Francesco Lepore

Francesco Lepore

Gli anni amari, il film che, prodotto da Rai Cinema, è dedicato alla vita di Mario Mieli, rischia di non poter usufruire del contributo disposto nel 2017 dal ministero per i Beni e le Attività culturali.

A dirlo oggi la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che, nell’assicurare un’attenzione alta nel merito, ha dichiarato che, se la pellicola «dovesse ospitare contenuti che promuovano o incitino alla pedofilia, il contributo del ministero sarà revocato».

Il riferimento alla supposta pedofilia dell’intellettuale milanese è ancora una volta all’oramai ben noto passo degli Elementi di critica omosessuale, nuovamente menzionato alcune sere fa da Silvana De Mari.

«Senza entrare nel merito delle scelte, più o meno condivisibili, effettuate dalla commissione che valuta la qualità artistica delle sceneggiature – afferma Borgonzoni – vigilerò personalmente affinché vengano effettuate tutte le opportune verifiche sulla pellicola, al fine di valutare se contenga elementi nel rispetto della vigente normativa, ovvero la legge 220 del 2016».

Su Gli anni amari s’erano invece ieri espressa i consiglieri leghisti emiliani, capeggiati da Massimiliano Pompignoli, per chiedere la revoca del contributo regionale di 105.374 euro, raccontando il film «la vita di Mario Mieli, icona della teoria gender, che praticava la coprofagia e che, com'è noto dai suoi scritti, difendeva i rapporti sessuali con i bambini».

Ha fatto oggi loro eco Giancarlo Tagliaferri, consigliere di Fratelli d'Italia, con un'interrogazione, in cui si chiede dall'esecutivo regionale "come giudichi il pensiero sulla pedofilia riportato nel libro di Mieli 'Elementi di critica omossessuale'

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È stata capace di tornare a parlare di dittature delle minoranze con riferimento alle persone omosessuali (insieme – e sembrerebbe un ossimoro – con quelle musulmane) e del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, quale destinatario di un “fiume di denaro pubblico” pur essendo intitolato a un “suicida” e a un “pedofilo”, anche nel corso di una trasmissione dedicata alla manovra di bilancio.

Una vera e propria ossessione, dunque, quella che affligge Silvana De Mari nei confronti della collettività rainbow, il cui fine (secondo le tesi à la page del complottismo omosessualista) sarebbe quello di “gaizzare” ogni realtà e imporre le proprie vedute sì da sovvertire i tradizionali modelli valoriali, familiari, societari.

A stupire non sono le ennesime dichiarazioni discriminatorie e offensive nei riguardi delle persone Lgbti. L’endoscopista d’origine casertana, ma torinese d’adozione, è infatti fin troppa nota per i suoi interessi di cattivo gusto nonché antiscientifici su ciò che attiene all’area anorettale tanto da poter essere chiamata Doctrix culiNon per niente è stata rinviata a giudizio per diffamazione aggravata e continuata a mezzo stampa in ben due processi a suo carico: l’uno contro le persone Lgbti a nome del Coordinamento Torino Pride, l’altro contro il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

A stupire, invece, è stata la partecipazione di Silvana De Mari alla puntata di Otto e Mezzo che, andata in onda ieri sera e intitolata I conti non tornano, è stata incentrata sulla manovra di bilancio. Stupisce in riferimento al tema trattato, perché non si comprendono quali siano le competenze di De Mari al riguardo. Stupisce, soprattutto, in riferimento all’omofobia conclamata della medica, di cui si è sopra parlato. E infatti, come volevasi dimostare, Silvana De Mari è riuscita con le magiche parole “dittatura delle minoranze” a spostare rapidamente l’attenzione laddove desiderava.

È vero che i tre ospiti in studio, Giovanni Floris, Aldo Cazzullo e Paolo Giordano, hanno tacitato con validi argomenti e ridicolizzato la collaboratrice de La VeritàMa resta pur sempre difficilmente accettabile l’avere dato alla stessa occasione di parlare in una trasmissione in prima serata e così seguita come Otto e Mezzo. In un momento politico così complesso e difficile, in cui si assiste a un'escalation di violenza verbale e fisica a danno delle persone Lgbti nonché di appartenenti alle varie minoranze, dare spazio a Silvana De Mari significa aumentarne la visibilità e contribuire ad alimentare un clima omotransfobico tra ascoltatori e ascoltatrici meno attente. Di cui sinceramente ne faremmo proprio a meno. 

