Claudio Finelli

Claudio Finelli

Andrea, Gianni e Anna: sono questi i protagonisti di una storia d'amore che, nel nostro Paese, è ancora negata da una politica sostanzialmente discriminatoria. Una politica che si ostina a non riconoscere ciò che non solo è una realtà ma è anche una realtà che produce legami, affetti e vincoli relazionali. 

Andrea, Gianni e Anna sono una famiglia, una famiglia arcobaleno: Andrea e Gianni, infatti, dopo anni di vita in comune, hanno deciso di suggellare la propria esperienza di coppia diventando genitori di una splendida bambina, Anna, nata in California il 2 agosto 2014 attraverso la gestazione per altri. Opportunità che, ovviamente, sarebbe stato loro preclusa in Italia.

Questo viaggio verso la vita e la felicità è raccontato da Andrea Simone, uno dei due papà, nel libro Due uomini e una culla, pubblicato a Torino da Golem con la preziosissima prefazione di Lella Costa e promosso per l'Italia dalla struttura editoriale cattolica Dehoniana Libri.

Un libro che racconta un momento importante della vita di Andrea e Gianni, cioè quello in cui decidono di realizzare il proprio progetto di genitorialità, con tutta l'euforia e la trepidazione che giustamente riserviamo ai grandi riti di passaggio della nostra esistenza, quelli in cui sentiamo che una parte di quel che volevamo diventare ha finalmente trovato la sua concreta determinazione.  Un libro che, però, racconta anche la difficoltà a cui va incontro una coppia gay nel momento in cui decide di non arrendersi di fronte alle deficienze del nostro legislatore perché, nonostante tutto, una coppia gay, in Italia, resta pur sempre una coppia "differente" dalle altre: una coppia vista come inadatta ad amare, crescere ed educare i propri figli. 

La vicenda di Andrea e Gianni è una vicenda esemplare anche per la naturalezza con cui viene raccontata la scelta di ricorrere alla gpa, finalmente descritta senza quell'alone di "dramma" o "violenza" con cui troppo spesso è presente nell'immaginario collettivo. È quanto anche scrive nella prefazione l’attrice Lella Costa, che conosce Andrea da quando era ragazzino: «La maternità surrogata, o gestazione per altri (spero che l’orribile e dolosa espressione “utero in affitto” sia stata bandita per sempre) è un tema molto serio, molto delicato e anche molto divisivo.

Persone sicuramente intelligenti, preparate, e soprattutto non sospettabili di non avere a cuore il tema dei diritti civili, negli ultimi tempi hanno assunto rispetto a questo argomento posizioni molto critiche, addirittura intransigenti. Da più parti si è sottolineato il rischio di un’ennesima forma di sfruttamento del corpo delle donne, soprattutto di quelle economicamente più fragili. Per non dire di tutte quelle persone, associazioni e schieramenti che semplicemente si rifiutano di riconoscere qualunque legittimità non solo alla gestazione per altri, ma anche a tutte le forme di relazione che si discostino dal concetto di  famiglia, anzi di Famiglia, di cui sembrano rivendicare il copyright: un padre (maschio), una madre (femmina) e la prole da costoro generata. Chiuso l’argomento.

Da tempo ormai, ogni volta che mi è capitato e mi capita di affrontare questi temi, specie con interlocutori impermeabili a qualunque confronto, me la cavo con una citazione disneyana, per l’esattezza da Lilo e Stitch: “Famiglia vuol dire che mai nessuno viene dimenticato o abbandonato”. Se qualcuno conosce una definizione migliore, per favore, me la comunichi. E credo di avere capito almeno una cosa: al di là delle riflessioni e posizioni teoriche, a volte in buona fede e rispettabili, quello che conta, e che fa la differenza, sono le persone, e le loro storie. Che − con buona pace degli integralisti − sono storie d’amore, di dedizione, di difficoltà, di desideri, di progetti di vita».

