rosario murdica

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Il post Lei dice: I am angry, pubblicato sulla pagina di ArciLesbica nazionale e relativo all'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters, ha suscitato un'ondata d'indignazione sui social. L'invito di Marina Terragni - rappresentante della rete Rua (Resistenza utero in affitto) - alle donne e, in particolare, a quelle tanto lesbiche quanto trans a "non lasciarsi incastrare nel Lgbt" ha provocato ulteriori reazioni all'interno del movimento. A scendere in campo con un duro comunicato anche il Mit (Movimento identità trans), cui ArciLesbica ha risposto rinfocolando ulteriormente gli animi.

Gaynews ha deciso di sentire al riguardo Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e figura storica del transfemminismo italiano.

L'altro ieri ArciLesbica ha postato un articolo che ha sucitato un'ampia discussione sui social. Cosa pensi della relativa posizione che distingue le donne cisgender e le donne trans? 

Il post di ArciLesbica non mi sorprende. I suoi contenuti non sono nuovi ma rappresentano posizioni antiche ben radicate in certo femminismo che ultimamente sta ritornando in auge. Eviterei di chiamare in causa il femminismo nella sua totalità e nella sua straordinaria importanza tantomeno il separatismo che è tutt’altra cosa. Parlerei piuttosto di quel suo filone “essenzialista” assolutamente minoritario. Ultimamente questa parte si è posizionata su parecchie questioni importanti quali la gpa, la prostituzione, il genere e ora il transessualismo. È una parte molto chiusa, sorda a tutti i cambiamenti che i tempi pongono, indifferente alla complessità del mondo. È una parte che ultimamente sta influenzando anche l’agenda politica europea e mondiale con effetti nefasti. Il problema è che quel femminismo nella sua visione non considera neanche il lesbismo. Per cui mi chiedo cosa muova le donne di ArciLesbica a posizionarsi così rigidamente. Se volevano essere serie, le distinzioni che paventano le avrebbero poste/proposte in un seminario, un convegno e non su Facebook dove la risposta mi sembra scontata.

Secondo te perché si è voluta questa distinzione che sembra distruggere ogni rifermento alle lotte e alle posizioni politiche di un tempo? È un pensiero che è rimasto nascosto oppure una necessità per una visibilità politica?  

Se volevano stuzzicare il dibattito o la riflessione (come dicono loro) hanno sbagliato modalità. In questo modo hanno lanciato un fiammifero acceso sulla paglia secca. Conosco molto bene le donne che dirigono ArciLesbica nazionale da anni e conosco le loro provocazioni che in tempi passati hanno prodotto lacerazioni nel movimento e nella stessa ArciLesbica. Le questioni poste, rispetto al “pene”, all’essere donna ed essere trans sono questioni delicate intorno alle quali c’è un intenso e creativo dibattito, di cui loro se ne sono infischiate, buttando all’aria tutto. È da quando venne in Italia Leslie Feinberg nel 2005, attivista transfemminista americano/a, che si aprì il contenzioso, tutto interno al mondo trans e femminista sulle questioni poste. Le stesse questioni che da anni attraversano il movimento internazionale e i Gender Studies. Io stessa posi la questione in Nuovi Femminismi (Ed. Manifestolibri) che sarà ristampato in autunno.

E loro cosa fanno? Lanciano la bomba! Non mi sembra una modalità seria e accettabile. Lo hanno fatto su altri temi come la gpa proponendo/imponendo un documento molto categorico che per fortuna hanno sottoscritto in pochi, nei riguardi del quale  bisognava essere pro o contro. Ma siamo impazzite? Una questione così importante con un sì o con un no? A un movimento che da anni ha smesso di riflettere, confrontarsi, approfondire le signore milanesi propongono il loro pensiero, accusando poi noi del Mit di pensiero unico? ArciLesbica è una grande associazione con cui ho collaborato per anni. Ricordo i miei articoli per Towanda il loro bellissimo giornale lesbico. Ma da Towanda a oggi l’acqua ha rovinato i ponti.

Abbiamo letto tutti la risposta del Mit: cosa si può dire di più?  

Che se non stiamo attente l’ordine del discorso ossia il registro narrativo (come è stato da anni) viene sempre ripreso da altri, in questo caso da altre. È fondamentale e di estrema importanza che sulle nostre questioni la parola torni alle persone trans. Lo sottolineo alle signore milanesi che rivendicano il loro percorso femminista. Lo ribadisco, anche provocatoriamente, a tutte quelle femministe (minoritarie) che ci accusano di scimmiottare la femminilità. Se la tenessero la loro femminilità, che noi ci teniamo la nostra favolosità. Mario Mieli docet.

Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?  

Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Cosa pensi degli uomini gay o etero che hanno risposto sui social affermando di non essere per nulla d'accordo con le posizioni di  Arcilesbica?

Penso che bisognerebbe ritornare a usare e promuovere le intelligenze e circoscrivere i social. Questo tipo di confronto (che non è un dibattito) è molto poco produttivo. Come movimento, se di questo si può ancora parlare. Abbiamo smesso di confrontarci, dibattere, affrontare le contraddizioni e i risultati sono questi. Guardare le nostre contraddizioni, approfondirle per crescere. Storicizzare i nostri preziosi percorsi, è questo di cui abbiamo tanto bisogno.  

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20mila persone. Sette carri, di cui tre della lunghezza di 15 metri. Questo in numeri il Rimini Summer Pride 2017. Ad aprire la coloratissima marcia dell'orgoglio Lgbti, partita alle 19.30 da piazzale Croce, lo striscione Summer of Love. Summer of Pride con la presenza di Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano e direttore della nostra testata. Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto Marco Tonti, presidente del comitato Arcigay Rimini e anima del coordinamento organizzativo.

Pier Vittorio Tondelli scriveva nel 1985 un romanzo intitolato Rimini. Col Pride la città romagnola cosa ha portato con sé sul piano dei diritti?

Rimini ha portato con sé sul piano dei diritti un’idea nuova di lottare per i diritti. Un’idea che è fatta d’una lotta sorridente, allegra e d’intensa leggerezza. Perché per noi queste lotte devono essere fatte col sorriso sulle labbra, col sorriso di chi è consapevole che la battaglia è gia vinta. Forse non oggi né domani. Ma ci arriveremo. Abbiamo già fatto tanta strada. Questo è il motivo per cui ci siamo ispirati all’evento che nel ’67 è avvenuto a San Francisco: la Summer of love, che ha crearo lo spirito di festa, amore, fratellanza universale. Quello spirito che ha poi animato le battaglie che hanno cambiato il mondo nel ’68 e nel ‘69.

Qual è stato il rapporto con le istituzioni nell'organizzazione del Pride?

Il rapporto con le istituzioni è molto solido fin dallo scorso anno. L’amministrazione ha collaborato attivamente, mettendoci la faccia senza esitazione in ogni momento e in ogni passaggio. Bisogna aggiungere che quest’anno siamo riusciti a coinvolgere tutte o quasi tutte le istituzioni della Riviera romagnola perché abbiamo chiesto il patrocinio a tutti i Comuni della costa da Cattolica fino a Ravenna. Ce l’hanno concesso tutti tranne Riccione, Bellaria e Gatteo. A questi patrocini richiesti si sono aggiunti quelli spontanei di Sant’Arcangelo, Gradara (che è nelle Marche), Verucchio nonché della Commissione Pari Opportunità della Repubblica di San Marino. Quindi un po’ tra il serio e il faceto posssiamo dire che quello di quest’anno è stato un Summer Pride International.

