Questa notte TvBoy ha “invaso” Milano con una nuova ondata di opere al vetriolo.

Questa volta, obiettivi del sarcasmo graffiante dell’artista autore del celebre bacio tra Salvini e Di Maio, sono stati Chiara Ferragni, ritratta con il figlio in braccio e una bottiglia d’acqua (chiaro riferimento all'edizione limitata dell'Evian firmata dalla celebre fashion blogger) nelle vesti di una Madonna Ausiliatrice dei nostri giorni; Rino Gattuso e Luciano Spalletti, rispettivamente nelle vesti di un americano e di un cinese (con riferimento alla perdita d’identità tipica dell’universo globalizzato).

E ancora Salvini e Di Maio, ripresi in un’emblematica e amara immagine da “guerra dei social”. 

Un’immagine è poi apparsa in costume rainbow ed è quella del fuoriclasse Cristiano Ronaldo

Il graffito ritrae Ronaldo in una posa che vuole ricordare i Bronzi di Riace e rimandare ai canoni di bellezza della tradizione classica greca e romana. Lo street artist gioca sull’ambivalenza del segreto e l’opera allude, palesemente, sia alla presunta omosessualità di Ronaldo sia al fatto che il calciatore dà l’impressione di essere innamorato di se stesso.

Mentre Il Segreto di Ronaldo La Guerra dei social sono comparsi in corso di Porta Ticinese, Santa Chiara con acqua benedetta in via TorinoLa Guerra fredda (ossia il poster con Gattuso e Spalletti) in via Sant'Eustorgio.

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Giunto alla settima edizione e organizzato da Barilla, si è tenuto a Milano, il 24 e il 25 ottobre, il Pasta World Championship. A contendersi il titolo di Master of Pasta 18 giovani chef provenienti da tutto il mondo. Ma la vittoria è stata conseguita dalla statunitense Carolina Diaz col suo spaghetto al pomodoro rivisitato.

E al Pasta World Championship 2018 sono stati proprio gli spaghetti ad averla fatta da padrone. In occasione dell’evento culinario, coinciso per la prima volta con il Word Pasta Day (giunto quest’anno alla 20° edizione), la disegnatrice emiliana – ma milanese d’adozione – Olimpia Zagnoli, in arte Oz, ha infatti realizzato un’illustrazione speciale per le confezioni dei celebri Spaghetti Nº5 di Barilla. Illustrazione che è un tributo alla parità dei diritti e al riconoscimento delle realtà omofamiliari.

In linea con l’inconfondibile stile coloratissimo, rétro e minimalista, che ha fatto apprezzare Olimpia Zagnoli in tutto il mondo portandola a collaborare con testate come The New York Times e The New Yorke, l’immagine scelta per i packing Barilla rappresenta una coppia di donne innamorate che condividono, nella notte, un piatto di spaghetti.

Un altro passo significativo da parte della multinazionale italiana nel percorso della sensibilizzazione di dipendenti e clienti alle tematiche dell’inclusione e della lotta alle discriminazioni. Passo che, nel 2018, si va ad aggiungere all’adesione da parte del Gruppo Barilla agli Standards of Conduct for Business dell’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr), finalizzati ad affrontare e superare il tema della discriminazione delle persone Lgbti nel mondo del lavoro.

Ma anche ulteriore riprova di una totale inversione di rotta per un’azienda, il cui presidente Guido Maria Barilla aveva dichiarato nel 2013 che non avrebbe mai fatto uno spot con una famiglia omogenitoriale

«La nostra è una famiglia tradizionale – così motivo le sue affermazioni ai microfoni de La Zanzara -. Non per mancanza di rispetto, ma perché non la penso come loro. La nostra è una famiglia classica». E ancora: «Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri».

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Giuseppe Sala dovrà registrare sul certificato di nascita della piccola Anna, nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa, anche il nome del papà non biologico.

A deciderlo il Tribunale Civile di Milano che ha oggi accolto il ricorso presentato, in maggio, da Gianni Tofanelli e Andrea Simone contro il Comune, i cui Ufficiali di Stato civile avevano sospeso la richiesta di trascrizione e correzione dell’atto di nascita statunitense della loro figlia con esplicita menzione della doppia paternità. 

