A distanza di 18 anni dalla prima pubblicazione torna nelle librerie L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano di Francesco Gnerre, docente di Teoria della letteratura e redattore di Babilonia e Pride per diversi anni.

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L’eroe negato resta un testo fondamentale: il primo, infatti, a parlare in maniera esaustiva e senza veli della “letteratura gay” del ‘900 italiano, rintracciando in maniera puntuale e corretta inferenze e ganci significativi tra dati biografici e rispettive creazioni letterarie.

In un Paese come il nostro, in cui «il cammino verso la legittimazione di comportamenti di tipo omosessuale è stato molto più lento che altrove e non può dirsi ancora del tutto compiuto», la ripubblicazione de L’eroe negato per i tipi Rogas è quanto mai utile e funzionale a recuperare tessere troppo spesso taciute e velate della coscienza culturale comune della comunità Lgbti italiana.

Per saperne di più, contattiamo Francesco Gnerre.

Francesco, cosa ti ha spinto a ripubblicare L’eroe negato?

A distanza di tanti anni dalla pubblicazione del 2000, avvenuta per Baldini&Castoldi, mi sono sempre arrivate mail, da tutte le parti del mondo, di studiosi o appassionati che non riuscivano a trovare più il mio testo. La Rogas si è detta disponibile alla ripubblicazione dell’opera e allora ho accettato con entusiasmo. Inoltre, ho riflettuto sul fatto che, dopo quasi 20 anni dalla prima edizione, c’è una nuova generazione di lettori e di appassionati di letteratura che non sa nulla della letteratura italiana letta in questa chiave. Spero di intercettare questo nuovo pubblico interessato all’argomento.

Quali novità presenta questa pubblicazione de L’eroe negato rispetto a quella del 2000?

Ho riscritto la prefazione, spiegando le ragioni di questa ripubblicazione ma mettendomi anche in gioco in prima persona. Infatti, racconto alcuni ricordi della mia giovinezza, trascorsa nella provincia irpina, in cui la lettura è stato uno strumento di conoscenza insostituibile della vita. Mi rifugiavo nei libri e nei libri trovavo risposte a ciò che iniziavo a sentire dentro di me. Ho inserito anche alcune informazioni nell’ultimo capitolo, per esempio su Mario Fortunato e su Walter Siti, e ho aggiunto i riferimenti ad autori che non erano presenti nella pubblicazione del 2000.

Quali sono gli autori che, personalmente, ti hanno maggiormente suggestionato tra quelli trattati nel libro?

Pier Vittorio Tondelli perché, soprattutto nei suoi primi testi, come Altri Libertini, affrontava la tematica omosessuale con leggerezza e allegria, senza nessuna venatura di dramma. E poi, chiaramente, Pier Paolo Pasolini, autore che ho amato e ho odiato, che leggevo però sempre con grande passione e percepivo, tra le righe di tutto ciò che scriveva, il suo forte vissuto omosessuale e questa cosa mi colpiva molto.

Quale autore, tra quelli che hai inserito nella tua opera, credi sia stato dimenticato dalla critica ufficiale?

Senza dubbio Piero Santi, scrittore fiorentino poco noto, che ho conosciuto di persona negli anni ‘70. Lui non aveva mai fatto mistero della sua omosessualità e ha scontato la sua sincerità con il silenzio e la disattenzione verso la sua opera. Piero Santi era amico di Gadda e di Rosai, intellettuali che nascondevano la loro omosessualità e infatti avevano successo.

Secondo te è ancora difficile per uno scrittore, nel 2018, essere dichiaratamente gay?

Credo che oggi non sia più un grande problema anche se molti scrittori continuano ancora a tacere il proprio orientamento omosessuale per il consueto falso concetto di non voler “restare nel ghetto”. Invece basta guardare alla produzione di Mario Fortunato e di Walter Siti per capire che puoi essere gay, parlare di argomenti gay e avere anche un gran successo.

Francesco, tu hai insegnato anche nelle scuole superiori oltre che all’università: pensi che sia difficile o scandaloso parlare di letteratura omosessuale nelle scuole?

Il mondo che vi pare di catene, tutto è intessuto d’armonie profonde: la risposta è in questo splendido distico di Sandro Penna. L’argomento può sembrare scandaloso ma i docenti dovrebbero avere il coraggio di parlarne e alcuni infatti ne parlano e non hanno problemi. Dipende chiaramente anche dalla intelligenza e dalla cultura del dirigente scolastico.

Ciò che continua a essere carente, invece, la presenza di dati che riguardano l’omosessualità degli autori antologizzati nei libri di studio. Non si capisce perché di Foscolo dobbiamo conoscere i nomi delle sue amanti, che sono anche muse delle sue opere, mentre di Pasolini, per esempio, non dobbiamo sapere nulla del suo amore per Ninetto Davoli. Questa cosa è grave perché restituisce ai più giovani l’idea che gli autori gay abbiano avuto una vita disastrata e senza amori. La stessa cosa accade per Saba, poiché i libri, e anche i prof, tacciono sugli amori maschili del poeta e in questo modo tagliano una parte consistente, forse la più bella, della sua produzione poetica.

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Livorno ha dato oggi il suo ultimo addio a Lindsay Kemp. In tanti, giunti anche da varie parti d’Italia e del mondo, hanno reso omaggio all’artista britannico, che aveva scelto la città labronica come dimora per gli ultimi anni di vita.

Presente alla camera ardente, allestita presso il foyer del Teatro Goldoni, anche il primo cittadino di Livorno, Filippo Nogarin, insieme con la vicesindaca Stella Sorgente e l'assessore alla Cultura Francesco Belais.

«Sarà compito di tutti noi – ha dichiarato il sindaco pentastellato –  riuscire a preservare il rapporto tra Livorno e Lindsay Kemp, con l'esercizio della memoria. Ho voluto esserci oggi al Teatro Goldoni per l'ultimo saluto a Lindsay Kemp.