Tocchiamo infine il discorso delle processioni riparatrici. Bisognava chiedere perdono a Dio del Gay Pride? Qual è insomma il peccato più grande che è stato commesso?

Il peccato più grande che è stato commesso? Difficile da dirsi. Ogni anno Rimini accoglie 15.000.000 di persone che vengono qui per peccare. Quindi non si capisce perché se la siano dovuta prendere con noi e riparare proprio i nostri peccati quando non vengono organizate processioni riparatrici per tutti gli altri peccati a partire da quelli della Chiesa. Tra l’altro quella riparatrice è stata una manifestazione fintamente religiosa con persone travestite da preti e sconfessate anche dal vescovo.

Insomma se noi ci travestiamo, si grida allo scandalo e si scagliano anatemi. Se si travestono loro, però tutto bene. La cosa più divertente è che nei comunicati del comitato organizzatore intitolato alla Beata Scopelli – anche se avrebbe dovuto scegliere un patrono più consono al loro stile conunicativo come Sangiovese visto che quando scrivono sembrano ubriachi – non è stato neanche citato un versetto biblico ma sono comparse solo Madonne piangenti, Cristi sanguinanti, turiboli tintinnanti insieme ad ampi stralci de Il Signore degli anelli. Una vera farsa che è servita a nascondere movimenti eversivi di estrema destra.

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Su PrEP e prevenzione continua l'intervista alla dottoressa Mariangela Errico, presidente di Network delle persone sieropositive (Nps Italia Onlus). 

Qualcuno sostiene che si inizia a usare la PrEP non si utilizzerà più il preservativo: è così? Non crede che il problema sia più di natura informativa ed educativa? 

Non sono dicerie sono affermazioni provenienti dai maggiori studi clinici Iprex, Proud e Ipergay. Sheena McCormack, ad esempio, durante la conferenza Hiv Drug Therapy di Glasgow del 2016 ha dichiarato – nel corso di una presentazione sullo stato attuale della PrEP – con tono di sorpresa che, dopo che diversi studi sulle giovani donne africane hanno dato risultati deludenti a causa della scarsa aderenza, nessuno ha voluto continuare a fare altri studi cercando di lavorare su questa questione dell'aderenza. Altra difficoltà è individuare le persone ad alto rischio di infezione: i dati inglesi mostrano che il 17% di chi ha avuto una infezione rettale prende l'Hiv e stime simili si trovano tra chi ha avuto più di due rapporti anali senza preservativo nell'ultimo anno. Ci sono stati due casi in tutto di persone che prendevano la PrEP e che si sono infettate con un ceppo resistente a questi farmaci. Sono solamente due casi, ma dovremmo riflettere su come un uso scorretto della PrEp può portare a delle sieroconversioni e potenziali resistenze farmacologiche. Diventa quindi fondamentale una corretta informazione e un costante monitoraggio. Importante anche l'assunzione on demand provata nello studio francese Ipergay con pillole prese prima e dopo l'atto sessuale. Anche con questa modalità di assunzione l'efficacia è stata alta anche se solo il 50% delle persone prendeva le dosi come prescritto sempre, evidentemente – ha commentato McCormack. Ci sono nuovi farmaci in studio per prevenire l'infezione, ad esempio Maraviroc e gli anelli vaginali di dapivirina. Anche in questo caso, l'aderenza è stata il maggiore problema. Adesso si sta provando a mettere insieme in questi anelli vaginali gli anticoncezionali e i farmaci preventivi dell'Hiv così che le donne possano essere più motivate a usarli.

C'è chi su Facebook scrive post perentori sui danni sociali legati alla diffusione della PrEP. Ma si tratta d’informazioni spesse prive di base scientifica. Cosa ne pensa ?  

L’osservatorio da cui parlano queste persone, alcune delle quali sex worker, sono un ambito molto particolare e profondamente coinvolto. Perciò, sebbene non sia elaborato su basi scientifiche, trovo che sia interessante il dibattito che si è animato. Da tecnica del settore ovviamente preferirei che si dicessero cose esatte. Come, ad esempio, che la PrEP in Italia a oggi non è disponibile e rimborsato dal Sistema sanitario nazionale, non è legale e tutto quello che c’è deriva dal fai da te delle persone che hanno scelto di assumerlo.

Il preservativo rimane tutt’ora un efficace ed economico strumento di prevenzione, sebbene dobbiamo prendere atto del fatto che il suo uso è diminuito nel tempo. Altri strumenti di prevenzione, quali la PrEP, andrebbero integrati in una strategia complessiva di prevenzione che comprenda un’efficace campagna informativa soprattutto tra i giovani.

Ben altra cosa è la persona con Hiv che è stabilmente in terapia Arv e che, avendo carica virale azzerata da almeno 6 mesi, non può trasmettere il virus ad altri e che vuole liberamente e consapevolmente non usare il condom col proprio partner, facendo però a mio avviso una scelta ragionata in due. Poter appoggiarsi alla strategia della Tasp (Treatment as prevention) è una grande conquista dei nostri anni che, a mio modesto avviso, va condivisa con il partner, ma che in ogni caso ti mette al riparo di trasmettere il virus dell’Hiv. Ribadisco che per me l’assunzione del Truvada senza un monitoraggio clinico è un danno ulteriore alla persona e al sistema di sostenibilità economica perché l’insorgenza di effetti collaterali gravi implicherebbero un intervento urgente. Diventa fondamentale, per coloro che oggi col fai da te riescono a reperire il Truvada online, fornire delle corrette informazioni sulle implicazioni di un suo uso scorretto e non monitorato.

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Sull'incremento dei casi di persone Hiv positive e sui metodi di prevenzione si riaccende peridiocamente la polemica. A dividere gli animi è soprattutto uno strumento come la PrEP (o profilassi pre-espositiva), di cui il più delle volte si parla senza effettiva contezza. Dopo aver intervistato Michele Breveglieri, Gaynews ha raggiunto la dottoressa Mariangela Errico, presidente di Network delle persone sieropositive (Nps Italia Onlus). 

Presidente, nei giorni scorsi c'è stato un grande dibattito sui social realativamente alla PrEP. Ci sono diverse posizioni sia sul suo utilizzo sia sugli effetti che tale utilizzo ha sui soggetti che ne fanno uso. Qual è il suo parere al riguardo?  

