Stesso copione a distanza di pochi giorni e sempre in Abruzzo, che sta percorrendo in lungo e in largo in vista delle elezioni regionali del 10 febbraio. Ancora una volta, infatti, Matteo Salvini, nelle vesti di segretario della Lega, ha tuonato contro “utero in affitto” e “adozioni gay”, pervicacemente accomunate pur senza alcun nesso diretto, data la percentuale maggioritaria di coppie eterossesuali sterili che fanno ricorso alla pratica della gpa.

Come successo domenica a Sant’Egidio alla Vibrata (Te) il duplice tema è stato toccato oggi nel corso del comizio a Pianella (Pe), più volte interrotto da applausi scroscianti e grida di acclamazioni

«Mamma e papà – ha dichiarato Salvini - sono due parole che qualcuno a sinistra danno fastidio, perché per loro ci sono genitore 1 e genitore 2, genitore 3. Per me la mamma è la mamma e il papà è il papà. Non è che ci sono marmellate, uteri in affitto, adozioni gay tutte queste robe, bambini al supermercato: tutte robe fuori dal mondo.

Una Lega, che governa una regione, è garanzia del fatto che si rispetta la scelta di vita di tutti. Però non è che la donna sia un bancomat: a me solo l'idea dell'utero in affitto mi fa schifo. È come se una donna fosse usata per sfornare, per accontentare l'egoismo di qualche adulto sulla pelle dei bambini. Perché i bambini non si toccano».

Ma di persone gay ha parlato sempre oggi, in contesti e con toni del tutto differenti, il presidente della Rai Marcello Foa, legato a doppio filo al ministro dell’Interno anche in ragione del ruolo di punta ricoperto dal figlio Leonardo (trilingue, laurea in Bocconi, master a Grenoble) nello staff della comunicazione di Salvini.

Prima di lasciare viale Mazzini alla volta di Sanremo, Foa ha parlato delle accuse d’omofobia rivoltegli prima del suo approdo alla dirigenza della Rai.

«La cosa che più mi è dispiaciuta – ha affermato - negli attacchi che ho ricevuto è il fatto che mi siano stati attribuiti giudizi che non ho mai pronunciato, anche molto sgradevoli. Sono stato addirittura definito anti-gay. Una cosa che non sta né in cielo né in terra, semmai il contrario. Mi ha indignato il fatto che c'è stato un tentativo di caratterizzarmi come una persona estremista, squilibrata, inaffidabile, il che non rispecchia la mia identità, il mio percorso.

Questo mi è dispiaciuto ma io guardo al futuro. Nella vita non si può vivere col rancore per i torti subiti. Io penso che ricoprire il ruolo attuale sia un privilegio che interpreto in modo molto serio e responsabile. Guardo in avanti non serbo rancore».

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In vista delle elezioni regionali del 10 febbraio Matteo Salvini, con lo slogan Mandiamo a casa la sinistra anche in Abruzzo, sta oggi percorrendo per i relativi comizi la provincia di Teramo.

Mentre è in corso quello di Atri, stamani il segretario della Lega ha visitato prima il mercato comunale di Campli (mostrandosi ora in giacca della Polizia di Stato ora in felpa azzurra con la scritta Abruzzo), quindi si è spostato a Sant’Egidio alla Vibrata (dove, alla fine del suo intervento, ha indossato una giacca della Polizia Penitenziaria, corpo delle forze dell'ordine, che, fra l'altro, dipende dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia).

In una piazza gremita il ministro dell’Interno ha arringato la folla con un discorso in cui si sono intrecciati temi diversi: dallo smantellamento della riforma Fornero alle politiche messe in campo in materia migratoria, indicando costantemente le persone fuggite su imbarcazioni di fortuna e, spesso tratte in salvo dalle ong, come clandestine. Discorso, interrotto da applausi scroscianti, misti ad acclamazioni osannanti, in una piazza dominata dalla croce, simbolo cristiano per eccellenza di carità, sormontante la facciata della chiesa parrocchiale.

«Ripartiamo dalla vita reale, dalle mamme… Attenzione! - ha detto a un tratto -. Ho detto mamme e papà, perché è uno dei primi scontri che ho dovuto sostenere quando sono arrivato al ministero dell’Interno e a costo zero. Perché al di là del lavoro, che è fondamentale, dei soldi, del mutuo, della bolletta della luce, l’uomo e la donna, però, sono anche dei valori reali, dei simboli.

Io ho reintrodotto sui moduli per chiedere la carta d’identità elettronica due parole, che qualcuno aveva tolto perché davano fastidio: mamma e papà. Non c’è genitore 1, genitore 2, genitore 32. C’è la mamma e c’è il papà. E io, finché campo, mi batterò perché ognuno sia libero di vivere la sua vita privata come vuole, con chi vuole e facendo quello che vuole. Nel senso che voi, finito questo incontro, tornate a casa, non mi interessa con chi sarete a pranzo, con chi guarderete la televisione, con chi farete l’amore questa sera. Ognuno a casa sua fa quello che vuole, con chi vuole.

Ma il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà lo difenderò finché campo. Combatterò l’utero in affitto, le adozioni gay, i bambini in vendita come al centro commerciale, le schifezze indegne di un Paese civile. L’egosimo degli adulti sulla pelle dei bambini, no».

Al di là dell’accostamento ancora una volta indebito tra “utero in affitto” – ignorando o volutamente omettendo che la gestazione per altri è una pratica medica, cui ricorrono in percentuale maggioritaria le coppie eterosessuali sterili – e “adozioni gay”, Salvini è tornato a mentire sulla questione modulistica, dove fra l’altro non è mai comparsa la dicitura genitore 1, genitore 2.

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È appena attraccato nel porto di Catania la Sea-Watch 3, la nave dell’ong battente bandiera olandese con 47 migranti a bordo, partita poco dopo le 05:30 dalla rada di Santa Panagia, dove era ancorata da venerdì scorso a un miglio dalle coste siracusane

Durante gli scorsi giorni esponenti non solo della cittadinanza ma anche delle associazioni umanitarie e Lgbti locali, unendosi all’appello del sindaco Francesco Italia, hanno domandato con pubbliche manifestazioni che si consentisse lo sbarco delle 47 persone.

Abbiamo raggiunto Valerio Colomasi, nativo di Siracusa e vicepresidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma, per raccoglierne le valutazioni.