Ma in fondo, come giustamente sottolinea l'autore Andrea Simone, giornalista e blogger al suo esordio letterario, quella raccontata in Due uomini e una culla è soprattutto la storia di Anna, il regalo più grande che i due papà abbiano mai ricevuto dalla vita, un miracolo di gioia e serenità che si rinnova giorno dopo giorno e che è giusto condividere con il prossimo per scardinare luoghi comuni, paure e pregiudizi sulla vita e la felicità delle famiglie omogenitoriali.  

e-max.it: your social media marketing partner

Ricordate il caso di Francesco, uno dei due giovani della provincia di Napoli che ad agosto fu cacciato da casa insieme al compagno perché omosessuale? Il caso, sollevato in estate dal comitato Arcigay di Napoli che offrì rifugio ai due ragazzi e che ha commosso l’opinione pubblica di tutta Italia dopo le recentissime dichiarazioni di Cristiano Malgioglio nel corso del GFVip, giunge adesso a un’importantissima svolta.

La giudice Ferrara Valentina ha infatti stabilito che i genitori di Francesco dovranno versare mensilmente al 18enne un assegno di mantenimento. D’altronde, appena diventato maggiorenne, Francesco era stato allontanato dalla madre nonostante il tribunale le avesse assegnato la casa quale affidataria dei figli. La stessa giudice non si è espressa però sul garantire a Francesco un legame affettivo con la sorella più piccola. Un tale rapporto sembrerebbe ostacolato dalla convinzione della genitrice che non sarebbe educativo per la bambina avere contatti con il fratello Francesco “essendo apertamente omosessuale”.

All’indomani di quest’ordinanza, incontriamo l’avvocato Salvatore Simioli dello Sportello legale di Arcigay Napoli che si è costituito come difensore del ragazzo nella causa di separazione giudiziale dei genitori innanzi al tribunale di Napoli Nord.

Avvocato Simioli, in seguito all'ordinanza che prevede l'attribuzione di un assegno familiare per il giovane allontanato di casa perché gay, quali saranno effettivamente le conseguenze positive nella vita del ragazzo? Qual è la somma che i genitori dovranno riconoscergli?

La giudice ha quantificato l'assegno di mantenimento in 400 euro, 150 a carico della madre e 250 a carico del padre, tenute presenti le rispettive condizioni economiche. Il ragazzo potrà anche lavorare e unire il proprio reddito e l'assegno di mantenimento e divenire quindi economicamente autosufficiente per i bisogni primari (vitto, alloggio, vestiario). Questo sempre se adempiranno all'ordine della giudice.

Dal punto di vista giurisprudenziale quest'ordinanza può essere un altro tassello importante relativamente all'emersione di una sempre più pressante necessità di leggi che tutelino le persone Lgbti, soprattutto in condizione di evidente soggezione?

Il dovere al mantenimento dei figli maggiorenni è sancito dall'art. 30 della Costituzione e dagli art. 147 e ss. del Codice civile che impongono ad ambedue i genitori l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle inclinazioni e delle aspirazioni dei figli, in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo, non prevedendo alcuna cessazione ipso facto per via del raggiungimento della maggiore età. Nel caso di specie è stato appurato che Francesco, pur maggiorenne, non è economicamente autosufficiente. Quindi anche altri ragazzi/e Lgbti possono chiedere il mantenimento ai genitori, in particolare se cacciati da casa

I genitori del ragazzo possono rifiutarsi di riconoscergli l'assegno? Nel caso lo facessero a cosa andrebbero incontro?

L'assegno lo determina un giudice. Quindi i genitori non possono non ottemperare a un suo ordine. La parte può mettere in esecuzione il provvedimento coattivamente e in caso di mancato pagamento i genitori possono essere perseguiti anche penalmente.

Nell'ordinanza, mi sembra di capire, non si fa riferimento all convinzione materna che la dichiarata omosessualità di Francesco possa essere elemento di disturbo per la figlia più piccola. Dal punto di vista legale, oltre che umano e culturale, come si sentirebbe di commentare questa circostanza?

Durante l'udienza la madre ha confermato di non volere il figlio a casa, ma non ha "confermato" che il motivo è la sua omosessualità. La Giudice si è mostrata molto attenta e sensibile alle istanze di Francesco e il provvedimento adottato, d’altronde, lo conferma.

e-max.it: your social media marketing partner

Pensavamo a una svolta in Sicilia con la candidatura di una donna transessuale sia pure tra le file dell’Udc. Invece ci sbagliavamo e, ancora una volta, dobbiamo tristemente verificare quanto diffuso sia lo stigma omotransfobico proprio tra le stesse persone Lgbti.

