Fissato al 26 maggio, il primo Pride novarese ottiene in giornata il patrocinio della Regione Piemonte ma non quello del Comune.

Per il sindaco leghista Alessandro Canelli la marcia dell’orgoglio Lgbti all’ombra della cupola antonelliana non è altro che «inutile ostentazione» e manifestazione folcloristica dagli effetti controproducenti. Argomenti, invero, non molto dissimili daa quelli utilizzati da un uomo del centrosinistra quale Ugo Rossi, presidente della Provincia autonoma di Trento, nel negare il patrocinio al Dolomiti Pride.

E così il Comune di Novara si aggiunge alla lista di quelle amministrazioni locali (Regione Lombardia, Provincia di Trento, Comune di Firenze, Comune di Genova) che non intendono sostenere ufficialmente i vari Pride sui territori di loro competenza.

Immediata la reazione del Pd novarese che he definito quella di Canelli «una decisione anacronistica e discriminatoria» In una nota i locali vertici dem hanno dichiarato: «Il sindaco Canelli, che appena eletto si è affannato a dichiarare urbi et orbi che sarebbe stato il sindaco di tutti, alla prova dei fatti si dimostra essere prevedibile e scontato nel ruolo di moralizzatore.

Mentre la Regione Piemonte e la Provincia di Novara hanno dato il patrocinio e sosterranno l'iniziativa, il Comune di Novara sarà assente dando prova di non rappresentare realmente tutti i novaresi. Il Pd della Provincia di Novara non solo ha aderito al Pride ma sfilerà insieme ai tanti che parteciperanno alla giornata di festa per riaffermare che i diritti, l'autodeterminazione e la non discriminazione vinceranno sempre contro i pregiudizi e il finto moralismo».

Ferma reazione anche da parte di Nino Boeti, presidente del Consiglio regionale e del Comitato Diritti umani, che in un post su Fb ha scritto: «Spiace che il Comune di Novara abbia deciso di negare il patrocinio al Novara Pride. Penso che certe battaglie di libertà e di civiltà debbano appartenere a tutti.

Come Consiglio regionale del Piemonte, attraverso il Comitato Diritti umani, anche quest’anno sosterremo con un contributo il Coordinamento Lgbt per l’organizzazione delle iniziative del Pride. Perché è una festa di tutti».

Non si è fatto attendere il duro j’accuse a Canelli da parte del Coordinamento Torino Pride, l’associazione di secondo livello a cui fa capo il coordinamento del Piemonte Pride che prevede, oltre a Novara, altre due parate ad Alba e a Torino.

«Il Pride – così Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride – è storicamente la rappresentazione di come siamo e chi siamo. È quindi visibilità, è orgoglio, è il modo di dire a tutte e tutti “vedeteci siamo qui e scendete in piazza con noi”.

Ci mettiamo in mostra per non essere trasparenti e invisibili. Ci piace fare sfoggio, farci vedere ed essere rumorosi, gioiosi. Del resto anche il sindaco di Novara, Alessandro Canelli, ha dato prova del suo orgoglio con le dichiarazioni che negano il patrocinio della Città al primo Pride di Novara. Ha sfoggiato un atteggiamento omofobo, discriminatorio, ha sbandierato la sua incapacità di essere il sindaco di tutte e tutti. Perché il Pride non è una manifestazione simbolico-folkloristica.

Certo, non ci aspettavamo molto da un sindaco che si è vantato di non celebrare le unioni civili perché “questo Paese ha tanti altri problemi urgenti da affrontare e perché le unioni civili sono discriminatorie nei confronti della legge che va a tutelare la famiglia”. Forse che il sindaco non riesce ad affrontare i tanti problemi tutti insieme?

Un sindaco che mostra con perseveranza tanto bigottismo non rappresenta una città ma una sua piccola parte. Il sindaco ritiene che il Pride “non può apportare il giusto contributo alla crescita e alla consapevolezza su problemi di questo tipo. Ritengo possa essere addirittura controproducente rispetto alle finalità che si intendono raggiungere”, addirittura si erge ad interprete delle istanze che da molti decenni vedono un’intera comunità lottare e adoperasi su più fronti per attenere qualche piccola legge a tutela dei più deboli.

Magari dovrebbe iscriversi ad una delle nostre associazioni».

Quindi la conclusione: «A Novara il 26 maggio erano attese forse 2.000 persone. Credo che dopo le mirabolanti dichiarazioni del sindaco saremo ancora di più, con allegria, determinazione e soprattutto orgoglio da tutta la regione. Per questo ogni città dovrebbe celebrare il proprio Pride, un’ottima occasione per smascherare gli amministratori inadeguati e omofobi.

E comunque a Torino e ad Alba le decisioni prese sono fortunatamente e diametralmente opposte».

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Martedì 17 Aprile, presso la Casina Pompeiana di Napoli, la Rvm Entertainment ha presentato in anteprima nazionale il cortometraggio Una semplice verità, scritto e diretto da Cinzia Mirabella e sostenuto moralmente dal Comitato Arcigay di Napoli.

