Quasi 400 persone alla veglia di preghiera che, tenutasi ieri sera presso la chiesa parrocchiale Regina Pacis di Reggio Emilia, è stata presieduta dal vescovo Massimo Camisasca.

Un incontro d’eccezionale portata (anche in considerazione del milieu ciellino del presule, del suo tentativo in passato d’introdurre Courage in diocesi e dell’opposizione lo scorso anno al medesimo momento di preghiera), che è stato accompagnato nelle ultime settimane da non poche polemiche. A partire da quelle sollevate dal Comitato di preghiera-riparazione 20 Maggio e, successivamente, dagli attacchi di gruppi tradizionalisti a seguito dell’intervista rilasciata da don Paolo Cugini, parroco di Regina Pacis, a Gaynews. Al punto che nella locandina d’annuncio d’una controveglia davanti all’episcopio di Reggio è stata posta in esergo una dichiarazione tratta da tale intervista a fronte delle celebri parole di s. Caterina da Siena nel Dialogo della Divina Provvidenza sulla sodomia. Per finire all’operazione di mailbombing contro Camisasca fino agli striscioni sull’omofollia di Forza Nuova.

veglia

Come dichiarato da don Paolo Cugini a Gaynews, Camisasca era visibilmente emozionato e in più punti commosso. Sono state molto apprezzate le parole del presule sull’accoglienza.

Criticate, invece, da non pochi esponenti del mondo associazionistico Lgbti quelle di taglio dottrinario coi consueti richiami al Catechismo della Chiesa cattolica. Alberto Nicolini, presidente di Arcigay Reggio Emilia, ha scritto su Facebook: «Il vescovo, alla veglia sull’omofobia dice che “forse” alcune persone si sono “sentite” discriminate. Forse se permetteva di leggere i dati di amnesty international usciva dal dubbio. Poi suggerisce che solo il matrimonio tra uomo e donna è fecondo (quelli sterili non contano) e la castità. Camisasca, è la castità ad essere contro natura. E i risultati, anche nel clero, si vedono».

Altri aspetti contestati sono stati quelli relativi alla modifica di parte del programma della veglia. Camisasca ha preteso la non partecipazione della pastora battista Lidia Maggi – precedentemente attaccata da Alessandro Corsini, portavococe del Comitato 20 Maggio – e della testimonianza di un ragazzo trans FtM d’origine egiziana.

Al contrario Camisasca non ha fatto alcun cenno alle teorie riparative di cui si fa portavoce e diffusore Courage (pur sempre lodata nel comunicato ufficiale di partecipazione alla veglia). Per don Paolo Cugini quello del 73enne Massimo Camisasca  resta un gesto di grande significato tanto più che si tratta del primo vescovo italiano a presiedere ufficialmente una veglia di preghiera in occasione della Giornata internazionale contro l’omotransfobia.

«La maggior parte delle persone presenti, non addentro alle tematiche delle persone omosessuali – ha scritto il sacerdote reggiano sul suo blog – hanno colto il valore di una Chiesa che si sta sforzando di capire, di porsi al fianco delle persone Lgbt, per ascoltare la loro sofferenza, camminare con loro. A me sembra che la veglia abbia aiutato ad aprire gli occhi dei fedeli. È stato come un collirio. Grazie alla presenza del vescovo i fedeli si sono accorti che esistono persone omosessuali, che non ha senso demonizzarle, perché sono persone e perché davanti a Dio tutti possono inginocchiarsi e pregare.

La presenza del Vescovo ha tolto il velo sui pregiudizi che derivano dall’ignoranza, e dall’accettare, senza riflettere, il pensiero comune. È stato, dunque, un atto di svelamento, di comprensione nuova. Ai fedeli presenti alla veglia è tata offerta la possibilità di comprendere in modo nuovo il mistero delle persone omosessuali».

