Francesco Lepore

Francesco Lepore

Con un post pubblicato in tarda mattinata sulla propria pagina Facebook, Russian Lgbt Network ha annunciato di aver avviato il trasferimento delle «persone sopravvissute alla nuova ondata di persecuzione omofoba in Cecenia».

Come precisato dalla stessa ong, presieduta da Igor Kochetkov, le vittime superstiti alla repressione «confermano il carattere su larga scala della persecuzione. Testimoniano anche che la persecuzione era già iniziata all'inizio di dicembre 2018 e che le persone sono trattenute negli uffici di polizia non solo ad Argun, ma anche a Grozny».

Sulla nuova purga anti-Lgbt le autorità cecene continuano ad avere un atteggiamento negazionistico e a puntare il dito contro l’Occidente.

La scorsa settimana il ministro dell'Informazione Dzhambulat Umarov ha infatti liquidato come falsa la notiza che le forze dell'ordine cecene avessero detenuto illegalmente una quarantina di persone omosessuali, uccidendone almeno due.

«È una totale fesseria», così in un’intervista video a Kavkaz Realii, cui ha anche dichiarato: «Non seminate i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso. Non cresceranno come nella pervertita Europa. Lasciate in pace la Repubblica cecena».

Dall’Italia continua invece il pressing sul governo, perché intervenga sull’omologo russo. In prima linea, sin dall’inizio, Certi Diritti, il cui presidente Yuri Guaiana si è fatto promotore, come responsabiwl delle campagne di All Out, di un appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai leader mondiali, riuniti da oggi presso il Forum economico mondiale di Davos, perché «denuncino pubblicamente queste atrocità e chiedano alle autorità russe di assicurare i responsabili alla giustizia».

La settimana scorsa, invece, dopo la specifica interrogazione parlamentare, che ha visto Alessandro Zan quale primo firmatario, è stata presentata dal deputato dem Ivan Scalfarotto un’interpellanza parlamentare al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interpellanza, che cofirmata da ben altri 30 parlamentari del Pd, è volta a chiedere «Se il ministro interpellato sia a conoscenza dei fatti descritti nella premessa e quali siano le sue valutazioni sull’argomento;

Quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in campo - e in quali tempi - perché cessino gli arresti illegali e le violenze e per ristabilire le garanzie dei diritti umani nei confronti delle persone Lgbt che vivono in Cecenia;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, per poter ottenere informazioni e rassicurazioni sulla gravissima situazione in cui versano la comunità Lgbt e, più in generale, i diritti umani in quel Paese;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, perché cessino senza ritardo le violazioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), avuto particolare riguardo ai temi della discriminazione e della violenza di cui sono fatte oggetto le persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere;

Quali iniziative intenda intraprendere in sede di Unione Europea affinché l’Unione si faccia parte attiva per ristabilire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine omosessuali nella Repubblica di Cecenia».

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«Non ho fatto alcuna lezione su come si diventa trans perché, anzi, ho cercato di spiegare che si nasce gay o trans. Ho parlato soprattuto di bullismo. Ma queste polemiche dimostrano che i bambini sono molto più avanti di certi adulti.

Questo programma è stata una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita. I bambini erano vigili, curiosi, attenti e pieni di domande. E io, come faccio anche nella vita quotidiana, ho risposto a tutto, sempre con tatto e credo con intelligenza. Anche perché, se non si danno risposte ai bambini, loro ti guardano con diffidenza e cercano risposte altrove, magari sul web, dove possono trovare risposte non proprio raccomandabili».

Così Vladimir Luxuria ha commentato le polemiche scatenate oggi da Libero e Il Giornale a seguito della puntata di Alla lavagna!, che l'ha vista protagonista sabato sera su Rai3. Puntata, che, fra l’altro, è stata trasmessa, a differenza delle altre, in seconda serata

Al riguardo l’artista ha dichiarato: «Speravo che fosse sufficiente lo spostamento della puntata dalle 20.20 alle 22.25. Ma per alcuni non è bastato. Però io sono ottimista, perché se i bambini con cui ho parlato sono il futuro, forse posso sperare in mondo migliore». Senza dimenticare, come sottolineato dalla stessa ex parlamentare, che «tutti i genitori dei bambini presenti in trasmissione avevano dato il consenso alla puntata con me e alla fine si sono complimentati per come era andata». 

Ma ciò, anziché placare gli animi, li ha rinfocolati.

Da Tiramani a Pillon: la Lega contro Vladimir Luxuria 

A dare fuoco alle polveri, in tarda mattinata, il deputato Paolo Tiramani, capogruppo della Lega in Vigilanza Rai, che ha dichiarato: «Lezioni di transgenderismo a bambini di appena 10 anni? Inaccettabile. Ancor di più se questo accade nel corso di una trasmissione televisiva, andata in onda su Rai3, i cui protagonisti sono giovanissimi alunni ed a spiegare temi come l'omosessualità e il cambio di sesso è una mancata soubrette, la cui vita personale dovrebbe restare tale.

Stiamo parlando di argomenti di una tale complessità che non possono essere trattati in maniera così leggera con piccoli ragazzi all'interno di un programma televisivo. Ogni bambino ha, giustamente, i propri tempi e non può essere forzato ad affrontare argomenti non appropriati per la propria età e dei quali non si sente pronto».