Valerio, puoi darci il tuo punto di vista su quanto accaduto nella rada di Santa Panagia a proposito delle Sea-Watch 3

A Siracusa è andato in scena l’ennesimo spot elettorale in vista delle elezioni europee. Il governo, Ministro dell’Inferno in primis, ha capito che bloccare su una barca degli esseri umani, per di più già stremati da un viaggio terribile e dalle torture subite in Libia, è un investimento politico che rende molto. Innanzitutto, consente di distrarre l’opinione pubblica, una circostanza utile quando su ogni tema (dalla Tav alla giustizia) i due partiti di governo fanno a gara a chi smentisce prima l’altro. Poi è utile anche per ragioni meramente elettorali. Il governo giallo-verde sta raccogliendo i frutti di una campagna di odio portata avanti da anni e che adesso porta voti come mai prima d’ora.

Per questo è importante più che mai resistere, come hanno fatto tanti cittadini e cittadine nella mia città. Siracusa, come tutta la Sicilia, è una terra di accoglienza e di commistione culturale. Senza i “migranti” la Sicilia non sarebbe quella che è oggi. La nostra cucina, il nostro dialetto, le nostre tradizioni sono il frutto dell’integrazione di culture estremamente diverse tra di loro e che in quella terra meravigliosa hanno trovato il modo di convivere e di crescere insieme.

Cosa ne pensi delle denunce rilasciate dal sindaco Francesco Italia - che ha parlato d’una sorta di prigionia - sulle condizioni dei migranti a bordo della Sea-Watch, compresa la presenza di minori?

I racconti del sindaco Italia e dei parlamentari che sono riusciti a salire a bordo della Sea-Watch sono purtroppo l’ennesima conferma di quello che sapevamo già da tempo. In Libia non ci sono “porti sicuri”, ci sono campi di prigionia e di tortura. Pensare di rimandare nelle mani dei propri torturatori coloro che sono riusciti a scappare mi sembra raccapricciante.

Quanto alla loro permanenza forzata nella nave credo che il termine “prigionia” sia quasi insufficiente a descrivere la gravità di ciò che accade. Quelle persone sono state “sequestrate” con l’intento di ottenere un “riscatto” politico. Che questo sia maggiore partecipazione europea nella redistribuzione dei migranti o, più semplicemente, visibilità e voti alle prossime elezioni cambia poco, si stanno comunque sottoponendo delle persone innocenti a una tortura del tutto ingiustificata. Si sta tentando di cancellare la loro dignità, i loro diritti umani per il presunto bene della nostra comunità nazionale. Ogni essere umano dovrebbe sentire la necessità di opporsi a questa politica disumana.

L’altroieri a Roma sotto  Montecitorio l'iniziativa Non Siamo Pesci ha raccolto moltissime adesioni e tantissima gente. Eppure, era pressoché scarsa quella di associazioni Lgbti? Non ti sembra che questo tema, in generale, non venga trattato con la necessaria attenzione politica, considerati i tempi che stiamo vivendo?

Credo che non sia una lettura del tutto corretta. Tantissime associazioni Lgbti stanno sempre più assumendo la questione migratoria come un punto fondamentale della propria azione, in termini sociali ma anche e soprattutto politici. In questi mesi in particolare ogni volta che ci si è trovati davanti a situazioni dolorose come il caso Diciotti o il caso Sea-Watch ci sono sempre state associazioni Lgbti in prima fila nella lotta.

Certo, manca una strategia complessiva (anche) su questa importante tematica ma questo non può cancellare il lavoro di tante e tanti di noi. Non ne faccio una questione di etichette associative, “nazionale” o “locale”: quello è un dibattito stanco che non ha mai portato niente di positivo alla nostra comunità. Di “nazionale” e di “locale”, se proprio occorre usare questi termini, si può parlare in relazione alle azioni messe in campo.

La lettera, con cui tante associazioni Lgbti hanno chiesto conto al governo della sua politica contro le persone migranti, è stata sottoscritta sia da quelle che una volta si sarebbero chiamate “associazioni nazionali” sia da quelle che avremmo definito “locali”. Ma quell’azione politica ha un valore assolutamente centrale per tutto il Paese, un valore pienamente "nazionale".

Purtroppo tante persone anche all’interno della nostra comunità e delle associazioni Lgbti ritengono che questo tema non ci riguardi, che non bisogna parlarne troppo o a voce troppo alta per evitare di “inimicarsi” il governo. È un modo di considerare la nostra funzione politica e sociale alquanto miope, dal mio punto di vista. Noi sappiamo cosa vuol dire essere bersaglio di odio e discriminazione: non possiamo voltarci dall’altra parte quando qualcun altro ne è vittima.

Infine, non vanno dimenticati i servizi che vengono offerti nei territori. Noi come Circolo Mario Mieli portiamo avanti da anni progetti di assistenza e di integrazione, di cui siamo molto orgogliosi, e come noi decine e decine di associazioni in tutto il Paese. Probabilmente è arrivato il momento di assumere una maggiore iniziativa politica comune tra tutte le realtà che, come noi, hanno assunto questo tema come una priorità della propria azione politica. Noi, ovviamente, non ci sottrarremo.

Fra qualche mese si aprirà la stagione dei Pride e Roma dovrà affrontare questo evento, che accompagna un dibattito forte come quello della migrazione e dei diritti. Ci saranno iniziative significative ? 

Innanzitutto, ci saranno i Pride. Non riesco a immaginare iniziative più pertinenti per parlare di uguaglianza, solidarietà e autodeterminazione. Noi come Roma Pride consideriamo da anni i diritti e la tutela delle persone migranti come un punto essenziale della nostra piattaforma politica. Quest’anno penso che lo faremo con ancora più forza.

Il Pride nasce come una rivolta degli “ultimi”. Il contributo delle persone immigrate ai moti di Stonewall è parte della nostra storia e deve servirci per orientare la nostra azione politica attuale, in particolare quest’anno che festeggeremo i 50 anni da quella favolosa notte.

Quanto ad altre iniziative abbiamo tanto in cantiere per i prossimi mesi. Sicuramente un primo appuntamento sarà Echo, il festival di cultura LGBT+, che come Circolo Mario Mieli organizzeremo il 17-18-19 maggio, durante il quale ribadiremo come la cultura è la nostra arma principale contro l’odio e l’intolleranza.

