Anna è nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa. Andrea Simone e Gianni Tofanelli, i due papà, hanno racconto il loro progetto e la successiva prima esperienza di genitorialità nel libro Due uomini e una culla, edito lo scorso anno per i tipi torinesi Golem.

Benché sull’atto di nascita californiano siano entrambi registrati come papà, per l’anagrafe italiana non è così. Anna risulta avere un solo padre, quello biologico, mentre l’altro non ha ufficialmente in Italia né diritti né doveri nei suoi riguardi. I tentativi di Andrea e Gianni per superare una tale situazione presso l’Ufficio Anagrafe di Milano, dove risiedono, sono purtoppo caduti nel vuoto.

Giuseppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo, ha deciso di sospendere la trascrizione di atti di nascita esteri di bambini e bambini con due papà. Presa d’atto che, al contrario, non ha applicato nei riguardi di figli e figlie di coppie di donne lesbiche, come ha dimostrato anche con la solenne cerimonia del 6 giugno a Palazzo Marino

Il doppiopesismo attendista di Sala in tale materia è stato oggi stigmatizzato da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha dichiarato in un comunicato: «Da mesi i nostri soci attendono invano una risposta e se ci siamo infine decisi a un appello pubblico è perché siamo ancora convinti che la situazione si possa sbloccare. Basta però rinvii e incontri interlocutori: il mancato riconoscimento sta rendendo la vita di molte famiglie difficile. Ci è stato detto che gli uffici aspettano un parere dell'Avvocatura di Stato, e quindi la sentenza della Cassazione a sezioni unite sul cosiddetto 'caso Trento'.

Ma il Comune, se c'è la volontà politica, può muoversi da subito. Chiediamo a Sala di dirci chiaramente se questa volontà politica c'è. Lo abbiamo ringraziato e lo ringraziamo ancora per i riconoscimenti delle famiglie con due madri, ma come associazione chiediamo che i diritti siano diritti per tutti. I bambini e le bambine non possono essere discriminati sulla base di come sono nati».

Nell’attesa d’una risposta concreta da Palazzo Marino, abbiamo raggiunto Gianni e Andrea, per conoscere meglio la loro situazione e raccogliere valutazioni sulla posizione di Sala.

Gianni e Andrea, qual è al momento la situazione anagrafica di Anna?

Dal nostro rientro in Italia nel settembre 2014 Anna anagraficamente risulta avere un solo padre (Gianni) in una famiglia che è riconosciuta come unita civilmente dal 29 marzo 2013… Questo miracolo “anagrafico” accade perché abbiamo trascritto il nostro matrimonio, che è antecedente all’entrata in vigore della legge sulla unioni civili. Ha doppio passaporto. Ma per la legge un solo papà, perché sul suo certificato di nascita compare solo il nome di uno dei due padri e l’altro non ha ufficialmente alcun diritto e alcun dovere nei confronti della bimba.

Che cosa vi è stato detto all’Ufficio Anagrafe, quando avete chiesto che vi fosse riconosciuta la doppia paternità?

Ci siamo rivolti all’Anagrafe del Comune di Milano non appena è uscita la notizia che avevano trascritto e corretto l’atto di nascita di due gemelli – anche loro nati in California con gpa –, permettendo ai due bambini di avere sui documenti i nomi di tutti e due i loro genitori. Abbiamo presentato la documentazione completa e seguito l’iter che, per un limitato numero di casi, aveva sortito l’effetto positivo della trascrizione. Ma dopo circa un mese abbiamo ricevuto una raccomandata dall’Anagrafe del Comune di Milano che ci informava che la richiesta era sospesa, in quanto si era deciso di richiedere chiarimenti al ministero dell'Interno. Si era quindi chiusa quella breve finestra temporale in cui l’ufficiale di Stato Civile si era dimostrato favorevole.

Vogliamo far notare che la sospensione è illegittima, in quanto il Comune di fronte alla nostra richiesta avrebbe potuto solo accettare (come ha fatto fra dicembre e gennaio per quell’esiguo numero di casi) o rifiutare la trascrizione, ma non lasciarci in un limbo che dura da quasi un anno. 

Come spiegate il diniego del sindaco Sala ad effettuare le trascrizioni degli atti di nascita esteri per le coppie dei soli papà?

Non riusciamo a spiegarci questa discriminazione. Nel mese del Pride abbiamo visto il sindaco Sala farsi paladino dei diritti delle famiglie omogenitoriali e riconoscere il diritto di tante mamme ma, parallelamente, ignorare del tutto le situazioni come le nostre. Situazioni che ormai riguardano decine di bambini, alcuni dei quali, come nel caso delle gemelle di cui hanno parlato i media alcuni giorni fa, sono trattati come dei fantasmi dal Comune e conseguentemente dallo Stato.

Credete che pesi la battaglia contro la gpa condotta in area milanese da certe femministe della differenza e da ArciLesbica?

Sicuramente non ha aiutato e sta impedendo che ci possa essere una posizione forte anche all’interno del Consiglio comunale. In esso, una ventina di giorni fa, è stato presentato un ordine del giorno a favore della trascrizione degli atti di nascita dei papà arcobaleno da parte di Angelo Turco e Diana De Marchi (presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune), che chiedeva di porre fine  alla discriminazione in atto rispetto alle famiglie composte da due donne. Ma anche questa richiesta sembra essere al momento ignorata.

Da Palazzo Marino è stato detto che si aspetta la decisione della Cassazione a Sezioni Unite. Ma questo attendismo non sembra riguardare figli e figlie di coppie lesbiche...

Come abbiamo già detto, da luglio 2018 alcune coppie di mamme ottenuto da Palazzo Marino - e con grande visibilità mediatica del Sindaco Sala - la formazione di atti di nascita con l’indicazione di entrambe le genitrici. Quindi pare evidente che questa sospensione in attesa del 9 novembre non le riguardi.

Come giudicate la posizione delle associazioni Lgbti sul tema gpa? Sono attente o le avvertite lontane?

Ci pare che le associazioni Lgbti stiano lasciando sempre più sola Famiglie Arcobaleno nel condurre questa battaglia a favore dei nostri figli e figlie. A loro viene pregiudicato l’esercizio di numerosi diritti fondamentali, tra cui il diritto all’identità personale e al rispetto della vita privata e familiare.

Cosa pensate di femministe e attiviste che in riferimento alla gpa usano lo stesso armamentario lessicale di esponenti di estrema destra?

Abbiamo letto e sentito dire parole di una violenza inaudita - addirittura più forti di quelle pronunciate dall’estrema destra -, che hanno offeso non solo le nostre famiglie ma anche coloro che in questi anni hanno combattuto contro la discriminazione e per l’emancipazione delle donne. Riportiamo come battuta - ma testimonia come certi personaggi abbiano un visione poco chiara della realtà - l’accusa che ci è stata rivolta su un social network da una delle paladine più agguerrite contro la gpa, che ha scritto:  Voi siete abituati a sfruttare le donne in quanto clienti delle prostitute. Evidentemente l’odio nei confronti degli uomini le rende cieche e poco lucide.

e-max.it: your social media marketing partner

«Crediamo che l'amore sia l'unica risposta pacifica in un mondo che ancora ha difficoltà ad interpretare le diversità come un valore aggiunto».

Così l'artista e stilista Angelo Cruciani e l’ex Iena Yang Shi hanno annunciato la loro unione civile, celebrata a Milano il 22 agosto, nella fastosa cornice di Palazzo Reale, dalla vicesindaca Anna Scavuzzo. Unione giunta a coronamento di una storia d'amore, iniziata nove anni fa.

Alla coppia il sindaco Giuseppe Sala ha mandato una lettera augurale, nella quale ha fra l’altro scritto: «Non è sempre facile esporre il proprio amore in pubblico e rendersi testimoni a favore dei diritti di tutti: voi lo fate e di certo rafforzerà un percorso civile che non deve mai considerarsi esaurito».