Conoscendo il personaggio De Mari – ed è difficile credere che una giornalista di vaglia come Lilli Gruber non ne fosse al corrente –, un ulteriore sbaglio è stato il non aver invitato in studio qualche esperto del pensiero e degli scritti di Mario Mieli. Lo avrebbe richiesto il contesto visto che, come da copione, Silvana De Mari ha poi sciorinato a memoria il ben noto passo degli Elementi di critica omosessuale, per inferirne ancora una volta che Mario Mieli era pedofilo e per ribadire con supponenza: «Questa è la verità». Affermazione, cui tanto Gruber quanto gli ospiti sono stati incapaci di controbbattere non avendo strumenti cognitivi al riguardo.

Al di là della corretta o meno valutazione del passo a interessare veramente è stato l’attacco al Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli sulla linea di quanto già dichiarato al quotidiano adinolfiano La Croce il 13 gennaio 2017: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?». 

Un modo di argomentare, questo, che fa acqua da tutte le parti perché l’aver intitolato un’associazione a una figura storica del movimento contemporaneo di liberazione sessuale  quale Mario Mieli (volendo ipoteticamente ammettere una valutazione letteralista ed estrapolata dal contesto dell’incriminato passo dell'intellettuale milanese) non comporta affatto il ritenerne pensiero, scritti, vita quali interamente infallibili e indefettibili. Né tantomeno come interamente validi per i tempi attuali.

D’altra parte, secondo il ragionamento di Silvana De Mari bisognerebbe, ad esempio, chiedere la cancellazione di odonimi riferentesi al cardinale Giovan Battista De Luca e chiederne la rimozione della statua dal Palazzaccio, visto che l’esimio giurista nel suo Dottor volgare ebbe a parlare in termini difensivi di «quello stimolo, ovvero istinto naturale, il quale si suol dare verso i giovanetti di bello aspetto».

Oppure bisognerebbe, ad esempio, deprecare l’intitolazione di associazioni e scuole a un Ugo Foscolo che con le Ultime lettere di Jacopo Ortis fu cantore, sulle orme di Alfieri, del suicidio come vera manifestazione dell’ultima libertà. Già, perché Silvana De Mari non ha potuto esimersi dal ricordare che Mieli morì suicida nel tratteggiarne a tinte fosche il profilo.

Insomma, una serie di errori che non ci saremmo aspettati nel corso di una trasmissine di qualità come Otto e mezzo.

D’altra parte appare parimenti erronea la valutazione di chi, ex post, sostiene che Silvana De Mari non abbia diritto, in generale, a esprimere le sue opinioni. È un clamoroso autogol da parte di militanti Lgbti. Con un tale argomento (di fondo comprensibile perché dettato dall’esasperazione nel vedere le violenze omotransfobiche pressoché sdoganate), non si fa che alimentare quella che Adolfo Omodeo chiamava “la querula retorica vittimale dei clericali”. Della quale, anche, faremmo volentieri a meno.

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Svastische. Il nome di Allah in arabo sgrammaticato. Scritte insultanti e minatorie come Froci al rogo o acclamatorie al ministro dell’Interno come W Salvini.

Sono stati così imbrattati a Milano, nella notte tra venerdì e sabato, i muri dei locali della Scuola Popolare che, in via Bramantino, assicura corsi postscolastici e attività di sostegno per ragazzi italiani e stranieri dimoranti nel quartiere della periferia nord di Milano.

Gestita da mamme costituetisi nell’omonima organizzazione, la Scuola Popolare avrebbe dovuto riaprire i battenti proprio sabato scorso. Per evitare ritardi nel riavvio delle attività organizzate, già nella mattinata del 15 settembre una decina di alunni insieme con le mamme dell’associazione si è messa al lavoro per cancellare i segni dell’imbrattamento e ripulire i singoli locali dalla devastazione del raid notturno, definito in breve sui social come nazifascista, razzista e sessista.

