Claudio Finelli

Claudio Finelli

L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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Sabato 9 dicembre, alle ore 18:00, presso il Grand Hotel Parker’s di Napoli avrà luogo la presentazione ufficiale del libro di Claudio Sona e Agnese Serrapica La danza del girasole, pubblicato dalla casa editrice Gaia.

Alla presentazione, coordinata dalla giornalista Anna Copertino, saranno presenti gli autori. Sono previsti interventi di Antonello Sannino (presidente di Arcigay Napoli) e Luca BadialiA seguire ci sarà l’attesissimo firmacopie.

Claudio Sona, protagonista del "trono gay" di Maria De Filippi, seguito da decine di migliaia di followers sui social, ha deciso, infatti, di raccontarsi con un libro in cui attraversa il proprio passato e si proietta nel futuro, riflettendo su amori, delusioni, affetti familiari, speranze e pericoli dei social.

Incontriamo Claudio Sona qualche giorno prima dell’uscita del suo libro.

Claudio, com'è nata La danza del girasole?

Mi è sempre piaciuto annotare quel che faccio, prendere appunti sulle mie esperienze e da ciò è nata l’idea di mettere insieme tutti questi appunti per lanciare un messaggio positivo.  Questo libro lega ricordi e  riflessioni sul mio passato, sul presente e sul futuro con la speranza che i lettori possano rivedersi ed emozionarsi.

L’incipit di questo libro è: “Non sono bravo con le parole”….

Ma davvero credo di non essere bravo con le parole proprio perché tante volte vorrei arrivare agli altri più di quanto riesca fare. Raccontandomi in un libro, spero che la gente possa capire chi è il vero Claudio Sona e capisca che ho molte cose da raccontare.

Su Instagram hai scritto che scrivere è un viaggio terapeutico. Cosa volevi dire?

Le parole hanno moltissimi significati e spesso non le approfondiamo come dovremmo. In questo libro provo ad approfondire, con le parole, argomenti importanti come il cyberbullismo e l’omosessualità, lanciando dei messaggi positivi, soprattutto per i giovani.

Secondo te, c’è ancora tanta discriminazione e omofobia in giro?

È inutile negarlo, esistono ancora tante discriminazioni. Noi dobbiamo essere in grado di dare il giusto peso a quello che ci viene detto ma comunque credo che il Paese abbia fatto notevoli passi in avanti rispetto al passato. Il messaggio che voglio comunicare è un messaggio di fiducia e di speranza perché credo che essere positivi aiuti molto e superare i problemi e, nel tempo, a cancellare l’idea che l’omosessualità possa essere un problema mentre è la normalità. E comunque, consiglio sempre a tutti di circondarsi di persone intelligenti.

Tu hai avuto problemi legati al fatto di essere gay?

Io non ho avuto mai nessun tipo di problema per il mio orientamento sessuale. Credo che se una persona riesce ad essere sempre se stesso,  se porta all’esterno quel che è,  certamente sarà ben voluta perché non c’è niente di più bello che mostrare se stessi per quello che si è.

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Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ha organizzato per mercoledì 22 novembre, alle ore 15:00, un’iniziativa molto importante presso la Casa Internazionale delle Donne. Il titolo dell’evento è Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili.

Vi parteciperanno i senatori Benedetto Della Vedova, Monica Cirinnà, Sergio Lo Giuduce, Luigi Manconi, i deputati Alessandro Zan, Pia Locatelli, Renata Polverini, il ministro plenipotenziario Luigi Maria Vignali e l’assessore del Comune di Torino Marco Giusta. Per Globe-MAE relazioneranno Bianca Pomeranzi e Sergio Strozzi.

Saranno inoltre presenti l’ex parlamentare Franco Grillini, direttore del nostro quotidiano, e l’avvocata Andrea Catizone, presidente di Family Smile, nonché componenti delle varie associazioni Lgbti nazionali.

Ma per capire meglio di cosa si occupa Globe-Mae e quali sono le sue attività e i suoi obiettivi, abbiamo raggiunto telefonicamente il ministro plenipotenziario Fabrizio Petri, presidente dell’associazione.

Ministro Petri, cosa è Globe-MAE  e quando è nata?

Globe-MAE è una rete di dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. È nata nel 2013, quando a capo del dicastero c’era Emma Bonino.

Globe-MAE nasce con la finalità di sostenere i diritti delle persone Lgbti all’interno del ministero degli Affari esteri ma anche con l’intenzione di fornire il proprio contributo su alcuni aspetti della politica nazionale e internazionale. Quando Globe-MAE è nata, non c’era ancora la legge sulle unioni civili.

