L’uscita di Boy Erased nelle sale cinematografiche brasiliane era programmata tra gennaio e febbraio. Ma l’Universal Pictures ha fatto marcia indietro, adducendo motivazioni d’ordine finanziario.

Motivazioni che, date tardivamente rispetto all’annunciata decisione, non hanno placato le polemiche in Brasile soprattutto tra attivisti e attiviste Lgbti, che avevano subito pensato a ragioni politiche a poche settimane dall'elezione di Bolsonaro.

«Direi anche che è una decisione un po’ irresponsabile – così Leandro Ramos, attivista e direttore dei programmi per All Out, alla Thomson Reuters Foundation – soprattutto in in un Paese come il Brasile, dove le terapie di conversione sono ancora così diffuse e costituiscono un enorme problema, e in un momento in cui è in carica un'amministrazione apertamente anti-Lgbti».

Basato sul libro autobiografico di Garrard Conley, Boy Erased racconta il dramma del 19enne Jared, figlio di un pastore battista dell’Arkansas, costretto dai familiari a sottoporsi a terapia di conversione dopo aver fatto coming out. E sono stati proprio i produttori di Boy Erased a dirsi delusi della decisione della Universal Pictures, rilevando come molte persone in Brasile sperassero che il film potesse contribuire a far luce sulla pratica screditata.

La terapia di conversione o riorientamento sessuale è stata infatti proibita dal Consiglio federale di Psicologia del Brasile (Cfp) nel 1999. Ma nel settembre 2017 un giudice federale ha annullato il divieto e, sebbene la Cfp abbia ribadito la propria condanna, i sostenitori della pratica continuano a proliferare .

«Ci sono psicologi e terapisti in tutto il paese che offrono ancora questo tipo di servizio - ha dichirarato Ramos -. Dato importante, ma piuttosto sottostimato, è il numero elevato di persone, che si sottopongono a tale pratica senza dirlo».

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Il 34° Lovers Film Festival - Torino LGBTQI Visions, diretto da Irene Dionisio, si terrà dal 24 al 28 aprile 2019 a Torino nella cornice tradizionale del Cinema Massimo, la storica multisala del Museo Nazionale del Cinema.

L’attesa è molta e intanto è in partenza un tour in Italia per i "nuovi diritti" che nasce dalla collaborazione fra Cgil Nuovi Diritti e il Lovers Film Festival, la rassegna a tematica Lgbtqi più antica d’Europa, e fra le più importanti a livello mondiale, nata nel 1986 su iniziativa di Ottavio Mai e Giovanni Minerba, oggi prezioso consulente alla direzione artistica.

Il tour vuole al contempo diffondere sul territorio nazionale le date del festival ed essere uno strumento di lotta - attraverso il cinema e le arti performative - per la rivendicazione dei diritti e per il contrasto dell’omotransfobia.

Lovers Tour porterà il cortometraggio Odio il rosa, realizzato da Margherita Ferri dopo l'esordio nel lungometraggio per Biennale College a Venezia 2018, il 18 gennaio 2019 al Cinelab del Cineporto di Lecce (ore 21.30, via Vecchia Frigole 36); il 20 Gennaio 2019 alla Cineteca Sarda di Cagliari (ore 18.00, Viale Trieste 118) e il 16 Febbraio 2019 allo Sparwasser di Roma (ore 21.30, via del Pigneto 215).

Il corto introduce Watch Without Prejudice vol. 1, video tributo a George Michael, curato dal music teller Federico Sacchi, a vent’anni dal coming out di George Michael e l’intento è quello di omaggiare il cantante inglese recentemente scomparso, con un’esperienza d’ascolto in equilibrio fra lo storytelling, la musica, il teatro, il video e le nuove tecnologie. 

L'Ufficio Nuovi Diritti segue, in Cgil, le tematiche della laicità dello Stato e dell'autodeterminazione della persona e il contrasto alla discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere e, per questo, la collaborazione con Lovers e questo tour sono sembrati un solco già tracciato da trasformare in un vero e proprio percorso, come afferma Patrizio Onori, responsabile dell’Ufficio Nuovi Diritti di Asti. 