Il cortometraggio mette in luce la  grave problematica dell'omofobia all'interno delle mura domestiche

La storia si svolge sull'isola d’Ischia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito a una denuncia a suo carico. A denunciarlo è la figlia, interpretata da Giulia Montanarini, vera e propria icona glamour dell’intrattenimento televisivo, che per la prima volta si misura con un ruolo drammatico, quello di una donna di 35 anni, picchiata dai familiari perché dichiaratasi lesbica.

Il ruolo del commissario di polizia è, invece, interpretato da Cinzia Mirabella, attrice brillante di cinema e teatro a cui, nel gioco dei silenzi e delle rivelazioni,  è affidato il colpo di scena finale del film.

Locandina 1

Nel cast del cortometraggio bisogna ricordare anche la presenza di Pietro De Silva, attore cinematografico che tutti ricordiamo per film come La vita è bella, L’ora di religione,  Anche libero va bene e Giovanni Allocca,  attore di teatro, cinema e televisione che ha preso parte anche alla fortunatissima serie televisiva Gomorra.

La direzione della fotografia è stata affidata a un grande maestro del settore, Antonio Grambone, mentre la canzone che accompagna il cortometraggio, con un motivo struggente e intenso come un mantra, è Manname l’ammore, interpretata dalla carismatica Gabriella Rinaldi.

Durante la presentazione è intervenuto il cast del film, il produttore del progetto Gaetano Agliata con la costumista Nancy D’Anna, il responsabile casting Andrea Axel Nobile, il truccatore Antonio Riccardo, il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino e Daniela Lourdes Falanga, responsabile alle politiche transessuali di Arcigay Napoli.

Parliamo con Giulia Montanarini, subito dopo la kermesse napoletana.

Giulia, in primis, raccontaci come è stato lavorare nella realizzazione di questo cortometraggio.

Per me è stata un’esperienza molto importante perché per la prima volta non compaio nel ruolo consueto della soubrette. Cinzia Mirabella mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con un ruolo intenso, forte e tormentato. Mi ha seguito con grande attenzione e ha fatto uscire queste altre note dalla mia personalità, ha tirato fuori dei sentimenti che non conoscevo. E io sono molto contenta perché il personaggio credo sia molto credibile e mi sembra sia piaciuto molto.

Giulia cosa ti aspetti in termini di riscontro dal pubblico e dalla stampa?

Il pubblico è sovrano e spero che il pubblico rimanga sorpreso nel vedermi in questo ruolo inedito per me, il cinema, come la televisione, ha un ruolo fondamentale perché ha la  possibilità di narrare ad un pubblico molto ampio storie che hanno un valore sociale e civile, storie che fanno riflettere su forme di violenze inaccettabili come quella spesso perpetrata contro le persone omosessuali e credo che Una semplice verità possa davvero aiutare a contrastare le discriminazioni contro la comunità Lgbti. Se avessi un figlio gay, sarei felice e vorrei che lui fosse felice.

Il pubblico Lgbti ti ha sempre amato molto…

E io ringrazio davvero tanto la comunità Lgbti per l’amore che mi ha sempre dimostrato. Non posso che dire grazie, grazie, grazie.

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Arriva oggi in circa 150 sale italiane, grazie a Vision Distribution, il biopic The Happy Prince. Il ritratto di Oscar Wilde, scritto, girato e interpretato da Rupert Everett.

L’attore di Norwich, in realtà, più che recitare sembra reincarnare il profeta del decandentismo d’Oltremanica, di cui ripercorre gli ultimi anni di vita. Anni segnati dalla povertà, dal disprezzo della pubblica opinione, dalla malattia. Cui si contrappongono quelli segnati dal lusso, dalla fama letteraria, dagli innamoramenti travolgenti per giovani uomini. Tra essi, soprattutto, Lord Alfred Douglas, l’amato-odiato Bosie: la loro tormentata relazione, come noto, fu all’origine della lite giudiziaria col di lui padre, John Sholto Douglas, IX marchese di Queensberry. Lite che portò Wilde a due processi, il secondo dei quali da imputato e poi terminato con la condanna a due anni di carcere per sodomia.

Tema, questo, che è stato affrontato sotto diverse angolature, lunedì 10 marzo, nel corso d’un’affollata conferenza stampa presso la Casa del Cinema di Roma, dove è stato proiettato in anteprima nazionale il film. Presenti anche alcuni attivisti Lgbti a partire da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

In sala anche la senatrice Monica Cirinnà, che ha dichiarato: «The Happy Prince è un film che conquista e commuove. La vita di Wilde assume per ognuno un ruolo paradigmatico perché ricorda che, tra le alterne vicende della vita, solo l’amore vince e dà senso alla nostra esistenza.

