Il 2019 è un anno significativo per la collettività arcobaleno mondiale.

Il 28 giugno ricorrerà, infatti, il 50° anniversario dei Moti di Stonewall, da cui ebbe inizio la collettiva riscossa delle persone Lgbti. Motivo per cui Madonna, nell’esibirsi il 1° gennaio, presso lo Stonewall Inn Bar di New York (dove scoppiò la rivolta, raccontata per la prima volta, da The Village Voice), ha parlato di «storico anno».

E storiche saranno le celebrazioni anniversarie che si terranno nella Città della Grande Mela, perché in esse la memoria si farà profezia, annuncio, monito a riguardare il passato come inizio e stimolo per un rinnovato movimento di liberazione dalle forme contemporanee d’oppressione.

Un passato cui riandare costantemente perché, come ricordato da Sylvia Rivera nel corso del Pride di New York del ’94 con tanto di cartello Justice for Marsha (in riferimento a Marsha P. Johnson, protagonista dei Moti di Stonewall, deceduta 26 anni fa in circostanze sospette), “Noi siamo la vostra storia”. 

Un appuntamento, dunque, di primaria importanza quello del World Pride del 30 giugno, cui parteciperà anche una delegazione italiana che, promossa dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, si comporrà di oltre 50 associazioni Lgbti: Agedo, Alfi, Arc Cagliari, Arcigay Antinoo – Napoli, Arcigay Catania, Arcigay Makwan Messina, Arcigay Palermo, Arcigay Pisa, Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia, Arcigay Rovigo, Arcigay Siracusa, Arcigay Tralaltro Padova, Arco - Associazione Ricreativa Circolo Omosessuali, Associazione Frame, Associazione Libellula, Associazione TGenus, Azione Gay e Lesbica Firenze, Beyond Differences, Cassero Lgbti Center, Certi Diritti, Chimera Arcobaleno - Arcigay Arezzo, Circolo Red Bologna, Colt - Coordinamento Lazio Trans, Comitato Bologna Pride, Coordinamento Liguria Rainbow, Coordinamento Palermo Pride, Coordinamento Torino Pride, Cromatica - Associazione Nazionale Cori Arcobaleno, Di’Gay Project, Edge. Excellence and Diversity by Glbt Executives, Famiglie Arcobaleno, Gaycs, Gaynet, Globe-Mae, Gruppo Trans* Bologna, I-Ken, I Mondi Diversi, Ireos, I Sentinelli di Milano, La Fenice Gay, L.E.D. Libertà e Diritti Arcigay Livorno, Lesbiche Bologna, Mit - Movimento Identità Trans, Mos - Movimento Omosessuale Sardo, NovarArcobaleno, Nudi - Associazione Nazionale di Psicologi per il benessere Lgbtiq, Omphalos Lgbti Perugia, Pinkriot, Pochos Napoli Asd, Polis Aperta, Politropia, Pride Vesuvio Rainbow, Rete Genitori Rainbow, Rete Lenford, Roma Eurogames 2019, Stonewall Siracusa, Toscana Pride, Vicenza Pride.

Un appuntamento significativo, dunque, per celebrare un pezzo della loro storia comune proprio «nella città – come recita il comunicato congiunto oggi diffuso - dove tutto ha avuto inizio: New York». Ma senza dimenticare che «il 2019 sarà una data importante anche per noi in Italia. Nel 1979, infatti, si tenne a Pisa il primo Corteo del Movimento Omosessuale Italiano e quest’anno ne ricorre il 40esimo anniversario.

Nel 1994, poi, a 25 anni dalla rivolta che ha cambiato la nostra storia, a Roma si è tenuto il primo Pride unitario. Migliaia di persone si sono riversate per le strade della Capitale dando inizio a una manifestazione che, nel corso degli anni, si è affermata come il più grande evento di piazza LGBT+ italiano e uno dei maggiori tra del Paese.

Nel corso di questi 25 anni Roma ha ospitato il primo World Pride della storia, nel 2000. Ideato, organizzato e fortemente voluto contro tutto e tutti dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli che ha candidato la Capitale per ospitare di nuovo, dopo 25 anni, il World Pride del 2025».

Un’iniziativa, questa, a riprova del dinamismo del Mieli soprattutto negli ultimi anni, segnati, in particolare, dal fondamentale contributo alla stesura del testo del primo progetto di legge regionale in Lazio contro l’omotransfobia che, avente come prima firmataria la consigliera Marta Bonafoni e presentata nel giuno 2017 (ma ripresentata nell'aprile 2018), è adesso al vaglio della Commissione preposta.

Nei prossimi giorni, infine, sarà resa nota anche la composizione della delegazione organizzata da Arcigay Nazionale.

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Quanto sono visibili le persone anziane Lgbt? Sono preoccupate di invecchiare? Uomini e donne nello stesso modo? Sono più soddisfatti della propria vita sessuale i giovani, gli adulti oppure gli anziani? E per quanto riguarda l’amore? 

Sono questi alcuni dei temi approfonditi dalla ricerca Silver Rainbow. Azioni multilivello per l’invecchiamento positivo della popolazione anziana Lgbt, il contrasto alle solitudini involontarie, il dialogo intergenerazionale e la promozione dell’accoglienza e della visibilità in contesti non Lgbt, progetto realizzato da Arcigay in collaborazione con Arci Pesca Fisa e con il sostegno del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

La ricerca si fonda, invero, sull’elaborazione di un sondaggio anonimo, rivolto a tutta la popolazione maggiorenne, sia Lgbt sia eterosessuale, in Italia e all'estero, attraverso cui far emergere la percezione, le risorse e i bisogni della collettività Lgbt anziana ed elaborare, sulla base di quanto raccolto, risposte efficaci.

La terza e quarta età Lgbt è questione molto complessa e davvero nuova. Le persone anziane Lgbt spesso vivono una doppia invisibilità, come persone Lgbt e come persone anziane, spesso estranee alla stessa collettività Lgbt abituata a una comunicazione giovanilista e a un linguaggio che è già quello di una generazione sostanzialmente risolta.