È il caso di Roberta Giulia Mezzasalma, candidata trans dell’Udc alle prossime regionali, che ieri mattina, ai microfoni di Radio Cusano Campus, non ha perso occasione per definire la condizione delle persone Lgbti una “disgrazia” che le rende infelici. Come se non bastasse, la ristoratrice di Vittoria ha definito il Pride un fenomeno da baraccone e ha rifiutato di essere accostata a Vladimir Luxuria, sostenendo che lei, a differenza di quest’ultima, si è sempre comportata correttamente e non ha mai dato scandalo.

Insomma, un vero e proprio florilegio di luoghi comuni e pregiudizi che, come tutti sanno, sono le fondamenta su cui si radica, nella nostra società, la sofferenza e l’esclusione sociale delle persone Lgbti. Luoghi comuni e pregiudizi ancora più odiosi se a esternarli è una persona transessuale, che ha compiuto il percorso di transizione da quasi vent’anni e che, dunque, sa bene come sia mortificante confrontarsi col subdolo pregiudizio e la palese discriminazione della società.

A tale proposito, raccogliamo lo sfogo accorato di Marco Igor Garofalo, presidente del comitato Arcigay di Ragusa che, indignato e deluso dalle esternazioni di Roberta Mezzasalma, le si è rivolto ricordandole che «non siamo qui per esprimere giudizi né epiteti sul transessualismo e sull’identità di genere. Stiamo a condividere lotte e diritti comuni che "altro" sono dallo stereotipo da te citato e cioè che essere omosessuali o transessuali sia una vera disgrazia». Rispetto ai Pride, aggiunge Garofalo, «siamo certamente lontano dai tempi di Sylvia Rivera che lanciò la bottiglia a Stonewall. Ma, se in passato non ci fossero state persone che con la loro visibilità o "baracconata", come asserito da Roberta Mezzasalma, fossero scese in piazza, oggi molti diritti, compresa la legge 164 del 1982, non avrebbero avuto modo di esistere».

Lo stesso Marco Igor Garofalo, pur augurandosi una rapida smentita della candidata dell’Udc, invita, infine, tutte e tutti a riflettere maggiormente prima di enfatizzare o generalizzare in situazioni pubbliche e mediatiche quelle che sono, casomai, semplici elucubrazioni personali sulla propria esperienza soggettiva.

e-max.it: your social media marketing partner

In controtendenza rispetto alla psicosi da “giovanilismo” compulsivo che spesso, troppo spesso, coinvolge la società contemporanea e, naturalmente, anche la comunità Lgbti, il comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli ha formalmente istituito il Gruppo Senior. Esso avrà il compito di recuperare la memoria del movimento, la cui lezione e la cui preziosa eredità sono troppo spesso dimenticate, ed elaborare nuove forme di aggregazione e progetti. Il tutto al fine di offrire servizi a persone Lgbti mature che vogliano partecipare attivamente alla vita associativa e sociale, trovando, in un contesto inclusivo e paritetico, nuove soluzioni per soddisfare ambizioni e bisogni.

Un lavoro che, con lungimiranza, intende intervenire in maniera propositiva sia avvicinando alla vita dell’associazione le persone Lgbit che, superati i cinquant’anni, vivono condizioni di difficoltà, di emarginazione sociale e stigma, sia dando nuovo spazio e nuova linfa a ex militanti che, per ragioni svariati e comprensibili di vita privata e lavorativa, si erano allontanati dalla loro “passione”. Persone che, seppure in età di pensione ma incoraggiate dalla possibilità di operare in un gruppo paritetico, possono nuovamente spendere esperienza ed energia per il benessere proprio e della della comunità.

Corrado Curato, militante “storico” del comitato provinciale Arcigay di Napoli, è stato nominato coordinatore del Gruppo Senior. Al riguardo ha dichiarato che le principali finalità saranno “sconfiggere la solitudine, arginare l’esclusione sociale, abbattere stigma e pregiudizio, recuperare la memoria del movimento e delle esperienze e competenze individuali, offrire progettazione di servizi sociali, tra cui co-housing e condomini solidali e assistenza socio sanitaria”.

