Ricapitolando... Nel 2005 avevo domandato al Circolo Pink di Verona uno spazio per creare un punto di riferimento per le persone trans. Mi fu dato e fondai il Transgender Pink. Finalità di questo sportello scalcinato era quella di rendere tutte e tutti noi persone trans scienziate/i di noi stessi. Avevo la sensibilità di Antonietta Bernardoni, che conobbi personalmente negli anni ‘70 personalmente, e la conoscenza delle sue attività terapeutiche popolari. Avevo allora ben presente che, se fossi riuscita, avrei costituito un consultorio fatto da persone trans per le persone trans. Per una transizione medico-pedagogica senza il supporto di psicologi/psicologhe e psichiatri/psichiatre.

Ma non vi riuscii o meglio non ne fui capace, perché eravamo nella fascistissima Verona e perché io allora avevo appena fatto la mia transizione sociale e lavorativa perdendo il lavoro a 55 anni. Non conoscevo il mondo Lgbti. Ero perciò tutta presa a creare contatti e a capire cosa volesse dire vivere concretamente da trans come ero ma anche da gay, da lesbica, da donna. E gli eventi mi presero la mano. Sulla base del mio lavoro presso il Transgender Pink, scalcinato ma importantissimo, il Pink organizzò il Sat: tutta un'altra cosa da quello che io avrei voluto sul territori, cioè un consultorio con pedagoghi e con persone trans. Invece al primo corso di formazione ci furono quasi tutte presenze di studenti e laureati in psicologia.

In quegli anni scoprii che anche tutto il mondo Lgbti era psichiatrizzato – e lo è ancora – e frammentato. Personalmente leggo tutto ciò come la coda del capitalismo perché esso porta alla specializzazione e alla divisione tra gli esseri umani attraverso diagnosi. Infatti, se vogliamo tutt’oggi un diritto alla cura o cambiare nome sui documenti, è necessario avere presso  tutti i consultori d’Italia una diagnosi psichiatrica di disforia di genere. Quindi un diritto personale mi costa una diagnosi. E a tale prezzo non è più  un diritto o una conquista dal momento che dietro c’è una diagonsi psichiatrica. Diagnosi che è indice di eteronormatività. Checché se ne vogliamo pensare, la realtà, tragica realtà, è questa. Ma è da qui che bisogna partire: rifarsi cioè a Maria Montessori, ad Antonietta Bernardoni, a Leslie Feinberg, a Paul B. Preciado. Ma anche una bella analisi marxista e transfemminista non guasterebbe.

Io ho serie difficoltà di lettura e scrittura. Vado soggetta a blocchi, frutto di cattivi insegnanti che, invece di vedere perché non studiavo e mettersi a ragionare con me, mi mandarono, complice la mia famiglia, da psichiatri e psicologi con un netto peggioramento nel campo dello studio. Ora cerco di riscattarmi ma è dura. Vorrei però dare, visto l’imminente arrivo della mia anzianità. Vorrei apportare un contributo in tale senso, sebbene non sia laureata. Ma, avendo pure fatto l’operaio di fonderia per trenta anni, credo di avere un’ampia conoscenza di mondo lavorativo e sociale. Credo soprattutto di poter dare un valido contributo perché sono una trans che può pensare, scoprire, scrivere ed essere scienziata delle proprie esperienze.

Insomma, più pedagogia, meno psichiatria e psicologia. Più autodeterminazione e più libertà di espressione dei nostri generi e dei nostri sessi. Lasciatemi dire, anche più antifascismo e anticapitalismo. Mi riprometto di sviluppare in futuro questi concetti con delle pubblicazioni, se ne avrò forza e coraggio e se riuscirò a superare i blocchi di cui parlavo. Ora, già scriverne per la prima volta mi sembra positivo.

In fine ho un sogno: formare un movimento su questi concetti che sono nelle mia mente da molti anni. Movimento che si chiamerebbe TRANSFORMAZIONE e che parte da noi persone trans ma che vuole andare a tutto il genere umano. Movimento che, mi si passi l’ardire dichiarativo, conieremmo per futuro genere umano composto da 7 miliardi di persone in trans. Che, sulla scorta del termine originario latino, si riferisce a un transito permanente e continuo. Ne parleremo anche perché dovremmo iniziare una grande rivoluzione sociale anticapitalista per una cultura e una scienza dal volto umano. Per dei consultori trans dal volto umano.