Poi ci saranno gli eventi legati al Roma Pride, che quest’anno festeggia 25 anni, nell’ambito del quale stiamo lavorando a iniziative che riguardano anche la questione migratoria, su cui per ora non voglio svelare nulla ma che speriamo di lanciare nelle prossime settimane.

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A poco più di un mese dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge 132/2018 (legge di conversione del Dl 113/2018 recante Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, ancora oggi semplicemente chiamata Decreto Sicurezza o Decreto Salvini) quello degli immigrati resta un tema caldo nell’agenda del Governo.

Tema, fra l’altro, sempre più a cuore alle associazioni della collettività arcobaleno in ragione sia di paradigmi intersezionali sia della condizione delle persone Lgbti costrette a fuggire dai Paesi d’origine per i più svariati motivi.

Ne abbiamo parlato con Jonathan Mastellari, che da anni si occupa della materia e sta dando il via a una nuova realtà associativa: Iam.

Jonathan, che cos’è nello specifico Iam?

Iam (Intersectionalites and More) non sarà solo un'associazione Lgbti ma si occuperà a 360° di intersezionalità e identità intersezionali, soprattutto legate ai temi della disabilità, delle migrazioni, delle seconde generazioni e dell'invecchiamento con una speciale attenzione a questi argomenti in connessione alle minoranze sessuali e di genere. Iam riunisce sotto un'unica sigla alcuni progetti esistenti precedentemente, che si occupavano di formazione attraverso il Teatro dell'Oppresso (FucsiaTeatro di Bologna), di sostegno ai richiedenti protezione internazionale per motivi legati all'orientamento sessuale e/o all'identità di genere e di ricerca e socializzazione per persone con disabilità e anziani omo, bi, trans, intersex, asex e queer. Ci occuperemo di ricerca e formazione riguardanti i temi discriminazione. Un progetto ambizioso, che coinvolge in prima persona le persone che vivono le identità al centro della nostra attenzione ed esperti/e del settore. 

Sulla base della tua esperienza perché le politiche migratorie, oggi più che nel passato, presentano elementi così forti di razzismo e xenofobia? 

Le politiche migratorie, non solo in Italia, stanno seguendo sempre di più l'approccio che vede adottare la chiusura delle frontiere. Il sistema di accoglienza prima del Decreto Salvini, anche se sicuramente migliorabile, funzionava ed è riuscito a gestire un fenomeno di emergenza riguardanti gli sbarchi in maniera soddisfacente. C'è stato un errore di fondo: usare lo strumento della protezione internazionale su questo fenomeno. È inutile nascondere il fatto che migranti di tipo economico, tra chi è arrivato con gli sbarchi, ce ne fossero: queste persone ovviamente si sono viste “diniegare” la richiesta di protezione internazionale, dal momento che questo strumento nasce per tutelare le persone che scappano dal proprio Paese per essere in pericolo per vari motivi, tra cui questioni politiche, di appartenenza a minoranze culturali, etniche, sessuali e di genere, o per motivi di non accesso alle cure. L'alternativa poteva essere studiare modelli diversi di accoglienza temporanea, fornendo un'alternativa alla protezione internazionale, al centro di forti critiche da parte dei movimenti politici contro i fenomeni migratori provenienti principalmente da Africa e Asia.

Cosa significa in questo periodo storico essere un migrante Lgbti nel nostro Paese?

L'Italia fino a pochi mesi fa rispetto ai temi riguardanti le migrazioni Sogi (il termine deriva da Sexual Orientation e Gender Identity) era in realtà un esempio non negativo. La situazione attuale ovviamente è più incerta e delicata per via delle nuove politiche adottate e che potrebbero essere adottate. Le decisioni comunque sono prese dalle Commissioni territoriali: per questo motivo è importante mantenere alto il livello di formazione e conoscenza dei temi Sogi per chi lavora come commissario/a. Probabilmente è impensabile chiedere al nuovo governo di mettere in agenda la creazione di linee guida per la tutela della sicurezza e della privacy per i migranti Sogi nel nostro Paese. Oggi i migranti Sogi trovano generalmente Commissioni territoriali e operatori sociali/legali più esperti su questi temi rispetto anche solamente a cinque anni fa.

L’associazionismo Lgbti ha oggi una maggiore attenzione alle tematiche migratorie. Quali sono per te i punti di forza e di debolezza che lo caratterizzano?

Fortunatamente anche in Italia si comincia a parlare di internsezionalità legate alla comunità Lgbti. Tra questi temi anche le migrazioni Sogi trovano il proprio spazio nelle policy e nelle agende delle associazioni. Da un lato è sicuramente un aspetto positivo, perché è sintomo che è arrivato il tempo di lottare anche per ciò che non sono solo i diritti e i bisogni di tipo primario per quanto riguarda le minoranze sessuali nel nostro Paese. Dall'altro c'è il rischio che tutta questa recente attenzione verso tali temi derivi da un senso di colpa nato dal fatto di non essersi mai occupati di ciò fino ad ora.

Questa seconda ipotesi porta con sé il rischio di voler per forza trattare temi delicati anche senza le adeguate competenze. Per seguire richiedenti protezione internazionale Sogi non bisogna essere avvocati, ma non bisogna pensare che la formazione sia un aspetto secondario. A mio parere la svendita di tessere associative come prove dell'orientamento sessuale e/o identità di genere hanno fatto solo danni. È risaputo ormai che nessuna Commissione Territoriale, giustamente, riconosce le tessere di associazioni Lgbti come prove. Purtroppo però questa pratica continua a essere fatta creando false speranze nei e nelle richiedenti, dal momento che molto spesso si pensa che essere iscritto/a a un'associazione sia qualcosa che assicuri quasi certamente qualche forma di protezione in Italia.

Un altro grande rischio, che porta con sé la maggior attenzione verso questi temi da parte delle associazioni Lgbti, è l'iper-esposizione mediatica dei e delle richiedenti. Una critica che vorrei fare è che spesso passa il messaggio che i e le richiedenti Sogi siano solo africani, del Bangladesh o del Pakistan. Per mia esperienza personale (ho seguito più di 250 richiedenti con richiesta per questi temi dal 2012) almeno un quarto delle richieste provengono da persone nate e cresciute nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e dell'America Latina (per noi importantissima la richiesta di protezione internazionale riconosciuta aduna donna transessuale brasiliana a Bologna in Italia da 12 anni).