Il Gruppo Senior si riunirà ogni martedì pomeriggio, alle ore 18.30, presso la sede di Arcigay Napoli in Vico San Geronimo alle Monache 17.

e-max.it: your social media marketing partner

Abitano nella stessa via a Roma, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Sono Daniele Coluccini e Matteo Botrugno, entrambi laureati in storia e critica del cinema, entrambi musicisti (Daniele Coluccini è anche pianista e Matteo Botrugno è anche batterista), entrambi registi de Il Contagio. Pellicola che, dopo il successo di critica della 74° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è distribuita dal 28 settembre nelle sale di tutta Italia.

Adattamento dell’omonimo romanzo di Walter Siti, Il Contagio affronta le vite di Chiara (Anna Foglietta) e Marcello (Vinicio Marchioni), quelle di Mauro (Maurizio Tesei) e Simona, e quella del boss di quartiere Carmine. Vite che si svolgono in una vecchia palazzina di borgata, in uno scenario umano degradatamente sospeso tra il tragico e il comico. Il questa realtà periferica e marginale irrompe il professor Walter (Vincenzo Salemme), scrittore di estrazione borghese che ha da tempo una relazione con il culturista Marcello. Se gli inquilini della triste palazzina di periferia accettano con rassegnazione le proprie vite intorpidite, Mauro, freddo e ambizioso spacciatore, sembra il solo a sentire la necessità di una svolta. La corruzione giunge così anche in un angolo sperduto della periferia.

Incontriamo Daniele Coluccini e Matteo Botrugno, a pochi giorni dall’uscita del film nelle sale.

Innanzitutto, cosa racconta Il Contagio?

Il Contagio è tratto da un libro di Walter Siti e racconta l’amore di un intellettuale, Walter appunto, per un giovane borgataro palestrato romano. Un amore a pagamento ma il protagonista lo vive come se si trattasse del suo vero grande amore e così viene traghettato da Marcello, l’escort muscoloso, ai suoi occhi bellissimo, in un mondo sconosciuto. Walter è un borghese che viene allora in contatto con un mondo che gli è ignoto. E questa è la prima forma di contagio.

Quindi, si raccontano altre forme di “contagio” nella pellicola?

Certo. Il film si divide in due parti: la prima è ambientata in periferia, la seconda è ambientata al centro di Roma. mùMa potrebbe essere ambientata in qualsiasi altra grande città e qui troviamo un’altra forma di contagio che è quella relativa al livellamento tra una classe sociale e l’altra, l’assenza di differenza nel mezzo tra una classe sociale e l’altra.

Il Contagio, fondamentalmente, racconta la storia di una passione-ossessione…

Assolutamente vero. Infatti con Walter Siti abbiamo fatto delle lunghissime chiacchierate per capire e indagare l’origine della sua passione-ossessione per una certa fisicità muscolosa e palestrata. Ossessione su cui ha scritto diversi libri, tra cui uno che si chiama, appunto, Autopsia di un’ossessione. Noi, però, abbiamo voluto inserire il grande amore di Walter per Marcello all’interno di altri amori e altre storie. Il film è proprio un film corale, un grande affresco della Roma di oggi ed è un film che parla anche di amore: si intrecciano diverse storie d’amore.

Vinicio Marchioni interpreta il personaggio di Marcello, il borgataro che ha la relazione extraconiugale con il prof, interpretato da Vincenzo Salemme in un ruolo drammatico che è assolutamente atipico per lui. La particolarità del personaggio di Marcello è nel carattere. Noi abbiamo fatto allenare per otto mesi Vinicio Marchioni che è diventato davvero molto muscoloso ma, al tempo stesso, lo abbiamo voluto caratterialmente molto infantile: un bambino di sei anni in un corpo da gigante.

Questo è un film che racconta anche Roma, la città in cui vivete. Qual è il suo stato di salute, secondo voi?

Sinceramente, adesso Roma non sta in condizioni buone: ravvisiamo una certa mancanza di cooperazione e condivisione. Roma oggi è una città incattivita, arrabbiata, che va sempre di fretta. Certo, questo è un problema di tutta l’Italia ma a Roma viene amplificato. A Roma si parlano tantissime lingue, anche nel nostro film si intrecciano tanti dialetti:  Roma è innegabilmente lo specchio del nostro Paese. 

e-max.it: your social media marketing partner

Probabilmente si tratta di pura coincidenza ma certamente fa riflettere il fatto che Antonio Amoretti, partigiano e presidente provinciale dell’Anpi di Napoli riceverà l’Antinoo d’Oro oggi, alle 18:00, presso la sede del Comitato Arcigay di Napoli. Cioè solo qualche giorno dopo che su L’Espresso online Luigi Mastrodonato ricordasse l’eroismo, troppo spesso dimenticato, dei femminielli partenopei durante le Quattro Giornate che condussero Napoli a liberarsi, in maniera autonoma e prima dell’avvento degli Alleati, dal giogo nazifascista.