Ho voluto ringraziare l'artista per aver scelto Livorno come casa privilegiata degli ultimi anni di una straordinaria carriera e ho voluto ringraziare l'uomo per la semplicità con cui si è presentato da sempre agli occhi di ciascun livornese, pur essendo di fatto un gigante del nostro tempo».

Parole di viva commozione, invece, quelle espresse ai nostri microfoni da Luca Mazzinghi, presidente del comitato locale d’Arcigay, che ha dichiarato: «Mi sono sentito stringere il cuore, oggi, quando sono entrato nella camera ardente che ospita il corpo senza vita di Lindsay Kemp. 

Una camera ardente gremita di gente, allestita nel foyer del Teatro Goldoni, che nonostante il grande lutto sembrava avere sul viso quello stesso sorriso con cui Lindsay Kemp ha sempre affrontato la vita, distribuendo con la sua arte gioia di vivere e felicità. Si percepiva nella camera ardente tutto l’amore che la stessa città di Livorno ha nutrito e nutre per un grande maestro cha ci ha insegnato, con la sua arte, ad essere liberi e ad essere se stessi.

Chiaramente in camera ardente sono accorsi tanti suoi allievi, perché Kemp teneva dei corsi al Teatro Goldoni di Livorno. Corsi seguiti da allievi che venivano da tutto il mondo per fare degli stage con lui.

C’erano le istituzioni, c’era Arcigay e c’erano anche gli amici, prima tra tutte la sua collaboratrice, la persona che più gli è stato vicino in questi ultimi anni. Noi, come comitato provinciale Arcigay Livorno, abbiamo portato un cuscino di fuori arcobaleno, poiché lui amava i colori, per esprimere tutto il nostro affetto e la nostra ammirazione»

Nel comunicato stampa di ieri Mazzinghi aveva già espresso il cordoglio dell’intera comunità Lgbti livornese per la morte dell’artista. Aveva inoltre ricordato che anche Arcigay deve molto a Lindsay Kemp, per aver scelto il territorio livornese come sua residenza e come luogo di elaborazione artistica e culturale attraverso la danza.

I funerali del maestro di Peter Gabriel, Kate Bush e David Bowie saranno celebrati nei prossimi giorni a Roma, nel cui Cimitero acattolico saranno tumulate le spoglie.

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Ho incontrato Lindsay Kemp a Napoli, per intervistarlo, nel marzo del 2016, nei giorni in cui il coreografo e ballerino inglese era in città per esibirsi in uno dei suoi assoli di maggior successo, Il volo dell’Angelo che, per l’occasione, avrebbe eseguito sulla scalinata monumentale della chiesa di San Francesco di Paola in Piazza Plebiscito.

Da ragazzo, avevo amato lo spirito iconoclasta e anticonformista di Lindsay Kemp. La mia formazione estetica e culturale, inoltre, era stata particolarmente influenzata da uno dei suoi capolavori, Flowers, ispirato all’opera Nostra Signora dei Fiori di Jean Genet.

La sua capacità di infrangere schemi identitari, ribaltare i ruoli di genere e rappresentare il volo dell’amore universale - perché Kemp volava, non ballava - hanno reso quest’artista un antesignano delle rivendicazioni Lgbti e i modelli culturali a cui legava la sua arte, da Wilde a Jarman, da Ken Russell a Garcia Lorca e allo stesso Genet, erano modelli ideali per demolire pregiudizi e luoghi comuni.

D’altro canto, la realizzazione dei concerti The Rise and Fall of Ziggy Stardust e The spiders from Mars del suo allievo e amante David Bowie costituisce un atto rivoluzionario non solo nella storia della musica rock. Ma nella stessa narrazione dei nostri desideri e delle nostre identità, poiché Ziggy era una rockstar aliena e pansessuale, inviata sulla Terra per diffondere un messaggio d’amore e di felicità.

Mi piace ricordare questo maestro indiscusso del teatro degli ultimi sessant’anni, recuperando la risposta che mi diede quando gli chiesi qual è il ruolo dell’arte nel contrastare i pregiudizi e costruire un mondo migliore. Lindsay Kemp, infatti, non ebbe dubbi nel rispondermi che il proposito dell’arte è liberare il popolo: «Abbiamo la grande responsabilità di liberare la gente. La mia arte – mi confidò Kemp – ha lo stesso scopo che hanno le organizzazioni come Arcigay: aiutare le persone a sentirsi libere. Libere da loro stesse e libere dai condizionamenti dei regimi. Quello per cui siamo qui, quello per cui lavoriamo, è la possibilità di rendere questo mondo, un mondo migliore».

Stride, infine, rileggere proprio in questi giorni il giudizio che Lindsay Kemp mi rilasciò circa l’Italia, paese che aveva sempre amato e che negli ultimi anni aveva scelto come luogo per vivere e lavorare: «L’Italia non è ancora un Paese libero e aperto, però è un Paese gentile e mi fa piacere constatare come si sta aprendo ai rifugiati a differenza di altri Paesi. L’Italia è un Paese umano».

Ovviamente, nel marzo del 2016, nessun ministro italiano aveva posto sotto sequestro per giorni una nave con 177 migranti, mettendone a repentaglio la vita e alimentando odio e violenza. Ma questo, chiaramente, è un altro discorso.

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Luca Baldoni, poeta napoletano di nascita e fiorentino d’adozione, è certamente uno dei maggiori specialisti italiani di poesia a tematica omosessuale e la sua antologia Le parole tra gli uomini (Robin, Torino 2012) è un’opera indispensabile per la definizione di un canone della poesia gay italiana dal '900 ai nostri giorni.

