Si terrà nel pomeriggio a Roma il convegno Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili, organizzato da Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

Un evento che si muoverà su due binari. In primo luogo, il ruolo riconosciuto dalla cosiddetta legge Cirinnà al Ministero con riferimento alle unioni civili celebrate presso ambasciate e consolati all’estero. Aspetto, questo, strettamente disciplinare sul quale si farà il punto. Poi gli obiettivi che il Globe-MAE, attualmente composto da circa 60 iscritti, si propone in difesa dei diritti umani e civili delle persone Lgbti viventi all’estero.

Abbiamo perciò raggiunto Carmelo Barbarello, componente del direttivo di Globe-MAE. Classe 1969, Barbarello è stato ambasciatore d’Italia in Nuova Zelanda dal 2014 al 2016. Attualmente è responsabile dell’Ufficio V della direzione generale per la Mondializzazione e gli Affari globali della Farnesina.

Il suo può considerarsi un caso da manuale in riferimento al matrimonio contratto con Javier Barca nel 2012 in Argentina. Ed ecco il perché.

Consigliere Barbarello, che cosa è successo esattamente cinque anni fa?

Nel 2012 ho contratto matrimonio a Buenos Aires con Javier  presso il Consolato spagnolo. In vista del mio trasferimento in India avevo chiesto al Ministero di riconoscere il mio matrimonio celebrato secondo la legge spagnola.

Perché una tale richiesta all’epoca “insolita”?  

Due i motivi. Innanzitutto, l’emissione del passaporto diplomatico per Javier e la corresponsione di un’integrazione della mia indennità di sede estera. Perché, giova ricordarlo, i diplomatici quando vanno all’estero hanno al seguito il coniuge al carico e hanno dunque diritto a un’integrazione. Modo, questo. per compensare il non lavoro del componente della famiglia che accompagna il funzionario diplomatico. Considerando che per garantire l’unità familiare si lascia l’occupazione e ci si trasferisce da un Paese all’altro, viene appunto riconosciuta una tale integrazione.

Quale fu la risposta della Farnesina?

Alle due richieste, sia quella economica sia quella relativa al passaporto, fu detto di no. All’epoca il matrimonio celebrato secondo un ordinamento civile fra due persone dello stesso sesso non era riconosciuto in Italia. Feci allora ricorso soltanto in merito al diniego del rilascio del passaporto diplomatico, preferendo comunque soffermarmi sulla questione sicurezza del coniuge. Andando in India, ritenni che c’erano le condizioni per fare una tale istanza. Quando appunto mi fu detto di no, feci ricorso al Tar del Lazio che, in via provvisoria, mi diede ragione, imponendo alMministero di rilasciare il passaporto diplomatico. Cosa che effettivamente fu fatta non senza difficoltà.

In che senso?

Il Ministero tardò per mesi e mi costrinse a una formale richiesta d’ottemperanza di quanto disposto dal Tar. Fu quindi rilasciato il passaporto diplomatico ma il Tar successivamente con giudizio definitivo diede ragione al Ministero. Per cui il Ministero, questa volta immediatamente, ritirò il passaporto diplomatico col rischio di essere in India senza una tale protezione. Nel frattempo, col cambio di governo, fu nominata a capo della Farnesina Emma Bonino la quale decise in autonomia di rilasciare comunque il passaporto diplomatico. Anche perché nel frattempo si era costituito il gruppo dei funzionari Lgbti del ministero degli Affari Esteri o Globe-MAE.

Un caso davvero da manuale, dunque, il suo...

In realtò posso dire di sì. Il mio si configurò davvero come un caso precursore, che avrebbe fatto da apripista a tante coppie di colleghi. Insomma, il combinato, disposto dall’arrivo al Ministero di Emma Bonino e da un’azione di lobby condotta dall’associazione, ha portato al rilascio del passaporto diplomatico nel 2013. Bisogna dire che poi, anche grazie all’azione del Globe-MAE riuscimmo ad avere un nuovo decreto del Ministero per la disciplina del rilascio del passaporto diplomatico a favore dei membri della famiglia dei funzionari all’estero, che includeva a quel punto i componenti del nucleo familiare. Poi con l’arrivo della legge sulle unioni civili quello che prima era un atto eccezionale è divenuto fortunatamente di prassi.

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Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ha organizzato per mercoledì 22 novembre, alle ore 15:00, un’iniziativa molto importante presso la Casa Internazionale delle Donne. Il titolo dell’evento è Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili.

Vi parteciperanno i senatori Benedetto Della Vedova, Monica Cirinnà, Sergio Lo Giuduce, Luigi Manconi, i deputati Alessandro Zan, Pia Locatelli, Renata Polverini, il ministro plenipotenziario Luigi Maria Vignali e l’assessore del Comune di Torino Marco Giusta. Per Globe-MAE relazioneranno Bianca Pomeranzi e Sergio Strozzi.

Saranno inoltre presenti l’ex parlamentare Franco Grillini, direttore del nostro quotidiano, e l’avvocata Andrea Catizone, presidente di Family Smile, nonché componenti delle varie associazioni Lgbti nazionali.

Ma per capire meglio di cosa si occupa Globe-Mae e quali sono le sue attività e i suoi obiettivi, abbiamo raggiunto telefonicamente il ministro plenipotenziario Fabrizio Petri, presidente dell’associazione.

Ministro Petri, cosa è Globe-MAE  e quando è nata?

Globe-MAE è una rete di dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. È nata nel 2013, quando a capo del dicastero c’era Emma Bonino.

Globe-MAE nasce con la finalità di sostenere i diritti delle persone Lgbti all’interno del ministero degli Affari esteri ma anche con l’intenzione di fornire il proprio contributo su alcuni aspetti della politica nazionale e internazionale. Quando Globe-MAE è nata, non c’era ancora la legge sulle unioni civili.

Com’è l’atteggiamento nei confronti dei funzionari Lgbti in seno al corpo diplomatico?

All’interno del ministero degli Affari esteri ho sempre percepito una certa sensibilità e attenzione verso le istanze della comunità Lgbti. Anche perché parliamo di un ambiente che è contraddistinto da una continua apertura al dialogo globale e internazionale.

Personalmente non ho mai avuto la sensazione di subire discriminazione e stigma neppure a livello morale, umano e psicologico. Anche se, inutile negarlo, con la legge Cirinnà abbiamo fatto un salto istituzionale vero e proprio.

Quante unioni civili si sono svolte nelle ambasciate e nei consolati italiani all’indomani dell’entrata in vigore della legge Cirinnà?

Tra unioni civili e trascrizioni di matrimoni egualitari contratti all’estero se ne possono contare 621: una cifra considerevole. Non mi aspettavo un numero così alto e sono felicemente sorpreso!

I matrimoni egualitari contratti all’estero e trascritti in Italia che valore hanno?

La legge parla chiaro: la trascrizione è un atto dovuto ma le coppie, che all’estero hanno contratto matrimonio egualitario, in Italia godono solo delle prerogative limitate agli effetti  della legge sulle unioni civili.

A livello internazionale quali sono le “imprese” in cui Globe-MAE ha offerto il proprio decisivo contributo?