Resta pur vero che determinati richiami al Catechismo, soprattutto al numero 2358 del Catechismo dove l’omosessualità è definita quale «inclinazione oggettivamente disordinata», potevano essere evitati tanto più che tale assunto è entrata solo recentemente nel magistero ordinario visto che in precedenza ci si soffermava con toni dannatori unicamente sugli atti. Una mera teoria teologica, dunque, che, se paragonata, ad esempio, a quella agostiniana del Limbo (fra l’altro menzionata in tutto il magistero antecedente il Vaticano II compreso il Catechismo di San Pio X e, invece, non presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica che anzi legittima la «speranza che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo»), potrebbe presto o tardi superata nell’ottica d’una accresciuta comprensione ecclesiale.

È notizia di ieri, fra l’altro, che Bergoglio nell’incontrare privatamente il cileno Juan Carlos Cruz, omosessuale e vittima di abusi durante l’infanzia da parte del sacerdote Fernando Karadima, gli avrebbe rivolto le seguenti parole: «Mi ha detto: 'Juan Carlos, il fatto che tu sia gay non importa. Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo e a me non interessa. Il Papa ti ama come sei. Devi essere felice di chi tu sia».

E sempre ieri Il Corriere della Sera ha ospitato una lunga intervista al gesuita James Martin, consultore del neodicastero vaticano per la Comunicazione, di cui il 24 maggio uscirà per i tipi veneziani della Marcianum Press Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt (edizione italiana di Building a bridge)  con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.

Nel rispondere all’esplicita domanda di Gian Guido Vecchi sui numeru del Catechismo dedicati all’omosessualità (in particolare il 2358), il noto teologo e giornalista di America Magazine ha dichiarato: «Molte persone Lgbt mi hanno riferito che questa frase ferisce profondamente. Certo, dobbiamo capire che è una terminologia teologica con un significato preciso che viene dalla filosofia tomista.

Ma per una persona Lgbt vuol dire che una parte essenziale di sé — quella che ama, anche se con un amore mai espresso sessualmente — è disordinata. Qualcuno mi ha confidato che quella espressione lo ha portato vicino al suicidio. La mamma di un adolescente gay mi ha detto: “Ma la gente capisce cosa può provocare quel linguaggio in un giovane? Lo può distruggere”. Noi dobbiamo ascoltare quella madre».

 

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Giù la maschera ed Educare le differenze per combattere l’odio. Questi gli slogan nonché i nomi dei rispettivi comitati promotori del Bergamo Pride.

«Un invito – come si legge sul sito ufficiale – a spogliare le maschere dietro cui ci nascondiamo per vivere finalmente in modo libero e consapevole le nostre vite e i nostri affetti ed educare i cittadini alle differenze per combattere l’odio».

E così, dopo giorni di polemica per l’annuncio di un’adorazione riparatrice indetta dal Comitato del Popolo della Famiglia di Seriate presso il locale convento cappuccino ma successivamente annullata per intervento ufficioso del vescovo, la prima marcia orobica dell’orgoglio Lgbti è partita da Piazzale Malpensata alle 15:00 per concludersi in Piazza Matteotti.

Caratterizzato da una forte presenza giovanile, il Bergamo Pride ha visto una significativa partecipazione di associazioni a partire da Arcigay e Rete Lenford.

La prima nella persona, soprattutto, del presidente del locale comitato Marco Arlati. La seconda, invece, - che proprio nel capoluogo lombardo ha la sua sede ufficiale - rappresentata dalla presidente Maria Grazia Sangalli, dal segretario del comitato scientifico Stefano Chinotti nonché da socie e soci.

Tra quanti hanno inviato loro messaggio d’adesione al primo Pride di Bergamo anche Costantino della Gherardesca

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Una Piazza della Scala gremita per dire no a ogni forma d’odio. Al grido di Stop Hate è iniziata alle 11:00 la manifestazione milanese che, lanciata dall’assessore meneghino Pierfrancesco Majorino a seguito dei continui quanto anonimi attacchi omofobici e minatori via social nei riguardi dell’attivista Luca Paladini, è stata convintamente accolta e organizzata dallo stesso fondatore dei Sentinelli di Milano.  

