«Sono preoccupato di questo nuovo divieto che è la manifestazione dei continui passi indietro nel campo della protezione dei diritti umani in Turchia e della crescente intolleranza verso le persone Lgbti da parte delle autorità turche». Così Nils Muižnieks, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha criticato in un duro comunicato la decisione del 19 novembre con cui il governatore di Ankara Ercan Topaka ha proibito a tempo indeterminato ogni manifestazione Lgbti nella città metropolitana e nell’omonima provincia.

«Un tale divieto generalizzato – come rilevato nella nota ufficiale - non tiene chiaramente conto degli obblighi internazionali della Turchia in materia di diritti umani ai sensi, soprattutti, della Convenzione europea sui diritti umani. Il fatto che un evento possa disturbare o offendere alcune persone non può in alcun caso servire come giustificazione per limitare i legittimi diritti alla libertà di espressione, alla libertà di associazione e alla libertà di riunione pacifica delle persone Lgbti. Senza contare il diritto dell'intera popolazione di Ankara a essere informata sulle questioni Lgbti».

Nils Muižnieks ha infine chiesto un intervento delle autorità centrali turche perché garantiscano che «le amministrazioni decentrate rispettino le norme sui diritti umani e che questa deplorevole decisione dell'ufficio del governatore di Ankara venga immediatamente annullata».

 

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Francesco Napoli è il nuovo presidente del comitato provinciale di Arcigay Salerno. Succede così alla consigliera nazionale Ottavia Voza, che si è spesa in questi anni nella lotta contro le discriminazioni sul territorio locale. Avvenuta sabato 18 novembre, l’elezione ha visto altresì il rinnovo dell’intero direttivo. Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Francesco Napoli.

Neo presidente di Arcigay Salerno. Te lo aspettavi?

Come molti sanno il mio impegno nel comitato territoriale inizia nel 2010 quando insieme ad altri abbiamo deciso di ridare vita ad un presidio locale di tutela dei diritti delle persone Lgbti. Nel tempo il mio impegno è proseguito e prosegue in Consiglio Nazionale. Dunque dare la mia disponibilità alla presidenza in questa fase di rinnovamento è stata frutto, da un lato, della continuità del mio impegno e, dall'altro, dell'entusiasmo di innovare quanto è stato fatto fin qui prima di me.

La mia esperienza nell'associazionismo e nel volontariato mi porta a leggere questo momento come una fase storica in cui serve coraggio, determinazione, strumenti e idee chiare. Credo di poter interpretare questa responsabilità al meglio soprattutto con una squadra di amiche e amici, alcuni anche molto giovani, che saprà dare tanto per Arcigay e per Salerno.

Il tuo mandato si porrà in continuità col precedente?

Certamente ci sono note di continuità. Ma, come ovvio, anche note di profonda diversità, fosse solo per esperienza e carattere personale. Chi mi ha preceduto ha dato davvero tanto al nostro territorio. Tuttavia credo che questa fase imponga uno slancio politico e culturale. Una presa di parola radicale e coraggiosa, forse diversa da quanto è stato fatto fin qui. Il mio approccio è sempre stato quello di inquadrare le questioni delle comunità Lgbti dentro il più ampio quadro delle questioni politiche, culturali ed economiche dei contesti. Un approccio intersezionale, se vogliamo, che deve tenere conto e costruire alleanze fondate su una lotta alle precarietà, tutte le precarietà. Solo in questo modo, credo, si potranno ottenere successi come quelli ottenuti oramai molti decenni addietro dalla comunità Lgbti italiana ed internazionale.

Penso alle questioni del lavoro, al diritto alla salute, alla difesa della scuola pubblica e dell'accesso all'università, all'ambiente e alla legalità. Penso al tema dei migranti e dei lavoratori stranieri, tema molto sentito nel nostro territorio. Arcigay Salerno deve costruire alleanze con tutto quel tessuto sociale e culturale alternativo ai meccanismi e a logiche troppo cristallizzate e che, forse, è tempo di ridefinire dentro il dibattito pubblico

Qual è la situazione delle persone Lgbti nel Salernitano?

La provincia di Salerno è un territorio vasto e complesso, caratterizzato da pochi grandi centri e da ampi territori fatti di piccoli e piccolissimi comuni, spesso lontani e isolati socialmente, culturalmente e geograficamente. Questo determina condizioni di grande sofferenza per le persone Lgbti che vivono quei contesti. Omofobia e bullismo omofobico sono una vera piaga, nelle scuole e nei contesti di lavoro, anche nei centri urbani più grandi e forse socialmente più evoluti. A questo si aggiunga la condizione di vita delle persone transessuali: anche in questo caso abbiamo criticità e urgenze da affrontare a partire dai servizi, dal lavoro e dall'incisione sociale e culturale. Di fatto la priorità in questo momento credo siano i contesti scolastici e aggregativi. Da lì si deve partire per costruire una comunità più sana per il futuro.

