comunità Lgbti ad Arcigay Palermo.

Hai detto che hai subito bullismo durante l’adolescenza: c’è un’esperienza precisa che ti senti di raccontare?

Sì, un’esperienza di quando avevo 17 anni. Con una mia amica frequentavamo lo stesso gruppo di "amici” del mio compagno bullo. Una sera a casa di uno di loro, per scherzare, dovevano sfilare tutti “da donna”. Il problema fu che mi costrinsero a farlo, nonostante io avessi esplicitamente detto di non volerlo fare perché la cosa mi faceva stare male.

Mi chiusero in una stanza per almeno 20 minuti con l’ordine di farlo, o non mi avrebbero fatto uscire. A quei tempi ero fragilissimo psicologicamente perciò, dopo aver provato ad aprire la porta non so quante volte e notando che era tutto inutile, lo feci: mi vestii da donna pur di uscire da quella stanza chiusa e finire al più presto quest’atto crudele. Mentre mi vestivo loro mi guardavano dallo spiraglio della porta ridendo di gusto. Un gusto, per me, amarissimo.

Mi dovetti mettere un reggiseno di una di loro, una specie di magliette scollata, e delle scarpe alte. Nessuno, nemmeno quella che ai tempi era la mia migliore amica (poiché anche lei era succube e manipolata dal gruppo a cui a capo vi era il bullo) disse qualcosa per difendermi da quella situazione.bÈ il ricordo più terribile che ho. Umiliante. Mi sono sentito come un animale da circo. Quando l’ho raccontato alla mia attuale migliore amica è scoppiata in lacrime, abbracciandomi forte.

Oggi quella dura esperienza di bullismo l’ho ancora dentro di me. Dura così come l’ho vissuta. Raccontarla però serve per dare il senso concreto e doloroso della frustrazione che il bullismo (troppo spesso nascosto dietro frasi come “sono ragazzate”, “si fa per scherzare, non fare la vittima” ecc.) porta alle vittime. Oggi quel dolore ha cambiato aspetto. E’ carburante per voler combattere per gli altri e per non voler perdersi nemmeno un secondo della vita Bella che si può vivere.

Oggi sei più sicuro di te stesso. Chi ti ha sostenuto e ti sostiene maggiormente?

La mia famiglia, che mi è sempre stata vicina, nonostante, le iniziali incomprensioni e paure di una società che alle volte è veramente troppo cattiva; i miei amici al di fuori della scuola, che non mi hanno mai fatto sentire solo e mi hanno sempre dato la carica per andare avanti.  La maggior parte dei miei docenti del liceo, che mi hanno supportato chiamandomi al maschile (anche durante gli esami di maturità) senza nascondersi dietro scuse del tipo “finché non cambi i documenti qui dentro posso chiamarti solo in quel modo” e ideologie bigotte e retrograde; il mio psicologo, che mi ha aiutato a diventare forte e a costruire il mio carattere solare, da guerriero, di chi deve solo viversi senza aver paura del giudizio altrui, e che ancora oggi tifa per me con grande affetto; e adesso anche la famiglia di Arcigay Palermo.

Che cosa significa per te coordinare il gruppo giovani di Arcigay Palermo?

Sono molto felice di far parte del Gruppo Giovani di Palermo e di essere uno dei suoi coordinatori. Quando uscii dalla gabbia del bullismo capii che volevo fare questo nella mia intera vita: essere la voce e il volto di chi non può parlare o di chi non riesce perché troppo fragile. Arcigay Palermo mi permette di farlo attraverso l’attivismo, e allora io mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa, con particolare attenzione alle iniziative che trattano di bullismo omo-transfobico. Questo rende la mia vita una sfida continua, un qualcosa da cui non riesco più a tirarmi indietro perché so che ho la stoffa per farlo, e soprattutto mi fa sentire socialmente utile! Questa del Gruppo Giovani è stata l’opportunità più bella che Palermo potesse mai offrire, e noi partecipanti ne siamo tutti grati.