«Mancano modelli di riferimento sull’invecchiare bene per le persone Lgbt, - sottolinea Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay - per quanto esistano esperienze che affrontano per esempio il tema dell’abitare della terza e quarta età Lgbt guardando al co-housing intergenerazionale o a modelli similari. E, del resto, l’anziano Lgbt già oggi mostra di avere risorse e capacità di resilienza, che però conosciamo poco e che andrebbero approfondite in un’ottica di empowerment. L’idea del progetto è di affrontare questa invisibilità e contrastare le solitudini involontarie a più livelli»

Relativamente a queste problematiche il sociologo Raffaele Lelleri, responsabile scientifico del progetto, nel sottolineare come lo studio miri a essere sia metodologicamente e scientificamente corretto, sia significativo per la collettività Lgbt, ha dichiarato: «Sono quattro, secondo me, le principali caratteristiche distintive di questo sondaggio: la prima che non tratta soltanto di vecchiaia, ma anche, e più in generale, di invecchiamento

"Gli anni passano", per tutti. È quindi rivolta a tutte le generazioni, perché ragiona sia di presente, sia di passato, sia di futuro.  Poi, che non raccoglie soltanto i problemi, che possono essere associati all'invecchiamento, ma anche le risorse e le sfide poste dall'avanzare dell'età.

Si differenzia quindi dalla maggior parte delle ricerche realizzate, in Italia e all'estero, su questi temi. Non diamo per scontato che tutti gli anziani Lgbt soffrano sempre di una doppia discriminazione; al contrario, vogliamo capire meglio questa problematica, per capire quanto è diffusa e quanto è uniforme e difforme tra le diverse sotto-popolazioni (uomini e donne innanzittuto, ma anche Nord e Sud dell'Italia, status relazionale etc.). Inoltre, se riusciremo ad avere un campione sufficientemente grande, l'analisi dei dati sarà comparativo - in due direzioni: Lgbt di diversa età e Lgbt e etero della stessa età. 

Questo perchè troppo spesso noi arriviamo a dei risultati, ma non sappiamo mai se essi sono una 'nostra specificità' o meno.  La solitudine involontaria, ad esempio, è un problema condiviso alla stessa maniera dagli anziani Lgbt e dagli anziani etero? E, inoltre, è verò che le persone di terza e quarta età Lgbt sono meno soddisfatte della propria vita dei più giovani? In linea con il progetto, infine, abbiamo dedicato alcune domande alla questione del cohousing, di cui si parla molto di recente.

Ci interessa sapere se cosa ne pensano le persone Lgbt, se al loro interno vi sono differenze, e se la pensano diversamente dalle persone eterosessuali. È la prima volta che, in Italia, raccogliamo informazioni su questo fronte».

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«Un atto di violenza gratuita frutto del clima di odio che pervade il nostro paese. Al di là della matrice che non spetta a noi decidere, è evidente che qualcuno si sente autorizzato a vandalizzare uno spazio importante per la comunità Lgbti+ salernitana. Dobbiamo rispondere con coraggio e determinazione a questi gesti. La migliore risposta sono i colori dei nostri affetti. A breve annunceremo la data del Salerno Pride 2019».

Così Francesco Napoli, presidente d’Arcigay Salerno Marcella Di Folco, ha commentato la devastazione della sede del comitato, in via Pandolfina Fasanella, da parte di ignoti il 18 gennaio. 

La porta di ferro tagliata, distrutta quella in vetri, messi a soqquadro i locali di proprietà comunale ma da tempo dati in gestione ad Arcigay Salerno per attività di contrasto alle discriminazioni. E proprio dal sindaco Vincenzo Napoli e dalla Giunta comunale è stata espressa piena «solidarietà ad attivisti e militanti Lgbt per il grave atto vandalico». Ma anche «ferma condanna per il gesto con l’auspicio di indagini immediate che portino all'individuazione dei responsabili. Salerno è città democratica e rispettosa dei diritti civili».

Ieri mattina Francesco Napoli ha provveduto a sporgere denuncia in Questura. «Speriamo  - ha dichiarato in un comunicato ufficiale - si possa risalire agli autori del gesto. Resta l'amarezza di una triste scoperta e la consapevolezza di dover ancora lottare e resistere per i diritti e le tutele di tutte e tutti».

Laura Boldrini in visita alla sede d'Arcigay

Nel pomeriggio d'ieri la sede del comitato, rimessa in ordine da soci e socie, è stata visitata dalla deputata LeU Laura Boldrini, che ha dichiarato: «Ogni giorno le conquiste in tema di diritti vengono rimesse in discussione. Si devono mettere in campo tutti gli anticorpi. C'è un clima pesante nel Paese, di oscurantismo, di intolleranza e questo clima, purtroppo, può arrivare anche a manifestarsi con questi atti antidemocratici».

L’ex presidente della Camera ha quindi mosso un fermo j’accuse a esponenti del governo e della classe politica di maggioranza, affermando: «Il ministro della Famiglia, al singolare, dice che non esistono altre famiglie se non quella tra uomo e donna. Dunque, nega anche le unioni civili, legge che noi abbiamo approvato nella scorsa legislatura.

Verso le donne c'è ugualmente questo atteggiamento di rimettere in discussione le conquiste delle donne: il disegno di legge Pillon è un disegno di legge oscurantista, che impone la mediazione anche quando c'è la violenza domestica contro la donna, e questo è vietato dalla convenzione di Istanbul che abbiamo ratificato nella scorsa legislatura. Si rimette in discussione il diritto della donna di interrompere la gravidanza.

Quando c'è un vento di restaurazione e le lancette dell'orologio vengono rimandate indietro, tutto questo avviene sempre sulla pelle delle donne e sulle conquiste civili.

Io sono molto preoccupata e penso che sia giusto fare delle battaglie di rivendicazione di questi diritti perché sicuramente non vogliamo ritornare ai tempi in cui le ragazze dovevano morire per un aborto clandestino o ai tempi in cui la violenza domestica era considerata normale o le persone omosessuali venivano messe al bando. Tutti gli italiani e le italiane democratici devono adoperarsi affinché questo non avvenga mai più nel nostro Paese».