Quindi la conclusione: «Quanto trasmesso nel corso della puntata Alla lavagna! è quindi inaccettabile. Non solo è da rivedere la scelta, a mio avviso sbagliatissima, degli autori ma come Lega ci informeremo su quanto ammonta il compenso destinato a Vladimir Luxuria per questa puntata a dir poco surreale».

Gli ha fatto eco, nel primo pomeriggio, l’omologa di partito Barbara Saltamartini, che ha affermato: «Le lezioni di ai ragazzi su come diventare trans sono una vergogna, soprattutto quando a veicolarle è la televisione pubblica. Quanto andato in onda su Rai3 durante la puntata Alla lavagna!, rappresenta il peggio che la tv pubblica possa esprimere. Non si può giocare con le giovani menti di bambini che stanno iniziando a sviluppare la propria sessualita».

Per il senatore gandolfiniano Simone Pillon (anche lui della Lega) si è trattata di una «vergognosa lezione gender a una classe di bambini. Vladimir Luxuria vada a raccontare le 'favole dell'uccello' da qualche altra parte, sicuramente non a una scuola con ragazzini minorenni, davanti alle telecamere Rai.

Si è trattato di una vergognosa forma di indottrinamento, senza alcun contraddittorio. Questo non può lasciarci indifferenti: presenteremo un'interrogazione parlamentare in commissione Vigilanza Rai, per verificare come sono stati coinvolti i minori e se le loro famiglie siano state avvertite al riguardo».

Spadafora in difesa di Luxuria: «Surreale è continuare ad avere atteggiamenti omofobi»

Ma in difesa di Vladimir Luxuria, vittima di attacchi «del tutto fuori luogo", si è espresso con un lungo post su Facebook Vincenzo Spadafora.

«L'unica cosa che trovo a dir poco surreale - ha spiegato il sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili - è continuare ad avere atteggiamenti omofobi e culturalmente regrediti, che non tengono conto della realtà e del rispetto dei diritti di tutti.

Penso che la Rai abbia fatto molto bene e che occasioni del genere vadano sostenute dato che nelle nostre scuole - a differenza di quanto avviene negli altri Paesi Europei - sono sempre più rare lezioni sull’affettività o sull’accettazione di se stessi e che, purtroppo, non siano rari i casi di bullismo, proprio nei confronti di chi viene etichettato come ‘diverso’. 

Di questi temi, invece, ci accorgiamo solo quando a parlarcene è la cronaca nera, quando giovanissime vittime di bullismo compiono gesti estremi. Ben vengano quindi occasioni come questa, dove il Servizio Pubblico si occupa di colmare questo vulnus di civiltà

Ho incontrato negli anni migliaia di bambini e di ragazzi in giro per l’Italia e so quanto affrontino questi temi tra di loro e siano naturalmente inclini al rispetto delle diversità più di molti adulti. E proprio le reazioni dei bambini durante la trasmissione dovrebbero farci riflettere su quanto la realtà sia molto più avanti di certa politica». 

Le senatrici M5s Donno, Guidolin, Maiorino e Montevecchi: «I bambini, alle spiegazioni di Luxuria, hanno reagito meglio di tanti adulti»

Netta distanza dalle dichiarazioni degli alleati di governo è stata anche espressa dalle senatrici pentastellate Daniela Donno, Barbara Guidolin, Alessandra Maiorino, Michela Montevecchi, componenti della Commissione Diritti Umani di Palazzo Madama, che hanno dichiarato in una nota congiunta: «La vera regressione è non parlare dell'accettazione di sé stessi e continuare a nascondere la realtà. Il fatto che il servizio pubblico dia spazio a tematiche sociali, dell'omofobia, della disforia di genere è un ottimo segnale, soprattutto per combattere piaghe come quella del bullismo che nascono proprio dalla mancata accettazione di chi viene percepito come più debole e facilmente attaccabile. Ma non è così e deve essere ben chiaro a tutti.

È necessario combattere senza se e senza ma questo genere di approccio culturale. I bambini, alle spiegazioni di Luxuria, hanno reagito meglio di tanti adulti. La conoscenza è l'unico modo per combattere l'ignoranza, è l'unico modo per crescere ragazzi sani e senza paure del tutto infondate. Siamo una società evoluta, i tempi dei pregiudizi oscurantisti e dei dogmi sono fortunatamente lontani».

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Il conduttore tv Mohammed al-Gheiti è stato condannato a un anno di carcere da un tribunale di Giza per aver intervistato, nel 2018, una persona omosessuale. Pur avendo rilasciato più volte dichiarazioni omofobe, il presentatore è stato giudicato colpevole per aver promosso, con una tale intervista, slogan Lgbti nonché il disprezzo della religione

Come riferito dal suo legale Samir Sabri, ad Al Gheiti è stata anche irrogata una multa di 3.000 sterline egiziane (130 euro). Il conduttore verrà inoltre posto sotto sorveglianza per un altro anno dopo aver finito di scontare la pena.

Il verdetto potrà essere tuttavia soggetto ad appello, in attesa del quale, dietro pagamento di 1.000 sterline egiziane (50 euro), la pena potrebbe essere sospesa.