Il raduno ha dato anche l’avvio a una grande campagna contro stalking, cyber-bullismo, minacce, incitamenti all’odio e violenza di genere finalizzata altresì a richiedere una legge efficace contro l’omotransfobia.

Tanti gli interventi susseguitisi, tra cui quelli dello stesso Paladini, dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, del sindaco di Milano Giuseppe Sala, di Cecilia Strada, di Malika Ayane.

Letti anche i messaggi di affettuosa vicinanza giunti da ogni parte d'Italia a partire da quelli delle senatrici Liliana Segre e Monica Cirinnà. Alle dichiarazioni ufficiali si sono alternate testimonianze, racconti ed esperienze che hanno confermano l’insufficienza della attuale legislazione e la necessità di tutelare le vittime dei reati d’odio. Reati che sono oggi amplificati dalla mancanza di regole adeguate all’interno dei social network.

La manifestazione di Piazza della Scala non è andata però esente da contestazioni come quella di alcune femmimiste. Le stesse che stanno da giorni fomentando la polemica sull'inesistente sfratto di ArciLesbica dal Cassero di Bologna tra la generale soddisfazione di gruppi di destra, giornali clericali e artisti dal calibro di Povia.

In nome d'una querula retorica vittimale si è infatti invocata un'opera di cyberbullsimo che sarebbe stata messa in campo per l'addietro dallo stesso portavoce dei Sentinelli. Accuse non solodel tutto infondate ma quanto mai inappropriate nei riguardi di chi da mesi è oggetto continuamente d'una persecuzione tale da essere prossimamente al centro di un'interrogazione parlamentare

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Amatissime, divertentissime e anche gay-friendly! Copenaghen, Marsiglia, Madrid, FolegandrosMalta con Boston sono le mete per chi è in cerca di un viaggio esperenziale da vivere sotto l’ombrellone da single, in coppia oppure con gli amici.

Se state già sognando di partire e iniziare una vacanza unica, date un’occhiata alle cinque mete scelte. Un bel viaggio estivo verso una di esse non potrà che farvi bene! Rilassati e felici: meglio di cosi?

Copenaghen, per chi ama l’adrenalina

Siete amanti del design e dell’arte contemporanea? Quale meta migliore, allora, di Copenaghen per la vostra prossima avventura estiva? Nordica, ma accogliente e sempre bellissima, la città vi regalerà anche in estate un viaggio all’insegna del divertimento e della scoperta di design locali e mercatini vintage. La voglia d’estate e di belle passeggiate la potrete soddisfare qui in ogni momento in una delle città più smart d’Europa, dove la creatività è la parola d’ordine. 

Marsiglia: verso un’isola fortezza a caccia di emozioni

La cosa che più vi riempirà di gioia è sedervi su una panchina del porto di Marsiglia aspettando il traghetto per Château d’If: un’isola fortezza che si trova davanti alla baia della città, diventata famosa grazie al romanzo Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas (padre). Qui troverete una visione surreale che la meravigliosa isola regala ogni tardo pomeriggio d’estate ai presenti. Un'esperienza che lascerà ai più grandi romantici oppure a un gruppo di amici in viaggio il tramonto francese più bello di tutta la vostra vita.

Madrid, una cartolina che toglie il fiato

Niente di meglio dell’atmosfera magica e misteriosa della biblioteca reale del Monastero dell’Escorial a Madrid per una fuga romantica estiva tra storia e letteratura. Fondata da Filippo II, questa biblioteca è una meta imperdibile. Avventuratevi tra i suoi soffitti dipinti alla ricerca dei veri capolavori della letteratura mondiale. Scoprite il Salón Principal e le architetture stravaganti che circondano la struttura. Una Madrid insolita ma che grazie a Pem vi saprà regalare una cartolina indimenticabile!

Folegandros, una perla nel Mediterraneo

Bellissima, intatta e poco conosciuta, Folegandros è una delle vostre prossime perle da segnare in agenda se volete scoprire, quest’estate, uno dei lati più autentici della Grecia gay-friendly. C’è un solo porto, una stradina che porta al centro e un piccolissimo villaggio. Venite qui se siete amanti del mare e prendetevi una pausa dalla frenesia occidentale, perché gli abitanti del posto sono vulcanici e vi sapranno accogliere con una cordialità unica e con dell’ottimo cibo. Fateci un pensierino!