Quali competenze sono necessarie ai volontari Lgbti per un’azione efficace con particolare attenzione alle persone migranti trans? 

Non scordiamoci che lavorare con i/le migranti in genere, e in primis con quelli e quelle Sogi, vuol dire operare con vite umane, con persone che vengono da culture diverse per le quali l'orientamento sessuale e/o l'identità di genere sono state spesso identità da tenere nascoste o da vivere in modo represso.

Avvicinarsi a questi temi dopo essersi informati, lasciando da parte ogni pregiudizio sugli usi, i costumi, le tradizione e la storia dei principali paesi dai quali provengono i migranti Lgbti in Italia.

Per quanto riguarda la comunità transgender, devo dire che poche sono le persone trans, migrate in Italia, a sapere che potenzialmente possono richiedere la protezione internazionale per motivi legati alla propria identità di genere: ciò fa sì che esse vivano nell'illegalità per anni. Stiamo gradualmente entrando sempre più in contatto principalmente con la comunità MtF migrante che spesso non ha tantissimi rapporti con l'associazionismo Lgbti.

Si sono costruite reti tra le ong che si occupano di migranti e le associazione Lgbti? Quali, secondo te, le difficoltà principali al riguardo? 

Fino a ottobre sono stato il segretario della prima associazione fondata in Italia che si è occupata in modo specifico di queer migrations (termine usato per parlare di migrazioni queer), MigraBO Lgbti: nei sei anni di attività abbiamo lavorato molte volte a stretto contatto con i e le operatrici sociali e legali delle cooperative, per preparare al meglio il materiale per le Commissioni territoriali e la preparazione delle memorie personali dei e delle richiedenti.

Cercherò di portare avanti al meglio questo aspetto anche nella nuova avventura che mi aspetta, quella di Iam. Il problema è che non esiste coordinazione al momento tra le associazioni Lgbti che si occupano di questi temi in Italia. Contatti ce ne sono stati, ma sicuramente si potrebbe fare di più. A volte sembra quasi ci sia competizione su questi temi, dimenticandosi che si parla di supporto a delle vite umane.

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«Oggi ho ricevuto la nuova presidente di Arcigay Napoli la bravissima Daniela Lourdes Falanga che sostituisce il bravissimo Antonello Sannino che ha svolto un ottimo lavoro nella lotta per i diritti. Insieme lotteremo sempre per i diritti di tutte e tutti e per la giustizia. Complimenti Daniela, te lo meriti, per tutto».

Con questa dichiarazione il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha raccontato sulla sua pagina Facebook, l’incontro avvenuto ieri in Comune con Daniela Lourdes Falanga, neo-eletta presidente del comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli

Un incontro che intende rinnovare il sodalizio tra la comunità Lgbti napoletana e il sindaco. Sodalizio, questo, che ha portato, solo qualche giorno fa, Arcigay Napoli a schierarsi apertamente con De Magistris contro il decreto sicurezza

Le parole del sindaco erano state anticipate, già ieri, dalle dichiarazione social della presidente di Arcigay Napoli.

«Stamattina il sindaco De Magistris - così Daniela Lourdes Falanga - ha voluto congratularsi personalmente per la mia nuova carica di presidente dell’associazione Arcigay Antinoo Napoli e mi ha chiesto dei prossimi progetti. Si è anche congratulato per come ho trattato la questione legata a mio padre.

Io mi sono congratulata con lui per quanta umanità sta comunicando con determinazione in questi giorni rispetto al decreto sicurezza. Siamo unitari in un percorso di riconoscenza di pari dignità».

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Classe 1986, laureata in Studi Internazionali e forte d’esperienze lavorative all’estero (parla correntemente francese e inglese), Giulia Bodo è presidente del comitato Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia

Il suo impegno attivistico, in una zona territoriale a forte impronta leghista, si è soprattutto indirizzato all’accoglienza di persone migranti Lgbti. Motivo che l’ha portata a creare, con la collaborazione dell’intero comitato, il gruppo AfricArcigay.

A pochi giorni dall’approvazione in via definitiva del contestato “decreto sicurezza”, che, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, restringe le possibilità di accoglienza di persone migranti e introduce una serie di nuove norme in materia securitaria, l’abbiamo raggiunta per raccoglierne esperienze e impressioni.

Giulia, da cosa nasce il tuo impegno per le persone migranti?

Credo dalla mia educazione: sono cresciuta difendendo gli ultimi. Il mio impegno politico è sempre stato di stampo radicale. Ai miei genitori devo l’apertura nei confronti di tutte le differenze e l’empatia verso chi non riesce a far sentire la propria voce. Nel 2015 ho deciso, nel mio tempo libero, di cominciare a insegnare italiano nei centri di accoglienza.

Essendo anche un’attivista in Arcigay, dal momento in cui si è presentata la questione dei migranti Lgbti, è sembrato piuttosto naturale per il mio Comitato che a occuparmene fossi io. Anche per via delle mie competenze soprattutto linguistiche ma anche politiche, sociali e giuridiche.

Quali le attività specifiche da te messe in atto in Arcigay Vercelli?

Innanzitutto siamo un gruppo: quindi direi noi e non io. Da sola non avrei combinato proprio niente. A Vercelli è nata una comunità di riferimento per richiedenti asilo Lgbti africani e africane. Gruppo che, nel settembre 2016, abbiamo ribattezzato appunto AfricArcigay su suggerimento dell’amico attivista e giornalista Paolo Hutter. Paolo, insieme con il marito Paolo Oddi, ha fin dall’inizio creduto nel nostro progetto.

Le persone Lgbti africane ci raggiungono dal Piemonte, dalla Lombardia. Qualcuno anche dalla Valle d’Aosta o dalla Liguria. Ciò che trovano non è uno sportello di assistenza legale per la richiesta d’asilo o il servizio di insegnamento dell’italiano ma un gruppo di pari, pronti ad accoglierli e a rassicurarli. Si scambiano paure ed esperienze, si sostengono e incoraggiano a vicenda.

È stata una coppia di nigeriani a esprimere il desiderio di fare di più, dicendomi: “Una volta ottenuti i documenti, i nostri problemi in quanto gay e africani, in questo Paese, non sono finiti”. 

La nostra forza è stata quella di supportarli e supportarle in questo percorso, formandoli e formandole, e lasciandoci guidare dai più istruiti e dalle più istruite rispetto alle differenze culturali. 