Fondatore del brand Yezael e curatore dei vari flash mob in occasione del Milano Pride, Cruciani è stato co-ideatore della manifestazione Svegliatitalia che, il 23 gennaio 2016, ha portato in oltre 100 piazze italiane un milione di persone a sostegno delle unioni civili, il cui relativo ddl si sarebbe iniziato a discutere il giovedì successivo in Senato.

Ma non solo la cerimonia istituzionale a Palazzo Reale, perché la coppia ha voluto unirsi anche secondo un rito sciamanico e secondo una cerimonia buddista. Quest’ultima è avvenuta ad Albagnano (sul Lago Maggiore) nel tempio buddista-tibetano dal Lama Gangchen, «che ci ha concesso questo onore – ha dichiarato Cruciani all’Ansa - per far capire che c'è un'evoluzione in atto. Che anche loro si vogliono aprire alla possibilità di unire in matrimonio persone dello stesso sesso».

In tre giorni «siamo stati sposati dal mondo e visto che l'unica cultura che è rimasta forzatamente lontana è quella cattolica - raccontano gli sposi - abbiamo inciso l'Ave, Maria all'interno delle nostre fedi».

Angelo e Yang hanno infine dichiarato: «Vorremmo tantissimo dei figli ma le condizioni per averli a livello civile non esistono. Ora è importante continuare la battaglia per i diritti di chi vive in minoranza».

e-max.it: your social media marketing partner

Lo scorso sabato, proprio nel giorno del Pride di Napoli, l’attivistaAndrea Giulianoè stato aggredito da una coppia nel quartiere Pianura che lo ha accusato di essersi “mostrato nudo” alla finestra.

Non è purtroppo la prima volta per Andrea. Dopo aver vissuto per parecchi anni in Ungheria, è diventato bersaglio di gruppi neonazisti locali per un messaggio satirico durante il Pride di Budapest del 2014. Da allora ha dovuto cambiare casa continuamente.

Sfuggito a tentati attacchi anche sul posto di lavoro, è adesso in attesa che la corte di Strasburgo possa dar inizio a un processo contro chi ha messo addirittura una “taglia” sulla sua testa, in quanto le autorità ungheresi hanno respinto ogni tentativo di denunciare i persecutori. Da questa storia è nato due anni fa anche il video documentario The right to provoke.

Ma intanto, con l’episodio di sabato, piove sul bagnato. Dopo la corsa al pronto soccorso e alcuni giorni di dolori invalidanti alle costole e alla testa, abbiamo contattato Andrea per capire meglio i fatti.

L'aggressione che hai subito a Napoli, così come è stata raccontata, non sembra essere iniziata da motivazioni di stampo omofobico. Ci puoi dire come sono andati i fatti?

Mi trovavo a Napoli per le riprese di un documentario prodotto da Deriva Film su disabilità, corpo, sessualità e attivismo, il cui protagonista è Giuseppe Varchetta, attivista Lgbti disabile. La mattina di sabato ho “osato” alzare le persiane della camera in cui alloggiavo, in via Montagna Spaccata 231, per vedere com’era il tempo, appena prima di farmi la doccia.

Mi sono sporto sul balcone letteralmente per qualche secondo, nudo. Mentre rientro in camera sento un urlo, ma non capisco né di cosa si tratta né da dove viene. Prendo l’asciugamano che avevo messo ad asciugare la notte prima accanto alla porta e vado di nuovo sul balcone, avvolgendomelo in vita. Le grida aumentano, ma di nuovo non capisco: la strada davanti a me è vuota. Vado in bagno a lavarmi. Dopo qualche minuto il mio vicino di stanza mi chiede, ridendo, se fossi stato nudo sul balcone, perché in strada c’è un uomo che vuole picchiarmi.

Nel giro di mezz’ora vengono chiamati i condomini, l’amministratore e il proprietario dell’alloggio in cui stavamo. Ricevo la telefonata del proprietario dell’appartamento, gli racconto quello che ho fatto, la telefonata finisce con lui che dice che forse è stato tutto un inutile allarme.

E poi quasi 12 ore dopo, di ritorno dal Pride, mi trovo verbalmente aggredito da una sconosciuta, che mi dice: Fai schifo, come ti permetti, qui ci sono bambini!, e da un un uomo fuoribondo che, mentre mi attacca, mi dice: Io ti ammazzo, mongoloide, frocio! La mia faccia schiacciata sul cofano di un taxi, gli occhiali da sole rotti, i manici della borsa spezzati. E poi le botte in testa, sulle costole, le mani che mi afferrano e mi tirano per la barba.

A che punto si è manifestato l'insulto omofobo?

L'insulto omofobo si è manifestato nel momento in cui sono riuscito a divincolarmi dall'aggressore. Siccome mi ha aggredito alle spalle, quella sera non aveva ancora visto il mio viso. Ma una volta che mi sono girato, lui mi ha guardato in faccia e ha visto che ero ancora truccato dal Pride e che sul petto avevo una spilla arcobaleno. A quel punto ho nuovamente scatenato la sua rabbia, ha ricominciato ad attaccarmi e all'insulto si è pure aggiunta la minaccia: Ti ammazzo. Fortunatamente, avendocelo di fronte, sono riuscito a difendermi dai suoi colpi. Preciso anche che l'intero gruppo con cui mi trovavo è stato bersagliato. Questi froci vengono a Napoli a fare queste cose era un chiaro riferimento sia al Pride sia al vivere liberamente il proprio corpo.

Ma non finisce qui: quello che secondo me è il punto più basso di questo tristissimo episodio è l'uso dell'epiteto mongoloide. Amio avviso è stato diretto all'attivista Lgbti disabile Giuseppe Varchetta, che durante la prima parte dell'attacco si trovava a un paio di metri da me. L'aggressore deve aver notato che Giuseppe ha difficoltà motorie, mentre si affrettava a risalire sul taxi per proteggersi.

Esiste un legame, secondo te, tra lo scandalo che desta la nudità e l'omofobia?

Certo che esiste. Sono sicuro che, se fossi stato una donna, il mio corpo nudo sul balcone avrebbe attirato un tipo di attenzione molto diversa. Anziché avere un violento in strada che vuole picchiarmi, avrei forse ricevuto delle avances o, più probabilmente, delle molestie. Viviamo in un periodo storico dove l'oggettificazione del corpo ha raggiunto livelli preoccupanti, dove la nudità è indissolubilmente legata al sesso, dove la pornografia (prevalentemente fatta per un pubblico maschile eterosessuale) è a disposizione di chiunque. Ma anche in questo mondo ipersessualizzato la vista di un corpo maschile nudo in un contesto per niente sessuale continua a destare indignazione. Forse è proprio perché mostrare un uomo per quello che è, senza filtri bellezza, senza secondi fini e senza che sia circondato dalla cultura machista, fa paura.

Come possiamo giustificare questa preoccupazione per i bambini quasi a giustificare un pestaggio del genere?

I bambini non sono altro che uno strumento. In quale civiltà degna di essere chiamata tale è accettabile insegnare ai bambini che se qualcuno non ci piace possiamo picchiarlo e, al tempo stesso, imprimere nella loro mente il fatto che la cosa più naturale che abbiamo, vale a dire il nostro corpo, è qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere, a meno che non venga usata per picchiare qualcuno?

Quali conclusioni hai tratto da questa vicenda e che appello vorresti lanciare alle associazioni?

Mi piacerebbe vedere il mondo associativo italiano aprire gli occhi e vedere che serve a poco avere una (mezza) legge sulle unioni civili, se prima non esistono legislazioni volte alla protezione di tutte le minoranze oppresse (che non sono solo di genere e sessuali ma anche etniche, religiose, economiche e disabili). La stessa mezza legge, che abbiamo raggiunto in quasi 50 anni di storia di lotte e rivendicazioni, presenta gravi mancanze in fatto di tutela dei bambini presenti all'interno di queste coppie ed è spesso ostacolata da sindaci obiettor,i che non vogliono rispettarla.