La sentenza, dunque, riconosce e tutela il supremo interesse della bambina ad avere il legame di filiazione con entrambi i papà.

A sostenerne le parti legalmente gli avvocati Manuel Girola, Giacomo Cardaci e Luca Di Gaetano di Rete Lenford. I due papà hanno espresso la loro soddisfazione a Gaynews, che proprio dal nostro giornale avevano mosso un duro j'accuse al doppiopesismo di Sala e un appello a riconoscerli entrambi come papà di Anna.

E, a distanza d'un giorno, è stato pubblicato sulla pagina Fb di Rete Lenford un comunicato, in cui fra l'altro si dice: «Il Tribunale, all’esito di una puntuale ricostruzione del concetto di ordine pubblico nell’evoluzione della giurisprudenza italiana e transnazionale, ha aderito al principio espresso dalla Corte di Cassazione nella importante sentenza n. 19599/2016 e ha confermato che non è contraria all’ordine pubblico la trascrizione dell’atto di nascita con due padri. Il provvedimento si colloca sulla scia di quanto già sancito dai Tribunali di Livorno, Pisa, Roma e ne ribadisce le motivazioni.

Per Miryam Camilleri, presidente di Rete Lenford, «la decisione dei giudici di Milano è ricca di spunti interessanti e ribadisce come la rettificazione dell’atto di nascita corrisponda al best interest del bambino rispetto alle conseguenze giuridiche ad essa connesse.

Tra queste conseguenze, il Collegio cita i ‘diritti alla bigenitorialità, alla certezza giuridica, all’unicità della propria condizione giuridica e sociale e dunque all’identità personale, nonché alla stabilità dei legami acquisiti fin dalla nascita nel contesto familiare’. Il decreto di Milano, infatti, ribadisce un sentire diffuso nella nostra società: non conta come si diventa genitori ma quanto affetto e cura si riesce a dare ai bambini».

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Bergoglio ha oggi canonizzato in piazza San Pietro sette beati. Tra questi anche Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un cecchino degli squadroni della morte il 24 marzo 1980, e papa Paolo VI (1897-1978).

In un periodo come quello attuale, in cui non tendono a scemare le voci sulla presunta lobby gay in Vaticano e su prelati nonché porporati omosessuali menzionati nel dossier Viganò, non si può non ripensare a simili polemiche in riferimento alla persona di Giovanni Battista Montini.

L’omosessualità del primo collaboratore di Pio XII e poi arcivescovo di Milano – che Pacelli non volle mai elevare alla dignità cardinalizia – era vociferata al di là del Tevere ancor prima che questi fosse eletto, il 21 giugno 1963, successore di Giovanni XXIII. A farsene portavoce, attraverso chiacchiere di palazzo, fu il cosiddetto pentagono pacelliano e, soprattutto, l’allora cardinal Vicario Clemente Micara, la cui antipatia verso Montini era ben nota. 

Chiacchiere che si ingigantirono a dismisura, quando Paolo VI si fece prosecutore dei lavori del Vaticano II e ne attuò le auspicate riforme. Furono soprattutto i presuli conservatori e certa stampa libellistica a diffondere l’immagine di un pontefice progressista, omosessuale e, secondo don Luigi Villa, massone. Una ripresa del classico topos della letteratura eresiologica, che vedeva nel devius a recta fide il devius a recta praxi.

Ma a dare pubblico rilievo a un Montini omosessuale fu il celebre diplomatico e scrittore francese Roger Peyrefitte (profondo conoscitore d’Oltretevere), che nel 1976, due anni prima della morte del pontefice, parlò - nel corso di un'intervista prima al magazine francese Lui, poi al quotidiano romano Il Tempo, dove fu pubblicata il 4 aprile col titolo Mea culpa? Ma fatemi il santo piacere - di colui che ne sarebbe stato l’amante: l'attore Paolo Carlini, protagonista di celebri sceneggiati televisivi come Il romanzo di un giovane povero o L'ultimo dei Baskerville. Peyrefitte sostenne che, proprio in onore dell'amato, Montini avrebbe scelto di chiamarsi Paolo una volta eletto pontefice.