Sì, ho seguito il dibattito e il mio parere è noto da tempo: sin da quando nel 2014 si è comininciato a parlare di PrEP a livello internazionale, durante la conferenza di Durban del 2014 con il documento Who, la posizione assunta da Nps è stata quella della prudenza, valutando con attenzione i pro e i contro di un’eventuale accesso alla prep in Italia. Preso atto dell’efficacia della PReP nel prevenire l’infezione da Hiv quando assunta correttamente, come dimostrato dagli studi Iprep, Proud e Ipergay, altri sono i problemi da affrontare. Chi potrà averne accesso e come integrare la PrEP adeguatamente in una strategia complessiva di prevenzione. Noi abbiamo subito messo l’accento sulla necessità che fosse estesa a tutte le persone che ne avessero bisogno e non solo tra gli msm (uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini). Quando dico a tutte le persone mi riferisco in particolar modo alle donne che sono sotto rappresentate anche in questo tipo di studi ma che a malapena anche adesso, a distanza di 3 anni, vengono prese in considerazione. Ricordiamoci che le donne, come anche le sex worker, hanno spesso difficoltà a negoziare con il partner l’uso del preservativo. In Italia le ultime linee guida sulle terapie antiretrovirali, nell’ultima versione del 22 novembre 2016, fanno riferimento all’inserimento delle coppie sierodiscordanti con specifico riferimento al concepimento, ma di fatto non abbiamo un vero monitoraggio di quel che sta accadendo. Fatto essenziale a mio avviso è quello di avere una mappatura del fenomeno accesso alla PrEP in Italia, fenomeno del quale si sa molto poco e quel che si sa è anche molto confuso. 

Ci sono studi in atto o sperimentazioni nel nostro Paese? 

È di recente inizio lo studio Discover al quale hanno aderito 92 Paesi, tra cui l’Italia con i soli centri del San Raffaele (Mi) e dello Spallanzani (Rm), il cui arruolamento è stato particolarmente veloce e chiusosi verso i primi di maggio scorso, ma aperto solo a uomini msm e donne transgender. Piccole survey d’indagine sul gradimento e il livello di conoscenza della PrEP sono state fatte in questi anni e presentate al più importante convegno sull’Hiv che c’è ogni anno in Italia, ovvero Icar, dove per esempio i numeri sono spesso intorno ai 200/250 persone coinvolte. Attualmente, nell’ambito della ri-elaborazione del PNAids (Piano Nazionale Aids) si stanno progettando delle PrEP Unit, nel quale restano ancora una volta ad oggi escluse le donne, sul modello dello studio Discover, che prende il nome dal farmaco Descovy, e in ogni caso si tratta solo di documenti in fase di elaborazione e non presi interamente in carico dal ministero della Salute, il quale per il PNAids non ha predisposto nessuna copertura economica, sebbene si tratti di un piano nazionale.

Sul web, come già detto, sono molti gli attori che partecipano alla discussione. Alcuni presentano dati non ufficiali, altri suggeriscono comportamenti di diverso tipo, altri ancora raccontano esperienze personali. Quale è la prassi consigliata per raccogliere buone informazioni?  

In un contesto democratico io trovo che tutti possono e devono esprimere le loro opinioni. Ma è assolutamente necessario distinguere tra opinioni e dati statisticamente validi e rappresentativi. Un dato di fatto è che la PrEP in Italia non è stata approvata dall’ente che dovrebbe regolarne la sua immissione sul mercato ovvero l’Aifa, per cui di fatto stiamo parlando di qualcosa che non ha regole in questo momento se non quelle per cui le persone autodeterminandosi possono acquistarlo in altri Paesi o via internet. Di fatto accade anche che in alcuni centri clinici per malattie infettive alcuni medici prescrivono il farmaco su ricetta bianca e poi le persone trovano il loro modo di acquisirlo: questo per me è qualcosa di non corretto considerato che si tratta dell’assunzione di un antiretrovirale che va assolutamente monitorato nei suoi effetti collaterali.

Chi meglio di noi persone con Hiv sappiamo quanto sia necessario avere controlli periodici per l’insorgenza di possibili effetti collaterali ben noti? Sebbene negli studi Iprex, ProudIpergay non siano stati riscontrati significativi effetti collaterali dovuti all’assunzione del Truvada, sappiamo che tale farmaco, uno dei farmaci più utilizzati per il trattamento dell’Hiv, può creare potenziali problemi renali e alle ossa. L’uso corretto del condom è parte fondante dei nostri interventi di prevenzione nelle scuole tra i giovani come unico strumento di tutela della salute da Hiv e da tutte le altre malattie sessualmente trasmesse: epatiti, hpv, clamidya, herpes simplex, condilomi, trichomonas, sifilide. La profilassi pre-esposizione infatti funziona solo su un livello, cioè come difesa contro l’Hiv, mentre il condom offre protezione non solo per l’Hiv ma anche per tutte le altre infezioni sessualmente trasmissibili (Ist).

Ritengo che le associazioni che propugnano l'utilizzo della PrEP dovrebbero ragionare più attentamente sui dati a disposizione, soprattutto quelle che si occupano di msm, e tornare a parlare di condom: la mancanza di protezione nel corso di rapporti sessuali ha causato infatti una recrudescenza di alcune Ist che, a loro volta, costituiscono un terreno fertile per infettarsi anche di Hiv. Sappiamo per esempio dal rapporto Ecdc che in Europa il 48% dei nuovi casi di sifilide si registra tra gli msm, e anche se il dato italiano potrebbe essere sottostimato perché meno del 10% dei medici lo comunica (benché sia per legge obbligato a farlo), è ipotizzabile che gli omosessuali italiani non se la passino meglio. 

(continua)

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(continua)

C'è sempre un gran discutere di numeri. Mi puoi dire quali sono i dati quantitativi di infezioni da Hiv nel Paese e se questi dati sono cresciuti negli ultimi cinque anni?

Nel 2015 in Italia ci sono state 3.444 nuove diagnosi, di cui l’85,5% per via sessuale, etero (44,9%) e MSM (40,6%). Tra i giovani tra i 18 e i 25 anni, peraltro, questa proporzione è ribaltata: quasi la metà delle nuove diagnosi è tra i giovani MSM (49,3%), contro il 37,7% di etero. In generale c’è stata negli ultimi cinque anni una progressiva diminuzione delle nuove diagnosi, tranne che per gli uomini che fanno sesso con uomini (MSM), che sono invece aumentati. Sull’età si può poi rispondere in tre modi. In primo luogo quelli diagnosticati di più, sul totale delle nuove diagnosi, sono stati quelli tra i 30 e i 49 anni. Quindi non i giovani. Poi però è vero che, se paragoniamo l’ampiezza di popolazione di ciascuna fascia di età, quelli tra i 25 e i 29 anni si infettano di più rispetto agli altri, cioè ci sono più diagnosi ogni 100.000 giovani (25-29) di quante ce ne siano ogni 100.000 over 30. Potrebbe essere una spia di una maggiore vulnerabilità di quella popolazione. E poi c’è il terzo modo di risponderti, guardando alla tendenza nel tempo, dunque se ci siano aumenti o diminuzioni, miglioramenti o peggioramenti. Focalizzandoci solo sugli MSM, a livello nazionale stiamo avendo negli ultimi 5 anni un aumento costante di nuove diagnosi tra gli over 50, mentre il dato è complessivamente stabile, tra aumenti e diminuzioni, tra i 25-50 e tra gli under 25. L’aumento tra i più adulti potrebbe anche essere una spia della fatica legata all’uso costante del condom dopo tanti anni tra i gay, ma non abbiamo dati per suffragare questa ipotesi. L’aumento tendenziale di nuove infezioni tra gli uomini che fanno sesso con uomini ci deve far riflettere sull’urgenza di introdurre nuovi strumenti di prevenzione.