Ci occupiamo, con le due donsigliere Stefania Sanna e Luna Iemmola e, più recentemente, anche con l’attivista di Agedo Torino (referente a Novara) Roberta Bagnasco, di formazioni per operatori dell’accoglienza e delle preparazioni per il colloquio in Commissione per la richiesta d’asilo, nonché dello sviluppo della stessa (relazioni per i ricorsi in appello, richieste d’asilo reiterate, eccetera). Ci teniamo a seguire solo i casi in cui crediamo: i componenti del gruppo AfricArcigay si aspettano chiaramente di essere protetti da attacchi omofobici da parte di connazionali.

Siamo orgogliosi e orgogliose di essere il secondo comitato, dopo Reggio Emilia con l’amico Tony Andrew, ad aver eletto un africano rifugiato all’interno del nostro direttivo: Omokhegbe Kennedy, nigeriano già ritenuto meritevole della protezione internazionale, è infatti un punto di riferimento per quanto riguarda le formazioni destinate agli ospiti dei centri di accoglienza ma anche per i primi colloqui di introduzione al gruppo dei nuovi arrivati.

Senza dimenticare Vivian Igbinovia, ancora in attesa del colloquio in commissione, è diventata un elemento chiave per le ragazze. A oggi abbiamo seguito quasi un centinaio di casi e contiamo una quarantina di attivisti ed attiviste partecipi in maniera assidua e concreta. Dal punto di vista delle formazioni, l’aspetto più sconvolgente è rappresentato dall’assistere africani che insegnano il rispetto delle diversità ai propri fratelli e sorelle eterosessuali, cresciuti secondo i principi di una cultura che perpetra odio e repressione, soprattutto di matrice religiosa. 

Tu non sei omosessuale eppure fai attivismo in Arcigay. Perché a tuo parere le associazioni Lgbti devono interessarsi di diritti delle persone migranti? Che cosa dovrebbero fare nello specifico?

Mi viene in mente Pride, il film tratto dalla vera storia della conquista dei diritti civili a Londra. L’unica lotta possibile, oggi, è quella intersezionale: dovremmo unire la forza delle minoranze, con le intrinseche differenze che le compongono. Stranieri, comunità Lgbtqia+, donne, disabili, disoccupati: nessuno di noi è una cosa sola. Ecco perché da eterosessuale scelgo ogni giorno di sentirmi parte e di rappresentare la comunità Lgbti sul mio territorio: se invece di continuare a discriminarci a vicenda riuscissimo a fare fronte comune, credo che renderemmo la vita difficile adomofobia, razzismo, trasfobia, bifobia, lesbofobia, sessismo, abilismo e classismo. 

Nello specifico, ritengo innanzitutto che bisognerebbe essere molto chiari dal punto di vista della linea politica dell’associazione: il razzismo dovrebbe essere pubblicamente e fermamente condannato, ad ogni occasione utile.

In secondo luogo, gli elementi più significativi da sviluppare (anche grazie alla rete Migranet di Arcigay ma potenziando le connessioni con le altre associazioni italiane che si occupano di migranti Lgbti e quelle a livello internazionale) credo dovrebbero essere l’accoglienza e la formazione. Migranti appena sbarcati non parteciperanno ai nostri eventi e alle nostre riunioni, perché hanno troppi pochi strumenti, linguistici e culturali, per capire questi momenti aggregativi e per viverli liberamente, consapevolmente.

Sulla base della tua esperienza locale hai conosciuto casi di persone Lgbti che sono dovute fuggire perché omosessuali?

Nei centri di accoglienza ho sentito memorie di ogni genere. Relativamente ad AfricArcigay, invece, i componenti sono tutti persone che si dichiarano Lgbti e che hanno subito persecuzioni di vario tipo, o sono fuggiti e fuggite per paura di subirne. Il denominatore comune è il bisogno di libertà.

Come valuti il "decreto sicurezza" approvato il 28 novembre scorso?

È già stato valutato incostituzionale dal Consiglio superiore della magistratura, proprio relativamente alla parte riguardante i richiedenti asilo. Non risolve certo il problema di una mancata politica dell’immigrazione unitaria dal punto di vista europeo. Crea, inoltre, immigrati irregolari che quindi si trovano costretti a vivere di espedienti. Con buona pace di Salvini e dei suoi fan non basterebbero tutti i nostri soldi per rimpatriare gli irregolari, anche perché non ci sono gli accordi bilaterali con gli Stati d’origine: l’unica soluzione possibile sarà quella di regolarizzarli.

Il comitato Arcigay Vercelli Valsesia ha realizzato per il 2019 un calendario dedicato al tema dei migranti Lgbti. Com'è nata l'idea?

Il calendario è nato perché siamo poveri. I nostri attivisti ricevono 75€ al mese se sono inseriti nel sistema di accoglienza. Per alcuni di loro raggiungere i nostri eventi e le nostre riunioni diventa economicamente proibitivo a causa della lontananza geografica. Il progetto finora è sopravvissuto grazie alle donazioni.

Ci siamo resi e rese conto di aver bisogno di entrate ulteriori e abbiamo avuto la fortuna di riuscire a costruire una squadra artistica incredibile: il trucco di Stefano Anselmo (il conosciutissimo make up artist di Mina, vercellese d’origine) e delle sue collaboratrici, Enrica Checchia e Nadine Musacchio; le foto della straordinaria Giulia Lungo, amica e compagna di battaglie. E poi i nostri attivisti e attiviste vercellesi: la direzione artistica da parte del professionista Andrea Dolzan, l’artista Franco Marino che si è occupato dei costumi oltre a ricoprire il ruolo di assistente di produzione, insieme a Luna Iemmola e a Vittorio Montixi.

Dietro ogni foto c’è una storia, una vita, una di quelle vite che anche noi abbiamo contributo a salvare. Oppure una denuncia, un grido soffocato di quelli che, da noi, non sono mai arrivati.

Con questo calendario (in omaggio con tutte le donazioni uguali superiori ai 20€) vorremmo da una parte aprire un canale di comunicazione con chi lo guarda. Dall’altra riuscire a creare un fondo di sostentamento per continuare e potenziare la nostra attività di sensibilizzazione sul territorio.

