Claudio Finelli

Claudio Finelli

Venerdì 15 febbraio è morta, all’età di 46 anni, la scrittrice americana Ellis Avery, celebre per aver più volte raccontato, nei suoi romanzi, l’omosessualità al femminile. A dare l’annuncio della prematura scomparsa, a seguito di un leiomiosarcoma, è stata l’associazione letteraria Lgbt The Lambda Literary Foundation.

Autrice di due romanzi, un memoir e un libro di poesie, Ellis aveva vinto per ben due volte lo Stonewall Book Award, prestigioso riconoscimento che, inaugurato nel 1971, annualmente premia le eccellenze della narrativa "arcobaleno".

Due suoi testi, The Teahouse Fire (2006) e The Last Nude (2012), hanno ottenuto il Lambda, Ohioana e Golden Crown Award e sono stati tradotti in sei lingue. Avery aveva insegnato scrittura creativa alla Columbia University di New York.

The Last Nude è stato tradotto e pubblicato in Italia con il titolo L’ultimo nudo dalla casa editrice Neri Pozza.

Ambientato nella Parigi degli anni '20 del secolo scorso, il libro narra di una giovane americana, Rafaela Fano, che sale in macchina con una sconosciuta, la quale le propone di posare nuda per lei. Si tratta della pittrice Tamara de Lempicka. Le due diventano presto amanti e Rafaela sarà la musa ispiratrice delle opere più iconiche dell'artista.

Coinvolgente e provocatorio, L'ultimo nudo è una storia sul genio e la sua arte, ma anche sulla passione, il desiderio, le ossessioni di una delle artiste più controverse del Novecento.

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Fino a domenica 17 Febbraio, presso il Teatro Piccolo Bellini di Napoli, andrà in scena Un eschimese in Amazzonia, progetto scenico di Liv Ferracchiati, ultimo capitolo della trilogia dell’identità ideato dalla stessa regista. Un eschimese in Amazzonia ha vinto il Premio Scenario 2017 e porta in scena un confronto tra una persona transgender – l’eschimese – e la società, qui rappresentata dal coro.

Il titolo prende spunto da una dichiarazione dell’attivista trans e sociologa Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo italiano, e fa riferimento a quel contesto socio-culturale che «compromette, ostacola e falsifica un percorso che potrebbe essere dei più sicuri e dei più tranquilli».

Per saperne di più, abbiamo contattato Liv Ferracchiati durante le repliche napoletane dello spettacolo.

Un eschimese in Amazzonia fa parte della sua trilogia dell’identità: ci presenta questo progetto?

La trilogia dell’identità consta di tre capitoli, tre spettacoli, che affrontano i temi del transgenderismo e, soprattutto, dell’identità delle persone FtM. Il tentativo è quello di raccontare il viaggio mentale che una persona transgender compie senza far uso di ormoni o interventi chirurgici per riappropriarsi della propria identità. Io ho voluto raccontare l’ordinarietà e la normalità del transgenderismo. Per far ciò ci siamo serviti di opere importanti di riferimento per gli studi di genere, come quelle di Judoth Butler, ma anche delle registrazioni che abbiamo fatto intervistando tante persone transgender.

Cosa accade in questo suo progetto per la scena?

Un eschimese in Amazzonia utilizza un linguaggio teatrale un po’ diverso. Il linguaggio si svolge su due piani: la parola strutturata quasi musicale del coro che rappresenta la società e la parola improvvisata dell’eschimese. Riprendo la celebre frase della leader del Mit Porpora Marcasciano perché le persone transgender, cioè gli eschimesi, vivrebbero un’esistenza molto serena se non fosse la società ad essere impreparata ad accoglierli. La fragilità della parola improvvisata è la metafora della difficoltà che vive l’eschimese che non sa come raccontare la sua condizione. Un eschimese in Amazzonia gioca molto con il pubblico e lo fa in maniera ironica e con leggerezza.

La presenza di un eschimese in Amazzonia mette in crisi le regole sociali vigenti. Quali regole in particolare sono messe in discussione da tale presenza?