«La Cgil, attraverso il settore Nuovi Diritti, - così Onori è ormai da anni schierata in campo per la difesa della laicità dello Stato ed è proprio in questo solco, e visto anche il contesto politico attuale, che riteniamo basilare alimentare la promozione dei diritti della comunità Lgbtqi italiana. È da questa consapevolezza che, con Irene Dionisio, abbiamo pensato a questo tour. Un evento che, attraverso forme di comunicazione coinvolgenti quali il cinema e la musica, vuole contribuire alla costruzione di un cultura aperta e inclusiva».

Anche Irene Dionisio, giovane cineasta e direttrice di Lovers, afferma soddisfatta: «La necessità evidente di una diffusione massima del tema dei nuovi diritti Lgbtqi ci ha spinto - come festival - a voler organizzare un tour nazionale, prima della 34° edizione che si svolgerà a Torino, per portare la formula Lovers in tutta Italia. Le possibilità rappresentative e creative del cinema e delle performing arts pensiamo siano fondamentali a sensibilizzare su questi temi e a renderli il più possibile fruibili e universali».

Il tour è finanziato da Cgil Nuovi Diritti in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema e il Lovers Film Festival e con il partneriato di Cinelab del Cineporto di Lecce, Sparwasser - Roma, Società Umanitaria - Cineteca Sarda - C.S.C.

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Sono stati Green Book e Bohemian Rhapsody ad aggiudicarsi, il 7 gennaio, i premi più ambiti della 76esima edizione dei Golden Globe. Istituito dall'Hollywood Foreign Press Association, il premio riunisce i giornalisti stranieri a Hollywood.  

Incentrato sull'amicizia tra un pianista afroamericano e un buttafuori bianco negli anni ’60 del secolo scorso, la pellicola di Peter Farrelly ha vinto come migliore film commedia o musicale e migliore sceneggiatura. Mahershala Ali, che ha interpretato il pianista Don Shirley, è stato premiato come miglior attore non protagonista.

Il biopic di Bryan Singer, dedicato alla vita di Freddie Mercury e alla carriera dei Queen, si è invece aggiudicato il riconoscimento di migliore film drammatico. Ma prima che ai Golden Globe Bohemian Rhapsody è stato premiato dagli spettatori al box office. Uscito negli Usa il 2 novembre scorso, ha incassato nel mondo 750 milioni di dollari; in Italia, dove è arrivato nelle sale il 29 novembre, è stato il film che ha realizzato il miglior incasso nell'intero 2018: a oggi è arrivato a 23 milioni e 660mila euro

A Rami Malek, che ha interpretato lo storico frontman della band britannica, è andato poi il Golden Globe come miglior attore in un film drammatico.

Dopo aver abbracciato Brian May e Roger Taylor, rispettivamente chitarrista e batterista dei Queen, Rami Malek è salito sul palco visibilmente emozionato ed è riuscito a emozionare anche il pubblico durante il discorso di ringraziamento.

«Wow! Wow! Oh, mio Dio. Sono più che commosso. Più che commosso. Il mio cuore – ha esordito Malek – mi sta schizzando fuori dal petto in questo momento. È un profondo onore ricevere questo premio e trovarmi tra attori così straordinari. Mi sento privilegiato d’essere annoverato tra di voi, davvero, e di essere nella sala insieme con tutti voi. Grazie».

Un grazie rivolto, innanzitutto, «all'Hollywood Foreign Press Association per questo incredibile riconoscimento. Devo ringraziare tutti quelli che hanno lavorato instancabilmente per far sì che questo film è ciò che è e in questo processo mi hanno fatto sentire parte di una grande famiglia. Questo insieme di attori. E ovunque voi vi troviate ora a festeggiare sappiate che vi raggiungerò a breve e vi salterò addosso, ragazzi!».