Qualche mese fa, per la casa editrice LietoColle, Baldoni ha dato alle stampe una nuova raccolta poetica che si intitola Sale del ricordo: una silloge che, attenendosi a quanto lo stesso autore dichiara nella nota introduttiva, costituiva il primo volume di una trilogia poetica, a cui lo stesso aveva lavorato per dieci anni fino al 2011.

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Incontriamo, dunque, Luca Baldoni per saperne di più su questa raccolta, in cui il recupero memoriale si esprime attraverso un verso vibrante, asciutto e attento alla registrazione dell’universo fisico ed emotivo dell’autore.

Luca, la memoria è certamente l’elemento cardine ispiratore della silloge. Che ruolo ha il ricordo nella tua riflessione e nella tua elaborazione poetica? Nella nota introduttiva, presentando i tuoi versi, parli di “reperti di una fase conclusa”: cosa intendi?

Sale del ricordo fa parte di una trilogia poetica di cui avevo date alle stampe il primo volume, Territori d’oltremare, nel 2008. Nel complesso l’opera (con una terza parte ancora inedita), vuole restituire la traiettoria di una gioventù engagée e peripatetica. Ognuno di noi nutre verso le “gesta” della propria gioventù un atteggiamento in parte narcisista, ma alla base del mio recupero c’è un’affermazione di Marguerite Yourcenar in cui la scrittrice sottolinea come veniamo alla luce due volte: la prima per volontà e meriti altrui quando nasciamo e la seconda, in un periodo che va grosso modo dall’adolescenza alla prima età adulta, quando abbiamo l’occasione di darci una vita veramente nostra che può esulare da quello che saremmo divenuti per fatalità di condizioni sociali e familiari. Ho voluto esplorare questo passaggio in cui, se si ha fortuna e coraggio, si può tentare di diventare ciò che veramente siamo (o almeno avvicinarvisi). Dunque il ricordo non vuole essere elegiaco o consolatorio ma strumentale alla messa a fuoco di un’autogenesi del sé.

Considero i testi della trilogia “reperti di una fase conclusa” perché penso di aver arato questo campo in maniera esaustiva. Si cresce, si muta, e la nostra attenzione si rivolge altrove. Oggi – salvo imprevisti – non avrei più interesse a scrivere una poesia così soggettiva, realistico-prosaica e militante in senso esplicito. Non la rinnego assolutamente e non disdegno questi tratti se li ravviso in testi altrui. Ma il problema che ormai maggiormente mi assilla è il nostro rapporto miserabile e distruttivo con la natura e l’universo in generale. Per questo nell’ultima raccolta che ho scritto, ancora inedita, l’io è scomparso e i protagonisti sono le piante, gli animali, le costellazioni, il cambiamento climatico, le interazioni tra le varie parti del kosmos dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

Dublino, Berlino, la Grecia: queste sono alcune stazioni ben riconoscibili del viaggio “memoriale” che compi all’interno di Sale del ricordo. Se dovessi scegliere, per ciascuno di questi luoghi, un’immagine iconica della tua formazione di giovane omosessuale e di poeta, quale sceglieresti?

Forse più che di immagini iconiche parlerei di atmosfere. Nella Dublino dei primi anni '90 che descrivo iniziava a essere evidente a più livelli il crollo di un regime sociale tradizionale che ha poi portato a una nuova Irlanda, a un Paese che, a differenza dell’Italia, si è pienamente sottratto alla tutela della Chiesa cattolica, ha approvato a larga maggioranza il matrimonio egualitario per via referendaria, e in cui la nomina di un primo ministro gay è stato un non evento. Come ho scritto in una poesia dedicata a Oscar Wilde, in quegli anni “crollavano statue dai piedistalli, ai vecchi pariah/ si rendevano onoranze.”

A Berlino incontrai una realtà ancora più avanzata e radicale. Qui forse c’è un’immagine, o meglio un luogo, simbolicamente centrale, lo Schwules Museum (Museo gay) “che preserva e trasmette/ storia esperienze e sogni/ contributi al vasto mondo/ di una comunità di uomini e di donne/ più volte nel corso della storia/ minacciata di estinzione.” Scoprire che esisteva un’istituzione del genere, e che la città nel suo complesso accoglieva e celebrava l’esperienza Lgbtqi come parte importante della propria identità, fu come vedere uno squarcio di futuro che vorremo fosse facile replicare anche altrove.

A Mykonos – che è l’isola non direttamente nominata ma facilmente riconoscibile della sezione greca – non andavo ovviamente per fare politica. Il binomio era sesso e sole, e il luogo simbolo la straordinaria chiesa di Paraportiani, attrazione turistica e soggetto di infinite cartoline, una colata di calce bianchissima piena di anfratti e di rientranze, affacciata da un lato direttamente sul mare, che al calar della notte diventava magico luogo di cruising e di incontri umani della più svariata natura.

Il tuo libro è anche un libro di formazione sentimentale in versi. Quale esperienza, tra quelle che emergono all’interno dell’opera, ti ha maggiormente “cambiato la vista”?

La raccolta, senza voler cadere in un banale “pensare positivo”, descrive numerose esperienze che, nutrendosi l’una dell’altra, si amplificano in un quadro che in inglese definiremmo di self-empowerment.  È il discorso di Yourcenar che ho citato all’inizio. Ciò detto, l’esperienza cruciale arriva nell’ultima sezione, e si tratta di un drammatico crollo interiore di cui feci esperienza dopo la fine dell’università. Crollo necessario a dare uno spessore, una seconda dimensione, agli slanci, ai narcisismi, all’innato ottimismo e al senso d’onnipotenza dei vent’anni. Semplifico drasticamente, ma tramite quel crollo fui obbligato a prendere contatto con la mia Ombra, col senso del limite e della sofferenza. A questo proposito amo ricordare a me stesso un aforisma shakesperiano tratto dal King Lear, usato da Pavese ne La luna e i falò come dedica alla sua amata Constance Dowling: Ripeness is all (“la maturità è tutto”). Ecco, in questo senso tutta la trilogia ripercorre l’attraversamento di una gioventù in vista di un difficile approdo a un più pieno e sfrangiato senso di sé.  