Dunque, in primis nel sostegno che il nostro Paese ha dato alla creazione, nel 2016, di un esperto indipendente Sogi (Sexual Orientation e Gender Identity) sui temi Lgbti all’interno delle Nazioni Unite. Si tratta di un mandato triennale che mira a individuare una figura di esperto indipendente che possa monitorare e raccogliere dati relativi alle discriminazioni su orientamento sessuale e identità di genere in tutto il mondo.

Inoltre, Globe-MAE ha svolto un lavoro di sensibilizzazione e facilitazione presso le nostre amministrazioni per consentire all’Italia di essere parte di tre importantissime meccanismi.

La Equal Rights Coalition, nata a Montevideo nel 2016, che raccoglie più di trenta Stati e ha lo scopo di sostenere i diritti Lgbti nel mondo. Il Global Equality Fund, creato nel 2011 da Hilary Clinton, che è un fondo multilaterale che in sei anni ha raccolto più di 50 milioni di dollari per sostenere le associazioni Lgbti, fondo che è già stato rinnovato dall’amministrazione Trump e che, anzi, sarà presto implementato. Infine, Lgbt Icor Group, che coordina le attività Lgbti dei vari Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite.

Qual è il significato dell’evento previsto per il 22 novembre a Roma?

Il significato è creare una dinamica dialettica sui temi internazionali e, come Globe-Mae, aiutare il dialogo tra le associazioni, i governi e la società civile su temi Lgbti a livello internazionale e migliorare al massimo l’applicazione della Legge Cirinnà all’estero.

Globe-MAE intende far crescere anche  livello istituzionale la consapevolezza sulle questione Lgbti che sono una parte importante del patrimonio culturale, umano e morale di tutta la società.

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Ricorre quest’anno il decimo anniversario di fondazione di Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford. Un’associazione che, grazie alla visione pioneristica e lungimirante di Antonio Rotelli, Francesco Bilotta e Saveria Ricci, ha contribuito all’ottenimento d’importanti traguardi per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali in Italia. Un’associazione che, anche grazie all'oculata presidenza di Maria Grazia Sangalli, è altresì cresciuta a vista d’occhio (al momento sono circa 180, tra soci e aderenti, i componenti) imponendosi per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico nazionale soprattutto nel contrasto alle dicriminazioni.

Il 1° dicembre Rete Lenford celebrerà i primi due lustri di attività col convegno Dieci anni di avvocatura Lgbti. Le conquiste e le prospetttive. Sede dell’incontro Palazzo Vecchio a Firenze, laddove, cioè, nacque l’associazione prima che la sede operativa fosse trasferita a Bergamo nel 2009.

Ad aprire i lavori convegnistici Francesco Bilotta, ricercatore di Diritto privato presso l’Università di Udine, che terrà una laudatio in memoriam di Stefano Rodotà. Cinque i relatori, i cui interventi di natura squisitamente giuridica saranno preceduti dalla testimonianza di chi s’è pubblicamente impegnato nello specifico ambito di volta in volta trattato: Claudio Rossi Marcelli introdurrà la relazione di Susanna Lollini, Camilla Vivian quella di Maria Acierno, Ivan Cotroneo quella di Antonio Rotelli, Lyas Laamari quella di Cristina Franchini e Diego Passoni di quella di Luciana Goisis.

Sul significato di un tale convegno, patrocinato dal Comune di Firenze, dalla Regione Toscana e dall’Università degli studi di Udine, così s’è espresso ai nostri microfoni il penalista Stefano Chinotti, coordinatore del comitato scientifico dell’associazione: «Il decennale dalla fondazione di Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford costituirà senza dubbio un’occasione per celebrare i risultati che si è riusciti a raggiungere in questi dieci anni ma anche un momento di riflessione su quello che ancora manca.

Le legge sulle unioni civili ha certamente contribuito a riconoscere visibilità a una realtà, quella delle coppie omoaffettive, fino ad allora, di fatto, ignorata dal legislatore ma anche da ampi settori della società civile. Resta ancora molto da fare in tema di riconoscimento dell’omogenitorialità e della lotta contro i crimini d’odio. Il nostro obiettivo primario resta sempre e comunque quello del matrimonio egualitario.

Al convegno di Firenze si parlerà, dunque, di questi argomenti in una prospettiva più orientata sul da farsi piuttosto che sul già fatto».

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Quanto vale elettoralmente la collettività Lgbt in Italia? E che capacità, quindi, ha di incidere sulle prossime elezioni politiche? Sono domande che in questi decenni hanno aleggiato dentro e fuori il movimento senza mai ricevere analisi e risposte convincenti.

Ma è bene porsele soprattutto in questo momento di sciorinamento di dati elettorali sulle elezioni siciliane e sul municipio di Ostia. Un dato mi sembra palese: vince la destra e, dentro questa per noi triste vittoria, si afferma un gruppo di estrema destra come Casa Pound, che nella disastratissima realtà di Ostia raggiunge quasi il 10%. Un voto raccolto soprattutto tra i disperati delle periferie che non vogliono gli immigrati e che un tempo votavano a sinistra. 

Se questo è il quadro politico che emerge dalle elezioni, è necessario affermare con la massima sincerità e realismo che il dato è per noi molto preoccupante perché la destra in Italia è un’area politica violentemente omofoba e xenofoba. Non a caso il camerata Musumeci, qualche giorno prima del voto, ha celebrato la sua giornata pro family con l’intera collezione di mostri che, tormentandoci per anni, si sono persino inventati partiti politici, ginnastiche da fermi (Le sentinelle in piedi) e tampinamenti ravvicinati a ogni manifestazione. Fossero i Pride o persino le unioni civili non senza attacchi incivili condotti addirittura personale (si veda la vicenda di Cesena con la querela dell’Arcigay di Rimini che sarà discussa in sede giudiziaria). 

La vera novità del pregiudizio omofobo degli ultimi 20 anni è proprio questa: l’omofobia politica che prima non c’era o c’era in misura molto minore. Chi la promuove pensa al tornaconto elettorale. Al fatto che, agitando la paura del diverso, si possano ottenere e allargare consensi se non addirittura un buon piazzamento elettorale.

Il primo compito quindi di un’azione efficace della collettività Lgbt è quello di fare in modo che l’omofobia politica non paghi né in termini elettorali ne in termini propagandistici. Discuteremo a lungo nelle prossime settimane il come e il modo di quest’azione che mi sembra assolutamente necessaria. Il secondo compito è quello di far pesare la nostra presenza. In politica i voti si contano e si pesano. E non c’è dubbio che la nostra capacità di spostare larghe masse di voto è assai scarsa anche perché in Italia non abbiamo quelle concentrazioni Lgbt nei grandi centri urbani che caratterizzano metropoli con Parigi, Londra, New York, San Francisco, ecc.

Nel nostro caso più che al numero dei voti l’attenzione è da rivolgere all’identità etico-politica condivisa proprio ora che la crisi della sinistra e del progressismo laico sembra aver esaurito i propri spazi. Non è qui la sede per un’analisi sul perché i nostri interlocutori politici siano andati così male in questa tornata elettorale. Con il rischio di una tale marginalizzazione da far pensare che in futuro la partita politica in Italia sembri essere tra destra e M5s con la sinistra e il centrosinistra fuori gioco.