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Si è aperto martedì 5 settembre presso il tribunale di Verona il processo a carico di Massimo Gandolfini, leader del Family Day, con l'accusa di diffamazione nei riguardi di Arcigay. La seconda udienza si è tenuta giovedì 21 settembre. Per saperne di più abbiamo raggiunto Flavio Romani, presidente della storica associazione rainbow.

Flavio, perché hai deciso di sporgere denuncia a nome di Arcigay contro Gandolfini?

Perché Arcigay è stata infangata da un'accusa infamante, che offende il nostro lavoro quotidiano come associazione e l'onorabilitá di ogni socio e socia. Come ben sappiamo, da ormai vari anni è stata montata contro le persone gay, lesbiche e trans una guerra che chiama i cittadini a lottare contro quella colossale bufala della cosiddetta "ideologia gender". Il tutto è iniziato con la discussione della legge contro l'omofobia, che secondo loro limitava la loro libertà di offendere e discriminare le persone Lgbtim e ha avuto il suo culmine nei mesi della discussione della legge Cirinnà. Gruppi di cattolici integralisti si sono saldati con movimenti di estrema destra e hanno messo in piedi iniziative di tutti i tipi nell'intero Paese dalle Sentinelle in piedi al Family Day fino a centinaia di convegni in cui si spiegava quanto noi fossimo una minaccia per la società.

In alcuni di questi incontri il professore Gandolfini ha affermato che Arcigay approva la pedofilia. È stato subito chiaro che era stato passato il segno e che il contrasto non era più di tipo culturale e politico ma si  scadeva nella denigrazione e nell'accusa infamante. E questo per me era intollerabile come presidente di Arcigay e rappresentante legale di questa associazione ma anche e direi soprattutto anche come socio di Arcigay da tantissimi anni. Ho ritenuto che l'unica risposta possibile fosse quella delle vie legali: non si trattava più di una battaglia culturale o politica, ma era diventata una battaglia a cui solo un tribunale può dare risposta.

La pedofilia è un reato colpito giustamente con leggi molto severe ma prima ancora è un atto orrendo e devastante che distrugge la vita dei bambini e delle bambine che ne sono vittime. Poteva forse Arcigay tollerare tutto questo? Io credo di no. Gandolfini ci ha accusato davanti a centinaia di persone di approvare la pedofilia e ora (aggiungerei) deve rispondere davanti a un giudice di diffamazione aggravata.

Ti aspettavi che fosse istruito un processo o pensavi a un'archiviazione?

Ovviamente quando si presenta una querela non si è mai certi dell’esito. Però nel nostro caso abbiamo prodotto i video delle conferenze del professore Gandolfini che erano stati messi online. Questi video documentano che a un certo punto Gandolfini estrae dalla sua cartella una pagina di Repubblica del luglio 2014. Si tratta di un articolo che parla di Facebook e della introduzione nella piattaforma italiana della possibilità di scelta fra 58 opzioni identitarie, iniziativa per la cui realizzazione Facebook aveva chiesto ad Arcigay una collaborazione

Gandolfini tira fuori l'articolo di Repubblica e ne legge titolo e sottotitolo: Da oggi il social network permette di optare tra 58 identità diverse
Tutte “approvate” dall’Arcigay, inclusa una destinata a suscitare dibattitiE questo è in effetti il titolo di Repubblica. Poi però Gandolfini dice alle centinaia di persone presenti: “E sapete qual è questa categoria destinata a suscitare dibattito? La pedofilia!”. Ovviamente questo provoca una reazione di sconcerto e di profonda indignazione fra chi lo sta a sentire. In pratica alle centinaia di persone che sono presenti alle sue conferenze e alle migliaia di persone che hanno in seguito visto il video online, Gandolfini fa credere che Repubblica si riferisca alla pedofilia e che Arcigay approvi la pedofilia. Ovviamente nell'articolo la parola pedofilia non viene neanche menzionata e la categoria destinata a suscitare dibattito a cui fa riferimento il titolo è quella dei femminielli. Alla querela noi abbiamo allegato vari video in cui si mostra tutto questo e il pm ha deciso di esercitare l’azione penale.