Al mare e in città, perché no?

Una sola meta non vi basta? Che ne dite di Malta e Boston? E se le scegliete entrambe per quest’estate? Boston è splendida in ogni stagione ma dal mese prossimo lo sarà ancora di più, soprattutto se parteciperete al Pride del 9 giugno. E Malta? Famosa per la sua scena culturale, i ristoranti alla moda e i locali gay-friendly affollati di viaggiatori Lgbti, è da sempre tra le top del turismo arcobaleno in Italia ma anche nel resto D’Europa. Dunque, non avete scuse per sceglierle entrambe!

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È nata Arco Associazione Ricreativa Circoli OmosessualiQuesto il nome approvato unanimemente a Bologna dai partecipanti al 2° Congresso nazionale di Anddos (17-18 maggio) che, in plenaria, hanno deciso di mutare nome a un’associazione scossa dalla polemica Iene-Unar ma progressivamente rafforzatasi negli ultimi mesi grazie alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

E proprio a Dartenuc è stata affidata dal Congresso l’incarico di presidente mentre sono stati eletti Massimo Florio quale vicepresidente, Markus Haller quale tesoriere, Angelo Bifolchetti, Fabrizio Aiazzi, Frank Semenzi, Davide Valente quali componenti dell’Ufficio di presidenza. Eletti, inoltre, i 25 consiglieri nazionali e approvate le mozioni proposte dalle Commissioni congressuali.

Celebrato presso l’Hotel Europa, il congresso è stato presieduto da Franco Grillini, direttore di Gaynews, in collaborazione con Stefano D'Agnese. Le elezioni sono state precedute nella giornata d’ieri dagli interventi di Vanni Piccolo, storico militante Lgbti, Gabriele Piazzoni, segretario generale d’Arcigay, Sandro Mattioli, presidente di Plus, Cristian Pettini, presidente Entes, Gabriele Mori Ubaldini di Rete Genitori Rainbow.

Hanno inviato messaggi augurali Sebastiano Secci, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Antonello Sannino, presidente d'Arcigay Napoli, Giovanni Caloggero, consigliere nazionale di Arcigay.

«Il nuovo nome - ha spiegato il neopresidente Dartenuc - ha l’intento di rappresentare un’ampia volontà di cambiamento da parte dei nostri circoli su tutto il territorio nazionale. È stata votata una proposta che valorizza  pienamente il lavoro quotidiano di accoglienza dei nostri circoli nei confronti delle persone. 

Vogliamo ripartire proprio dai nostri soci, che grazie a questa svolta troveranno una realtà sempre più preparata a sostenere chi non ha fatto coming out, chi inizia a sperimentarsi, chi semplicemente crede nel valore umano e sociale della sessualità. Tutto questo, per noi è anche cultura

Nostra priorità è potenziare i servizi e l’informazione sulla sessualità, in primo luogo i test rapidi su tutte le Ist in stretta sinergia con le associazioni esperte in questo settore. Saremo presenti nei luoghi di confronto istituzionale e sosterremo progetti e istanze provenienti dalle altre associazioni del movimento Lgbti, in un ottica di collaborazione e solidarietà».

Per il vicepresidente Massimo Florio «il cambio di nome è indicativo non solo di una cesura con il passato ma di una rivoluzione copernicana nell'ambito di un'associazione che, risorgendo dalle proprie ceneri come l'araba fenice, vuole d'ora in poi pensare in maniera propositiva e agire non antagonisticamente alle altre realtà Lgbti ma a loro sostegno.

Il fine di Arco - nome in cui ciascuno di noi si riconosce quale elementi pienamente identtificativo - è infatti quello di costruire ponti e non dividere sapendo che le battaglie della collettività tutta Lgbti si combattono all'unisono per poter essere vinte».

