Sabato 14 ottobre. Guidata da Massimo Florio con accanto il compagno d’una vita Claudio Bulgarelli, una spider verde petrolio si è fermata poco prima delle 18:00 davanti al Palazzo Civico di Torino. Ad accogliere la coppia familiari e amici, giunti da più parte d’Italia per partecipare a un momento di particolare importanza. Quello, cioè, dell’unione civile di Massimo e Claudio.

Ad accoglierne la dichiarazione nella splendida cornice del Salone dei Marmi, dominato dall’altorilievo ottocentesco di Vittorio Emanuele I di Savoia, la consigliera comunale dem Chiara Foglietta alla presenza dei testimoni Paolo Cianchetti, Simona Vlaic, Alessandro Volpato, Hussein Bulgarelli. Quest’ultimo è il 30enne d’origine iraqena, la cui adozione a favore di Claudio è stata disposta nei giorni scorsi dal Tribunale di Torino. È stato lui a indirizzare ai neouniti, coi quali vive da otto anni, un commovente messaggio di auguri. «È una giornata importante per voi quanto preziosa per me – così in un passaggio del bellissimo testo – che della vostra vita mi sento parte. Voi mi avete insegnato a rispettare ogni persona di questa terra perché avete avuto rispetto di me e della mia dignità di uomo fin dal primo momento in cui ci siamo incontrati.

Avete accolto nella vostra casa un ragazzo sconosciuto a tutti ed anche a sé stesso che per molte persone era soltanto uno straniero da sfruttare e guardare con sospetto. In fuga dalla mia terra e dalle mie origini, da cui ho avuto soltanto rifiuto ed abbandono, ero qui in Italia solo, senza famiglia e, senza persone di cui potermi fidare, spesso in balia di opportunisti pronti a raggirarmi e sfruttarmi.

Nonostante il sospetto di molti che vi mettevano in guardia dai possibili oscuri interessi di questo straniero sconosciuto, voi mi avete guardato e vi siete presi cura di me senza curavi dell’opinione dei molti, dimostrando a loro ed insegnando a me che non sono una persona qualsiasi, che anch’io, come tutti ho diritto al rispetto della mia dignità e della mia esistenza di uomo».

Massimo e Claudio hanno così coronato dopo 22 anni la loro storia d’amore, iniziata nel 1995. Il loro sì non solo ha suggellato un lungo cammino di attesa e affetto reciproco ma è assurto anche a simbolo d’un diuturno attivismo Lgbti, di cui entrambi sono da anni promotori instancabili. Presidente del circolo culturale e ricreativo 011 – di cui Claudio è vicepresidente –, Massimo è infatti componente del direttivo di Anddos. Inoltre, come rappresentante dell’associazione che presiede, è all’interno del Coordinamento Torino Pride.

Classe ed eleganza hanno contraddistinto sia la cerimonia sia il galà presso il Circolo Esperia sul Lungopò. Presenti anche alcune figure del movimento Lgbti come Franco Grillini, presidente onorario d’Arcigay e direttore di Gaynews, Marco Alessandro Giusta, assessore alle Pari Opportunità del Comune di Torino, Alessandro Battaglia, coordinatore del Coordinamento Torino Pride, Riccardo Zucaro, consigliere nazionale di Arcigay, Maurizio Gelatti, segretario del Coordinamento Torino Pride, Angelo Bifolchetti, vicepresidente di Anddos, e Markus Haller, tesoriere di Anddos.

Una giornata d’emozioni, vissute sull’onda dei ricordi e delle prospettive future, come lo stesso Massimo Florio ha dichiarato poco prima del taglio della torta “nuziale”. «Abbiamo oggi vissuto - così ha dichiarato - un momento importante che non costuisce il punto d’arrivo ma di partenza per battaglie ulteriori come quella del matrimonio egualitario e del diritto alla genitorialità per le coppie di persone dello stesso sesso. Oggi non abbiamo soltanto coronato un percorso ultraventennale di vita comune ma abbiamo dimostrato che persone dello stesso sesso possono unirsi e costituire una famiglia. Perché la famiglia si fonda sull’amore e non sull’orientamento sessuale o identità di genere di chi la compone».