Ma proprio per questo la collettività Lgbt, che si muove non certo nei meandri del clientelismo ma nel mare aperto degli ideali di libertà, democrazia, inclusione, può fare la differenza in una politica sempre più omogenea al populismo e sempre più serva delle convenienze del momento. Non mi rassegno all’idea che il gioco politico sia tra due destre variamente omofobe mentre la sinistra, al suo interno, è impegnata al gioco al massacro come avvenne in Spagna dove i comunisti sparavano sugli anarchici per ordine di Stalin mentre il fascista Franco sterminava entrambi.

Nell’ultima legislatura abbiamo avuto molte amiche e amici  in Parlamento, a partire da Monica Cirinnà, che ci hanno portato ad approvare le unioni Civili. Mi pare di poter dire che proprio l’attuale successo delle destre esalti il valore della vittoria sulle unioni Civili. Vittoria che, a mio parere, è irreversibile dopo 4mila cerimonie con l’adesione convinta e commossa di mezzo Paese. Ecco perché dobbiamo fare il massimo: incontrare i candidati, convincerli delle nostre ragioni, aiutare fino in fondo i candidati Lgbt e gay-friendly.

Insomma, fare quel lavoro di lobbying che finora non è stato fatto con sufficiente convinzione. Perché ne va del nostro futuro e della quelità stessa della nostra democrazia.

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La sposa è raggiante, col suo vestito di pizzo azzurro, le scarpe blu elettrico, la carnagione scura e i capelli raccolti in una treccia. Anche la moglie non è da meno, impeccabile nel suo tight e quell'elegante gilet che fa un bel contrasto col caschetto biondo. Sono emozionatissime, d'altra parte in tutti i matrimoni va così. E quando dall'altoparlante della chiama la voce scandisce "Le spose possono uscire!", appena fuori dalla soglia parte una pioggia di riso che le raggiunge dai piani alti.

Questa è la storia di Camila e Adriana e del loro matrimonio speciale. Speciale, certo, perché solo da una manciata di tempo in Italia anche due donne o due uomini possono unirsi civilmente di fronte allo Stato. Speciale ancora di più, nel loro caso, perché la cornice dell'unione costituisce una prima volta, un inedito: il carcere femminile di Rebibbia a Roma.

Ho conosciuto Camila e Adriana in un assolato sabato di fine ottobre. La loro storia ha fatto scalpore e ha dato il via a un dibattito delicato, importantissimo, quello intorno all'"affettività in carcere", la possibilità cioè per una coppia di stare insieme e scambiarsi baci e carezze nonostante le sbarre. Cosa evidentemente impossibile per un uomo e una donna, visto che i reparti dei penitenziari sono rigorosamente separati tra maschile e femminile. Fattispecie che per la prima volta in Italia si è realizzata invece là, nella cella numero 84 al secondo piano del reparto cellulare, ribaltando almeno in questo caso la gerarchia dei diritti tra eterosessuali e omosessuali del nostro Paese. I primi svantaggiati rispetto ai secondi, i secondi pronti ad aprire una strada nuova, che possa alla fine del percorso chissà... produrre un passo avanti per tutti.

La faccenda è delicatissima, e a spiegarmelo mentre raggiungiamo il reparto sono in tanti: la vicedirettrice del carcere, il cappellano di Rebibbia, il garante dei detenuti del Lazio e persino la damigella delle spose. E non è delicata solo in punta di diritto, bisogna andarci cauti proprio parlando d'amore.

Quando sei rinchiuso infatti, specie tra donne, è facile per la solitudine e per le tante mancanze che si soffrono scambiare un'amicizia per qualcos'altro, non fermarsi a una carezza e proseguire oltre.

«Speriamo che duri» è la frase che mi dicono tutti mentre raggiungiamo la cella delle spose: il cappellano, che si è ritrovato a fare da testimone il giorno del matrimonio; l'agente di polizia penitenziaria che «certo che ci sono andato alla cerimonia, una volta che succede una cosa bella qua dentro», la damigella che in questo strano condominio tutto di donne è la dirimpettaia della coppia.

Tutte queste attenzioni da parte dell'amministrazione, all'inizio, Camila e Adriana le avevano scambiate per una specie di "persecuzione". Ora invece ci tengono a dire che sono grate a tutti, per la cura con cui hanno seguito la loro storia. E - naturalmente - per il lieto fine che è stato scritto: va bene, ha disposto alla fine la direzione del carcere, la vostra condotta è buona e anche il rapporto con le altre detenute, dunque potete condividere la stessa cella.

"La nostra casa", la chiamano loro. Un letto a castello, un armadietto dove si intravede della frutta, un fornelletto elettrico, un cane in miniatura sopra a una specie di comodino, la TV accesa sul telegiornale, il bagno. Non c'è ordine in giro, c'è qualcosa di più: segni di una stanza vissuta, di una vita "normale".

Una dimensione che Camila e Adriana si sono conquistate dopo due anni e più di qualche fatica. La principale quando Camila, la più grande delle due (ha 29 anni ma ne dimostra 25 come la sua compagna) ha ottenuto il permesso di andare a lavorare fuori durante il giorno. Un premio per le altre, una specie di tortura per lei che - arrivata dal Brasile solo quattro anni fa - dice «Adriana è tutta la mia famiglia».

La storia del dentro/fuori dura solo tre mesi: «Ci parlavamo dalle grate, lei al secondo piano io al piano terra», mi racconta Camila. Troppo, e così addio permesso premio e sono tornate insieme. Per Adriana quella è stata la prova definitiva del loro amore: all'inizio aveva paura che Camila si fosse sbagliata, che avesse solo scambiato un'amicizia per qualcosa d'altro.

Lei «omosessuale sin dalla nascita con altre storie alle spalle», la compagna al suo primo rapporto non eterosessuale. E così la scelta di sposarsi, e i confetti, e la festa nel chiostro del carcere, e quel primo lento insieme sulle note di Alessandra Amoroso prima di scatenarsi ballando con le altre detenute nello "spazio socialità", e tutti commossi compresi i genitori di Adriana, due signori di origine polacca a Roma da una vita, che hanno dato una mano alle spose in tutto e per tutto: dai documenti per l'unione alle fedi, che le neospose indossano in coppia coi loro anelli di fidanzamento.

Sempre i genitori di Adriana aiuteranno tra qualche mese Camila, una volta uscita dal carcere. Vuole andare in Brasile per portare in Italia suo figlio Gabriel, che ha dieci anni e sa che mamma ha un'amica speciale che già gli va a genio, perché gli ha regalato un pallone firmato da Ronaldo che custodisce gelosamente nella sua cameretta.

E quando l'anno prossimo sarete fuori tutte e due, chiedo, come la immaginate la vostra vita? Avete già una casa dove andare tutti e tre? Prima di salutarci è Adriana a rispondermi, con la calma di chi dopo tanto penare non vuole precipitare le cose.

Andranno a stare per un po' dai suoi, cercheranno un lavoro, un po' di stabilità. Ma una cosa è certa, si piazzerà davanti alla playstation con Gabriel e partirà la sfida a due. Come succede in un sacco di case, come succede in qualunque famiglia.