L’eschimese mette in crisi la percezione dei ruoli di genere perché osservare sul palco un performer che vive al maschile essendo percepito con un corpo femminile mette in crisi un sistema di valori che prevede che un uomo sia quello che biologicamente ha un determinato corredo cromosomico e un organo genitale maschile. Non basta la biologia però per la costruzione dell’identità di genere ma si tratta di un adeguamento culturale che l’individuo opera durante la propria crescita e della mente che fa funzionare tutto il corpo come corpo maschile o femminile.

Secondo lei, a che punto è la notte, soprattutto in Italia, relativamente alle questioni che riguardano l'identità di genere?

L’Italia sta conoscendo un periodo di diminuzione dell’apertura verso ciò che è considerato diverso. Ovviamente, è una convenzione decidere ciò che è diverso e ciò che è uguale. La parola diversità è bella perché siamo tutti diversi ed è bello esaltare la diversità di ognuno anche delle persone cisgender. Poi siamo anche tutti molti simili nei percorsi di vita perché nasciamo e andiamo verso la morte. Sicuramente, c’è un inasprimento dei rapporti sociali relativamente a determinati temi perché la politica dell’attuale governo lavora sul l’intolleranza e non sulla tolleranza, è un gioco a raccogliere dei voti attraverso la paura, un gioco che può essere premiato nel breve termine ma che porterà a una situazione disastrosa.

Però ci sono anche dei varchi di speranza per esempio abbiamo messo in scena al Teatro India di Roma Un eschimese in Amazzonia davanti a delle classi di liceo e i ragazzi erano entusiasti del linguaggio utilizzato è molto sereni rispetto alla tematica affrontata è questo mi fa ben sperare nel futuro.

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Quella del 5 febbraio è una data certamente importante per i catanesi ma lo è, in particolare, per la collettività rainbow, che 25 anni fa, nel 1994, salutava con entusiasmo l’apertura del primo circolo Lgbt siciliano: il Pegaso. 25 anni sulla breccia, che hanno fatto dello storico circolo catanese, affiliato ad Arcigay, un punto di riferimento per la difesa dei diritti e per la lotta allo stigma ben al di là della Sicilia.
 
Abbiamo deciso di chiedere a Giovanni Caloggero, artefice e nume tutelare di questo tempio arcobaleno dell'isola, un bilancio e una riflessione sul significativo venticinquennale del Pegaso.
 
Giovanni, 25 anni del Pegaso di Catania. Un traguardo importante per la comunità Lgbti catanese e italiana. Qual è un tuo sintetico bilancio di questa esperienza? 
 
Pegaso e Arcigay a Catania sono assolutamente complementari e facce della medesima medaglia. Una medaglia che, come Pegaso, ha creato uno spazio di libertà, aggregazione che ha permesso alla nostra comunità di vivere e divertirsi sentendosi protetti come a casa propria. Abbiamo dato lavoro e sostegno a centinaia di giovani lungo questi 25 anni, risolvendo loro diversi problemi e aprendo la città a una realtà Lgbti che ha visto una discoteca, un lido e un pub ristorante “nostri”.
 
Come Arcigay abbiamo creato relazioni e pratiche, che hanno visto nel 2004 il primo Gay Mediterranean Expo con Israele, Grecia, Malta e le città italiane del Mediterraneo. Per non dire del nostro Pride fra i più politici e storici. Particolare attenzione alla prevenzione e salute con l’unico Pride interamente dedicato al contrasto alla sierofobia nel 2013 e l’unico Pride invernale a dicembre 2015 con lo slogan L’orgoglio non va in letargo.
 
In questi 25 anni, quale momento è stato più significativo, secondo te, per il Pegaso di Catania?
 
Tutto il nostro percorso lo ricordo come costellato da momenti unici e irripetibili, ivi comprese le difficoltà incontrate. Indubbiamente alcuni momenti più toccanti sono quelli delle serate dedicate ai malati terminali di Aids, ospiti della Tenda di S. Camillo, cui devolvevamo l’intero incasso degli eventi 1° dicembre.
 
Quali attività avete immaginato per festeggiare il venticinquennale? 
 
Questa sera al Supercinema una grande festa con i protagonisti di questi 25 anni: ricorderemo insieme questi anni gioiosi.
Cosa vedi nel futuro del Pegaso? Cosa ti auguri che possa accadere?
 