Scopri il Calendario AfricArcigay 2019 mese per mese

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Fondata in febbraio a meno di un mese dalle elezioni del 4  marzo, Futura si sta progressivamente imponendo alla pubblica attenzione come una delle voci nuove e radicali della sinistra. Una delle cifre del movimento politico è l’attenzione ai diritti delle minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti.

Ad alcuni giorni dal sit-in romano Stop Gay Persecution in Tanzania, che ha visto anche Futura tra le associazioni aderenti nonché tra quelle firmatarie delle lettera aperta al ministro Enzo Moavero Milanesi sulla situazione tanzaniana, abbiamo raggiunto Marco Furfaro, fondatore e coordinatore del neonato organismo politico.

Dall’insediamento del governo gialloverde si registrano non poche violenze nei confronti di minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti. A suo parere cosa sta accadendo? 

Sta succedendo quello che mai avremmo auspicato: il coniugarsi delle peggiori forze conservatrici con il populismo d’accatto per tenere la maggioranza delle persone dentro un cono di consenso fondato su odio e paura. Non riescono a dare risposta alla sofferenza sociale. Per questo perseguono l’unico disegno possibile a costo zero: teorizzare che la crisi sociale, la disoccupazione, la precarietà è dovuta al fatto che in questi anni si è pensato troppo ai diritti civili e poco a quelli sociali. Una stupidaggine che purtroppo trova consenso anche in alcune parti della sinistra. Così, in maniera pelosa e strisciante, a volte esplicita, a volte meno, si nega la società di oggi e si colpevolizzano le persone Lgbti e non solo. È uno schema che riguarda i migranti, ma anche le donne. Prendete il ddl Pillon, la nascita dell’intergruppo dei “parlamentari per la vita”, l’attacco alla 194, le violenze che vengono deprecate solo quando a commetterle è uno “straniero”. Altro non sono che tasselli di una precisa idea di società: patriarcale, sessista, a misura di uomo etero, virile, rigorosamente bianco e italiano. Per questo femminicidi e episodi di intolleranza nei confronti delle persone Lgbti, non sono d’interesse per questo governo. Basti pensare al ministro Fontana, il cui primo intervento è stato il disconoscimento delle famiglie arcobaleno. Un attacco alla libertà di tutti, ma subdolo perché fa finta di colpire solo alcuni. Rendendoci tutti più poveri e precari. Però penso anche che la fantastica onda pride che ha riempito le piazze quest’estate, le manifestazioni e i cortei delle donne, la resistenza civile di sindaci e amministratori locali, dimostrino che siamo ancora in tanti e dobbiamo organizzarci al più presto.

In Italia ci sono più di 4 milioni d’indigenti, una quantità impressionate di precari ed è sempre più alto il numero di giovani italiani migranti. Cosa è che fa sempre più povero questo Paese? 

Il fatto che tutti o quasi si sono arresi all’idea che l’unica speranza nella vita non è studiare, lavorare, impegnarsi, ma avere la fortuna di crescere in una famiglia ricca. Lo ha sancito pure l’Istat: l’ascensore sociale è fermo al piano zero. Così, se nasci povero, ben che vada rimarrai povero. Non conta più niente aver studiato, essersi impegnato, rimboccato le maniche. Se non sei raccomandato da qualcuno, è difficilissimo emanciparsi. La povertà di questo Paese non è data solo dal fattore materiale, cioè quanti soldi possiedi, ma dal fatto che una volta i genitori facevano sacrifici per far studiare i figli, i figli facevano gli acrobati nella vita per poter finire gli studi, prendersi una laurea e finalmente accedere a migliori opportunità. Oggi non è più così, perché quelle opportunità sono state cancellate dalle cattive politiche di questi ultimi venti anni. Sta tutta qui la povertà del Paese. Abbiamo milioni di persone che rinunciano agli studi o vivono una tremenda precarietà di vita, altri, su cui si è investito in formazione e istruzione, se ne vanno dall’Italia. Chi vuole bene all’Italia dovrebbe ripartire esattamente da qua, da un investimento straordinario in scuola, innovazione, ricerca e sviluppo. Il tutto in un quadro di sostenibilità e di conversione ecologica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesimo governo che fa il contrario di questo, che risponde ai bisogni della povera gente dandogli in pasto i migranti da cacciare o minoranze da odiare. Proprio come in passato facevano i regimi. Ma a maggior ragione dobbiamo avere parole chiare sul futuro. Che non può che essere con salari dignitosi, ecologicamente improntato, innovativo, non solo economicamente, ma anche socialmente.

La vittoria di Bolsonaro in Brasile, le politiche  di Trump in Usa, le destre che crescono in Europa, un Salvini che in Italuia inneggia a figure Putin. C’è ancora spazio per opporsi?

È proprio quando tutto è più nero che abbiamo bisogno dei colori no? È il movimento Lgbti a insegnarcelo. Ed è proprio in questa situazione che l’opposizione deve ritrovarsi, ma non su “accordicchi” o parole d’ordine desuete, ma proprio su una visione radicalmente diversa del futuro. È vero c’è Bolsonaro, Trump, Putin e Orban. Ma ci sono anche Alexandria Ocasio-Cortez, Sanders, Corbyn, Costa in Portogallo e Sanchez/Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, gli ecologisti di tutta Europa che avanzano. Insomma, manchiamo solo noi. Ma vedrà che nuove generazioni politiche si prenderanno presto il campo e sostituiranno le classi dirigenti sconfitte il 4 marzo scorso con idee all’altezza dei tempi.

La caccia all’immigrato sembra essere ormai continua a seguito anche di certi proclami di chi è al governo. Cosa nasconde una tale politica razzista e xenofoba?

Nasconde incapacità e il vuoto più totale su che direzione dare al Paese. L’aver inventato un nemico, il più semplice perché il più indifeso, in modo tale da distogliere l’attenzione dai problemi veri del Paese che restano insoluti, è il modo migliore per assecondare la rabbia delle persone. Ma dimostra l‘inconcludenza di una classe dirigente che non riesce a dare risposte e dunque soffia sul fuoco della sofferenza diffusa e offre a quella sofferenza un capo espiatorio. Facile quanto aberrante. All’inizio erano i “terroni” come me, poi gli albanesi, poi i marocchini, i rumeni, gli stranieri, i migranti. La Lega fa questo giochino da venticinque anni. La cosa terribile di questo meccanismo è che non si ferma davanti a niente, arriva ai bambini, presto toccherà a chi la pensa diversamente dal governo, ai critici, alle minoranze, ecc. Se la tua politica è nascondere i problemi dando la colpa agli altri, non ha mai fine. Si arriva alla barbarie.