Siccome la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva da poco emanato il documento Persona humana (29 dicembre 1975), nel cui paragrafo 8 veniva riconfermata la condanna magisteriale dei rapporti omosessuali, si volle leggere nell’accusa di Peyrefitte una reazione calunniosa a una tale dichiarazione.

Argomento, questo, che lo stesso Paolo VI utilizzò durante l’Angelus del 4 aprile 1976: «Noi sappiamo che il nostro Cardinale Vicario e poi la Conferenza Episcopale Italiana vi hanno invitati a pregare per la nostra umile persona, fatta oggetto di scherno e di orribili e calunniose insinuazioni di certa stampa, irriguardosa dell'onestà e della verità. Noi ringraziamo voi tutti di codeste dimostrazioni di filiale pietà e di morale sensibilità. Così siamo riconoscenti a quanti hanno corrisposto a queste esortazioni di spirituale solidarietà. Grazie, grazie di cuore. 

Ci siamo ricordati, quasi a nostro malgrado, d’una bellissima parola degli Atti degli Apostoli: "una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui»", Pietro (Act. 12, 5). Ancora, grazie! Noi ricambiamo codeste attestazioni di religiosa fedeltà invocando dal Signore per tutti lo Spirito di verità e la cristiana franchezza di dare sempre a cotesto senso cristiano, con la parola e con la vita, generosa testimonianza.

Siccome questo e altri deplorevoli episodi hanno avuto pretestuosa origine da una recente dichiarazione della nostra Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni di etica sessuale, noi vi esortiamo a dare a questo documento e al complesso di insegnamenti, di cui esso fa parte, un'attenta considerazione ed una virtuosa osservanza, tali da tonificare in voi uno spirito di purezza e di amore, che faccia argine al licenzioso edonismo diffuso nel costume del mondo odierno, e che alimenti nei vostri animi la padronanza delle umane passioni accrescendo il senso forte e gioioso della dignità e della bellezza della vita cristiana».

Le vibranti parole di Montini non bastarono a tacitare le voci tanto più che Carlini, morto nel 1979 a un anno dal pontefice, non le smentì mai. L’argomento omosessualità, come noto, è stato poi affrontato nelle Positiones compilate in vista del processo di beatificazione e canonizzazione di Paolo VI, sia pur liquidate come prive di fondamento.

A meno che non compaiano prove documentali – e gli archivi sanno sempre regalare sorprese – resterà quel dubbio, da cui all’epoca furono rosi moltissimi presuli cattolici.

È noto il caso d’un vescovo lombardo che, dopo aver tuonato dall'ambone contro l’infame di Parigi (ossia Peyrefitte), nell’attraversare il presbiterio, dove erano riuniti i canonici del Capitolo Cattedrale, si rivolse loro a bassa voce: «Ma non è che sarà vero?».

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Anna è nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa. Andrea Simone e Gianni Tofanelli, i due papà, hanno racconto il loro progetto e la successiva prima esperienza di genitorialità nel libro Due uomini e una culla, edito lo scorso anno per i tipi torinesi Golem.

Benché sull’atto di nascita californiano siano entrambi registrati come papà, per l’anagrafe italiana non è così. Anna risulta avere un solo padre, quello biologico, mentre l’altro non ha ufficialmente in Italia né diritti né doveri nei suoi riguardi. I tentativi di Andrea e Gianni per superare una tale situazione presso l’Ufficio Anagrafe di Milano, dove risiedono, sono purtoppo caduti nel vuoto.

Giuseppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo, ha deciso di sospendere la trascrizione di atti di nascita esteri di bambini e bambini con due papà. Presa d’atto che, al contrario, non ha applicato nei riguardi di figli e figlie di coppie di donne lesbiche, come ha dimostrato anche con la solenne cerimonia del 6 giugno a Palazzo Marino

Il doppiopesismo attendista di Sala in tale materia è stato oggi stigmatizzato da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha dichiarato in un comunicato: «Da mesi i nostri soci attendono invano una risposta e se ci siamo infine decisi a un appello pubblico è perché siamo ancora convinti che la situazione si possa sbloccare. Basta però rinvii e incontri interlocutori: il mancato riconoscimento sta rendendo la vita di molte famiglie difficile. Ci è stato detto che gli uffici aspettano un parere dell'Avvocatura di Stato, e quindi la sentenza della Cassazione a sezioni unite sul cosiddetto 'caso Trento'.