L’Antinoo d’oro è il riconoscimento che Arcigay Napoli conferisce, ogni anno, a una personalità che nel corso della vita si è distinta per la difesa e la tutela dei diritti delle persone Lgbti.

Antonio Amoretti, che è l’ultimo partigiano ancora in vita ad aver preso parte a quel capitolo importantissimo della storia italiana, da tempo si prodiga a ricordare l’impegno dei femminielli napoletani che, nei giorni delle lotte e delle barricate a Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello, scesero per le strade al fianco dei partigiani, imbracciando le armi e difendendo la città con coraggio e con onore.

È già da alcuni anni, d’altronde, che il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli collabora in maniera sinergica e costruttiva con l’Associazione Partigiani Italiana. A tal proposito Antonello Sannino, che, oltre a essere presidente di Arcigay Napoli, è anche membro dell’Anpi, ha dichiarato ai nostri microfoni: “C’è un denominatore comune che assimila la nostra storia, cioè la storia del movimento di liberazione Lgbti, a quella dei partigiani ed è l’assoluta adesione ai valori dell’antifascismo e della libertà. Ed è proprio in virtù di questi valori irrinunciabili e sempre vivi nel nostro percorso di rivendicazione di diritti e affermazione della legalità che siamo fieri di consegnare ad Antonio Amoretti, memoria della nostra Resistenza, l’Antinoo d’oro 2017”.

L’edizione 2016 dell’Antinoo d’oro vide il riconoscimento attribuito a Colombia Barrosse, allora console generale degli Usa a Napoli.

e-max.it: your social media marketing partner

Una nota congiunta, diffusa domenica dalle associazioni Famiglie Arcobaleno, Rete Genitori Rainbow e Agedo, ha denunciato il mancato invito alla Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia organizzata a Roma per i prossimi 28 e 29 settembre.

In seguito a quest'esclusione l'iniziativa del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio con il supporto dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia si presenta così come iniziativa discriminante e sostanzialmente anacronistica. In realtà Agedo - come Arcigay - era stata invitata alla Conferenza ma ha comunque preferito firmare la nota congiunta di denuncia con Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow.

Stamani si è poi appreso che la sottosegretaria Maria Elena Boschi, responsabile del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha convocato per domani mattina alle 11:00 i rappresentanti di Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow.

Incontriamo Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, alla vigilia dell'incontro a Palazzo Chigi.

Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow escluse dalla Conferenza Nazionale della Famiglia. Come rispondi a questa presa di posizione verso una parte consistente di cittadine e cittadini del nostro Paese?

L’esclusione è davvero gravissima perché il Governo e lo Stato continuano a non voler vedere qualcosa che esiste. Non si può fare una conferenza sui bisogni delle famiglie italiane e lasciare fuori le nostre famiglie.

Quanto pesa il fatto che, comunque, la legge Cirinnà parli di formazione sociale e non di famiglia?

Le nostre famiglie, anche se giuridicamente non sono ancora riconosciute, esistono. Abbiamo gli stessi bisogni e gli stessi problemi delle altre famiglie italiane con l’aggravante di non essere riconosciute giuridicamente. Ma abbiamo l’urgenza di avere voce in capitolo e poter esporre le nostre situazioni e i nostri bisogni. E siamo solo noi genitori omosessuali a poter parlare della situazione e delle peculiarità delle nostre famiglie. A nessun altro può essere demandato il compito di parlare al nostro posto.

La sottosegretaria Boschi, nelle ultime ore, vi ha improvvisamente convocato. Cosa le direte?

Andremo dalla sottosegretaria Boschi a ribadire che dobbiamo essere presenti. A ribadire le nostre richieste e a ribadire che il Governo non può continuare a essere discriminante verso i nostri figli che comunque esistono, comunque vanno a scuola, per i quali bisogna pagare la retta della mensa, i ticket sanitari, esattamente come accade in tutte le altre famiglie. Le difficoltà delle altre famiglie sono anche le difficoltà delle nostre famiglie.