Qual è la tua esperienza universitaria da persona trans?

Sono al primo anno di Educazione di comunità, dopo un anno di Scienze della comunicazione per media e istituzioni; l’anno scorso vivevo proprio male l’ambiente universitario visto che non ero nemmeno in terapia ormonale. Eravamo 250 studenti in un’aula, e sapere che il mio nome anagrafico potesse uscire per qualche appello davanti tutte quelle persone mi faceva psicologicamente e fisicamente male. Fortunatamente non è mai accaduto, ma il dolore per l’ansia me lo ricordo ancora.

Quest’anno invece, nella nuova facoltà, mi sono messo molto più in gioco sia durante le lezioni che con i colleghi, anche grazie ai docenti con i quali ho coming out via email che mi hanno sempre dato al maschile quando dovevano rivolgersi a me. Una frase molto significativa che mi è stato detta da un mio collega è stata “non hai bisogno di un microfono per parlare, la tua voce rimbomba”. Sono sempre stato un ragazzo molto silenzioso e timido prima della terapia ormonale, e sentirmi dire una frase del genere è stata una gioia incredibile. Per la prima volta mi sono sentito Presente nel mondo.

Negli scorsi giorni l’Università di Palermo ha avviato l’attivazione del profilo alias. Come consideri questo risultato?

Appena mi è stato comunicato ho esultato come i tifosi dell’Italia ai mondiali del 2006. Per colpa di questo maledetto nome femminile che purtroppo ancora persiste nella mia carta d’identità ho il portale universitario al femminile, e di conseguenza anche la tessera unicard (che ha sostituito il libretto da due anni). Per evitare di mostrare o scrivere il mio nome anagrafico non ho prenotato determinati esami per paura dell’appello, non ho firmato petizioni utili, non mi sono iscritto ad una associazione studentesca e non sono mai andato a mensa. Ho perso tante piccole cose che per gli altri sono di una normalità che per noi persone trans con i documenti non rettificati è impensabile. E come me, tutti gli studenti e tutte le studentesse transessuali, che magari vivono anche il disagio dell’appello obbligatorio ad ogni lezione per via della frequenza obbligatoria (che io fortunatamente non ho).

Questa opportunità della carriera alias è un vero e proprio abbraccio immaginario in cui tutti noi ci stringiamo e ci confortiamo. Arcigay Palermo, l’associazione UniAttiva e il Magnifico rettore Fabrizio Micari hanno fatto qualcosa che cambierà totalmente l’esperienza universitaria delle persone transessuali. Cambierà anche i rapporti umani con colleghi e docenti: non avremo più il timore di dover fare coming out ,“venire scoperti” e non essere più chiamati ogni giorno con un nome che ci sta stretto! È una vera rivoluzione!

La città di Palermo e la comunità trans sono due realtà che si toccano o si ignorano?

Palermo è per natura una città abituata alle diversità ed è da sempre stata dalla parte della comunità LGBT. Non è di certo la città perfetta e non è esente a casi di omo-transfobia, questo no, però rispetto ad altre città è molto più tranquilla e tollerante. Io personalmente non sono mai stato aggredito né insultato. Sarà capitato tre volte in nove anni di utilizzo dei mezzi pubblici qualche domanda inopportuna fatta per prendere in giro, ma nulla di ché alla fine dei conto. Stessa cosa anche altri miei amici e altre mie amiche transessuali (al massimo queste ultime soffrono per il catcalling, ma quella è una cosa che subiscono anche le donne biologiche, quindi è tutto un altro discorso).

In conclusione, direi che Palermo “si lascia toccare” dalla comunità trans e poi la ignora lasciandola vivere come vuole senza disturbarla. Chi la disturba è sempre un caso su cento… ma educheremo anche quel caso isolato in qualche modo!