Il dramma personale del processo e incarcerazione è inoltre di grande attualità con riferimento a quelle persone che ancora in tanti Paesi vengono perseguiti penalmente e, in alcuni casi, mandati a morte a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. O anche in quelli, in cui un clima di odio o di disprezzo verso le stesse persone Lgbti si traduce in atti di violenza verbale e fisica. Come purtoppo accade anche in Italia e come è dimostrato, in questi ultimi giorni, dai gravi pestaggi omofobi di Roma e Parma».

E, al riguardo (e non solo), Gaynews ha rivolto queste domande a Rupert Everett.

Secondo lei, quale messaggio lascia oggi Wilde alle persone Lgbti?

Un messaggio sempre attuale perché lo stesso movimento Lgbti inizia in realtà con lui. Credo che la sua storia possa dare l'opportunità, come è stato per me, di fare un confronto tra quello che accadeva allora alle persone omosessuali e quello che accade oggi.

Wilde è stato perseguitato, disprezzato, condannato per la sua omosessualità (anche se questo termine si affermò solo anni dopo la sua morte). Ancora oggi gli omosessuali vengono perseguitati in Russia, Giamaica, Cina e India. Né bisogna dimenticare quanto accade anche a casa nostra con l'Ukip in Gran Bretagna e l'avvento della Lega omofoba in Italia. L'omofobia è sempre più diffusa. Un esempio è la città di Genova, che non ha concesso il patrocinio al Pride. Sono molto preoccupato. C'è insomma una rinnovata fobia contro le persone Lgbti e, rispetto a queste cose, bisogna essere vigilanti e attivi.

Non posso, infine, dimenticare la mia esperienza personale. Lavorare nel mondo del cinema negli anni ’80 equivaleva a scendere a compromessi se eri gay. E ,prima o poi, finivi con lo scontrarti contro un muro. Forse oggi la situazione è cambiata: ma negli anni ‘80 e ‘90' del secolo scorso è stato così.

Per questo Oscar Wilde è stato una grandissima fonte di ispirazione. Vorrei ricordare che a Londra è stato illegale avere rapporti omosessuali fino al 1968. Quindi, nella mia situazione, ho ripercorso un po' le orme di Wilde.

Nel suo film ci sono vari richiami scritturali come, ad esempio, nelle scene della rievocazione della permanenza nel carcere di Reading (in cui c’è una sorta d’identificazione mistica tra Wilde e il Cristo schernito, maltratto, crocifisso) e della parte finale del racconto del Principe Felice (le parole: I discepoli dormono sono un chiaro riferimento alla narrazione lucana del Getsemani). Sono reminiscenze personali e quanto ha giocato il suo rapporto con la fede?

Io ho ricevuto una formazione cattolica e vorrei ricordare che Wilde è stato sempre attratto dal cattolicesimo.

Egli – e lo testimoniano ampiamente i suoi scritti – è stato soprattutto attratto dalla figura di Cristo. Oscar era un grande genio ma anche un grande essere umano. Una cosa che lo avvicina a Cristo. Nella pena, nel patimento, egli vedeva una discesa agli inferi che si sarebbe conclusa con una sorta di rinascita. Nella prigionia, appunto, egli ha visto un'opportunità di rinascita sull’esempio di Cristo.

Ecco perché credo che la Chiesa Cattolica abbia tanto da imparare da Wilde.

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Oggi, al termine dell’Udienza generale del mercoledì, Papa Francesco ha ricevuto alla Domus Sanctae Marthae il 22enne Marin Sauvageon che, l’11 novembre 2016, fu brutalmente picchiato a Lione da un branco per aver difeso una coppia di giovani omosessuali.

Quella sera di due anni fa i due fidanzati si stavano baciando a una fermata d’autobus, nei pressi del centro commerciale Part-Dieu, quando furono aggrediti da un gruppo di ragazzi. Marin, allora 20enne, intervenne in difesa della coppia ma fu pestato e colpito violentemente alla testa.

Il giovane studente universitario trascorse alcune settimane in coma. Ha dovuto poi sottoporsi a un delicato intervento neurochirurgico, è tornato più volte sul tavolo operatorio e attualmente vive in un centro specializzato svizzero di riabilitazione.

Accompagnato da sua madre e dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, il Marin Sauvageon ha raccontato al pontefice il suo complesso percorso di riabilitazione, intrapreso in seguito alle gravi ferite riportate in seguito all'aggressione.

Dell’incontro odierno ha parlato  sulla pagina Fb dell’associazione Je soutiens Marin, creata dai suoi genitori e seguita da quasi 200mila persone.

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Preso di mira dal branco, seguito, minacciato, picchiato, rapinato e di nuovo minacciato con un coltello. E tutto ciò senza che nessuno intervenisse in suo aiuto. Il pestaggio è avvenuto a Roma, nel pomeriggio di giovedì, in Via del Portonaccio a pochi passi dalla Stazione Tiburtina

A rendere nota l'ennesima aggressione omofoba è stato il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli

La vittima è Federico, un giovane 21enne d'origine fiorentina, che rientrava dal suo primo giorno di lavoro presso un salone da parrucchiere. Ha dovuto trascorrere la notte in ospedale: ecchimosi sul viso, corpo dolorante per le botte prese e poi le dimissioni con cinque giorni di prognosi. Successivamente è scattata la denuncia e gli investigatori sarebbero già sulle tracce dei quattro aggressori.