Quindi il suo pensiero è andato ai produttori «Graham King e Denis O’ Sullivan: avete lavorato più di un decennio per far sì che questa storia fosse raccontata. Grazie, uomini, Grazie. Grazie alla 20th Century Fox, alla New Regency: avete creduto in noi quando erano in pochi a farlo e lo apprezzo davvero tanto. Devo ringraziare la mia mamma, la mia famiglia. Devo ringraziare Doug Luchterhand, Cynthia Pett, Annabel Gualazzi, Ben Curtis, Melissa Martins, Michelle Margolis per tutto questo».

Ma è stato al termine del discorso che Malek ha autenticamente galvanizzato e commosso la platea.

«E, ovviamente, grazie ai Queen – ha detto -. A te, Brian May. A te, Roger Taylor: per assicurarvi che l’autenticità e l’inclusività esistono nella musica, nel mondo e in tutti noi.

Grazie a te, Freddie Mercury, per avermi regalato la gioia di una vita. Ti amo, uomo bellissimo. Questo è per te ed è merito tuo, meraviglia».

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Si è svolta, il 20 dicembre, al Cinema Odissea di Cagliari l’anteprima ufficiale del nuova pellicola di Giovanni (Jo) Coda Mark’s Diary per l’organizzazione di Sardegna Film Commission. Presenti all’evento, oltre al cast al completo, Giovanni Minerba, presidente del Lovers Film Festival di Torino, e Rosario Murdica, collaboratore di Gaynews.

È stata una serata all’insegna dell’arte, del cinema, della poesia e della visibilità di ciò che si vuole invisibile.

Mark’s Diary nasce dall’impellente esigenza di giustizia che ha nel cuore e nella “testa dura” l’uomo (prima ancora che regista) Jo Coda. Sempre in prima fila per i riconoscimenti dei diritti e contro ogni forma di discriminazione dei soggetti più deboli come ha dimostrato con Il rosa Nudo sui campi di sterminio per le persone omosessuali, Bullied to death sul bullismo omofobico e, successivamente, Xavier dedicato al poliziotto ucciso durante l’attentato agli Champs-Élysées.  

Con questo nuovo film Jo non manda a riposare né il cuore né la testa e racconta, con la sua solita delicatezza poetica, come l’amore non abbia confini e debba essere un diritto di tutti. Anche delle persone con disabilità.

Il film è ispirato al romanzo LoveAbility di Maximiliano Ulivieri che tratta dell’aspetto sessuale nella vita delle persone con disabilità. Jo, a cui piace usare il cinema come strumento per raccontare tematiche sociali, superando ogni sorta di tabù e discriminazione, ha saputo coniugare, ancora una volta, ogni aspetto, politico, sociale e artistico per regalarci un lungo “pianosequenza” di poesia. 

I protagonisti Maximiliano Ulivieri e Giacomo Curti, insieme al regista, al suo aiuto Marco Oppo, a tutti gli altri attori, ci hanno dimostrato come la sessualità e l’uso dei corpi siano un modo rivoluzionario e necessario per realizzare una politica della libertà. Una poltica perché ha nessuno sia negata la sessualità e la felicità.

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Avrebbe dovuto condurre, il 24 febbraio, la magica notte degli Oscar a Hollywood. Ma l’annunciato incarico è durato meno di due giorni.

Dopo che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha infatti diffuso, martedì, la nomina di Kevin Hart a presentatore della 91° edizione degli Academy Award, sono stati diffusi alcuni tweet omofobi lanciati, tra il 2009 e 2011, dall’attore afroamericano.

Benché col montare della polemica Hart avesse prontamente cancellato i tweet incriminati, gli screenshot degli stessi sono subito circolati in rete. In uno di essi l'attore aveva scritto: «Se mio figlio, tornando a casa, provasse a giocare con la casa delle bambole delle mie figlie, gli spaccherei la testa e gli direi: Smettila. È roba da gay».