Io conosco il passato e la storia, cerco di conoscere e capire il presente. Spero che il futuro lo scrivano i nostri ragazzi a partire da domani magari con l’aiuto della storia.
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Giacomo Alvino, stilista e autore, ha 46 anni e dalla nascita convive con un grave disabilità. Il suo desiderio di "Bellezza" è stato però sempre più forte delle sue difficoltà: Giacomo ha lavorato, infatti, per 13 anni nell’ambito della moda, raggiungendo traguardi importanti e vestendo personaggi di rilievo del mondo dello spettacolo. 

Il teatro è stato fondamentale nella sua formazione artistica e umana e l'ha vissuto intensamente anche in virtù delle amicizie strette nell’ambiente in cui è cresciuto e ha lavorato. 

Quattro anni fa Giacomo ha sentito il bisogno di scrivere NidoBianco2.0, un testo teatrale che narra la difficoltà di vivere serenamente la propria bisessualità a causa dei condizionamenti familiari e della fragilità del protagonista. Fabio, attratto dalla "normalità", fa un percorso evolutivo che attraversa varie fasi scoprendo un reale rapporto con "l’altro" e con se stesso.

Per consentire la realizzazione di questo progetto, è online da qualche giorno un crowdfunding sul sito di Produzioni dal BassoIl budget sarà totalmente utilizzato per la concreta realizzazione della performance ideata da Giacomo Alvino.

Lo stesso Giacomo, contattato da Gaynews, ci spiega perché è importante partecipare a questo crowdfunding: “NidoBianco2.0 metterebbe in scena il quotidiano che talora non mostriamo neanche a noi stessi. Abbiamo paura di vivere realmente. Sto cercando di vivere senza filtri: ci sono riuscito in NidoBianco2.0.”

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«Non so se ho mai giocato con un compagno omosessuale. Se l’ho fatto, non me ne sono accorto. Non avrei potuto: un giocatore omosessuale non è diverso da uno etero. Ma queste sono solo parole, perché se c’è bisogno di un libro che racconta dei calciatori gay e ci fa sapere che ci sono, allora siamo ancora molto distanti da un mondo sportivo sano. Peggio ancora, siamo dentro un calcio fatto di ignoranza».

Con queste considerazioni, Tomas Locatelli, ex giocatore di serie A, avvia la propria prefazione al libro Giochiamo anche noi. L’Italia del calcio gay della giornalista sportiva Francesca MuzziUn libro reportage, che raccoglie testimonianze e storie importanti che ci restituiscono la dimensione di un mondo in cui lo sport, invece di unire, crea ancora separazioni e distanze.

D’altronde, Francesca Muzzi spiega molto bene nella sua prefazione che «essere gay in un mondo machista non è molto diverso dall’essere donna in un mondo di soli uomini» e il mondo del giornalismo sportivo è certamente un mondo prevalentemente maschile.

Il libro è un viaggio attraverso un’Italia ancora poco conosciuta, fatta di ragazzi, che si sono organizzati e hanno deciso di coltivare la loro passione per il calcio, formando squadre Lgbt, organizzando tornei, creando reti d’inclusione e sana sportività.

Qualche esempio. La storia di Giorgio, ragazzo napoletano, che fino a 26 anni ha fatto il fantino e, ora, calca i palcoscenici italiani come attore. Storia, che ci restituisce la temperatura di un’esistenza fatta di paure affrontate e vinte, quella per i cavalli, quella legata alla balbuzie e quella relativa al suo orientamento sessuale, che ha sconfitto mettendo su una squadra di calcio gay, i Pochos Napoli, la cui presentazione alla stampa, nel 2013, fu un clamoroso coming out mediatico.

Oppure la storia di Andrea, arbitro e gay, cacciato dalla federazione dell’Aia, per aver arbitrato amichevolmente, senza permesso, una partita di squadre formate da ragazzi gay a Torre del Lago. O, ancora, la divertentissima storia del Fantacalcio Gay, ideato da un ragazzo omosessuale, che oggi conta circa sessanta giocatori sparsi in tutta Italia.

E poi, particolarmente interessante, il contributo di Antonello Sannino, ex presidente di Arcigay Napoli con delega nazionale allo Sport, che analizza le ingerenze costruttive tra associazionismo Lgbti e mondo dello sport.