Quali saranno le tue priorità come presidente?

Le priorità, come abbiamo anche esplicitato nella nostra mozione, "L'alternativa delle uguaglianze", sarà l'attenzione alle socie e ai soci, ragazze e ragazzi, giovani e meno giovani. Un’associazione è tale se rispetta il mandato statutario nei confronti dei propri associati. Dunque potenziamento dei servizi dedicati alle persone Lgbti tra cui lo sportello psicologico, già operativo ma da ampliare, lo sportello legale e lo sportello migranti. Sono i servizi che ritengo prioritari. Poi bisognerà potenziare i percorsi formativi, anche questi già in essere, anche con l'ipotesi di avere a Salerno una formazione regionale e interregionale di Arcigay. Questa esperienza è già stata fatta con successo e ritengo che vada replicata nel breve. Sul versante dell'impegno politico dell'associazione bisognerà sicuramente convocare una conferenza per condividere percorsi di rivendicazione di diritti e dignità con tutte le associazioni del territorio che vorranno partecipare. Penso alle associazioni studentesche, al circuito di Libera, di Legambiente, Arci, laboratori politici e culturali, associazioni universitarie e mondo della cooperazione. In questo senso credo che sia importante anche una apertura al mondo dell'impresa e del profit dove sappiamo esserci imprenditrici ed imprenditori di grande valore che potrebbero dare un contributo a questo percorso. Dobbiamo poi affrontare contestualmente il tema dell'accesso ai servizi e alla carriera alias per le persone trans.

Credo sia importante spingere per ottenere un protocollo con i servizi sanitari territoriali, ospedali compresi, per dare dignità e diritti alle persone trans che dovessero affrontare per tante ragioni percorsi ospedalieri e/o ambulatoriali. Lo stesso vale per l'accesso all'università con la richiesta di ratificare la possibilità del libretto alias, cosa per la quale siamo una delle ultime università in Italia a non averlo ancora fatto. Sempre sul tema dei servizi, visto che siamo anche a ridosso del primo dicembre, giornata mondiale di contrasto all'Hiv/Aids, il comitato continuerà la battaglia già intrapresa da qualche anno, per capire ed ottenere chiarezza sull'accesso ai servizi dedicati alle persone sieropositive. Un tema grande visto l'aumento delle infezioni. Su questo un impegno chiaro sento di poterlo e doverlo prendere: dobbiamo assolutamente potenziare gli spazi di informazione e sensibilizzazione delle nuove generazioni che sembrano davvero molto a rischio soprattutto a causa della scarsità di informazioni e consapevolezze.

Di contro alle offensive genderiste dei gruppi cattolici come pensi di regolarti?

Credo che rispetto a questo tema dovremmo armarci di pazienza e intelligenza. Di fatto queste idee sono largamente minoritarie sia nel sentire comune che all'interno del mondo laico cattolico. Talvolta siamo anche noi, forse ingenuamente, a dare visibilità a queste idee quando, nel divulgare e dare visibilità al nostro dissenso e alle nostre contrarietà, di fatto offriamo a queste idee uno spazio di visibilità e diffusione che altrimenti non avrebbero. Questo sul piano della comunicazione. Su altri piani, credo che il miglior modo per contrastarne la diffusione sia lavorare per una comunità più sana, più consapevole, più inclusiva.

Credo che dovremo affrontare difficoltà nel mondo della scuola, cosa che sta già avvenendo, ma è proprio lì che ci giochiamo la partita delle uguaglianze. Una associazione sana e consapevole dialoga con tutti quelli con cui è possibile dialogare: sicuramente no ad un dialogo con gruppi oltranzisti, fascisti, razzisti, ma sicuramente disponibilità a dialogare con quanti, anche nella chiesa cattolica, abbiano idee di rispetto della dignità e dei diritti. Non sono molti, ma probabilmente ci sono.

Un Pride a Salerno per il prossimo anno?

Sì, un Pride a Salerno già nella primavera del 2018. È uno degli obiettivi che ho posto nell'accettare questo mandato. Sarà una festa per i diritti e le libertà; una festa per dare visibilità e voce alle nostre vite e ai nostri affetti. Sarà una festa che condivideremo con tutte e tutti quanti vorranno animare il Pride e riempirlo di contenuti. Sarà un Pride del lavoro e dei migranti, delle donne e delle famiglie arcobaleno, degli studenti e degli anziani, delle persone che portano una fragilità e di quanti si sentono esclusi e messi al margine. Un Pride per la legalità e la tutela dell'ambiente e del benessere nelle nostre periferie e città. Insomma cercheremo di incarnare lo spirito di rivendicazione dello spazio pubblico che ha dato vita a questa manifestazione quasi cinquanta anni fa. Faremo memoria, come sempre, di quel momento, proiettandoci i nell'attualità delle questioni di vita emergenti per tutte e tutti.