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L’8 settembre Senio Bonini, volto noto della Rai, si è unito civilmente con Rosario Capasso. A distanza di alcune settimane ci ha raccontato come ha vissuto quella giornata.

Senio, prima di tutto  auguri  per  la tua unione civile. Grande festa, molte foto, tanti partecipanti. Eravate bellissimi e con tanto affetto intorno a voi. Ci racconti quali sono state le vostre emozioni?

È stata un’emozione unica, che non avrei mai pensato di provare. Neppure nei giorni precedenti la celebrazione, quando fantasticavamo su quel che sarebbe stato, abbiamo immaginato quanto poi sarebbe stato intenso. Gli sguardi felici di chi ci attendeva a Caracalla, i sorrisi, un affetto vero allo stato solido. Reso più prezioso, forse inconsciamente in quei minuti, dalla percezione sottile ma presente, del fatto che per anni, neppure ci potevamo azzardare di immaginarcela in Italia una cosa del genere. E poi le famiglie riunite, i nostri più cari amici, i testimoni che uno a uno hanno parlato personalizzando la cerimonia, di per se un po’ burocratica, ma nel nostro caso davvero molto sentimentale. Ma soprattutto il “fuori-programma” come l’ha definito la nostra “celebrante”, la mia amica Giorgia (Cardinaletti, conduttrice della Domenica Sportiva, ndr). Mia madre che decide di parlare e con poche, soppesate, parole mi regala frasi che chiudono il cerchio di una vita intera. Nemmeno un regista avrebbe pensato a tanto. 

La legge sull’unioni civili è un passo avanti. Eppure, anche alla luce di quanto previsto per la Terza Conferenza nazionale della Famiglia, sembra che la strada sia ancora lunga  per il matrimonio ugualitario. Quali possono essere secondo te le nuove strategie da mettere in campo per sensibilizzare il mondo della politica?

Ho seguito passo passo l’iter della legge sulle unioni civili. Ho “interpellato” più volte sull’argomento Matteo Renzi, da cronista di Rainews24 a Palazzo Chigi. Ed ero in piazza quel giorno di maggio del 2016. Penso che dovremmo attendere le prossime elezioni politiche di primavera, capire con quali maggioranze si dovrà confrontare il movimento. Certamente dovremo continuare a “inseguire” l’Europa, quell’Europa evoluta che ci ha storicamente preceduto su tanti fronti. E contare fortemente sul fatto che - come abbiamo sperimentato noi sulla nostra pelle il giorno della nostra unione civile - amici, parenti e conoscenti hanno interpretato il nostro “sì” come un matrimonio, parlavano di matrimonio, ci indicavano e continuano a indicarci come “sposi e mariti” e a declinarci con il verbo “sposare”. Per loro, nella sostanza, siamo sposati ed abbiamo celebrato il nostro matrimonio. Punto. Sta al legislatore superare le ritrosie semantiche di un Parlamento ipocrita e allo stesso tempo eliminare quelle odiose discrasie che ancora ci separano fattivamente dal concetto di matrimonio egualitario.  

Nel nostro Paese il mondo dell’informazione, se pur con qualche eccezione, non sembra abbia fatto passi in avanti e spesso leggiamo articoli o ascoltiamo programmi ricchi di errori terminologici e con contenuti fortemente omofobi e transfobici. Quali sono i tuoi suggerimenti per una informazione più equilibrata e, soprattutto, antidiscriminatoria?

Penso all’ultimo odioso stupro di Rimini. Una coppia brutalizzata, con lei vittima di violenza sessuale, stesso tragico destino toccato a una trans in quella notte di follia. La quasi totalità dei servizi andati in onda si soffermava sulla descrizione, anche eccessivamente dettagliata, quasi morbosa, dell’aggressione alla ragazza polacca. Poche righe per la trans, spesso indicata al maschile. L’ho trovato sconfortante. Il rimedio? Formazione e informazione. A partire dalle Scuole di giornalismo che devono aprirsi a seminari sull’informazione di genere. L’ordine dei giornalisti dovrebbe impegnarsi di più, siamo costretti a seguire decine di corsi di formazione per accumulare quei crediti che una dubbia riforma ci ha imposto ma sul tema non ne ho ancora visti. Seminari che andrebbero organizzati ovviamente coinvolgendo le associazione lgbtq. Potremmo fare squadra e organizzarli insieme, no?