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Nella Giornata internazionale contro l’omotransfobia Avellino ha aperto la stagione  dell’Onda Pride 2018. Un primato per il capoluogo irpino, unico tra quelli della Campania a non aver mai ospitato una marcia dell’orgoglio Lgbti.

Marcia che, partita da Piazza Libertà, si è snodata a tappe lungo Corso Vittorio Emanuele con testimonianze dirette e momenti artistici per sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche Lgbti in un territorio dove si parla poco o addirittura si evita di affrontare questi temi. Ad aver organizzato il Pride, cui ha partecipato in veste di testimonial il giornalista Rai Alessandro Baracchini, l’associazione locale Apple Pie.

Presenti tanti attivisti e attiviste campani, tra cui Eddy Parascandolo, presidente del Coordinamento Campania Rainbow, Giuseppina La Delfa, ex presidente di Famiglie Arcobaleno, Ottavia Voza, referente d’Arcigay Nazionale per le Politiche Trans, Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, Daniela Lourdes Falanga, responsabile Diritti Persone Trans per Arcigay Napoli, nonché l’artista Ciro Cascina. Tante le persone in strada o affacciate dalle proprie abitazioni, che hanno salutato con entusiasmo l'Avellino Pride, comprese alcune anziane suore della Casa di riposo Alfonso Rubilli.

suore

Una marcia dell’orgoglio interamente dedicata alle vittime dell’omotransfobia, ricordate al termine della manifestazione davanti alla Villa Comunale col lancio di palloncini colorati sulle note di Hallelujah di Leonard Cohen.

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Con 35 voti favorevoli, 4 contrari e nessuna astensione il Consiglio comunale capitolino ha approvato la mozione ex art. 109 presentata dal Movimento 5Stelle.

Essa impegna dal prossimo anno la sindaca, la giunta e i suoi assessori a «promuovere l’adozione di ogni iniziativa utile per garantire adeguata risonanza alla celebrazione della Giornata internazionale contro l'omotransfobia per il giorno 17 maggio di ogni anno». E, questo, attraverso l’attuazione, «in sinergia con gli enti istituzionali e con le associazioni del territorio, di iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in particolare rivolte anche al mondo della scuola, attraverso l’organizzazione di eventi e dibattiti a carattere comunale e municipale».

Nello specifico, ogni 17 maggio, la bandiera arcobaleno sarà esposta sia presso il Campidoglio sia presso i singoli municipi. Al contempo l'amministrazione capitolina organizzerà e coordinerà una consulta con le associazioni Lgbti per un confronto sugli atti omotransfobici e la relativa messa in atto di strategie di prevenzione e contrasto agli atti omotransobici.

Erano presenti in Campidoglio esponenti di associazioni Lgbti come Sebastiano Secci, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, e Cristina Leo, coordinatrice del Coordinamento Lazio Trans. In giornata la sindaca Virginia Raggi ha twittato: «È la Giornata Internazionale contro l'omofobia e la transfobia. Roma contro la violenza e i maltrattamenti. Sempre. Stop omofobia».

In realtà già dallo scorso anno si tiene nei municipi della capitale una settimana d’eventi contro l’omotransfobia e nelle sale consiliari di alcuni di essi viene esposta, il 17 maggio, la bandiera rainbow. Come, ad esempio, in quella del municipio X (di Ostia), dove nella mattinata la rainbow flag è stata platealmente rimossa dal consigliere comunale di CasaPound Luca Marsella

«Stamattina entro in aula e trovo la bandiera arcobaleno accanto al tricolore - così sul suo profilo Facebook Marsella -. Chiedo cosa significhi, magari è in solidarietà ai palestinesi uccisi in questi giorni. Scopro invece che è semplicemente lì contro estremismi e discriminazioni. Ho tolto quella bandiera messa dal M5S, che in un'aula istituzionale non c'entra nulla e rappresenta soltanto una prevaricazione. Se volete dimostrare coraggio, domani portate la bandiera della Palestina. E basta con queste idiozie, pensiamo ai problemi di Ostia.  Ps: prima o poi tolgo pure la foto di Mattarella».