Tra i primi a denunciare con forza l’accaduto è stato Luca Paladini sulla pagina de I Sentinelli di Milano, di cui è presidente: «Ormai è un assalto al giorno. Ormai è sdoganato tutto. Tutto».

Durissimo il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha affermato su Facebook: «Attaccare una scuola che punta sull'integrazione significa voler ostacolare il futuro del nostro Paese. Non possiamo più tollerare gesti come questo: da milanesi continuiamo a credere in una città aperta, solidale e profondamente democratica».

Pierfrancesco Majorino ha invece dichiarato: «Aiuteremo quell'esperienza ad andare avanti senza paura». Proprio l’assessore meneghino alle Politiche sociali aveva poco prima stigmatizzato, via Twitter, il silenzio del ministro dell’Interno sulla vicenda: «Ma #Salvini non ha nulla da dire ai razzisti che vandalizzano una scuola che aiuta migranti a Milano al grido proprio di W Salvini? Noi non ci facciamo intimidire».

Un j’accuse che, sia pur in diverse forme, è stato mosso nel corso dell’intera giornata domenicale. Ma nel tardo pomeriggio è poi arrivata l’invocata dichiarazione di Salvini, che ha espresso «solidarietà alla scuola e a chi è stato colpito da questi vigliacchi. Omofobia, violenza e razzismo non fanno parte dell'Italia che voglio e per cui lavoro».

Parole che non hanno placato le polemiche, anche perché non sono state rilanciate dal ministro social per antonomasia (qual è appunto Salvini) né dalla sua pagina Facebook né dal suo profilo Twitter.

Tanti gli attestati di solidarietà da tutta Italia ai volontari e ai ragazzi della scuola in una con la richiesta – soprattutto di area Lgbt – d’una legge efficace contro l’omotransfobia.

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Non si placano le polemiche sul ddl che, relativo all’affido condiviso, vede come primo firmatario il senatore leghista e “papista” – seconda una di lui stessa autodefinizione – Simone Pillon.

Un disegno di legge che, secondo Linda Laura Sabbadini, «è un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili. Uccide la genitorialità, quella vera, del cuore e della responsabilità. Uniamoci tutti. Indietro non si torna».

Tra le tante persone che hanno mosso un duro j’accuse al ddl Pillon anche l’avvocata Andrea Catizone, responsabile del Dipartimento Pari Opportunità del Pd.

L’abbiamo raggiunta per conoscerne meglio le valutazioni

Avvocata Catizone, la sua è stata una delle prime voci critiche nei riguardi del ddl Pillon. Che cosa non le piace?

È un provvedimento che riesce a violare contemporaneamente una serie di diritti acquisiti dalle varie parti coinvolte nella fase, spesso drammatica per gli adulti e traumatica per i figli, della separazione tra i coniugi. Ma oltre a contenere delle norme che non passerebbero il vaglio di disposizioni di rango superiore, come la costituzione ad esempio, è l’impianto culturale sottostante che non può essere accettato, perché si fonda su un’idea non egualitaria nel rapporto affettivo tra le persone e ripatrimonializza le relazioni umane contro una tendenza che, invece, vuole superare questa concezione e mettere al centro la vita e non il portafoglio tra chi ha avuto un legame di tipo affettivo. Oltre alla pericolosità di certe disposizioni lì contenute è proprio la concezione della famiglia e delle relazioni umane che mi preoccupa maggiormente. Con la separazione vi è un impoverimento di tutto il nucleo familiare e non è certo acutizzando un rapporto conflittuale che si risolve questa situazione di disagio.

Si dovrebbero, al contrario prevedere delle misure fiscali per agevolare la costituzione di nuovi nuclei familiari, soprattutto in presenza di minori, in seguito alla separazione, consentire delle detrazioni fiscali per esempio della somma data come mantenimento dal coniuge economicamente più forte, consentire locazioni agevolate e un accesso alle abitazioni meno faraggionso e che tenga conto della reale situazione economico-patrimoniale delle persone che interrompono un progetto di famiglia e intendono costituirne uno nuovo.