La tua poesia è - come sempre - anche una poesia consapevole e rivendicativa: dal racconto dell’amore giovanile dublinese alle memorie greche della Diva-chanteuse che “aveva cantato clandestinamente nelle bettole di Atene sotto i Colonnelli”, dal ricordo del Museo di storia gay di Berlino alle passeggiate romantiche e inquiete sull’Isola dei Pavoni. Quanto è importante e quanto è presente, secondo te, la cifra civile e rivendicativa nella poesia contemporanea? 

Ho spesso l’impressione di un atteggiamento supercilioso verso la poesia civile da parte della critica. Lo trovo molto irritante. Nel discorso accademico si tende a sminuire la poesia civile come parola impoverita perché messa al servizio di una causa, e si preferisce rifugiarsi in una concezione aristocratica secondo la quale la poesia sarebbe ipso facto sempre politica, in quanto segno di una rottura epistemologica col pensare maggioritario. In verità i poeti continuano grazie al cielo a scrivere testi apertamente civili senza alcun detrimento della qualità poetica. Per rimanere nel nostro contesto penso all’opera di Franco Buffoni, ormai imprescindibile nel panorama italiano attuale (e non solo poetico). Ma anche a quella di autori della mia generazione come Marco Simonelli o Eleonora Pinzuti, tra i primi ad articolare in Italia una poetica gay e lesbica pienamente contemporanea anche sotto il profilo delle rivendicazioni.

Certamente nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una crescita di poesia politica declinata dalla prospettiva dei diritti civili, dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. Ma si continua anche a scriverne di ottima su temi più “tradizionali”; e qui vorrei citare due altri miei coetanei, Fabiano Alborghetti che nel romanzo in versi Maiser ripercorre una storia di emigrazione italiana verso la Svizzera, e Matteo Fantuzzi col poema corale La stazione di Bologna sull’attentato del 2 agosto 1980. Sono entrambi opere che hanno ricevuto riconoscimenti e attenzione e che dimostrano come il pubblico dei lettori richieda e abbia bisogno di questo tipo di riflessione.

Infine, l’ultima sezione, Il mio custode, è senza dubbio la più drammatica e “atemporale”. Quale è il demone che, nel mondo contemporaneo, incombe - sotto le mentite spoglie del custode - nella vita di un intellettuale dichiaratamente omosessuale?

Capisco il senso della tua domanda – e potrei rispondervi – ma percepisco anche un minimo fraintendimento. Non c’è dubbio che nella crisi della sezione finale possano essere fatte rientrare esperienze traumatiche comuni alla crescita di molti omosessuali. Ma non è questo che tematizzo. Le poesie rappresentano un succedersi di crolli, di incubi vissuti a occhi aperti, di prepotenti somatizzazioni, una sintomatologia enigmatica e sovradeterminata di natura segnatamente psichica. Il lessico e l’immaginario cambiano – sono, come dici tu, più “atemporali”, quasi araldici – e segnalano qualcosa che va al di là di tutto ciò di cui si è fatta esperienza prima. Ma insieme al dramma interiore cerco anche di esprimere la consapevolezza del carattere necessario, e forse nel futuro fruttuoso, di questa fase.

Per questo ho intitolato la sezione Il mio custode, non in senso ironico o straniante, ma perché chiunque sia in cerca di se stesso deve accogliere il carattere ultimamente salvifico delle più improbabili discese agli inferi. L’Ombra, per quanto imprevedibile e dolorosa, ci salva dall’unilateralità, dall’egotismo e dalla piattezza. Paradossalmente, può agire come il nostro miglior custode.     

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A luglio, in piena Onda Pride 2018, la casa editrice Marchese di Napoli ha pubblicato Quei ragazzi del ‘96, testo per il teatro scritto da Claudio Finelli, docente e delegato Cultura di Arcigay. Testo, che ha avuto anche una sua realizzazione per la scena, nel gennaio 2017, all’interno del fortunato format Do not disturb, ideato dallo stesso autore insieme al regista Mario Gelardi.

Quei ragazzi del ‘96 è liberamente ispirato al celebre testo di Mart Crowley Festa di compleanno per il caro amico Harold e racconta un drammatico party a sorpresa, organizzato da un gruppo di amici la sera prima del 29 giugno 1996, data del primo Gay Pride di Napoli e del Sud Italia.

Tra colpi di scena, momenti brillanti e altri intensi e commoventi, i protagonisti della pièce restituiscono al lettore la temperatura emotiva ed esistenziale in cui viveva, alle porte del nuovo millennio, la comunità Lgbti italiana, reduce dai tragici anni dell’Aids e ancora stretta e oppressa da pregiudizi sociali e dolorosi conflitti interiori.

La prefazione, scritta da Vincenzo Capuano (leader storico del comitato Arcigay di Napoli e docente di Storia del Giocattolo), ripercorre con puntualità le tappe politiche e rivendicative di quegli anni. La postfazione, invece, ad opera del caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, è una risposta argomentata, vibrante e appassionata a quanti ancora oggi, nel 2018, guardano al Pride con diffidenza e scetticismo.

Incontriamo l’autore per saperne di più sul testo che ha appena pubblicato.

Claudio, come mai hai deciso di scrivere un testo teatrale ambientato alla vigilia del primo Pride di Napoli?

In realtà, il testo nasce da una doppia “ispirazione”. Infatti mi era stato commissionato un rimaneggiamento attualizzato di Festa di compleanno per il caro amico Harold di Crowley. Pur avendo accettato, mi ero ritrovato ben presto a riflettere sull’inutilità di un simile adattamento. Il testo di Crowley, infatti, è datato e ha senso, secondo me, proprio perché restituisce a chi legge l’immagine precipua della condizione vissuta dalla comunità Lgbti americana negli anni ’70. Allora, ho pensato che, piuttosto che adattare il testo, sarebbe stato interessante adattare la dimensione umana dell’opera di Crowley.

