Elisabetta Cannone

Elisabetta Cannone

Tanti passi in avanti, tante conquiste ottenute nella lotta contro le disuguaglianze, le discriminazioni e le violenze contro le donne. Eppure ancora oggi, nel 2017, le donne sono costrette a scendere unite in piazza in tutti gli Stati per reclamare diritti fondamentali. Tra questi il rispetto alla propria persona e individualità, la libertà di essere se stesse e di autodeterminarsi senza essere colpevolizzate né tantomeno subire costrizioni di alcun tipo.

Una strada ancora lunga da percorrere che va fatta unite, anche con gli uomini. Attorno alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne sono state tantissime le iniziative organizzate e che hanno visto in prima linea professioniste impegnate in diversi ambiti della società: avvocate, giornaliste, attrici, cantanti, attiviste, politiche. Denominatore comune la necessità di ripensare a una società diversa che ripudia la violenza, che non consideri la donna come un oggetto e con la quale ci si relaziona di conseguenza, ovvero elargendo al massimo qualche concessione.

Di quello che occorre ancora fare se n’è parlato a Roma nel corso dell’incontro – confronto dal titolo La via delle Donne: un percorso comune per contrastare le discriminazioni e la violenza di genere cui hanno partecipato anche l’avvocata Andrea Catizone, presidente dell’associazione Family Smile, Anna Maria Bernini, vicepresidente vicaria al Senato del gruppo Forza Italia, Vittoria Doretti, responsabile della Rete regionale Codice rosa della Regione Toscana, Donatella Ferranti, presidente della Commissione Giustizia alla Camera, e il procuratore del Pool antiviolenza alla Procura di Roma Pantaleo Polifemo.

«Serve una nuova cultura delle relazioni tra le persone che superi le disparità e bandisca l’aspetto della violenza – ha detto l’avvocata Andrea Catizone, prima organizzatrice del convegno  -. Oggi siamo di fronte a una recrudescenza del conflitto che si risolve in una dinamica continuativa di atti e comportamenti violenti a danno della parte più fragile della coppia.

Dobbiamo lavorare per attenuare quelle disparità che sono inattuali e contrarie ai diritti fondamentali di ogni essere umano e promuovere una grammatica educativa che faccia recuperare la funzione educativa della società anche a favore delle giovani generazioni».

Dalla voce di una realtà sociale che si occupa di diritti e di tutela di chi è più fragile a un’altra altrettanto concreta come quella proveniente dalla dottoressa Doretti, ideatrice del protocollo Codice rosa, che rappresenta uno strumento fondamentale per la tutela delle donne che hanno subito violenza e grazie al quale possono così sentirsi sicure, rispettate e curate, e magari trovare il coraggio di denunciare. Da parte loro, gli operatori, possono intervenire in un ambiente che preserva la privacy e consente un intervento tempestivo.

«Credo che per aiutare la parte offesa in un Paese obiettivamente maschilista nonché omofobico come il nostro – ha spiegato la senatrice Bernini – occorra essere innanzitutto sensibili e poi essere formati con la cultura e l’educazione che deve venire dalla scuola, dalle famiglie, dalle parrocchie ed evitare così la violenza e non dover arrivare a punire un uomo». La necessità quindi di un cambio di passo che possa portare a cambiamenti significativi, così com’è stato anche nel recente passato nelle legislature di pochi governi fa, quando si sono ottenuti dei risultati importanti perché ci si è creduto.

«Ricordo, ad esempio, la legge contro lo stalking nata da un governo di centro destra» ha continuato la capogruppo dei senatori di Forza Italia che ha quindi aggiunto: «C’è un humus culturale che oggi rende ostile la denuncia e anche il background normativo non ci aiuta. Occorre smetterla con l’ipocrisia.

Il lavoro con le associazioni è fondamentale perché chi denuncia poi è costretta a tornare a casa con il proprio orco. Non esiste una cura senza una corretta diagnosi e ribadisco che occorre una giusta mentalità di cosa debba intendersi per violenza: ogni atto sessuale compiuto o parziale deve essere il frutto di una libera scelta».

 

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Non ce la farà, con tutta probabilità (anche se forse sarebbe meglio dire certezza) a concludere positivamente il suo iter la legge nazionale contro l’omotransfobia. Altre priorità, altre urgenze che si è dato a quanto pare questo Governo. La non volontà concreta di riconoscere il bisogno di tutelare diritti negati e persone. In questo scenario, lo scorso giugno, alla Regione Lazio è stata presentata una proposta di legge regionale - quindi con altri ambiti di competenza e di intervento - contro contro atti discriminatori, vessazioni, se non proprio violenze psicologiche e fisiche contro le persone Lgbti.

Tra i depositari di questa proposta di legge c’è anche la consigliera regionale Marta Bonafoni alla quale abbiamo chiesto di fare un po’ il punto della situazione.

Com’è nata questa proposta di legge regionale contro l’omotransfobia?