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Si è tenuta ieri presso Palazzo Montecitorio la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge contro l’omotransfobia, depositata alla Camera il 2 maggio scorso dal deputato Alessandro Zan (Pd).

Oltre al parlamentare d’origine padovana sono intervenuti i deputati Silvia Fregolent e Ivan Scalfarotto nonché la senatrice Monica Cirinnà, che il 21 marzo ha presentato al Senato una pdl similare recante Norme contro le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

Come quella avanzata da Zan, tale proposta di legge si propone di estendere agli atti di discriminazione e ai delitti motivati dall’odio nei confronti delle persone omosessuali e transessuali la protezione già garantita ai crimini d’odio fondati su motivazioni razziali, etniche, nazionali o religiose dal recente art. 603-bis del Codice penale.

«In ossequio – spiega la senatrice Cirinnà – al generale principio stabilito dall’articolo 609-septies del Codice penale, si ritiene di escludere la perseguibilità d’ufficio, ricollegata dall’articolo 6 della "legge Mancino" alla configurabilità dell’aggravante di cui all’articolo 3, per il delitto di violenza sessuale di cui all’articolo 609-bis del Codice penale» Ha quindi aggiunto: «Il terzo articolo del disegno di legge istituisce anche in Italia la Giornata nazionale contro l'omofobia e la transfobia nella data del 17 maggio. L’art. 4 assegna all’Istat il compito di sopperire all’attuale assenza di dati attraverso una rilevazione statistica quadriennale».

Eccone il testo:

Art. 1.

(Modifiche al codice penale)

 

All’articolo 604-bis del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a)  al comma 1, lettera a), le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o relativi all’orientamento sessuale o all’identità di genere»;

b)  al comma 1, lettera b), le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o relativi all’orientamento sessuale o all’identità di genere»;

c)  al comma 2, le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o relativi all’orientamento sessuale o all’identità di genere».

Ai fini della legge penale, si intende per:

a) «orientamento sessuale»: l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi;

b) «identità di genere»: la percezione che una persona ha di sé come rispondente ad un genere, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico."

Art. 2

(Modifiche al decreto-legge 26 aprile 1993, n.122)

 

Al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, sono apportate le seguenti modificazioni:

a)  al titolo, dopo le parole: «e religiosa» sono aggiunte le seguenti: «, o fondata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere»;

b)  alla rubrica dell’articolo  1, dopo le parole «o religiosi» sono aggiunte le seguenti: « o fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere»;

c)  all’articolo 1, comma 1-quinquies, le parole: «o degli extracomunitari» sono sostituite dalle seguenti: «, degli extracomunitari, delle persone omosessuali e transessuali»;

d)  all’articolo 3, comma 1, le parole: «o religioso» sono sostituite dalle seguenti: «, religioso o fondato sull’orientamento sessuale o dall’identità di genere»;

e)  all’articolo 6, comma 1, dopo le parole: «comma 1, » sono inserite le seguenti: «ad eccezione di quelli previsti dall’articolo 609-bisdel codice penale,».

Art. 3

(Istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia e la transfobia)

La Repubblica italiana riconosce il giorno 17 maggio quale «Giornata nazionale contro l'omofobia e la transfobia», al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell'inclusione nonché di contrastare i pregiudizi e le discriminazioni motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere.

In occasione della «Giornata nazionale contro l'omofobia e la transfobia» sono organizzati incontri e iniziative, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sensibilizzare le cittadine e i cittadini al contrasto del pregiudizio, della discriminazione e della violenza verbale e fisica motivati dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere, nonché di mantenere vivi nella cultura e società italiane i princìpi di uguaglianza dei diritti e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione.

Art. 4

(Statistiche sulle discriminazioni e sulla violenza)

Ai fini della verifica dell’applicazione della presente legge e della progettazione e della realizzazione di politiche di contrasto alla discriminazione e alla violenza di matrice xenofoba, antisemita, omofobica e transfobica e del monitoraggio delle politiche di prevenzione, l’Istituto nazionale di statistica, nell’ambito delle proprie risorse e competenze istituzionali, assicura lo svolgimento di una rilevazione statistica sulle discriminazioni e sulla violenza che ne misuri le caratteristiche fondamentali e individui i soggetti più esposti  al rischio con cadenza almeno quadriennale. 