Ma non solo. Nel 2010, durante lo special Seriously Funny, dichiarò: «Una delle mie più grandi paure è che mio figlio, crescendo, sia gay. Non sono omofobo. Non ho niente contro le persone gay: facciano quello che vogliono. Ma, essendo un maschio eterosessuale, se posso impedire a mio figlio di essere gay, lo farò».

Ieri il Glaad (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation) aveva pubblicamente annunciato d'aver contattato l'emittente Abc, i vertici dell'Academy e il management di Hart per affrontare il tema delle dichiarazioni omofobe.

E così, al termine d'una giornata di polemiche arroventate, il comico ha rinunciato, dopo la mezzanotte di oggi, alla presentazione della notte degli Oscar 2019. E l’ha fatto proprio via Twitter.

«Ho deciso di rinunciare a presentare gli Oscar di quest'anno – ha così cinguettato –, perché non voglio essere una distrazione in una notte che dovrebbe essere celebrata da molti artisti sorprendenti e di talento. Mi scuso sinceramente con la comunità Lgbtq per i miei contenuti insensibili del passato».

In un successivo tweet Hart ha aggiunto: «Mi dispiace aver ferito le persone: sto cambiando e voglio continuare a farlo. Il mio obiettivo è di unire le persone e non dividerle. Tanto amore e gratitudine per l'Accademia. Spero che ci incontreremo di nuovo».

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È morto stamani nella sua casa romana in via della Lungara Bernardo Bertolucci. Regista, sceneggiatore, produttore, il maestro parmense della settima arte aveva 77 anni.

Gaynews vuole ricordarlo attraverso le parole commosse di Giovanni Minerba, cofondatore del Torino Gay & Lesbian Film Festival (oggi noto come Lovers Film Festival - Torino LGBTQI Visions) e presidente della prestigiosa rassegna cinematografica.

Un breve incontro, l’ultimo, fu quello di qualche mese fa a Torino. Giusto il tempo per ringraziarti per quello che, con la solita saggezza, avevi detto durante l’incontro pubblico al Salone del libro e al Museo del Cinema con l’amico comune Luca Guadagnino. Ma soprattutto ringraziarti per il cinema che ci hai regalato

«Meditare è una delle esperienze più fantastiche dell’esistenza»: furono le tue ultime parole in quella occasione. Adesso te ne sei andato, lasciando un segno che resterà indelebile.

I tuoi capolavori da Il conformistaNovecento, Ultimo tango a Parigi, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha fino a L'ultimo imperatore nessuno potrà mai dimenticarli. 

Il nostro primo “incontro” per me avvenne già con La commare secca: il tuo primo film. Forse perché arrivava da un’idea di Pier Paolo Pasolini, dal tuo vivere con lui, dalla tua prima rivoluzione o semplicemente perché era un bel film, che negli anni a venire riproposi in una delle retrospettive del TGLFF. 

Poi ci innamorammo di Partner, il tuo ’68, tanto che un po’ di anni dopo con Ottavio Mai decidemmo di dare lo stesso titolo a quello che fu il nostro ultimo film girato insieme: non si trattava del nostro ’68, ma poteva anche esserlo, perchè era parte della nostra vita, purtroppo anche della nostra rivoluzione.

Ciao Bernardo, ultimo grande Maestro!

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Un’inaugurazione burrascosa, mercoledì sera, quella del festival Бок о Бок (Side by Side) che, in programma a San Pietroburgo fino al 1° novembre e giunto alla 10° edizione (con 27 film e documentari in programma), è la prima rassegna cinematografica a tematica Lgbti in Russia

Il deputato Vitaly Valentinovich Milonov, noto quale sostenitore di istanze violemente omofobe e, soprattutto, quale redattore della controversa legge sulla “propaganda omosessuale”, ha cercato di bloccare l’ingresso al Cinema Loft Moscow (dove era prevista alle 19:00 la cerimonia di apertura) e ha quindi chiamato la polizia.