Questo accade perché manca una base: manca una legge decente sull'omo-lesbo-bi-transfobia, manca l'educazione sessuale e affettiva, mancano il monitoraggio e l'applicazione di quei pochi strumenti a nostra disposizione per mantenere il nostro Stato laico e antifascista.  E, infine, manca il concetto di intersezionalità. Mi fa piacere sapere che le persone L e G, se vogliono, se possono permetterselo e se vivono in coppia possono unirsi civilmente. Ma chi si occupa dei diritti fondamentali delle persone single in generale e delle persone B, T e I? E se queste persone sono povere, disabili, straniere, rifugiate politiche? Svegliamoci, i diritti di pochi sono solo privilegi.

e-max.it: your social media marketing partner

Il 3 luglio a Venezia, durante la 178° seduta pubblica del Consiglio regionale veneto, è stata posta ai vosti e approvata la mozione n. 340 che, avente come prima firmataria Giovanna Negro (Veneto del Fare – Flavio Tosi – Allenza per il Veneto), prevede l’appoggio della Regione a «quanti si battono in difesa della famiglia naturale» ed «efficaci politiche di sostegno alla natalità».

Nel testo, dopo il riferimento all’art. 29 della Costituzione che definirebbe chiaramente – secondo i firmatari – «i contenuti e la valenza» dell’istituto familiare, viene affermato: «Purtroppo assistiamo quotidianamente alla messa in discussione di questo principio. L’azione distruttoria di questo articolo portata avanti da certi ambienti politici e sociali ha, ormai da tempo, subito una forte accelerazione, anche per effetto della cosiddetta Legge Cirinnà.

Sul tema si vivono ormai, di continuo, paradossi come per esempio attaccare brutalmente una madre perché allatta con discrezione il suo bambino o il tentativo di abolire le feste della Mamma o del Papà».

Ma, nel corso della discussione previa alla votazione, gli invocati paradossi a riprova sono stati estesi da non pochi consiglieri ai Pride (con particolare riferimento a quello di Padova del 30 giugno) e all’ipotetica legittimazione di unioni tra animali con un costante richiamo elogiativo e difensivo delle posizioni di un “ministro veneto” come Lorenzo Fontana.

Argomenti, questi, che hanno dato luogo, nell'aula di Palazzo Ferro-Fini, a una vivace polemica anche per gli interventi contrari dei consiglieri di LeU, Pd, M5s.

Ad accendere la discussione è stato Nicola Ignazio Finco (Liga Veneta – Lega Nord) che ha affermato: «Dobbiamo anche essere onesti e dire che nessuno può imporre il suo modello di vita all'interno di questa società, perché penso che oggi nessuno ormai è discriminato. Penso che ognuno è libero di vivere la propria sessualità all'interno della comunità veneta ed italiana.

La cosa che più invece fa rabbrividire e sinceramente mi fa anche un po' schifo è vedere le carnevalate che abbiamo visto nell'ultimo fine settimana in quel di Padova. Quello non significa tutelare dei diritti, quello non significa difendere dei principi e dei valori, ma quello significa solamente ostentare un modello di vita, un modello di sessualità, che a mio parere rappresenta tutto fuorché la normalità.

Il mondo va avanti perché c'è un uomo ed una donna che decidono di instaurare un rapporto e mettere al mondo dei figli e creare un futuro ad una società».

Nazzareno Gerolimetto (Zaia Presidente) si è invece augurato che «questo Parlamento metta le mani alla legge Cirinnà, per invertire quella tendenza che si è voluta portare avanti contro tutti e contro tutto, e l'elettorato ha dato il suo responso il 4 marzo». Per poi sostenere: «La famiglia è solo quella tra un maschio e una femmina e figli: quella è la famiglia.

Le altre sono unioni che a me non fanno né caldo né freddo. I diritti li hanno come qualsiasi individuo: non c'è bisogno di dare ulteriori diritti, e fondiamo tutto sull'amore. Poi va a finire le distorsioni che sono emerse anche in quest'Aula: l'amore tra una persona ed un animale e il gatto. Daremo la pensione di reversibilità anche al gatto allora, se è normale questo. Dobbiamo dare la pensione di reversibilità anche al gatto?

Oppure dobbiamo aprire la strada alle adozioni o all'utero in affitto? Questa è poi è la strada per dire “utero in affitto, ma perché devo prendere l'utero in affitto? Aspetto un attimo che nasca, poi vediamo com'è: così poi si apre la strada di far nascere i figli e metterli all'asta, al mercato? Vogliamo questo? Vogliamo portare la nostra società verso questa direzione?».

Andrea Bassi (Centro Destra Veneto – Autonomia e Libertà) si è invece definito come «una persona che - lo dico tranquillamente qui in Aula –, nella legge Cirinnà ha visto moltissimi aspetti positivi, perché ha dato anche riconoscimento (distinguendo la famiglia: la famiglia è una sola ed è quella prevista dalla Costituzione), ma dando anche dei diritti a delle situazioni che prima non erano normate e che, a mio modo di vedere, dovevano essere riconosciute e appunto normate.

A me non frega niente della scelta sessuale dell'individuo, non me ne frega niente.

Ho tanti amici omosessuali, ho tante amiche omosessuali e non mi hanno mai turbato. Anzi però che abbiano la possibilità di essere riconosciuti, penso in un Paese civile, in una visione laica di un Paese civile come dovrebbe essere l'Italia, possa anche essere assolutamente degno di considerazione e degno anche di approvazione. Per fortuna ci si è fermati quando si cominciava a parlare di argomenti molto più scivolosi, come la stepchild adoption, ma qui mi fermo».

L'omologo Fabiano Barbisan si è chiesto: «Perché andiamo a perderci sulle disquisizioni di una famiglia tra due persone dello stesso sesso? Non è una famiglia e sono le carnevalate alle quali assistiamo, dove questa gente e si divertirà a fare la carnevalata: cosa volete che vi dica?

Si divertono? Bene: battiamogli le mani, perché in mezzo a tante difficoltà economiche, in mezzo a tante problematiche c'è ancora chi si diverte e sono questi che non sono la famiglia».

Alessandro Montagnoli (Liga Nord – Lega Veneta) ha affermato: «Siamo evidentemente di fronte a un passaggio storico culturale. Da chi vede le cose normali come la famiglia fatta di un uomo e una donna - e da qui la mia personale -, ma penso di tanti. L'invito al Ministro Fontana di andare avanti, perché lì ci sia un cambio di passo. C'è chi pensa a una mamma, un papà e un bambino, e chi pensa il numero, genitore 1, genitore 2, sono due mondi diversi e noi siamo ancora quelli normali.

Tra l'altro l'anno prossimo a Verona ci sarà la Giornata mondiale della famiglia e mi auguro che questo Consiglio dia il massimo supporto. Per cui, finalmente, abbiamo un Governo chiaro, serio e ribadiamo una cosa che ormai è diventata difficilissima: la normalità».

Concetto, questo, su cui si è soffermata la consigliera pentastellata Patrizia Bartelle ma per dire: «Io vi invito veramente a ragionare in maniera complessiva su quello che stiamo dicendo e soprattutto non vorrei più sentire esprimere da nessuno e in nessuna sede istituzionale il concetto di normalità.

Che cos'è la normalità? Io vi guardo in faccia e vi chiedo: è normale il collega che porta gli occhiali trasparenti o è normale il collega che ha la montatura di colore nero? Qual è la normalità? Per cortesia, noi di normalità abbiamo soltanto il rispetto delle leggi».