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Sarà inaugurato venerdì 20 aprile a Lahore The Gender Guardian, la prima scuola pakistana per persone transgender. Si registrano al momento 30 iscrizioni da tutto il Paese.

Asif Shahzad, proprietario dell’istituto privato, ha dichiarato d’aver deciso d’aprire The Gender Guardian a seguito del violento attentato che nel 2016 colpì colpì una scuola indonesiana frequentata da giovani transgender. «Inizialmente - ha spiegato Shahzad - terremo un corso di quattro mesi con due giorni di lezioni la settimana» in vista dell’espansione dell’istituto e dell’avvio di programmi educativi pieni.

Un altro segnale positivo dunque dalla Repubblica islamica del Pakistan, dove il Senato ha approvato, lo scorso 7 marzo, un disegno di legge tutelante le persone transgender. La nuova norma consentirà loro il dato anagrafico del “terzo genere” su documenti d’identità rilasciati dalle pubbliche amministrazioni o dal governo.

In linea, dunque, con l’ultimo censimento nazionale che, iniziato il 15 marzo 2017 e terminato il 25 maggio dello stesso anno, ha per la prima volta registrato le persone transgender (10.418 anche se, secondo l’associazione legale Trans Action della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, sarebbero in realtà quasi 500mila) sia pur sotto la discutibile categoria di “terzo genere”.

Per la giornalista Marvia Malik, che da marzo è la prima transgender pakistana a condurre un tg, sarebbe infatti necessario per le persone trans avere «pari diritti ed essere considerate non di terzo genere ma cittadini comuni».

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Svolgere attività di volontariato nelle carceri italiane è sempre difficile soprattutto a causa di problemi legati al sovraffollamento e all’assenza di moltissimi servizi. Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia al 31 marzo 2018 i soggetti detenuti (compresi quelli in attesa di giudizio) sono 58.223, di cui 19.811 stranieri.

Per le persone trans, poi, non abbiamo un numero preciso. Ma per loro il carcere è un luogo di ulteriori sofferenze caratterizzato da ghettizzazione e maggiore discriminazione. Da tempo nel Paese alcune associazioni trans e non operano all’interno di queste strutture con esperienza e professionalità.

A Roma nella casa di reclusione di Rebbibia porta il suo sostegno e il suo aiuto l’Associazione Libellula. A Leila Pereira Daianis, che ne è esponente di spicco, abbiamo fatto alcune domande per comprendere qualcosa di più al riguardo.

Le problematiche carcerarie legate alle persone transgender sono moltissime. Spesso si sente parlare di assenza di diritti anche i più elementari: è cosi?

Era così ma attualmente, grazie all’intervento delle associazioni come Libellula, la situazione è migliorata e i diritti sono più rispettati. Nel carcere di Rebibbia nel “reparto trans” vi erano molti problemi ma noi abbiamo lavorato molto soprattutto per controllare i disagi e la conseguente collera delle detenute trans soprattutto in riferimento alla ghettizzazione. Abbiamo lavorato molto con incontri ma anche attraverso l’esperienza teatrale come strumento di consapevolezza e autostima.

Quale sono le vostre principali iniziative all'interno e all'esterno del carcere in sostegno delle persone trans?

Tutti i mercoledì, dalle ore 16:00 alle ore 18:00, teniamo aperto uno sportello e cerchiamo di ascoltare le loro esigenze e richieste. La maggior parte delle persone transgender detenute, essendo straniere, ha bisogno di contatto con le autorità diplomatiche dei loro Paesi per contattare i propri familiari. Quando escono cerchiamo di dare sostegno con una ricerca di lavoro e c’impegniamo a inviarle, secondo le diverse  necessità, ad altri servizi territoriali.

Alcune vengono rimpatriate e altre, invece, chiedono dal carcere protezione internazionale. Molte purtroppo tornano a prostituirsi, perché rassegnate come ex detenute o prostitute. La prostituzione per queste persone è l’unico mezzo di sostentamento.