Che significato ha il fatto che Arcigay sia stata invitata alla Conferenza?

Rispondo col dire che sussiste un solo grande problema: mancano cioè le famiglie, che sono all'interno del movimento. E, trattandosi di una Conferenza sulla famiglia, ci sembra davvero assurdo e inaccettabile che ad essere state escluse siano proprio le associazioni che da quelle famiglie sono composte e che quelle famiglie rappresentano. 

e-max.it: your social media marketing partner

Opinionista, giornalista, conduttore radiofonico e televisivo, attore e anche scrittore, Costantino della Gherardesca è senza dubbio uno dei personaggi più amati del momento. Dal 13 settembre, poi, la sua presenza di personaggio mediatico è nuovamente rivitalizzata dalla sesta edizione di Pechino Express, il format di successo che sta attualmente conducendo gli affezionati telespettatori sulle orme delle otto coppie in viaggio verso il Sol Levante.

Un’edizione resa ancora più scoppiettante e gayfriendly dalla presenza della coppia dei modaioli, formata dallo stilista Marcelo Burlon e dal fashion filmaker Michele Lamanna, e dal recentissimo quanto originalissimo coming out di Guglielmo Scilla.

Incontriamo Costantino qualche giorno dopo la presentazione napoletana di Punto, libro feroce e paradossale con cui il conduttore di Pechino Express fa il proprio esordio come scrittore.

Costantino, iniziamo proprio dal tuo primo libro, Punto, edito da Rizzoli. Di cosa si tratta?

Punto è un manuale d’autoaiuto contro la paura del progresso. Nel libro sottolineo tutti gli aspetti della società italiana in cui emerge la paura delle innovazioni. Dobbiamo uscire da questa mentalità. La regola d’oro per uscire da questa mentalità è diffidare dalla semplicità. Molti scrittori, anche stimati intellettuali, inneggiano attraverso i media a una vita semplice - penso ad Erri De Luca e Corona - e esaltano la vita condotta in campagna, coltivando propri orti, in alloggi frugali. In realtà, questi individui possono permettersi di esaltare un simile stile di vita perché, magari a pochi metri dalla loro capanna, c’è un ospedale modernissimo in cui andare se stanno male. Insomma, bisogna integrarsi nel futuro, non bisogna avere paura del futuro e delle innovazioni.

E nel libro spiego anche il fenomeno della ricerca dei consensi nel mondo dell’informazione, poiché troppi giornalisti non fanno più informazione ma sono solo alla ricerca compulsiva dei likes e calibrano il proprio articolo e la propria informazione su questa “esigenza” determinando la morte  dell’informazione pratica. Mentre in Germania sono entrati in un’era post-ideologica e le riviste, anche grazie all’influsso di Angela Merkel, non parlano più di beghe interne ma affrontano questioni legate all’informazione tecnica e al progresso.

Passiamo adesso al successo di Pechino Express. Cosa differenzia l’edizione 2017, la sesta, dalle precedenti?

Ci sono tre grandi differenze tra questa edizione di Pechino Express e le precedenti. La prima  è che abbiamo preso un cast molto poco televisivo, di persone note in ambiti diversi, per differenziarci dai reality Mediaset che ormai hanno fatto il proprio corso. La seconda è che quest’anno faremo vedere ancora di più la vita delle persone nei luoghi che visiteremo, cioè nelle Filippine, a Taiwan e in Giappone. Infine, mentre in tutti i Pechino Express precedenti, i concorrenti viaggiavano in Paesi più poveri dell’Italia, stavolta, escluse le Filippine in cui vi sono ancora situazioni di comprovato disagio, sia Taiwan sia il Giappone sono realtà molto più ricche dell’Italia. Quindi, per la prima volta nella storia di Pechino Express i concorrenti saranno visti un po’ come dei disgraziati, diciamo come un leghista vedrebbe un Rom.

Credi che una trasmissione gayfriendly come Pechino Express sia utile per scardinare l’immaginario collettivo e abbattere il pregiudizio omotransfobico?