Senio, ci racconti il tuo  incontro  con Franco Grillini e perché ?

Domanda maliziosa (sorride). Tu che sai com’è andata mi provochi… Ebbene, è un episodio simpatico da ricordare. Avrò avuto 23-24 anni, mi ero appena laureato e stavo terminando un master in Relazioni Internazionali a Firenze. Dovevo iscrivermi alla Scuola di Giornalismo di Perugia ma ero a rischio chiamata per il servizio militare. Sapevo di una vecchia norma di legge che permetteva ai gay dichiarati l’esenzione dalla leva ma a patto di presentare fisicamente una sorta di “certificato di omosessualità”… incredibile, vero? E chi poteva rilasciare questa sorta di bolla papale se non Franco Grillini, allora presidente di Arcigay? E così partii da Firenze e mi presentai, previo appuntamento, a casa di Franco. Tranquilli, nessuna sorta di ius primae noctis, soltanto due risate e quattro chiacchiere. Mi chiese anche di collaborare con gaynews.it ma poi non se ne fece niente. E fantasticò su un improbabile Gay Pride da organizzarsi all’Elba, la mia isola. Io, tra me e me, immaginavo le reazioni dei miei ai carri e ai ballerini sul lungomare di Portoferraio… aiuto! E così uscii da quella casa con il mio pedigree da gay doc. Che alla fine non servì perché la naja fu eliminata per legge. Ma quel certificato a firma autografa di Franco da qualche parte devo ancora averlo…

Quest’anno sei co-conduttore del programma televisivo Agorà su Rai3, un’esperienza importante. In futuro ci saranno spazi per tematiche contro l’omofobia, la transfobia e il bullismo ?

Una grande occasione dopo anni passati in strada da inviato istituzionale. Sto in studio insieme a Serena Bortone, la padrona di casa. Toccheremo molti temi come del resto fatto in questi otto anni di trasmissione, una finestra sull’Italia: dalla politica alla società, dall’economia ai diritti. E certamente parleremo anche di questi temi, il rispetto degli altri, la non-discriminazione, la lotta contro la violenza di genere e il bullismo, l’ omofobia, tema peraltro sepolto al Senato da quasi tre anni. Nello stile di Rai3 avendo sempre a mente un concetto chiaro: la centralità del servizio pubblico. 

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Venerdì 8 settembre, ore 10:00. Alle pendici del Celio in Roma si sono uniti civilmente il 37enne toscano Senio Bonini e il 29enne campano Rosario Capasso. Ne ha accolto la dichiarazione, nella suggestiva cornice dell’ex complesso benedettino di S. Maria in Tempulo, la conduttrice de La Domenica Sportiva Giorgia Cardinaletti.

Tante le persone familiari e amiche – compreso il nostro collaboratore Rosario Murdica –,  che hanno fatto corona a Rosario, direttore amministrativo del canale tv ÈliveRoma, e a Senio, volto noto del giornalismo televisivo e già inviato di RaiNews24. Da lunedì inizierà infatti per lui l'avventura di neoconduttore dello storico Moviolone della trasmissione Agorà su Rai3.

Una giornata d’emozioni che, vissuta sull’onda dei ricordi e delle prospettive future, si è conclusa con un elegante party presso il Castello Orsini nel comune romano di Nerola.

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Andrea e Francesco hanno detto il loro sì stamani nel Palazzo dei Capitani alla presenza di un funzionario dell’ufficio Anagrafe. Ma il clima festoso della prima unione civile ad Ascoli Piceno è stato purtroppo rovinato da insulti, indirizzati alla coppia da parte di un 50enne, la cui identità è stata rivelata da una donna presente ai carabinieri giunti sul posto.

A dare maggiori dettagli sulla vicenda anche Francesco Ameli, capogruppo Pd ad Ascoli, che sulla sul suo profilo Fb ha raccontato: «Dopo aver salutato gli sposi, tornando verso il Comune ho sentito urlare verso di me "zecca" , "ciccione" ed altre cose varie.