Il consigliere di Leu Pietro Ruzzante, dopo un primo forte intervento contrario, in quello per la dichiarazione di voto ha invece affermato: «Le manifestazioni in questi giorni si sono espresse con così forza contro il ministro Fontana, perché il ministro Fontana, la prima dichiarazione che ha fatto, è stata quella di voler cancellare una legge che nulla c'entra con le famiglie naturali. Ma che va ad impedire il diritto di tantissime coppie omosessuali, che in questi mesi, in questo anno, da quando c'è la legge Cirinnà, hanno deciso di unirsi, volete cancellare quel diritto, quindi mettete le mani in tasca agli amori altrui.

La stessa cosa avete tentato di fare con i sindaci. Per fortuna la società è più avanti della politica, vedete, non è più tempo delle disgregazioni.

Una famiglia - il concetto è semplice, semplicissimo - è dove c'è amore. Una famiglia non può esserci dove c'è violenza, per esempio, anche se è eterosessuale, anche se risponde all'articolo 29 della Costituzione, quella per me non è una famiglia».

Guarda il VIDEO

e-max.it: your social media marketing partner

Esattamente due anni fa il Parlamento, dopo decenni di battaglie politiche, approvava la legge sulle unioni civili. Le aspettative su questa legge erano fortissime: va da sé che tutti noi avremmo preferito che anche l’Italia, sulla scia di tutti i Paesi della vecchia Europa, si approvasse una legge sul matrimonio egualitario. Che fosse, perciò, in grado di superare definitivamente la divisione in cittadini di serie A  e B.

La legge sulle unioni civili, quindi, non è certamente una legge perfetta e, questo, soprattutto per due motivi. Il primo è di principio: era ed è inaccettabile la definizione di coppie di persone dello stesso sesso come “formazione sociale specifica” che, voluta da Alfano e dai centristi nonché dall’area cattodem del Pd, è stata scelta per affermare il concetto, del tutto irricevibile,  che quella omosessuale non è una famiglia come le altre. Il secondo motivo è di principio e di sostanza: la legge non riconosce i figli delle coppie omosessuali. Basti ricordar la ben nota vicenda dell’articolo 5 sulla stepchild adoption che venne stralciato subito prima del voto di fiducia in Parlamento.

Va detto, per altro, che proprio la richiesta del voto di fiducia rappresenta una pagina molto positiva nella storia del governo di centrosinistra: un’azione di coraggio il cui valore storico è, a mio parere, innegabile.

Nonostante questi limiti la legge è stata utilizzata finora (al 31 dicembre 2017) da più di 12mila persone come ci dicono i dati pubblicati in anteprima da Huffington Post. La crescita esponenziale delle celebrazioni delle unioni civili delle coppie di persone dello stesso sesso è aumentata del 149,5% nel 2017 rispetto al 2016Il che ci permette di fare un’agevole previsione sull’intero 2018: raggiungere 10mila unioni civili entro la fine dell’anno in corso.

A queste vanno aggiunte le celebrazioni all’estero che, trascritte in Italia, sono circa un migliaio. Come ha sottolineato Marzio Barbagli, uno dei più importanti analisti della famiglia in Italia, la percentuale di celebrazioni di unioni civili in rapporto con i matrimoni tra persone di sesso opposto è tra le più alte d’Europa. Possiamo dunque parlare, a ragion veduta, di grande successo della legge sulle unioni civili in barba alle giaculatorie trasversali di media che hanno parlato di flop.

La legge Cirinnà è stata, invece, un grandissimo successo al punto che anche io stesso ho fatto il celebrante, su delega del sindaco di Bologna Virginio Merola, in diverse unioni civili e lo farò ancora in tante altre nel corso dell’anno. A tutte le persone legittimamente dubbiose in ambito Lgbti dico che, nonostante tutto, la legge sulle unioni civili è stata e resta una grande vittoria e come tale va celebrata anche tenendo conto delle numerose cerimonie.

Buona parte delle celebrazioni riguarda persone non più giovanissime: il che significa che la legge ha una fortissima “utilità” nel sistemare questioni proprie della vita a due come, ad esempio, quelle riguardanti  il piano patrimoniale e assistenziale. Ci sono state, certo, anche molte celebrazioni tra coppie giovani, soprattutto tra donne.

Ciò che rende estremamente interessanti i dati sulle unioni civili è la loro ripartizione territoriale con l’indiscusso primato della capitale con 845 celebrazioni (vale la pena ricordare che la prima è stata celebrata dalla sindaca Virginia Raggi). In seconda battuta troviamo Milano con 799, terza Torino con 378 e, quindi, Bologna con 219. Va sottolineato che, in alcuni casi, come quello di Milano, il numero delle unioni civili si avvicina a quello dei matrimoni non religiosi.

Questo cambiamento, unito alle numerose sentenze di tribunale che riconoscono l’omogenitorialità e la registrazione anagrafica dei bambini quali figli di due papà o due mamme (un elenco, quest’ultimo, che con Torino e Bologna si va allungando di giorno in giorno) ha ridefinito finalmente sul piano sia giuridico sia sociale l’idea stessa di famiglia che non può più essere pronunciata al singolare ma con il termine plurale e inclusivo di “famiglie”.

La pretesa da parte di quel fascioleghismo, che nega i patrocini ai Pride nei numerosi Comuni e Regioni laddove ha vinto le elezioni, di definire un unico modello familiare, vale a dire quello di una famiglia eterosessuale, è infatti ormai del tutto anacronistica di fronte all’esistenza di pluralità di forme familiari che lo stesso diritto riconosce. Si tratta non più di una scelta come le altre ma di una necessità. Cosa ben comprensibile alla luce della drammatica frantumazione del corpo sociale provocata da politiche economiche liberiste, che hanno precarizzato la quotidianità e il lavoro rendendo indispensabile ripensare le rigidità di un diritto di famiglia oramai inadeguato a riconoscere tutte le nuove forma di vita familiare.

Mi piace ricordare due concetti che sono e restano i cardini di altrettante battaglie culturali fondamentali. Quello di “parentalità affettiva”, che ricorda la necessità di dare valore, in un mondo fatto di solitudini, alle relazioni anche tra persone non legate da ius sanguinis. Quello di “democrazia domestica”, alla cui luce ognuno paritariamente partecipa alla vita quotidiana della propria casa (ogni giorno le donne nelle coppie etero lavorano ancora mediamente cinque ore in più degli uomini).

Parentalità affettiva, democrazia domestica, libertà nelle relazioni, famiglie plurali, omogenitorialità sono tasselli importanti di una nuova idea di società. A due anni dall’approvazione della legge Cirinnà è ora di ripensare l’intero diritto di famiglia.

e-max.it: your social media marketing partner

Se si digita il nome di Beppe Ramina sul sito di Radio Città del Capo, della quale è stato uno dei fondatori, si legge: «Giornalista che nel 1977 era un dirigente di Lotta Continua e da militante del movimento gay prese le chiavi del Cassero nell'82».

Ma chi lo conosce aggiungerebbe che è da sempre una persona molto attenta al tema dei diritti con uno guardo un po’ ironico e un po’ serio. Tra i suoi scritti non è possibile non ricordare Ha più diritti Sodoma di Marx - Il Cassero 1977/1982, pubblicato nella collana Quaderni di critica omosessuale

Beppe, a tuo parere, quanto le unioni civili hanno portato avanti il Paese sul­ piano dei diritti?

Le unioni civili costituiscono il parziale riconoscimento del diritto, assicurato dalla Carta Costituzionale, all’uguaglianza di ogni cittadino nelle leggi. Quel diritto, dunque, c’era già, tanto che la Corte Costituzionale era intervenuta più volte sul punto, ma non era riconosciuto dalle leggi. È un'affermazione parziale, ma significativa, dei movimenti per i diritti civili e del movimento Lgbtqi. In quanto tale, rientra tra quei provvedimenti (dal divorzio all’aborto, dall’abolizione dei manicomi al diritto al fine vita) che affermano il diritto alla libera scelta di ogni individuo e che hanno costituito un punto di svolta nella cultura e nella vita sociale del Paese.