Insomma, le storie narrate da Francesca Muzzi sono davvero tantissime e, nate con l’intento di riscattare il silenzio e l’esclusione, ci parlano soprattutto di rinascite, di battaglie vinte e di conquiste importanti. Di trofei. Trofei esistenziali

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Si è svolta ieri, presso il caffè letterario Intra Moenia di Napoli, la presentazione in conferenza stampa della 3° edizione della Coppa Adelante, torneo dilettantistico nazionale di calcio a cinque contro ogni tipo di stigma e discriminazione. Il torneo, organizzato dall'Asd Pochos Napoli e da Aics Napoli, si svolgerà oggi presso lo Sporting club Caravaggio.
 
Alla manifestazione prenderanno parte 12 squadre di ragazzi omosessuali (e non solo), provenienti da Roma, Napoli, Bologna, Torino, Firenze e Milano. 
 
Durante la conferenza stampa è intervenuto, tra gli altri, Antonello Sannino, presidente dell’Asd Pochos Napoli, che, ricordando l’impegno dell’Aics e delle istituzioni del territorio nell’organizzazione dell’evento, ha dichiarato: «Manifestazioni come questa sono importanti perché dal mondo dello sport si leva un messaggio di inclusione e uguaglianza che, in momenti di recrudescenza della violenza e delle discriminazioni, sono sognali preziosi che spero siano presto potenziati nell’ambito delle Universiadi di Napoli». 
 
Anche Giorgio Sorrentino, capitano e fondatore dei Pochos Napoli, ha rimarcato il valore inclusivo della manifestazione e ne ha ricordato le potenzialità aggregative e inclusive.
 
Inoltre, la conferenza stampa è stata anche occasione per iniziare a presentare il progetto teatrale Cantiere Pochos (titolo provvisorio), che il regista Benedetto Sicca sta elaborando con un gruppo di attori proprio a partire dall’esperienza della squadra Lgbt partenopea. 
 
Infine, la giornalista sportiva Francesca Muzzi ha presentato il proprio volume Giochiamo anche noi, dedicato al mondo calcistico gay: un reportage documentatissimo di esperienze di calciatori e sportivi omosessuali che tentano, con quotidiana perseveranza, di scardinare, grazie alla propria passione calcistica, pregiudizi ancora ben radicati nel mondo del calcio. Mondo, questo, da sempre machista e maschilista
 
Un gruppo di giovani attori, coordinati da Benedetto Sicca, ha poi interpretato alcune letture del volume di Francesca Muzzi.

 

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Ospedaletto d’Alpinolo è un piccolo borgo alle pendici del monte Partenio, in provincia di Avellino, che ha un interessante primato: si è dichiarato primo Comune d’Italia contro l’omobitransfobia e la violenza di genereUn primato supportato da azioni concrete come la specifica targa all’ingresso del territorio comunale, la casa rifugio per donne vittime di violenza, la panchina rossa simbolo di lotta al femminicidio, i bagni no gender.

Il 29 gennaio, in occasione della presentazione degli eventi culturali dedicati alla partecipatissima festa della Candelora (2 febbraio), giorno in cui ha luogo la juta dei femminielli verso il locale santuario della Madonna di Montevergine (riferimento antropologico culturale fondamentale per la collettività Lgbti campana ma non solo), l’assessora alla Cultura Nadine Sirignano ha annunciato anche il conferimento della cittadinanza onoraria a Vladimir Luxuria e Marcello Colasurdo, entrambi devoti a Mamma Schiavona nonché icone di cultura e inclusione

Il conferimento della cittadinanza si svolgerà oggi, alle ore 18.30, presso il centro sociale di Ospedaletto d’Alpinolo.

Relativamente al riconoscimento Vladimir Luxuria ha detto ai nostri microfoni: “Sono onorata della cittadinanza che mi sarà conferita per tanti motivi. In pimo luogo, perché è in controtendenza rispetto a in clima di odio, egoismo e arretramento culturale. Poi, perché viene da un piccolo paese campano al Sud ma dal cuore grande. Infine, perché è un premio a me, che ho sempre creduto che ognuno di noi ha il diritto alla fede. Fede, che da 18 anni ho consolidato con la mia “juta “ a Montevergine”.