Chiedendo all'urlatore se si rivolgesse a me, mi è stato detto "stai zitto" e successivamente "ti spanzo". Cose leggere insomma.. Un comportamento deplorevole messo in atto da chi dovrebbe vivere con più serenità i propri giorni.

Successivamente sempre urlando verso di me mi è stato detto colpa del Pd se succedono queste cose.. Ho pensato dentro di me che piuttosto che una colpa era un merito... Spiace che l'unione civile non sia stata celebrata né dal sindaco né da un assessore né da un consigliere comunale (nonostante personalmente e pubblicamente abbia dato disponibilità a celebrarne). In questo si riconosce anche l'ideologia politica di chi governa».

Un avvenimento indubbiamente spiacevole ma che è da considerarsi un caso tuttavia isolato. A dirlo è proprio Francesco, uno dei due festeggiati, che, raggiunto telefonicamente, ha dichiarato: «Siamo stati insultati: è vero. Ma si tratta di un uomo, le cui posizioni sono note. Una nota stonata, indubbiamente, che non ha turbato minimamente la felicità mia e di Andrea. Vivo da 14 anni ad Ascoli - sono, infatti, d'origine abruzzese - e posso dire di non aver mai avuto problema alcuno in questa splendida città che, contrariamente a quanto taluni possono pensare, è accogliente e inclusiva».

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Le Rouge et Le Noir. Si potrebbe definire col celebre titolo stendhaliano la prima unione civile celebrata a Monte Compatri (Roma) sabato scorso. A dire il loro sì nella suggestiva cornice di Palazzo Borghese, sede del Municipio, il 58enne Giorgio Valentini, direttore di banca, e il 47enne Francesco Ziantoni, impiegato presso una società partecipata di Ciampino.

Ne ha raccolto la dichiarazione – in assenza del sindaco - la consigliera della lista Nuovi Orizzonti Elena Villa. «È una grande emozione per me – ha così dichiarato la rappresentante comunale nel corso della cerimonia – avere l’onore di celebrare questo momento: che è vostro ma è anche di tutta la comunità monticiana. Davanti a me ho una coppia che cammina insieme da oltre 20 anni e che ha deciso oggi di coronare un sogno in cui hanno sempre creduto. Questa unione non è solo una semplice pratica burocratica per sancire, di fronte alla legge e allo Stato, ciò che siete da anni.  Questo è un momento di crescita per la nostra comunità, che apre le porte a maggiori diritti, equità e rispetto di tutti i cittadini. Ringrazio Giorgio e Francesco per aver scelto di condividere con noi questa giornata. È un onore e una grande emozione, per me, coronare il vostro sogno. E, al tempo stesso tempo, essere insieme a voi fautrice di questo».

140 le persone presenti tra familiari e amici, giunti da più parti del mondo, per manifestare alla coppia non solo gioia ma anche stima perché se oggi le unioni civili sono realtà lo si deve anche a uomini come Giorgio e Francesco che, accantonata da subito la paura dello stigma sociale, hanno realizzato una duratura vita di coppia e vissuto senza clamore negli anni il proprio Pride quotidiano sul posto di lavoro. A uomini come Giorgio e Francesco che attraverso una vita di coppia, iniziata 24 anni fa, continuano a dimostrare coi fatti la vera essenza della vita familiare: affetto, condivisione, cura reciproca di sé e dei familiari, spirito d’accoglienza. Il tutto condito di alti e bassi, liti e momenti idilliaci, perché la famiglia perfetta esiste sono nelle rappresentazioni oleografiche da Mulino Bianco e da manuale di devozione per le gentildonne.

Ma soprattutto perché Giorgio e Francesco non si sono arresi, in quasi cinque lustri di vita insieme, alle inevitabili difficoltà insorgenti da un duraturo rapporto – che essi hanno anzi cementatato superandole insieme – e dai rispettivi temperamenti. Se l’uno s’impone per uno spiccato senso pratico e un’adamantina franchezza nel parlare, l’altro ha un animo da sognatore con un immenso amore per la musica più raffinata a partire da quella di Joni Mitchell e Kate Bush.