Federico ha infatti raccontato di averli notati nelle settimane precedenti al pestaggio. Uno dei picchiatori aveva una croce celtica tatuata sulla nuca. Tutti indossavano giacche nere e portavano anfibi. Frocio di merda, Ora ti facciamo vedere cosa facciamo ai froci a Roma, gli hanno gridato. E poi calci, pugni, un colpo ai testicoli, ginocchiate alle costole.

«Ho gridato, chiesto aiuto - ha raccontato il giovane -. Nessuno è intervenuto. Ma non ce l'ho con chi, eventualmente, ha assistito alla scena. Mi è parso però strano che nessuno abbia notato la scena. Eravamo fuori Tiburtina, alle 17:30 del pomeriggio, non un posto isolato insomma».

Le parole di Sebastiano Secci

«Il Circolo Mario Mieli - ha dichiarato Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli - esprime la totale e incondizionata solidarietà a Federico, attivista della Roboterie - Nostri i corpi nostre le città. Rimaniamo veramente costernati alla notizia dell'ennesima aggressione subita a Roma. 

Siamo anche però felici che Federico abbia deciso di denunciare i suoi aggressori. La sua testimonianza, resa alle autorità competenti, delinea una chiara aggressione omofoba. Il branco violento ha agito sì per derubare ma soprattutto per offendere, minacciare e poi colpire con violenza».

Ha quindi aggiunto: «Non possiamo in alcun modo abbassare la guardia: le aggressioni a chiara matrice omofoba stanno aumentando in questi ultimi tempi. È urgente che i media, le associazioni e il mondo civile non sottovalutino queste violenze e chi è preposto alla sicurezza dei cittadini e delle cittadine sia vigile e faccia in modo di perseguire con durezza gli assalitori

E non deve nemmeno passare in alcun modo l'idea che atti di questo tipo in fondo possano essere tollerati o ancor peggio rientrino nella normalità di una città grande e tentacolare come Roma. Noi non ci stiamo! Per quanto ci riguarda è fondamentale l'intervento politico sulla questione: è urgente una legge contro l'omo-transfobia».

Il j'accuse di Monica Cirinnà alle istituzioni capitoline

La prima a esprimersi sull'accaduto è stata la senatrice Monica Cirinnà che ha dichiarato:  «L'aggressione omofoba avvenuta alla stazione Tiburtina di Roma ai danni di un ragazzo di 21 anni che tornava dal suo primo giorno di lavoro è che è stato pestato da un gruppo di neonazisti è grave e indica a quali conseguenze porti il lasciare spazio a derive neofasciste

Bene ha fatto Federico a decidere di sporgere denuncia, gli sono accanto e lo incontrerò nei prossimi giorni per potergli dare tutto il sostegno possibile insieme al Circolo Mario Mieli. Ciò che lascia attoniti è il silenzio delle istituzioni capitoline, per niente preoccupate per la sicurezza dei cittadini e incurante dei rigurgiti di violenza fascista che proliferano impuniti nella città Medaglia d'oro della Resistenza».

Il tweet serale della sindaca Virginia Raggi

Alle parole della madrina della legge sulle unioni civili si sono aggiunte quelle di condanna e solidarietà a Federico da parte della consigliera regionale Marta Bonafoni e del vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio. In tarda serata si è espressa anche la sindaca Virginia Raggi, che ha affidato il suo pensiero a un tweet. 

«È inaccettabile - ha scritto - quanto accaduto a Federico, vittima di un vile pestaggio omofobo. Roma rifiuta violenza. Responsabili siano assicurati alla giustizia». 

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Si è conclusa a Roma la manifestazione Global Speak Out for Chechnya, organizzata da All OutAssociazione Radicale Certi DirittiCircolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. per  commemorare le vittime delle purghe cecene anti-gay e chiedere alle autorità russe di avviare un’indagine sui fatti ceceni.

L'evento, che ha avuto luogo anche a Brasilia, Londra, Città del Messico, Monaco di Baviera, Berlino, Stoccolma, York, cade a  un anno dall’articolo di Elena Milashina che, il 4 marzo 2017 su Novaja Gazeta, sollevò il velo su quegli orrori, 

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Poco dopo le 11:00 la polizia municipale di Pompei ha strappato il poster affisso nella notte dallo street artist Tvboy a pochi metri dal Santuario. 

L'opera raffigurava Papa Francesco che, alla stregua di un militante durante un Pride, stringe nel pugno un cartello con un cuore arcobaleno, simbolo dei diritti delle persone Lgbti, e la scritta Love winsStop homophobia

Eppure la foto del murales pompeiano, prima dell'intervento degli agenti della polizia municipale, risulta sull'account Instagram e sulla pagina Fb del Comune di Pompei.