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Poco più di un anno fa, più precisamente il 22 ottobre 2015, Christian Mohammed Mottola e Daniele Sorrentino si univano civilmente. Webmaster di professione e attivista Lgbti per passione, Daniele è anche l’ideatore della nota pagina Fb In Piazza per il Family Gay.

A lui abbiamo rivolto alcune domande tra ricordi e prospettive future.

Daniele, è trascorso un anno dalla tua unione civile con Christian. Quali sono i ricordi di quella giornata?

È stata un tripudio di emozioni. Siamo consapevoli che le unioni civili sono state il minimo che si potesse ottenere, ma allo stesso tempo abbiamo vissuto un primo grande traguardo dopo dieci anni di battaglie insieme. C’erano tutte le persone care, che si sono strette a noi. Qualche giorno prima è purtroppo mancata la mamma di Christian: le emozioni sono quindi state molto contrastanti per un’assenza così drammatica. Credo che quella giornata abbia rappresentato appieno la nostra storia. Momenti belli e momenti brutti: perché è così che si cammina insieme, vivendoli entrambi.

Facciamo un passo indietro. Come hai vissuto il periodo del dibattito parlamentare sulla legge Cirinnà?

Con un’attività frenetica e con molta ansia. Ci sono stati momenti di disillusione già vissuti coi Pacs e coi Dico. Momenti in cui la rabbia è prevalsa: come quando hanno eliminato la stepchild adoption. Anche quando la legge è passata, abbiamo vissuto quel momento storico come una soddisfazione parziale. All’epoca siamo stati in prima linea per coinvolgere chiunque nelle manifestazioni organizzate. Per due o tre mesi è stato il nostro lavoro principale. È stato bello poi vedere amici, parenti, conoscenti, clienti e colleghi che ci raggiungevano nelle piazze per sostenerci.

Apristi all’epoca la pagina fb In Piazza per il Family Gay. Con quali finalità e con quale incidenza a tuo parere?

C’era bisogno di un sistema rapido per veicolare le informazioni. In quei giorni si navigava a vista con attività organizzate la mattina per il pomeriggio. E i social erano l’unico sistema per riuscire a informare il numero più alto possibile di persone. Era necessaria una presenza costante e molto visibile in modo da far capire alla politica che questa volta non saremmo rimasti con un cerino in mano senza fare nulla. Col mio carissimo amico Nicola (l’altro amministratore) abbiamo pensato di aprire questo gruppo per  mettere in contatto tutti gli attivisti e le attiviste impegnate nelle diverse associazioni Lgbti presenti in tutta Italia. Non immaginavamo che la nostra idea si trasformasse in un punto importante della comunità per scambiarsi idee, opinioni e strategie. Il gruppo in quei mesi è stato fondamentale per tenere alta l’attenzione. Ma soprattutto è riuscito a compattare strategicamente le diverse realtà sparse in tutta Italia.

In occasione del 1° anniversario dell’approvazione della legge hai partecipato con Christian a un incontro riservato a Palazzo Chigi. Puoi raccontarlo?

Abbiamo avuto un incontro informale con la sottosegretaria Maria Elena Boschi insieme con altre coppie unitesi civilmente. Abbiamo fatto il punto sulla situazione senza troppi giri di parole. Noi abbiamo bisogno della politica almeno quanto i politici hanno bisogno di noi. Queste occasioni sono fondamentali per creare quei link che ci permetteranno nel futuro di raggiungere gli altri importanti traguardi per la comunità Lgbti come la riforma dell’adozione e una legge severa contro l’omo/transfobia. Si è parlato molto di obiettivi ma anche di strategie. La politica è consapevole che la società è pronta su certi temi perché i diritti concessi e difesi anche per una sola persona portano benessere per tutti:  quando una persona lotta per i propri diritti, si ritrova solitamente affianco genitori, amici e fratelli, cioè una piccola comunità che insieme alle altre formano un popolo consistente. A mio parere un politico sveglio questa cosa la comprende benissimo. E, se non vorrà agire per maturità personale, alla fine farà sue certe battaglie per convenienza.

Un attivista e osservatore attento come te che cosa pensa dell’attuale movimento italiano?

Sono entrato in Arcigay nell’89 e ho visto un movimento crescere, esplodere e rigenerarsi. Oggi le persone hanno altre modalità di vivere la politica e le battaglie rispetto a 30 anni fa. Ma spesso le associazioni Lgbti non ne tengono conto e, senza accorgersene, si ritrovano poi sole senza una base che le sostenga. Ci sono ancora temi troppo divisivi – come, ad esempio, quello della genitorialità con riferimento alle persone omosesuali –, la cui discussione ci sta indebolendo dall’interno. In questi anni ci sono stati vani tentativi di formare un luogo comune in cui creare quelle strategie condivise, che mancano e non ci fanno diventare una vera e propria comunità. Questo per colpa di alcuni attivisti del movimento, che hanno spesso pensato di trasformare quegli spazi in una sorta di proprio concistoro ergendosi ad “Attivista Maximo”. Questi continui sgambetti, questi continui dispetti hanno generato quel “divide et impera” che ha fatto bene solo ai nostri detrattori. Ci sono i padri del movimento. Io mi ritengo un po’ una “vecchia zia” e spero di aiutare le nuove generazioni a non ripetersi negli errori fatti da noi.

Infine, nei progetti di Daniele e Christian rientra anche la genitorialità?

Il nostro più grande desiderio è quello di adottare. Crediamo che la genitorialità sia un atto d’amore così grande che per noi si esprimerebbe a pieno nel dare una possibilità a un bambino o una bambina di vivere in una famiglia serena. La nostra battaglia ora è questa, ma il rischio di invecchiare è alto e il nostro progetto di vita non esclude la gpa, che consideriamo una pratica corretta per poter concretare tale desiderio.

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Presentato ieri presso l’auditorium del Maxxi di Roma il libro L’Italia che non c’era. Unioni civili: la dura battaglia per una legge storica (Fandango, Roma 2017) di Monica Cirinnà. Una platea nutrita e attenta ha seguito la conversazione tenuta da Bianca Berlinguer con colei che è stata ribattezzata la “senatrice dei diritti”.

Una narrazione conquidente quella di Monica Cirinnà che ripercorre in 304 pagine, suddivise in 14 capitoli, l’iter di una delle più discusse leggi degli ultimi anni, la cui approvazione è soprattutto da ascriversi proprio alla testardaggine e determinatezza dell’autrice. Una legge, la 76/2016, la cui previa discussione in Senato e alla Camera è stata accompagnata da reazioni talora parossistiche di cattoparlamentari, gerarchie e movimenti ultraconservatori. Non senza l’evocazione di scenari genesiaci proprio durante l’esame del ddl in Commissione Giustizia al Senato. Ecco come la stessa senatrice Cirinnà ne parla con parresia in alcuni passaggi del capitolo Conservatori e riformisti.

Mons. Paglia e la nuova Babele  

Secondo molti autorevoli esponenti del Pd sarebbe stato uno sgarbo troppo grosso votare le unioni civili prima o durante il Sinodo, mentre subito dopo, in ottobre, il calendario dei lavori era comunque occupato dalla manovra di bilancio, come ogni anno. Oltre a essere anche impegnati su una delle varie e ripetute letture della riforma costituzionale.