È nata da una doppia esigenza: da una parte produrre un testo quadro che potesse mettere insieme e rilanciare le politiche che già in questi anni abbiamo messo in campo con grande convinzione in Regione contro l’omotransfobia. Ad esempio la norma sui servizi sociali e approvata due anni fa, in cui tutti i servizi sono destinati a tutte le famiglie senza distinzione tra omogenitoriale o eterosessuale. C’è poi il più grande progetto contro l’omofobia nelle scuole messo in campo già dal primo anno dell’amministrazione Zingaretti o della legge contro il bullismo che richiama esplicitamente l’articolo 21 della Carta europea dei diritti dell’uomo e quindi le discriminazioni per orientamento sessuale o in ultimo i patrocini che non sono mai mancati al Pride come al Gay Village fino a quest’anno con l’inserimento di Roma e del Lazio nel pacchetto turistico nazionale e internazionale come città gay-friendly. L’esigenza è stata dunque quella di fare sistema di queste politiche. Per implementarle ha dato vita a questa proposta di legge quadro.

L’altro impulso ci è stato dato dalla grande spinta del circolo Mario Mieli e delle associazioni in considerazione della spinta culturale che può rappresentare una regione grande come il Lazio. Il tutto per sbloccare una legge nazionale contro l’omotransfobia, ancora in Parlamento e che purtroppo non muove i propri passi.

Quali sono i punti principali della proposta di legge?

La legge parla in egual modo di prevenzione e di contrasto e della presa in carico delle vittime dell’omotransfobia. Quando parliamo di prevenzione parliamo di scuola e formazione e pertanto una grande alleanza tra studenti – famiglie – docenti impegnati in corsi di formazione, progetti di sensibilizzazione, vere campagne contro la discriminazione, sugli stereotipi di genere e l’orientamento sessuale.

C’è poi il welfare e politiche del lavoro, il pari accesso, una modulistica che potrà sembrare banale sul come si viene nominati, ad esempio uomo – donna o cosa, si tace l’orientamento sessuale dal quale dipende anche il riconoscimento del proprio esistere e il diritto a essere ciò che si è. Centri di ascolto per le vittime, sulla falsariga di quello che la Regione sta facendo da anni contro la violenza sulle donne e poi per le politiche attive del lavoro garantire parità di accesso. La legge fa peraltro riferimento anche alla Regione e ai dipendenti regionali, guardando anche in casa propria.

Politiche attive che si concretizzano in una formazione adeguata sulla vigilanza rispetto alla possibilità e opportunità di poter fare carriera per le persone omosessuali, transessuali, di eguale retribuzione rispetto ai loro colleghi eterosessuali. C’è poi anche una parte dedicata alla responsabilità sociale delle imprese e un loro monitoraggio, su quelle laziali. Altrettanto importante è l’ambito socio-sanitario con servizi di integrazione letti e declinati in virtù della lotta all’omotransfobia. Infine il capitolo comunicazione e cultura.

Un articolo è dedicato al Corecom – organismo di controllo sulla comunicazione presente in Regione e prevista in tutte le Regioni – che può promuovere progetti e segnalare le emittenti che si distinguono per una buona informazione o, al contrario, per una cattiva informazione su questi tipo di temi. Quindi direi formazione, informazione sensibilizzazione e la prevenzione.

In cosa consisterebbe la modulistica per l’accesso al lavoro di cui parlava prima?

L’esempio cui ci siamo rifatti è quello di Facebook che al momento consente di segnarsi come “uomo”, “donna” o “altro”. Una questione su cui il Movimento “No Gender” - e che è un altro elemento di allarme che ci ha spinto a depositare questa proposta di legge – sta partendo con una iniziativa dal nome Il bus della libertà dove anche la modulistica sarà oggetto di interesse. Una campagna contro la libertà di orientamento sessuale e di scelta e che individua in questo aspetto dei problemi dal loro punto di vista. Questa estate si sono verificati diversi casi di strutture turistiche che non hanno ricevuto coppie gay e qui si rientra nel campo del monitoraggio che magari consentiranno una premialità alle imprese cosiddette virtuose. Ad esempio la partecipazione o meno a un bando.

Secondo lei questa proposta di legge nel suo iter sarà oggetto di ostruzionismo da parte dell’opposizione?

C’è una certezza, non c’è un timore! Viviamo tempi di regresso, di paura del diverso e invece di impegnarci a valorizzare le differenze e renderle parte comune cisi chiude nelle certezze che vacillano. C’è stato, da questo punto di vista, un discorso di grande schiettezza con il movimento lgbti e reciproca. Si tratta di una legge depositata lo scorso giugno e per la quale si può dire che non vedrà la conclusione del proprio iter in questa legislatura che si concluderà nella prima metà del 2018. La scommessa su cui punteremo da autunno è l’apertura dei tavoli di partecipazione che a partire da questo testo di legge possano rendere la proposta più ricca e completa. Credo che dovrà essere tra i punti prioritari della prossima legislatura, tanto più che con certezza che il Governo non avrà legiferato. Altrettanto certamente troveremo ostacoli molto ideologici, poco informati e diretti da una ben organizzata ideologia “No Gender” che ha i suoi addentellati nelle istituzioni.

In parlamento giace, come detto, la legge nazionale contro l’omotransfobia. Se questa proposta di legge regionale venisse approvata potrebbe rappresentare uno stimolo per l’approvazione di quella nazionale?