Il senatore leghista ha parlato del suo disegno di legge come finalizzato alla tutela dei minori. Da esperta di tale settore che cosa ne pensa?

I minori sono tutelati nel sistema giuridico al di là e meglio di quanto il ddl Pillon paventi, perché godono oggi di uno statuto giuridico che li fa assurgere a soggetti di diritto svincolati dalla necessaria preminenza delle figure genitoriali. Non è certo facendoli transitare da una casa ad un’altra che li tuteliamo meglio, ma prevedendo delle forme di assistenza che siano in grado di provvedere ai loro bisogni soprattutto in condizioni di conflittualità. Per esempio le decisioni dei giudici non sempre sono in linea con le specificità di quella famiglia e anche il ricorso ai servizi sociali richiede uno sforzo ulteriore da parte dell’autorità giudiziaria, oltreché una necessaria riforma degli attori istituzionali che intervengono in questa materia. Ad esempio la formazione e la composizione dei servizi sociali nel nostro paese era pensata in una società dove le esigenze erano diverse e dove il conflitto era nascosto e risolto mediante l’assunzione di decisioni unilaterali di una società in cui i ruoli dei padri e delle madri e delle famiglie erano differenti

Contro il ddl sono state soprattutto le donne a reagire. Da responsabile del Dipartimento Pari Opportunità del Pd perché, a suo parere, esso danneggerà soprattutto le donne?

Le donne oggi hanno un ruolo molto diverso nella società e nelle famiglie. Resta prevalente la presenza della donna nelle funzioni di cura delle persone e delle cose che riguardano le relazioni e scapito di una progressione professionale che, invece dovrebbe essere agevolata. Non esistono norme giuridiche che dicono di mantenere la donna, sia ben chiaro, ma leggi che prevedono una forma di aiuto per il coniuge economicamente più debole e se i dati dimostrano che ancora oggi questa figura corrisponde con quella femminile dobbiamo allarmarci perché ciò accade ancora e non puntare il dito contro le donne fannullone e mantenute.

Serve un processo di ripensamento del ruolo della donna in tutti gli ambiti e in chiave moderna, anche considerando che gli uomini oggi sono molto più attenti a quello che succede intorno a loro e nel rapporto con la prole e che serve un reciproco patto tra i generi per migliorare le condizioni di vita. Nella mia vita professionale di avvocato di famiglia vedo tante donne che per orgoglio e dignità personale rinunciano all’assegno di mantenimento e fanno crescere rinunciando a tutto, i propri figli. Poi nel mucchio c’è di tutto indubbiamente, ma dipingere oggi la donna come una che vuole necessariamente trarre lucro dal matrimonio non è giusto e non corrisponde alla verità della società.

Nel corso d'un'intervista a La Stampa Pillon ha parlato di aborto come realtà da impedire alle donne. Alla luce anche di dichiarazioni dello stesso attinenti alla fede quale fattore pubblico, che cosa si cela in questo gandolfiniano di ferro da un punto di vista culturale e concettuale?

Sull’aborto c’è una visione del tutto irrealistica, perché non esiste una donna che pratichi l’interruzione volontaria di gravidanza con leggerezza e disinvoltura e i dati dimostrano che diminuiscono sempre di più in termini percentuali. Sono esperienze che restano nella vita e nell’animo di ogni donna che vi ha dovuto ricorrere, ma mettere in discussione leggi che permettono di determinare la propria vita e di assumere autonomamente delle decisioni lo trovo realmente incomprensibile. Oggi non è quello il problema del nostro paese, ma semmai è che nascono sempre meno bambine e bambini e che non esiste un sistema di welfare adeguato a permettere alle famiglie di generare.

Allora il governo si preoccupi di attuare misure di tutela dei minori e di aiuti alle famiglie realmente, non alzando sempre polvere per annebbiare l’orizzonte sui problemi reali che la quotidianità solleva. Io come avvocato di famiglia parlo tutti i giorni con i padri e con le madri e dai loro racconti saprei indicare un’agenda di priorità che con questa visione medievale della vita non ha nulla a che vedere.