Ma il Comune, se c'è la volontà politica, può muoversi da subito. Chiediamo a Sala di dirci chiaramente se questa volontà politica c'è. Lo abbiamo ringraziato e lo ringraziamo ancora per i riconoscimenti delle famiglie con due madri, ma come associazione chiediamo che i diritti siano diritti per tutti. I bambini e le bambine non possono essere discriminati sulla base di come sono nati».

Nell’attesa d’una risposta concreta da Palazzo Marino, abbiamo raggiunto Gianni e Andrea, per conoscere meglio la loro situazione e raccogliere valutazioni sulla posizione di Sala.

Gianni e Andrea, qual è al momento la situazione anagrafica di Anna?

Dal nostro rientro in Italia nel settembre 2014 Anna anagraficamente risulta avere un solo padre (Gianni) in una famiglia che è riconosciuta come unita civilmente dal 29 marzo 2013… Questo miracolo “anagrafico” accade perché abbiamo trascritto il nostro matrimonio, che è antecedente all’entrata in vigore della legge sulla unioni civili. Ha doppio passaporto. Ma per la legge un solo papà, perché sul suo certificato di nascita compare solo il nome di uno dei due padri e l’altro non ha ufficialmente alcun diritto e alcun dovere nei confronti della bimba.

Che cosa vi è stato detto all’Ufficio Anagrafe, quando avete chiesto che vi fosse riconosciuta la doppia paternità?

Ci siamo rivolti all’Anagrafe del Comune di Milano non appena è uscita la notizia che avevano trascritto e corretto l’atto di nascita di due gemelli – anche loro nati in California con gpa –, permettendo ai due bambini di avere sui documenti i nomi di tutti e due i loro genitori. Abbiamo presentato la documentazione completa e seguito l’iter che, per un limitato numero di casi, aveva sortito l’effetto positivo della trascrizione. Ma dopo circa un mese abbiamo ricevuto una raccomandata dall’Anagrafe del Comune di Milano che ci informava che la richiesta era sospesa, in quanto si era deciso di richiedere chiarimenti al ministero dell'Interno. Si era quindi chiusa quella breve finestra temporale in cui l’ufficiale di Stato Civile si era dimostrato favorevole.

Vogliamo far notare che la sospensione è illegittima, in quanto il Comune di fronte alla nostra richiesta avrebbe potuto solo accettare (come ha fatto fra dicembre e gennaio per quell’esiguo numero di casi) o rifiutare la trascrizione, ma non lasciarci in un limbo che dura da quasi un anno. 

Come spiegate il diniego del sindaco Sala ad effettuare le trascrizioni degli atti di nascita esteri per le coppie dei soli papà?

Non riusciamo a spiegarci questa discriminazione. Nel mese del Pride abbiamo visto il sindaco Sala farsi paladino dei diritti delle famiglie omogenitoriali e riconoscere il diritto di tante mamme ma, parallelamente, ignorare del tutto le situazioni come le nostre. Situazioni che ormai riguardano decine di bambini, alcuni dei quali, come nel caso delle gemelle di cui hanno parlato i media alcuni giorni fa, sono trattati come dei fantasmi dal Comune e conseguentemente dallo Stato.

Credete che pesi la battaglia contro la gpa condotta in area milanese da certe femministe della differenza e da ArciLesbica?

Sicuramente non ha aiutato e sta impedendo che ci possa essere una posizione forte anche all’interno del Consiglio comunale. In esso, una ventina di giorni fa, è stato presentato un ordine del giorno a favore della trascrizione degli atti di nascita dei papà arcobaleno da parte di Angelo Turco e Diana De Marchi (presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune), che chiedeva di porre fine  alla discriminazione in atto rispetto alle famiglie composte da due donne. Ma anche questa richiesta sembra essere al momento ignorata.

Da Palazzo Marino è stato detto che si aspetta la decisione della Cassazione a Sezioni Unite. Ma questo attendismo non sembra riguardare figli e figlie di coppie lesbiche...

