A un giorno soltanto dalla distribuzione nelle sale del film ozpetekiano Napoli Velata non è possibile non ripensare alle dichiarazioni del regista turco, che si è detto contrario all’utilizzo della parola gay e vicino alle relative posizioni concettuali di Stefano Gabbana.

Di primo acchito ci si potrebbe stupire del fatto che sia proprio Ozpetek, narratore di storie a tematica Lgbt nella propria produzione cinematografica, a esprimere slogan reazionari nonché improntati a omofobia interiorizzata.

E invece no. Ferzan Ozpetek - come Stefano Gabbana - non hanno nessun interesse per la militanza e l'impegno civile. Forse perché avviluppati in quel lusso e successo in cui si svolge la loro esistenza. Un’esistenza lontana anni luce dalla quotidianità, tutt’altro che dorata, cui deve far fronte la quasi totalità delle persone Lgbti.

D'altronde, proprio rileggendo le affermazioni di Gabbana e Ozpetek, non è possibile non ripensare alla risposta – data, qualche anno fa, allo scrivente – di un regista teatrale (con alle spalle un’ampia esperienza lavorativa in Rai) piuttosto noto in Campania. Nonostante fosse (e sia) manifestamente omosessuale, questi vantava ostentatamente la propria lontananza da eventi culturali interessanti le persone Lgbti col ripetere: Ho sempre vissuto serenamente la mia sessualità nei salotti che ho frequentato e continuo a frequentare.

Ecco, è in tali "salotti" da ravvisare chiave di volta della questione. Gabbana e Ozpetek, esattamente come il regista campano succitato, pensano solo ai "loro salotti": luoghi, cioè, di autorappresentazione di una borghesia menefreghista e conformista, arricchitasi in vario modo negli ultimi quarant'anni.

"Salotti" in cui si muovono omosessuali velati, il cui coming out è consentito - a bassa voce - nel chiuso di una dimensione sostanzialmente privata, in grado di riassorbire come "eccezione" un diverso orientamento sessuale e perfino una relazione (basta non chiamare marito il proprio compagno, come orgogliosamente ha tenuto a ribadire Ozpetek).

E così posizioni, fatte passare quali consentanee ad aneliti libertari (ma in realtà tali solo in apparenza), dopo aver visto in Stefano Gabbana un acceso paladino, trovano una loro nuova Giovanna d’Arco in Ferzan Ozpetek. In quel regista omosessuale, cioè, che ha costruito la sua fortuna sui sentimenti e sulle storie delle persone gay disconoscendone però i diritti in nome di personali privilegi borghesi.

Ma del resto ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da chi ha sempre rifiutato di esporsi apertamente contro il regime liberticida di Erdogan?

E, allora, #BoycottFerzanOzpetek

#BoycottFerzanOzpetek anche perché, a differenza di quanto ci fa intendere il banale titolo del suo ultimo film (con un chiaro quanto malinteso riferimento all’effigie marmorea del Sammartino), Napoli non è affatto una città velata

Ma, al contrario, una delle città più gay-friendly d'Italia: con i suoi femminielli che vivono le strade di Partenope senza alcun problema, con la sua comunità trans allegra e numerosissima, con le sue lotte e i suoi militanti sempre presenti e sempre fieri di essere quel che sono.

 

 

 

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«Sono preoccupato di questo nuovo divieto che è la manifestazione dei continui passi indietro nel campo della protezione dei diritti umani in Turchia e della crescente intolleranza verso le persone Lgbti da parte delle autorità turche». Così Nils Muižnieks, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha criticato in un duro comunicato la decisione del 19 novembre con cui il governatore di Ankara Ercan Topaka ha proibito a tempo indeterminato ogni manifestazione Lgbti nella città metropolitana e nell’omonima provincia.

«Un tale divieto generalizzato – come rilevato nella nota ufficiale - non tiene chiaramente conto degli obblighi internazionali della Turchia in materia di diritti umani ai sensi, soprattutti, della Convenzione europea sui diritti umani. Il fatto che un evento possa disturbare o offendere alcune persone non può in alcun caso servire come giustificazione per limitare i legittimi diritti alla libertà di espressione, alla libertà di associazione e alla libertà di riunione pacifica delle persone Lgbti. Senza contare il diritto dell'intera popolazione di Ankara a essere informata sulle questioni Lgbti».

Nils Muižnieks ha infine chiesto un intervento delle autorità centrali turche perché garantiscano che «le amministrazioni decentrate rispettino le norme sui diritti umani e che questa deplorevole decisione dell'ufficio del governatore di Ankara venga immediatamente annullata».

 

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Con un tweet Ercan Topaka, governatore di Ankara, ha annunciato nelle scorse ore il divieto a tempo indeterminato di ogni manifestazione cinematografica e artistica organizzata da gruppi Lgbti. Divieto che, interessante la città metropolitana e l’omonima provincia, è stato formalizzato attraverso un comunicato pubblicato sul sito del Governatorato. Il motivo? Il rispetto delle diverse sensibilità e la prevenzione di possibili atti dettati da odio e ostilità nei riguardi di eventi non accettati da parte della popolazione turca.

Utilizzato, dunque, ancora una volta la motivazione speciosa della pubblica sicurezza, cui era ricorso anche il governatore di Istanbul per reprimere il Pride del 24 giugno scorso.

Le associazioni turche Pink Life e Kaos Gl hanno denunciato il carattere palesemente discriminatorio di espressioni presenti nel comunicato come “tutela della moralità”, “sensibilità sociali”, “pubblica sicurezza”, “protezione dei diritti e delle libertà di altre persone". Hanno inoltre rimarcato come il divieto del 18 novembre violi gli articoli 10 (sull’uguaglianza) e 26 (sulla libertà di parola) della Costituzione turca.

La presa d’atto di Ercan Topaka è l’ultimo episodio d’un’escalation di reazioni governative anti-Lgbti.

Solo alcuni giorni fa il presidente Recep Tayyip Erdoğan aveva attaccato il proposito preso dell’amministrazione municipale di Nilüfer, retta da un esponente del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), di voler raggiungere nei comitati di quartiere la percentuale di un terzo di donne, un terzo di giovani, un quinto di persone disabili e un quinto di componenti della collettività Lgbti. Dichiarazioni liquidate come riprova di un’offensiva ai «valori della nostra nazione».

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Il presidente Recep Tayyip Erdoğan all'attacco contro le iniziative antidiscriminazione dell'opposizione turca.

«I loro legami con i valori della nostra nazione – ha dichiarato ieri il capo di Stato - sono a tal punto inesistenti che in un distretto gestito dal Chp in una grande città è stata prevista la quota di un omosessuale su cinque». In un discorso tenuto successivamente ad Ankara ha aggiunto: «Dovremmo prendere in considerazione quello che dice un partito del genere? Quando un partito si allontana totalmente dalla moderazione, nessuno sa dove può portare. Che continuino così».  

Anche se non espressamente menzionato, il riferimento è al distretto di Nilüfer, componente la popolosa città metropolitana di Bursa e l’omonima provincia nordoccidentale, dove si terranno nei prossimi giorni le elezioni dei comitati di quartiere. Sul proprio sito l’amministrazione municipale di Nilüfer, retta da un esponente del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), ha dichiarato di voler raggiungere nei comitati di quartiere la percentuale di un terzo di donne, un terzo di giovani, un quinto di persone disabili e un quinto di componenti della collettività Lgbti

Sono appunto gli attivisti a ricordare come in Turchia, pur non essendo perseguita l’omosessualità, si assista da tempo a un escalation di violenze e discriminazioni nei riguardi delle persone Lgbti.

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