La condanna del sottosegretario Vincenzo Spadafora

Sull'atto vandalico è intervenuto, in serata, anche Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, che sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Apprendo del gesto vandalico compiuto ai danni della sede di Arcigay Salerno ed esprimo la mia vicinanza al Presidente e a tutti i componenti della associazione. Condanno con forza l'azione compiuta ed auspico che le forze dell'ordine riescano ad individuare rapidamente i responsabili.

Le associazioni sono la linfa vitale del movimento Lgbt, un movimento le cui attività non vengono arrestate da gesti come quello di oggi, come testimoniato dalla ripresa di questo stesso pomeriggio, con gli associati che si sono riuniti per far fronte ai danni. L'augurio che rivolgo alla Arcigay Salerno è di riprendere rapidamente tutte le proprie attività».

Il duro j'accuse di Futura Lgbtqi

Ma contro il sottosegretario Spadafora ha mosso un duro attacco Futura Lgbtqi, «che giusto ieri aveva definito la legge contro l’omotransfobia a malapena "auspicabile anche se non è nel contratto”. Le sue parole pavide come quelle di Don Abbondio rendono ancora più chiaro il perché delle importantissime defezioni dal tavolo proposto alle associazioni Lgbtqi, che hanno capito ben presto che non si trattava altro che di un’operazione di facciata.

Non siamo mai stat* e mai saremo quell* di cui vantare l’amicizia per scansare le accuse di omotransfobia. Non siamo vostr* amic* e mai lo saremo.

Esprimiamo la nostra solidarietà al Sindaco e al Circolo Arcigay di Salerno, mettendoci a disposizione per le iniziative che saranno intraprese a contrasto della violenza omo transfobica che ormai è a un passo dal punto di non ritorno ennesimo.

Siamo stanch* di piangere mort* e ferit*, ma non ci piegheremo. Nel 50esimo anniversario dei moti di Stonewall saremo ovunque a gridare la nostra libertà e il nostro orgoglio».

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«Daniele Del Pozzo è uno dei protagonisti della storia del Cassero ma anche uno degli operatori più brillanti del sistema culturale bolognese. Siamo orgogliose e orgogliosi del premio Ubu che ieri ha ricevuto: lo festeggiamo come se fosse il nostro, di ciascuno e ciascuna di noi. Da molti anni Daniele ha iniziato con il Cassero e dentro al Cassero un percorso che solo nell’ultima fase, da diciassette anni a questa parte, si è chiamato Gender Bender Festival.

Già prima, e ancora di più durante gli anni del festival, Daniele si è fatto promotore di progetti piccoli, grandi e talvolta grandissimi, con lena quotidiana,  intelligenza vivace, tanta professionalità ma soprattutto una straordinaria capacità di costruire relazioni, con grande cura, all’interno di un circolo, nella città, in tutto il Paese, fino in Europa. Siamo molto grate e grati a Daniele per tutto questo e per l’orgoglio con cui in tutti questi anni ha portato in alto, con sé, la nostra bandiera arcobaleno. Perché è proprio l’arcobaleno il tratto più caratteristico di questa vittoria, che premia un progetto e un curatore cresciuti all’interno del più antico circolo della comunità lgbti in Italia, il primo spazio pubblico affidato da un’amministrazione comunale a un collettivo di gay, lesbiche bisessuali e trans. Di questa storia, e della libertà che esprime, la vittoria di Daniele mostra la traccia. E rende merito perciò anche a tutte le persone che hanno fatto la storia del Cassero e a chi l’ha sostenuta, in particolare nelle istituzioni, anche quando si navigava in acque complicate.

Gender Bender è un progetto sostenuto sin dalla sua prima edizione dal Comune di Bologna e subito dopo dalla Regione Emilia-Romagna che assieme all’ampia rete di partner pubblici e privati che nelle edizioni si è andata costruendo, hanno fatto crescere il festival, nella direzione in cui lo sguardo di Daniele lo ha accompagnato, lasciando che gemmasse nuove idee, come Teatro Arcobaleno e il progetto europeo Performing Gender, e che facesse sempre nuovi incontri. In questo senso la vittoria di Daniele si riflette su tutta la città e ne premia il sistema culturale, il suo pionierismo e la sua libertà».

Con questo lungo e sentito comunicato, il consiglio direttivo del Cassero, storico centro Lgbti italiano, ha commentato sul sito dell’associazione il prestigiosissimo Premio Ubu 2019 conferito ex aequo, il 7 gennaio, come miglior curatore/curatriceFrancesca Corona, co-curatrice e direttrice generale del festival romano Short Theatre, e a Daniele Del Pozzo per il Gender Bender Festival, che, giunto alla sua 16° edizione, è stato recentemente definito da Flavio Romani, ex presidente di Arcigay, in un suo recentissimo post ha «magnifico tripudio di cultura».

A pochi giorni dal conferimento del riconoscimento abbiamo raggiunto Daniele Del Pozzo, per raccoglierne emozioni e riflessioni.

Che emozioni ha suscitato in te il fatto di aver ricevuto un premio prestigiosissimo come l’Ubu per il tuo lavoro di curatore dello storico Gender Bender Festival del Cassero? Te lo aspettavi?

Sinceramente non me lo aspettavo e riceverlo mi ha reso felice il doppio. Sono felice perché dimostra che si può essere professionisti e attivisti allo stesso tempo. Il Premio Ubu ha dato infatti un riconoscimento importante al mio lavoro come curatore artistico - una categoria introdotta dal Premio Ubu per la prima volta quest'anno - svolto con professionalità, tenacia e lungimiranza in questi anni, pur tra mille difficoltà. Allo stesso tempo ne riconosce in pieno l'impegno per portare i temi delle differenze di genere e di orientamento sessuale all'interno del dibattito e della produzione culturale più istituzionale. Questo doppio riconoscimento ripaga in maniera generosa della fatica e restituisce un senso profondo alle intuizioni ardite avute anni fa e alle scelte, a volte difficili, che vengono prese quotidianamente. Il premio mi fa molto felice anche per un'altra ragione, riconosce a pieno titolo il contributo prezioso dato da un'associazione come Il Cassero Lgbti Center alla cultura e alla società. Credo che fino a poco tempo fa fosse addirittura impensabile che un centro Lgbti ricevesse un tale riconoscimento. In questo senso sono orgoglioso di aver contribuito ad abbattere - con il mio lavoro - un pò di quel muro di luoghi comuni e stereotipi che ancora oggi ci vuole confinati in una dimensione marginale e non dialogante.