Così diversi e pur così simili, Giorgio e Francesco condividono poi la passione per gli animali, le autovetture, i viaggi, l’arte culinaria. Senza dimenticare il comune gusto per l’ospitalità, il commento arguto, la battuta lepida. L’uno è stato dunque il reciproco sostegno dell’altro nei 24 anni di vita di coppia, come lo stesso Francesco Ziantoni ha raccontato in sinceri quanto commoventi post da countdown sul proprio profilo Fb.

Non c’è dunque da meravigliarsi per la partecipazione così massiccia e sentita a quest’unione civile, conclusasi con un elegante party presso il parco dell’abitazione di Giorgio e Francesco. E, a distanza di giorni, l’aria di festa continua a invadere una comunità dall’impronta tradizionale come quella monticiana. Tante le persone, soprattuto anziane, che fermano gli “sposini” per complimentarsi e augurare loro il meglio.

Con l’unione di Giorgio e Francesco Monte Compatri, dopo Rocca di Papa, Genzano, Albano e Ariccia, si pone così al quinto posto tra i Comuni dei Castelli Romani, che hanno visto in quest’ultimo anno varie coppie omosessuali accedere al neo-istituto paramatrimoniale. 

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Prima unione civile nella provincia di Benevento quella celebrata alle 11.00 dell’11 luglio presso il Palazzo comunale di Pietrelcina. A pronunciare il proprio sì non sono stati però due sanniti bensì il romano Ezio Caraccia e il venezuelano Carlos Pineda. A spingere i due 30enni a scegliere il caratteristico borgo quale location del rito è stata la personale devozione per Padre Pio, che a Pietrelcina nacque nel 1885 e visse per moltissimi anni.

Tanti i parenti e gli amici che, giunti da più parti del mondo, si sono stretti intorno a Enzo e Carlos. La loro unione civile è una sorta di coronamento - come essi hanno stesso scritto nel biglietto di partecipazione - di «due anni super felici trascorsi insieme». Ad accoglierne la dichiarazione un funzionario dell’ufficio anagrafe nell’ufficio del sindaco Domenico Masone che, impossibilitato a partecipare per impegni istituzionali, ha voluto con tale gesto manifestare la propria vicinanza alla coppia.

Raggiunto telefonicamente, il primo cittadino di Pietrelcina ha dichiarato: «Sono felicissimo per Enzo e Carlos, che hanno scelto il nostro Paese per pronunciare il proprio sì. La comunità ha accolto positivamente la notizia. Gli stessi frati cappuccini, che qui hanno un convento e curano la parrocchia, non hanno mosso alcuna lamentela. Qualche giornalista locale mi ha rimproverato per non avverli avvisati dell’evento. Non riesco a capirne il perché visto che un’unione civile tra due persone dello stesso sesso è una cosa del tutto normale e non dovrebbe essere motivo di clamore. Pietrelcina ha dato ancora una volta prova di essere città dell’accoglienza e dell’inclusione. Vorrei ricordare al riguardo che su una popolazione di 3mila abitanti il nostro territorio ospita annualmente oltre 100 immigrati, cui sono assicurati servizi di formazione scolastica e di avvio al lavoro». 

Con l'unione civile di Enzo e Carlos anche Benevento si allinea alle restanti quattro province campane che, stando ai dati forniti dal Viminale fino al 31 marzo 2017, era difatti l'unica in regione a non aver ancora registrato la costituzione di un tale istituto. Lacuna che, al momento, continua ancora a interessare Isernia, Cosenza, Crotone, Enna.

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Un cambio di passo certamente giurisprudenziale e forse anche culturale. La sentenza della Corte di Cassazione, n. 11504 del 10 maggio 2017, rappresenta una svolta per la situazione postmatrimoniale circa le modalità di riconoscimento o meno dell'assegno divorzile alla parte che ne faccia richiesta e il relativo ammontare. La pronuncia della Corte, infatti, ha introdotto una grandissima novità, stabilendo che qualora riconosciuto, l'assegno divorzile non dovrà più garantire il tenore di vita che si aveva durante il matrimonio ma semplicemente assicurare una sussistenza autonoma dignitosa.