I fatti risalgono all'agosto 2018, quando il conduttore aveva invitato una persona gay al suo programma televisivo sul canale privato LTC TV e aveva discusso con lui del tema dell'omosessualitàDurante l'intervista, l'ospite, col volto oscurato, aveva confidato di essere un sex worker e di avere una relazione con un altro uomo.

Dopo la trasmissione il Supreme Council for Media Regulation (Scmr) aveva sospeso il canale per due settimane per «violazioni professionali». Secondo una dichiarazione della medesima agenzia statale, LTC TV non avrebbe infatti rispettato il divieto circa la «presenza di persone omosessuali o la promozione dei loro slogan» in televisione.

Tale divieto è stato introdotto dal Supreme Council for Media Regulation dopo che un giovane aveva sventolato, nel 2017, una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou' Leila. Fatto che, all'epoca, aveva portato all'arresto del giovane e a una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Benché in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità»: una normativa anfibola che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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Il 15 gennaio si è tenuto presso l’Aula Volta dell’Università degli studi di Pavia il dibattito Corpo e libertà - Rappresentazione delle identità trans. Promosso da UniversiGay e Arcigay Pavia Coming-Aut, l’evento fa parte del ciclo d’incontri Untold - Rappresentazione e identità lgbti nei linguaggi dell'arte che, iniziato nel novembre scorso, terminerà a marzo.

L’appuntamento del 15 gennaio ha visto la partecipazione di tre figure di spicco della collettività trans italiana: l’artista Vladimir Luxuria, la presidente onoraria del Mit Porpora Marcasciano, la poetessa pluripremiata Giovanna Cristina Vivinetto.

Nonostante la caratura dell’incontro non si sono fatte attendere le reazioni di Forza Nuova Pavia che, in un comunicato pubblicato su Facebook il 17 gennaio, ha parlato di «carnevale anticipato», di «uomini travestiti da donne», di «alterazione patologica dell’umore che li porta a vestirsi, truccarsi, atteggiarsi come individui appartenenti al sesso opposto al loro». Non senza i soliti argomenti di «propaganda, finalizzata al totale sovvertimento dell’ordine naturale delle cose», di «dono della natura che ci è anche Patria», di «sacralità della famiglia», di «lobby gay».

Riutilizzate anche le pedestri accuse, agitate negli ultimi tempi da Silvana De Mari e media cattoconservatori, di un Mario Mieli mito del «carrozzone arcobaleno» perché «omosessuale, marxista, coprofago, pedofilo, tossicodipendente».

Al comunicato dei forzanovisti pavesi hanno risposto ieri, con una nota congiunta, Barbara Bassani, presidente di Arcigay Pavia Coming-Aut, e Marco La Cognata, responsabile del Gruppo Trans - Arcigay Pavia Coming-Aut.

Per Bassani «quello di Forza Nuova è un delirio incomprensibile e irricevibile, ma in quelle parole c'è racchiuso il male che da sempre colpisce le persone transessuali: la negazione della loro stessa esistenza. Non riconoscere a una persona, qualunque persona sia, la dignità di essere umano ha prodotto lo sfacelo della violenza nazifascista; la stessa violenza che ha umiliato e ucciso migliaia di persone #Lgbti.

Il linguaggio di Forza Nuova evoca i lager, e arriva contro di noi a pochi giorni dalla giornata della memoria, che come ogni anno celebreremo con La memoria sono anch'io: il prossimo 28 gennaio, saremo come sempre in tanti, a ricordare ciò che abbiamo subìto».

La Cognata ha invece dichiarato: «La dignità di tutte le persone transessuali passa attraverso il riconoscimento, la conoscenza, la comprensione di una delle possibili esperienze dell'umano. Forza Nuova dice che vuole difendere la vita, ma di quale vita parla, se ne rifiuta una parte, se la rigetta, proponendo della vita una visione così parziale, così distante dalla realtà?

Noi persone trans continueremo a essere visibili, per dire a tutti e a tutte, anche a Forza Nuova, che noi siamo qui, esistiamo, che si mettessero il cuore in pace, e ascoltassero le parole delle persone contro le quali gettano tanto odio».

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«Un atto di violenza gratuita frutto del clima di odio che pervade il nostro paese. Al di là della matrice che non spetta a noi decidere, è evidente che qualcuno si sente autorizzato a vandalizzare uno spazio importante per la comunità Lgbti+ salernitana. Dobbiamo rispondere con coraggio e determinazione a questi gesti. La migliore risposta sono i colori dei nostri affetti. A breve annunceremo la data del Salerno Pride 2019».

Così Francesco Napoli, presidente d’Arcigay Salerno Marcella Di Folco, ha commentato la devastazione della sede del comitato, in via Pandolfina Fasanella, da parte di ignoti il 18 gennaio. 

La porta di ferro tagliata, distrutta quella in vetri, messi a soqquadro i locali di proprietà comunale ma da tempo dati in gestione ad Arcigay Salerno per attività di contrasto alle discriminazioni. E proprio dal sindaco Vincenzo Napoli e dalla Giunta comunale è stata espressa piena «solidarietà ad attivisti e militanti Lgbt per il grave atto vandalico». Ma anche «ferma condanna per il gesto con l’auspicio di indagini immediate che portino all'individuazione dei responsabili. Salerno è città democratica e rispettosa dei diritti civili».