Se approvata, noi ovviamente agiteremo la legge regionale. Un tentativo che vogliamo fare da subito, dialogando con il livello nazionale, in particolare con i tavoli di partecipazione di fare sia da pungolo per quella nazionale ma con una nostra legge messa in sicurezza, in quanto si chiedono solo deleghe regionali che evitano l’attesa di una legge nazionale senza la quale quella regionale non può essere operativa. L’approvazione significherebbe ridare forza a un intero movimento che continua a farsi sentire fuori ma che non trova una voce forte all’interno delle aule parlamentari.

Altre regioni vi hanno chiesto informazioni su questa proposta di legge per presentarne una propria?

Non in termini di consiglieri regionali, ma so che altri rappresentanti territoriali del movimento si sono incuriositi e vorranno fare la stessa operazione nelle loro regioni di appartenenza. D’altronde penso che anche questo sarà il valore aggiunto dei tavoli di cui parlavo prima, per aprirsi al confronto anche con altre regioni.

Perché, secondo lei, nel nostro Paese è così difficile approvare una norma che tutela le persone lgbti e punisce invece chi viola i diritti di queste persone soprattutto quando questo ostruzionismo proviene non da aree politiche di centro destra, bensì dalla sinistra stessa?  

Questa è la domanda delle domande… Quando sono entrata in politica, non pensavo di incontrare un tale livello di barriera rispetto a certi temi. Da una parte c’è l’egoismo, il nichilismo, cifre del nostro tempo trasversali nel rapporto con tutti i diversi: migranti rifugiati, donne. La fragilità economica del nostro Paese è diventata anche culturale e di tenuta democratica e d’altra parte c’è una politica che ha smesso di avere un ruolo di progresso dell’intera società ponendosi di fatto dall’altra parte della barricata rispetto alla politica degli anni, quella dei diritti conquistati delle donne, del sistema sanitario, di un percorso in salita per i diritti. Oggi quella salita la fanno chi cerca di difendere quei diritti acquisiti e di affermarne di nuovi. Solo con un grande lavoro di rete fra i pezzi di società sia dentro sia fuori dalle istituzioni si potrà avere una chance. Personalmente in questo momento non sono ottimista, trovo che c’è una bella effervescenza ma che dall’altra parte non c’è quel livello di mobilitazione e dialogo con le istituzioni che riesca a fare andare a dama certe battaglie che possono rappresentare una vittoria per tutti, perché è bene ribadirlo non si tolgono diritti ma se ne aggiungono.

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Quello che ha legato Dacia Maraini a uno dei più noti e controversi intellettuali del nostro Paese, Pier Paolo Pasolini, non era solo una vicinanza professionale tra scrittori, ma soprattutto uno legame molto stretto di amicizia, di rispetto e di condivisione di valori e di vedute della società e della vita. Dacia Maraini è una scrittrice e intellettuale molto prolifica e molto apprezzata anche all’estero, un’attentata osservatrice della nostra società, di come si sta evolvendo e dei cambiamenti culturali che si stanno imponendo nei cittadini.

Gaynews l’ha intervistata sul suo rapporto professionale e umano con Pasolini e su cosa pensi di alcune temi quali le unioni civili, la gestazione per altri e la recrudescenza di fenomeni di omotransfobia che hanno caratterizzato questa estate.

Qual era il suo rapporto con Pasolini?

Quando ho conosciuto Pasolini non era il mito che è oggi anzi, era un uomo molto attaccato, molto osteggiato e nei suoi confronti c'era tanta ostilità. Dopo la sua morte invece è diventato un personaggio proverbiale. Ma prima no, non era così. La mia conoscenza risale a un tempo difficile per lui: doveva affrontare continuamente dei processi, lo attaccavano puntualmente sui giornali e anche politicamente.

Non era tanto la sua omosessualità a disturbare i benpensanti ma il fatto che fosse provocatorio e avesse un atteggiamento di sfida. Pasolini era molto critico nei confronti della società in cui viveva, nei confronti del suo tempo, del governo democristiano, del potere in genere. Basti pensare, ad esempio, all'episodio del '68 quando nel periodo delle manifestazioni si schierò con i poliziotti difendendoli in quanto figli del popolo, contro i sessantottini che lui chiamava “figli di papà”.

Molte delle critiche rivolte a Pasolini non erano solo di tipo politico, ma si richiamavano alla sua omosessualità. Qualcuno lo definiva anche pedofilo. Lei  cosa risponde a queste accuse?

No, Pasolini non imponeva mai la sua sessualità, al contrario voleva essere punito e maltrattato. Chi legge Petrolio sa che il suo era un atteggiamento di ricezione e quindi non di imposizione. Pasolini aveva  un rapporto di gioco col sesso e non di “presa”, da predatore. Ripeto, leggendo Petrolio, si capisce esattamente qual era il suo atteggiamento con questi ragazzi con cui cercava di giocare; un gioco che sconfinava nel sesso ma che ripeto non era affatto di tipo impositivo.

Tra gli intellettuali omosessuali di oggi secondo lei c’è qualcuno che possa essere o diventare il nuovo Pasolini?

Direi che Pasolini resta abbastanza unico. Era un uomo che agiva su tanti campi: era poeta e regista contemporaneamente e non è così facile trovare una persona che abbia queste qualità, la capacità di andare a fondo in mestieri diversi. E poi era una persona che prestava grande attenzione sociale e politica al suo tempo. Non dico, ovviamente, che non ci siano tante persone di qualità oggi, però certamente lui aveva qualcosa di unico.