 

Sull'operato della polizia municipale di Pompei si è espresso lo stesso Tvboy con un post su Facebook. «Come era da immaginare... Censurata - si legge in esso - e rimossa in tempi record anche la nostra opera del collettivo @tvboyofficial del Papa manifestante a favore dei diritti gay. In italia questo è un tema tabù e non se ne può parlare.... per fortuna i giornali e i media ne stanno già parlando e l’immagine sopravviverà»

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Tvboy, al secolo Salvatore Benintende, è uno degli Street Artist più affermati e apprezzati della scena internazionale. Palermitano di nascita e milanese d’adozione, vive da diversi anni a Barcellona. Ma le sue incursioni artistiche urbane e le sue opere pop e graffianti sono diventate oggetti di culto tanto in Italia quanto negli Stati Uniti, tanto in Germani quanto in Francia e nel Regno Unito.

Tvboy è stato, negli ultimi anni, protagonista di prestigiosissime esposizioni come quella del Museo MDM di Porto Cervo (2014) o quella allestita allo Spazio OnSider di Barcellona (2015), dove le sue opere ono state presentate insieme a quelle dei padri storici della PopArt come Andy Warhol e Keith Hering.

Qualche settimana fa il suo nome è rimbalzato su tutti i media italiani per il poster del bacio tra Salvini e Di Maio (in Via del Collegio Capranica a Roma), con cui l’artista ha voluto “prefigurare” ironicamente i possibili risvolti dello scenario politico nazionale. Benché diventata virale in brevissimo tempo, l'immagine è stata censurata e rimossa.

Nonostante ciò Tvboy non si è perso d’animo e solo qualche ora fa ha colpito ancora! E l’ha fatto con un’incursione urbana che ha coinvolto la zona dei decumani di Napoli e quella del santuario di Pompei. Nella notte, infatti, Tvboy ha affisso (con la tecnica del paste-up) nei vicoli del centro storico partenopeo i suoi poster, raffiguranti Pino Daniele (vico dei Panettieri), Totò (vico Figurari) e Maradona (via San Biagio del Librai): tre colonne indiscusse della mitografia popolare napoletana.

Si è poi spostato a Pompei e, a pochi metri dal Santuario meta di migliaia di pellegrini che giungono quotidianamente da ogni parte del mondo, TvBoy ha fissato l’immagine di Papa Francesco, con il tipico volto sorridente e bonario, che, alla stregua di un militante durante un Pride, stringe nel pugno un cartello con un cuore arcobaleno, simbolo dei diritti Lgbti, e la scritta Love wins. Stop homophobia. Una chiara risposta a chi, da quando è stato convocato il Pompei Pride, prova a frenare la realizzazione della manifestazione nella città mariana per eccellenza.

Tvboy accetta di parlare ai microfoni di Gaynews proprio mentre realizza le sue opere.

Tvboy, come mai ti è venuta l’idea di dedicare un tuo poster urbano ai diritti delle persone Lgbt?

L’idea mi è venuta proprio quando ho visto che veniva censurato il mio bacio tra Salvini e Di Maio. Ho pensato che venisse censurato proprio perché in Italia c’è ancora difficoltà a parlare delle relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Allora la frase che mi è venuta in mente per il post di questa immagine è questa: Papa Francesco è già pronto a manifestare in prima linea al GayPride di Pompei perché anche in Italia, come già in altri paesi d’Europa, siano riconosciuti i diritti delle coppie dello stesso sesso! #lovewins #stophomophobia.

Francesco non si è mai schierato apertamente al fianco delle persone Lgbti. Però ha fatto delle dichiarazione nuove per la Chiesa quando ha detto: “Chi sono io per giudicare un gay? Allora ho pensato che potesse essere un testimonial perfetto per il Pride. E poi l’idea mi è venuta anche leggendo delle dichiarazioni omofobe di gruppi di estrema destra, ma senza dare loro troppo protagonismo perché hanno scritto delle cazzate.

La mia opera è bella perché parla del momento che stiamo vivendo. In Spagna già da anni sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche Obama ha lottato. In Italia abbiamo il bagaglio storico culturale della Chiesa: però io spero che qualcosa si muova.

Ti aspettavi o meno l’oscuramento del bacio tra Salvini e Di Maio?

In realtà non se l’aspettava nessuno ma ha contribuito al successo dell’opera. Quando vuoi censurare e nascondere un’opera, si crea un meccanismo opposto di curiosità perché la gente si chiede perché la vogliano nascondere. La censura ha dato maggiore protagonismo all’opera. Protagonismo che non avrebbe avuto se l’avessero lasciata là.

Da artista italiano che vive e lavora in Spagna, come guardi all’Italia in questo momento così difficile della nostra storia politica?