Qual è, a tuo parere, il vero punto di forza del Gender Bender Festival? Facendo un bilancio delle edizioni che hai curato, quale scelta trovi esser stata davvero vincente e di quale, invece, sei decisamente pentito?

Gender Bender continua a essere un progetto indipendente, prodotto dal Cassero , associazione senza scopo di lucro che reinveste parte delle sue risorse in progetti no profit. Questa caratteristica permette una grande libertà di manovra sulle decisioni artistiche, che prevedono sempre e comunque dei confronti orizzontali con la squadra composta da chi lavora al festival. Questo punto di forza si sposa poi con il bisogno di interrogarsi continuamente sui bisogni che muovono un'azione di intervento culturale, così come sulla necessità di realizzare un festival, tenendo conto di come mutano continuamente le condizioni sociali e culturali in cui operiamo. Un esempio tra tutti: Gender Bender si è necessariamente evoluto tenendo conto di come è cambiato il bisogno di socializzazione e di cultura della comunità Lgbti prima e dopo l'apparizione dei social network o di come si sono evolute le forme di relazione affettiva con l'introduzione del riconoscimento delle unioni civili. Questa continua capacità di rinnovamento, insieme ad uno sguardo curioso a ciò che accade nel mondo, permettono ancora oggi a Gender Bender di essere un progetto culturale vivo, in cui ogni edizione aggiunge sempre qualcosa in più e di necessario, e del cui senso non mi sono mai pentito.

Infine, la gioia di lavorare a un progetto necessario e fortemente condiviso è certamente un altro elemento vitale che dà forza e significato al nostro progetto.

La cultura - e la cultura Lgbti - possono davvero cambiare la direzione, a dir poco preoccupante, della politica contemporanea? Che ruolo avrà la cultura nell’Italia del 2020?

Nella mia visione credo che la cultura sia soprattutto la capacità tutta umana di tenere aperto un dialogo intellettuale e uno scambio emotivo anche con chi ci può apparentemente apparire come lontano o differente da noi. Credo che solo con questo esercizio di disponibilità - che può addirittura essere un invito a mettersi nelle scarpe degli altri e delle altre - sia possibile riconoscere le qualità di quell'essere sociale complesso e contraddittorio che sono l'uomo e la donna. E' una visione che presuppone la possibilità di trasformare attivamente la realtà intorno a noi, affinché migliorino le condizioni di vita di tutti e tutte noi. Sta alla base del mio lavoro come persona e come operatore culturale ed è qualcosa in cui ripongo la mia fiducia e le mie speranze.

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Tante, più del previsto, le persone giunte a Palazzo D’Accursio, prima delle 16:00 d’ieri, per il conferimento del Nettuno d’Oro a Franco Grillini. Così tante da spingere il sindaco di Bologna Virginio Merola a spostare la sede della premiazione dalla Sala Rossa all’attigua ma più ampia Aula Consiliare.

Sugli eleganti sedili in pelle, solitamente occupati dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione, hanno preso posto familiari, amici, componenti di associazioni Lgbti. Ma la maggior parte ha riempito in piedi l’ampio corridoio tra gli scranni consiliari in quella che una volta era chiamata la Galleria dei Senatori.

Un tributo di affetto e riconoscenza a uno dei padri del movimento Lgbti italiano ma anche a un bolognese innamorato a tal punto della città da sentirsi «spalmato come la calce sui mattoni rossi delle sue abitazioni».

Tra le numerose persone convenute l’avvocato Federico De Luca in rappresentanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, la senatrice dem Monica Cirinnà, gli ex senatori Sergio Lo Giudice e Gianpaolo Silvestri, la presidente della Commissione regionale per la Parità e per i Diritti Roberta Mori, lo scrittore Stefano Benni, il presidente uscente d’Arcigay Flavio Romani, il segretario nazionale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, il presidente del Cassero Vincenzo Branà, il presidente di Arco Roberto Dartenuc col suo vice Massimo Florio.

Ma anche rappresentanti della Lega come la consigliera comunale Mirka Cocconcelli per il conferimento d’un premio, su cui nessun partito d’opposizione ha sollevato riserva di sorta. Riprova, invero, del corale riconoscimento dei meriti dell’ex parlamentare non solo nell’illustare la città di Bologna ma anche nel contribuire al raggiungimento di quei diritti civili, che ha portato lo stesso Grillini, nel corso del suo discorso, a dire: «Dopo 40 anni di lotte, possiamo dirlo: sotto il profilo culturale abbiamo vinto noi, perché la maggioranza degli italiani non tornerebbe mai indietro sotto il tema dei diritti».

Una vittoria, a testimoniare la quale c’erano ieri anche militanti storici del movimento quali Beppe Ramina, Vanni Piccolo, Felix Cossolo nonché Samuel Pinto, l’esule cileno che fondò il primo circolo omosessuale nel capoluogo emiliano ancor prima dell’assegnazione del Cassero alla collettività Lgbti. 

Evento di tale portata per la storia non solo di Bologna ma anche del Paese da essere espressamente menzionato nel testo della motivazione ufficiale del premio. 

«Franco Grillini – così l’assessora alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria nel darne lettura – ha partecipato alla storica consegna del Cassero di Porta Saragozza il 28 giugno 1982. Per la prima volta un Comune italiano dava in affitto a un'associazione Lgbtqi uno stabile di sua proprietà. 

La decisione del sindaco Renato Zangheri che esattamente due anni prima, il 28 giugno 1980, aveva incontrato i militanti del Circolo XXVIII Giugno promettendo loro una sede e delle bacheche, fissa un punto fermo nel dialogo a Bologna tra movimento Lgbtqi e istituzioni che ancora oggi prosegue in un reciproco riconoscimento e collaborazione che ha fatto sì che oggi Bologna sia ricca di espressioni ricche e diverse di questo movimento».