Com’è l’atteggiamento nei confronti dei funzionari Lgbti in seno al corpo diplomatico?

All’interno del ministero degli Affari esteri ho sempre percepito una certa sensibilità e attenzione verso le istanze della comunità Lgbti. Anche perché parliamo di un ambiente che è contraddistinto da una continua apertura al dialogo globale e internazionale.

Personalmente non ho mai avuto la sensazione di subire discriminazione e stigma neppure a livello morale, umano e psicologico. Anche se, inutile negarlo, con la legge Cirinnà abbiamo fatto un salto istituzionale vero e proprio.

Quante unioni civili si sono svolte nelle ambasciate e nei consolati italiani all’indomani dell’entrata in vigore della legge Cirinnà?

Tra unioni civili e trascrizioni di matrimoni egualitari contratti all’estero se ne possono contare 621: una cifra considerevole. Non mi aspettavo un numero così alto e sono felicemente sorpreso!

I matrimoni egualitari contratti all’estero e trascritti in Italia che valore hanno?

La legge parla chiaro: la trascrizione è un atto dovuto ma le coppie, che all’estero hanno contratto matrimonio egualitario, in Italia godono solo delle prerogative limitate agli effetti  della legge sulle unioni civili.

A livello internazionale quali sono le “imprese” in cui Globe-MAE ha offerto il proprio decisivo contributo?

Dunque, in primis nel sostegno che il nostro Paese ha dato alla creazione, nel 2016, di un esperto indipendente Sogi (Sexual Orientation e Gender Identity) sui temi Lgbti all’interno delle Nazioni Unite. Si tratta di un mandato triennale che mira a individuare una figura di esperto indipendente che possa monitorare e raccogliere dati relativi alle discriminazioni su orientamento sessuale e identità di genere in tutto il mondo.

Inoltre, Globe-MAE ha svolto un lavoro di sensibilizzazione e facilitazione presso le nostre amministrazioni per consentire all’Italia di essere parte di tre importantissime meccanismi.

La Equal Rights Coalition, nata a Montevideo nel 2016, che raccoglie più di trenta Stati e ha lo scopo di sostenere i diritti Lgbti nel mondo. Il Global Equality Fund, creato nel 2011 da Hilary Clinton, che è un fondo multilaterale che in sei anni ha raccolto più di 50 milioni di dollari per sostenere le associazioni Lgbti, fondo che è già stato rinnovato dall’amministrazione Trump e che, anzi, sarà presto implementato. Infine, Lgbt Icor Group, che coordina le attività Lgbti dei vari Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite.

Qual è il significato dell’evento previsto per il 22 novembre a Roma?

Il significato è creare una dinamica dialettica sui temi internazionali e, come Globe-Mae, aiutare il dialogo tra le associazioni, i governi e la società civile su temi Lgbti a livello internazionale e migliorare al massimo l’applicazione della Legge Cirinnà all’estero.

Globe-MAE intende far crescere anche  livello istituzionale la consapevolezza sulle questione Lgbti che sono una parte importante del patrimonio culturale, umano e morale di tutta la società.

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Certamente un iter procedurale atipico, quello con cui in Australia si arriverà presto alla legalizzazione del matrimonio egualitario.

Infatti, lo scorso settembre, con una consultazione referendaria indetta per posta, il governo aveva interpellato la popolazione sul riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso e ci sono voluti due mesi circa per conoscere l’esito del sondaggio che, come già si immaginava, ha visto una schiacciante vittoria del sì.

Nonostante si trattasse di un referendum non vincolante, il Primo Ministro Turnbull ha dichiarato che, davanti a un risultato favorevole tanto netto e inequivocabile (circa il 61,6%), il Parlamento non potrà che comportarsi in maniera consequenziale e coerente.

Ma per capire qualcosa in più della questione australiana, abbiamo fatto qualche domanda a Dave Di Vito, scrittore, traduttore, direttore didattico e blogger nato a Melbourne che vive da sette anni in Italia con il suo compagno.

Dave, un omosessuale vive meglio in Italia o in Australia?

Per la maggior parte, un gay vive meglio in Australia. Culturalmente hanno fatto più lavoro e progressi in Australia che in Italia. Generalmente, le  questioni e le polemiche che sono evidenti in Italia (es. la discriminazione omofobica nella casa vacanza in Calabria) sono ormai inconcepibili in Australia.