Quali i momenti salienti della due udienze?

Le prime due udienze sono state a carattere essenzialmente tecnico e procedurale come normalmente succede nei processi. Il difensore di Gandolfini, l'avvocato Simone Pillon, ha presentato due eccezioni: la prima eccezione riguardava la competenza territoriale del tribunale di Verona, la seconda la costituzione di parte civile del sottoscritto oltre che dell’Associazione Arcigay. Entrambe sono state respinte. La difesa Gandolfini, ai fini dell’istruttoria da svolgere, ha chiesto l’esame di un teste e due consulenti tecnici, nella persona della professoressa Chiara Atzori che dovrebbe illustrare l'ideologia gender e dell'ex magistrato Roberto Thomas che ha affrontato nella sua carriera vari casi di pedofilia.

Noi, attraverso il nostro legale, l’avvocata Rita Nanetti, ci siamo inizialmente opposti anche perché secondo il nostro parere tutto è documentato. Sia il teste che i consulenti sono stati ammessi dal giudice, che ha poi però anche ammesso i nostri consulenti tecnici: persone tre le autorevoli e competenti rispetto alle questioni Lgbti che abbiamo in Italia. Si tratta del professore Paolo Valerio dell'università Federico II di Napoli e del professor Vittorio Lingiardi dell'università La Sapienza di Roma. Queste persone saranno sentite in una delle prossime udienze.

Quale la posizione dei legali di Gandolfini e quale quella del pm?

Non siamo in grado di anticipare quelle che potranno essere le difese del prof. Gandolfini, anche perché non ha rilasciato dichiarazione nel corso delle indagini. Il pubblico ministero esercitando l’azione panale ha ritenuto che vi fossero i presupposti per lo svolgimento del processo a carico di Gandolfini per diffamazione aggravata. Il giudice ha già fissato un fitto calendario di udienze.

Che cosa speri da questa causa?

Da questo processo noi ci aspettiamo che la giustizia dia un segnale forte e faccia capire che non si può usare la menzogna per screditare una associazione come Arcigay, composta da migliaia di persone che tutti i giorni cercano di lavorare per migliorare la vita delle persone gay lesbiche e trans. Non si può usare la menzogna e pensare di farla franca. Spesso in passato siamo stati insultati. Siamo stati derisi. Siamo stati offesi e discriminati. Con questa campagna contro l'ideologia gender si vuole attivare una psicosi collettiva su una cosa che non esiste per far tornare un clima di odio contro le persone gay lesbiche e trans. E non è solo Gandolfini.

Sono decine e decine le associazioni, i gruppi, le persone che si attivano a tutti i livelli, dalle piazze ai social ai media. Abbiamo visto anche in questi giorni la loro capacità organizzativa e la grande disponibilità economica che ha permesso loro di realizzare quell'autobus arancione che ha fatto il giro dell'Italia, cercando di portare nelle piazze la bufala antigender. Questa operazione non è riuscita molto: le piazze sono rimaste praticamente vuote. Però ci riproveranno. Come Arcigay ci siamo attrezzati per contrastare il più possibile questa psicosi. Abbiamo fatto un sito dove vengono spiegate in maniera riassuntiva tutte le questioni che riguardano questa crociata che è fatta contro di noi: il sito è www.maqualegender.it. Nel sito ci sono le spiegazioni essenziali, ci sono dei contributi culturali su tutto quello che serve per essere pronti a rispondere alle loro argomentazioni e c'è anche la possibilità di aiutare Arcigay economicamente attraverso una donazione che aiuti la nostra associazione ad affrontare le spese legali nel processo Gandolfini e in tutti i processi che andremo a intraprendere se ce ne saranno presupposti e necessità. E in generale un aiuto per tutte le iniziative che metteremo in piedi. Vorrei che fosse chiaro a tutti che si tratta di una battaglia insidiosa e importante contro questi gruppi, che vogliono riportare indietro le lancette della storia e ci vogliono ricacciare nel buio e nella vergogna.

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