I media riportano spesso di manovre o litigi in quella che viene indicata quale area di “sinistra”. Sembra inoltre non esserci una vera opposizione. Secondo lei siamo messi così male? 

Se penso alla sinistra rappresentata in Parlamento, direi di sì. Autoreferenziale, incapace di ascoltare la sofferenza sociale, di abitarla, fuori dal tempo e dalla storia. Ma quella sinistra è già stata sconfitta il 4 marzo. La sinistra poi non è un partito, ma un’idea di società. Quella oggi va ricostruita, assieme a tutti coloro che vogliono costruire una storia diversa da quella sconfitta alle elezioni. In realtà, c’è tanto di buon nel Paese che mi lascia ben sperare. Penso alle piazze di Milano e di Catania a fine estate, penso a Mimmo Lucano e a quanti sono schierati al suo fianco, penso alle manifestazioni di Non una di meno, ai comitati NoPillon, penso all’onda pride, come dicevamo. Penso alla raccolta di fondi per i bambini di Lodi., a chi fa impresa rispettando le regole, a chi si inventa nuovi lavori, a chi fatica da pazzi in una fabbrica ma non si arrende all’odio. Penso all’Italia che resiste, nonostante tutto.

C’è ancora per la creazione di una forza democratica, pluralista e di sinistra che rimetta al centro della politica la persona, il lavoro, la salute, il welfare, i diritti e tanto altro? 

Se mettiamo un po’ tutti da parte il nostro io per fare uno sforzo condiviso sono sicuro che sia possibile. Più che una forza politica, visto che ce ne sono a decine, oggi serve un’idea di società, una passione che faccia battere il cuore, che sia così netta e percepibile da far scendere le persone in strada e lottare. La gente si smuove perché sente dentro di sé le ingiustizie, la voglia di riscatto sociale. La sinistra una volta era questo, non solo e soltanto un partito. Per farlo, bisogna battere le idee che c’hanno portato alla sconfitta. Serve coraggio, quel coraggio che hanno le Ocasio-Cortez d’America di scendere nell’agone politico e prendersi tutto il campo, di egemonizzarlo, di vincere su classi dirigenti inadeguate e ridare speranza con programmi radicali e innovativi. Questo serve oggi alla sinistra, non partiti che si parlano addosso, ma coraggiosi che hanno voglia di ricostruire un pensiero, una proposta politica. Attorno a quella, poi, si costruirà una naturale unità per battere le destre e quindi una forza che torni a dare speranza e rappresentatività. Dobbiamo farlo a partire dalle elezioni europee.

Se si rompesse con l’Unione Europea cosa succederebbe al paese e ai diritti conquistati grazie, anche, al lavoro svolto in questi anni dalla stessa Europa? 

Sarebbe una catastrofe. Perché chi ha a cuore l’emancipazione delle persone, sa che l’unico modo per raggiungerla è unirsi, non dividersi. Dividersi fa il gioco di chi comanda, dei potenti, non certo degli sfruttati. Certo, l’Europa di oggi è inservibile. Proprio per questo serve uno scatto in avanti, non il ritorno alle piccole patrie. Faccio parte di una generazione che nemmeno sa immaginarsi fuori da una cittadinanza europea. Ma non è nostalgia di futuro, la mia. In un mondo così interconnesso, come potrebbe uno Stato nazionale da solo ad affrontare sfide globali come l’evasione fiscali, la (pre)potenza delle multinazionali, le migrazioni, i cambiamenti climatici? I diritti conquistati, come dimostra ciò che accade in Ungheria, verrebbero meno. Perché la società che hanno in mente in nazionalisti prevede un ridimensionamento dei diritti e delle libertà individuali. Noi vogliamo un’altra Europa, non un ritorno al passato.

Come coordinatore nazionale di Futura cosa può dirci di questa esperienza? 

Una piccola grande comunità di persone che non vuole arrendersi alla rassegnazione e nemmeno a questa copia triste e sbiadita che è diventata la sinistra in Italia. Abbiamo fondato Futura a febbraio, perché tante persone appartenenti a liste civiche, realtà sociali, associazioni, non si ritrovavano in Pd e LeU, perché sono stufe delle divisioni della sinistra e vorrebbero contendere il campo con le proprie idee. Che sicuramente sono più radicali del Pd, ma anche più innovative di LeU. Vorremo costruire un’alternativa alla destra che non perda tempo a discutere se stare o meno in Europa o se i diritti civili vengono prima o dopo i diritti sociali. Significa non aver capito niente della società di oggi. A volte mi chiedo se un politico di sinistra ha mai conosciuto la ricattabilità che vive una persona transgender, gay o lesbica sul proprio posto di lavoro. Come fa a non capire che diritti civili e sociali sono inscindibili? Ci batteremo per liberare la sinistra dalla subalternità culturale della destra, che subisce il Pd quanto la sinistra radicale. Futura è una comunità che non ha rendite di posizione da difendere, per questo ci proveremo con coraggio. A costruire un’alternativa larga, unitaria, ma sicuramente radicale. In poche parole, di sinistra. 

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Parere negativo del Garante per la Protezione dei dati personali sulla sostituzione della dicitura genitore 1 e genitore 2 con padre e madre nei moduli per il rilascio della carta di identità elettronica per i figli minorenni.

A sollevare la questione era stato il ministro dell'Interno Matteo Salvini e il Viminale si era poi rivolto all'Autorità perché si pronunciasse sullo schema di decreto destinato a riformare la modulistica. 

Con parere, datato 31 ottobre e pubblicato sul sito del Garante, l'Authority guidata da Antonello Soro ha dichiarato che «la modifica in esame è suscettibile di introdurre, ex novo, profili di criticità nei casi in cui la richiesta della carta di identità, per un soggetto minore, è presentata da figure esercenti la responsabilità genitoriale che non siano esattamente riconducibili alla specificazione terminologica padre o madre.

Ciò, in particolare, nel caso in cui sia prevista la richiesta congiunta (l'assenso) di entrambi i genitori del minore (documento valido per l'espatrio)».