Forse, l'unica eccezione, è quando ci si confronta con i più giovani: infatti gli italiani sono molto più tranquilli rispetto all'idea di mascolinità e meno aggressivi degli australiani. Detto questo, non sono mai stato aggredito per strada per essere gay in Australia ma in Italia sì.

Cosa ne pensi del fatto che in Australia abbiano deciso di ricorrere a un atipico referendum non vincolante e con procedura “postale” per conoscere il parere dei cittadini sul matrimonio egualitario? Secondo te, si tratta di una procedura giusta e sensata?

Il sondaggio postale è stato veramente imbarazzante. Sono felice per il risultato ma sono molto arrabbiato per la procedura. È ridicolo che un governo - anche di destra - possa sfruttare i diritti per una mossa politica.

Ma, da quando abbiamo avuto Abbott come primo ministro, la destra ha fatto di tutto per rallentare progressi in diverse circostanze e ha abbassato il tono del dibattito. Trovo volgare che, per accontentare una decina di politici e i loro sostenitori (la chiesa e le sue lobby), migliaia di persone hanno dovuto esprimersi in un referendum postale per ottenere un risultato che non era neanche vincolante. Un risultato che poi riflette specularmente quasi tutti i risultati dei sondaggi svolti negli ultimi quattro anni.

Adesso che il referendum ha fatto emergere il largo consenso della popolazione per il matrimonio egualitario, cosa farà il Primo Ministro australiano? Secondo te, procederà all’approvazione della legge e o proverà a insabbiarla?

I risultati sono chiari e stanno già elaborando gli atti in Parlamento. Turnbull è già in una posizione precaria sia in Parlamento che con l’opinione pubblica. Dopo che il suo governo ha strumentalizzato la campagna per il matrimonio egualitario, i cittadini non hanno più pazienza per ulteriori mosse politiche. Adesso gli Australiani vogliono la legge dopo tutto questo spreco di soldi e tempo.

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Ogni anno, dal 1998, il 20 novembre ricorre il “Transgender day of Remembrance” (TDoR), evento realizzato su iniziativa di Gwendolyn Ann Smith, attivista transgender, per ricordare Rita Hester, il cui assassinio in Massachussets diede avvio al progetto web Remembering Our Dead, e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.

Quest’anno la città di Napoli, in occasione del TDoR, ha ospitato la Trans Freedom March (celebrata anche a Torino), evento co-organizzato dall’Associazione Transessuali Napoli (ATN), sostenuto dal Comune di Napoli, dal Comitato Arcigay di Napoli, dalle associazioni Lgbti campane e dal Mit  e dalle associazioni trans nazionali.

La marcia, che è iniziata alle 17 a Piazza Dante, dopo il saluto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, sempre sensibile alle urgenze della comunità Lgbti, ha fatto irruzione nelle strade del centro cittadino per focalizzare l’attenzione sulla voce delle persone trans e sull’agognata libertà che la comunità rivendica.

«Il diritto al lavoro, all’emancipazione negata, allo studio, alla ‘scelta’, ad una vita serena, restano ancora speranze per molti, e per questo diventano atti dirompenti e necessari di rivendicazione del proprio orgoglio – dichiara Daniela Lourdes Falanga, delegata ai diritti delle persone trans di Arcigay Napoli –. Tante ancora le persone transgender assassinate, condannate ad un atroce destino solo perché intercettate nel loro coraggio e negate alla vita e Napoli, purtroppo, ha il triste primato che vide, solo nel 2016, tre vittime transgender a fronte di sette persone in tutta Italia. Non a caso la marcia diventa, per questo, un importante messaggio nella città “madre” della comunità Trans».

«La marcia deve servire a scardinare il pregiudizio invisibile che è latente in tutti – afferma Porpora Marcasciano, leader storica del Movimento transessuale italiano – in tutti quelli che pensano che la transessualità sia un capriccio o uno scimmiottamento della femminilità perché questo tipo di pregiudizio, silente e invisibile, fomenta la violenza».

Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica, presente alla marcia come rappresentante dell’Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) e dell’Università di Napoli Federico II, non ha dubbi sull’importanza dell’evento: «Questa marcia rappresenta un’occasione in cui la città può entrare in contatto con un mondo che, di solito, è colpito dal pregiudizio ed è bello vedere marciare insieme tante persone che chiedono pari opportunità e pari diritti soprattutto rispetto al lavoro e alla salute. L’Università di Napoli Federico II - ricorda il prof. Valerio - ha voluto creare un identità alias per consentire a tutti gli studenti transgender di vedersi riconosciuto sul libretto un nome in sintonia con l’identità di genere a cui sentono di appartenere». 