Ma l’assessora Zaccaria ha anche ricordato il ruolo del fondatore di Arcigay nazionale quale «giornalista. Nel 1998 ha fondato il primo quotidiano gay on line in Italia: la testata si chiamava Noi (Notizie Omosessuali Italiane) ed eredita Con/Tatto, organo dell'Arcigay, registrata al Tribunale di Bologna nel 1989. Attualmente la testata si chiama Gaynews.it e Grillini ne è il direttore». E poi ancora il suo attivismo in prima linea al diffondersi dell’Aids negli anni ’80 sì da essere tra i fondatori della Lila al pari di quello per le famiglie di fatto e per le unioni civili.

Insomma, «ha attraversato – così il testo della motivazione nella parte conclusiva - tutte le fasi del movimento Lgbtqi degli ultimi quarant’anni contribuendo, dentro e fuori le istituzioni, a modificare la discussione pubblica sull’omosessualità e a sviluppare una cultura dei diritti civili che ha portato l’Italia al livello dei più importanti paesi europei. Ha realizzato, con tanti e tante altri attivisti Lgbtqi quella che lui stesso ha definito una “rivoluzione gentile e una rivoluzione civile nonviolenta"».

Quella rivoluzione gentile, cui ha fatto riferimento anche un commosso Virginio Merola, legato a Grillini da ultraquarantennali vincoli amicali e battaglie politiche in comune. Franco, ha sottolineato il sindaco, «è un grande figlio della vera Bologna, quella europea. Che resterà tale, perché i confini e i muri ci stanno stretti». Ma del direttore di Gaynews Merola ha anche ricordato il forte impegno a tutela della laicità delle istituzioni, un valore oggigiorno quasi oscurato «in un Paese il cui Governo manda i migranti per strada e sindaci zelanti rendono obbligatori il presepe e il crocifisso». 

Nel dedicare il premio, con voce rotta più volte dalla commozione, alla collettività Lgbti, Franco Grillini ha voluto anche ricordare «la sua ultima lotta contro il tumore cronico: stare in vita per me significa spendere fino alle ultime energie per le battaglie a favore degli ultimi e dei discriminati.

Il giovanilismo della nostra società ha relegato in un angolo buio la malattia e la morte. Non vergognamoci degli anni che passano, perché passano per tutti, a prescindere da cosa dicono i congressi dei geriatri. Non ci si può vergognare ad andare in giro con un bastone come me, un deambulatore o una carrozzina».

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Oggi 5 dicembre 2018 il sindaco Virginio Merola consegnerà a Franco Grillini, il “compagno busone”, il massimo riconoscimento della città di Bologna, il Nettuno d’Oro. Premio che sarà accompagnato dalla bellissima affermazione: L’Italia senza di lui sarebbe un Paese peggiore.

Sarebbe certamente un Paese peggiore perché la libertà e la liberazione hanno necessità assoluta di interpreti, di soggetti che, non solo ne proclamino i valori, ma soprattutto li declinino con la propria vita, lavoro e testimonianza.

Grillini, infatti, sin dagli esordi della sua attività politica nel Psiup (Partito Socialista di Unità Proletaria), all’età di 15 anni, si è dimostrato non solo attore di tutte le innumerevoli battaglie, ovunque e comunque condotte, ma anche regista di innovazioni e idee sicuramente anticipatrici dei tempi.

L’Italia sarebbe stata sicuramente un Paese peggiore e sicuramente il movimento Lgbti non avrebbe avuto né voce né volto senza Franco Grillini.

Inutile raccontare qui la storia della sua attività ben nota a tutti, essendo Franco la storia del movimento. Ma un aspetto vorrei evidenziare, un aspetto determinante, per me, del suo modus operandi atque essendi: la sua capacità di immaginazione coniugata a una sconfinata fantasia.

Quando negli anni della contestazione, sulla scorta del pensiero di Herbert Marcuse, si strillava Immaginazione al potere, si pensava proprio al potere della fantasia, al potere delle idee, al potere del cambiamento.

Grillini ha riassunto in sé questo potere proponendo idee e strategie, che hanno anticipato di gran lunga i tempi e le battaglie che oggi hanno intrapreso percorsi di fattibilità.

Con Arcigay Franco intuì e realizzò l’idea di una grande associazione di massa laddove, dopo la contestazione di San Remo 1972, il FUORI, primo dei circoli omosessuali, e, poco dopo, altre realtà politiche di liberazione omosessuale costellavano la nascente galassia Lgbti.

Fantasia, intelligenza e immaginazione nel realizzare quel circuito di locali dove le persone Lgbti potevano incontrarsi, conoscersi, aggregarsi, praticare in sicurezza la propria libertà sessuale.

Nel periodo buio dell’Aids Franco Grillini immaginò e realizzò che occorreva una strategia organizzata di contrasto alla diffusione di quella che era definita “la peste del secolo e la malattia dei froci”. E nel 1987 fondò con altri la Lila - Lega Italiana di Lotta all’Aids.

Con la legge 76/2016 (più conosciuta come legge Cirinnà, abbiamo ottenuto le unioni civili, già immaginate, anche se molto diversamente e più complete, da Franco con la sua proposta parlamentare dei Pacs e la fondazione della Liff - Lega Italiana Famiglie di Fatto.

Franco ha anche intuito e immaginato la forza dello strumento della comunicazione abilmente interpretato con le sue innumerevoli apparizioni televisive dove ha dato voce e volto alle nostre istanze ed a quelle di tutto il movimento, nonché realizzato strumenti informativi quali GayNet e GayNews.

Ma la storia di Franco è anche la storia della visibilità, di un coming-out perenne e militante: un coming-out che, anche recentemente, ha espresso la grandezza di questo personaggio, di questo gigante della storia italiana, attraverso la manifestazione della sua malattia, pubblicamente denunciata ed esorcizzata. Addirittura oggetto della sua straordinaria ironia e bonomia, fisiologica di quella natura emiliana, indomita e gioiosa,  che lo ha reso amato e riconosciuto ovunque e che si riassume in una delle sue opere Ecce Homo, nel cui titolo risiede tutta l’epifania dell’uomo, del compagno busone, partigiano della libertà e della liberazione.