Il tema dell’omosessualità, declinato in tutte le sue sfumature compresa l’omogenitorialità, è una delle ossessioni di Pillon. Che cosa risponderebbe a chi nega l’esistenza di coppie omogenitoriali e vorrebbe abrogare le unioni civili?

Una delle prime cose che ha detto questo governo è che avrebbe messo mano alla legge sulle unioni civili facendo impallidire ogni essere umano che ogni mattina si sveglia nel ventunesimo secolo. Quella legge non si tocca e non permetteremo che sia messa in discussione in nessun punto perché è già stata il frutto di un compromesso, per certi versi anche al ribasso, di alcuni aspetti di regolamentazione delle relazioni affettive tra gli esseri umani. La mentalità del senatore Pillon genera delle gigantesche violazioni di diritti fondamentali degli esseri umani e peggiora la qualità di vita di ciascuno di noi. Io non voglio vivere in una società e in un paese in cui è di nuovo vietato riconoscere dei diritti a chi si ama e mi spaventa chi afferma, come Pillon che offrirà somme di denaro ingenti per chi rinuncia ad abortire - la libertà non si compra caro senatore!- o che alla domanda sul matrimonio gay risponde “quale matrimonio gay, non esiste perché la famiglia è quella naturale. Se intende le unioni civili, le abolirei” perché vuole disegnare un modello di società dal quale con tanta fatica siamo riusciti ad uscire e che non vorremmo mai, mai, mai più riproporre.

Ci ripensi onorevole Pillon, se vuole andiamo a fare una passeggiata insieme la mattina nei tribunali civili dove la gente si separa, nelle scuole dove vengono educati i nostri figli e nei supermercati… sarà sorpreso da una società più bella e più ricca in cui chi si ama può esprimere liberamente il proprio sentimento senza doversi rinchiudere o vergognare. Di naturale ci sono solo i diritti fondamentali delle persone che lei calpesta ogni giorno.

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«Siamo vivendo malissimo. Da quell’11 agosto aggressioni, lettere minatorie, insulti via Facebook. E, come se non bastasse, dopo essere andati in tv per denunciare quanto accaduto a Piazza Bra, ci chiamano per annullare i contratti di lavoro».

Ha una voce flebile al telefono, spezzata dalla commozione, Angelo mentre racconta l’ennesima aggressione subita nella notte.

Ma tutto ha inizio quell’11 agosto quando lui e il suo compagno Andrea, sposatisi a Barcellona nel 2015, erano stati insultati da un branco di 20enni a Verona quali froci di merda e femminucce, quindi aggrediti fisicamente. La loro colpa? Quella di camminare mano nella mano nella centralissima piazza Bra.

Poi nelle settimane successive una lettera sgrammaticata con tanto di svastiche e scritte del tipo: «Voi culattoni, negri, ebrei, spastici finirete tutti nelle camere a gas. Viva Mussolini. Viva Hitler».

Infine, la notte scorsa, l’ennessima aggressione che – commenta Angelo - «ci ha letteralmente distrutti». Ma questa volta sul pianerottolo della loro abitazione, una villetta nella frazione di Stallavena nel Comune di Grezzana (Vr).

Verso le 2:00 Andrea ha sentito dei rumori e ha aperto la porta di casa. Si è trovato di fronte un'ombra (poi descritta come un uomo alto in abiti scuri) che, senza dire nulla, gli ha lanciato addosso della benzina ed è poi scappato via.

Scivolato a terra, il giovane non ha subito capito di cosa si trattasse ma ha sentito un forte bruciore al viso, agli occhi e alla gola«L’ho sentito gridare: Angelo, Angelo, aiutami. L’ho trovato riverso a terra, tutto cosparso di benzina»

Condotto in ospedale, Andrea ha rischiato una lesione alla retina ma i medici, che gli hanno riscontrato alcune contusioni, hanno escluso il pericolo. Come se non bastasse, sui muri di casa e sul finestrino della loro macchina hanno trovato le scritte Culattoni bruciate e Vi metteremo tutti nelle camere a gas

Sul pianerettolo di casa sono state invece rinevenute tre taniche di benzina. Segno che l'/gli aggressore/i avevano forse intenzione di dar fuoco all'abitazione ma di esserne stati impediti dall'improvvisa comparsa di Andrea, svegliato dai rumori.