Come abbiamo già detto, da luglio 2018 alcune coppie di mamme ottenuto da Palazzo Marino - e con grande visibilità mediatica del Sindaco Sala - la formazione di atti di nascita con l’indicazione di entrambe le genitrici. Quindi pare evidente che questa sospensione in attesa del 9 novembre non le riguardi.

Come giudicate la posizione delle associazioni Lgbti sul tema gpa? Sono attente o le avvertite lontane?

Ci pare che le associazioni Lgbti stiano lasciando sempre più sola Famiglie Arcobaleno nel condurre questa battaglia a favore dei nostri figli e figlie. A loro viene pregiudicato l’esercizio di numerosi diritti fondamentali, tra cui il diritto all’identità personale e al rispetto della vita privata e familiare.

Cosa pensate di femministe e attiviste che in riferimento alla gpa usano lo stesso armamentario lessicale di esponenti di estrema destra?

Abbiamo letto e sentito dire parole di una violenza inaudita - addirittura più forti di quelle pronunciate dall’estrema destra -, che hanno offeso non solo le nostre famiglie ma anche coloro che in questi anni hanno combattuto contro la discriminazione e per l’emancipazione delle donne. Riportiamo come battuta - ma testimonia come certi personaggi abbiano un visione poco chiara della realtà - l’accusa che ci è stata rivolta su un social network da una delle paladine più agguerrite contro la gpa, che ha scritto:  Voi siete abituati a sfruttare le donne in quanto clienti delle prostitute. Evidentemente l’odio nei confronti degli uomini le rende cieche e poco lucide.

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Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l'Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell'aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l'adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno - tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani - intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l'aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c'è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L'analisi della sociologa milanese - pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato - risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di 'cis' non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più 'cis' di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l'impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l'identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l'errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell'omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi - ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi - sulla "questione delle cause", mettendo all'angolo l'autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio - suggerisce sia meglio buttar via la parolina 'cis', e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è 'trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni '90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come "donna genetica" o "uomo genetico" per definire chi non era transgenere, o "ragazze XY" o "donne XY" per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l'idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l'articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l'idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l'assenza di posizionamenti ideologici

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Mentre a Roma il popolo del Pd ha gremito piazza del Popolo per reagire alle poltiche del governo e ribadire che l'Italia non ha paura, a Milano in piazza Duomo (lato Arengario)  Anpi, Aned, I sentinelli di Milano e Radiopopolare hanno raccolto al grido di Intolleranza zero 25.000 persone. Tra queste anche l'ex presidente della Camera Laura Boldrini

Un mare di t-shirt rosse, mescolate a bandiere di associazioni e sindacati, per dire no al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia, all’omotransfobia, alla sierofobia, all’odio in tutte le sue forme. Un mare di t-shirt rosse per reagire alla «deriva razzista, sessista, xenofoba e antisemita».

Perché, come si legge nel comunicato ufficiale, «da anni si seminano e si alimentano, nel nostro Paese, odio e rancore. Ora, però, registriamo l'inasprimento di una violenza verbale e fisica senza precedenti, che pare non conoscere più argini.

Nel mirino ci siamo finiti in tante e in tanti. Noi antifascisti, noi donne, noi migranti, noi omosessuali e trans, noi che non ci dimentichiamo che proprio ottant'anni fa l'Italia conosceva la vergogna delle leggi razziste. Noi che ogni giorno ricordiamo che il nazifascismo, con il suo bagaglio razzista e antisemita, è stato sconfitto 73 anni fa».

Ad aprire la manifestazione il tributo musicale a Aretha Franklin, la regina del soul scomparsa il 16 agosto scorso, la cui canzone Respect è considerara uno degli inni dei movimenti femministi e per i diritti civili.

E poi sul palco i 30 interventi, tra cui quelli di Laura Fabbri Wronowski, nipote di Giacomo Matteotti ed ex staffetta partigiana, del  parroco dei migranti Mauro Biancalani; dell'eurodeputata Elly Schlein, di Angelo e Andrea, la coppia di Stallavena vittima da agosto di minacce e aggressioni.