Eppure, secondo molti la cosiddetta legge Cirinnà rappresenterebbe anche un passo indietro marcando la differenze tra unione o matrimonio?

Nessun passo indietro: è un riconoscimento di uguaglianza (per quanto parziale) e, come tale, andrebbe valorizzato. Chi non desidera utilizzarla - per esempio, io e il mio attuale compagno - fa ciò che vuole. Trovo stucchevoli i commenti su un presunto arretramento culturale indotto da questa legge: chi la pensa diversamente ha lo stesso spazio di prima per sviluppare le proprie posizioni culturali e politiche.

Non mi convince chi denigra il lavoro di altri per affermare il proprio punto di vista. Purtroppo, in Italia, questa tendenza ad accentuare gli aspetti che dividono è forte. Al primo congresso mondiale sull’Aids che si tenne a Stoccolma (1988), nell’assemblea delle organizzazioni non governative alla quale partecipavo come presidente della Lila, venne fatto un elenco di temi. Scartati quelli su cui c’era disaccordo, ci si concentrò su quelli sui quali si era d’accordo. In Italia avremmo fatto l’opposto, trascorrendo ore a litigare.

Nel 1982, anno della presa del Cassero a Bologna, essere gay era sicuramente diverso rispetto a oggi e diverse erano le modalità d’approccio. Oggi ci sono Grindr e i social. Cosa ne pensi?

Mio figlio, che ha 14 anni, conosce internet da quando è nato: le sue manine hanno afferrato un mouse quando aveva pochi mesi e ancora non parlava, ma già sapeva dove trovare dei giochi. Il supporto carteceo per lui è confinato in parte all’area scolastica e in pochi libri. Ciò non significa che non conosca le cose del mondo e che non abbia sue opinioni anche su questioni complesse: ha una mente aperta e vivace, creativa. Tuttavia, è evidente che il suo modo di relazionarsi sia diverso dal mio. Non si deve essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e che non capiamo. Il mondo di oggi è abbastanza diverso – per alcuni tratti radicalmente diverso –  da quello che ho conosciuto io. Ma restano e, anzi, si ampliano le ingiustizie sociali, i conflitti armati, la crisi ecologica.

I temi di fondo sono gli stessi di un tempo, ma nelle generazioni più giovani è diverso il modo di relazionarsi ad essi. Sono un uomo del Novecento: per me Marx, Bakunin, Rosa Luxemburg, Gramsci sono figure famigliari. Per molte persone giovani, anche attive nelle parti più radicali del movimento Lgbtqi, si tratta di sconosciuti, mentre sono più famigliari Foucault o Judith Butler. Per molti giovani gay ad essere popolari sono certe figure di serie televisive o di videogiochi o degli anime giapponesi. Questa differenza toglie valore alle esperienze delle generazioni più giovani? Sono convinto di no.

Oltre alle rivendicazioni della parità dei diritti su quali altri temi dovrebbe rivolgere la sua attenzione il movimento Lgbti?

Ogni movimento è fatto dalle persone che lo compongono. Nei movimenti Lgbtqi ci sono persone dalle sensibilità e dalle storie culturali e politiche diverse: ogni organismo associativo e politico al quale danno vita ha una propria specificità. Più che di obiettivi dei movimenti, posso dire il mio punto di vista, peraltro per nulla originale. Ritengo che non vi possa essere liberazione dai ruoli e dai generi se non ci sarà giustizia sociale, se le disuguaglianze economiche terranno prigioniera la gran parte delle popolazioni, se non ci si batte per contrastare le guerre e i terrorisimi.

Per dirla con parole novecentesche, non ci sarà liberazione della persona se non ci sarà liberazione dal bisogno e non ci sarà liberazione dal bisogno se non ci sarà libertà piena per ogni individuo. Per dirla ancora più semplice, i movimenti Lgbtqi dovrebbero essere in relazione stretta con quanti si ribellano a questa società dove il capitale finanziario spadroneggia e accentua le diseguaglianze, conduce al disastro ecologico, calpesta con guerre disumane e col terrore la vita di milioni di persone.

Qual è secondo te il punto di maggiore forza e maggiore debolezza dell’associazionismo italiano Lgbti?

I punti di forza e di debolezza, a mio parere, hanno la stessa radice: la grande frammentazione che, se permette a tante soggettivtà diverse di esprimersi arricchendo le noste vite, altrettano spesso non consente di unirci su alcuni punti cruciali per il buon vivere, qui e ora, delle persone Lgbtqi.

Negli anni ’70 si diceva: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà. Oggi ci sono ancora nascoste da qualche parte una fantasia e una risata?

C’è sempre. Nel 1968 si diceva che “sotto il cemento cresce l’erba”. Fa parte dell’umanità il desiderio di non essere oppressi.

Omogenitorialità. Cosa significa per te essere padre?

Premetto che mio figlio non fa parte di una famiglia omogenitoriale: ha un padre e una madre oltre ad altre figure adulte di riferimento, come i miei compagni che ha conosciuto nel tempo e ai quali è molto affezionato. Non so definire cosa sia la paternità. So cosa è per me essere padre di una persona di grande forza interiore, amabile, simpaticissima qual è mio figlio: una grande gioia, frequenti sorprese.

Non hai nascosto di aver votato alle ultime elezioni Potere al Popolo: c’è in te il ragazzo “rivoluzionario” di sempre?

Votare Potere al Popolo non è un gesto rivoluzionario: mi sono recato al seggio e ho fatto due croci sulle schede elettorali. Poi sono tornato a casa senza avere rischiato nulla. Più che altro è una presa di posizione. Dei razzisti del centrodestra neppure vale la pena parlare. Dei restauratori di un capitalismo più efficiente a targa 5 Stelle mi importa ben poco. Il Pd ha da tempo smarrito quel poco di consapevolezza che restava sulle condizioni di vita di milioni di persone. Liberi e Uguali ha fatto la scelta di preservare alcuni gruppi dirigenti in sintonia con quanto fatto da Sel alle politiche del 2013.

Ho votato PaP senza farmi illusioni (consapevole che a fatica avrebbe raggiunto l’1%) perché potrebbe essere uno strumento per raccordare realtà di base che esistono in tutta Italia ma che sono frammentate, senza una voce comune. Non mi aspetto che questo accada. Ma il progetto aveva e ha un suo valore.

Arcigay 1984-2018. Sono trascorsi più di 30 anni e sono oltre 50 i comitati sparsi in tutta Italia. C’è qualcosa che vorresti suggerire alle nuove generazioni di attiviste e attivisti?

Ad Arcigay sono inevitabilmente affezionato: con Franco Grillini ho contribuito a rifondarla e ne sono stato presidente nazionale. Successivamente, pur riconoscendone aspetti di utilità sociale, sono spesso stato molto critico nei confronti dell’associazione e per alcuni anni non mi sono iscritto. Mi considero un socio del Cassero: mi trovo spesso in sintonia con le sue prese di posizione politiche e apprezzo le tante attività culturali e sociali che si svolgono al suo interno e all’esterno, ad esempio con i migranti e i senza fissa dimora.

Non ho messaggi o suggerimenti, se non che la vita è migliore se vissuta a testa alta, godendola e sentendosi a proprio agio in ogni luogo e in ogni circostanza.

e-max.it: your social media marketing partner

Ivan Scalfarotto è in corsa per il secondo mandato parlamentare. Candidato alla Camera dei deputati nel collegio plurinominale Lombardia 1 - 03 tra le file del Pd, il sottosegretario di Stato allo Sviluppo economico ha accettato di rispondere ad alcune domande nell’imminenza del voto del 4 marzo.

On. Scalfarotto, nel suo video elettorale lei parla di parametrici economici tutti migliorati: in che senso e secondo quali dati?