Guarda il video dell'intervento di Monica Cirinnà

 

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Da mesi ormai il mondo lesbico femminista italiano è attraversato da un conflitto che ha ridefinito i confini del movimento Lgbti+ e che ha generato un nuovo arcipelago di associazioni femminili e femministe. La radicalizzazione, in chiave neoreazionaria, di ArciLesbica ha determinato la nascita di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiane) che mette in rete tutti quei circoli che si sono autosospesi e si sono dissociati da ArciLesbica. E che a Bologna invece ha trovato concretezza in Lesbiche Bologna, legittime eredi della fu Arcilesbica Bologna e altrettanto legittime assegnatarie della sede del Cassero.

Nell’arcipelago lesbico italiano però qualcuno si dimentica sempre di noi, donne lesbiche, bisex, pamsex, transex, intersex, asex, queer, che militiamo in Arcigay o in altre associazioni Lgbti+ e che, non per questo, ci sentiamo meno lesbiche, meno femministe, meno donne, meno emancipate. Eppure agli occhi dei più noi non esistiamo.

Non importa se siamo presidenti di circoli territoriali. Non importa se lo siamo anche in città grandi e attive come Torino per citarne un, o se lo siamo state (fino ad alcuni mesi fa) in territori ostici come Salerno tanto per citarne un’altra. Non importa se siamo brave.  Non importa se facciamo parte dei gruppi dirigenti delle nostre associazioni e se siamo parte attiva di un’elaborazione politica che fa dell’acronimo Lgbti+ non un insieme di consonanti, ma un insieme di persone, che lottano per decostruire quegli stereotipi di genere che affliggono la nostra società e di cui ognuno di noi è vittima inconsapevole.

Noi, che ci sporchiamo le mani per ridefinire i confini di genere perché crediamo profondamente nell’autodeterminazione di qualsiasi individuo, non esistiamo. E, quando qualcuna di quelle compagne lesbiche, femministe si ricorda di noi, è per sbeffeggiarci. Noi che "gigioneggiamo con gli uomini” (come disse Cristina Gramolini a Ferrara il 1 dicembre 2018), che siamo le mogli dei gay, complici del loro innato, radicato e insradicabile maschilismo.

Talmente tanto dimenticate o non considerate che, ogni volta che una lesbica femminista muove un’accusa ad Arcigay o ad altra associazione Lgbti+, lo fa rivolgendosi sempre al maschile e sempre e comunque solo ai maschi, ai G di quell’acronimo. Noi donne Lgbti+, militanti di associazioni Lgbti+, non contiamo nulla. Ma non per i nostri compagni di lotte, dai quali abbiamo continue dimostrazioni di stima e rispetto, ma proprio per quelle donne che lottano per la parità e fanno della differenza un plusvalore.

E cosi ancora una volta mi tocca leggere frasi del tipo: La mia solidarietà ad #Arcilesbica che rappresenta la storia del movimento #Lgbt italiano e a cui tutte noi donne #lesbiche dobbiamo essere grate. Il movimento omosessuale italiano dovrebbe riflettere. Non si fa politica così. (Paola Concia, profilo Fb, 14 maggio 2018)

Ecco cara Paola, di cui non ricordo una lunga militanza nel movimento (ma forse sono io ad avere la memoria corta), e care compagne lesbiche femministe, fatevene una ragione! Il “movimento omosessuale” non è fatto di soli uomini. Le decisioni non le prendono solo gli uomini, gli indirizzi politici non sono il frutto di elaborazioni maschili e maschiliste. Il movimento che voi chiamate omosessuale è il movimento Lgbti+ italiano, fatto di persone che la pensano diversamente da voi, fatto di tante donne (cis, trans, queer, gender fluid) che lottano per l’autodeterminazione della donna anche quando questa passa dalla libera scelta di gestare per altri (perché l’utero è mio e me lo gestisco io, non voi).