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Si è tenuta ieri sera a Milano, presso l’Open in viale Montenero, la 4° edizione del Premio Cild per le libertà civili

Istituito dalla Coalizione Iraliana per le Libertà e i Diritti civili (Cild), il riconoscimento «vuole contribuire a rafforzare la convinzione che il rispetto dei diritti umani sia uno degli elementi imprescindibile per una democrazia, aiutando il nostro Paese a riconoscere e valorizzare coloro che si impegnano per la loro affermazione in un momento decisivo per le libertà fondamentali».

A vincerlo, secondo otto categorie, Aboubakar Soumahoro (Attivista dell’anno), Maria Teresa Ninni (Dipendente pubblico), Nicola Canestrini (Avvocato), Saverio Tommasi (Giornalista), Sara Gama (Sportivo), Lucky Red e Cinema Undici (Media), Casa Internazionale delle Donne (Voce Collettiva).

Quello alla Carriera è invece andato al direttore di Gaynews e presidente di Gaynet Franco Grillini.

Nel tracciarne l’excursus biografico sì da indicare le motivazioni sottese all’assegnazione del riconoscimento, Patrizio Gonnella, cofondatore e presidente della Cild, ha ricordato come Grillini si sia «speso senza sosta per informare correttamente su quella che veniva chiamata la “peste gay”, cercando di arginare lo stigma sociale da un lato e di sviluppare dall’altro lato una cultura della conoscenza e della prevenzione per ciò che riguarda l’Hiv/Aids.

In anni in cui la stragrande maggioranza delle persone gay, lesbiche e bisessuali viveva in maniera nascosta, ha portato avanti con determinazione la lotta per la piena visibilità, mettendoci la faccia alla luce del sole soprattutto in programmi televisivi molto popolari, dove, al di fuori da contesti prettamente artistici, non si era mai vista una persona omosessuale parlare tranquillamente del proprio orientamento sessuale.

Eletto a vari incarichi politici ha sempre saputo unire la sua attività politica alla lotta per l’uguaglianza, la visibilità e la piena dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender di questo Paese».

Nel ringraziare il direttore di Gaynews non ha mancato di condire il breve discorso con una battuta improntata alla sua proverbiale lepidezza: «Spesso vengo considerato il padre storico del movimento omosessuale. Non sono solo un padre... Sono anche un po' madre».

La consegna del Premio Cild 2018 a Franco Grillini è venuta a cadere alla vigilia di quella del Nettuno d’Oro che, fissata nel pomeriggio a Bologna presso Palazzo d’Accursio, vedrà la partecipazione, fra i tanti, della senatrice Monica Cirinnà, del deputato Ivan Scalfarotto, dell’ex presidente d’Arcigay Flavio Romani, del cofondatore del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Vanni Piccolo nonché dell’avvocato Federico De Luca in rappresentanza ufficiale del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora.

Sempre ieri, infine, è giunta anche la proposta avanzata da GayLib al presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché nomini il direttore di Gaynews senatore a vita.

«Franco Grillini – ha dichiarato Daniele Priori, segretario nazionale di GayLib – è la più preziosa risorsa di cui la comunità Lgbti italiana ha la fortuna di giovarsi in mondi vicini e decisivi per lo sviluppo e la promozione sociale come la politica e la comunicazione.

Dopo il nobilissimo riconoscimento della sua città, ci piacerebbe che l'Italia intera possa tributare i giusti onori a una figura da ritenersi di riferimento nella società  tutta e sarebbe davvero meraviglioso, per la comunità Lgbti, se il presidente Mattarella volesse nominare Grillini senatore a vita».

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Classe 1986, laureata in Studi Internazionali e forte d’esperienze lavorative all’estero (parla correntemente francese e inglese), Giulia Bodo è presidente del comitato Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia

Il suo impegno attivistico, in una zona territoriale a forte impronta leghista, si è soprattutto indirizzato all’accoglienza di persone migranti Lgbti. Motivo che l’ha portata a creare, con la collaborazione dell’intero comitato, il gruppo AfricArcigay.

A pochi giorni dall’approvazione in via definitiva del contestato “decreto sicurezza”, che, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, restringe le possibilità di accoglienza di persone migranti e introduce una serie di nuove norme in materia securitaria, l’abbiamo raggiunta per raccoglierne esperienze e impressioni.

Giulia, da cosa nasce il tuo impegno per le persone migranti?

Credo dalla mia educazione: sono cresciuta difendendo gli ultimi. Il mio impegno politico è sempre stato di stampo radicale. Ai miei genitori devo l’apertura nei confronti di tutte le differenze e l’empatia verso chi non riesce a far sentire la propria voce. Nel 2015 ho deciso, nel mio tempo libero, di cominciare a insegnare italiano nei centri di accoglienza.

Essendo anche un’attivista in Arcigay, dal momento in cui si è presentata la questione dei migranti Lgbti, è sembrato piuttosto naturale per il mio Comitato che a occuparmene fossi io. Anche per via delle mie competenze soprattutto linguistiche ma anche politiche, sociali e giuridiche.

Quali le attività specifiche da te messe in atto in Arcigay Vercelli?

Innanzitutto siamo un gruppo: quindi direi noi e non io. Da sola non avrei combinato proprio niente. A Vercelli è nata una comunità di riferimento per richiedenti asilo Lgbti africani e africane. Gruppo che, nel settembre 2016, abbiamo ribattezzato appunto AfricArcigay su suggerimento dell’amico attivista e giornalista Paolo Hutter. Paolo, insieme con il marito Paolo Oddi, ha fin dall’inizio creduto nel nostro progetto.

Le persone Lgbti africane ci raggiungono dal Piemonte, dalla Lombardia. Qualcuno anche dalla Valle d’Aosta o dalla Liguria. Ciò che trovano non è uno sportello di assistenza legale per la richiesta d’asilo o il servizio di insegnamento dell’italiano ma un gruppo di pari, pronti ad accoglierli e a rassicurarli. Si scambiano paure ed esperienze, si sostengono e incoraggiano a vicenda.

È stata una coppia di nigeriani a esprimere il desiderio di fare di più, dicendomi: “Una volta ottenuti i documenti, i nostri problemi in quanto gay e africani, in questo Paese, non sono finiti”. 