«Adesso siamo a casa di amici - continua Angelo -. Andrea è distrutto e non riesce nemmeno a parlare. Siamo davvero preoccupati».

Raggiunta telefonicamente, Laura Pesce, presidente di Arcigay Pianeta Milk Verona, ha dichiarato: «È accaduto l'impensabile. Le minacce si sono tremutate in atti concreti, atti criminali. Attendiamo l'esito delle indagini respingendo strumentalizzazioni.

Ma in questo momento nessuno può umanamente rimanere indifferente. Siamo accanto ad Angelo e Andrea in queste ore buie».

Per Flavio Romani, presidente d'Arcigay nazionale, «dopo la lettera minatoria nella buca delle lettere, hanno deciso di alzare il tiro con tanto di svastiche e riferimenti ai forni. Segno che si sentono con le spalle coperte o, perlomeno, legittimati da un clima e da un potere politico che dell'odio ha fatto la sua bandiera. D'altronde siamo nella zona del ministro Fontana, di colui che ha detto: Le famiglie arcobaleno non esistono.

Colpendo per la seconda volta i due ragazzi, hanno colpito di nuovo tutti noi. Ma si sbagliano se credono di farci paura. Anzi reagiremo in maniera piú forte, piú civile e piú democratica».

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Con 95 voti favorevoli e 46 contrari la Camera dei deputati del Cile ha ieri approvato, a Valparaíso (sede del Palazzo del Congresso), la legge sull’identà di generePresentato nel 2013, il provvedimento, che aveva già ottenuto, il 4 settembre, il via libera del Senato, dovrà essere ora promulgato dal presidente Sebastián Piñera Echenique.

La legge consentirà la rettifica dati anagrafici, senza previo intervento chirurgico di riattribuzione del sesso, non solo alle persone maggiorenni ma anche a quelle adolescenti (d’età compresa tra i 14 e i 18 anni). In quest'ultimo caso, però, dietro autorizzazione dei genitori o tutore responsabile.

La legge cilena sull’identità di genere si poggia sui principi basici della depatologizzazione della transessualità, della non discriminazione arbitraria, della confidenzialità, della dignità nel trattamento, dell'interesse superiore dei minori e dell'autonomia progressiva.

Per il Movimento di integrazione e liberazione omosessuale (Movilh) quella del 12 settembre è una votazione «storica», che «cambierà la qualità della vita a migliaia di persone».

Alvaro Troncoso, responsabile del movimento, ha dichiarato: «Oggi per noi, persone trans, il Cile è un Paese diverso. Siamo alla presenza di un fatto storico, che celebriamo con grande emozione e gioia perché migliorerà la qualità della vita di migliaia di persone. Persone che hanno visto messi in secondo piano la loro dignità e diritti solo a causa di pregiudizi sull'identità di genere».

Con l'approvazione della legge sull'identità di genere il Cile si unisce a tutti gli altri Paesi del Sudamarica che, ad eccezione del Brasile, consente la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico.

Rettifica che è inoltre consentita in buona parte dell'area centramericana: Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Haiti, Repubblica Dominicana e Giamaica.

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Le persone, che, nate a New York, non si identificano né nel genere maschile né in quello femminile, potranno scegliere per una categoria di genere non binario sui loro certificati di nascita.

La decisione d’includere una terza opzione di genere è stata presa ieri, a grande maggioranza, dal Consiglio comunale e dal Dipartimento di Sanità newyorkese.

Il provvedimento, che entrerà in vigore il 1° gennaio 2019 dopo la firma del sindaco Bill De Blasio, consentirà ai genitori di poter registrare i propri figli alla nascita sotto la dicitura gender X. Gli adulti, a loro volta, potranno ottenere una modifica anagrafica in tal senso e senza previa autorizzazione medica.