«La Trans Freedom March è importante perché è un momento di confronto – sostiene Ileana Capurro, Presidente dell’Atn - un momento i cui la stessa comunità trans si incontra e riscopre una coesione importante. La risposta della città è certamente positiva e devo ammettere che anche in fase di organizzazione c’è stata grande disponibilità delle Istituzioni all'organizzazione dell'evento». 

Infine la parola a Regina Satariano, leader storica del mondo transessuale che dichiara: «Questa marcia serve a prendere consapevolezza di quanto accade a livello mondiale, questa marcia ricorda le 327 vittime trans che ci sono state nel mondo nell’ultimo anno, una cosa intollerabile! Non si può essere ciechi e sordi su queste cose».

La marcia si è conclusa a Piazza Municipio, davanti a Palazzo san Giacomo, dove un palco ha accolto le testimonianze di diversi attivisti delle associazioni coinvolte, l’esibizione di alcuni artisti e la consueta veglia a lume di candela in cui si sono evocati i nomi delle 327 persone trans vittime di odio transfobico.

Infine, bisogna ricordare che, in concomitanza con la Marcia, nel carcere di Poggioreale si è svolto un evento legato al TDoR particolarmente toccante e coinvolgente, coordinato da Daniela Lourdes Falanga perché anche negli spazi più marginali del mondo la comunità di persone transgender e omosessuali possano ricordare le vittime di odio transfobico e percorrere un percorso di consapevolezza atto a garantire un primo vero atto di emancipazione dal carcere stesso.

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M¥SS KETA una punk diva che sta diventando un vero e proprio caso mediatico e social della musica italiana. Cresciuta nelle bollenti e trasgressive notti milanesi, la sua particolarità è restare un mistero: M¥SS KETA si presenta in pubblico sempre  mascherata in modo tale che nessuno possa davvero conoscere chi si cela dietro la sua voce e i suoi testi.

Autrice e interprete di brani forti e graffianti, M¥SS KETA ama scandalizzare raccontando in modo diretto e franco come si vive nel nostro Paese, eludendo la morale dei perbenisti e facendo dell’anticonformismo un vero e proprio stile di vita e d’arte antiborghese. Tra i suoi successi, tormentoni come Milano, sushi & coca, Le ragazze di Porta Venezia e Xananas.

M¥SS KETA, particolarmente amata dalla comunità Lgbti italiana, canterà sabato 18 novembre al Golden Gate di Napoli (via Campana 223, Pozzuoli), in una serata organizzata dal gruppo de La Mamada.

Incontriamo M¥SS KETA poco prima della sua performance napoletana.

M¥SS KETA, nelle tue canzoni racconti l’Italia del vizio, Ma qual è il vizio peggiore del notro Paese?

Se parliamo di vizi seri, il vizio peggiore è certamente la corruzione che mi fa imbestialire e ha radici molto profonde e questo mi spaventa molto . Poi esistono i piccoli vizi a cui cediamo tutte e tutti ma sono vizi piccoli, piccole trasgressioni che dobbiamo anche saper accettare.

Tu hai conosciuto personaggi molto importanti dello star system e della politica. Qual è quello che preferisci e quello che butteresti dalla torre?

Il personaggio dello star system che ho preferito è l’Avvocato Agnelli che è stata una grande persona e un grande amante. Butterei giù dalla torre Barbara D’Urso perché rappresenta tutte le cose che non mi piacciono degli italiani.

Quale messaggio ti piacerebbe lanciare alle persone  Lgbti che ti seguono con grande interesse?

Che si devono ricordare di essere ogni giorno super fighi come il panico! Accettarsi e conoscersi è il primo passo verso la felicità poi le altre difficoltà si superano insieme. Bisogna vivere bene con se stessi e nessuno di noi deve negarsi questa possibilità e nessuno deve farsi prendere dallo sconforto. Dobbiamo essere quello che veramente siamo e così spacchiamo il mondo.

Ma tu, oltre ad aver sedotto uomini, hai fatto perdere la testa anche a qualche donna?

Certo! Ho fatto perdere la testa a molte donne. Belén Rodriguez lo sa bene, se la chiamate e se la sentite, lei vi potrà dirà…vi confesserà qualche segreto. Ma io non posso dire niente perché avvocati e paparazzi stanno sempre in mezzo però…sì lo ammetto!