Apriti cielo. Alla sentenza sono seguite levate di scudi contro chi ne ha visto un attacco alle donne perché non riconosce loro una sorta di risarcimento, soprattutto nel caso di mogli che per dedicarsi alla famiglia hanno rinunciato a lavoro e carriera. A favore della Cassazione chi invece sostiene che finalmente viene spezzato, quanto meno in via teorica, un retaggio culturale che vuole la donna parassitaria rispetto al legame matrimoniale e quindi può fare da pungolo affinché si prenda ancor più coscienza dell'importanza del lavoro. Ma nel caso di unioni civili, cosa succederà? Varrà la stessa regola?

L'avvocato Mario Melillo, civilista matrimoniale e socio senior dello studio legale Lana – Lagostena Bassi di Roma, fa il punto della situazione spiegando la sentenza e i casi in cui si applica.

Avvocato Melillo, può spiegare quali sono le novità della sentenza della Cassazione in merito all'assegno divorzile?

La novità della sentenza della Cassazione, di alcuni giorni fa, sta nel fatto che stabilisce che il giudice, per concedere il diritto all'assegno divorzile al coniuge che ne fa richiesta, deve accertare semplicemente che questo non abbia né possa procacciarsi, per motivi oggettivi cioè senza sua colpa, i mezzi per l'autosufficienza economica. Questo vuol dire che l'adeguatezza dei mezzi di sussistenza non si può più basare sul tenore di vita matrimoniale, ma sulla possibilità di mantenersi autonomamente in modo sufficiente.

Prima di questa sentenza invece, nel 1990, la Cassazione a Sezioni unite stabiliva che per valutare se un coniuge avesse diritto all'assegno divorzile bisognava accertare non solo che non avesse beni o mezzi propri di sussistenza e che non se li potesse procurare per ragioni obiettive, ma soprattutto che, anche essendoci questi mezzi, non avrebbero consentito lo stesso tenore di vita del matrimonio. Questo perché - si diceva - che dal matrimonio nasceva fra i coniugi un dovere di assistenza e di solidarietà che permaneva pressoché intatto anche dopo il divorzio. Pertanto il coniuge più debole aveva diritto di ricevere dall'altro un sostentamento che gli facesse godere il tenore di vita precedente. La nuova sentenza pone fine a tutto questo: il dovere di sussistenza e assistenziale si deve limitare a garantire l'autosufficienza economica e non il tenore di vita del matrimonio.

Un'altra conseguenza di questa sentenza è l'auto responsabilità del matrimonio che non può essere una sistemazione economica per il futuro, ma un atto responsabile con cui due persone decidono di costituire una comunità di affetti e materiale. Se viene meno la comunanza d'affetto, viene meno il matrimonio e con esso tutti gli strascichi di natura economica.

Ovviamente quando si deve valutare se una persona ha diritto a ricevere l'assegno bisogna anche  considerare la realtà concreta: ad esempio vivere a Roma costa di più che vivere in una provincia del sud. Ci si deve basare su dati concreti: il luogo in cui si vive, il costo della vita usuale e anche la disponibilità di un'abitazione. Ad esempio l'assegno sarà maggiore se il coniuge che lo richiede non ha un'abitazione di proprietà.

Nella sua esperienza chi riceve, nella maggior parte dei casi, l’assegno divorzile?

Nel 90 - 99% dei casi è la donna che chiede l'assegno divorzile. Vuoi per ragioni culturali, per esigenze contingenti è ancora la moglie il soggetto debole che deve usufruire di questa forma assistenziale.

Secondo lei è una sentenza maschilista che penalizza le donne?