In tema di diritti civili, cosa pensa delle unioni civili tra persone dello stesso sesso?

Credo che sia un traguardo che è stato raggiunto ed è un bene. Ritengo che non si possa restare ancorati a delle idee prestabilite. Il mondo va avanti e prima o poi sarebbe accaduto. Non si può pensare di anteporre  i principi alla realtà concreta. Si deve tenere conto di quello che accade, delle nuove esigenze e delle richieste che vengono fatte dalle persone, dai cittadini.

Questa estate ci sono state diverse polemiche all’interno del movimento Lgbti sul tema della gestazione per altri vista quale ulteriore sfruttamento del corpo femminile. Qual è la sua posizione in merito alla Gpa?

Se si tratta di un accordo fatto per generosità non ci trovo niente di male, se invece viene fatto per denaro allora qualcosa di ambiguo c’è. Tuttavia ci sono cambiamenti che rientrano nell’evoluzione del nostro secolo, pertanto vanno elaborati pubblicamente senza idee assolutiste. Occorre vedere qual è la prassi: una persona saggia ascolta gli altri, valuta il comportamento delle persone e in particolare se questo non provoca danni ad altri.

Questa estate è stata segnata anche da molti episodi di omotransfobia. Come interpreta questo rigurgito di violenza nei confronti delle persone Lgbti?

Viviamo in un momento di ritorno della destra e della conservazione, dovuti a paura, a nuovi movimenti di popolo che portano le persone a chiudere le porte e a difendersi, e non solo per la crisi economica o l’immigrazione. Tutto questo non fa altro che suscitare allarmi e sentimenti di rivolta. La paura è la peggiore consigliera in quanto conduce all’intolleranza, all’odio che finiscono per governare la vita delle persone.

Spero che la parte sana del Paese prevalga. Di solito succede così, che alla fine i cambiamenti siano più forti delle paure. Ma nel frattempo questi atteggiamenti possono  fare danni.

D’altra parte il fatto che ci sia un ritorno della destra lo dimostra il presidente americano Trump, che rappresenta un esempio di grave svolta a destra ed è inquietante che questo accada in un grande Paese che abbiamo sempre considerato democratico e aperto: si direbbe che l’America stia seguendo le involuzioni della  Cina e della Russia.

Tuttavia voglio essere ottimista: se si pensa che non c'è niente da fare, la reazione finisce per vincere sull’intelligenza. 

È sempre importante impegnarsi in una resistenza di tipo culturale e sono convinta che alla fine questa vincerà su chi vuole che la realtà  si fermi. Ci possono essere periodi bui in cui una società prende paura e questo la porta a essere intollerante nei confronti di tutto e tutti quelli che sembrano strani, diversi. Il pericolo ripeto viene da movimenti reazionari, di chi vuol tornare indietro, di chi mette in campo l’intolleranza religiosa o morale legato com’è alla tradizione. Alla fine però perderanno, anche se nel frattempo i conflitti possono portare  danni alle persone più deboli socialmente come accade per gli omosessuali.

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Sabato 5 giugno si è svolto a Roma, a poca distanza dall'Ambasciata russa, il sit-in di protesta contro le persecuzioni, cui sono soggette le persone omosessuali in Cecenia. All'incontro, organizzato da Amnesty International Italia, hanno partecipato alcune associazioni Lgbti romane, componenti di All Out e il segretario di Certi Diritti Leonardo Monaco

Si sarebbero dovute consegnare le scatole contenti le firme, raccolte tramite la petizione online di Amnesty, ma non si è consentito agli attivisti neppure di avvicinarsi ai cencelli dell'Ambasciata. Al termine della manifestazione Gaynews ha intervistato Yuri Guaiana che, l'11 maggio scorso, era stato arrestato a Mosca mentre cercava di consegnare le oltre 2.000.000 di firme raccolte sulla piattaforma All Out per chiedere giustizia e verità sui gay ceceni.

 

 

 

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Arrestati, privati della loro libertà e torturati per il solo fatto di essere omosessuali e costretti a fare i nomi di altre persone. Accade in Cecenia, in realtà un Paese non molto lontano dal nostro eppure nella quasi totalità di assenza di informazione. Quello che succede lì, come in altre parti del mondo anche se per motivazioni e a volte con modalità differenti, non si può classificare come “semplice” violenza: siamo di fronte a casi concreti di tortura. A confermarlo è una voce autorevole, quella di Riccardo Noury di Amnesty International Italia a cui abbiamo chiesto quali sono le iniziative che sta promuovendo l'ong e anche di spiegarci perché in Italia ancora non esista il reato di tortura.

Come si pone Amnesty international Italia nei confronti dei fatti della Cecenia, dove le persone omosessuali vengono arrestate e torturate?

Qui siamo in pieno di reato di tortura: persone private della loro libertà, nelle mani dei rappresentanti o funzionari dello Stato vengono picchiate brutalmente. Questa è la tortura nella sua accezione più classica.

Quali sono le vostre iniziative a riguardo?

Lunedì 5 giugno faremo un sit-in a Roma, alle 12.00, in piazza Castro Pretorio. Inoltre sul nostro sito amnesty.it c'è anche un appello da firmare in cui chiediamo alle autorità russe di fare un'inchiesta seria, non l'indagine preliminare che hanno avviato, per individuare i responsabili e soprattutto garantire protezione alle persone omosessuali.