Ieri mattina Francesco Napoli ha provveduto a sporgere denuncia in Questura. «Speriamo  - ha dichiarato in un comunicato ufficiale - si possa risalire agli autori del gesto. Resta l'amarezza di una triste scoperta e la consapevolezza di dover ancora lottare e resistere per i diritti e le tutele di tutte e tutti».

Laura Boldrini in visita alla sede d'Arcigay

Nel pomeriggio d'ieri la sede del comitato, rimessa in ordine da soci e socie, è stata visitata dalla deputata LeU Laura Boldrini, che ha dichiarato: «Ogni giorno le conquiste in tema di diritti vengono rimesse in discussione. Si devono mettere in campo tutti gli anticorpi. C'è un clima pesante nel Paese, di oscurantismo, di intolleranza e questo clima, purtroppo, può arrivare anche a manifestarsi con questi atti antidemocratici».

L’ex presidente della Camera ha quindi mosso un fermo j’accuse a esponenti del governo e della classe politica di maggioranza, affermando: «Il ministro della Famiglia, al singolare, dice che non esistono altre famiglie se non quella tra uomo e donna. Dunque, nega anche le unioni civili, legge che noi abbiamo approvato nella scorsa legislatura.

Verso le donne c'è ugualmente questo atteggiamento di rimettere in discussione le conquiste delle donne: il disegno di legge Pillon è un disegno di legge oscurantista, che impone la mediazione anche quando c'è la violenza domestica contro la donna, e questo è vietato dalla convenzione di Istanbul che abbiamo ratificato nella scorsa legislatura. Si rimette in discussione il diritto della donna di interrompere la gravidanza.

Quando c'è un vento di restaurazione e le lancette dell'orologio vengono rimandate indietro, tutto questo avviene sempre sulla pelle delle donne e sulle conquiste civili.

Io sono molto preoccupata e penso che sia giusto fare delle battaglie di rivendicazione di questi diritti perché sicuramente non vogliamo ritornare ai tempi in cui le ragazze dovevano morire per un aborto clandestino o ai tempi in cui la violenza domestica era considerata normale o le persone omosessuali venivano messe al bando. Tutti gli italiani e le italiane democratici devono adoperarsi affinché questo non avvenga mai più nel nostro Paese».

La condanna del sottosegretario Vincenzo Spadafora

Sull'atto vandalico è intervenuto, in serata, anche Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, che sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Apprendo del gesto vandalico compiuto ai danni della sede di Arcigay Salerno ed esprimo la mia vicinanza al Presidente e a tutti i componenti della associazione. Condanno con forza l'azione compiuta ed auspico che le forze dell'ordine riescano ad individuare rapidamente i responsabili.

Le associazioni sono la linfa vitale del movimento Lgbt, un movimento le cui attività non vengono arrestate da gesti come quello di oggi, come testimoniato dalla ripresa di questo stesso pomeriggio, con gli associati che si sono riuniti per far fronte ai danni. L'augurio che rivolgo alla Arcigay Salerno è di riprendere rapidamente tutte le proprie attività».

Il duro j'accuse di Futura Lgbtqi

Ma contro il sottosegretario Spadafora ha mosso un duro attacco Futura Lgbtqi, «che giusto ieri aveva definito la legge contro l’omotransfobia a malapena "auspicabile anche se non è nel contratto”. Le sue parole pavide come quelle di Don Abbondio rendono ancora più chiaro il perché delle importantissime defezioni dal tavolo proposto alle associazioni Lgbtqi, che hanno capito ben presto che non si trattava altro che di un’operazione di facciata.

Non siamo mai stat* e mai saremo quell* di cui vantare l’amicizia per scansare le accuse di omotransfobia. Non siamo vostr* amic* e mai lo saremo.

Esprimiamo la nostra solidarietà al Sindaco e al Circolo Arcigay di Salerno, mettendoci a disposizione per le iniziative che saranno intraprese a contrasto della violenza omo transfobica che ormai è a un passo dal punto di non ritorno ennesimo.

Siamo stanch* di piangere mort* e ferit*, ma non ci piegheremo. Nel 50esimo anniversario dei moti di Stonewall saremo ovunque a gridare la nostra libertà e il nostro orgoglio».

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11 pagine, di cui nove dedicate all’elucidazione dei motivi sottesi alla condanna della di Silvana De Mari per aver diffamato in maniera continuata e aggravata a mezzo stampa il movimento Lgbti

Condanna che, irrogata dalla giudice Maria Eugenia Cafiero il 14 dicembre, prevede una multa di 1500 euro (oltre al pagamento delle spese processuali) e un risarcimento danni tanto al Coordinamento Torino Pride  quato a Rete Lenford (costituitesi parte civile) per la somma di 2500 euro ciascuno, nonché la rifusione alle stesse della metà delle spese di costituzione, rappresentanza e difesa (quantificate in 4.860 euro per il Coordinamento e in 3.420 per Rete Lenford).

Per saperne di più abbiamo raggiunto l’avvocato Michele Potè, che nel processo a carico della medica d’origine casertana ha sostenuto le parti di Rete Lenford.

Avvocato Potè, qual è, a suo parere, il punto nodale della sentenza di condanna di Silvana De Mari?

Il punto nodale della sentenza sta nel riconoscimento di coordinamento Torino Pride e Rete Lenford quali espressione del movimento Lgbti, "soggetto organizzato e dotato di una considerazione sociale ed il cui decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o suoi membri considerati come unitaria entità capace di percepire l'offesa, è tutelabile".