Nelle scuole è sempre difficile  parlare di  prevenzione  ma è ancor più difficile far mettere  un distributore di profilattici. Qual è secondo te  il danno  che  questa  mancanza provoca?

Enorme. Ma noi che vediamo quanti danni facciano fenomeni come i no-gender, capiamo bene perché questo avvenga: mancanza profonda di laicità nelle istituzioni scolastiche, mancanza di cultura della salute sessuale in generale, sessuofobia, omofobia e correlati, istituzionali e culturali. I giovani gay e bisessuali, come abbiamo visto, ne fanno ancor più le spese. Ma ancor più fastidioso è sentire ogni anno questa retorica generica sui giovani a maggior rischio. Un po’ perché a volte vengono citati emergenze e aumenti che non esistono, e un po’ perché a fronte di queste lacrime di coccodrillo uno si aspetterebbe una bella strategia nazionale di educazione sessuale nelle scuole, una di quelle azioni che prendono talmente il toro per le corna sul tema sesso e rischio da far impallidire i no-gender, ad esempio rivolgendosi anche ai giovani gay e bisessuali. Invece nulla di tutto ciò. A mio parere la retorica sui giovani nasconde un problema culturale di fondo: l’Hiv in questo Paese non si è mai affrontato seriamente perché implica parlare di sesso. Le poche azioni sulle scuole spesso finiscono a parlare di Hiv e sesso in maniera talmente generica da sembrare lezioni sul sesso degli angeli.

Un giovane si vuole informare su Hiv e Mst e va in internet sfogliando diversi social. Quali sono secondo te le attenzioni che deve avere nel recupero delle informazioni per non cadere in siti o presentazioni individuali non corrette e che possono mettere a rischio la sua salute e quella degli altri ? 

Il consiglio generale è sempre di affidarsi solo a siti che citino fonti, come studi o siti istituzionali specializzati, magari europei o internazionali, verificabili. E di verificare, se si ha tempo, che quel che scrivono corrisponda a quel che dice la fonte. I blog e forum, per non parlare delle discussioni su facebook, sono pericolosi, spesso pieni di opinioni disinformate, quindi eviterei. C’è anche da dire che al momento mi affiderei meno a fonti istituzionali italiane, purtroppo abbastanza arretrate e quindi, su alcune questioni, fuorvianti. Mi è capitato di persone che mi scrivessero perché avevano letto delle cose corrette e aggiornate su siti associativi specializzati, ma poi non le avevano ritrovate su siti istituzionali italiani (ad esempio il terribile sito uniticontrolaids.it) fermi agli anni ‘90, ed erano giustamente confusi. È un problema se noi parliamo di TasP, come ne parla tutto il mondo aggiornato, e poi l’Istituto Superiore di Sanità o il Ministero, invece, ignorano totalmente la cosa nonostante siano ben al corrente di tutto. L’aggiornamento della comunicazione istituzionale italiana è un’altra delle nostre battaglie.

Quale primo suggerimento puoi dare a chi scopre di  essere sieropositivo ?

Di non abbattersi, di rimboccarsi le maniche e proseguire, perché ha una vita lunga davanti a sé, al pari di tutti i suoi coetanei che non hanno l’Hiv. Dovrà probabilmente dedicarsi un po’ di più alla propria salute, ma avrà tutti gli strumenti per farlo: controlli, farmaci, ecc. La TasP gli consentirà anche una vita sessuale molto più serena di un tempo, perché la sua infettività sarà praticamente eliminata. Il suo problema maggiore sarà la gente disinformata, che vive ancora con paure irrazionali e rimasta agli anni ’90. Ma per affrontare questo aspetto, per quel che possiamo e riusciamo e per quanto talvolta faticoso anche per noi, ci siamo anche noi assieme alle altre associazioni che lottano contro l’Hiv e a fianco delle persone con Hiv.

Chiudo col una rapida domanda: il preservativo è?

Lo strumento di prevenzione in assoluto più “versatile” per le varie infezioni sessualmente trasmissibili. E uno strumento di prevenzione dell’Hiv tra quelli con maggiore efficacia. Ma non più l’unico, per fortuna.

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Sull'incremento dei casi di persone Hiv positive e sui metodi di prevenzione si riaccende peridiocamente la polemica. A dividere gli animi è soprattutto uno strumento come la PrEp (o profilassi pre-espositiva), di cui il più delle volte si parla senza effettiva contezza. Per saperne di più, Gaynews ha intervistato Michele Breveglieri, responsabile nazionale di Arcigay per il settore Salute.

 

In questi giorni si è tornati a discutere nella collettività Lgbti sulla PrEp. Innanzitutto, che cos'è e come funziona? 

PrEP sta per Profilassi pre-esposizione. In pratica è un farmaco antiretrovirale, usato normalmente per curare persone con Hiv, che una persona sieronegativa può invece assumere prima del sesso per evitare di prendere l’Hiv. Al momento solo uno è registrato a questo scopo: Truvada. Protegge solo dall’Hiv ed è un farmaco che va assunto quotidianamente o con una posologia specifica al bisogno (quattro pillole nei giorni intorno a quello in cui si fa il sesso da proteggere). In pratica, per dirla in parole povere, è un farmaco che, con la giusta concentrazione nel sangue, impedisce al virus di attecchire e replicare. Deve però esserci una sufficiente concentrazione affinché sia efficace ed è per questo che il modo in cui lo si assume è essenziale. Se preso nel modo giusto, ha un’efficacia altissima e paragonabile al preservativo, sul lungo periodo. Del resto non staremmo qui a parlare di PrEP se in 30 anni di epidemia fossimo riusciti a convincere tutti a modificare il proprio comportamento sessuale sempre e comunque usando il preservativo costantemente a ogni incontro. Se stiamo ai dati Emis del 2010, su oltre 16.000 uomini che fanno sesso con uomini (MSM) in Italia, tra coloro che avevano fatto sesso con partner occasionali nell’ultimo anno il 40.4% non aveva usato il preservativo almeno una volta nel sesso anale. Oggi, puntando anche su altri strumenti complementari, prendiamo atto del fatto che il preservativo è uno strumento che ha grande efficacia preventiva, ma anche alcuni limiti intrinseci, e ci avvantaggiamo di uno strumento in più che evidentemente interferisce meno, per alcuni, con la dinamica spontanea del sesso. Il vantaggio della PrEP, come anche della TasP (la strategia che si basa sulla evidenza che una persona con Hiv in terapia e carica virale non rilevabile da almeno sei mesi non trasmette il virus, non è infettiva), è questo. Lo svantaggio è che potrebbe associarsi a una maggiore diffusione di altre infezioni sessualmente trasmissibili spesso considerate minori, se usata costantemente in sostituzione del preservativo. Gli effetti collaterali sono un altro svantaggio, ma sono minimi e quelli più importanti (penso ai danni ai reni o alle ossa) hanno in realtà effetti reversibili una volta che si smette di assumere il farmaco.

Qual è la posizione di Arcigay?