Ho quindi cambiato tutti i personaggi e la storia, lasciando però la voglia di restituire al lettore la temperatura sociale della comunità Lgbti nella seconda metà degli anni ’90 in Italia. Il Gay Pride di Napoli del 1996 – che all’epoca dei fatti ho vissuto in maniera defilata – fu un evento spartiacque e rivoluzionario che ha profondamento inciso, a mio parere, sulle dinamiche di consapevolezza e di maturazione del territorio.

Cosa è cambiato, a tuo parere, da allora, nella vita delle persone Lgbti?

Sono cambiate, ovviamente, tantissime cose. Certamente oggi è molto più facile vivre la propria condizione alla luce del sole: c’è un tasso minore di omotransfobia sociale, un tasso minore anche di omotransfobia istituzionale. Le tematiche Lgbti non sono più tabù come lo erano in quei tempi e la comunità Lgbti si è liberata dell’alone di “patologia” in cui viveva negli anni ’90.

Quello che, a mio parere, resta purtroppo simile è la difficoltà di trovare un equilibrio emotivo e sentimentale in assenza di narrazioni condivise. I personaggi della pièce hanno difficoltà a orientarsi tra sentimenti, pulsioni, giudizi e desideri perché sono privi di modelli di riferimento forti e comuni, cioè mancano di una narrazione che ne determini la “formazione sentimentale”.

Quest’assenza è, a mio parere, il vero problema culturale che vive, ancor oggi, la comunità Lgbti in quanto la società, fortemente eterosessista, contiene e stigmatizza l’urgenza di definire canoni culturali e repertori espressivi di riferimento per le persone Lgbti. In questo modo la stessa società, in nome di una normalizzazione subdola ed effimera, spaccia per “integrazione” ciò che invece si rivela essere una forma di “indifferenziazione” e di “neutralizzazione” dell’immaginario Lgbti e le persone Lgbti, ohimé, spesso cadono in questo “tranello”.

Che ruolo hanno, secondo te, i Pride nella costruzione di una coscienza collettiva della comunità Lgbti?

Oggi l’Onda Pride ci dimostra che i Pride godono di ottima salute e sono momenti di aggregazione e di condivisione di piazza importantissimi. Anzi, in un frangente storico come quello che stiamo vivendo, in cui le spinte reazionarie e fasciste sono sotto gli occhi di tutti, credo che si debba ripartire proprio dall’esperienza dei Pride e della nostra fiera lotta di rivendicazione.

Sarebbe interessante aprire con più decisione le istanze di rivendicazione delle persone Lgbti  e fonderle alle istanze di rivendicazione delle altre minoranze, che oggi rischiano persecuzione ed esclusione. Un fronte unico di lotta per i diritti di tutte e tutti, per la felicità e il benessere di tutte e tutti. Tanto, di solito, i razzisti sono anche fascisti, ignoranti, misogini e omotransfobici: la politica attuale lo dimostra in maniera più che evidente. 

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La giuria del Premio Carducci, presieduta da Ilaria Cipriani e composta da Silvia Bre, Stefano Dal Bianco, Umberto Fiori e Antonio Riccardi, ha decretato, lo scorso 27 luglio, giorno della nascita del poeta a cui il premio è dedicato, il vincitore della 62° edizione. Il riconoscimento è andato a Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista, per la sua ultima silloge poetica La linea del cielo, edita da Garzanti.

Un premio prestigioso attribuito a un intellettuale, che ha sempre avuto una sensibilità spiccata e un’attenzione concreta verso la rivendicazione di diritti e dignità della comunità Lgbti.

Contattiamo Franco Buffoni, alcuni giorni dopo l’autorevole riconoscimento, per sapere qualcosa di più circa il Premio Carducci e il suo libro di poesie La linea del cielo.

Franco, è felice di aver ricevuto il Premio Carducci 2018?

Certo, perché si tratta di un Premio giunto ormai alla sessantaduesima edizione ed è dedicato a un grande poeta italiano, oggi percepito come “desueto”, ma che ha avuto un ruolo importante nel panorama culturale di fine Ottocento, soprattutto se ricordiamo che fu un grande latinista, un intellettuale laico e di ispirazione socialista. Certo era legato ad alcuni miti retorici del suo tempo ma la limpidezza del verso è indubbia e alcuni suoi versi, debitamente contestualizzati, andrebbero studiati anche a scuola. In Italia, poi, la storia della letteratura ha sempre sottolineato solo l’aspetto retorico della poesia carducciana, negando e nascondendo volutamente la sua coscienza atea e socialista. Così come d’altronde si è fatto con Pascoli, allievo e successore di Carducci, di cui si è volutamente negata l’omosessualità. La premiazione è stata molto suggestiva. In parte si è svolta nella casa paterna di Carducci, una casa modesta (il padre era medico condotto di Sansepolcro) e, in parte, si è svolta sul sagrato del Duomo di Pietrasanta.

La manifestazione ha visto la partecipazione di tantissima gente anche perché è sapientemente inserita all’interno di una festa con musica e coreografie che coinvolge l’intero territorio. Per l’occasione io ho recitato a memoria i versi di Sogno d’estate di Carducci e dal mio libro La linea del cielo ho letto i componimenti Montale sul Titano e Ho pensato a te, contino Giacomo.

Il premio le è stato consegnato per La linea del cielo. Ci può raccontare di cosa parla la sua nuova raccolta?