A renderlo noto gli organizzatori della kermesse con un post su Vkontakte, il social network più diffuso in Russia, Ucraina e Bielorussa.

«Vitaly Milonov – si legge – è arrivato poco prima l'apertura del festival. Quando il suo tentativo di bloccare l'ingresso al cinema è fallito, ha chiamato la polizia adducendo accuse calunniose».

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Ciò ha comportato un’ispezione delle forze dell’ordine che, protrattasi per ore, ha fatto slittare gli eventi in cartellone. Ma ieri la rassegna s’è potuta svolgere secondo il programma.

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Al via ieri sera a Bologna la 16° edizione del Gender Bender Festival che, prodotto dal Cassero Lgbt Center, è quest’anno intitolato Cromocosmi. Più di 100 appuntamenti all’insegna della danza, del teatro, del cinema, di laboratori e dibattiti per esplorare, fino al 3 novembre, i molteplici universi del corpo, delle differenze, del genere e dell’orientamento sessuale.  

Nella sezione Danza sono da evidenziare Ignite (25-26 ottobre) di Shailesh Bahoran, versatile coreografo e breakdancer, vincitore nel 2017 del Prize of the Dutch Dance Days Maastricht; Warriors foot del coreografo brasiliano (ma residente nei Paesi Bassi) Guilherme Miotto in prima nazionale il 31 ottobre; AL13FB<3 (31 ottobre – 1° novembre) del performer Fernando Belfiore, anche lui brasiliano ma da anni di casa a Amsterdam; l’immaginifico Filles e Soie (2-3 novembre) dell’attrice, regista teatrale,  marionettista francese Séverine Coulon in prima nazionale il 2 novembre; l’opera satirica per cinque danzatori Le roi de la piste (26-27 ottobre) di Thomas Lebrun, fondatore della Compagnia Illico.

Per la sezione Teatro Alessandro Berti interpreterà, il 29 e il 30 ottobre, le sue Bugie bianche. Capitolo primo: Black Dick, concentrandosi sullo sguardo del maschio bianco sul maschio nero (e in particolare sul suo corpo) e chiedendosi quale rapporto ci sia tra l’oppressione storica del bianco sul nero e la percezione di un’oppressione intima, privata, sessuale, che il bianco sente di subire nel confrontarsi con il nero.

La sezione Cinema prevede, fra l’altro, le proiezioni di Somos tr3s (in prima nazionale il 31 ottobre) dell’argentino Marcelo Briem Stamm; Tinta Bruta (31 ottobre) dei registi brasiliani Marcio Reolon e Filipe Matzenbacher; Diane a les épaules (26 ottobre), commedia irriverente di Fabrice Gorgeart, che affronta con intelligenza il tema della gestazione per altri. 

La presenza di autori e autrici internazionali caratterizzerà la sezione Incontri a partire da quella di Garrard Conley che, il 27 ottobre, a partire dal memoir autobiografico Boy erased – Vite cancellate (da cui è stato tratto l’omonino film con Nicole Kidman e Russell Crowe), parlerà di cosa significhi subire e sopravvivere alle terapie riparative. Da segnalare poi il dibattito (28 ottobre) con la giornalista transgender Juno Dawson, autrice del divertente e dissacrante Questo libro è gay.

Il 29 ottobre è infine previsto il convegno Queer visual culture che, curato da Fruit Exhibition in collaborazione col Master Europeo in studi di genere e delle donne GEMMA dell’Università di Bologna,  vedrà la partecipazione di esperti di pubblicazioni nonché di linguaggio visuale queer e di genere dal calibro di Tori West, Matthew Holroyd, Jacopo Benassi, Erin Reznick e Mike Feswick.

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«Salvini? È un razzista. Lo so che la situazione in Italia è difficile perché siete un Paese che affaccia sul Mediterraneo. Mi dispiace anche che il mio Paese non possa aiutare e accogliere persone da altri Paesi: anche noi abbiamo un razzista come presidente, che non capisce che noi siamo quello che siamo anche grazie a tutti quelli che sono venuti nel nostro Paese.