Favorevole. Arcigay ha discusso del tema anche nell’ultimo congresso, uscendo con una posizione chiara sulla “prevenzione combinata”, ovvero sulla strategia secondo cui a ogni bisogno individuale di prevenzione deve corrispondere lo strumento più adeguato, e la prevenzione è una sinergia di azioni combinate, non è più solo “preservativo”. C’è il preservativo e gli altri strumenti “di barriera”: c’è la PrEP, c’è la TasP, ci sono le azioni di testing diffuso e che deve essere sempre più accessibile, ecc. Oggi la PrEP è già prescrivibile in Italia ma non è accessibile a causa dei costi. Ci stiamo battendo, assieme ad altre organizzazioni, affinché sia accessibile in un modo o nell’altro. Abbiamo co-firmato documenti, stiamo collaborando anche nell’ambito del Piano nazionale Aids del Ministero e di altri documenti istituzionali di indirizzo affinché la PrEP diventi strumento di prevenzione. La posizione è chiara.

La discussione sulla PrEP mette in evidenza anche l'aspetto commerciabile e i grandi guadagni che  le case farmaceutiche possono avere. Che ne pensi in proposito? 

In generale, penso che in un regime capitalistico questo è. Ma l’efficacia è scientificamente provata, non l’ha decisa il capitale. Mi pare un po’ riduttivo subordinare ragionamenti di efficacia a ragionamenti dietrologici sull’interesse economico. Ne capisco il valore critico, ma dal mio punto di vista conta di più il fatto che una persona non si infetti. Peraltro, una volta introdotto il generico Truvada, credo che sia più quel che non guadagnano a causa del calo di nuovi infetti. Ricordiamoci che allo stato attuale una persona sieropositiva vive una vita lunga come tutti gli altri. Sotto farmaci. Che hanno un elevato costo. Il costo evitato (traducibile in mancato guadagno per altri) non è indifferente. Semmai mi preoccuperei di più del fatto che il generico sia introdotto presto, per accelerare l’accessibilità. Il brevetto di Truvada scade in questi giorni, ma Gilead ha una protezione aggiuntiva fino al 2020, a meno che non vi rinunci. Il mantenimento e il rispetto di questa protezione è evidentemente un problema che ci auguriamo sia superato al più presto.

Sappiamo che riguardo alla prevenzione e all'informazione su Hiv e malattie sessualmente trasmessibili l'Italia presenta molti ritardi. Quali sono quelli maggiori e quali quelli più urgenti da affrontare?

Guarda, proprio perché la chiave per battere l’Hiv definitivamente è la prevenzione combinata, i ritardi del nostro Paese sono davvero dannosi. E sono tanti. Non si tratta solo di informazione. Si tratta di strategia che manca da tempo. Ora il Ministero, anche grazie a noi e ad altre organizzazioni che siedono nella sua sezione consultiva sull’Hiv, ha definito per la prima volta in trent’anni un Piano nazionale per sconfiggere l’Hiv, dove c’è tutto quel che serve. Allo stato dei fatti, è un ottimo strumento di pressione utilizzabile dalle organizzazioni di lotta all’Hiv, ma non so quanto stringente sul piano dell’impegno concreto della sanità pubblica, che è demandato alle Regioni. Non c’è impegno economico nazionale per sostanziare tutto ciò che c’è scritto in quel piano. Ma per tornare alla tua domanda… In un mondo della prevenzione che cambia e diventa sempre più complesso perché combina strumenti diversi e si orienta a target differenziati, devi avere una visione che tenga insieme tutto: dovresti avere centri clinici di salute sessuale che non solo fanno il test Hiv o danno la PrEP, per esempio, ma che fanno un check up completo di tutte le altre Mst, dovresti avere l’intelligenza di fare campagne differenziate con linguaggi differenziati a seconda delle persone a cui ti stai rivolgendo (uomini gay o persone trans, migranti, popolazione generale, donne, sex workers, ecc.), dovresti investire in quei servizi di comunità che aumentano l’accessibilità delle persone delle comunità più esposte, dovresti avere una comunicazione pubblica aggiornata (ad esempio col Numero Verde Aids del Ministero, per dirne solo una) che tiene conto di tutti i nuovi strumenti (TasP, PrEP, i servizi di testing rapido di comunità, ecc.). Ad oggi direi quasi niente di tutto ciò.

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Sesto sabato dell’Onda Pride il 1° luglio. A celebrare la marcia dell’orgoglio Lgbti saranno domani Bari, Cosenza, Genova, Palermo e una città simbolo per il movimento come Bologna. Al riguardo Gaynews ha intervistato Vincenzo Branà, presidente del Cassero.

Nel logo del documento politico del Pride l’astronauta osserva e non sappiamo chi è. Perché non dobbiamo saperlo? 

L’astronauta rilancia la vocazione esplorativa dei movimenti, la loro attitudine a adottare punti di vista e prospettive inedite e plurali. Non sappiamo chi si cela dietro allo scafandro ma possiamo scoprirlo: questa è la scommessa. Perché l’identità è una scoperta e non un presupposto, perché esistono nel tessuto sociale zone che sfuggono alle regole e alle regolarità e che non vanno necessariamente ricondotte o forzate dentro a uno schema. Svestirsi dai pregiudizi, da tutti i pregiudizi, è uno sforzo quotidiano, una pratica costante che non va banalizzata e che richiede un impegno preciso anche a chi nei movimenti opera da molto tempo. 

Bologna è la città storica del movimento Lgbti ed è la città che, per prima, ha creduto nel valore delle differenze. È ancora  cosi?

Bologna è una città che in passato ha saputo far crescere sguardi critici: questo è il tratto più caratteristico del suo dna. Dalle radio libere, ai centri sociali alla “presa” del Cassero, il filo rosso è quello di una cessione di una parte dello spazio politico alle comunità dal basso. Il punto è che la politica – o meglio: i partiti – oggi reprimono il dissenso per reagire alla loro evidente crisi di consenso: su questo, a Bologna come altrove, bisogna tenere alta la guardia. 

La realtà transessuale è un punto rilevante del  documento politico del Pride.  Su questo mondo i pregiudizi e gli stereotipi costruiscono  culture violente di sfruttamento e  di disprezzo. Come educare i più giovani e con quali strumenti? 

Per parlare ai giovani bisogna innanzitutto raggiungerli nei loro luoghi, condividere tratti di strada con loro, includerli nei nostri ragionamenti. Non è un processo indolore: nelle nuove generazioni categorie come “destra” e “sinistra”, chiare e irrinunciabili per le generazioni precedenti, hanno perso di senso e di nitidezza. Incolpare i giovani di questo è evidentemente un’ingiustizia. Diciamo sempre che la riproduzione non è solo un fatto biologico o genetico: a chi sostiene la sterilità degli omosessuali, abbiamo sempre risposto non solo con le nostre (s)famiglie ma anche con il nostro riprodurre cultura, idee, pratiche. I giovani oggi sono figli di quella riproduzione, che è anche nostra: se li sentiamo distanti tocca alle generazioni precedenti farsi carico di quella distanza.

Omofobia e transfobia nel mondo del lavoro. Quali gli strumenti per contrastarle?

Servono leggi, innanzitutto, tanto sul piano nazionale quanto su quello locale. Servono cioè strumenti che definiscano con chiarezza i contorni di un fenomeno, che lo rendano leggibile, del tutto visibile. E che mettano in moto percorsi efficaci di risposta a quei bisogni. E poi servono reti, capaci di attraversare mondi diversi e che non si accontentino di costruire relazioni solo tra “simili”, escludendo ciò che percepiscono come diverso. 