Alta presenza di persone trans immigrate in carcere. Puoi dirci quali sono i Paesi maggiormente rappresentati a Rebibbia?

Al carcere di Rebibbia la maggior parte delle persone detenute trans sono soggetti MtF e straniere: 80% brasiliane, 7% colombiane, 5% argentine, 2% ecuadoriane, 2% peruviane, 1% marocchine, 1% tunisine. E poi per il 2% italiane.

Come è oggi il rapporto tra voi volontari e l'istituzione carceraria a Roma?

Dopo tanti anni di attività sono aumentate le azioni e sono cresciute le associazioni che intervengono nel reparto carcerario delle persone trans. Ho iniziato a svolgere la mia azione di volontariato quando ancora facevo parte de Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Nel 1998 si è costituita presso il Comune di Roma una Consulta cittadina permanente per i problemi penitenziari. E da allora ad oggi abbiamo realizzato tantissimi progetti sia a livello locale che nazionale per la tutela dei diritti delle e dei detenuti. Il Circolo Mario Mieli e l’Associazione Libellula hanno sempre avuto un’attenzione importante verso le persone detenute transgender.

Numericamente quante siete a lavorare a Rebibbia?

Di Libellula siamo in quattro ad alternarci. Le altre associazioni hanno sempre due persone ciascuna.

C’è qualche storia di successo, conseguito col vostro operato, che puoi raccontarci?

Purtroppo è difficile parlare di successo. Nel carcere le donne trans sono isolate nel reparto maschile dagli altri detenuti e quando escono sono ancora più fragili. Più di una ha affermato che si sente più protetta all’interno del carcere che fuori. Molte sono dipendenti da alcool e droga.

Una, ad esempio, era felicissima perché una comunità cattolica per tossicodipendenti aveva promesso di accoglierla. Quando hanno però saputo che si trattava di una persona trans e per di più Rom hanno rifiutato, affermando che non c’erano più posto.

Non abbiamo una casa per accogliere le persone trans in misura alternativa al carcere. Con riferimento, soprattutto, a soggetti MtF alcune sono riuscite ad essere rimpatriate e non vogliono mai più tornare in Italia. Altre sono uscite dalla detenzione e hanno trovato un compagno. Avere precedenti penali significa non trovare un lavoro e regolarizzarsi.

Posso però affermare che per noi la storia di una donna trans brasiliana, laureatasi, in carcere può definirsi un grande un successo. Come quella d’una detenuta trans di nazionalità argentina che, condannata a una pena molta lunga,  ha deciso di riprendere i suoi studi. E quest’anno inizia il primo anno d’Università. Ma questi casi sono purtroppo molto rari.https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif

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Giornata storica. Così la branca portoghese dell’Ilga ha salutato ieri l’approvazione da parte dell’Assemblea della Repubblica della legge (109 sì, 106 no, 15 astensioni), che consentirà il cambio legale di genere senza previa certificazione medica a partire dal 16° anno d’età.

Fra i 16 e i 18 anni sarà tuttavia necessaria l’approvazione dei genitori o dei rappresentanti legali. Essa vieta inoltre gli interventi chirurgici sui bambini intersex, «eccetto in situazioni di comprovato rischio per la loro salute».

Presentato dai parlamentari di Bloco (sinistra radicale), il disegno di legge ha ottenuto i voti a favore di Ps, Pev, Pan nonché della socialdemocratica Teresa Leal Coelho

Il Pds ha infatti votato contro insieme con Cds, la cui deputata Vania Dias da Silva ha dichiarato: «Siamo totalmente in disaccordo. Chi ha 16 anni non possono sposarsi né guidare e nemmeno bere e non dovrebbero perciò poter prendere una decisione dalle conseguenze così gravi e definitive».