Sono sicuro che ci siano molte persone intelligenti in Italia che sappiano come affrontare il problema dell'immigrazione e risolverlo e penso anche che gli italiani debbano iniziare a chiamare Salvini per quello che è: una persona bigotta che ha un atteggiamento bigotto».

Non ha usato mezzi termini Michael Moore nell’incontro d’ieri col pubblico in occasione della Festa del Cinema di Roma, dove alle 19:30 è stato presentato Fahrenheit 11/9, nuovo documentario politico del regista statunitense questa volta dedicato a Donald Trump.

E, dopo aver definito il ministro dell’Interno bigotto, oltre che razzista, Moore ne ha dato le seguenti motivazioni: «È contro i gay e i matrimoni tra gay: bisognerebbe invece che cercasse di capire che l'amore è amore a prescindere dal sesso dell'altro. Il consiglio che posso dargli è questo: Salvini, non sposare un gay se li odi, ma lascia che loro si amino e si sposino e i tuoi affari tieniteli per te».

Il regista ha anche aggiunto: «Sono cinque giorni che guardo la vostra tv e non mi piace. Quando i ricchi hanno in mano i media vogliono solo fare programmi che rincretiniscano la gente, si creano grossi problemi. In Usa Trump è bravissimo a cavalcare questo, le persone lo amano per questo. E questo l'ho visto anche in Italia. Credo che le persone sbaglino nel vedere Salvini e Di Maio come persone divertenti, perché non si tratta di intrattenimento, ma di politica». 

Infine da parte del regista e documentarista americano un appello all'Italia: «Siete stati grandi, dovete ritornare ad esserlo». E poi un nuovo affondo a Salvini: «Io non direi Prima gli italiani ma Prima l'Italia».

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Sarà presentato questa sera al Florence Queer Festival il documentario Il calciatore invisibile che, scritto e diretto da Matteo Tortora, è stato realizzato grazie alla raccolta fondi per Produzioni dal Basso e al sostegno di Toscana Film Commission, Livorno Film Commission, Regione Toscana e Comune di Livorno. 

Come Rafiki (proiettato il 2 ottobre) Il calciatore invisibile è una delle due anteprime che, nell’ambito dell’importante rassegna giunta alla 16° edizione e diretta da Bruno Casini e Roberta, gode della partnership del Festival dei Diritti promosso dal Comune di Firenze. Incentrato sul tema tabù dell’omosessualità nel calcio, il documentario sarà infatti presentato alle 21:30, presso il Cinema La Compagnia, dal regista, dai giocatori della squadra Revolution Team insieme con gli assessori comunali Sara Funaro e Andrea Vannucci.

Saranno proprio i calciatori della Revolution Team a essere i veri protagonisti della serata, dal momento che la pellicola documentale ripercorre la storia della squadra amatoriale fiorentina composta da giocatori omosessuali.

È noto come negli ultimi anni sempre più atleti, anche di fama mondiale, facciano coming out in quei Paesi dove i diritti della minoranza arcobaleno sono tutelati. Nuoto, atletica, tennis, pallavolo, rugby sono tra le discipline sportive col maggior numero di atleti/e Lgbti a differenza del calcio, dove i coming out effettuti si contano sulle dita.

Il documentario racconta l'attuale stato delle cose, ricordando al pubblico la breve ma complessa lista degli episodi legati alla discriminazione, accaduti in campo, negli spogliatoi o in varie occasioni pubbliche.

Con un impianto classico le interviste ad alcuni dei protagonisti della Serie A italiana, tra cui Alessandro Costacurta, Cesare Prandelli, il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro, si alternano alle testimonianze dei calciatori della Revolution Team: una squadra da anni in campo, per dimostrare al pubblico che il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere non possono e non devono rappresentare un limite per lo sport che si ama. 

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