Unioni civili e concetto di famiglia che muta. Cosa c'è di valore aggiunto  per  la comunità sociale  e cosa non c'è?

Il valore aggiunto è senza dubbio la visibilità, il riconoscimento delle relazioni nello spazio pubblico. Non è l’esito di una legge, sia ben chiaro, ma di un percorso che parte da molto più lontano e che di certo nella legge trova uno dei suoi snodi più importanti. Uno snodo, però, e non un traguardo. La coppia non è l’unica dimensione di vita che persone lgbti scelgono e dobbiamo essere consapevoli dell’egemonia che quel modello esercita, con tutto ciò che comporta in termini di esclusione. 

Anche in Emilia  Romagna si chiede  una legge  contro l'omotransfobia. C'è già un testo?

Il testo esiste: fu depositato da Franco Grillini durante il passato mandato amministrativo. Ora finalmente qualcosa si sta muovendo: è in corso un lavoro di costruzione del percorso che potrà portare all’approvazione di quel testo. Per la prima volta, su questo tema, possiamo essere ottimisti.

Molto dibattito su gpa e autodeterminazione. Cosa manca  alla discussione aperta in questi  giorni?

Manca innanzitutto il riconoscimento reciproco e il superamento di una contrapposizione che riduce questo dibattito a due sole posizioni. Nel documento del Bologna Pride c’è un richiamo esplicito a questo aspetto. E non ci sono invece categorie che in questo dibattito vanno per la maggiore: abbiamo scelto deliberatamente ad esempio di non usare la parola “etica”, molto abusata in questa discussione e utile solo a tracciare un discrimine – del tutto discutibile – tra gestatrici accettabili o non accettabili. Una definizione dall’alto, che poco ha a che fare con l’autodeterminazione delle donne – altra formula inflazionatissima – che deve necessariamente riguardare tutte le donne, non sono quelle bianche, occidentali, ricche. 

Il 28 giugno è ricorso il 35° anniversario dell’inaugurazione del Cassero. Ora l'astronauta che cosa sta vedendo?  

La storia del Cassero è ogni giorno una sorpresa anche per chi la attraversa nella propria quotidianità. Oggi di quella storia fanno parte tanti e tante giovani, che sono la garanzia (e l’augurio) di una lunga storia, che è ancora tutta da scrivere. 

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A meno da una settimana dalle amministrative, che hanno visto il centrodestra vincere a Genova, si terrà domani nella città nota come La Superba il Liguria Pride. Per saperne di più, Gaynews ha incontrato l'avvocata Ilaria Gibelli, socia di Rete Lenford e componente del Coordinamento organizzatore.

Quali iniziative avete messo in campo per coinvolgere più gente possibile al Pride 2017?

Durante tutto l'anno abbiamo lavorato creando reti e sinergie con le diverse associazioni e persone presenti sul territorio, organizzando eventi di formazione per insegnanti, concerti di musica, eventi di teatro e feste. Avendo ottenuto il patrocinio del Comune, abbiamo potuto affiggere due grandi striscioni in due strade centrali di Genova. 

Quali sono le parole d'ordine di questo Pride?

Partecipazione, inclusione, condivisione.

Da famiglia a "nuove" famiglie. Qual è l'esatto messaggio che volete lanciare con questo Pride?

Anche noi siamo famiglie e desideriamo una società accogliente, dove tutti e tutte abbiano il loro posto, in cui nessuno debba rinunciare a qualcosa per essere accettato e amato. Chi pone l'esclusiva, fa del male alle bambine e ai bambini nati in Italia da genitori non italiani nonché alle bambine e ai bambini nati nelle famiglie omogenitoriali, privandoli dei loro diritti, esponendoli alla violenza dell'offesa e della marginalità; come fa del male alle coppie omosessuali e lesbiche, alle madri single, alle coppie senza figli e a tutti quanti non si riconoscono nella famiglia come era descritta negli anni '50

La Regione Liguria è da tempo al centro di un dibattito politico forte senza dimenticare le ultime amministrative a Genova. Voi del Coordinamento che rapporti avete con le istituzioni?

Questo è il terzo Pride che il Coordinamento Liguria Rainbow organizza in totale autonomia, autofinanziandosi, ma godendo dei benefici e della collaborazione del Comune che ha concesso il suo patrocinio. Questo potrebbe essere l'ultimo anno di una collaborazione proficua che ci ha visti lavorare insieme su diversi settori come, ad esempio, la costruzione della Rete Respect, un centro di formazione sui temi della educazione alla affettività e al rispetto; l'iniziativa Coloratamente poi seguita dalla Coloratacena, una piazza d'incontro e scambio conviviale per celebrare la Giornata internazionale contro l'omofobia; il concerto lirico per ricordare le vittime di Orlando. Questi solo alcuni degli eventi che speriamo la nuova Giunta continui a favorire per la diffusione di una cultura di accoglienza e rispetto delle differenze.

La Regione Liguria ad oggi si è distinta per aver portato in discussione  la proposta di una legge per la famiglia, quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna durante il dibattito parlamentare sulle unioni civili, e poi per aver votato una mozione per istituire lo sportello antigender. Entrambe si sono rivelate aria fritta, perché non interessava realizzare altro se non creare un clima di paura e intimidazione contro chi fa studi di genere nella università, diffusione della minaccia del gender nelle scuole, discredito verso i soggetti che si occupano di contrasto a bullismo, omofobia, stereotipi di genere.

Questa Regione ha patrocinato invece un convegno per la famiglia naturale presieduto da Adinolfi, Miriano e co., dove presidente e assessori erano in prima fila, proprio per far vedere il loro impegno nella città di Bagnasco. È la Regione del consigliere di maggioranza De Paoli, quello che ha detto. "Se avessi un figlio gay lo metterei nella caldaia e gli darei fuoco", difeso dalla Giunta regionale nonostante la palese malafede. Non stupisce che Toti ci eviti, eluda le nostre richieste di interlocuzione e patrocinio per il Pride.

E in futuro con la nuova amministrazione?  

Siamo preoccupati per le politiche condotte finora dalla Regione e temiamo che vengano seguite anche in Comune. Questo significherebbe un totale scollamento tra le istituzioni e la complessità della realtà cittadina, dove molte sono le persone che credono nelle famiglie plurali, nella libertà di espressione e di amore. Al di là di quanto farà la nuova Giunta comunale, purtroppo un risultato negativo che già vediamo sui social e nelle strade è quello di avere liberato gli umori più viscerali, rabbiosi, omofobi e razzisti, annidati nella insoddisfazione che il senso di precarietà infonde tra i cittadini. Bucci ha detto di voler essere il sindaco di tutti, dichiarando già di non partecipare al nostro Pride: poteva essere la prima occasione per confermare con i fatti le sue parole.

Il Coordinamento Liguria Rainbow è una rete di associazioni e singole persone. Qual è il suo punto di forza per questo Pride? 

Il nostro punto di forza è la trasversalità delle associazioni e delle persone singole che compongono il Coordinamento. Siamo una ventina di associazioni che spaziano da una forte componente di femministe ad associazioni Lgbti come Agedo o Famiglie Arcobaleno solo per citarne alcune, a associazioni legate al mondo universitario, al mondo del sociale, e da ultimo si è aggiunta la Comunità di San Benedetto al Porto di Don Gallo. Credo che la nostra forza sia data dal fatto che ci siamo rivolti alla società civile per affermare che i diritti Lgbti sono diritti umani e riguardano tutte e tutti, perché la società civile ci fa sentire una grande famiglia dove possiamo tutti/e essere liberi/e di essere noi stessi senza dover fare compromessi.