Nel nostro Paese per fortuna casi così eclatanti e gravi, sistematici, non avvengono: eppure non sono mancati e non mancano fatti di cronaca che dimostrano che anche nel Belpaese la tortura è una pratica che viene attuata. Si pensi per esempio a quanto accaduto alla Diaz, a Bolzaneto, in occasione del G8 di Genova del 2001, oppure all'arresto e alla morte di Stefano Cucchi o a quella di Riccardo Magherini e, sebbene al di fuori del nostro territorio, l'omicidio di Giulio Regeni in Egitto per il quale si chiede ancora verità e giustizia.

Eppure sulla tortura e sulla sua introduzione come reato nel nostro codice, della quale si dibatte da circa trent'anni, si è ancora su di un binario morto. Uno stallo che non è solo della politica, dato che anche i nostri connazionali sembrano non avere le idee chiare o quantomeno univoche.

Lo dimostra, per esempio, un sondaggio Doxa per Amnesty International che ha interpellato un campione rappresentativo di ben 43,2 milioni di italiani over trenta. I dati che vengono fuori dall'indagine sono discordanti e pongono il dovere alla riflessione. Solo per il 33% degli intervistati, infatti, sa che anche in Italia ci sono casi di tortura, mentre per un numero elevato di connazionali, il 50%, questo fenomeno non riguarda il nostro Paese. Infine il 17% dichiara di non sapere.

A questo dato si oppone invece un altro, quello relativo all'introduzione del reato di tortura. Qui le cose cambiano, anzi si ribaltano nelle percentuali e nella portata. Sempre lo stesso sondaggio Doxa dice infatti che 6 italiani su 10 vorrebbero l'introduzione del reato di tortura.

Perché gli italiani non riconoscono la tortura in Italia, ma solo in alcuni Paesi?

C'è una sensazione di fondo che però è infondata, che la tortura così come a volte altre violazioni dei diritti umani, riguardino Paesi lontani o comunque parzialmente l'Europa, ma soprattuttoaltri continenti. Come se non fosse accettabile o possibile l'idea stessa che in un Paese occidentale, come l'Italia, si possa torturare. Di conseguenza si allontana geograficamente, ma non solo, la preoccupazione che da noi si possa essere in presenza di atti di tortura.

Cos'è la tortura per gli italiani?

Il sondaggio è stato fatto su un campione con più di 30 anni, quindi con una memoria, anche se vaga, dei fatti di Genova del 2001 tanto da essere citati, assieme a quelli più recenti di Stefano Cucchi e Giulio Regeni, sebbene avvenuti in due Paesi e contesti diversi. Tuttavia sono eventi che richiamano l'idea della tortura sistematica e prolungata.

È come se si percepisse, da parte degli intervistati, che a queste persone sia stato fatto qualcosa di grave ma non c'è l'immediata associazione con l'aspetto giuridico, ovvero su come chiamare questa cosa. Sono fatti gravi, ma mancando il reato di tortura in Italia non si ha come definirli.

Credo che siano considerati sempre casi isolati. Non sarebbe nemmeno sbagliato chiamarli così. Però bisogna intendersi su cosa vuol dire isolati. Anche un caso all'anno di tortura, sebbene statisticamente isolato, porta a introdurre un elemento di sistematicità.

Come legge i due dati, discordanti, del sondaggio: mancanza di percezione della tortura ma richiesta di una legge che la preveda come reato?

Apparentemente sono contraddittori. Io voglio dare una lettura ottimista: c'è una maggioranza delle persone intervistate che ritiene che l'Italia abbia un obbligo nei confronti delle Nazioni unite per una Convenzione che ha ratificato e dunque, a prescindere dall'esistenze o meno di casi di tortura, quel reato ci voglia. Cosa che da sempre sostiene Amnesty International. Non occorre che ci sia un reato di tortura perché la polizia torturi e viceversa. D'altra parte sono decenni che ci viene negato il tema della tortura: c'è un vero tabù sull'uso di questa parola e quindi alla fine ci si abitua alla sua inesistenza.

Quale è la definizione di tortura che si dovrebbe inserire come reato nel nostro codice?

Esattamente quella contenuta nell'articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura: né più né meno. Quello che si è fatto in questi 28 anni, con molta creatività e fantasia aggiungendo, togliendo, mettendo via punti e virgola con l'obiettivo politico di annacquare la definizione, sottoponendo alcune forme di tortura a verifica e restringendone la portata ha avuto un obiettivo: rendere inaccettabile la definizione o inattuabili le sue disposizioni.

Perché i nostri politici e i Governi che si sono succeduti sono così restii a introdurre questo tipo di reato?

Penso che ci sia alla base un'idea di fondo sbagliata, che introducendo il reato di tortura si getterebbe  uno stigma sull'intera forza di polizia come corpi, organismi dello Stato che verrebbero associati genericamente alla tortura. Come dire che “se ci dicono di volere il reato di tortura, vuol dire che ci torturano”. È un'idea errata. È proprio l'assenza del reato di tortura che oggi porta ad avere in teoria persone che hanno compiuto atti di tortura in servizio, impunite, non processate. Sosteniamo questo tipo di reato da quasi trent'anni a vantaggio delle forze di polizia, di quella percentuale enorme di funzionari dello Stato che svolge il proprio dovere con professionalità, rispetto dei diritti umani e a volte in condizioni estremamente difficili.