I socialdemocratici hanno espresso contrarietà perché avrebbero voluto vincolata alla previa certificazione medica la rettifica dei dati anagrafici. A essersi invece astenuti i parlamentari del Partito Comunista

Il Portogallo si aggiunge così alla lista di quei Paesi quali Malta, Norvegia, Danimarca, Irlanda, Belgio, Argentina, Colombia, Bolivia, in cui – come scritto da Ottavia Voza, responsabile Arcigay per le Politiche e i Diritti Trans - le persone trans sono finalmente liberate «dalle gabbie della patologizzazione e della sterilizzazione forzata».

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Ieri sera il presidente Donald Trump ha emesso un ordine che bandisce le persone transgender dal far parte dell'esercito americano eccetto che per «circostanze limitate». A comunicarlo una nota della Casa Bianca, in cui si sottolinea come il mantenimento di soldati richiedenti trattamenti medici sostanziali «presenti un rischio considerevole per l'efficacia militare».

Con un tweet del luglio 2017 Trump aveva colto di sorpresa i vertici del Pentagono dichiarando di voler revocare la decisione presa dal suo predecessore Barack Obama per consentire l'arruolamento di persone transgender tra i militari. Un annuncio verso il quale quattro tribunali federali si espressero subito in maniera contraria. All’epoca la risposta del Pentagono fu di mantenere tra le file dell'esercito coloro già in servizio e consentire l'arruolamento a partire dal 1° gennaio.

L’ordinanza trumpiana è stata così commentata dalla portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders: «Ciò permetterà di applicare ugualmente standard consolidati di salute mentale e fisica - compresi quelli attinenti all'uso di farmaci - a tutti gli individui desiderosi di arruolarsi e combattere per la migliore forza militare che il mondo abbia mai visto».

Ma le reazioni non si sono fatte attendere. A partire da quella del Procuratore generale della California Xavier Becerra, il ha detto che il suo Stato continuerà la battaglia legale contro il divieto. «La California – ha affermato –  prenderà tutte le misure disponibili per prevenire l'azione discriminatoria del presidente Trump danneggiante o emarginante militari transgender in servizio o qualsiasi persona transgender americana che desidera difendere coraggiosamente la nostra nazione».

Durissima Nancy Pelosi, leader dei Democratici alla Camera dei Rappresentanti, che in un tweet ha scritto: «Questo divieto odioso è costruito appositamente per umiliare le coraggiose persone transgender dell'esercito che servono con onore e dignità».

La Human Rights Campaign ha accusato l'amministrazione Trump-Pence di alimentare gravi pregiudizi con un «divieto discriminatorio, incostituzionale e spregevole nei riguardi di militari transgender».

In ogni caso, come già preannunciato in febbraio dal maggiore David Eastburn, portavoce del Pentagono, l’ordinanza trumpiana non avrebbe alcun effetto pratico immediato sull'esercito perché il Pentagono è obbligato a continuare a reclutare e mantenere in servizio persone transgender in conformità con la legge vigente.

C’è anche da aggiungere che, secondo le linee guida del Pentagono presentate a dicembre, i requisiti richiesti a persone transgender ne rendono di fatto difficile l’arruolamento. Tali reclute potrebbero essere arruolate solo se un medico avrà certificato loro d’essere clinicamente stabili nel sesso d’elezione da almeno 18 mesi, di essere estranee a stati depressivi o psichici tali da compromettere significativamente un loro apporto in settori sociali, professionali o di altro tipo. Le persone transgender sotto terapia ormonale devono invece risultare stabilmente tali da almeno 18 mesi.

Contro tali requisiti hanno reagito attivisti per i diritti Lgbti ma è pur vero che essi rispecchiano le condizioni stabilite dall'amministrazione Obama nel 2016 quando, cioè, il Pentagono ha inizialmente revocato il divieto a militari transgender che prestano apertamente servizio apertamente nell'esercito.

 

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Presidente onoraria del Mit, dopo esserne stata a capo dal 2010 al 2017, Porpora Marcasciano è una figura storica del transfemminismo italiano e autentica voce libera della collettività Lgbti.