Sono i dati dell’Istat, quelli che fanno prova quando le cose vanno male e dunque anche quando le cose vanno bene. In questi anni il nostro Paese, che era in recessione, ha ricominciato a crescere: nel 2016 +0,9%, nel 2017 +1,5%, che è il rialzo massimo dal 2010. Il rapporto deficit-Pil nel 2017 è sceso all'1,9%, a fronte del 2,5% dell'anno precedente. Il rapporto debito-Pil si è prima stabilizzato e ha cominciato poi a scendere, sebbene solo lievemente, dal 132% al 131,5%. La pressione fiscale è scesa nel 2017 al 42,4% del Pil, in calo rispetto al 42,7% del 2016. 

Allo stesso modo sono cresciuti gli occupati, da 22 milioni a 23 milioni; la disoccupazione giovanile che era al 44% all’arrivo di Renzi al governo nel 2014, è oggi al 31,5%; l'occupazione femminile ha fatto appena registrare un record storico, salendo al 49,3%. È aumentata la produzione industriale: +3% nel 2017 rispetto al 2016, così come gli ordinativi (+6,6%) e fatturati (+5,1) dell’industria. L’indice complessivo del fatturato è tornato al livello più alto dall’ottobre 2008. Sono dati positivi, il che non significa che non ci sia ancora moltissimo da fare, certo. Ma che indiscutibilmente, oggettivamente, segnala che in questi anni di governo è stato fatto un ottimo lavoro. 

Lei è sottosegretario allo Sviluppo economico e, infatti, come detto nel video, dichiara di essersi occupato di “internazionalizzazione delle imprese”. Può spiegare più dettagliatamente che risultati ha raggiunto?

Quando ho ricevuto la responsabilità del Commercio internazionale e dell’attrazione investimenti, all’inizio del 2016, l’Italia aveva appena realizzato il suo record delle esportazioni con 414 miliardi. Nel 2016 e 2017 abbiamo migliorato questo record, arrivando l’anno scorso a 448 miliardi e con un avanzo della bilancia commerciale di quasi 50 miliardi. Una crescita del nostro export di quasi l’8% rispetto all’anno precedente, meglio di Francia e Germania. Per fornirle un altro dato, quest’anno siamo passati dall’11° all’8° posto tra i più forti esportatori negli Usa, il principale mercato del mondo, superando anche i francesi, nostri storici concorrenti.

Sempre nel 2017, siamo cresciuti più del 20% sia in Cina che in Russia, nonostante il permanere delle sanzioni in quest’ultimo mercato. In questi anni abbiamo quintuplicato i fondi per la promozione del Made in Italy, e abbiamo dato una spinta decisa alla nostra diplomazia economica in sostegno ai nostri esportatori, che sono in realtà i veri detentori del merito di questa straordinaria crescita. Io stesso, in meno di due anni, ho effettuato 45 missioni internazionali, visitando 29 Paesi diversi. 

In tale veste è stato in Iran, dove ha incontrato il presidente Rohani. Qualche attivista Lgbti le contestò d'aver stretto la mano a un Capo di Stato, in cui le persone omosessuali sono mandate a morte. Cosa ne pensa?

Che sono orgoglioso di essere cittadino di un Paese, come l’Italia, che va in visita di Stato in un Paese come l’Iran con una delegazione composta così: un capo del Governo di 40 anni, una ministra donna e un sottosegretario al commercio gay. Vede, in Iran, in casa loro, per poter trattare con l’Italia - com’è nel loro interesse - hanno soprattutto dovuto stringere la mano a me, non il contrario.

Se seguissimo fino in fondo la logica che sta dietro alla sua domanda, dovremmo stabilire due pericolose conseguenze: la prima, visto che il rilievo è stato mosso solo a me e alla ministra Giannini e non al resto della delegazione, è che la discriminazione di donne e gay non è un problema di tutto il governo, ma solo un problema dei membri di governo donne e gay. La seconda, corollario della prima, è che politica estera e quella commerciale possono farla solo gli uomini eterosessuali, perché a membri di governo donne e gay sarebbero preclusi i viaggi in qualche decina di paesi del mondo.

La scelta di andare in Iran non è stata facile neanche per me: sapere che cammini, circondato da uomini armati, per strade nelle quali se non avessi la tua immunità diplomatica saresti arrestato e probabilmente ucciso non è una sensazione confortevole, mi creda. Ma penso che vedere gli onori di Stato riservati a un dignitario gay di un Paese occidentale sia stato anche un messaggio importante per la comunità Lgbti iraniana. 

Diritti civili e programma Pd: è un dato di fatto che esso sia veramente striminzito in riferimento alle persone Lgbti. Qual è il suo parere in merito? 

I programmi elettorali, con una legge proporzionale che costringe necessariamente a un accordo di coalizione, purtroppo valgono fino al giorno delle elezioni. Guardi quello che succede in Germania: è dopo le elezioni, non prima, che si scrive il programma di governo. Per questo posso assicurarle che migliore sarà la performance del Pd, maggiori saranno le speranze di fare passi avanti nell’agenda dei diritti civili. Bene che ci diciamo una cosa con estrema chiarezza: se la destra o M5s avessero da soli la maggioranza per governare l’Italia avremmo il rischio, nel primo caso, di una proposta di legge di abrogazione delle unioni civili e, nel secondo caso, le decisioni sarebbero nelle mani di una forza politica che si è schierata contro la stepchild adoption e contro lo ius soli

Quanto ai partiti alla nostra sinistra, bisogna sapere che il voto per loro è un voto di pura testimonianza: servirà ad avere in aula qualcuno che parla di parità dei diritti, ma che le parole sulla parità non potrà mai trasformare in leggi che cambiano la vita delle persone, perché non hanno i numeri in aula e senza numeri in aula le leggi non si fanno. Aggiungo che sia in Regione Lombardia che nei collegi uninominali il voto a LeU serve a favorire l’elezione di un presidente di regione razzista e di parlamentari leghisti o neofascisti che certamente a Roma non favoriranno leggi di progresso civile. Bisogna dunque che l’elettore ponderi attentamente le conseguenze dirette del proprio voto. 

Passiamo al tema delle misure di contrasto all’omotransfobia. Al riguardo difende ancora il suo ddl o ritiene oggi che andrebbe presentato un nuovo testo come chiesto da più parti della collettività Lgbti?

Difendo certamente il mio disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia così come lo presentai nella scorsa legislatura. E, se sarò eletto, lo ripresenterò tale e quale. Quanto invece alla legge così come uscì dal voto della Camera dopo gli emendamenti Verini e Gitti, penso che fosse una legge non perfetta ma di cui avremmo avuto comunque un estremo bisogno.

Il progresso del Paese procede per leggi non perfette: per ottenere il divorzio, all’epoca dell’approvazione della legge, erano necessari ben sette anni di separazione; la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è appesantita dal meccanismo dell’obiezione di coscienza. Ma lei farebbe a meno di queste due leggi di progresso per questi motivi?  È stato veramente paradossale vedere insieme nelle piazze sia le associazioni Lgbti che le “Sentinelle in piedi” unite, anche se per motivi opposti, contro l’approvazione della legge sull’omofobia. Alla fine hanno entrambe raggiunto il risultato che si prefiggevano: la legge non si è fatta. Ma secondo lei hanno fatto un miglior affare le “Sentinelle in piedi” o le persone Lgbti? Chi ha potuto veramente festeggiare?

Da ultimo... Nel suo video afferma che grazie alla legge sulle unioni civili “tutte le famiglie hanno la stessa dignità”. Non le sembra un po’ esagerato visto che proprio la legge definisce tali unioni una formazione sociale specifica e non riconosce la potestà genitoriale alle coppie di persone dello stesso sesso?

