Condanna a 30 anni di reclusione per omicidio volontario, aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti.

Questa la decisione emessa, nel pomeriggio di oggi, dalla Prima Corte d'assise d'appello di Roma nei confronti di Manuel Foffo, colpevole dell'uccisione Luca Varani. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 il 23enne fu massacrato a colpi di martello e coltellate (30 le ferite inferte) in un appartamento in via Igino Giordani.

Come noto, dell'omicidio era imputato anche Marco Prato che però si tolse la vita nel carcere di Velletri, il 20 giugno 2017, alla vigilia della prima udienza del processo a suo carico.

La Corte ha confermato così la sentenza emessa dal gup Nicola Di Grazia il 21 febbraio del 2017 con rito abbreviato.

Ma ancora una volta, come nella sentenza di primo grado, non è stata però riconosciuta l'aggravante della premeditazione. Anche se, per l'accusa, Foffo e Prato avevano scelto la vittima con l'intento "di uccidere" visto che già da due giorni avevano invitato, sotto effetto di stupefacenti, almeno due giovani che, andandosene subito via, si "erano perciò salvati".

Dopo la lettura della sentenza, Foffo è rimasto in silenzio ed è stato successivamente condotto dagli agenti della polizia penitenziaria nella camera di sicurezza attigua all'aula giudiziaria.

Giuseppe Varani, padre della vittima, che prima della camera di consiglio aveva chiesto pubblicamente giustizia, è rimasto seduto e visibilmente commosso, tra amici e parenti, alla lettura del verdetto. 

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Non è ancora andato in scena e già sta facendo discutere il nuovo spettacolo scritto e diretto da Giovanni Franci, autore e regista dallo sguardo lucido sulla realtà contemporanea nonché sulle relazioni e i conflitti affettivi che, in essa, si consumano. Franci ha deciso di raccontare e mettere in scena uno dei casi di cronaca nera accaduti a Roma tra quelli più atroci e scioccanti degli ultimi anni: l’omicidio di Luca Varani a opera di Manuel Foffo e Marco Prato.

Non a caso lo spettacolo si chiama L’Effetto che fa perché è questa la risposta che Foffo e Prato diedero agli inquirenti che cercavano di comprendere le ragioni alla base dell’efferata crudeltà con cui i due avevano seviziato e massacrato il 23enne Luca Varani.

Nelle note di regia Giovanni Franci offre una puntuale e incisiva disamina dei motivi che l’hanno spinto a investigare emotivamente in questa pagina drammatica della nostra storia recente, partendo proprio dal senso di malessere e disorientamento conseguente al fatto di dover metabolizzare che alla base di tanta violenza non c’era, in realtà, alcuna reale motivazione. Perché l’omicidio Varani, ci suggerisce l’analisi di Franci, non può essere semplicisticamente attribuito all’alterazione procurata dalla droga: Marco Prato e Manuel Foffo, che, apparentemente, erano due giovani come tanti e che, come tanti,  amavano trasgredire assumendo anche qualche sostanza, erano due persone con un preoccupante deficit identitario, insomma due immaturi cronici, parossisticamente soffocati dalle aspettative, dalle convinzioni, dai pregiudizi e dalle proiezioni paterne. Due campioni paradigmatici di un Edipo irrisolto, incapaci di vedere e sentire l’altro, incapaci perfino di cogliere l’altrui dolore, perché troppo concentrati a reggere, faticosamente e servendosi di droghe, il proprio svuotatissimo e fragilissimo “io”.

Ma se la disposizione esistenziale di Foffo e Prato risulta essere sinistramente evidente, sia per le reazioni che i due manifestarono dopo la scoperta dell’omicidio sia per le esternazioni allucinanti dei genitori di entrambi (sempre i padri), ciò che lascia, comprensibilmente, turbato Giovanni Franci è la reazione che è possibile cogliere nell’ambiente di Luca Varani all’indomani della sua morte.

Infatti, l’unica preoccupazione che sembra emergere dalle parole di chi gli avrebbe dovuto volere bene è quella di negare la sua omosessualità e negare che fosse capitato nella casa di Foffo per offrire una prestazione sessuale a pagamento.

«Ma il punto non è questo – puntualizza a tal proposito Giovanni Franci - Il punto, mi sentirei di dire ai giovani amici di Luca, è amare Luca qualunque cosa sia successo. Amatelo se per ingenuità ha commesso un errore, se era andato dai suoi assassini per rivendersi due grammi di coca. Se invece verrà fuori che le cose sono andate come oggi credete sia impossibile, amatelo lo stesso.

Accettate che oltre una certa soglia siamo sconosciuti gli uni agli altri, che chi ci è accanto può avere zone d'ombra, e non per questo possiamo smetterle di amarlo. Accettate di essere insufficienti voi, di non potere o non sapere leggere ogni cosa della persona a cui volete bene, dal momento che, essendo però riusciti a vedere in lui o lei ciò che è essenziale, sarete forti di un amore che non verrà tradito. Solo restituendo con coraggio all'altro un profilo quanto possibile compiuto e fedele, saprete meglio chi siete voi stessi. Allora sentirete la bellezza di essere diventati adulti. E se lo siete già, ne uscirete rafforzati. Saprete benissimo dove andare, sentirete forte e chiara la direzione, pur nel ventre di una città, Roma, che per adesso ne è schifosamente priva.» 