Pechino Express ha sempre avuto concorrenti sia gay sia trans, senza neppure dichiararlo. Noi abbiamo sempre dato per scontato che sia normale che ci fossero concorrenti Lgbt. Io credo che ci si debba aprire verso il mondo e che il vero problema oggi in Italia non sia tanto la discriminazione verso le persone Lgbt quanto la diffidenza verso tutto ciò che non si conosce. Per esempio, la diffidenza verso i migranti e i musulmani. E una trasmissione come la nostra, che mostra altre culture e altri stili di vita, apre al mondo e abbatte pregiudizi.

Avevi intuito, durante le riprese della trasmissione, che Guglielmo Scilla era gay? Come consideri il suo coming out?

Io avevo capito che Gugielmo era gay ma lui è una persona molto riservata. Credo perciò che il suo coming out sia stato importante soprattutto per lui. Guglielmo non parlava mai della sua vita personale e dei suoi amori. Questa cosa mi ha subito messo sull’avviso. Mi ha fatto subito pensare che fosse gay. E quando ha fatto il suo coming out mi sono complimentato con lui e l’ho sostenuto anche coi giornalisti.

Quale atteggiamento è vincente, a tuo parere, contro la violenza e il pregiudizio?

Alla violenza e al pregiudizio si risponde con l’atteggiamento che ho adottato io quando ero ragazzino: cioè non rendersi mai vittima, impugnare il coltello dalla parte del manico, essere forti e farsi valere. Questo è un atteggiamento che – a mio parere – funziona in molte circostanze, anche sul lavoro. Non bisogna farsi mettere i piedi in testa da nessuno.

Infine, Costantino della Gherardesca è mai stato vittima di bullismo?

Quando ero molto giovane sono stato oggetto di bullismo, perché andavo in un collegio fascista e sono stato vittima di varie angherie. Una volta, per esempio, mi hanno fatto correre a piedi nudi sulla neve. Ma quello che non ti uccide, ti fortifica e grazie a quest’esperienza mi sono “corazzato”,  ho fatto coming out molto presto e mi sono fatto valere. Poiché erano molto aggressivi con me, io ho maturato una risposta altrettanto forte e determinata.

e-max.it: your social media marketing partner

Il 17 maggio 2016 il presidente della Puglia Michele Emiliano annunciava l’avvio del percorso istituzionale per la redazione del progetto regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. A poco più di un anno dall’importante dichiarazione abbiamo ragginto Titti De Simone, consigliera politica di Emiliano per l’attuazione del programma, per sapere quali sono i passi compiuti in riferimento al pdl

Quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l'omotransfobia che sarà discussa in Puglia? Quali sono, a tuo parere, le prospettive di successo relativamente al varo di questa legge regionale?

Il disegno di legge, in coerenza con la legislazione nazionale ed europea in materia di diritti fondamentali delle persone, nonché in attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale e pieno sviluppo della persona umana, reca un programma quadro di interventi volti a favorire il raggiungimento dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale o identità di genere. Purtroppo il quadro discriminatorio in Italia è ancora importante e ciò richiede un intervento di politiche attive a ogni livello di governo. 

Anche alla luce di quanto evidenziato dagli organismi europei, la nostra proposta legislativa intende dettare un corpus  di norme (nell'ambito delle politiche del lavoro, della formazione, dell'assistenza sociosanitaria ad esempio) per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, al fine di consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché di prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e garantire il diritto all’autodeterminazione, anche in coerenza con interventi normativi analoghi già approvati in altre Regioni: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010). 

Ricordo che tale iniziativa legislativa è contenuta nel programma di governo del presidente Michele Emiliano, programma costruito dal basso, in modo partecipativo, votato successivamente dal Consiglio regionale.

Quali sono gli elementi di continuità e di frattura tra questa proposta pugliese e la proposta di legge nazionale che presentò Ivan Scalfarotto?

L'iniziativa della Puglia può essere circoscritta a un campo di competenze esclusive su cui la Regione può intervenire direttamente, non su tutto purtroppo, ma è indispensabile agire, dato che non esiste ancora una norma nazionale. Mi pare che la proposta Scalfarotto fosse diventata un pasticcio, partita in un modo ed è finita peggio, poi alla fine arenandosi definitivamente perché è mancata la spinta dello stesso movimento Lgbt che non si è riconosciuto in quel testo. Ma una norma nazionale è necessaria e deve fare leva sul lavoro culturale ed educativo.

Basterebbe modificare la legge Mancino per fare una cosa giusta. La prossima legislatura vedremo. 