Il suo impegno attivistico è andato sempre di pari passo con quello culturale. Anzi l’uno ha vicendevolmente sostanziato l’altro. Tangibile riprova ne sono i volumi Tra le rose e le viole. La storia e le storie di transessuali e travestiti (Manifesto Libri, 2002), AntoloGaia. Sesso, genere e cultura degli anni ’70 (Il dito e la luna, 2007), Favolose Narranti. Storie di transessuali (Manifesto Libri, 2008).

A questi si aggiunge ora L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender, edito per i tipi romani Alegre. Porpora ce ne parla in esclusiva a poche ore dalla messa in commercio del volume

Porpora Marcasciano torna con il libro L’aurora delle trans cattive. Chi sono le trans cattive e perché l’aurora?

L’Aurora è luce, è l’inizio delle cose e quindi della visibilità. È tutta quella parte di storia trans e non solo, rimasta in penombra, che va restituita alla nostra contemporaneità. Aurora è anche il nome dell’incrociatore che bombardò il Palazzo d’Inverno dando avvio alla Rivoluzione d’Ottobre.

Nel libro affermi: “Se ti battezzano per disforica è chiaro che disforicamente ti costruisci”. Qual è il suggerimento di Porpora alle giovani generazioni trans e non solo?

È difficile dare suggerimenti specialmente nell’epoca dei social dove qualsiasi cosa, parola, azione diventa tutto e il contrario di tutto. Il suggerimento è insito nella testimonianza riportata nel mio libro ed è quella di costruire senso e significato trans che non è il mio o di qualcun altro ma responsabilità collettiva. Se si pone al centro del mondo e della propria vita il proprio transito senza collegarlo al mondo/contesto circostante diventa automatico che si resta inchiodati allo studio dello psichiatra, a quello dell’endocrinologo o alla sala operatoria. Penso che l’esperienza trans sia molto più ricca, complessa e interessante del percorso medicalizzato e medicalizzante. Non voglio assolutamente disconoscere  bisogni e  desideri che per loro peculiarità passano da quei contesti. Tantomeno disconoscere il discorso scientifico. Piuttosto togliergli centralità e allargare l’orizzonte delle proprie vite, mettendole in sinergie con tante altre esperienze altrettanto negate dal nostro sistema  

Incontri, racconti, vita quotidiana, strada, buio, luce, solidarietà, rispetto e favolosità. Queste sono le parole chiave che il mondo trans mi ha insegnato. E leggendo la premessa al tuo libro le ho ritrovate tutte. Ne manca qualcuna secondo te oggi?

Ne mancano tante! Del resto comincia a essere sotto gli occhi di tutti che il mondo (e l’Italia specialmente) si sia incarognito e imbruttito. Fino a qualche anno fa questa denuncia veniva liquidata come “retorica antagonista”. Bisognava sbatterci il muso per capire che la bellezza del mondo per essere goduta va difesa. Il fascismo, il razzismo, la violenza, la bruttura stanno dilagando, facendo scattare l’allarme. E pensare che solo qualche anno fa una delegazione Lgbt si recò in visita a CasaPound dicendo che erano bravi ragazzi e il problema era invece rappresentato dagli antagonisti: ve lo ricordate? Spero!

La foto della copertina del libro è bellissima. Perché l’hai scelta?

Intanto perché Lina Pallotta, che ne è autrice, ha seguito quasi tutta la mia vita carpendo le situazioni più importanti. E poi perché quella foto è orizzontale, evidenziando quindi il mondo attorno. Nel ritratto c’è Roberta Ferranti che è una delle pioniere dell’esperienza trans in Italia e Lucrezia che era la favolosità fatta trans.

Quando io andavo a ballare, diciamo più giovane, nei locali gay si diceva: no trans. E davanti alla porta del locale rimanevo stupito da tanta discriminazione. Esiste ancor oggi tutto questo?