Grande entusiasmo lo esprime anche l'artista d'origine campobassana Marcello Colasurdo, voce storica della canzone tradizionale vesuviana e simbolo della juta di Candelora, che, contattato da Gaynews, ha dichiarato: “Sono commosso e onorato di ricevere la cittadinanza di un Comune, come quello di Ospedaletto, che ha dimostrato di essere all’avanguardia in tema di diritti dell’umanità”. 
 

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Quanto sono visibili le persone anziane Lgbt? Sono preoccupate di invecchiare? Uomini e donne nello stesso modo? Sono più soddisfatti della propria vita sessuale i giovani, gli adulti oppure gli anziani? E per quanto riguarda l’amore? 

Sono questi alcuni dei temi approfonditi dalla ricerca Silver Rainbow. Azioni multilivello per l’invecchiamento positivo della popolazione anziana Lgbt, il contrasto alle solitudini involontarie, il dialogo intergenerazionale e la promozione dell’accoglienza e della visibilità in contesti non Lgbt, progetto realizzato da Arcigay in collaborazione con Arci Pesca Fisa e con il sostegno del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

La ricerca si fonda, invero, sull’elaborazione di un sondaggio anonimo, rivolto a tutta la popolazione maggiorenne, sia Lgbt sia eterosessuale, in Italia e all'estero, attraverso cui far emergere la percezione, le risorse e i bisogni della collettività Lgbt anziana ed elaborare, sulla base di quanto raccolto, risposte efficaci.

La terza e quarta età Lgbt è questione molto complessa e davvero nuova. Le persone anziane Lgbt spesso vivono una doppia invisibilità, come persone Lgbt e come persone anziane, spesso estranee alla stessa collettività Lgbt abituata a una comunicazione giovanilista e a un linguaggio che è già quello di una generazione sostanzialmente risolta.

«Mancano modelli di riferimento sull’invecchiare bene per le persone Lgbt, - sottolinea Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay - per quanto esistano esperienze che affrontano per esempio il tema dell’abitare della terza e quarta età Lgbt guardando al co-housing intergenerazionale o a modelli similari. E, del resto, l’anziano Lgbt già oggi mostra di avere risorse e capacità di resilienza, che però conosciamo poco e che andrebbero approfondite in un’ottica di empowerment. L’idea del progetto è di affrontare questa invisibilità e contrastare le solitudini involontarie a più livelli»

Relativamente a queste problematiche il sociologo Raffaele Lelleri, responsabile scientifico del progetto, nel sottolineare come lo studio miri a essere sia metodologicamente e scientificamente corretto, sia significativo per la collettività Lgbt, ha dichiarato: «Sono quattro, secondo me, le principali caratteristiche distintive di questo sondaggio: la prima che non tratta soltanto di vecchiaia, ma anche, e più in generale, di invecchiamento

"Gli anni passano", per tutti. È quindi rivolta a tutte le generazioni, perché ragiona sia di presente, sia di passato, sia di futuro.  Poi, che non raccoglie soltanto i problemi, che possono essere associati all'invecchiamento, ma anche le risorse e le sfide poste dall'avanzare dell'età.

Si differenzia quindi dalla maggior parte delle ricerche realizzate, in Italia e all'estero, su questi temi. Non diamo per scontato che tutti gli anziani Lgbt soffrano sempre di una doppia discriminazione; al contrario, vogliamo capire meglio questa problematica, per capire quanto è diffusa e quanto è uniforme e difforme tra le diverse sotto-popolazioni (uomini e donne innanzittuto, ma anche Nord e Sud dell'Italia, status relazionale etc.). Inoltre, se riusciremo ad avere un campione sufficientemente grande, l'analisi dei dati sarà comparativo - in due direzioni: Lgbt di diversa età e Lgbt e etero della stessa età. 

Questo perchè troppo spesso noi arriviamo a dei risultati, ma non sappiamo mai se essi sono una 'nostra specificità' o meno.  La solitudine involontaria, ad esempio, è un problema condiviso alla stessa maniera dagli anziani Lgbt e dagli anziani etero? E, inoltre, è verò che le persone di terza e quarta età Lgbt sono meno soddisfatte della propria vita dei più giovani? In linea con il progetto, infine, abbiamo dedicato alcune domande alla questione del cohousing, di cui si parla molto di recente.

Ci interessa sapere se cosa ne pensano le persone Lgbt, se al loro interno vi sono differenze, e se la pensano diversamente dalle persone eterosessuali. È la prima volta che, in Italia, raccogliamo informazioni su questo fronte».