A tuo parere, il possibile varo di leggi regionali contro l'omotransfobia porterà a una pressione "virtuosa" anche a livello nazionale circa l'elaborazione di una legge simile?

Me lo auguro. Credo che come per altre norme in passato (infondo i registri comunali delle unioni civili sono nati molto prima della legge) sia un contributo utile e doveroso. Non è la prima volta che una Regione approva norme che mancano a livello nazionale e che poi si rivelano apripista. Noi in Puglia, ad esempio, abbiamo approvato la legge sulla partecipazione come la Toscana e abbiamo istituito il Reddito di dignità. 

Sono passati diversi anni da quando tu hai iniziato le tue battaglie politiche da donna lesbica dichiarata. Com'è cambiato il nostro Paese in questi anni per le persone Lgbt? È più o meno omotransfobico?

È un paese ancora molto omotransfobico. Anche se la visibilità delle persone Lgbt è enormemente aumentata e questa è stata la più grande rivoluzione per noi e per la cultura del Paese. Ma la strada è ancora lunga. Siamo un Paese ancora molto sessista con il grande tema del femminicidio e della violenza di genere, che è la radice di tutte le violenze fondate su una cultura dello stereotipo di genere e del machismo. Occorre una grande rivoluzione culturale, una nuova stagione dei femminismi per ripensarci e riaffermare libertà e autodeterminazione. Invece si danno per scontato troppe cose. 

E, infine, in un'intervista rilasciata a Daniela Gambino, ricordo che affermasti di sentirti più "accolta" come lesbica in Sicilia che in alcune terre del Nord Est. Credi ancora che ci sia questa frattura tra un'Italia più inclusiva e una meno inclusiva?

Esiste ovunque un pezzo di Paese retrivo, spaventato e chiuso. Come la storia del parcheggio riservato alle neo mamme ma vietato alle lesbiche. Questo Paese va cambiato e per cambiarlo bisogna lottare, lottare ancora molto. Lo dico sopratutto ai giovani: bisogna tornare all'impegno politico nel movimento, non abbiamo ancora conquistato i nostri diritti. 

e-max.it: your social media marketing partner

“La schedatura degli istituti scolastici bolognesi è una barbarie. Un’intimidazione di stampo fascista”. Non ha dubbi Sergio Lo Giudice, Presidente Onorario di Arcigay, nel commentare l’assurda trovata del Comitato “Difendiamo i nostri figli – Family Day” che, anche grazie al supporto di Forza Italia, ha stilato un vero e proprio elenco di scuole di Bologna, distinguendole tra buone e cattive a seconda della presenza di azioni di lotta alle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere, quella che, in maniera proditoria viene definita “ideologia gender”.

Sempre Sergio Lo Giudice fa notare come questo tipo d’azione non sia altro che la “trasformazione” politica dell’inaccettabile pressione operata da Forza Nuova nella stessa provincia di Bologna, pressione esercitata perfino su quei docenti che, nell’ambito della propria e inviolabile libertà d’insegnamento, avevano deciso di accompagnare i propri discenti alla visione dello spettacolo teatrale “Fa’afafine”, testo che racconta la vita di un bambino-bambina, un “gender creative child” che non vuole riconoscersi in alcuna gabbia di genere, spettacolo che ha ricevuto il patrocinio ufficiale di Amnesty International per “aver affrontato in modo significativo un tema particolarmente difficile a causa di pregiudizi e ignoranza”.

La lista delle scuole da evitare è stata presentata da un portavoce del “Comitato Family Day”, David Botti, che, puntando il dito contro gli istituti che organizzano corsi anti-bullismo e anti-omofobia, ha rimarcato l’idea che esistano scuole in cui si annida l’ideologia gender.

E così, mentre inizia il nuovo anno scolastico, mentre in tutto il Paese registriamo fenomeni di inaccettabile violenza omotransfobica, le scuole bolognesi che, in perfetta sintonia con quanto prescritto dalla legge 107/2015, meglio nota come “Buona Scuola”, hanno inserito nel proprio Piano Triennale dell’Offerta Formativa corsi contro la violenza di genere e le discriminazioni, si vedono inserite in un’odiosa e anacronistica black list che, oltre ad essere in evidente contrasto con le linee guida della legge 107, manifesta un sapore tristemente fascista.

 

e-max.it: your social media marketing partner

Featured Video