L’ho sempre detto: quando te ne vai all’estero, allora vedi i pregi del tuo Paese. Se ci vivi, vedi solo i difetti. In Italia abbiamo un grande potenziale, uno straordinario bagaglio storico, artistico, culturale. Però ci perdiamo in un bicchiere d’acqua e questo ci fa restare anni luce indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna era più indietro dell’Italia perché ha avuto la dittatura franchista. Però in pochi anni si è aperta al cambiamento: questo dipende anche dalla politica e da vari fattori.

Ma adesso in Italia siamo in un momento di cambiamento e quest’opera vuole che anche l’Italia si apra al tema del sociale e di come si può migliorare. Questo è il pensiero di un eterosessuale perché i diritti delle persone Lgbti sono diritti di tutti non solo di una parte.

 

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Tony Andrew è un attivista nigeriano con status di rifugiato politico. Fuggito dal suo Paese nel 2016 a causa delle persecuzioni e delle violenze in atto contro le persone omosessuali, vive a Reggio Emilia. Qui cura i rapporti con i richiedenti asilo Lgbti e si occupa di integrazione. Oggi si racconta a Gaynews.

Tony, come hai raggiunto lo status di rifugiato politico?

Sono in Italia dall’estate del 2016. Eravamo tutti su un barcone che ha cominciato a imbarcare acqua. Quando sono arrivato, avevo lo sterno fratturato e la febbre alta. Mi hanno curato e per fortuna sono sopravvissuto. Sono stato trasferito in diversi campi di accoglienza. Ultima tappa nel Riminese dove mi hanno accolto in un appartamento. Dopo soli quattro mesi ho ottenuto lo status di rifugiato, grazie a Jonathan Mastellari dell’associazione MigraBo Lgbti. In quanto attivista Lgbti conosciuto in Nigeria, la Commissione per lo status di rifugiato politico non ha avuto particolari difficoltà a darmi il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Provieni da un Paese come la Nigeria, dove l’omosessualità è reato. Com’era la tua vita prima di arrivare in Italia?

Prima di fuggire avevo un negozio di sartoria a Benin City con quattro impiegati. Allo stesso tempo lavoravo con un’associazione canadese che lotta contro l’Hiv. Inoltre organizzavo delle feste segrete in cui si ballava e si conosceva gente: si entrava tramite conoscenze in alberghi che affittavamo solo per noi. Tramite queste attività ero diventato un punto di riferimento, soprattutto, per gay e lesbiche che finivano in difficoltà perché perseguitati dalla loro comunità o dalla famiglia stessa. Alcuni li accoglievamo in casa mia nonna e io. È lei che mi ha allevato.

Dal 2013 la legge contro le persone omosessuali in Nigeria è diventata molto più dura e le cose sono peggiorate sempre di più con aggressioni in piazza. Un giorno, ormai, si era sparsa la voce sulla mia omosessualità ed attività. Sono stato assalito nel mio stesso negozio. Sono sopravvissuto grazie a un cliente – anche lui gay – che mi ha tirato fuori e portato via da lì, ferito. Sono dovuto fuggire quel giorno stesso senza dire addio a mia nonna.

C’è un modo per “sopravvivere” come persona Lgbti in Nigeria?

La situazione è così dura che non ho mai conosciuto una persona transgender in Nigeria. Per loro non c’è modo di esistere. Ne conosco alcune che hanno fatto coming out come trans una volta arrivate in Europa o in Canada, come le mie amiche Mandy e Joy, ma non mentre eravamo in Nigeria.

Se sei sieropositivo non puoi dirlo a nessuno. Chi è conosciuto come sieropositivo è isolato. I farmaci non sono gratuiti. In Nigeria una persona sieropositiva non vive a lungo.

Se sei gay o lesbica, non puoi dirlo pubblicamente. Se vieni scoperto ti portano via tutto. Ti picchiano. Nessuno ti dà il suo aiuto neppure la famiglia: per loro sei un figlio o una figlia maledetto/a. Non sei libero di fare nulla. Devi solo nasconderti. Se hai l’occasione di conoscere, attraverso il linguaggio non verbale, altri gay, verrai presentato ad altri ancora: questo ti rende “fortunato” o meglio meno solo.

Qual è stato il momento più duro che hai sperimentato appena giunto in Italia?

Paradossalmente è stato dopo che ho ricevuto il permesso di soggiorno. Il servizio di accoglienza del paesino riminese in cui ero non ha mai fatto richiesta per il progetto di inserimento successivo (Sprar o Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Dopo un mese, perciò, mi hanno mandato via dall’appartamento in cui vivevo senza spiegazioni. Mi sono trovato a dormire in stazione per alcune notti. Ho pianto dalla paura e pregato tanto che non mi succedesse niente. Fortunatamente Jonathan Mastellari ha saputo dove ero e ha contattato delle associazioni dell’Emilia-Romagna. Nel giro di poche ore Arcigay Reggio Emilia mi ha dato un posto dove stare.