Innanzitutto, si tratta della traduzione letterale della parola inglese “skyline” che può essere tradotta con “Il profilo del cielo”, ma poiché nel 2000 ho pubblicato un libro che si intitola Il profilo del Rosa, ho preferito il termine “linea” a “profilo”.

Il testo attraversa, in versi, la dicotomia propria della mia vita scissa tra Roma e Milano. Io sono un lombardo che vive a Roma e il libro segue il passaggio dal profilo delle guglie a quello delle cupole. D’altronde, nel testo vi è una prima parte caratterizzata da poesie tipicamente lombarde e poi da un’altra sezione di componimenti romani ma in realtà, nel libro, le due linee dialogano tra loro e si fondono. Una sezione molto importante del libro è quella intitolata Rivendicative che inizia con il componimento Mio sussulto, dedicata al mio coming out.

In questo libro ritornano anche memorie di altri grandi maestri della poesia italiana e internazionale…

Certamente e, a tal proposito, ricorderei la sezione Di che cosa si nutriva Adelaide Antici?, dedicata a Giacomo Leopardi; la sezione Piove dentro, dedicata a Eugenio Montale e la sezione La cravatta di Sereni, dedicata a Vittorio Sereni.  La sezione più cospicua è quella dedicata a Leopardi che, in realtà, anticipa un mio nuovo testo di narrativa che presto sarà pubblicato da Marcos y Marcos e che si intitolerà Due pub, tre poeti e un desiderio, in cui affronto il tema del coming out vietato a tanti poeti italiani dalla società in cui vivevano, da Leopardi a Pascoli, da Pavese a Montale, passando per Diego Valeri, Clemente Rebora e tanti altri. Il mio vuole essere un outing tardivo fatto con estremo amore. La sezione dedicata a Vittorio Sereni è, invece, un omaggio a un maestro fondamentale per la mia formazione poetica.

A quale altra sezione de La linea del cielo è particolarmente legato?

Sicuramente alla sezione intitolata Vipere lilla dedicata alla storia d’amore più profonda e importante della mia vita, una storia durata nove anni, dal 1986 al 1995 e di cui ho parlato anche nel libro Come un polittico che si apre, scritto con Marco Corsi. In questa sezione, alcuni componimenti sono introdotti da stralci delle lettere di Leopardi all’amato Antonio Ranieri e anche di Clemente Rebora a Giovanni Boine.

Infine, da intellettuale laico e rivendicativo, cosa si sentirebbe di dire relativamente al nuovo panorama politico del nostro Paese?

Mi sento di dire che, nonostante io sia radicalmente e convintamente laico, approvo e condivido il titolo proposto ultimamente in copertina da Famiglia Cristiana che, accanto a una foto del ministro degli Interni, equiparandolo a Satana, ha scritto Vade retro, Salvini.

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Anche quest’anno, nella suggestiva cornice barocca del centro storico di Noto, torna il Giacinto-Nature Lgbt. Festival di informazione e approfondimento sulla cultura omotransessuale, diretto dall’attore Luigi Tabita.

Il festival si svolgerà il 4 e il 5 agosto, giornate in cui sono previsti eventi finalizzati a narrare realtà e storie che interessano da vicino la comunità Lgbt. Tema di questa quarta edizione sarà il viaggio, inteso nelle sue varie accezioni semantiche.

Sabato 4 agosto, alle ore 18:00, nella Sala Dante del Teatro Tina di Lorenzo, il festival sarà inaugurato dal vernissage di Adelmo e gli altri, una mostra foto-documentaria curata da Cristoforo Magistro e dedicata ai confinati omosessuali nel Materano durante la seconda guerra mondiale. Un lavoro che cerca di ricostruire, attraverso il recupero di immagini e documenti, la memoria e le vicende di persone perseguitate dalla violenza fascista per il loro orientamento sessuale.

Nella stessa giornata, alle 19:30, presso il Convitto delle Arti, si discuterà, invece, di turismo Lgbt con esperti del settore quali Sandro PappalardoMarco Albertini, Francesco Pastore, Marco Galati e Alessandro Battaglia. All’evento parteciperà anche il presidente del Comitato provinciale Arcigay di Siracusa Armando CaraviniE sempre nella medesima location, alle 21:30, verrà proiettato un cortometraggio di animazione dell' illustratrice estone Chintis Lundgren.

Alle 22:00 sarà invece la volta di Filippo lo studente, incontro-reading per raccontare la storia di uno dei tanti omosessuali che furono deportati al confino durante il periodo fascista perché  “socialmente pericolosi nei riflessi della moralità pubblica”. A dare voce a Filippo, studente siciliano, sarà l’attore Paolo Briguglia e al dibattito che seguirà la performance, parteciperanno Chiara Ottaviano (storica), Gabriele Guglielmo (presidente Polis Aperta) e Andrea Cozzo (ordinario di Lingua e letteratura greca, Università di Palermo). 

Domenica 5 agosto, il calendario degli incontri avrà inizio alle 17:30 presso il Convitto delle Arti con Guardami. Si tratta di un laboratorio esperienziale curato dalla visual artist Clara Luiselli, i cui partecipanti si impegneranno nella costruzione di "porte-scrigno" funzionali a permettere un percorso di scoperta e svelamento del proprio sé. Alle 19:30 le strade del centro saranno interessate da un flash-mob arcobaleno organizzato dalle associazioni Lgbt del territorio.

La serata della domenica si concluderà, sempre presso il Convitto delle Arti, con due eventi.

Uno, con inizio alle 21:00, dedicato alle sfide della genitorialità e alla vita delle famiglie Lgbt in Italia, a cui parteciperanno la senatrice Valeria Fedeli, Marilena Grassadonia (presidente Famiglie Arcobaleno), Alessandro Savona – (genitore affidatario), Janelle Hammett (portatrice), l’avvocata Giusi Arena (Rete Lenford).