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Da venerdì 25 a domenica 27 gennaio a Roma, presso lo spazio dell’Altrove Teatro Studio (via Scalia, 63), andrà in scena lo spettacolo Processo a Fellini, scritto da Riccardo Pechini e diretto da Mariano Lamberti. Un vero e proprio evento che segna l’approdo del regista di God As You e di Una storia d’amore in quattro capitoli e mezzo al teatro. 

Un approdo che, però, non dimentica l’amore per il cinema, dacché protagonisti della pièce sono il grande Federico Fellini e la sua compagna, l’attrice Giulietta MasinaIncontriamo Mariano Lamberti mentre è impegnato nelle prove dello spettacolo per saperne di più su questo progetto per la scena. 

Mariano come mai dedicare uno spettacolo a Federico Fellini? O forse dovremmo dire a Giulietta Masina? Quanto si amarono e a quale costo? 

Processo a Fellini è uno spettacolo quanto mai puntuale: il 2018 si sono celebrati i  25 anni dalla sua morte e il 2020 si festeggierà  il centenario della sua nascita. Fellini è uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo, quindi mi sembrava doveroso fare un omaggio alla sua arte. La  piece è anche un omaggio all' immenso talento di Giulietta Masina, troppo in fretta dimenticata. La loro storia d'amore è stata leggendaria, archetipica, umanissima, con tutte le luci e le ombre che un amore così complesso  può generare. Lo spettacolo si sofferma doverosamente  sulle ombre del loro rapporto, privato di carne e sangue nell'immaginario pubblico.

Il tuo è, in qualche modo, anche uno spettacolo sul ruolo delle muse (o dei musi). Hai avuto anche tu, nella tua carriera artistica, un modello di ispirazione? 

Ho avuto pochi, pochissimi modelli di ispirazione. Pasolini e il grande Federico Fellini sono senz'altro quelli a cui devo di più. Fellini rimane ancora una fonte di ispirazione per  questa sua immensa libertà di creare. Una libertà che ha avuto la fortuna di poter sperimentare fino in fondo, senza compromessi, una sorta di competizione con Dio, come lui la chiamava. La libertà (e non solo quella artistica) è uno dei doni più belli che l'essere umano possa ricevere dalla vita.

Con questo spettacolo, porti a teatro il tuo grande amore: il cinema. Quale regista ti ha davvero cambiato lo sguardo e ti ha fatto innamorare del cinema? 

Fellini è sicuramente il regista che per molti versi ha cambiato la mia visione del cinema: portando sullo schermo disadattati, esseri fragili, esclusi, diversi,  dimenticati, scomodi. Ci ha regalato un  immensa lezione di poesia che non solo ogni artista ma anche ogni uomo, dovrebbe sempre tenere con sè e custordire gelosamente.

Infine, se potessi dire qualcosa a Giulietta Masina, dopo la realizzazione di questo spettacolo, cosa le diresti?

Cara Giulietta, la tua arte sarà ricordata per sempre, ma il mio desiderio è che venga celebrata anche la tua grandissima umanità. Cosa alla quale spero di avere contribuito con questo spettacolo. 

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Chissà quanti italiani e italiane, stamattina, saranno andati in edicola ad acquistare il quotidiano. E chissà quanti avranno scelto di leggere Libero, il cui direttore editoriale è Vittorio Feltri. Questi ultimi saranno rimasti certamente sorpresi dal titolo in prima pagina. Un titolo tanto illogico e scorretto quanto insultante: C’è poco da stare allegri. Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay.

Un titolo che, in maniera assolutamente fuorviante, accosta situazioni e circostanze verificabilmente prive di inferenze: le problematiche economiche e le presunte criticità legate alla ricevuta elettronica sono messe in relazione con l’incremento di persone che dichiarano di essere omosessuali (dati forniti dall’Istituto nazionale inglese per le statistiche, Ons).

Un titolo che, in maniera subdola e artata, suggerisce al lettore medio una possibile responsabilità delle persone Lgbt e delle loro legittime rivendicazioni esistenziali rispetto alla crisi economica in corso: l’economia del Paese va male? Gli imprenditori vedono il proprio fatturato calare? L’introduzione della ricevuta elettronica incide sulla crisi della nostra imprenditoria? Colpa dei gay che sono sempre di più!