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Il caso Braibanti è stato, senza dubbio, uno dei casi giudiziari più clamorosi e drammatici degli anni ’60 del secolo scorso nel nostro Paese. E ha lasciato una ferita mai sanata nell’immaginario collettivo delle persone omosessuali.

Aldo Braibanti (1922-2014), filosofo, poeta, naturalista ed ex partigiano, nel 1964 fu accusato di aver plagiato il 21enne Giovanni Sanfratello. In realtà il giovane, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, aveva deciso di seguire i propri desideri ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo dalla “seduzione” che avrebbe subito e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio.

Dalle colonne dei maggiori quotidiani Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco Pannella, Cesare Musatti e Dacia Maraini si mobilitarono con trasporto a favore di Braibanti ma i loro appelli, come quelli di molti altri, restarono del tutto inascoltati. Il processo si concluse nel 1968 con la condanna per Braibanti per un reato dichiarato poi incostituzionale nel 1981.

Negli ultimi anni Il caso Braibanti, ricostruito da Massimiliano Palmese con documenti d’archivio, lettere e testimonianze, è diventato una pièce di successo diretta da Giuseppe Marini.

Dal 9 al 19 Novembre Il caso Braibanti, spettacolo nato diversi anni fa all’interno della rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale, ideata da Rodolfo Di Giammarco, torna a Roma nel nuovissimo Spazio 18b della Garbatella (via Rosa Raimondi Garibaldi, 18b).

Nei panni dei due protagonisti Fabio Bussotti e Mauro Conte che sono sempre in scena con il musicista Mauro Verrone e, sempre secondo il disegno registico, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali.

«Il caso Braibanti desterebbe ancora scalpore perché parliamo di un vero e proprio processo farsa – dichiara il regista Giuseppe Marini in una recente intervista radiofonica –. Chi verrà a teatro vedrà e ascolterà le dichiarazioni veramente risibili di periti venduti: ci sono perizie psichiatriche allucinanti, inventate di sana pianta, e non bisogna dimenticare che si tratta di una tragedia che rovinò la vita di un uomo e di un ragazzo per sempre. Nonostante l’appoggio dei più grandi intellettuali del tempo, ad Aldo Braibanti fu comminata una pena di nove anni  e, cosa ancora peggiore, Giovanni Sanfratello fu sottoposto ad atroci trattamenti con elettroshock e coma insulinico».

«Se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili – aggiunge Massimiliano Palmese - e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che Il caso Braibanti non è pagina del passato ma storia presente, che può e deve, ancora, farci sussultare». 

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Sono passati 42 anni da quella drammatica sera in cui il corpo del poeta Pier Paolo Pasolini fu trovato percosso e senza vita sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.

Una morte su cui non si è riusciti e non si è voluto mai fare chiarezza. L’intellettuale controcorrente ucciso dal giovane figlio del popolo che si ribella con violenza alle impreviste avances sessuali: così era necessario apparisse agli occhi dell’opinione pubblica l’assassinio di uno degli intellettuali più importanti del XX secolo. Inviso ai fascisti e ai borghesi conformisti, tenuto a distanza dai cattolici e dai perbenisti qualunquisti, espulso dal Partito Comunista per immoralità, Pasolini era un personaggio scomodo, stava scrivendo un libro pericoloso. Pobabilmente la sua drammatica fine non fu affatto l’esito di un incontro sbagliato ma la realizzazione di un piano premeditato.

Sarebbe davvero troppo lungo ripercorrere le innumerevoli tappe della vicenda giudiziaria legata alla morte di Pier Paolo Pasolini. Una cosa però sembra ormai indubbia: l’omosessualità dichiarata di Pasolini, scandalosa per l’epoca, non fu certamente la causa dell’assassinio quanto l’alibi che avrebbe avuto l’omicida - o presunto tale - Pino Pelosi. Perché negli anni ’70 del secolo scorso uccidere una persona omosessuale, che attentava alla conclamata virilità di un maschio eterosessuale, era percepita alla stregua di un’azione legittima e in qualche modo giustificabile.