Nell’aver individuato nel movimento Lgbti - a differenza delle persone Lgbti in genere - un soggetto collettivo, leso dalla dichiarazioni diffamatorie, la giudice Cafiero ha agito in maniera innovativa o c’è un continuum con una giurisprudenza precedente?

C'è un continuum con alcune recenti sentenze che avevano riconosciuto la sussistenza delle offese nei confronti di enti.

Nella sentenza è più volte toccato il diritto costituzionale della libertà di manifestazione del proprio pensiero. In riferimento al caso De Mari e alla luce delle motivazioni addotte nella sentenza, che cosa implica nello specifico un tale diritto?

Il richiamo alla libertà di manifestazione del pensiero e ai suoi limiti è più che corretto nel senso che la stessa non è assoluta. Spetta al giudice valutare il superamento dei limiti alla libera manifestazione del pensiero alla luce della legislazione vigente.

Silvana De Mari cantò vittoria il 14 dicembre dicendo di non essere stata condannata per le sue dichiarazioni a carattere medico sull’omosessualità. Che cosa dice propriamente la sentenza nel merito?

Le frasi oggetto di assoluzione riguardano la generalità indifferenziata degli omosessuali e alla luce dell'attuale giurisprudenza l'assoluzione è corretta. Diverso sarebbe stato il verdetto nel caso fosse stata approvata una legge contro l'omofobia con l'estensione della legge Mancino a tali fattispecie. Del resto la giudice ha richiamato il principio di tassatività in materia penale.

Personalmente è soddisfatto di questa sentenza o si aspettava di più?

Sono soddisfatto della sentenza perché mi pare molto equilibrata alla luce dell'attuale giurisprudenza e legislazione. L'imputata ha preannunciato appello e dunque non è così soddisfatta.

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Due persone torturate a morte e 40 detenute perché ritenute omosessuali. A dare notizia della nuova ondata di arresti, torture e omicidi di persone Lgbti in Cecenia a partire dal 28 dicembre sono stati Novaya Gazeta e Russian LGBT Network attraverso il suo presidente Igor Kochetkov. 

Pur sottolineando che non è possibile avere un numero esatto delle vittime, Kochetkov ha precisato: «Comunque sappiamo che gli arresti sono compiuti dagli agenti delle forze dell'ordine e che le persone sono detenute ad Argun». La polizia locale, ha continuato il presidente di Russian LGBT Network, «impedisce in tutti i modi» che coloro che sono finiti nel loro mirino «lascino la regione o ricorrano alla giustizia. I poliziotti sequestrano alle loro vittime i documenti, li minacciano di aprire inchieste penali contro di loro o contro i loro cari e li costringono a firmare formulari in bianco».

Sulla ripresa della purghe cecene anti-gay è intervenuta anche Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale, che ha dichiarato: «Molte persone Lgbti sono ancora traumatizzate dalla purga del 2017, in cui decine di gay vennero sequestrati, torturati e anche uccisi. La notizia che le autorità hanno ripreso la persecuzione è agghiacciante».

Da parte sua Ramzan Kadyrov, presidente della Repubblica federata russa della Cecenia, continua a negare che esistano persone omosessuali nel Paese. In un’intervista con il reporter della Hbo David Scott, durante lo show Real Sports with Bryant Gumbel online dal 15 luglio 2018, ha risposto a una specifica domanda: «Questo è un nonsense. Non abbiamo quel genere di persone qui. Non ci sono gay. Se ci fossero, portateli in Canada. Lode a Allah».  

Accuse che, al contrario, fortemente fondate, hanno mosso l’Osce ad attivare sulla questione cecena il Meccanismo di Mosca, come rilevato da Silvja Manzi, segretaria dei Radicali Italiani, e da Yuri Guaiana e Leonardo Monaco e Silvja Manzi, rispettivamente presidente e segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

«Non c’è limite al terrore – così in una nota congiunta -: anche dopo la massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale e alla conseguente attivazione del meccanismo di Mosca da parte dell’Osce, la Repubblica autonoma cecena di Ramzan Kadyrov non accenna ad allentare la morsa del suo pogrom antigay, iniziato ormai un anno e mezzo fa».

Da qui l’appello al ministro dell'Economia Giovanni Tria che, «proprio oggi, sarà a Mosca, per incontrare al forum Gaidar il premier russo Medvedev: il Governo italiano non sprechi questa occasione e solleciti la Federazione Russa affinché argini questa nuova ondata persecutoria e offra la massima collaborazione nello svolgimento delle indagini internazionali avviate grazie al meccanismo di Mosca».

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«Sono molto rattristato dalla notizia della morte di Fernando Aiuti,  perché eravamo amici da 40 anni e perché con lui ho attraversato tutta l'epoca dell'Aids, soprattutto quella drammatica degli anni '80. Abbiamo collaborato in tantissime iniziative. Ricordo particolarmente quella di Rimini, quando, nel 1995, sorvolò la città un aereo sponsorizzato da alcuni albergatori - che, nel frattempo, avevano fatto collocare profilattici nelle camere dei loro hotel, suscitando grandi polemiche a livello locale e nazionale - recante uno striscione con un enorme profilattico e la scritta: Fallo protetto. Un'iniziativa che suscitò enorme scalpore.