Quali sono i pericoli nel non riconoscere questo reato?

Intanto che non ci sia giustizia per le vittime. Che non si riconosca che la tortura è un reato eccezionale, tra i più gravi reati del diritto internazionale e non va confuso con altre cose. Un reato di tortura non solo assolverebbe a una funzione repressiva nei confronti di eventuali autori riconosciuti di questo crimine, avrebbe anche funzione preventiva, dissuasiva. Senza un reato di tortura si ha la sensazione che si possa rimanere impuniti.

Oggi, senza questo reato, cosa rischia chi tortura?

Prima di tutto tempi di prescrizione molto brevi, perché il magistrato deve andare a cercare nel codice penale quegli articoli che contengano la definizione che bene o male possa sostituire quello di tortura: lesioni, violenza con l'aggettivo grave eventualmente. Il reato che, di fatto, sostituisce quello assente di tortura implica una responsabilità minore. Come pena è punito blandamente ed è sottoposto a prescrizione. Se nessuno per i fatti di Genova è stato punito per tortura, è perché è scattata la prescrizione.

Quali sono le vostre iniziative?

Le nostre iniziative concrete sono ad esempio le proposte di firmare un appello. Le 40mila firme solo in Italia e le circa 648mila nel mondo sono azioni concrete. Le firme poi vengono raccolte, consegnate alle Ambasciate che sono disponibili a riceverle e incontrarci e fanno pressione. Il nostro obiettivo è sollecitare i Paesi o gli organismi internazionali che hanno rapporti con i Paesi in questione (a cui sono indirizzate le firme, ndr) e, in generale, con Paesi in cui la situazione dei diritti umani, in questo caso la Russia, è critica affinché modifichino le leggi, le adottino quando mancano, proteggano le persone, svolga indagini serie.

Come si fa a sostenere e aiutare Amnesty?

Sul sito amnesty.it è scritto come si può diventare attivisti, partecipare come volontari alle attività dei gruppi sul territorio e anche soprattutto come donare. Nonostante possa sembrare che Amnesty sia una sorte di Nazioni unite dei diritti umani, nonostante tutte le accuse secondo le quali siamo mantenuti o finanziati da chissà quale magnate internazionale, noi in realtà siamo assolutamente auto finanziati. Amnesty è tanto più efficace quanto più ci sono persone che donano, che devolvono ad esempio il 5x1000: gesto semplice e di tremenda efficacia che non è un onere aggiuntivo per il contribuente ma è la decisione di devolvere a una organizzazione non governativa quanto, in caso contrario, andrebbe nelle mani dello Stato. Si può lasciare un bene o fare una donazione alla fine della loro vita. Mettere una firma sul sito è un atto semplice e incoraggiamo a farlo. Ogni anno quel denaro - salvo quello che dobbiamo al movimento internazionale con un meccanismo di tassazione interna - lo reinvestiamo in campagne.

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Un cambio di passo certamente giurisprudenziale e forse anche culturale. La sentenza della Corte di Cassazione, n. 11504 del 10 maggio 2017, rappresenta una svolta per la situazione postmatrimoniale circa le modalità di riconoscimento o meno dell'assegno divorzile alla parte che ne faccia richiesta e il relativo ammontare. La pronuncia della Corte, infatti, ha introdotto una grandissima novità, stabilendo che qualora riconosciuto, l'assegno divorzile non dovrà più garantire il tenore di vita che si aveva durante il matrimonio ma semplicemente assicurare una sussistenza autonoma dignitosa.

Apriti cielo. Alla sentenza sono seguite levate di scudi contro chi ne ha visto un attacco alle donne perché non riconosce loro una sorta di risarcimento, soprattutto nel caso di mogli che per dedicarsi alla famiglia hanno rinunciato a lavoro e carriera. A favore della Cassazione chi invece sostiene che finalmente viene spezzato, quanto meno in via teorica, un retaggio culturale che vuole la donna parassitaria rispetto al legame matrimoniale e quindi può fare da pungolo affinché si prenda ancor più coscienza dell'importanza del lavoro. Ma nel caso di unioni civili, cosa succederà? Varrà la stessa regola?

L'avvocato Mario Melillo, civilista matrimoniale e socio senior dello studio legale Lana – Lagostena Bassi di Roma, fa il punto della situazione spiegando la sentenza e i casi in cui si applica.

Avvocato Melillo, può spiegare quali sono le novità della sentenza della Cassazione in merito all'assegno divorzile?

La novità della sentenza della Cassazione, di alcuni giorni fa, sta nel fatto che stabilisce che il giudice, per concedere il diritto all'assegno divorzile al coniuge che ne fa richiesta, deve accertare semplicemente che questo non abbia né possa procacciarsi, per motivi oggettivi cioè senza sua colpa, i mezzi per l'autosufficienza economica. Questo vuol dire che l'adeguatezza dei mezzi di sussistenza non si può più basare sul tenore di vita matrimoniale, ma sulla possibilità di mantenersi autonomamente in modo sufficiente.