No, non ritengo che sia una sentenza maschilista. È una sentenza che risponde a una esigenza sociale sentita di non creare nel matrimonio posizioni di vantaggio che si incancreniscono nel tempo. Il matrimonio non deve mai costituire (come appunto si espresse la Cassazione nel 1990) una forma di “rendita parassitaria”. Ovviamente rimane il dovere di solidarietà garantito dall'articolo 2 della Costituzione in tutte le formazioni sociali (e dunque nella stessa famiglia) e che impone, una volta verificata la sussistenza del diritto all'assegno, di quantificarlo a favore dell'altro coniuge in base alla disponibilità economica di chi lo deve dare. In ogni caso, già nel 2015 la Cassazione aveva affermato che la donna giovane e comunque abile a spendersi nel mondo del lavoro non avesse, di regola, diritto all’assegno di divorzio.

Nella recente sentenza, poi, la Cassazione cita anche l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e dunque, attraverso tale norma, la tutela del diritto di formare una famiglia. Ci potrebbero essere infatti casi in cui il coniuge che versa l'assegno non possa formare una nuova famiglia perché è rimasto obbligato nei confronti dell'ex nonostante magari quest'ultima abbia una relazione stabile, guardandosi bene dal far trapelare una convivenza, con un altro compagno, o comunque disponga di altri mezzi di sussistenza indiretti e non dichiarati. Da queste considerazioni, ovviamente, rimane fuori l'assegno per i figli, retto dal principio secondo cui la genitorialitá impone in ogni caso il mantenimento dei figli sino al raggiungimento della loro indipendenza economica.

Questa sentenza stabilisce che l’assegno deve tener conto delle nuove condizioni economiche, di single, di chi lo deve corrispondere. Non si rischia di avere “nuovi ex mariti improvvisamente poveri”?

In questo caso si passa alla seconda fase, consequenziale a quella in cui si stabilisce se si deve dare o meno l'assegno, cioè quella in cui si determina l'entità dell'assegno.

In questa fase, scatta l'esame dei redditi dell'obbligato. Se chi deve dare i soldi dichiara redditi inferiori al suo effettivo tenore di vita, il giudice potrà disporre le opportune indagini tributarie per valutarne la reale consistenza reddituale e patrimoniale. Per questo motivo non ritengo che questa sentenza possa determinare un tale pericolo.

In un periodo di crisi economica come questo, essere giovani e abili non sempre è sufficiente per rientrare nel mondo del lavoro. Inoltre spesso le donne dopo il matrimonio si occupano di casa e famiglia su richiesta del marito

Questo aspetto a mio avviso la sentenza non lo esclude o comunque non lo lascia senza tutela. Se una donna da giovane con studi adeguati si è dedicata alla famiglia e ai figli, perdendo la possibilità di fare carriera, si entra nella considerazione che abbia maggiori difficoltà, oggettive, di reinserirsi nel mondo del lavoro. In questo caso, secondo la Cassazione, ha diritto a conseguire un assegno che le consentirà di vivere dignitosamente, ma non di godere dello stesso tenore di vita del matrimonio.

Alla luce di questa sentenza sarebbe consigliabile, così come hanno autorevolmente detto miei colleghi e colleghe, che quantomeno il coniuge apparentemente più debole, non dico pretenda, ma faccia leva affinché al momento del matrimonio sia scelto il regime della comunione dei beni. Questo consentirebbe, nel caso di non poter tornare a lavorare, per lo meno di “patrimonializzare” la comunione, penso ad esempio alla divisione di un appartamento o al denaro in un conto cointestato.

Questa sentenza della Cassazione non è una legge. Avrà un seguito nei tribunali, cioè farà davvero giurisprudenza?

Assolutamente sì che la farà. Anzi aggiungo che i tribunali dovranno osservare questa sentenza, si potranno discostare da quello che ha stabilito solo con motivazioni fondate plausibili. Diversamente devono applicarla. La Cassazione infatti ha la funzione di assicurare l'uniformità di interpretazione. Quello che deve cambiare è il modo di accertare la sussistenza del diritto all'assegno; la determinazione quantitativa, dal canto suo, deve avere comunque come riferimento i redditi del coniuge che dovrà corrispondere l’assegno.

Già nell'ottobre del 2015 la Cassazione aveva detto che la donna giovane abile al lavoro, era questo il caso su cui doveva decidere, non poteva aver diritto all'assegno divorzile. Si andava ampliando la componente responsabilistica del matrimonio come atto di autoresponsabilità che non può costituire rendite parassitarie.