Perché hai scelto l’Italia?

L’Italia è un Paese per me sicuro. Molti dei miei amici gay erano già in Italia prima che salissi su quel barcone. E qui ho trovato aiuto. Vorrei aggiungere una cosa: vedo il razzismo e la discriminazione negli occhi della gente, anche qua. Ma bianchi o neri siamo tutt’uno. Nessuno è perfetto: alcuni sono bravi, altri cattivi, bianchi o neri che siano.

Chi sono i tuoi amici oggi?

Ne ho tanti, già dalla mia attività in Nigeria. Con molti sono in contatto tramite WhatsApp e Facebook. Con altri mi vedo regolarmente qui in Emilia e agli incontri per migranti condotti da MigraBo a Bologna. E altri ancora li contatto durante le attività di Arcigay Reggio Emilia, dove coordino gli incontri mensili per i migranti. Ora però ho tanti amici anche italiani. Vado a scuola di italiano. Annalisa, la mia insegnante, è bravissima.

Qual è oggi il tuo impegno come militante Lgbti?

A novembre sono entrato a far parte del nuovo Direttivo di Arcigay Reggio Emilia e ne sono molto orgoglioso. Ora posso aiutare di nuovo ragazzi e ragazze che arrivano dall’Africa e sono in Africa. Combatto le discriminazioni perché i miei amici possano essere liberi di essere chi vogliono, che abbiano i documenti a loro utili e possano stare in buona salute.

Da quando sono stato eletto, decine di persone ci hanno contattato. Sia per fare coming out coi loro operatori (c’è molta paura che la persecuzione continui anche in Italia) sia per trovare aiuto. Soprattutto per i tanti che sono rimasti fuori dai progetti di accoglienza o che hanno ricevuto un esito negativo in commissione o che sono letteralmente stati abbandonati dal sistema anche qui in Italia. E sono tanti.

In conclusione, quali grandi passioni ha Tony Andrew?

La mia passione ora è Dio, perché so che senza il suo aiuto non sarei mai riuscito a sopravvivere a quello che mi è successo. Perché senza il suo aiuto non avrei mai avuto l’opportunità di conoscere Alberto Nicolini, che mi ha preso in casa con sé e introdotto in Arcigay, dove adesso posso aiutare tanta gente.

E poi l’altra passione è l’amore. Non c’è nulla di importate come circondarsi di amore.

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti.

Oggi è la volta del 26enne Francesco Vetica. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out e l’impegno quotidiano nella lotta alle discriminazioni in un territorio difficile qual è quello di Latina. Al cui riguardo con un pizzico d’ironia ha detto: Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

Francesco, che cosa significa essere e dichiararsi gay a Latina?

È estremamente liberatorio, quasi rivoluzionario. Durante il mio percorso di accettazione il sogno è sempre stato quello di poter essere gaiamente felice a Latina, parlare delle mie esperienze con qualcuno, parlare di autodeterminazione, del movimento Lgbti o di transfemminismo. Le solite cose, insomma. È difficile essere sé stessi nella mia città (ancora chiamata Littoria da molti dei suoi cittadini): è possibile che si trovino delle sacche di resistenza, dei rigurgiti fascisti che minano la tua stabilità ma ogni volta cammino a testa alta. Ho fatto coming out con parenti e amici quando vivevo a Torino (dove ho iniziato i miei studi universitari).

Per vari motivi sono tornato nella mia città natale e all’inizio è stato difficile. Torino è una città molto aperta dove non ho mai trovato difficoltà ad essere accettato negli ambienti che frequentavo. Latina era tutta un’altra storia. Essere dichiarato e fiero a Latina mi fa sentire in dovere di non provare paura e di resistere per chi non è nella mia stessa condizione, per chi soffre come ho sofferto io quando rinnegavo me stesso anche per colpa di una città che non ti accetta (ancor meno del resto d’Italia!). Adesso mi trovo a essere libero, felice e soprattutto fiero di quello che sono.

C'è un comunità di giovani Lgbti a Latina?

Quando sono tornato a Latina ho notato una totale assenza di giovani Lgbti. Mi sembrava di essere l’unico! La comunità in generale non sembrava esserci: non solo i giovani. Con il tempo ho scoperto la loro esistenza, nella clandestinità. Per la prima volta ho scoperto una serata gay-friendly (Popcorn). Poi pian piano ho conosciuto altre ragazze e ragazzi e da lì la visione si è fatta più serena. Adesso inizio realmente a vedere, a conoscere e a legare con la comunità di giovani, connessi soprattutto alla SEIcomeSEI, al locale circolo Arci e alla nuova serata gayfriendly Matrioska. Con la fondazione, nel novembre del 2017, del gruppo giovani Le Rospe sto finalmente riscontrando che la comunità è viva, attiva, avida di crescere e di avere anche un ruolo politico. Ci sono ancora alcuni di noi che hanno paura ma stiamo lavorando proprio per far saldare le connessioni che ci legano e permettere a tutti di esprimere il proprio orientamento o la propria identità di genere.