Prima di questa sentenza invece, nel 1990, la Cassazione a Sezioni unite stabiliva che per valutare se un coniuge avesse diritto all'assegno divorzile bisognava accertare non solo che non avesse beni o mezzi propri di sussistenza e che non se li potesse procurare per ragioni obiettive, ma soprattutto che, anche essendoci questi mezzi, non avrebbero consentito lo stesso tenore di vita del matrimonio. Questo perché - si diceva - che dal matrimonio nasceva fra i coniugi un dovere di assistenza e di solidarietà che permaneva pressoché intatto anche dopo il divorzio. Pertanto il coniuge più debole aveva diritto di ricevere dall'altro un sostentamento che gli facesse godere il tenore di vita precedente. La nuova sentenza pone fine a tutto questo: il dovere di sussistenza e assistenziale si deve limitare a garantire l'autosufficienza economica e non il tenore di vita del matrimonio.

Un'altra conseguenza di questa sentenza è l'auto responsabilità del matrimonio che non può essere una sistemazione economica per il futuro, ma un atto responsabile con cui due persone decidono di costituire una comunità di affetti e materiale. Se viene meno la comunanza d'affetto, viene meno il matrimonio e con esso tutti gli strascichi di natura economica.

Ovviamente quando si deve valutare se una persona ha diritto a ricevere l'assegno bisogna anche  considerare la realtà concreta: ad esempio vivere a Roma costa di più che vivere in una provincia del sud. Ci si deve basare su dati concreti: il luogo in cui si vive, il costo della vita usuale e anche la disponibilità di un'abitazione. Ad esempio l'assegno sarà maggiore se il coniuge che lo richiede non ha un'abitazione di proprietà.

Nella sua esperienza chi riceve, nella maggior parte dei casi, l’assegno divorzile?

Nel 90 - 99% dei casi è la donna che chiede l'assegno divorzile. Vuoi per ragioni culturali, per esigenze contingenti è ancora la moglie il soggetto debole che deve usufruire di questa forma assistenziale.

Secondo lei è una sentenza maschilista che penalizza le donne?

No, non ritengo che sia una sentenza maschilista. È una sentenza che risponde a una esigenza sociale sentita di non creare nel matrimonio posizioni di vantaggio che si incancreniscono nel tempo. Il matrimonio non deve mai costituire (come appunto si espresse la Cassazione nel 1990) una forma di “rendita parassitaria”. Ovviamente rimane il dovere di solidarietà garantito dall'articolo 2 della Costituzione in tutte le formazioni sociali (e dunque nella stessa famiglia) e che impone, una volta verificata la sussistenza del diritto all'assegno, di quantificarlo a favore dell'altro coniuge in base alla disponibilità economica di chi lo deve dare. In ogni caso, già nel 2015 la Cassazione aveva affermato che la donna giovane e comunque abile a spendersi nel mondo del lavoro non avesse, di regola, diritto all’assegno di divorzio.

Nella recente sentenza, poi, la Cassazione cita anche l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e dunque, attraverso tale norma, la tutela del diritto di formare una famiglia. Ci potrebbero essere infatti casi in cui il coniuge che versa l'assegno non possa formare una nuova famiglia perché è rimasto obbligato nei confronti dell'ex nonostante magari quest'ultima abbia una relazione stabile, guardandosi bene dal far trapelare una convivenza, con un altro compagno, o comunque disponga di altri mezzi di sussistenza indiretti e non dichiarati. Da queste considerazioni, ovviamente, rimane fuori l'assegno per i figli, retto dal principio secondo cui la genitorialitá impone in ogni caso il mantenimento dei figli sino al raggiungimento della loro indipendenza economica.

Questa sentenza stabilisce che l’assegno deve tener conto delle nuove condizioni economiche, di single, di chi lo deve corrispondere. Non si rischia di avere “nuovi ex mariti improvvisamente poveri”?

In questo caso si passa alla seconda fase, consequenziale a quella in cui si stabilisce se si deve dare o meno l'assegno, cioè quella in cui si determina l'entità dell'assegno.

In questa fase, scatta l'esame dei redditi dell'obbligato. Se chi deve dare i soldi dichiara redditi inferiori al suo effettivo tenore di vita, il giudice potrà disporre le opportune indagini tributarie per valutarne la reale consistenza reddituale e patrimoniale. Per questo motivo non ritengo che questa sentenza possa determinare un tale pericolo.

In un periodo di crisi economica come questo, essere giovani e abili non sempre è sufficiente per rientrare nel mondo del lavoro. Inoltre spesso le donne dopo il matrimonio si occupano di casa e famiglia su richiesta del marito

Questo aspetto a mio avviso la sentenza non lo esclude o comunque non lo lascia senza tutela. Se una donna da giovane con studi adeguati si è dedicata alla famiglia e ai figli, perdendo la possibilità di fare carriera, si entra nella considerazione che abbia maggiori difficoltà, oggettive, di reinserirsi nel mondo del lavoro. In questo caso, secondo la Cassazione, ha diritto a conseguire un assegno che le consentirà di vivere dignitosamente, ma non di godere dello stesso tenore di vita del matrimonio.

Alla luce di questa sentenza sarebbe consigliabile, così come hanno autorevolmente detto miei colleghi e colleghe, che quantomeno il coniuge apparentemente più debole, non dico pretenda, ma faccia leva affinché al momento del matrimonio sia scelto il regime della comunione dei beni. Questo consentirebbe, nel caso di non poter tornare a lavorare, per lo meno di “patrimonializzare” la comunione, penso ad esempio alla divisione di un appartamento o al denaro in un conto cointestato.