Un titolo che, tra l’altro, è ingeneroso anche nei confronti dell’articolo di Costanza Cavalli, attenta editorialista del quotidiano, che ha analizzato i dati forniti dall’Ons relativamente all’aumento di individui che si definiscono omosessuali e ha riportato in maniera corretta le dichiarazioni del caporedattore di Gaynews, Francesco Lepore, e del sociologo Raffaele Lelleri, che hanno messo in luce quanto il fenomeno sia legato all’apertura di nuovi spazi di libertà e all’avanzamento dei diritti civili. 

Come era inevitabile, l'odierno titolo di apertura di Libero ha suscitato una marea di polemiche.

Tra i primi a intervenire l’europarlamentare Daniele Viotti, che sul suo profilo Facebook ha scritto: «Al netto dell’assurdità di tutta questa vicenda, voglio però rimarcare quanto sia vergognoso questo modo di fare informazione. Lanciando messaggi sbagliati e falsi, giocando sulle paure e le insicurezze della gente. Che è proprio il modus operandi di Salvini, e della Lega, in fin dei conti».

Lo stesso Viotti è poi tornato sulla questione con un altro post chiedendo a Ristora, il marchio di bevande solubili che fa capo all'azienda bresciana Prontofoods, di dissociarsi dalle posizioni del quotidiano, sulla cui prima pagina compare il proprio banner pubblicitario: «Il mio è un piccolo gesto: non comprerò più - e chiederò a tutti di fare altrettanto - prodotti Ristora fino a quando l'azienda non prenderà distanza dalle posizioni del giornale».

Reazione che, unita a quelle di tante altre persone e associazioni a partire dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli e da Possibile Lgbti+, ha portato l’azienda a ritirare nel tardo pomeriggio di oggi la pubblicità da Libero.

Duro anche il deputato dem Alessandro Zan che, sempre sulla propria pagina Facebook, ha scritto: «Fare un titolo che allude all’accostamento tra problemi strutturali del Paese e la maggior libertà della comunità lgbt di vivere pienamente la propria condizione personale, è fascismo e come tale va combattuto».

Ha puntato, invece, sull'ironia la senatrice Monica Cirinnà, il cui post è divenuto virale con quasi 4.000 like e più di 800 condivisioni.

Ma critiche contro Libero sono arrivate anche dal M5s a partire dal vicepremier Luigi Di Maio e dal sottosegretario Vito Crimi, sulle cui dichiarazioni non sono però mancate le precisazioni della Fnsi.

Sulla questione è inoltre intervenuto anche il nostro direttore Franco Grillini, che ha dichiarato: «A Libero diciamo che la collettività Lgbt fa bene all'economia. Laddove le collettività lgbt sono più libere migliore è la qualità della vita di tutta la città e più elevati gli standard economici. Ed è così anche in Gran Bretagna, da cui provengono i dati citati dal giornale di Feltri (che non riguardano l'Italia): in Inghilterra ci sono 700mila italiani, tra cui molti gay, che vi si sono trasferiti per le migliori opportunità. Non è un caso che proprio in Gran Bretagna sia riconosciuto il matrimonio egualitario e ci sia una legislazione a tutela delle persone omosessuali tra le migliori del mondo.

Quest'anno ricorre il 50/o anniversario di Stonewall si stanno preparando in Italia 50 Pride in altrettante città e mezza Italia manifesterà con noi. Probabilmente Libero potrà scrivere una delle stupidaggini preferite dalla destra, cioè che vogliamo 'omosessualizzare' la società: peccato che noi vogliamo solo renderla più libera, contribuendo in questo modo al benessere generale, vale a dire il contrario di quello che scrive oggi Libero».

Insomma, ancora una volta il titolo di Libero, pur di attrarre l’attenzione morbosa dei lettori e pur di solleticare gli istinti più biechi e cloacini delle masse verso le minoranze, solito capro espiatorio di tutti i mali del mondo, sembra voler intorbidire la comprensione e l’interpretazione di notizie che, singolarmente vere, risultano essere palesemente mistificatorie se messe artatamente in relazione tra loro: tra crisi economica e coming out non esiste, per fortuna, alcuna inferenza!

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