Oggi si tende a non parlare più di Aids e delle malattie sessualmente trasmissibili. Ma il problema è ancora presente. Anzi assistiamo in tutta Europa a una sua recrudescenza. C'è un abbassamento della guardia.

In Italia, inoltre, non c'è educazione sessuale nelle scuole, la cui sola eventualità viene osteggiata con una conseguente lacuna gravissima nell’ambito dell’informazione. Con Fernando Aiuti viene meno una figura simbolo proprio quando se ne avrebbe più bisogno per combattere una grandissima ignoranza e i tanti tabù. La voce di Fernando ci mancherà».

Così Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynetricorda Fernando Aiuti, morto nella mattinata di oggi presso il Policlinico Gemelli di Roma dopo essere precipitato nella tromba delle scale dal quarto piano del reparto di medicina generale, dove era ricoverato da tempo in una stanza singola per una grave forma di patologia cardiaca.

All'iniziativa riminese può essere accomunata, per notorietà, quello che per Gianni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, «al di là del suo significato e della lotta allo stigma contro l'Aids, è una vera e propria icona pop. La dimostrazione della grande personalità di Fernando Aiuti che, clinico eccezionale, ha avuto anche una grande sensibilità mediatica».

Quel bacio, cioè, che, immortalato in uno scatto in bianco e nero nel dicembre 1991, si scambiarono l’immunologo marchigiano e un’allora giovane sieropositiva Rosaria Iardino,  mostrando agli italiani come il virus dell’Hiv non si trasmetta per via orale.

Nato a Urbino l'8 giugno del 1935, Fernando Aiuti fu fondatore e presidente onorario di Anlaids (Associazione nazionale per la lotta all'Aids).

Ordinario di medicina interna, direttore e docente della Scuola di specializzazione in allergologia e immunologia clinica, coordinatore del Dottorato di ricerche in scienze delle terapie immunologiche all'Università Sapienza di Roma (1980 - 2007), Aiuti, quale specialista in malattie infettive e cardiologia, espletò la carriera professionale all'interno del Policlinico Umberto I di Roma sin dal 1966: prima come assistente, poi come aiuto e dal 1985 come primario di immunologia e allergologia clinica. La sua produzione scientifica è documentata da oltre 600 pubblicazioni, delle quali 380 su riviste internazionali recensite da Pub Med (National Library of Medicine). 

Aiuti ha portato contributi originali alla diagnosi e terapie di malattie da immunodeficienza primitiva, infettive, autoimmuni, reumatiche, allergiche, linfoproliferative, oftalmiche, neurologiche, dell'apparato gastroenterico ed epatiche. Le sue ricerche sono state anche dirette all'individuazione di metodiche immunologiche atte a valutare il sistema immunitario in condizioni normali e patologiche. Altre ricerche significative sono state condotte sulla vaccinazione contro il virus Hiv-1, la patogenesi e la terapia dell'allergia alimentare, la descrizione e terapia di nuove forme di immunodeficienza primitiva, terapia della infezione da virus della epatite B e C, diagnosi e terapia della infezione da Hiv-Aids e alcuni tumori correlati alle immunodeficienze.

Fondatore e presidente della Società internazionale delle immunodeficienze primitive dal 1986 al 1991, fu, fra l'altro, componente del comitato di esperti dell'Oms (dal 1977 al 2002) per la classificazione di queste patologie e del Consiglio superiore di sanità dal 2005 al 2006.

Eletto nel 2008 come capolista del Pdl al Campidoglio, dal 2008 fino al 2013 fu presidente della Commissione politiche sanitarie di Roma Capitale. Per il suo impegno fu nominato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro Cavaliere di gran croce al merito della Repubblica nel 1992. Nel 2010 fu nominato, dall'allora ministra dell'Istruzione Mariastella Gelmini, professore emerito a vita dell'università Sapienza di Roma.

Intanto la procura di Roma, in attesa di una relazione da parte della Polizia Scientifica che ha già svolto i primi rilievi, aprirà nelle prossime ore un'inchiesta per omicidio colposo o per istigazione al suicidio. La pm Laura Condemi, che ha effettuato un sopralluogo coordinando i primi accertamenti urgenti e raccogliendo le testimonianze dei responsabili del reparto, ha disposto l'autopsia.

Domani sarà il professor Costantino Ciallella dell'Università Sapienza a verificare, oltre alla causa del decesso, se Aiuti avesse assunto un farmaco prima di cadere  o se sia stato colpito da un infarto. Gli investigatori non hanno individuato tracce ematiche né sulla balaustra né sulle rampe delle scale ma sul pianerottolo, da dove è precipitato l'immunologo, hanno trovato le sue pantofole.

Sull’ipotetica natuta suicidaria del decesso Franco Grillini ha dichiarato: «Onestamente non credo, a meno che non mi sfuggano informazioni che non ho, che si sia tolto la vita. Per quanti, come me, hanno avuto modo di conoscerlo sembra improbabile».

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Sono stati Green Book e Bohemian Rhapsody ad aggiudicarsi, il 7 gennaio, i premi più ambiti della 76esima edizione dei Golden Globe. Istituito dall'Hollywood Foreign Press Association, il premio riunisce i giornalisti stranieri a Hollywood.  