Questa sentenza della Cassazione non è una legge. Avrà un seguito nei tribunali, cioè farà davvero giurisprudenza?

Assolutamente sì che la farà. Anzi aggiungo che i tribunali dovranno osservare questa sentenza, si potranno discostare da quello che ha stabilito solo con motivazioni fondate plausibili. Diversamente devono applicarla. La Cassazione infatti ha la funzione di assicurare l'uniformità di interpretazione. Quello che deve cambiare è il modo di accertare la sussistenza del diritto all'assegno; la determinazione quantitativa, dal canto suo, deve avere comunque come riferimento i redditi del coniuge che dovrà corrispondere l’assegno.

Già nell'ottobre del 2015 la Cassazione aveva detto che la donna giovane abile al lavoro, era questo il caso su cui doveva decidere, non poteva aver diritto all'assegno divorzile. Si andava ampliando la componente responsabilistica del matrimonio come atto di autoresponsabilità che non può costituire rendite parassitarie.

Fin qui si è parlato di matrimoni, ma cosa succede nel caso delle unioni civili?

Sicuramente sarà una sentenza applicata anche alle unioni civili, poiché in caso di scioglimento la legge, disponendo che si applichino gli stessi criteri previsti per il divorzio, prevede che la persona più debole abbia diritto di ricevere un contributo dalla persona economicamente più forte. Naturalmente nella sentenza la Corte di Cassazione non parla di unioni civili perché esaminava il caso di un matrimonio. Tuttavia in caso di scioglimento, per il contributo economico si ragionerà verosimilmente negli stessi termini, perché altrimenti si creerebbe una ingiusta disparità di trattamento che consisterebbe nel poter ottenere, da parte del soggetto unito civilmente, quello che non viene più riconosciuto al coniuge nel matrimonio. Insomma, il giudice che non applicasse questa sentenza della Cassazione anche allo scioglimento di una unione civile, finirebbe per regolare casi uguali, o meglio simili, in maniera diversa.

Perché secondo lei questa sentenza ha suscitato polemiche?

La sentenza può essere letta sotto diversi angoli di visuale. In una società ancora permeata da un retaggio abbastanza arcaico, in cui la donna deve essere tutelata rispetto alla superiorità economica dell'uomo, si dice che non è giusto che dopo aver sacrificato la vita per una famiglia lei non debba ricevere un assegno che la ripaghi,  quasi come un risarcimento, dell'impegno profuso per la famiglia.

In questo modo però si potrebbero creare situazioni in cui, come detto prima, una donna si rifà una vita ma non si risposa, o non convive stabilmente, per non perdere il contributo sostanzioso dell'ex marito.

Quali conseguenze pratiche avrà sul suo lavoro?

A seconda di chi si difende, marito o moglie, ci saranno i pro e i contro. Verosimilmente spariranno le prese di posizione strumentali, per ottenere vantaggi da un matrimonio finito da tempo e in cui la componente affettiva è già tramontata.

Questa sentenza pone delle criticità?

Lascerà l'incertezza sulla seconda componente, perché non ci dice come verrà calcolato l'assegno, come si accerta l'esistenza dei presupposti, quali sono gli indici per poter accertare se un determinato importo è idoneo a mantenere una dignitosa autosufficienza economica di chi chiede l'assegno. Ad esempio, una sentenza del Tribunale di Milano, di pochi giorni fa, ha deciso che chi dispone da sé un reddito che arriva a mille euro, non ha diritto di richiedere l’assegno divorzile.        

Credo, in ogni caso, che la giurisprudenza dovrà applicare questo principio in modo molto responsabile e prudente caso per caso.      

La Cassazione ragiona per princìpi e i princìpi di diritto devono essere poi applicati al caso concreto dai giudici di merito. E qui è un'altra cosa. Prima che si consolidi devono esserci altre sentenze quantomeno conformi.

Questa sentenza può essere applicata retroattivamente ad assegni di divorzio già stabiliti?

Si è detto molto in questi giorni sulla retroattività di questa sentenza. Questa sentenza e i suoi principi dovranno essere tenuti in considerazione nei casi di divorzi ancora aperti, in cui si deve ancora stabilire se si deve dare o meno un assegno e poi l'eventuale importo.

Nei casi in cui il diritto all’assegno è stato accertato con sentenza passata in giudicato, non credo si possa riaprire la questione. Lo vieta la stessa legge sul divorzio che prescrive che le sentenze che abbiano regolamentato l'assetto economico tra le parti possono essere oggetto di revisione ma solo per giustificati motivi: si pensi ai casi in cui il coniuge che deve corrispondere l’assegno perda il lavoro, o quando chi riceve l'assegno ha un incremento dei redditi per aver ricevuto una eredità o perché ha trovato un lavoro più remunerativo.

Al di fuori di questi casi, a mio avviso, quando vi è stata sentenza definitiva, l'importo dell'assegno non può essere rivisto solo perché è cambiata l'interpretazione giurisprudenziale dei presupposti per attribuire l'assegno stesso.  

                    

                                            

                                                                                                                             

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