Fin qui si è parlato di matrimoni, ma cosa succede nel caso delle unioni civili?

Sicuramente sarà una sentenza applicata anche alle unioni civili, poiché in caso di scioglimento la legge, disponendo che si applichino gli stessi criteri previsti per il divorzio, prevede che la persona più debole abbia diritto di ricevere un contributo dalla persona economicamente più forte. Naturalmente nella sentenza la Corte di Cassazione non parla di unioni civili perché esaminava il caso di un matrimonio. Tuttavia in caso di scioglimento, per il contributo economico si ragionerà verosimilmente negli stessi termini, perché altrimenti si creerebbe una ingiusta disparità di trattamento che consisterebbe nel poter ottenere, da parte del soggetto unito civilmente, quello che non viene più riconosciuto al coniuge nel matrimonio. Insomma, il giudice che non applicasse questa sentenza della Cassazione anche allo scioglimento di una unione civile, finirebbe per regolare casi uguali, o meglio simili, in maniera diversa.

Perché secondo lei questa sentenza ha suscitato polemiche?

La sentenza può essere letta sotto diversi angoli di visuale. In una società ancora permeata da un retaggio abbastanza arcaico, in cui la donna deve essere tutelata rispetto alla superiorità economica dell'uomo, si dice che non è giusto che dopo aver sacrificato la vita per una famiglia lei non debba ricevere un assegno che la ripaghi,  quasi come un risarcimento, dell'impegno profuso per la famiglia.

In questo modo però si potrebbero creare situazioni in cui, come detto prima, una donna si rifà una vita ma non si risposa, o non convive stabilmente, per non perdere il contributo sostanzioso dell'ex marito.

Quali conseguenze pratiche avrà sul suo lavoro?

A seconda di chi si difende, marito o moglie, ci saranno i pro e i contro. Verosimilmente spariranno le prese di posizione strumentali, per ottenere vantaggi da un matrimonio finito da tempo e in cui la componente affettiva è già tramontata.

Questa sentenza pone delle criticità?

Lascerà l'incertezza sulla seconda componente, perché non ci dice come verrà calcolato l'assegno, come si accerta l'esistenza dei presupposti, quali sono gli indici per poter accertare se un determinato importo è idoneo a mantenere una dignitosa autosufficienza economica di chi chiede l'assegno. Ad esempio, una sentenza del Tribunale di Milano, di pochi giorni fa, ha deciso che chi dispone da sé un reddito che arriva a mille euro, non ha diritto di richiedere l’assegno divorzile.        

Credo, in ogni caso, che la giurisprudenza dovrà applicare questo principio in modo molto responsabile e prudente caso per caso.      

La Cassazione ragiona per princìpi e i princìpi di diritto devono essere poi applicati al caso concreto dai giudici di merito. E qui è un'altra cosa. Prima che si consolidi devono esserci altre sentenze quantomeno conformi.

Questa sentenza può essere applicata retroattivamente ad assegni di divorzio già stabiliti?

Si è detto molto in questi giorni sulla retroattività di questa sentenza. Questa sentenza e i suoi principi dovranno essere tenuti in considerazione nei casi di divorzi ancora aperti, in cui si deve ancora stabilire se si deve dare o meno un assegno e poi l'eventuale importo.

Nei casi in cui il diritto all’assegno è stato accertato con sentenza passata in giudicato, non credo si possa riaprire la questione. Lo vieta la stessa legge sul divorzio che prescrive che le sentenze che abbiano regolamentato l'assetto economico tra le parti possono essere oggetto di revisione ma solo per giustificati motivi: si pensi ai casi in cui il coniuge che deve corrispondere l’assegno perda il lavoro, o quando chi riceve l'assegno ha un incremento dei redditi per aver ricevuto una eredità o perché ha trovato un lavoro più remunerativo.

Al di fuori di questi casi, a mio avviso, quando vi è stata sentenza definitiva, l'importo dell'assegno non può essere rivisto solo perché è cambiata l'interpretazione giurisprudenziale dei presupposti per attribuire l'assegno stesso.  

                    

                                            

                                                                                                                             

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