Per Corey Johnson, portavoce del Consiglio comunale, «oggi è un giorno storico per New York nel suo ruolo di modello mondiale di inclusività e uguaglianza». Uomo di fiducia di De Blasio, il funzionario democratico ha quindi aggiunto: «Voglio ringraziare, in maniera particolare, la comunità Lgbtq per il suo impegno nel lavorare su un tema che mantiene New York City nel suo legittimo posto di leader dei diritti umani»

La decisione è stata salutata con entusiasmo da Toby Adams, direttore esecutivo d'Intersex e Genderqueer Recognition Project (Igrp), per il quale l'impossibilità - cui sono generalmente costrette le persone non binarie - di potersi identificare secondo un'opzione di genere altra da quella maschile e femminile è «irrispettosa del loro essere umano». 

In Maine e Oregon nonché nella capitale Washington (cui da gennio si unirà anche la California) le persone ivi residenti possono optare per un indicatore di genere non binario sulla patente di guida. Inoltre, secondo l'Igrp, altri Stati stanno considerando d'introdurre nella propria legislazione una terza opzione di genere sui certificati di nascita.

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Il Senato romeno ha ieri adottato la proposta di revisione della Costituzione per la ridefinizione del concetto di famiglia.

A votare a favore del provvedimento 107 senatori del Partito Social Democratico (Psd), di Alleanza dei Liberali e dei Democratici (Alde), del Partito Nazionale Liberale (Pnl) e dell'Unione Democratica Magira di Romania (Udmr). Gli unici voti contrari quelli dei 13 parlamentari di Unione Salva Romania (Usr).

Il voto del Senato è stato l'ultimo passo prima del referendum di riforma costituzionale, fissato al 7 ottobre. Per Liviu Dragnea, leader del Psd (partito di governo) e presidente della Camera dei deputati, il referendum sarà «un momento cruciale per i valori fondamentali della società rumena».

L’iniziativa referendaria era stata lanciata mesi fa da alcune associazioni che, vicine alla Chiesa ortodossa romena e riunite nella Coalizione per la famiglia, hanno raccolto circa tre milioni di firme.

Secondo il testo che verrà sottoposto a consultazione e che in caso di vittoria del sì sarà inserito nella Carta costituzionale, il matrimonio «rappresenta l'unione tra un uomo e una donna» e non tra «sposi» come prevede l'attuale articolo.

La legislazione romena non consente le unioni tra persone dello stesso sesso ma secondo Coalizione per la famiglia un esplicito divieto in Costituzione renderebbe difficile se non impossibile modificare o introdurre una norma in tal senso.

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Componente dell’ufficio di presidenza di Articolo 21 e dell'associazione Giornaliste italiane unite libere autonome, la giornalista Antonella Napoli è presidente d’Italians for Darfur Onlus.

Autrice dei volumi Volti e colori del Darfur e Il mio nome è Meriam, è da sempre attenta al tema dei diritti civili nei Paesi africani e asiatici. Come analista di questioni internazionali, ha commentato negli ultimi giorni l’ascesa del partito d’estrema destra del sovranista anti-immigrazione Jimmie Akesson in Svezia. Motivo per cui è stata ieri attaccata da neofascisti con insulti sessisti e minacce di stupro.

L’abbiamo perciò contattata all’indomani di tali aggressioni via social.

Antonella, sei stata vittima di attacchi da parte di neofascisti. Puoi raccontare in breve che cosa è successo ieri?

Stavo seguendo le elezioni svedesi. Come capita spesso, ho anticipato il contenuto dell’articolo che avrei scritto attraverso un tweet dal mio account. In pochi minuti hanno cominciato a coprirmi di insulti e di minacce. Di solito io ignoro i leoni da tastiera. Ma quando hanno insinuato che potessi essere vittima di uno stupro, allora ho reagito. Anche perché non era la prima volta che succedeva. Proprio un anno fa, per un mio commento su un manifesto di Forza Nuova che riprendeva slogan fascisti contro lo stupro, avevo subito lo stesso trattamento.

A tuo parere rispetto allo scorso anno si registra un aumento di casi d'odio via web?

Purtroppo sì. La cosa peggiore è che ci sono fomentatori, anche figure istituzionali, che alimentano il fenomeno.