Non è esagerato: è sostanzialmente così. Ci sono ancora dei passi da fare per la piena parità, e vanno assolutamente fatti (lo ripeto: ma si potranno fare rafforzando il Pd, non indebolendolo), ma non si può riconoscere che oggi chi si unisce civilmente ha le stesse protezioni di chi si sposa. Un risultato che nessun governo, né di destra né di sinistra, ha mai portato a casa e che non si può non riconoscere alla ferma volontà, alla testardaggine, mi viene da dire, di Matteo Renzi e del suo governo. Non so se lei ricorda D’Alema che diceva che “Il matrimonio è un sacramento finalizzato alla procreazione”, ma io non l’ho mai dimenticato.

Quello che non va bene nella legge 76 non è certamente la formula di “formazione sociale specifica”, perché anche il matrimonio è una “formazione sociale specifica”. Quello che manca è la parità dei figli. Questa lacuna gravissima la dobbiamo soltanto al fatto che la maggioranza che avrebbe dovuto approvare la legge (Pd+Sel+M5s) si sgretolò per il tradimento in Senato dei grillini, che quella volta mostrarono per la prima volta la propria impronta di partito di destra.

Però io ho sempre in mente Franco e Gianni, la coppia di Torino che si sposò ad agosto 2016 dopo 52 anni insieme. Avessimo fatto quella legge anche soltanto per Gianni e per consentirgli di vivere in dignità e libertà dopo la morte di Franco pochi mesi dopo, avremmo comunque fatto la cosa giusta. 

e-max.it: your social media marketing partner

Capolista al Senato nel collegio plurinominale della Sardegna tra le file di +Europa in vista delle elezioni del 4 marzo, il cagliaritano Riccardo Lo Monaco dovrà fronteggiare, fra gli altri, Mario Adinolfi. Il direttore de La Croce è infatti candidato al Senato come capolista del Popolo della Famiglia nel medesimo collegio.

Da noi raggiunto, così l’attivista sardo Lgbti ha illustrato la sua campagna elettotale e gli obiettivi che si è prefisso di raggiungere.

Riccardo Lo Monaco, candidato alle politiche. Una scelta personale?

Scelta personale che risponde a due appelli: quello lanciato da Emma Bonino, Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi nel momento in cui, tutti insieme, abbiamo dato vita al progetto +Europa. Quello della coscienza nel momento in cui le libertà e i diritti delle persone sono forse per la prima volta seriamente a rischio, unitamente alle sorti dell'Europa.

Perché +Europa?

Perché la priorità delle priorità è la salvaguardia del progetto europeo. Mi spiego meglio: lavoro, tasse, sicurezza, gestione del fenomeno migratorio, ricerca scientifica, diritti, sostenibilità, innovazione e competitività delle imprese, tutte queste priorità che, prese singolarmente e a seconda della sensibilità di ognuno, sembrano essere ciascuna l'unico problema risolvibile in casa, con ricette più o meno miracolose cucinate tra le quattro mura dei confini nazionali. E invece non è così:  possono trovare una vera soluzione solo all'interno di una casa comune molto più ampia come l'Unione Europea e il mercato europeo. Non possiamo parlare seriamente di sicurezza se non pensiamo di dotarci al più presto di un esercito europeo, così come non possiamo pensare di gestire il fenomeno migratorio isolandoci dal mondo e chiudendo i confini. Pensiamo poi a quanto è accaduto in tema di diritti e libertà grazie alla nostra appartenenza alla UE. Ecco perché +Europa, anche in Sardegna dove sono candidato capolista al Senato. 

Che cosa c’è nel programma di +Europa in riferimento ai diritti Lgbti? E quali avrà particolarmente a cuore in campagna elettorale?

Il programma di +Europa è molto esplicito in tema di diritti, compresi quelli Lgbti per i quali ci impegniamo a rimuovere le discriminazioni in tema di matrimonio, unioni e adozioni. Personalmente, nella mia campagna elettorale, mi sto impegnando per far comprendere a tanti amici come sia fondamentale un voto che metta in sicurezza le leggi di civiltà approvate nel corso dell'ultima legislatura. Il centrodestra dichiara apertamente di voler cancellare la legge Cirinnà e la legge sul testamento biologico, il movimento 5 stelle, dopo aver contribuito a depotenziare la legge sulle Unioni Civili, non ha scritto uno straccio di parola in tema di diritti Lgbti nel suo programma. Insomma, un voto dato a quelle formazioni politiche che pur in tema di diritti la pensano come noi ma sono fuori dalla competizione reale nei collegi uninominali, è un voto tolto alla coalizione di centrosinistra e un parlamentare in più regalato a Salvini, Meloni, Berusconi o Di Maio, con buona pace dei diritti Lgbti.

Adinolfi corre nel suo stesso collegio. Impaurito?

Impaurito dalla candidatura di Adinolfi, no. Terrorizzato dalle idee dei vari Adinolfi, tanto. 

Proprio a Cagliari Adinolfi ha parlato ieri di "discriminazioni alla moda", dicendo che ci sono quelle che non sono invece considerate. Come, ad esempio, l’essere   addidati quali “ciccioni”. Che cosa ne pensa?

Il vittimismo da carnefice di Adinolfi merita una riflessione più approfondita. Penso che dovremmo partire proprio dal concetto di "tradizionalità" che Adinolfi ha tanto a cuore. Quando parla di "famiglia tradizionale", con il preciso intento di espellere dal contesto sociale le altre famiglie, discriminandole, fa preciso riferimento a uno standard, a un canone basato su evidenza statistica: le famiglie con due genitori eterosessuali sono statisticamente di più, quindi solo quello è il modello su cui plasmare la società.

Facciamo nostro il ragionamento di Adinolfi basato sul canone e proiettiamolo nel campo della fisicità e dei modelli di bellezza e salute fisica presenti sin dalla notte dei tempi: dovremmo constatare come il canone classico, "tradizionale", quello statisticamente più presente sia rappresentato da una fisicità maschile atletica, slanciata, non appesantita, mentre il sovrappeso è sempre stato considerato una dote femminile perché sinonimo di fertilità e abbondanza; dalla raffigurazione della Madre Mediterranea alla maja di Goya, il ventre prominente e le cosce molto in carne sono sempre stati canoni statisticamente più presenti nella raffigurazione della femminilità. Poi è arrivato Botero che ha "inciccito" gli uomini, mentre Modigliani raffigurava le donne come delle silfidi a dieta. 

Muovendo sempre dal ragionamento adinolfiano dovremmo ritenere Botero e Modigliani fuori dal concetto di canone, di "tradizione", fuori da una statistica che permetta loro di essere considerati artisti. Ne consegue che, per lo stesso metro di giudizio applicato da Adinolfi - che purtroppo non è solo - così come tutte quelle famiglie che non rispettano il canone di classicità, di tradizionalità, devono essere espulse dal contesto sociale, e come gli omosessuali possano essere scherniti per la loro natura, anche gli uomini in sovrappeso dovrebbero essere considerati "sbagliati", cittadini di serie B perché non rispondono al canone tradizionale di fisicità maschile. Qualcuno, un Adinolfi al quadrato, potrebbe addirittura considerarli non idonei a procreare e a crescere dei figli. Ecco perché, muovendo dal suo stesso ragionamento, le posizioni di Adinolfi e di quanti la pensano come lui in tema di diritti Lgbti e famiglie "non tradizionali" sono posizioni logicamente, umanamente, filosoficamente e scientificamente insostenibili oltre che pericolose.  

Qualora eletto, cosa pensa di fare in primo luogo per i diritti delle persone Lgbti?

La prima cosa da fare in tema di diritti Lgbti, e sono certo la faranno gli altri eletti di +Europa se io non entrerò in Senato, è l'immediata riproposizione della legge contro l'omofobia. Dobbiamo poi ripartire dalla legge Cirinnà per giungere al matrimonio egualitario e rivedere seriamente la legislazione in tema di adozioni, aprendo ai single e a tutte le famiglie in grado di strappare un bambino dall'orfanotrofio, crescerlo educarlo e amarlo.