L’altro, alle ore 22:00, che ruoterà intorno dalla proiezione di Invecchiare lgbt, un documentario sulle persone Lgbt di terza e quarta età realizzato da Adriano Silanus. Dopo la proiezione seguirà la presentazione dei libri Over60-men e Over60-women con il curatore Giorgio Ghibaudo, Alessandro Bottaro (presidente Stonewall Glbt) e la partecipazione della giornalista Alda D'Eusanio.

 

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Recentemente pubblicato dalla casa editrice novarese Interlinea, Dolore Minimo è una raccolta di poesie davvero unica nel panorama della produzione lirica italiana. Essa, infatti, restituisce al lettore il complesso iter esistenziale e spirituale di una donna transessuale che narra la sua luminosa rinascita in versi.

Contraddistinto da una rara potenza poetica, il libro di Giovanna Cristina Vivinetto è introdotto da una presentazione della scrittrice Dacia Maraini che, affrontando proprio il tema della rinascita e della fatica di essere madre di se stessa, spiega come la silloge racconti «il difficile compito di partorire un altro da sé che sarà sempre quell’io». Un compito che «assomiglia a uno straziante guardarsi indietro per ritrovare una se stessa lontana e quasi irriconoscibile nei giochi sempre uguali dell’infanzia».

Raggiungiamo telefonicamente Giovanna Cristina che, originaria di Siracusa, vive a Roma dove studia filologia moderna all’Università La Sapienza.

La tua silloge poetica si chiama Dolore Minimo. Qual è il dolore cui alludi nel titolo?

Il dolore raccontato nel mio libro è quello legato alla transizione e al passaggio travagliato da un corpo, che si perde non senza lacerazioni, a un altro, che si conquista faticosamente. Ed è “minimo” perché è la razionalizzazione a posteriori di un dolore profondissimo – quello appunto del mutamento di genere – e, dunque, la sua ponderata accettazione. È una riflessione “a mente fredda” su ciò che è stato il dolore della disforia di genere ed è qualcosa con cui si impara a convivere, che si cronicizza (per questo “minimo”) e da cui non ci si può separare perché, nostro malgrado, ci appartiene.

Le tue poesie narrano, in versi, le diverse stazioni di un processo, quello della transizione, fatto di sofferenze e scoperte. Da cosa nasce l’urgenza di raccontare con la poesia questo tuo iter?

C’è stato un momento all’inizio in cui mi imposi fermamente di non trasporre in letteratura la mia esperienza di vita. Ritenevo, oltre a non disporne i mezzi, fosse un oltraggio all’intimità del mio percorso e un dato inutile da sapere per i lettori; qualcosa, insomma, di troppo personale da mettere in un libro. Col passare del tempo, tuttavia, si è fatta strada in me una necessità di comunicazione fortissima, un bisogno di chiarificazione che non ho potuto controllare. Dolore minimo nasce da questa crisi e, col senno del poi, posso dire che è anche stato la soluzione a questa stessa frattura interiore.

Attraverso la poesia, infatti, non solo ho messo in atto un processo terapeutico che mi ha permesso di conoscermi meglio, accettarmi per quella che ero senza vergognarmi dei cambiamenti, ma ho capito anche che il mezzo letterario era in realtà l’unico con il quale avrei potuto esprimere la mia storia rendendola però universale, comprensibile a tutti. E questo perché la lingua poetica crea delle indiscutibili connessioni viscerali che vanno ben oltre la singola esperienza di vita.

Il tuo libro è anche un libro sulla rinascita e sulla “maternità”. In alcuni versi, racconti che nei riti di rinascita c’è un prezzo da pagare. Tu che prezzo hai pagato per rinascere? E quale prezzo temi debba ancora pagare per esserti fatta “madre di te stessa”?

C’è una strofa di una poesia contenuta nella prima sezione di Dolore minimo che, affrontando il tema della maternità e del rimettersi al mondo, parla molto bene proprio di questo: Ho rinunciato a qualcosa / consegnandoti a questo mondo: / per esempio a un po’ dell’anima / e all’innocenza che usavamo / come schermo ai graffi della vita. È chiaro che in un percorso del genere ci si interroghi sulla portata stessa di tale transito, analizzando i vantaggi e i rischi del caso. Se da un lato, infatti, nel transito ho sempre visto l’unico modo per essere ciò che effettivamente ero, quindi un mezzo per la realizzazione piena di me stessa, dall’altro mi è sembrato a volte una soffocazione di qualcosa che poteva svilupparsi e crescere in un altro modo, quasi un “omicidio” di un’identità pregressa la quale, tuttavia, senza questo volontario annientamento, non avrebbe avuto futuro.

Ogni cambiamento porta con sé una conquista ed una perdita (si vedano, ad esempio, le tre poesie all’inizio del libro che parlano esattamente di questo). E perdita e conquista non si possono scindere. Ho perso e perderò sicuramente qualcosa, ne guadagnerò altre: ciò che è importante è essere consapevoli di questo processo incessante e riconoscere in tutto ciò un’innegabile possibilità di conoscenza continua, di crescita.

Nel tuo libro racconti con orgoglio il tuo percorso e ne affermi la forza e il valore contro il giudizio della società dei presunti “normali”. Ti è mai capitato di essere discriminata perché transessuale? 

Nella mia vita non ho mai subito alcun gesto di discriminazione perché persona transessuale. Sarà per questo che oggi sono una ragazza soddisfatta di sé e della propria esistenza, realizzata e fondamentalmente serena. Forse sono stata fortunata, ma mi piace di più immaginare di essermi sempre circondata di persone “giuste”, cioè intelligenti, sensibili ed in grado di andare oltre le apparenze, d’altro canto allontanando ed evitando i possibili “fattori di rischio”. Ma questa è una “scrematura” che chiunque fa: ognuno di noi, in fondo, si crea delle conoscenze fertili per la propria crescita ed i propri interessi, e tutto ciò che non è utile, anzi dannoso, viene prontamente evitato.