E, ancora, Lelli Cosmaro della Lila, per parlare della discriminazione cui sono soggette le persone sieropositive; Houda Latrech, vittima d'aggressione razzista; Paola Covaci della Sartoria sociale; Djana Pavlovic a nome della comunità Rom, Sinti e Camminanti; Laura e Sabrina di Famiglie Arcobaleno.

Fortissimo il monito lanciato da Roberto Cenati, presidente del comitato provinciale di Anpi Milano, che ha dichiarato:«Da una piazza molto unita e numerosa arriva un messaggio forte contro questa deriva razzista, fascista e antisemita che sta interessando l'Europa e il nostro Paese. 

Non basta una mobilitazione come quella di oggi. Ma occorre una grande contro offensiva culturale per fare breccia nella coscienze che ci sembrano troppo anestetizzate e che credono che i mali derivino dal fatto che ci siano troppi migranti, cosa assolutamente non vera.

Il ministro Salvini invece che impedire alle navi, anche della Guardia Costiera, a far sbarcare i migranti dovrebbe occuparsi della sicurezza vera del Paese, minacciata dalla mafia e dalla 'ndrangheta».

Duro anche Luca Paladini, fondatore e presidente de I Sentinelli di Milano, che, rivolgendosi al segretario della Lega nonché titolare del Viminale e al suo elettorato, ha detto che «la pacchia è finita ma è finalmente per loro. Perché finalmente c'è un pezzo di Paese consistente che è uscito dall'angolo, che ha voglia di venire in piazza e non si limita più a indignarsi in rete». 

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Svastische. Il nome di Allah in arabo sgrammaticato. Scritte insultanti e minatorie come Froci al rogo o acclamatorie al ministro dell’Interno come W Salvini.

Sono stati così imbrattati a Milano, nella notte tra venerdì e sabato, i muri dei locali della Scuola Popolare che, in via Bramantino, assicura corsi postscolastici e attività di sostegno per ragazzi italiani e stranieri dimoranti nel quartiere della periferia nord di Milano.

Gestita da mamme costituetisi nell’omonima organizzazione, la Scuola Popolare avrebbe dovuto riaprire i battenti proprio sabato scorso. Per evitare ritardi nel riavvio delle attività organizzate, già nella mattinata del 15 settembre una decina di alunni insieme con le mamme dell’associazione si è messa al lavoro per cancellare i segni dell’imbrattamento e ripulire i singoli locali dalla devastazione del raid notturno, definito in breve sui social come nazifascista, razzista e sessista.

Tra i primi a denunciare con forza l’accaduto è stato Luca Paladini sulla pagina de I Sentinelli di Milano, di cui è presidente: «Ormai è un assalto al giorno. Ormai è sdoganato tutto. Tutto».

Durissimo il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha affermato su Facebook: «Attaccare una scuola che punta sull'integrazione significa voler ostacolare il futuro del nostro Paese. Non possiamo più tollerare gesti come questo: da milanesi continuiamo a credere in una città aperta, solidale e profondamente democratica».

Pierfrancesco Majorino ha invece dichiarato: «Aiuteremo quell'esperienza ad andare avanti senza paura». Proprio l’assessore meneghino alle Politiche sociali aveva poco prima stigmatizzato, via Twitter, il silenzio del ministro dell’Interno sulla vicenda: «Ma #Salvini non ha nulla da dire ai razzisti che vandalizzano una scuola che aiuta migranti a Milano al grido proprio di W Salvini? Noi non ci facciamo intimidire».

Un j’accuse che, sia pur in diverse forme, è stato mosso nel corso dell’intera giornata domenicale. Ma nel tardo pomeriggio è poi arrivata l’invocata dichiarazione di Salvini, che ha espresso «solidarietà alla scuola e a chi è stato colpito da questi vigliacchi. Omofobia, violenza e razzismo non fanno parte dell'Italia che voglio e per cui lavoro».

Parole che non hanno placato le polemiche, anche perché non sono state rilanciate dal ministro social per antonomasia (qual è appunto Salvini) né dalla sua pagina Facebook né dal suo profilo Twitter.

Tanti gli attestati di solidarietà da tutta Italia ai volontari e ai ragazzi della scuola in una con la richiesta – soprattutto di area Lgbt – d’una legge efficace contro l’omotransfobia.