L’Effetto che fa sarà in scena dal 31 ottobre all’8 novembre 2017 nel nuovissimo spazio di Via Giulia, 20 l’Off/Off Theatre Festival, Lo spettacolo vedrà in scena tre attori under 35, coetanei dei veri protagonisti della storia, Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco.

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Marco Prato era un mostro? Probabile. Che sia stato trasformato in un mostro al quadrato, invece, è certo. È stato usato e raccontato come massimo emblema del deprecabile, dell'orrido, del marcio. Non un omicida ma la follia omicida personificata. Non un drogato ma la personificazione della "droga che uccide". Non un assassino ma un assassino perverso e omosessuale. Un vero e proprio capro espiatorio perfetto per il benpensante medio. Quello che non possiamo ignorare è che questo processo è nato, nonostante la buona fede,  all'interno della comunità Lgbti, dove per comunità intendiamo alcuni media di settore e alcuni attivisti E così Prato è diventato insomma un mostro al quadrato. 
 
Prato uccide Luca Varani insieme a Manuel Foffo in un festino a base di alcol e droga. Questa era la notizia iniziale di quel marzo dello scorso anno. Poco dopo, senza che ce ne rendessimo conto, improvvisamente il festino diventa festino gay. In un'altra intervista Prato diventa "uno di noi" (della comunità Lgbti) e ed escono titoli dal tenore Viaggio nelle dark room frequentate dai killer. Con la buona intenzione di approfondire, purtroppo, sono state alcune testate Lgbti a fare tutto questo, seguite subito dalla grande stampa. 
Improvvisamente è sollevato il tema del chem sex tra le persone omosessuali, come tra quelle etero non esistesse. Si consuma in pochi giorni un vecchio equivoco colossale: fenomeni che derivano dalla pressione sociale, dal vissuto di privazione dell'identità e di repressione della sessualità che vivono le persone Lgbti, vengono invece presentati come  "stili di vita gay" da correggere, come questioni sulle quali "la comunità gay deve interrogarsi". Quale comunità - se quella degli attivisti, delle persone che si incontrano nei locali o semplicemente l'insieme di tutte le persone Lgbti - non è mai stato chiaro. L'espressione comunità Lgbti o gay community ha principalmente due significati: la comunità dell'attivismo e delle associazioni oppure la comunità delle persone che si incontrano nei locali gayfriendly.
 
Al di fuori di tutto questo non ha senso parlare di comunità, poiché le persone Lgbti non sono circoscritte da alcun territorio, religione, cultura, etnia, lingua, tradizione. Il linguaggio usato per parlare del caso Prato-Varani ha invece portato l'opinione pubblica sulla strada di un "mondo gay", fatto di ogni genere di perversione e violenza omicida, compiendo una generalizzazione senza precedenti.  Le intenzioni di chi ha aperto questo tema erano chiaramente altre, ma il risultato è stato mediaticamente devastanteSe i gay sono perversi e potenziali assassini è perché sono gay, quasi come si trattasse di questione di dna. Questo è il messaggio che è passato, per la felicità dei nostri detrattori. 
Esiste un problema di chem sex tra le persone Lgbti? Può darsi, ma si tratterebbe pur sempre di un problema che riguarda anche le persone etero. Dovrebbe dunque essre la società intera ad occuparsene non la "comunità gay. Esiste un problema di "solitudine gay", come titolava qualche mese un articolo su Internazionale? Bene, è prima di tutto un problema di solitudine, perché nessuno si pone il problema della "solitudine etero". 
 
Questo modo di trattare la vicenda ha gettato le basi per costruire la narrazione del Marco Prato gay, pr, cattivo, mondano e perverso e di un Manuel Foffo, invece, etero, di buona famiglia, traviato e portato sulla cattiva strada. L'unica "fortuna" di Foffo, a parte quelle di avere un padre disposto persino a difenderlo nel salotto di Vespa, è stata quella di essere percepito come "etero". Perché quello del "festino gay", tirato fuori purtroppo dalle nostre testate, era invece Marco Prato. Di tutto questo abbiamo ancora avuto uno strascico pochi mesi fa, con titoli della serie Shock, Marco Prato era sieropositivo. Come se fosse una tipica caratteristica degli assassini, in particolare modo di quelli che frequentano i festini gay, le dark room e via discorrendo. 
 
Le parole sono importanti e l'origine della speculazione mediatica su Prato è proprio qui. Adesso fioccano i commenti da tribunale popolare. Di quanti gioiscono per "il mostro" che muore godendo di una vendetta di sangue che è quanto di più lontano ci possa essere dalla civiltà. Aprono uno spiraglio di luce le parole dell'allora fidanzata di Luca Varani, Marta Gaia Sebastiani: "Una vita è una vita. Sono scioccata per quanto accaduto. Solo due parole : silenzio e rispetto per il lutto delle famiglie". Queste parole ci ricordano  che l'umanità e il senso della civiltà esistono ancora. E che forse dovremmo aprire una seria riflessione anche sulla vita nelle carceri italiane, perché un suicidio con un sacco di plastica in testa e una bombola del gas comunemente usata per cucinare in cella senza che nessuno si accorga di nulla, lascia molto da pensare. 
 
Per tutti noi che invece scriviamo di temi Lgbti, compreso il sottoscritto, serve invece una profonda riflessione sul modo di affrontare l'universo di problematiche che riguardano le persone Lgbti. Una regole aurea potrebbe essere quella di chiedersi un po' più spesso: "Parlerei mai di questa cosa definendola etero?". Alle nostre penne e al nostro buon senso le risposte. 
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