Attualmente nutro molte speranze su una “rivoluzione culturale” nel territorio pontino: sempre più giovani si avvicinano al gruppo. Gli argomenti che affrontiamo (che sono quasi sempre i componenti del gruppo a trovare) diventano di volta in volta più interessanti e stimolanti. Abbiamo voglia di condividere e trasformare la nostra esperienza di autocoscienza in pratiche giornaliere. Stiamo entrando prepotentemente nello scenario latinense: resistiamo alle coatte repressioni con l’intento di scardinare l’educastrazione e dare senso e significato frocio alla vita, nostra e della nostra città. Sfondiamo piano piano le barriere dell’eteronormatività e ne usciamo favolose!

Come sono i rapporti con le istituzioni e, in particolare, con le scuole?

Il Comune ci è vicino, ha patrocinato moltissimi dei nostri eventi ed è sempre pronto ad ascoltarci. Per quanto riguarda le scuole, ci stiamo lavorando. Per ora siamo entrati solo in pochi istituti e i primi semi sono stati piantati: dal prossimo anno scolastico sicuramente raddoppieremo gli sforzi ma riusciremo a essere presenti in molte più scuole.

C’è da dire che il muro dell’intolleranza è stato eretto da parecchi professori che non accettano la nostra presenza e quella di determinati temi nelle aule scolastiche. A Latina non si parla di tematiche Lgbgti, soprattutto nelle scuole. Grazie però ad alcuni docenti, e soprattutto ad una delle pioniere che mi aiutò molto nel mio percorso di autoaccettazione e a cui sarò eternamente grato, i progetti vengono accolti e caldamente richiesti in situazioni di bullismo.

Quali sono le iniziative che proponete ai vostri concittadini sulle tematiche Lgbti?

L’associazione opera sul territorio dal 2014. Piano piano è cresciuta e lo sta ancora facendo. Lo scorso anno, ad esempio, è stata realizzata una rassegna cinematografica, che a breve ripeteremo. Pensiamo che tramite il grande schermo o con presentazioni di libri si possa coinvolgere un numero elevato di persone e instillare fortemente la cultura del rispetto.

Ci impegniamo quotidianamente per far sì che si parli di tematiche Lgbti, con piccole campagne (come abbiamo fatto noi Rospe, ad esempio, distribuendo cioccolatini e cartoline raffiguranti baci tra persone dello stesso sesso in occasione di San Valentino) o con grandi manifestazioni (come, ad esempio, il recente sciopero generale dell’8 marzo con altre associazioni). Il lavoro importante però, prima che su tutta la popolazione, va fatto sulla comunità Lgbgti. Il problema dell’omofobia interiorizzata è radicato e spaventosamente importante. Per questo nasceranno a breve altri gruppi, che insieme a quello giovani, creeranno la base (anche associativa) con cui lavorare sulla città.

Latina: regno della destra. Eppure voi siete riusciti a trovare uno spazio o più spazi. Ci racconti questa esperienza?

Una delle mie caratteristiche è avere un forte approccio intersezionale e così anche la mia associazione. Facciamo rete con altre realtà (Non una di meno, il Centro Donna Lilith, il Collettivo Cigno rosso antifascista e molte altre) e insieme al loro aiuto stiamo creando una solida base di accettazione all’interno della città. I momenti di debolezza sono molti. Le minacce sui social network (e paradossalmente anche su chat di incontri per persone omosessuali) sono praticamente all’ordine del giorno.

Latina può considerarsi una città con un fascismo ancora particolarmente radicato. L’ondata nera, che sta travolgendo l’Italia e l’Europa, a Latina è arrivata già da parecchio tempo ed è particolarmente importante. È una città difficile: per la prima volta dopo anni è stata eletta una Giunta non di destra ma le resistenze da parte della componente della destra estrema sono ancora preponderanti e pericolose. Non è una destra con cui si può dialogare: gli atti intimidatori sono il loro modus operandi. Quando è stata cambiata la toponomastica dei giardini comunali, prima dedicati ad Arnaldo Mussolini e ora a Falcone e Borsellino, sono arrivate minacce e intimidazioni alla Giunta comunale. Ogni cosa che vada fuori dalla norma estremamente destrorsa e conservatrice è vista come un attacco all’identità italiana e storica della città.

È difficile trovare uno spazio ma noi stiamo creando le condizioni adatte per la comunità. Per farla crescere e vivere in maniera serena. Forse gli anni ’70 a Latina non sono ancora arrivati: la paura di tutto ciò che vada al di fuori dell’eteronorma bigotta, imborghesita e stantìa è forte. Siamo stati salvati, in un certo senso, dall’arrivo delle femministe negli anni del "Processo del Circeo” che ci hanno introdotto alle pratiche del femminismo e che hanno portato gli strumenti di lotta adatti a sradicare i “pariolini” fascisti dalla città. Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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