La nostra forza è stata quella di supportarli e supportarle in questo percorso, formandoli e formandole, e lasciandoci guidare dai più istruiti e dalle più istruite rispetto alle differenze culturali. 

Ci occupiamo, con le due donsigliere Stefania Sanna e Luna Iemmola e, più recentemente, anche con l’attivista di Agedo Torino (referente a Novara) Roberta Bagnasco, di formazioni per operatori dell’accoglienza e delle preparazioni per il colloquio in Commissione per la richiesta d’asilo, nonché dello sviluppo della stessa (relazioni per i ricorsi in appello, richieste d’asilo reiterate, eccetera). Ci teniamo a seguire solo i casi in cui crediamo: i componenti del gruppo AfricArcigay si aspettano chiaramente di essere protetti da attacchi omofobici da parte di connazionali.

Siamo orgogliosi e orgogliose di essere il secondo comitato, dopo Reggio Emilia con l’amico Tony Andrew, ad aver eletto un africano rifugiato all’interno del nostro direttivo: Omokhegbe Kennedy, nigeriano già ritenuto meritevole della protezione internazionale, è infatti un punto di riferimento per quanto riguarda le formazioni destinate agli ospiti dei centri di accoglienza ma anche per i primi colloqui di introduzione al gruppo dei nuovi arrivati.

Senza dimenticare Vivian Igbinovia, ancora in attesa del colloquio in commissione, è diventata un elemento chiave per le ragazze. A oggi abbiamo seguito quasi un centinaio di casi e contiamo una quarantina di attivisti ed attiviste partecipi in maniera assidua e concreta. Dal punto di vista delle formazioni, l’aspetto più sconvolgente è rappresentato dall’assistere africani che insegnano il rispetto delle diversità ai propri fratelli e sorelle eterosessuali, cresciuti secondo i principi di una cultura che perpetra odio e repressione, soprattutto di matrice religiosa. 

Tu non sei omosessuale eppure fai attivismo in Arcigay. Perché a tuo parere le associazioni Lgbti devono interessarsi di diritti delle persone migranti? Che cosa dovrebbero fare nello specifico?

Mi viene in mente Pride, il film tratto dalla vera storia della conquista dei diritti civili a Londra. L’unica lotta possibile, oggi, è quella intersezionale: dovremmo unire la forza delle minoranze, con le intrinseche differenze che le compongono. Stranieri, comunità Lgbtqia+, donne, disabili, disoccupati: nessuno di noi è una cosa sola. Ecco perché da eterosessuale scelgo ogni giorno di sentirmi parte e di rappresentare la comunità Lgbti sul mio territorio: se invece di continuare a discriminarci a vicenda riuscissimo a fare fronte comune, credo che renderemmo la vita difficile adomofobia, razzismo, trasfobia, bifobia, lesbofobia, sessismo, abilismo e classismo. 

Nello specifico, ritengo innanzitutto che bisognerebbe essere molto chiari dal punto di vista della linea politica dell’associazione: il razzismo dovrebbe essere pubblicamente e fermamente condannato, ad ogni occasione utile.

In secondo luogo, gli elementi più significativi da sviluppare (anche grazie alla rete Migranet di Arcigay ma potenziando le connessioni con le altre associazioni italiane che si occupano di migranti Lgbti e quelle a livello internazionale) credo dovrebbero essere l’accoglienza e la formazione. Migranti appena sbarcati non parteciperanno ai nostri eventi e alle nostre riunioni, perché hanno troppi pochi strumenti, linguistici e culturali, per capire questi momenti aggregativi e per viverli liberamente, consapevolmente.

Sulla base della tua esperienza locale hai conosciuto casi di persone Lgbti che sono dovute fuggire perché omosessuali?

Nei centri di accoglienza ho sentito memorie di ogni genere. Relativamente ad AfricArcigay, invece, i componenti sono tutti persone che si dichiarano Lgbti e che hanno subito persecuzioni di vario tipo, o sono fuggiti e fuggite per paura di subirne. Il denominatore comune è il bisogno di libertà.

Come valuti il "decreto sicurezza" approvato il 28 novembre scorso?

È già stato valutato incostituzionale dal Consiglio superiore della magistratura, proprio relativamente alla parte riguardante i richiedenti asilo. Non risolve certo il problema di una mancata politica dell’immigrazione unitaria dal punto di vista europeo. Crea, inoltre, immigrati irregolari che quindi si trovano costretti a vivere di espedienti. Con buona pace di Salvini e dei suoi fan non basterebbero tutti i nostri soldi per rimpatriare gli irregolari, anche perché non ci sono gli accordi bilaterali con gli Stati d’origine: l’unica soluzione possibile sarà quella di regolarizzarli.

Il comitato Arcigay Vercelli Valsesia ha realizzato per il 2019 un calendario dedicato al tema dei migranti Lgbti. Com'è nata l'idea?

Il calendario è nato perché siamo poveri. I nostri attivisti ricevono 75€ al mese se sono inseriti nel sistema di accoglienza. Per alcuni di loro raggiungere i nostri eventi e le nostre riunioni diventa economicamente proibitivo a causa della lontananza geografica. Il progetto finora è sopravvissuto grazie alle donazioni.

Ci siamo resi e rese conto di aver bisogno di entrate ulteriori e abbiamo avuto la fortuna di riuscire a costruire una squadra artistica incredibile: il trucco di Stefano Anselmo (il conosciutissimo make up artist di Mina, vercellese d’origine) e delle sue collaboratrici, Enrica Checchia e Nadine Musacchio; le foto della straordinaria Giulia Lungo, amica e compagna di battaglie. E poi i nostri attivisti e attiviste vercellesi: la direzione artistica da parte del professionista Andrea Dolzan, l’artista Franco Marino che si è occupato dei costumi oltre a ricoprire il ruolo di assistente di produzione, insieme a Luna Iemmola e a Vittorio Montixi.

Dietro ogni foto c’è una storia, una vita, una di quelle vite che anche noi abbiamo contributo a salvare. Oppure una denuncia, un grido soffocato di quelli che, da noi, non sono mai arrivati.