Certo che esiste anche se molto più camuffato e sotterraneo. Prima era esplicito e diretto – tu non puoi -. Oggi quella stessa negazione, posta sui social viene neutralizzata dai tanti pro e contro di un infinito chiacchiericcio che permette a ognuno di sparare la propria. Il silenzio dignitoso oramai non ci appartiene più. E ritornano i mostri.

Il mondo trans con le sue problematiche , almeno qui in Italia, è sempre lasciato dietro le quinte su un politica che vede prevalentemente l’attenzione sul mondo che potremo definire prevalentemente “gay”. A tuo parere è solo una questione culturale?

Culturale e politica, visto che i due piani sono strettamente legati. Nel mio libro emerge chiaramente come la subcultura trans sia stata marginalizzata ma non dai nostri nemici storici, quanto piuttosto dai compagni di viaggio. Sylvia Rivera è l’esempio emblematico di attivista trans assorbita, neutralizzata ed esclusa dal movimento mainstream. Penso di poter dire che la stessa cosa sia successa da noi e nel resto del mondo. Fino a quando le persone trans non riprenderanno la parola e parleranno in prima persona della propria esperienza non ci sarà emancipazione. Il registro narrativo del movimento Lgbt degli ultimi 30 anni è stato diretto fondamentalmente da omosessuali maschi. Successivamente da esponenti politici che hanno neutralizzato vocabolario, attivismo, senso e significato

Anni ‘70, ‘80, ‘90, ‘2000. Dov’ è oggi la favolosità di allora “tra le rose e le viole”?

La favolosità per fortuna continua e cresce ma va rivitalizzata riprendendo confronto, dibattito e critica (quella costruttiva). Ho l’impressione che negli ultimi anni la scena trans abbia conquistato una sua centralità. La presa di parola mi sembra più centrale e centrata.

Nel tuo libro scrivi di meravigliose creature. Raccontane una.  

Ognuna di quelle creature era grande perché raccoglieva in sé tutte le altre. Raccoglievano l’essenza stessa della transessualità, rendendola collettiva. Non si  appariva se non si era e noi lo eravamo, con il corpo, con la rabbia, con la sessualità/sensualità, con le nostre parole. Eravamo collocate ai margini perché eravamo degenerate, cattive e quella era la nostra favolosa bellezza!

Quali sono ora i rapporti con le grandi o piccole associazioni Lgbt? Qual è, se c’è, il tuo rammarico più forte alla luce del mondo che rappresenti nel tuo libro e quale invece la tua gioia  più grande?

Il rammarico è quello di non incontrarsi più fisicamente ma solo virtualmente. Di non dirsi, non dibattere, non volere entrare nelle contraddizioni per risolverle. Del resto la crescita personale e collettiva passa attraverso il confronto sulle contraddizioni e mi sembra che non ci sia più attitudine a questo. Abbiamo più o meno 50 anni di storia e pensiamo di esserci detto già tutto, quando abbiamo ancora tutto da costruire.

Cosa direbbe Marcella di Folco di questo libro ai potenziale lettori?

Marcellona si sarebbe commossa e tra le lacrime avrebbe ringraziato. La caratteristica dei grandi personaggi è l’umiltà.

Dov’ è ora Porpora Marcasciano? Tra le buone  o le cattive?  

La mia risposta sarebbe scontata, quindi non la dico. Rispondo con una citazione di Michel Faucault che mi è sempre piaciuta tanto: No, non sono dove mi cercate ma qui da dove vi guardo ridendo.

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Promosso da Gaynet e dall’Ordine dei giornalisti del Lazio in collaborazione con Link Sapienza, si è tenuto il 23 novembre a Roma il corso di formazione Orientamenti sessuali e web

87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Dopo la relazione del direttore di Gaynews Franco Grillini pubblichiamo oggi il video intervento Chi ha paura della transessualità? Qualche esempio di pratiche buone e meno buone della giornalista e scrittrice Delia Vaccarello.

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