C’è stato recentemente un attacco nei miei confronti da parte degli antiabortisti cattolici ProVita, i quali hanno parlato male del mio libro poiché l’autrice è una trans. Ma questa penosa situazione non la considero un gesto di esclusione poiché da essa è nata, anzi, un’enorme solidarietà che ha fatto solo bene alla diffusione del libro. Dal canto mio, ho le spalle abbastanza larghe per farmi colpire da queste scemenze.

Infine, una donna transessuale che scrive poesia è anche una figura eversiva e di implicito valore politico nell’Italia di oggi?

Una poetessa transessuale è non soltanto una figura eversiva in letteratura, perché mette in crisi le teorie di chi vuole a tutti i costi individuare una “scrittura femminile” e una “scrittura maschile”, introducendo infatti un’autorialità del tutto nuova. È certamente anche una figura che ha un certo peso politico, perché attraverso la sua presenza veicola, implicitamente o meno, tutta una serie di riflessioni sullo “stato di salute” del modo in cui la società rappresenta, tutela e favorisce una minoranza, in questo caso quella transessuale.

Ma la valenza politica è tipica di qualsiasi letteratura: ogni cosa che scriviamo avrà sempre una certa risonanza dal carattere politico, dal quale, quindi, non si può prescindere.

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Da questa sera fino al 24 giugno si svolgerà la 32° edizione del Festival Mix Milano di Cinema gaylesbico e Queer Culture: manifestazione organizzata dall’Associazione culturale Mix Milano con il patrocinio del Comune di Milano e con il contributo del locale assessorato alla Cultura.

Ideato da Giampaolo Marzi, diretto e prodotto da Debora Guma, Rafael Maniglia e Andrea Ferrari, il festival avrà luogo nella storica sede del Teatro Strehler e nella nuova location del Teatro Studio Melato.

La kermesse dà il via alla Pride Week milanese ed è accompagnata dal claim L’un@ non esclude l’altr@, che rimarca la vocazione del festival a offrire proiezioni, musica ed eventi all’insegna dell’inclusione.

Come dichiarato a Gaynews da Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano, «i diritti sono valore per tutti e tutti dobbiamo sentirci coinvolti nel tutelarli. Per questo dobbiamo essere presenti alla 32° edizione del Festival Mix, che apre la Pride Week in preparazionae alla parata del 30 giugno».

Come da tradizione, la manifestazione eleggerà le sue due nuove Queen, figure di rilievo del panorama artistico italiano. E così, dopo Serra Yilmaz, Anna Mazzamauro, Carmen Maura, Angela Finocchiaro, Lella Costa, Franca Valeri, Sandra Milo, Cinzia Leone e Geppi Cucciari, quest’anno, nella serata di venerdì 22 giugno, la corona di Queen of Comedy sarà offerta a Iaia Forte, nota attrice napoletana, poliedrica interprete teatrale e cinematografica. A Syria andrà invece stasera il titolo di Queen of Music.

A inaugurare la 32° edizione sarà il film, fuori concorso, Favola di Sebastiano Mauri, adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo teatrale scritto e interpretato da Filippo Timi. Commedia dissacrante sul tema dell’identità, il film racconta la storia di due casalinghe Mrs Fairytale (Filippo Timi) e la sua migliore amica Mrs Emerald (Lucia Mascino) nell’America degli anni '50 del secolo scorso. Il film sarà presentato questa sera da Sebastiano Mauri e Filippo Timi prima di uscire in sala, come evento speciale, solo il 25, 26, 27 giugno. Special guest della serata inaugurale anche la fascinosa attrice e performer Drusilla Foer.

Sul palco del Mix sono attesi, poi, anche altri grandi ospiti come la regista Trudie Styler (moglie di Sting), il giovane attore Alex Lawther (The End Of The F***ing World) e la star del web Martina Dell’Ombra.

Una selezione di 50 titoli suddivisi nelle tradizionali sezioni Lungometraggi, Documentari e Cortometraggi, sarà valutata da tre giurie composte da esperti/e e critici/che di cinema che sceglieranno le migliori opere cinematografiche a tematica Lgbti. Anche il pubblico potrà esprimere la propria preferenza eleggendo il Miglior Lungometraggio attraverso l’app ufficiale del Festival Mix Milano 2018 per smartphone e tablet.

Tra i lungometraggi ricordiamo la commedia romantica Just Friends (22/06, ore 20.45, in anteprima assoluta) dell’olandese Ellen Smit che narra la relazione amorosa tra il siriano Yad e il giovane Joris, vittime del giudizio delle rispettive madri, Para Aduma (22/06, ore 19.00) della regista israeliana Tsivia Barkai Yacov e il  dramma rurale argentino-cileno Marilyn, opera prima di Martín Rodríguez Redondo (22/06, ore 22.30).

Dal Festival di Cannes arriva, poi, Un conteau dans le coeur di Yann Gonzalez (23/06 ore 20.30), thriller di uno dei registi più significativi del cinema queer contemporaneo, ambientato nel mondo della pornografia parigina di fine anni '70 con la splendida Vanessa Paradis nei panni di una produttrice di film per adulti. 

La sezione Documentari comprende, invece, sette opere tra cui un’anteprima italiana e un’europea, che riflettono i segnali di tendenza intorno al tema dell’identità.

I Cortometraggi, infine, divisi in due sezioni, verranno proiettati al Teatro Studio Melato. Tra i lavori in concorso spiccano: Y della regista tedesca Gina Wenzel; Marguerite di Marianne Farley; Una semplice verità di Cinzia Mirabella; Green Tea di Chiara Rap e UP! UP! UP! di Laura Giannatiempo

Come per le edizioni passate, anche musica, letteratura e arte troveranno spazio durante le giornate del festival con la sezione MIXOFF

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Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

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