Questo allungamento dei tempi non mi piaceva affatto. Temevo ciò che si è poi chiaramente verificato: l'organizzazione e la mobilitazione delle aree ultra-cattoliche contro la legge. Non mi servivano prove perché vedevo i movimenti dei cattodem nel Gruppo Pd del Senato, ma ne ebbi la certezza quando l'agenzia Adnkronos il 3 giugno 2015 pubblicò alcune frasi di monsignor Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia: "Da che mondo è mondo la famiglia è formata solo da un uomo e una donna con i loro figli. Bisogna evitare una nuova Babele". E ancora: "Dobbiamo prendere coscienza che su questo punto siamo chiamati a una battaglia radicale. È questa famiglia, marito e moglie con figli, a creare e formare la società, la cultura, la storia e, in definitiva, un popolo. Ed è questa la famiglia che non va discriminata[...] Purtroppo la società sembra votata al culto dell'egolatria, sul cui altare si è pronti a sacrificare tutto, in nome di un esasperato individualismo".

Era chiaro, quindi, che lo "stato maggiore" dei vescovi italiani, guidati dal cardinale Bagnasco, ben noto per le sue posizioni ultraconservatrici, avrebbe utilizzato ogni mezzo, dentro e fuori il Parlamento, per fermare il mio lavoro.

Il Family Day del 2015 e il Vietnam in Commissione Giustizia

Il 20 giugno del 2015 torna il Family Day  in piazza San Giovanni a Roma, proprio mentre è in corso in commissione Giustizia il Vietnam. Parteciparono non soltanto movimenti cattolici, ma anche l'imam della moschea di Centocelle che disse: "Siamo qui tutti insieme, mussulmani e cristiani, per difendere la famiglia".

Lo slogan della manifestazione era "Difendiamo i nostri figli". Ma da cosa? Questa era la domanda più diffusa tra le persone favorevoli alla legge. Da cosa? Dal gender! "Per riaffermare - dissero gli organizzatori - il diritto di mamma e papà a educare i figli e fermare la colorazione ideologica della teoria gender nelle scuole e nel Parlamento, oltre a bloccare sul nascere il ddl Cirinnà che costituirebbe in prospettiva adozione, utero in affitto per le coppie dello stesso sesso".

Quel giorno il presidente della Cei riprese il concetto esplicitato all'Ansa il 17 gennaio, pienamente ascrivibile nella categoria "benaltrismo". Infatti affermò, in merito alle unioni civili, che "ci sono diverse considerazioni da fare, ma la più importante è che mi sembra una grande distrazione da parte del Parlamento rispetto ai veri problemi dell'Italia: creare posti di lavoro, dare sicurezza sociale, ristabilire il welfare [...] Noi vediamo nelle nostre parrocchie una grandissima coda di disoccupati, di gente disperata [...] Di fronte a questa situazione tanto accadimento su determinati punti che impegnano il governo e lo mettono in continua fibrillazione mi pare che sia una distrazione grave e irresponsabile". [...]

L'attivismo di Bagnasco aveva come contraltare il silenzio del Vaticano e del Papa sul tema della legge. Questo mi faceva ben sperare e ovviamente divideva al suo interno l'area cattodem, tra i tifosi del Papa emerito Benedetto, fautore della guerra al relativismo etico, e quelli di Papa Francesco, famoso tra l'altro per il "chi sono io per giudicare un gay?" e grande sostenitore di una Chiesa accogliente e inclusiva.

Monica Cirinnà ossia la mangiapreti?

Esterino mi definisce una “mangiapreti” e molto spesso mi rimprovera posizioni ideologiche o laiciste. Forse ha ragione, ma sono convinta che chi siede in Parlamento lo fa per rispettare la Costituzione e applicarla. Poi ognuno in privato può professare o meno la propria fede. La nostra Costituzione dice, all’art.7 “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Questo principio, che stabilisce la netta separazione tra ordine religioso e ordine temporale, fa sì che la nostra Repubblica possa definirsi laica e che non ci debbano essere intromissioni e interferenze tra i due poteri. Purtroppo, troppo spesso, questo principio è stato violato. Un esempio per tutti è la richiesta della Curia di astenersi sul referendum sulla legge 40 e i numerosi tentativi di intervenire anche sulla legge sulle unioni civili, influenzando il voto dei parlamentari cattolici.

Un inedito in esclusiva per Gaynews

I toni minatoriamente apocalittici da parte di alcune frange estremiste cattoliche sono ravvisabili non solo nel ben noto monito di p. Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ma anche nelle innumerevoli mail indirizzate alla senatrice Cirinnà. Molte di queste sono state pubblicate nel volume a differenza di altre che per ovvie ragioni di spazio sono state espunte. Di una di queste pubblichiamo in esclusiva il testo in una con quello del mittente. Una riprova di come Monica Cirinnà sappia rispondere con competenza anche a chi ricorre ad argomentazioni di tipo dottrinario.

On. Monica Cirinnà, le prego di rispondere a questa mia lettera. 

Come spiegare alla legittima e innocente curiosità dei bambini quel ripugnante e sporco atto sessuale che già gli adulti, nell’immaginarlo, si vergognano? Non voglio immaginare, al di la delle personali sensibilità etiche, l’imbarazzante situazione degli insegnati di scienze delegati a spiegare alla lecita e curiosa intelligenza dei nostri adolescenti, l’anomalo motivo, già di per se assai igienicamente schifoso e ripugnante al solo pensarlo, dell’infecondo atto sessuale dell’unione tra esseri dello stesso sesso se non per belluino godimento contro natura. In Luca 9-42 è scritto: “ ma chi scandalizzerà uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una macina d’asino e lo si getti nel mare”!

Altre e più devastanti iniziative, grazie a Lei, ci attendono come, ad esempio, il diritto dei gay di adottare figli non loro con l’uso dell’utero in affitto che, se fosse riconosciuto, comporterebbe un sicuro ed imponderabile disagio sociale e danno psicologico su innocenti che Lei e i suoi promotori negano. Un peccato ben più grave della sodomia in quanto trattasi di uno sporco mercimonio d'anime innocenti in corpi d’altrui persone pagate e prestate a tal fine.

C'è da esserne fieri?

Attendo risposta.

 

Gentile Signore,

     vorrà perdonarmi se le rispondo solo oggi ma impegni istituzionali mi hanno impedito di farlo prima. Non volendo però in alcun modo apparire scortese, do con piacere riscontro alla sua mail del 4 luglio u. s.

Non le nascondo che resto perplessa di fronte ai toni e alle parole da lei utilizzate che nulla hanno da spartire con un atteggiamento e un linguaggio improntati alla correttezza nonché a quei valori cristiani, cui vorrebbe rifarsi. Lei parla di rapporti sessuali in termini di ripugnanza, sporcizia, belluinità con specifico riferimento alle persone dello stesso sesso, il cui relazionarsi è altresì bollato come “infecondo”. Ma se l’atto sessuale dov’essere di per sé fecondo a questo punto dovrebbe essere ripugnante – secondo la sua logica – anche quello tra due personee di sesso diverso ma sterili. Eppure lei dovrebbe ben sapere che ne è passata di acqua sotto i ponti dalla Casti Connubii di Pio XI e che sulla morale di coppia il magistero stesso ha abbandondato da oltre 50 anni la mera visione riproduttivistica del rapporto sessuale.