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Dopo il fermo amministrativo in Russia di Flavio Romani, presidente di Arcigay, Gaynews l'ha raggiunto telefonicamente per sapere che cosa è successo.

Prima di tutto come stai e come state?

Stiamo tutti bene a parte parecchia stanchezza per la tensione e per il poco sonno di queste giornate. Ieri siamo stati rilasciati alle 23.45 circa (ora di Mosca) ma eravamo a Nižnij Novgorod, a 5 ore di viaggio da Joškar-Ola, dove abbiamo base e dove ancora mi trovo in questo momento. Stanotte abbiamo dormito un paio d'ore. Ma a parte questo tutto bene.

Vi hanno trattato bene?

Sì, su questo devo dire che le autorità di polizia si sono sempre comportate col massimo rispetto e cortesia. Sia nella sede dell'associazione con cui dovevamo fare la riunione ieri,  sia nel posto di polizia dove siamo stati portati successivamente col loro cellulare: siamo stati sempre liberi di telefonare, andare su internet, farci portare del cibo da fuori, fumare ecc. Non c'è mai stato un momento di aggressività né tantomeno di violenza da parte loro. Se proprio devo fare una critica, quets riguarda l'estrema lentezza di tutto il procedimento: ci hanno bloccato per circa 9 ore. Ma parte questo null'altro da eccepire sul comportamento.

Vi hanno detto per quale motivo vi hanno fermato e tu che idea ti sei fatto?

La contestazione, a quello che si è capito, riguarda il fatto che secondo loro stavamo facendo attività politica e attività di propaganda. E questo, sempre secondo loro, non potevamo svolgerlo dato che avevamo un visto turistico. Quindi, secondo loro, avremmo dovuto fare i turisti e nient'altro. In realtà il visto ci è stato rilasciato dal Consolato di Russia a Roma, a cui per tempo abbiamo consegnato il programma dettagliato della nostra visita in Russia, chi dovevamo incontrare, dove e quando. Avevano la lista completa dei nostri incontri e dei nostri spostamenti. Nulla di nascosto, dunque, e in base a questo loro ci hanno dato il visto di tipo turistico. A Roma in pratica l'ambasciata russa ci ha fornito un documento che poi è stato contestato a Nižnij Novgorod. Questo è successo. In realtà io penso che la storia del visto sia un mero pretesto, un cavillo burocratico per mettere i bastoni fra le ruote a un gruppo di attivisti dei diritti umani stranieri che incontravano i loro omologhi russi. Un modo per scoraggiare noi e loro, per far capire che dobbiamo darci una regolata, che i diritti non sono così fondamentali e che gli stranieri non devono venire a ficcare il naso negli affari russi. Invece di negarti direttamente il visto, creano queste situazioni sfibranti per far sì che ci si pensi due volte prima di intraprendere ancora azioni del genere, sia dal versante dell'associazionismo per i diritti russi sia  da quello dell'associazionismo straniero. E, vista la frequenza con cui negli scorso mesi questo tipo di azioni sta avvenendo da parte delle autorità russe, si tratta di un chiaro segnale che arriva dall'alto, non una mera coincidenza.

E la segnalazione della vostra presenza all'incontro sembra essere arrivata da 400 km di distanza. Strano, non trovi ?

Questo è un bel mistero. I poliziotti che hanno fatto irruzione nella stanza dell'associazione, dove stavamo per fare la riunione, avevano in mano una specie di esposto recapitato alla polizia di Nižnij Novgorod da parte di un signore che abita a Kazan, capitale del Tatarstan, un'altra regione a circa 400km di distanza. Il signore in questione ha segnalato alla polizia di Nižnij Novgorod che c'erano in città 5 italiani, fornendo con estrema precisione i nostri nomi e le nostre mansioni, e che questi cinque italiani stavano facendo qualcosa di irregolare, e che quindi la polizia doveva controllare e intervenire. I nostri amici russi non hanno idea di chi possa essere, ammesso che non si tratti d'un'identità falsa, ma è comunque strana questa soffiata fatta da così lontano e con una dovizia di dettagli impressionante. 

Vi hanno chiesto di interrompere la vostra visita?

No, ci hanno solo comminato una multa da duemila rubli a testa, circa 23 euro. Però le associazioni di riferimento degli altri ragazzi, Antigone e A Buon Diritto, ci hanno vietato di continuare il nostro programma, per evitare episodi spiacevoli. In pratica su tre giorni di lavoro ne abbiamo effettuato solo uno e mezzo.

Cosa hai trovato lì e quali sono le tue impressioni?

Ho trovato un Paese bellissimo innanzitutto. E una società civile, perlomeno dai racconti dei nostri amici russi, molto attiva e attenta. Ad esempio, sono molte e a tutti i livelli le possibilità di partecipare a organismi di controllo su ciò che riguarda l'autorità pubblica. E questo lavoro viene svolto con molta passione ed efficacia dalla cittadinanza. Ad esempio, il rappresentante dell'associazione che si occupa di prevenire e denunciare i casi di tortura nelle carceri, ha avuto modo di svolgere la sua attività in maniera molto proficua, portando a processo vari membri del corpo di polizia penitenziaria e, questo, con l'aiuto della legge. Sì perché in Russia, a differenza dell'Italia, esiste il reato di tortura ed è eseguito con estrema severità, specie quando sia messo in atto da membri delle forze dell'ordine. E ho anche notato che i poliziotti hanno cucito sulla divisa il numero identificativo e anche il nome, a differenza dei nostri in Italia, e si sono lasciati fotografare e filmare senza battere ciglio durante tutta l'operazione, fantascienza per noi.

Quando rientri, visto che sembra che vi stanno obbligando a rientrare a Mosca?

La nostra ambasciata ci ha chiesto di venire via da qui al più presto e di rientrare a Mosca, dove potevano intervenire con più tempestività in caso di bisogno. Purtroppo i voli per Mosca da Joškar-Ola non siamo riusciti a trovarne in giornata e, quindi, sempre in accordo con l'ambasciata, abbiamo optato per un Kazan/Istanbul e in seguito Istanbul/Roma. Partiremo da Kazan alle 2 di notte e dovremmo arrivare a Fiumicino domani alle 09.50. Lasciami per favore ringraziare di cuore tutti gli amici che ci hanno fatto sentire tanto calore in queste ore: il loro supporto è stato davvero prezioso e incoraggiante. E ringraziare anche il personale dell'ambasciata italiana a Mosca e della Farnesina, che ci hanno seguiti e ci stanno seguendo con molta professionalità e attenzione. Davvero impeccabili.

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Saggista, autore di testi teatrali, giornalista, Piergiorgio Paterlini è il fondatore del periodico satirico Cuore con Michele Serra e Andrea Aloi. Tra le sue opere è da ricordare soprattutto la raccolta d'interviste Ragazzi che amano ragazzi che, pubblicata per la prima volta nel 1991 dalla Feltrinelli, è giunta alla 15° edizione.