Incentrato sull'amicizia tra un pianista afroamericano e un buttafuori bianco negli anni ’60 del secolo scorso, la pellicola di Peter Farrelly ha vinto come migliore film commedia o musicale e migliore sceneggiatura. Mahershala Ali, che ha interpretato il pianista Don Shirley, è stato premiato come miglior attore non protagonista.

Il biopic di Bryan Singer, dedicato alla vita di Freddie Mercury e alla carriera dei Queen, si è invece aggiudicato il riconoscimento di migliore film drammatico. Ma prima che ai Golden Globe Bohemian Rhapsody è stato premiato dagli spettatori al box office. Uscito negli Usa il 2 novembre scorso, ha incassato nel mondo 750 milioni di dollari; in Italia, dove è arrivato nelle sale il 29 novembre, è stato il film che ha realizzato il miglior incasso nell'intero 2018: a oggi è arrivato a 23 milioni e 660mila euro

A Rami Malek, che ha interpretato lo storico frontman della band britannica, è andato poi il Golden Globe come miglior attore in un film drammatico.

Dopo aver abbracciato Brian May e Roger Taylor, rispettivamente chitarrista e batterista dei Queen, Rami Malek è salito sul palco visibilmente emozionato ed è riuscito a emozionare anche il pubblico durante il discorso di ringraziamento.

«Wow! Wow! Oh, mio Dio. Sono più che commosso. Più che commosso. Il mio cuore – ha esordito Malek – mi sta schizzando fuori dal petto in questo momento. È un profondo onore ricevere questo premio e trovarmi tra attori così straordinari. Mi sento privilegiato d’essere annoverato tra di voi, davvero, e di essere nella sala insieme con tutti voi. Grazie».

Un grazie rivolto, innanzitutto, «all'Hollywood Foreign Press Association per questo incredibile riconoscimento. Devo ringraziare tutti quelli che hanno lavorato instancabilmente per far sì che questo film è ciò che è e in questo processo mi hanno fatto sentire parte di una grande famiglia. Questo insieme di attori. E ovunque voi vi troviate ora a festeggiare sappiate che vi raggiungerò a breve e vi salterò addosso, ragazzi!».

Quindi il suo pensiero è andato ai produttori «Graham King e Denis O’ Sullivan: avete lavorato più di un decennio per far sì che questa storia fosse raccontata. Grazie, uomini, Grazie. Grazie alla 20th Century Fox, alla New Regency: avete creduto in noi quando erano in pochi a farlo e lo apprezzo davvero tanto. Devo ringraziare la mia mamma, la mia famiglia. Devo ringraziare Doug Luchterhand, Cynthia Pett, Annabel Gualazzi, Ben Curtis, Melissa Martins, Michelle Margolis per tutto questo».

Ma è stato al termine del discorso che Malek ha autenticamente galvanizzato e commosso la platea.

«E, ovviamente, grazie ai Queen – ha detto -. A te, Brian May. A te, Roger Taylor: per assicurarvi che l’autenticità e l’inclusività esistono nella musica, nel mondo e in tutti noi.

Grazie a te, Freddie Mercury, per avermi regalato la gioia di una vita. Ti amo, uomo bellissimo. Questo è per te ed è merito tuo, meraviglia».

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Mantenimento della supremazia dell’America Latina (con eventuale accoglienza di basi statunitensi in Brasile per contrastare la crescente presenza russa in Venezuela), controllo delle ong, sfruttamento agricolo dell’area amazzonica a favore dei proprietari terrieri e a danno delle popolazioni indigene (la demarcazione dei cui territori è stata sottratta alla gestione della Fundaçao Nacional do Índio), riaffermato occidentalismo.

E su tutto l’ossessione rossa con l’annunciato licenziamento di 300 dipendenti contrattisti con idee di sinistra dalla Casa Civil. Perché, come detto, il 1° gennaio, da Jair Messias Bolsonaro nel discorso d’insediamento quale presidente del Brasile, la bandiera giallo-verde «non sarà mai rossa».

Ma le prime prese di posizione del governo dell’ex militare di estrema destra non sarebbero pienamente comprensibili se sganciate da quell’alveo di ostentata religiosità cristiana, di cui il neopresidente ha dato subito prova al termine del suo discorso del 1° gennaio: «Il Brasile sopra tutto, Dio sopra tutti».

Cattolico per tradizione familiare, Bolsonaro deve la vittoria elettorale anche all’appoggio entusiasta delle comunità protestanti. Sua moglie, Michelle de Paula Firmo Reinaldo, è una fervente evangelicale. Non a caso, dunque, il ministero della Donna, della Famiglia e dei Diritti Civili è andato a una predicatrice evangelicale quale Damares Regina Alves, che nel suo primo discorso ufficiale ha ribadito che «lo Stato è laico» ma che lei è «terribilmente cristiana».

Classe 1954 e avvocata, Alves, che è stata pastora della Chiesa Universale dell’Evangelo Quadrangolare (denominazione cristiano-evangelicale d’indirizzo pentecostale) e della Chiesa Battista da Lagoinha (megacomunità evangelicale di Belo Horizonte dall’indirizzo battista-carismatico), ebbe fra l’altro a dire nel 2016: «È giunta l’ora che la Chiesa annunci il nostro avvento. È giunta l’ora che la Chiesa governi».