La sessuofobia, di cui la sua mail è riprova, è il vero pericolo da combattere. Se ne faccia una ragione: se due persone dello stesso sesso o di sesso opposto hanno una serena vita sessuale, ciò avviene non per istinto belluino o per una presunta sporcizia ontologica ma per libera volontà e per amore. Ecco, come si può spiegarlo ai bambini che più di noi adulti sanno percepire la bellezza dell’amore.

Stia attento all’utilizzo delle Scritture e a far dir a esse quello che ci aggrada. Lo scandalizzare i piccoli, di cui parla il versetto di Luca da lei citato (fra l’altro in maniera erronea perché la citazione correttà è Lc 17, 1-2), non è affatto in riferimento a una condotta sessuale e meno che mai omosessuale. Cristo non sta affatto parlando di tutto ciò ma della grave responsabilità che hanno coloro che scandalizzano “uno di questi piccoli”. Scandalo che può avvenire attraverso la violenza, il furto, la bugia, ecc. Insomma, attraverso ogni attegiamento eticamente non corretto.

Sorvolando sull’utilizzo del termine sodomia (non più utilizzato dai pontefici da tempo ma che, soprattutto, è inadatto per stigmatizzare il rapporto tra due persone dello stesso sesso quando sono proprio le Scritture a specificare quale fu il grave atto degli abitanti di Sodoma: Ecco, questa fu l'iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell'orgoglio, nell'abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell'afflitto e del povero [Ez. 16, 49]), mi permetto infine di farle notare che il concetto di peccato e il ricorso ai testi sacri vanno bene per un credente e sono utilizzabili in un ambito di fede. Ma sono categorie estranee e inappropriate all’ambito laico e politico che, per quanto rispettoso dei diversi credo a partire da quello cristiano, deve tutelare le esigenze di tutte e tutti i cittadini e, conseguentemente, muoversi secondo i presupposti del retto pensiero e delle umane leggi.

Cordialmente

Monica Cirinnà

 

 

 

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Il 28 e il 29 settembre si terrà in Campidoglio la Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia. Un’iniziativa che, promossa dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del consiglio dei Ministri, è stata preclusa a due importanti associazioni Lgbti quali Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno.

Per saperne di più Gaynews ha intervistato Gabriele Faccini, co-presidente e responsabile Comunicazione di Rete Genitori Rainbow.

Gabriele, a lanciare l'allarme sul mancato invito di alcune associazioni Lgbti alla Terza Conferenza sulla Famiglia è stata Rete Genitori Rainbow. Puoi spiegare cos'è successo?

A fine giugno ci hanno segnalato l'organizzazione di questa Conferenza e abbiamo immediatamente inviato una mail per essere coinvolti. Tre mesi dopo, cioè pochi giorni fa, ci è stata inviata la seguente risposta standard, destinata a tutti coloro a cui la richiesta è stata rifiutata:

Gentile Presidente,

grazie per la sua richiesta di partecipazione alla prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia, prevista il 28 e 29 settembre a Roma. Qui la notizia circa l’evento.

La informiamo che la manifestazione, anche alla luce del numero limitato dei posti disponibili, sarà riservata ai soggetti istituzionali e ai rappresentanti delle organizzazioni nazionali della società civile presenti negli organismi collegiali a supporto delle politiche in materia di famiglia.

Sarà in ogni caso possibile seguire i lavori in diretta streaming sulle pagine del sito internet del Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’indirizzo www.politichefamiglia.it.

Con l’occasione, comunichiamo che è possibile far pervenire eventuali contributi scritti a questa Segreteria.

Cordiali saluti.

La Segreteria

Come evincibile dal testo, non è stata data un'esplicita spiegazione del perchè la nostra associazione non avesse i criteri per essere inclusa. Subito ci siamo attivati per capire se anche altre associazioni avessero avuto questo trattamento. Da lì la scelta e necessità di un comunicato che denunciasse l'accaduto.

Si è poi saputo che Agedo e Arcigay avevano in realtà ricevuto l'invito già in giugno. Qual è il tuo parere in merito?

Agedo e Arcigay sono realtà nazionali importanti nel movimento Lgbti. Ma invitare solo loro  non permette di focalizzare sulla realtà specifica delle famiglie omogenitoriali nelle loro tantissime sfaccettature, escludendo così scientemente tutte quelle realtà del mondo Lgbti dove sono presenti dei bambini. In tal modo non è possibile avere un quadro completo della società, che invece è l'obiettivo dichiarato dell'Osservatorio sulla Famiglia (che già nel nome porta una pecca, in quanto sarebbe più corretto parlare di famiglie).

Nella scheda informativa della Conferenza, uno dei gruppi di lavoro (il primo peraltro) è focalizzato sulla centralità del ruolo delle famiglie come risorse sociali ed educative. Nella premessa del documento si riconosce infatti come «la struttura delle famiglie si è profondamente modificata e ci troviamo di fronte a un panorama nuovo e per molti aspetti complesso (nuclei sempre più piccoli, spesso instabili, famiglie di origine straniera, ricomposte, monogenitoriali, omogenitoriali, adottive, affidatarie,...)». Ma come è possibile riconoscere questa molteplicità di forme e poi non voler ascoltare la voce di chi le rappresenta?

Domani mattina la sottosegretaria Maria Elena Boschi riceverà i rappresentanti di Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno. Prima che fosse fissato quest’appuntamento, si è saputo che Lo Giudice, Cirinnà e Viotti avevano minacciato un duro comunicato. Come giudichi una tale presa di posizione di politici d'area orlandiana?

Ogni azione politica a sostegno delle nostre istanze è senz'altro ben accolta. Ci auguriamo che possa costituire l'inizio di un dibattito costruttivo e non si riduca a un mero scontro tra le parti. L'importante è non fare finta che il problema non esista e apprezziamo la maggior sensibilità di alcuni politici su queste tematiche.

Siamo a poche ore dall’incontro a Palazzo Chigi. Cosa ti aspetti da questo meeting?

Questa convocazione è stata ovviamente una conseguenza del comunicato, un atto dovuto, ma poteva anche non essere organizzato. Mi aspetto in primis delle spiegazioni, anche se dubito avremo la possibilità di prendere parte alla conferenza arrivati a questo punto.

Ma soprattutto, visto che il lavoro dell'Osservatorio è costante, mi aspetto un impegno politico preciso da parte della sottosegretaria e un coinvolgimento all'interno di quest'organo, dove è necessaria la rappresentanza di tutte le forme di famiglia, comprese quelle omogenitoriali di Famiglie Arcobaleno e quelle "omoricomposte", specificità rappresentata da Rete Genitori Rainbow, dove un compontente della coppia omosessuale ha avuto figli da precedenti relazioni eterosessuali.