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Al grido di Stay human e Stop hate 15.000 persone si sono riunite in piazza San Babila a Milano, a partire dalle ore 17:00, per aderire al presidio Europa senza muri.

Presidio, che organizzato da Insieme senza muri e I Sentinelli di Milano, si è svolto a poche decine di metri dalla Prefettura, mentre era in corso l’incontro tra il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e il premier ungherese Viktor Orbán.

Come sottolineato nell’appello alla partecipazione, «due muri a confronto e un'idea d'Europa sovranista e nazionalista che non ci appartiene. Orbán deve fare la sua parte, Salvini deve smettere di giocare con la vita dei migranti».

Circa un centinaio le sigle che hanno partecipato alla manifestazione, tra cui Acli, Amnesty International, Amref, Anpi, Arci, Casa della Carità, Cgil, Cisl, Fiom, Liberi e Uguali, Pd, Potere al Popolo, Possibile, Legambiente. A prendere parte alla protesta anche la Sant'Ambroeus FC, la prima squadra di calcio composta da richiedenti asilo, che si sono poi esibiti in un allenamento sulla piazza.

In piazza San Babila anche Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano, che ha dichiarato: «Sono convinto che oggi sia una risposta significativa. Questa città pensa che il progetto politico di Salvini e Orbán vada fermato.

Usano la sofferenza degli immigrati per rompere l'Europa e noi non ci stiamo. Milano, oggi e nei prossimi mesi, è un punto riferimento per indicare un'alternativa importante. A me preoccupa molto idea di rompere l'Europa e di portare l'Italia fuori dall'Europa: questa è posta in gioco e noi diciamo di no».

Commozione e soddisfazione per la riuscita del presidio è stata espressa su Fb da Luca Paladini, attivista Lgbti e fondatore de I Sentinelli di Milano, da mesi vittima insieme col compagno Luca Caputa di messaggi insultanti e minatori.

«15.000 persone alle 5 del pomeriggio in un giorno lavorativo – ha scritto –. Il 28 agosto. Incredibile. O forse no».

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«Crediamo che l'amore sia l'unica risposta pacifica in un mondo che ancora ha difficoltà ad interpretare le diversità come un valore aggiunto».

Così l'artista e stilista Angelo Cruciani e l’ex Iena Yang Shi hanno annunciato la loro unione civile, celebrata a Milano il 22 agosto, nella fastosa cornice di Palazzo Reale, dalla vicesindaca Anna Scavuzzo. Unione giunta a coronamento di una storia d'amore, iniziata nove anni fa.

Alla coppia il sindaco Giuseppe Sala ha mandato una lettera augurale, nella quale ha fra l’altro scritto: «Non è sempre facile esporre il proprio amore in pubblico e rendersi testimoni a favore dei diritti di tutti: voi lo fate e di certo rafforzerà un percorso civile che non deve mai considerarsi esaurito».

Fondatore del brand Yezael e curatore dei vari flash mob in occasione del Milano Pride, Cruciani è stato co-ideatore della manifestazione Svegliatitalia che, il 23 gennaio 2016, ha portato in oltre 100 piazze italiane un milione di persone a sostegno delle unioni civili, il cui relativo ddl si sarebbe iniziato a discutere il giovedì successivo in Senato.

Ma non solo la cerimonia istituzionale a Palazzo Reale, perché la coppia ha voluto unirsi anche secondo un rito sciamanico e secondo una cerimonia buddista. Quest’ultima è avvenuta ad Albagnano (sul Lago Maggiore) nel tempio buddista-tibetano dal Lama Gangchen, «che ci ha concesso questo onore – ha dichiarato Cruciani all’Ansa - per far capire che c'è un'evoluzione in atto. Che anche loro si vogliono aprire alla possibilità di unire in matrimonio persone dello stesso sesso».

In tre giorni «siamo stati sposati dal mondo e visto che l'unica cultura che è rimasta forzatamente lontana è quella cattolica - raccontano gli sposi - abbiamo inciso l'Ave, Maria all'interno delle nostre fedi».

Angelo e Yang hanno infine dichiarato: «Vorremmo tantissimo dei figli ma le condizioni per averli a livello civile non esistono. Ora è importante continuare la battaglia per i diritti di chi vive in minoranza».

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