Come giornalista, sei anche attenta al tema dei diritti civili e discriminazioni: l’altro giorno hai, ad esempio, trattato della decriminalizzazione dell’omosessualità in India. Secondo te il fatto che gli stessi sostenitori delle destre estreme siano anche omofobi costituisce un pericolo alla tutela di tali diritti, soprattutto in Italia?

Assolutamente sì. Vengo bersagliata spesso sia perché mi occupo di diritti civili sia di diritti umani, delle periferie del mondo, dei cosiddetti ultimi, di cui si preferisce non sentir parlare. Ma non mi sono mai lasciata intimidire. Bisogna essere compatti e continuare a fare informazione di qualità, sui diritti e su tutti temi che vorrebbero tenere in un cono d’ombra.

Intervistato da Mentana sulle dichiarazioni di Michelle Bachelet, il ministro Salvini ha affermato che sarebbe opportuno inviare commissari in quei Paesi in cui, ad esempio, è praticata l’infibulazione o gli omosessuali sono scaraventati dai tetti. Come giudichi tali rilievi da un segretario di un partito come la Lega, le cui posizioni nei riguardi delle posizioni Lgbti non sono certamente di rispetto e tutela?

Salvini è un provocatore. Ma è ancor più grave che, da ministro dell’Interno, se ne esca con tali dichiarazioni.

Che cosa farai nei riguardi di chi ti ha ieri attaccato?

Oggi ho presentato denuncia alla polizia postale. Non mi lascio intimidire: d’altronde nel mio sangue scorre quello di un partigiano che ci ha rimesso un occhio e una gamba per i principi della democrazia e della libertà.

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Si è tenuta ieri a Palermo presso il Teatro Massimo la conferenza stampa di presentazione del Pride locale che, slittato da giugno a settembre per la mancata erogazione di un prefissato finanziamento comunale, avrà luogo tra due sabati.

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La parata del 22, che vedrà due madrine d’eccezione in Porpora Marcasciano e Letizia Battaglia, sarà il momento clou del Palermo Pride insieme col Village (dal 20 al 23 settembre) tra piazza Croce dei Vespri e piazza Sant’Anna. Ma ribaltando il tradizionale concetto di madrinato il Palermo Pride si fa a sua volta testimonial e sostenitore delle attività del Forum Antirazzista Palermo e delle ong Sos Mediterranée e Proactiva Open Arms.

Scelta ineludibile per gli organizzatori a fronte del clima politico e sociale degli ultimi mesi soprattutto in materia di migrazione. «La vicenda della nave Diciotti è una di quelle che, nella storia di un Paese, possono definirsi spartiacque – ha dichiarato Luigi Carollo, portavoce del Palermo Pride –. Esiste un prima e un dopo la Diciotti, perché le motivazioni del blocco delle 177 persone migranti nel porto di Catania rischiano di cambiare per sempre la narrazione della "migrazione".

Usare l'argomento della difesa dei confini nazionali, infatti, significa paragonare i flussi migratori alle guerre. Perché i confini si difendono in caso di invasione nemica. E quando il ministro Salvini parla di "migranti che scappano da Rocca di Papa", continua a usare un linguaggio bellico: perché scappa solo chi è considerato/a prigioniero/a».

Per tali motivi, oltre ai vertici del comitato organizzatore del Palermo Pride (tra cui l'attivista e artista Massimo Milani e la presidente di Arcigay Palermo Daniela Tomasino) e al sindaco Leoluca Orlando, sono intervenuti alla conferenza stampa Italia Valeria Calandra, presidente di Sos Mediterranée, e il deputato di LeU Erasmo Palazzotto quale testimonial di Proactiva Open Arms.

Con lui Gaynews ha parlato del messaggio sotteso al Palermo Pride, di cui Palazzotto è stato attivista sin dagli inizi. Un Pride che, quest’anno, ha però un significato particolare dato «il tema delle migrazioni e il sostegno all’Open Arms. Credo che ci sia una forte responsabilità di questo governo nell’alimentare un clima di violenza e xenofobia cui stiamo assistendo nel Paese».

Ma Palazzotto ha anche parlato della recente proposta di un Partito Gay, valutato quale «ulteriore sostegno alla cultura della divisione».

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