Non credi che l'esclusione di associazioni come Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno dalla Conferenza Nazionale possa essere ravvisata come conseguenza della legge sulle unioni civili. Legge, cioè, che non riconosce formalmente lo status di famiglia alle coppie che accedono a un tale istituto giuridico?

No, non trovo relazioni. Come dicevo prima, nel documento informativo stesso della Conferenza si parla di molteplicità di famiglie, tra cui quelle omogenitoriali. Posso però aggiungere che da un anno a questa parte c'è la percezione che l'attenzione del governo sul campo dei diritti delle persone Lgbit si sia affievolita. Bisogna avere il coraggio politico di portare avanti un cammino troppo timidamente intrapreso.

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L’8 settembre Senio Bonini, volto noto della Rai, si è unito civilmente con Rosario Capasso. A distanza di alcune settimane ci ha raccontato come ha vissuto quella giornata.

Senio, prima di tutto  auguri  per  la tua unione civile. Grande festa, molte foto, tanti partecipanti. Eravate bellissimi e con tanto affetto intorno a voi. Ci racconti quali sono state le vostre emozioni?

È stata un’emozione unica, che non avrei mai pensato di provare. Neppure nei giorni precedenti la celebrazione, quando fantasticavamo su quel che sarebbe stato, abbiamo immaginato quanto poi sarebbe stato intenso. Gli sguardi felici di chi ci attendeva a Caracalla, i sorrisi, un affetto vero allo stato solido. Reso più prezioso, forse inconsciamente in quei minuti, dalla percezione sottile ma presente, del fatto che per anni, neppure ci potevamo azzardare di immaginarcela in Italia una cosa del genere. E poi le famiglie riunite, i nostri più cari amici, i testimoni che uno a uno hanno parlato personalizzando la cerimonia, di per se un po’ burocratica, ma nel nostro caso davvero molto sentimentale. Ma soprattutto il “fuori-programma” come l’ha definito la nostra “celebrante”, la mia amica Giorgia (Cardinaletti, conduttrice della Domenica Sportiva, ndr). Mia madre che decide di parlare e con poche, soppesate, parole mi regala frasi che chiudono il cerchio di una vita intera. Nemmeno un regista avrebbe pensato a tanto. 

La legge sull’unioni civili è un passo avanti. Eppure, anche alla luce di quanto previsto per la Terza Conferenza nazionale della Famiglia, sembra che la strada sia ancora lunga  per il matrimonio ugualitario. Quali possono essere secondo te le nuove strategie da mettere in campo per sensibilizzare il mondo della politica?

Ho seguito passo passo l’iter della legge sulle unioni civili. Ho “interpellato” più volte sull’argomento Matteo Renzi, da cronista di Rainews24 a Palazzo Chigi. Ed ero in piazza quel giorno di maggio del 2016. Penso che dovremmo attendere le prossime elezioni politiche di primavera, capire con quali maggioranze si dovrà confrontare il movimento. Certamente dovremo continuare a “inseguire” l’Europa, quell’Europa evoluta che ci ha storicamente preceduto su tanti fronti. E contare fortemente sul fatto che - come abbiamo sperimentato noi sulla nostra pelle il giorno della nostra unione civile - amici, parenti e conoscenti hanno interpretato il nostro “sì” come un matrimonio, parlavano di matrimonio, ci indicavano e continuano a indicarci come “sposi e mariti” e a declinarci con il verbo “sposare”. Per loro, nella sostanza, siamo sposati ed abbiamo celebrato il nostro matrimonio. Punto. Sta al legislatore superare le ritrosie semantiche di un Parlamento ipocrita e allo stesso tempo eliminare quelle odiose discrasie che ancora ci separano fattivamente dal concetto di matrimonio egualitario.  

Nel nostro Paese il mondo dell’informazione, se pur con qualche eccezione, non sembra abbia fatto passi in avanti e spesso leggiamo articoli o ascoltiamo programmi ricchi di errori terminologici e con contenuti fortemente omofobi e transfobici. Quali sono i tuoi suggerimenti per una informazione più equilibrata e, soprattutto, antidiscriminatoria?

Penso all’ultimo odioso stupro di Rimini. Una coppia brutalizzata, con lei vittima di violenza sessuale, stesso tragico destino toccato a una trans in quella notte di follia. La quasi totalità dei servizi andati in onda si soffermava sulla descrizione, anche eccessivamente dettagliata, quasi morbosa, dell’aggressione alla ragazza polacca. Poche righe per la trans, spesso indicata al maschile. L’ho trovato sconfortante. Il rimedio? Formazione e informazione. A partire dalle Scuole di giornalismo che devono aprirsi a seminari sull’informazione di genere. L’ordine dei giornalisti dovrebbe impegnarsi di più, siamo costretti a seguire decine di corsi di formazione per accumulare quei crediti che una dubbia riforma ci ha imposto ma sul tema non ne ho ancora visti. Seminari che andrebbero organizzati ovviamente coinvolgendo le associazione lgbtq. Potremmo fare squadra e organizzarli insieme, no?

Senio, ci racconti il tuo  incontro  con Franco Grillini e perché ?

Domanda maliziosa (sorride). Tu che sai com’è andata mi provochi… Ebbene, è un episodio simpatico da ricordare. Avrò avuto 23-24 anni, mi ero appena laureato e stavo terminando un master in Relazioni Internazionali a Firenze. Dovevo iscrivermi alla Scuola di Giornalismo di Perugia ma ero a rischio chiamata per il servizio militare. Sapevo di una vecchia norma di legge che permetteva ai gay dichiarati l’esenzione dalla leva ma a patto di presentare fisicamente una sorta di “certificato di omosessualità”… incredibile, vero? E chi poteva rilasciare questa sorta di bolla papale se non Franco Grillini, allora presidente di Arcigay? E così partii da Firenze e mi presentai, previo appuntamento, a casa di Franco. Tranquilli, nessuna sorta di ius primae noctis, soltanto due risate e quattro chiacchiere. Mi chiese anche di collaborare con gaynews.it ma poi non se ne fece niente. E fantasticò su un improbabile Gay Pride da organizzarsi all’Elba, la mia isola. Io, tra me e me, immaginavo le reazioni dei miei ai carri e ai ballerini sul lungomare di Portoferraio… aiuto! E così uscii da quella casa con il mio pedigree da gay doc. Che alla fine non servì perché la naja fu eliminata per legge. Ma quel certificato a firma autografa di Franco da qualche parte devo ancora averlo…

Quest’anno sei co-conduttore del programma televisivo Agorà su Rai3, un’esperienza importante. In futuro ci saranno spazi per tematiche contro l’omofobia, la transfobia e il bullismo ?

Una grande occasione dopo anni passati in strada da inviato istituzionale. Sto in studio insieme a Serena Bortone, la padrona di casa. Toccheremo molti temi come del resto fatto in questi otto anni di trasmissione, una finestra sull’Italia: dalla politica alla società, dall’economia ai diritti. E certamente parleremo anche di questi temi, il rispetto degli altri, la non-discriminazione, la lotta contro la violenza di genere e il bullismo, l’ omofobia, tema peraltro sepolto al Senato da quasi tre anni. Nello stile di Rai3 avendo sempre a mente un concetto chiaro: la centralità del servizio pubblico. 