Plauso per tale decisione è stata espressa dal direttore dell'Unar Luigi Manconi, che ha dichiarato: «Condivido interamente il parere del garante. La modifica, infatti, esporrebbe al rischio di disparità di trattamento nei casi in cui la richiesta della carta di identità, per un soggetto minore, sia presentata da figure esercenti la responsabilità genitoriale che non siano esattamente riconducibili alla specificazione terminologica padre o madre, come nel caso di persone dello stesso sesso. E ciò, in particolare, nel caso in cui sia prevista la richiesta congiunta (l’assenso) di entrambi i genitori del minore (documento valido per l’espatrio).

Inoltre, disporre di sostituire il termine genitori con le parole padre e madre rischierebbe di imporre in capo ai soggetti richiedenti una dichiarazione di dati inesatti o di informazioni non necessarie di carattere estremamente personale. E, in alcuni casi, si arriverebbe a escludere la possibilità di rilascio del documento a fronte di dichiarazioni che non rispecchino la veridicità».

Manconi ha quindi affermato: «L'Unar chiede al governo di accogliere interamente il parere del Garante per la Privacy nella elaborazione delle modalità tecniche di emissione della carta di identità elettronica».

Lapidario, invece, il commento del ministro dell'Interno che si è limitato a dire: «Noi andiamo avanti. Non esiste privacy che neghi il diritto a un bimbo di avere una mamma e un papà».

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Questa notte TvBoy ha “invaso” Milano con una nuova ondata di opere al vetriolo.

Questa volta, obiettivi del sarcasmo graffiante dell’artista autore del celebre bacio tra Salvini e Di Maio, sono stati Chiara Ferragni, ritratta con il figlio in braccio e una bottiglia d’acqua (chiaro riferimento all'edizione limitata dell'Evian firmata dalla celebre fashion blogger) nelle vesti di una Madonna Ausiliatrice dei nostri giorni; Rino Gattuso e Luciano Spalletti, rispettivamente nelle vesti di un americano e di un cinese (con riferimento alla perdita d’identità tipica dell’universo globalizzato).

E ancora Salvini e Di Maio, ripresi in un’emblematica e amara immagine da “guerra dei social”. 

Un’immagine è poi apparsa in costume rainbow ed è quella del fuoriclasse Cristiano Ronaldo

Il graffito ritrae Ronaldo in una posa che vuole ricordare i Bronzi di Riace e rimandare ai canoni di bellezza della tradizione classica greca e romana. Lo street artist gioca sull’ambivalenza del segreto e l’opera allude, palesemente, sia alla presunta omosessualità di Ronaldo sia al fatto che il calciatore dà l’impressione di essere innamorato di se stesso.

Mentre Il Segreto di Ronaldo La Guerra dei social sono comparsi in corso di Porta Ticinese, Santa Chiara con acqua benedetta in via TorinoLa Guerra fredda (ossia il poster con Gattuso e Spalletti) in via Sant'Eustorgio.

ronaldo

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Il 1° novembre per l’insigne studiosa tudette Fabiola Bernardini dovrebbe iniziare il nuovo impiego presso il locale Servizio Urbanistica, cui è stata trasferita dopo la rimozione da direttrice della Biblioteca comunale Lorenzo Leoni

Trasferimento che, disposto con delibera di Giunta n. 157 del 24 maggio 2018 riguardante il “nuovo assetto organizzativo della macrostruttura dell’ente”, è stato annunciato nell’ambito d’una rotazione di 22 impiegati su 100 con motivazioni diverse: irregolarità, utilizzo dei permessi ex lege n. 104 del 1992 per le ferie, richiesta di trasferimento ad altre mansioni. 

Ma, come già rilevato il 14 giugno dalla senatrice Loredana De Petris nell’interrogazione parlamentare ai ministri dell'Istruzione (Marco Bussetti), della Pubblica amministrazione (Giulia Bongiorno) e dell'Interno (Matteo Salvini), Fabiola Bernardini non ha mai «commesso alcuna irregolarità né espresso la volontà di essere trasferita». Motivo per cui la parlamentare LeU aveva osservato: «Le motivazioni alla base della scelta dell'amministrazione di Todi sembrano dunque meramente di carattere punitivo». 

Bernardini non solo ha infatti partecipato alla Festa delle Famiglie Arcobaleno, tenutasi il 6 maggio a Todi tra il disappunto e lo sconcerto di CasaPound (un cui componente, Andrea Nulli, siede in Consiglio comunale), ma si è anche rifiutata di redigere un catalogo di libri per bambini e ragazzi a “tematica omogenitoriale, omosessuale, transessuale".

Richiesta, questa, susseguente alle Direttive emanate dagli assessori tuderti alla Famiglia e alla Cultura Alessia Marta e Claudio Ranchicchio, che sembrano ossessionati, al pari dell’intera amministrazione locale retta dal forzista Antonio Ruggiano, dall’ideologia gender per quanto inesistente.

A seguito della rimozione è stata lanciato in giugno sui social l’hastag #IoStoConFabiola

Hastag che un gruppo d’utenti della Biblioteca comunale ha voluto tradurre in fatti concreti organizzando, sabato, scorso un flah-mob sulla scalinata della chiesa di San Fortunato scegliendo come slogan la celebre frase di Tina Anselmi: «Capii allora che per cambiare il mondo bisogna esserci».

All’ombra del monumentale tempio gotico, che ospita le spoglie del poeta Jacopone da Todi, oltre 200 persone si sono raccolte, alle 15:45, recando tra le mani un libro

Una sorta di lungo cordone a tutela della biblioteca e della sua direttrice, grazie al cui impegno, nel maggio 2018, Mibact, Cepell e Anci hanno riconosciuto a Todi la qualifica di Città che legge, attribuito finora a soli 147 Comuni italiani.

Una reazione indignata a chi vorrebbe rispolverare un index librorum prohibitorum di cafariana memoria e, perciò, tacitare la voce ferma di una donna, intellettuale, professionista, che vanta competenze in biblioteconomia, archivistica, diplomatica, lingua latina.

Competenze, grazie alla quale, non solo si è fatta apprezzare da medievisti di fama internazionale e, in particolare, da quei presuli ed ecclesiastici italiani che si occupano di storia del francescanesimo. Ma ha portato ai massimi livelli un istituto culturale come la Biblioteca Lorenzo Leoni, che annovera, tra le oltre 10.000 unità, preziosi codici miniati, incunaboli, cinquecentine nonché manoscritti autografi come quelli del filosofo scolastico Matteo d'Acquasparta.

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