Gaynews l'ha intervistato per sapere il suo parere su alcune tematiche Lgbti da sempre al centro della sua attenzione.

Nel libro Matrimoni del 2004 hai raccontato storie gay di “normale quotidianità”. Oggi po la legge sulle unioni civili, quella  quotidianità è sempre la stessa o qualcosa è mutato?

La quotidianità, diciamo relazione, è sempre la medesima. Allo stesso tempo l’acquisizione di diritti – che sempre ha  anche un benefico effetto sul piano sociale – modifica, a volte anche molto, le relazioni interpersonali. In meglio, ovviamente.  Sembra una risposta contradditoria. Penso invece siano vere entrambe le prospettive.

La richiesta di rivoluzione nei ruoli di generi non è più quella di un tempo?

La domanda è troppo ampia per una breve intervista. Risponderò con ciò che a me sembra più importante. Non i ruoli, ma la differenza di genere per me rimane cruciale, a tutti gli effetti (e dunque sbagliata ogni cosa che tende a negare, uniformare, rendere volubile questo aspetto della persona e della personalità). La differenza di genere rimane assai diversa, e assai più significativa, anche qui sotto ogni punto di vista, rispetto alle differenze di orientamento sessuale.

Le rappresentazioni delle unioni civili (feste, inviti, torte, confetti, ristoranti) non sono un po’ troppo omologate a quelle del matrimonio "classico"?

Ci sono fasi storiche in cui è utile sottolineare la “diversità”. E fasi in cui è utile sottolineare la parità, l’uguaglianza di fondo, la “normalità” di ciò che viene ritenuto – a torto – anormale, contro natura, eccetera. Non c’è una cosa più giusta dell’altra. Al di là delle scelte personali, tutte legittime e indiscutibili, sul piano della lotta per i diritti, a decidere cosa è meglio e cosa no (ripeto: nel senso di utile o controproducente) dovrebbe guidarci una lucida e responsabile visione politica (in senso lato), una valutazione di opportunità (non opportunismo) e di congruità/efficacia rispetto all’obiettivo. Questo dovrebbe valere a maggior ragione per la “forma” dei Pride. Senza aprire qui, adesso, un’annosa ma non abbastanza approfondita discussione, colpisce e dovrebbe fare riflettere che le immagini dei Pride di oggi (quasi vent’anni dall’inizio del nuovo secolo) siano pressoché indistinguibili da quelle degli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso.

Famiglie etero, famiglie omosessuali, famiglie allargate. Cosa è per te la famiglia?

Una mia cara amica, Luciana Castellina, ricordando le battaglie importanti e giustificate contro la famiglia degli anni Sessanta e Settanta, dice che lei alla “famiglia” preferisce la “tribù”, sottolineando con questo il valore della scelta delle persone con cui dividere la vita rispetto alle formule classiche (siano esse il matrimonio o il “sangue”). Mi piace questa immagine, ma – negli anni – mi è venuta sempre più piacendo proprio la parola “famiglia”, che io preferisco di gran lunga alla definizione di “coppia”. Famiglia dice – come la intendo e cerco di viverla io – legami forti ma anche aperti e soprattutto accoglienti in molte direzioni, coppia mi parla invece di qualcosa di chiuso e limitato a due sole persone. Ragionando così, famiglia e tribù finiscono per avere, alla fine, lo stesso significato. Scelta, appartenenza, luogo caldo. Protezione reciproca. Ma anche accoglienza. La ricerca mai data una volta per tutte fra quando chiudere la porta e quando aprirla, fra quando scaldarsi davanti al camino e quando farsi attraversare dalla forza imprevedibile, a volte sconquassante ma anche esaltante del vento (il vento che toglie il respiro mentre corri, riempirsi la bocca di vento).

C’è un ampia discussione nel mondo Lgbti, e non solo, sulla gpa. Tu cosa ne pensi?

Che la discussione sia legittima e debba continuare. Che manchi soprattutto la chiarezza, la capacità di non fare di ogni erba un fascio, di distinguere fra cose apparentemente simili in realtà diversissime fra loro. Senza questo passaggio preliminare, ogni discussione è insensata e non produce nulla, anzi fa danni enormi, oltre a essere insopportabilmente ignorante e sciocca. Allora, per esempio, un conto è una donna che sceglie liberamente e fuori da ogni logica di bisogno di donare un figlio portato nel proprio utero a una coppia/famiglia, un conto è chi lo fa in stato di schiavitù, di estrema necessità, debolezza, inferiorità. Vale anche per la prostituzione, per dire. E sono ogni giorno scandalizzato dal constatare che abbiamo dimenticato la differenza fra stuprare e uccidere un bambino di tre anni e innamorarsi di una ragazza di diciassette (“minorenne”) da parte di un uomo o una donna più grandi. Anche questo non solo non risolve nulla, ma ha tutti e due i piedi dentro la barbarie. A dirlo così sembra ovvio. Nella realtà purtroppo questa confusione estrema è ciò che domina il senso comune.

Quello che una volta si chiamava Gay Pride oggi è indicato con la sola parola Pride in quanto, si dice, è di tutti. Sei d’accordo?

Non molto. Qui sembra si vada nella direzione che io auspico ma facendo un salto inutile e che rischia il ridicolo. Hai presente quelle scene in cui volendo balzare su un cavallo si prende troppa rincorsa e si cade dall’altra parte? Ecco. Il Pride è di tutti perché i diritti di una minoranza sono questione di tutti, certo. Ma se io organizzo un corteo di disoccupati, è un corteo di disoccupati, al quale auspico partecipi più gente possibile e anche chi un lavoro ce l’ha. Ma non per questo lo chiamo genericamente “corteo” (corteo di cosa? per cosa?). Se organizzo una manifestazione contro i voucher, è una manifestazione contro i voucher. Non la chiamo genericamente “manifestazione” illudendomi che così partecipino tutti i cittadini. E via dicendo.

Nel Paese e in Europa crescono le forze massimaliste e populiste, che portano con loro i germi ancora vivi del fascismo e accrescono quelli del razzismo, dell'omofobia e della transfobia. Siamo un Paese che dimentica la propria storia?

Siamo un Paese che dimentica tutto. Il futuro, più ancora del passato. Abbiamo dimenticato il futuro e, questa, mi pare la tragedia più irreparabile.

Dalla prima uscita di quel meraviglioso libro, che è “Ragazzi  che amano i ragazzi” (1991), a oggi che cosa è cambiato?

Grazie per il “meraviglioso”. Non è mai scontato e fa sempre piacere. Anche questa domanda però abbisognerebbe almeno di un intero libro. Non tutto si può riassumere in poche righe. Quasi tutto. Ma non tutto. Ho tentato una risposta, comunque, lunga alcune pagine, nell’introduzione e nella postfazione scritte appositamente per l’edizione del ventennale, quella uscita nel 2012 appunto.

Sei scrittore, giornalista, autore televisivo e sceneggiatore. Quale testo della letteratura classica suggeriresti a un giovane che ha appena fatto coming out?

Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini (Feltrinelli). Scusami, ma te la sei cercata.

Dentro di noi, nessuno escluso, siamo tutti brutti anatroccoli, come recita il titolo di un altro tuo libro?

No.

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