In secondo luogo dobbiamo potenziare le ore di educazione civica nelle scuole per avere una cittadinanza più consapevole anche in materia di diritti e libertà.

e-max.it: your social media marketing partner

La questione del cognome comune, assunto dalle parti unitesi civilmente nel periodo compreso fra la data di emanazione della legge sulle unioni civili e quella dei decreti di attuazione, è stata ieri portata dinanzi alla Corte costituzionale dal Tribunale di Ravenna. Si tratta della prima questione di legittimità costituzionale su un decreto attuativo (n. 5/2017) della legge 76/2016, la cosiddetta legge Cirinnà.

A seguito di un procedimento promosso da Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford i magistrati ravennati hanno ritenuto come non manifestamente infondata l’eccezione mossa dai ricorrenti. Eccezione relativa all’incompatibilità, con i principi costituzionali e sovranazionali, del decreto attuativo della legge laddove esso ha stabilito che i cognomi comuni, assunti dagli uniti civilmente nel periodo intercorso fra la data di emanazione della legge medesima e quella di promulgazione del suo decreto di attuazione, dovessero essere cancellati.

Seguito dai soci avvocati Stefano Chinotti e Vincenzo Miri e dall’avvocata ravennate Claudia Calò, il casoera stato segnalato da una coppia di uomini che, nel giugno 2016, aveva costituito, pima in Italia, un’unione civile scegliendo il “cognome comune” ai sensi del comma 10 della legge sulle unioni. In forza del “decreto ponte” (D.P.C.M. del 23.7.2016) il cognome dell’unione era stato aggiunto al proprio da parte di uno degli uniti civilmente che, di conseguenza, aveva mutato la propria posizione anagrafica.

Emanando il decreto legislativo n. 5/2017, il Governo aveva tuttavia imposto una “retromarcia”, riducendo la portata del cognome comune a mero “cognome d’uso”. Veniva così disposta la cancellazione dello stesso dalle schede anagrafiche (e conseguentemente dai documenti: codice fiscale, carta d’identità etc.) di chi nel frattempo lo aveva assunto. Con lo scopo, in relatà, prioritario quanto malcelato di impedirne la trasmissibilità agli eventuali figli delle coppie omoaffettive.

Agendo ai sensi dell’art. 98 del DPR 396/2000, Avvocatura per i diritti LGBTI - Rete Lenford ha così ottenuto la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale che sarà, ora chiamata a pronunciarsi sulla «valutazione della compatibilità della norma con i principi costituzionali e gli obblighi comunitari».

La presidente dell'associazione Maria Grazia Sangalli ha rilevato come a essere in gioco sia la tutela del «diritto all'identità personale delle coppie che in base a una norma di legge hanno scelto come farsi identificare nel contesto sociale in cui svolgono la loro personalità. Non c'è alcuna motivazione giuridicamente sostenibile che possa giustificare un'intromissione arbitraria del Governo nella vita familiare delle persone».

A nome anche dei colleghi Miri e Calò l’avvocato Chinotti ha dichiarato ai nostri microfoni: «La tutela dei diritti riconosciuti dalla legge Cirinnà, almeno per le unioni costituite sino all’11 febbraio 2017 (data di entrata in vigore dei decreti attuativi), non può assolutamente essere frustrata da disposizioni normative che sono state emanate in via retroattiva. Ciò è in palese violazione di interessi fondamentali sia delle coppie sia dei loro figli».

Un risultato importante per un'associazione come Rete Lenford che, negli ultimi anni, si è imposta per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico italiano soprattutto nel contrastare le discriminazioni nei riguardi di persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersex. Un risultato importante a due giorni dalla celebrazione del decennale di fondazione che si terrà con un importante convegno a Firenze presso Palazzo Vecchio.

e-max.it: your social media marketing partner

Si terrà nel pomeriggio a Roma il convegno Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili, organizzato da Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

Un evento che si muoverà su due binari. In primo luogo, il ruolo riconosciuto dalla cosiddetta legge Cirinnà al Ministero con riferimento alle unioni civili celebrate presso ambasciate e consolati all’estero. Aspetto, questo, strettamente disciplinare sul quale si farà il punto. Poi gli obiettivi che il Globe-MAE, attualmente composto da circa 60 iscritti, si propone in difesa dei diritti umani e civili delle persone Lgbti viventi all’estero.

Abbiamo perciò raggiunto Carmelo Barbarello, componente del direttivo di Globe-MAE. Classe 1969, Barbarello è stato ambasciatore d’Italia in Nuova Zelanda dal 2014 al 2016. Attualmente è responsabile dell’Ufficio V della direzione generale per la Mondializzazione e gli Affari globali della Farnesina.

Il suo può considerarsi un caso da manuale in riferimento al matrimonio contratto con Javier Barca nel 2012 in Argentina. Ed ecco il perché.

Consigliere Barbarello, che cosa è successo esattamente cinque anni fa?

Nel 2012 ho contratto matrimonio a Buenos Aires con Javier  presso il Consolato spagnolo. In vista del mio trasferimento in India avevo chiesto al Ministero di riconoscere il mio matrimonio celebrato secondo la legge spagnola.

Perché una tale richiesta all’epoca “insolita”?  

Due i motivi. Innanzitutto, l’emissione del passaporto diplomatico per Javier e la corresponsione di un’integrazione della mia indennità di sede estera. Perché, giova ricordarlo, i diplomatici quando vanno all’estero hanno al seguito il coniuge al carico e hanno dunque diritto a un’integrazione. Modo, questo. per compensare il non lavoro del componente della famiglia che accompagna il funzionario diplomatico. Considerando che per garantire l’unità familiare si lascia l’occupazione e ci si trasferisce da un Paese all’altro, viene appunto riconosciuta una tale integrazione.

Quale fu la risposta della Farnesina?

Alle due richieste, sia quella economica sia quella relativa al passaporto, fu detto di no. All’epoca il matrimonio celebrato secondo un ordinamento civile fra due persone dello stesso sesso non era riconosciuto in Italia. Feci allora ricorso soltanto in merito al diniego del rilascio del passaporto diplomatico, preferendo comunque soffermarmi sulla questione sicurezza del coniuge. Andando in India, ritenni che c’erano le condizioni per fare una tale istanza. Quando appunto mi fu detto di no, feci ricorso al Tar del Lazio che, in via provvisoria, mi diede ragione, imponendo alMministero di rilasciare il passaporto diplomatico. Cosa che effettivamente fu fatta non senza difficoltà.

In che senso?

Il Ministero tardò per mesi e mi costrinse a una formale richiesta d’ottemperanza di quanto disposto dal Tar. Fu quindi rilasciato il passaporto diplomatico ma il Tar successivamente con giudizio definitivo diede ragione al Ministero. Per cui il Ministero, questa volta immediatamente, ritirò il passaporto diplomatico col rischio di essere in India senza una tale protezione. Nel frattempo, col cambio di governo, fu nominata a capo della Farnesina Emma Bonino la quale decise in autonomia di rilasciare comunque il passaporto diplomatico. Anche perché nel frattempo si era costituito il gruppo dei funzionari Lgbti del ministero degli Affari Esteri o Globe-MAE.

Un caso davvero da manuale, dunque, il suo...

In realtò posso dire di sì. Il mio si configurò davvero come un caso precursore, che avrebbe fatto da apripista a tante coppie di colleghi. Insomma, il combinato, disposto dall’arrivo al Ministero di Emma Bonino e da un’azione di lobby condotta dall’associazione, ha portato al rilascio del passaporto diplomatico nel 2013. Bisogna dire che poi, anche grazie all’azione del Globe-MAE riuscimmo ad avere un nuovo decreto del Ministero per la disciplina del rilascio del passaporto diplomatico a favore dei membri della famiglia dei funzionari all’estero, che includeva a quel punto i componenti del nucleo familiare. Poi con l’arrivo della legge sulle unioni civili quello che prima era un atto eccezionale è divenuto fortunatamente di prassi.

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video