Con questo calendario (in omaggio con tutte le donazioni uguali superiori ai 20€) vorremmo da una parte aprire un canale di comunicazione con chi lo guarda. Dall’altra riuscire a creare un fondo di sostentamento per continuare e potenziare la nostra attività di sensibilizzazione sul territorio.

Scopri il Calendario AfricArcigay 2019 mese per mese

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Tra le iniziative per la Giornata Mondiale contro l’Aids (1° dicembre) è stato presentato ieri a Roma, presso la Federaziona Nazionale della Stampa, il progetto nazionale We Test - Mettiamo la salute in circolo, che prevede il test rapido Hiv nei circoli Arco e nelle associazioni Lgbti.

A intervenire, fra gli altri, alla conferenza stampa di presentazione Roberto Dartenuc (presidente di Arco), Sebastiano Secci (presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli), Giulio Maria Corbelli (vicepresidente di Plus Onlus), Michele Breveglieri (Arcigay), lo storico miliante del movimento di liberazione omosessuale Vanni Piccolo.

L'iniziativa si svilupperà in oltre 15 città, con 9 associazioni coinvolte e oltre 3000 test previsti in più di 30 fra circoli e associazioni locali, direttamente nei luoghi di ritrovo della collettività Lgbti. L'obiettivo - si legge nel comunicato congiunto - è quello di ampliare la possibilità di fare il test, diffonderne la periodicità, contrastare il ritardo nella diagnosi da Hiv, tra i principali responsabili della continua diffusione del virus.

Tra le novità dell'iniziativa l'ampio partenariato che sostiene il progetto, che include anche associazioni non strettamente legate alla prevenzione nel gruppo MSM (maschi che fanno sesso con maschi): ArcigayArc Onlus, Arco - Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali, Asa - Associazione Solidarietà Aids MilanoCircolo di Cultura Omosessuale Mario MieliIreos - Comunità queer autogestitaNps Italia OnlusNudi - Nessuno Uguale Diversi InsiemePlus Onlus.

Il tema principale secondo i promotori, che riprendono i dati dell'Istituto Superiore di Sanità è quello delle diagnosi tardive, dovute all'assenza di una cultura del test abituale.

«Oltre la metà (55,8%) delle persone che hanno avuto una diagnosi di infezione da Huv nel 2017 (3443) aveva già il sistema immunitario compromesso (definito come un numero di cellule CD4 inferiore a 350). Inoltre - proseguono - va rilevato che tra le motivazioni che hanno indotto le persone con nuova diagnosi Hiv a fare il test, si registra una percentuale stabile (32%) di persone che lo hanno fatto a seguito di sintomi Hiv correlati, mentre solo un 26% lo ha fatto in seguito a comportamenti a rischio infezione

Tutto questo rappresenta una situazione critica di grave rischio per la salute: se diagnosticata per tempo l’infezione da Hiv è perfettamente gestibile con la terapia antiretrovirale (che può rendere il virus non trasmissibile), mentre in caso contrario compromette il sistema immunitario e diventa più facilmente trasmissibile».

Come ribadito dai promotori in conferenza stampa, We Test mira a rendere strutturali esperienze di collaborazione già rodate sul territorio per raggiungere le persone direttamente nei luoghi di ritrovo, ampliare la possibilità di fare il test e ottenere informazioni sulla salute, sensibilizzare alla periodicità dei test in strutture pubbliche e associative». 

L’iniziativa si svilupperà in tutto il 2019 e vedrà per la prima volta un'azione coordinata di monitoraggio e raccolta dati su scala nazionale.

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Il sindaco di Bologna Virginio Merola ha deciso di conferire il Nettuno d’Oro a Franco Grillini, uno dei fondatori del contemporaneo movimento italiano di liberazione omosessuale, presidente di Gaynet nonché di Arcigay a livello onorario, direttore di Gaynews.

Conferito dal Comune ad aziende, cittadini, istituzioni, associazioni culturali che hanno onorato con la propria attività professionale e pubblica la città di Bologna, il prestigioso riconoscimento consiste nella riproduzione del Żigànt, come in dialetto bolognese viene indicata la statua bronzea del Nettuno che, opera del Giambologna e sovrastante la fontana omonima, è simbolo del capoluogo emiliano. 

Giunto alla 45° edizione, il premio è stato assegnato negli anni – per fare qualche esempio – a nomi dal calibro di Ruggero Raimondi, Piera Degli Esposti, Pupi Avati, Cesare Musatti, Norma Mascellani, Alberto Tomba, Alex Zanardi, Martina Grimaldi

La cerimonia di consegna avverrà, mercoledì 5 dicembre, alle 16:00, nella sala Rossa di Palazzo d’Accursio.

«Franco Grillini è stato un protagonista dei cambiamenti che sono avvenuti nella cultura e nella società italiana a proposito delle persone omosessuali – ha detto il sindaco Merola –. Da Bologna ha guidato con grande passione civile una lotta che non si è ancora esaurita, ha portato a importanti provvedimenti legislativi e ci ha resi più europei. Se non ci fosse stata la determinazione di Franco e di tanti altri e altre con lui, l’Italia sarebbe un Paese peggiore».

A Gaynews il suo direttore e fondatore ha affidato le prime dichiarazioni: «Continuo a essere molto emozionato e persino incredulo sin da quando mi hanno detto del conferimento. Credo che sia in riconoscimento di una vita politica nell’interesse del Paese, della città di Bologna, dei diritti civili e della collettività Lgbti

Nel ringraziare di tutto cuore il sindaco di Bologna Virginio Merola, vorrei invitare tutti coloro che mi sono stati accanto e che hanno condiviso la mia attività politica dagli anni '70 a essere presenti il 5 dicembre in Sala Rossa al Comue di Bologna. Perché questo rito si trasformi in una celebrazione collettiva per una storia che è stata mia ma anche di tutti coloro che hanno lottato con me per rendere l’Italia un Paese migliore e più civile al pari degli altri Paesi europei.

Proprio per questo mi piace ricordare il 28 giugno 1982 quando con grande felicità inaugurammo il Cassero di Porta Saragozza, prima sede che un Comune italiano dava in affitto a un’associazione Lgbti»

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