A 42 anni dalla morte restano l’incredibile eredità intellettuale di Pier Paolo Pasolini, le sue apparenti contraddizioni foriere di nuove prospettive, la sua lungimiranza nel ribaltare convinzioni e presunzioni ideologiche per mostrare la verità in tutta la sua scabra e squallida complessità. Senza moralismi e senza querimonie Pasolini continua a rivelarci che il Re spesso, troppo spesso, è tragicamente nudo.  Egli era un intellettuale, uno scrittore, che cercava di seguire tutto ciò che succedeva, di conoscere tutto ciò che se ne scriveva, di immaginare tutto ciò che non si sapeva o che si taceva; che coordinava fatti anche lontani, che metteva insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabiliva la logica là dove sembravano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Gaynews ha chiesto al regista e drammaturgo napoletano Mario Gelardi, autore di pièces teatrali di successo legate alla figura del grande letterato friulano come Idroscalo 93, 12 baci sulla bocca e La Grande Tribù (quest’ultimo con Claudio Finelli) perché, a suo parere, Pasolini può essere considerato ancora un intellettuale attuale e di riferimento per capire il nostro Paese.

«Perché Pier Paolo Pasolini è ancora un intellettuale contemporaneo – ci spiega Gelardi - Cosa vuol dire essere contemporanei? Significa avere uno sguardo sempre presente, avere una parola che parla alla tua generazione come a quella precedente e a quella che sta per nascere. Significa riuscire a farsi capire da chi non ti conosce e scavare dentro le cose con uno sguardo unico. Pasolini è contemporaneo a ogni generazione, ci osserva, ci parla, mette in mostra spudoratamente le nostre debolezze, che sono state anche le sue».

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Ancora 15 giorni di carcere per il giovane omosessuale arrestato in Egitto per il semplice fatto di aver sventolato una bandiera rainbow. La decisione è stata presa dalla Procura della Sicurezza dello Stato mentre proseguono le indagini sull'organizzazione del concerto della band libanese Mashrou' Leila al Cairo, durante il quale, a settembre, l'arrestato aveva sventolato la bandiera dei diritti Lgbti.

I temi satirici e dissacratori del gruppo libanese di alternative rock affrontano tematiche estranee alla musica araba tradizionale come l'omosessualità. La canzone Shim el Yasmine, ad esempio, può essere considerata un’ode al rispetto per l'amore tra persone dello stesso sesso.

L'accusa per cui è in prigione il giovane egiziano è quella di diffusione delle idee della band libanese. Idee che, secondo la Procura della Sicurezza dello Stato, "istigano alla dissoluzione dei costumi e all'immoralità". 

Bisogna ricordare che in Egitto, Paese musulmano al 90%, l'omosessualità non è formalmente perseguita ma un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi "incita alla dissolutezza e all'immoralità": un'anfibola normativa che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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Accade che da un’accusa di molestie, da una circostanza, dunque, decisamente negativa e riprovevole, possa conseguire un possibile “riscatto”. Una vera liberazione sia pur per il solo interessato.

È quanto successo alla star di Hollywood Kevin Spacey, protagonista di film indimenticabili come American Beauty e I soliti Sospetti, accusato di molestie sessuali da Anthony Rapp, interprete di Stamets in Star Trek Discovery. L'attore ha dichiarato che Spacey abusò di lui nel lontano 1986, ossia quando Rapp aveva 14 anni e Spacey 26. Le molestie avrebbero avuto luogo al termine di un party a casa di Spacey: il giovanissimo Rapp avrebbe ricevuto esplicite avances dal protagonista di House of Cards, mentre guardava la televisione nella camera da letto.

Rapp ha spiegato che da quella sera non ha più rivolto la parola a Spacey e ha aggiunto che l’evento lo ha fortemente turbato al punto da tenere nascosto l’evento. Solo adesso, sulla scia dello scandalo Weinstein, Anthony ha deciso di raccontare tutto ai media.

Il divo di Hollywood, alla notizia della rivelazione di Rapp, ha spiazzato l’opinione pubblica con un commento altrettanto scioccante con cui non solo ha chiesto scusa al collega ma ha deciso di fare coming out: «Ho molto rispetto e ammirazione per Anthony Rapp come attore. Mi ha fatto orrore sentire la sua storia. Sinceramente non ricordo quell'episodio che risale a più di 30 anni fa e che è frutto di un comportamento inappropriato legato ai fumi dell'alcol.

Ma se mi sono comportato come lui dice, gli faccio le mie più sincere scuse (…) Questa storia mi stimola a raccontare di più sulla mia persona. Nella mia vita ho avuto relazioni sia con donne sia con uomini. Ho amato e avuto incontri romantici con diversi uomini nel corso della mia vita e ora ho deciso di vivere da uomo gay. Voglio affrontare la cosa onestamente e apertamente».

Un coming out, in ogni caso, che, legato a una vicenda di molestie sessuali su un minore, sarà indubbiamente liberatorio per Specey ma non potrà certamente essere oggetto d'apprezzamento.

 

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