Ma è proprio sulla riforma del ministero e sulla scelta della titolare che si è innescata una polemica sui social, che non accenna a placarsi. Polemica soprattutto sollevata da persone Lgbti e componenti delle associazioni in ragione, anzitutto, della cancellazione dello specifico diparimentimento loro dedicato

La Misura Provvisoria 870/219, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 gennaio, con riferimento al ministero affidato a Damares Alves non fa più menzione, come in precedenza, delle persone Lgbti nell’ambito della promozione e tutela dei diritti umani.

Il testo, infatti, enumera specificamente i diritti «delle donne, della famiglia, dei bambini e degli adolescenti, dei giovani, degli anziani, delle persone disabili, dei neri, delle minoranze etniche e sociali, degli indios». In riferimento a questi ultimi è anche incluso «il monitoraggio delle azioni sanitarie adottate a favore delle comunità indigene, ferma restando la competenza del ministero dell'Agricoltura, Zootecnia e Alimentazione». Le persone Lgbti potrebbero forse ricadere all'interno della voce minoranze etniche e sociali.  

La struttura di base del ministero sarà così formata: I) Segreteria nazionale delle politiche per le donne; II) Segreteria nazionale della famiglia; III) Segreteria nazionale per i diritti di bambini e adolescenti; IV) Segreteria nazionale della gioventù; V) Segreteria nazionale per la protezione globale; VI) Segretariato nazionale delle politiche per la promozione dell'uguaglianza razziale; VII) Segretariato nazionale per i diritti delle persone con disabilità; VIII) Segretariato nazionale per la promozione e la difesa dei diritti della persona anziana; IX) il Consiglio nazionale per la promozione dell'uguaglianza razziale; X) Consiglio nazionale per i diritti umani; XI) Consiglio nazionale per combattere la discriminazione; XII) il Consiglio nazionale per i diritti di bambini e adolescenti; XIII) Consiglio nazionale per i diritti delle persone con disabilità; XIV) Consiglio nazionale per i diritti degli anziani; XV) Comitato nazionale per prevenire e combattere la tortura; XVI ) Meccanismo nazionale per prevenire e combattere la tortura; XVII) Consiglio nazionale dei popoli e delle comunità tradizionali; XVIII) Consiglio nazionale della politica indiana; XIX) il Consiglio nazionale per i diritti della donna; XX) Consiglio nazionale della gioventù.

Le politiche per i diritti delle persone Lgbti saranno dunque trattate dal Consiglio nazionale per la lotta alla discriminazione. Assistenza alle stesse potrebbero essere anche fornite dalla Segreteria nazionale della Famiglia e dalla Segreteria nazionale della Protezione globale. Fra l’altro la ministra Alves ha ribadito come sarà compito del suo dicastero la tutela dei diritti delle persone Lgbti. Alla stampa ha rilasciato inoltre le seguenti affermazioni: «Le rivendicazioni delle persone Lgbti sono molto delicate, ma i miei rapporti con le associazioni Lbti sono molto buoni. È possibile avere un governo di pace tra il movimento conservatore, il movimento Lgbti e gli altri movimenti». Ha infine ribadito come non ci sia alcuna volontà di ripensamento sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, che in Brasile è legale in Brasile dal 2013.

Sulle sincere intenzioni di Damares Alves si era già espresso, in dicembre, Toni Reis, fondatore, ex presidente e attuale consigliere all’Educazione dell'Associação Brasileira de Gays, Lésbicas, Bissexuais, Travestis, Transexuais e Intersexos (Abglt), ricordando come la predicatrice sia sia sempre impegnata nel combattere la violenza contro la collettività Lgbti e nel promuovere una migliore integrazione professionale delle persone transgender.

Secondo la Liga Brasileira de Lésbicas (Lbl) resta comunque «impossibile avviare un dialogo con i sostenitori dell'esistenza della cosiddetta "teoria del gender", che mette in discussione dibattiti e diritti duramente vinto grazie alle nostre lotte sociali». 

Già perché Damares Alves, oltre a essere fieramente antiabortista e critica del femminismo, è, al pari di Bolsonaro, ossessionata dalla gender theory. Ossessione che le ha fatto compiere, il 2 gennaio, uno scivolone non da poco. Al termine del discorso d’insediamento al ministero Alves, tra le acclamazioni dell’entourage, ha infatti gridato: «Attenzione, attenzione! Inizia una nuova era in Brasile: il bambino veste d’azzurro e la bambina veste di rosa».

La circolazione immediata in rete di un video con tali dichiarazioni ha suscitato immancabilmente un’ondata di reazioni e commenti ironici. Personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, da Fábio Assunção a Caetano Veloso, da Letícia Spiller a Monica Iozzi, hanno pubblicato foto in cui gli uomini posano con abbigliamento in rosa e le donne in blu. 

Sui social è nato il movimento Cor não tem gênero (Il genere non ha colore) con relativo hastag, mentre oggi si è tenuta sulla spiaggia di Copacabana la «Manifestazione delle donne in blu, degli uomini in rosa o nei colori che si preferisce». 

La ministra è stata costretta, il 4 gennaio, a fornire spiegazioni, dicendo che le sue dichiarazioni erano una «metafora contro la teoria del gender», cui il presidente Bolsonaro è molto ostile, ma che «i ragazzi e le ragazze possono vestirsi in blu, in rosa, in tutti i colori, come meglio preferiscono».

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