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Domani, alle 17:30, si uniranno civilmente presso Palazzo Loggia, sede del Comune di Brescia, Stefano Simonelli e Luca Trentini. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche numerosi esponenti del movimento Lgbti italiano. Già segretario nazionale di Arcigay dal 2010 al 2012 e attualmente coordinatore di Sinistra Italiana per la provincia di Brescia, Luca è infatti noto come militante per i diritti civili delle persone omosessuali e transessuali. Tema, questo, di cui si occupa anche come blogger per Huffington Post. 

Per saperne di più lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, si avvicina il gran giorno: come ne avete vissuto, tu e Stefano, la preparazione?

Con grande emozione. Siamo partiti assai presto con l'organizzazione della nostra unione, supportati da una grande comunità di amiche e amici che hanno voluto condividere con noi il percorso, la preparazione e la realizzazione di quello che sarà sicuramente un momento indimenticabile della nostra vita. Abbiamo voluto coinvolgere non solo l'associazione in cui militiamo da anni, Arcigay, ma anche tutte e tutti coloro che ci sono stati vicini in questi lunghi anni di lotta civile. Come abbiamo condiviso la fatica delle battaglie politiche, così ora vivremo insieme l'entusiasmo e la gioia di un momento, personale e politico, che coinvolge tutte e tutti. C'è stato molto da organizzare, ma ognuno ha contribuito a un pezzo di quella che sarà una grande giornata.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

In realtà la scelta è stata del tutto naturale. Dopo cinque anni di storia e due di convivenza l'idea dell'unione è arrivata spontaneamente. Ci siamo conosciuti grazie a un amico comune a una serata al Mamos di Bergamo. Lì è iniziata la nostra relazione che è proseguita e si è consolidata nel tempo. Abbiamo condiviso la quotidianità, le battaglie civili e politiche e siamo cresciuti come coppia. Il giorno del quarto anniversario del nostro fidanzamento ho preso l'iniziativa e ho fatto la dichiarazione a Stefano, consegnandogli l'anello in un luogo molto romantico di Brescia. Ha detto sì ed eccoci qui.

Il motivo principale che ci ha spinti al passo dell'unione è sicuramente prima di tutto sentimentale. Volevamo celebrare il nostro amore pubblicamente, con amici e parenti, con una festa che li tenesse insieme tutti. Inoltre abbiamo voluto formalizzare di fronte alla legge la nostra famiglia, che già esiste nei fatti ed essere riconosciuti di fronte allo Stato come un bene sociale basato sul vincolo di amore e solidarietà, al pari di ogni altra famiglia. Da ultimo avremo la possibilità di accedere ai diritti e di assumerci i doveri che la legge prevede per consolidare e tutelare la nostra famiglia. 

Come attivista con un lungo impegno in Arcigay alle spalle qual è il tuo giudizio sulla legge Cirinnà? 

La legge Cirinnà è un primo, sostanziale e positivo passo avanti sul fronte dei diritti civili. Ha avuto il merito di rompere quel muro di gomma che ci impediva di progredire come paese e di essere riconosciuti come cittadine e cittadini. Tuttavia la scelta di creare un istituto esclusivo, dedicato solo alle famiglie omosessuali, ben distinto e differenziato dal matrimonio pone dei problemi non indifferenti in termini di uguaglianza sostanziale. E poi la scelta di escludere l'adozione, anche nei termini della stepchild adoption, è stata un’enorme ferita per le famiglie arcobaleno e per i diritti dei loro bimbi. Un atto inaccettabile, servito sul tavolo della mediazione partitica, che ci ha impedito di godere di un successo più grande.

Date le condizioni dettate dagli equilibri parlamentari non era probabilmente possibile ottenere di più. Un passo avanti che deve però essere il primo di una lunga serie.

Qual è a tuo parere l'incidenza che il movimento ha avuto durante il dibattito parlamentare e quale gli obiettivi che deve prefiggersi per il futuro? 

Credo che la legge sulle unioni civili, sebbene parziale, sia il primo grande successo politico del movimento Lgbt italiano, avvenuto attraverso la determinazione e l'impegno di Monica Cirinnà. Nella società dell'immediato tendiamo a dimenticarci la genesi, lo sviluppo e i processi che determinano i cambiamenti sociali. È stata la lotta, il sacrificio e la militanza di migliaia di attiviste ed attivisti che ha attraversato gli ultimi quarant'anni della nostra storia a costruire la possibilità di vedere approvata una legge sulle nostre famiglie. Attraverso la visibilità, la cultura, le iniziative, la lotta sociale e politica, le sentenze dei tribunali, della Corte costituzionale, della Corte europea dei diritti dell'uomo il movimento è riuscito a convincere in modo capillare la maggioranza dell'opinione pubblica a schierarsi al suo fianco e ha costruito le condizioni sociali e politiche perchè quella legge potesse essere proposta, condivisa e votata. Siamo stati noi ad operare una “rivoluzione gentile”, secondo la felice espressione di Franco Grillini, i cui frutti sono stati raccolti nella società prima e nel parlamento poi.

Grande e a mio parere determinante è stata la mobilitazione posta in essere dal movimento nell'imminenza del voto parlamentare. Reputo che la mobilitazione nazionale del 23 gennaio sia stata una dimostrazione di forza e di determinazione capace di far giungere nelle aule parlamentari la voce della maggioranza del Paese, bloccando così in modo ferale l'ennesimo tentativo dei gruppi clericali di bloccare l'approvazione della legge.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

A chi dice - ed è successo anche a Brescia - che le unioni civili sono un flop che cosa rispondi? 

Rispondo che, per definizione, i diritti di una minoranza non si determinano dai numeri che esprime, soprattutto se li si rapporta a quelli della maggioranza della popolazione. Ricordo loro che una possibilità non determina necessariamente un obbligo sociale ad assumersi una scelta. Evidenzio che in inverno, cioè il periodo preso in esame da queste forzate analisi statistiche, è assai improbabile che qualcuno decida di organizzare la festa della propria unione. 

Ma sottolineo soprattutto che, quando si parla di diritti civili e di uguaglianza, il metro di misura debba essere esclusivamente quello della giustizia sociale, e non un banale calcolo numerico. Se una legge porta a migliorare la qualità della vita e determina il benessere e la serenità anche di una e una sola famiglia, è giusto approvarla.

Nel progetto futuro di Luca e del suo compagno rientra anche quello della genitorialità?

Abbiamo grande rispetto e sincera ammirazione per chi compie una scelta così grande, ma non rientra nei nostri progetti. La responsabilità genitoriale è un compito troppo impegnativo e alto per poterlo inserire nelle nostre vite, che sono già talmente cariche di impegni, responsabilità e incombenze da non consentirci il tempo e l'attenzione che merita la cura di una nuova vita.

Tuttavia abbiamo la fortuna di avere famiglie molto numerose, che ci hanno circondato di nipoti. Sono sei, per ora. Proprio domenica scorsa durante un pranzo in famiglia Alberto, il più piccolo dei miei nipotini, ci si è avvicinato e ci ha candidamente chiesto: “Ma zio Luca, da venerdì posso chiamare zio anche Stefano?”. Questo oggi ci basta.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

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