Donne che si sentono diverse, ma uguali alle compagne trans perché non è quello che abbiamo tra le gambe che fa la differenza ma quello che siamo, quello che sappiamo di essere sin da piccole.

Siamo donne che rivendicano con orgoglio la libertà di fare del sesso un mestiere, senza per questo sentirsi vittime di un sistema patriarcale, ma semplicemente libere di determinare cosa fare del proprio corpo e della propria vagina. Donne che lottano perché le persone disabili tutte, di qualsiasi genere siano, debbano avere il diritto a una sessualità. Donne il cui utero non è un tempio sacro, per cui la genitorialità non passa esclusivamente dalla maternità. Donne libere dai quei meccanismi patriarcali di cui voi siete vittime. Perché il patriarcato è una pratica che voi applicate ogni qualvolta vi erigete a paladine della tutela delle altre donne.

Non ho mai avuto bisogno di essere tutelata da nessuno, uomo o donna che sia: io mi tutelo da sola ed esisto in quanto donna lesbica e femminista, che vi piaccia o no, anche se sono la presidente di un circolo il cui suffisso è gay. E sono favolosa!

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Un incontro all’insegna dell’ascolto e del raffronto quello avvenuto nel pomeriggio a Montecitorio tra la vicepresidente della Camera Mara Carfagna e i componenti della delegazione Lgbti.

Motivo dell’appuntamento istituzionale la ricorrenza della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia (Idahobit) che cade il 17 maggio. Nella Sala del Cavaliere – così chiamata dal grande ritratto equestre del marchese Bonifacio Rangoni – la deputata forzista, che, quale ministra delle Pari Opportunità nel Governo Berlusconi IV, promosse alcune campagne antiomofobiche e fu convinta sostenitrice della necessità di una legge di contrasto alle discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, ha portato i saluti del presidente della Camera Roberto Fico.

La realizzazione dell’incontro odierno si deve infatti alla sensibilità della terza carica dello Stato che, a differenza della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha accolto la richiesta avanzata dall’associazione GayLib delegando (per impegni già assunti) Mara Carfagna.

«La lotta contro le discriminazioni – così la vicepresidente forzista nell’avviare il dialogo con la delegazione – deve essere un impegno comune, un tema che unisce il Paese al di là delle differenze politiche. In particolare, il contrasto alla violenza omofoba assume un significato rilevante in un momento storico in cui i cittadini rivolgono alle istituzioni una grande domanda di sicurezza e di protezione che proviene soprattutto dai settori più fragili della società».

Parole, queste, che hanno ricalcato quelle pronunciate in mattinata durante la visita alla Casa Refuge Lgbti, aperta lo scorso anno nella capitale col sostegno della Chiesa Valdese e Regione Lazio  e gestita da Croce Rossa Roma e Gay Center.

Si sono poi susseguiti gli interventi dei singoli componenti della delegazione a partire da quelli dell’ex parlamentare Franco Grillini, presidente di Gaynet, e Daniele Priori, segretario di GayLib nonché promotore dell’incontro.

Hanno quindi preso la parola Gabriele Piazzoni (segretario nazionale Arcigay), Roberta Mesiti (presidente Agedo Roma), Cristina Leo (Coordinamento Lazio Trans), Leila Pereira (presidente Libellula), Giole Lavalle (Beyond Differences), Fabrizio Marrazzo (presidente Gay Center), Francesco Angeli (presidente Arcigay Roma), Antonello Sannino (presidente Arcigay Napoli), Sebastiano Secci (presidente Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli), Vanni Piccolo (intellettuale e militante storico), Francesco Lepore (caporedattore di Gaynews), Claudio Mori e Alba Montori (Fondazione Massimo Consoli).

«Sono particolarmente soddisfatta – ha scritto successivamente in una nota Mara Carfagna – del confronto che si è tenuto oggi con i rappresentanti delle associazioni, della vivacità e della concretezza delle proposte che ho ascoltato».

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