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Con un tweet Ercan Topaka, governatore di Ankara, ha annunciato nelle scorse ore il divieto a tempo indeterminato di ogni manifestazione cinematografica e artistica organizzata da gruppi Lgbti. Divieto che, interessante la città metropolitana e l’omonima provincia, è stato formalizzato attraverso un comunicato pubblicato sul sito del Governatorato. Il motivo? Il rispetto delle diverse sensibilità e la prevenzione di possibili atti dettati da odio e ostilità nei riguardi di eventi non accettati da parte della popolazione turca.

Utilizzato, dunque, ancora una volta la motivazione speciosa della pubblica sicurezza, cui era ricorso anche il governatore di Istanbul per reprimere il Pride del 24 giugno scorso.

Le associazioni turche Pink Life e Kaos Gl hanno denunciato il carattere palesemente discriminatorio di espressioni presenti nel comunicato come “tutela della moralità”, “sensibilità sociali”, “pubblica sicurezza”, “protezione dei diritti e delle libertà di altre persone". Hanno inoltre rimarcato come il divieto del 18 novembre violi gli articoli 10 (sull’uguaglianza) e 26 (sulla libertà di parola) della Costituzione turca.

La presa d’atto di Ercan Topaka è l’ultimo episodio d’un’escalation di reazioni governative anti-Lgbti.

Solo alcuni giorni fa il presidente Recep Tayyip Erdoğan aveva attaccato il proposito preso dell’amministrazione municipale di Nilüfer, retta da un esponente del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), di voler raggiungere nei comitati di quartiere la percentuale di un terzo di donne, un terzo di giovani, un quinto di persone disabili e un quinto di componenti della collettività Lgbti. Dichiarazioni liquidate come riprova di un’offensiva ai «valori della nostra nazione».

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Da sempre attivista per i diritti delle persone Lgbti. In Arcigay da molti anni, del cui comitato torinese è stato anche presidente. Attualmente assessore con delega alle Pari opportunità del Comune di Torino. A più d’un anno dall’inizio dell’incarico ammininistrativo Marco Alessandro Giusta rilegge le sue battaglie per i diritti civili nel capoluogo piemontese.

Assessore Giusta, come ci si sente in questa veste?

Sicuramente il cambio è di quelli da togliere il fiato. Un giorno sei con coloro che fuori dal palazzo chiedono ascolto, il giorno dopo ti ritrovi ad ascoltare i tuoi compagni e compagne di battaglia. E spesso la voglia di girare intorno al tavolo e sedersi dalla stessa parte è tanta. Però resto convinto della scelta che ho fatto di mettermi a disposizione della città e garantire che i diritti delle persone Lgbti siano non solo rispettati, ma valorizzati e inseriti nel programma complessivo della città, continuando il trend estremamente positivo che vede Torino come uno dei centri più friendly d'Italia, se non il più esperto su questi temi.

A Torino nasce il movimento negli anni ‘70 con il F.U.O.R.I. A Torino si costituisce il primo servizio Lgbti del Comune. Torino ha la segreteria della Rete Ready ed è stata scelta per attuare la strategia nazionale Lgbti. Nasce qui il più importante festival cinematografico Lgbt Da Sodoma a Hollywood ora Lovers su iniziativa di Ottavio Mai e Giovanni Minerba. Nasce qui il Coordinamento Torino Pride Glbt dal Comitato Torino Pride 2006 e dal Coordinamento Glt. Qui nasce CasArcobaleno. Il lavoro quotidiano e costante tra istituzioni e associazioni del territorio e nazionali continua a produrre risultati importanti.

Torino è una città da sempre in prima fila  nella lotta per i diritti di tutti. Una città che ha visto negli anni  passati le lotte operaie come punta  di diamante per i diritti a lavoro. Oggi che città ci può raccontare? 

I diritti a Torino sono qualcosa di vero, concreto, percepito. Sono stati sudati in fabbrica e nelle strade durante le lotte operaie. Sono diventati il traguardo da raggiungere e difendere. Ma soprattutto hanno iniziato a parlare tra di loro. Durante la manifestazione I diritti sono il nostro Pride del 2010 ricordo la bellezza e la fatica della costruzione di una piattaforma comune tra il movimento delle donne, quello dei migranti e quello Lgbti, con la compenetrazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Da allora ho scoperto l'intersezionalità: termine coniato dall'attivista e giurista afroamericana Kimberlé Williams Crenshaw per descrivere che differenti identità sociali possono sovrapporsi ed incrociarsi, così come le discriminazioni che si portano dietro. Scoperta che ha avuto successivi insegnamenti nei percorsi costruiti in Arcigay, con i sindacati, nel Coordinamento Torino Pride, nel nodo provinciale Unar e in CasArcobaleno. Ora questo approccio lo abbiamo portato in Comune, dove proviamo a lavorare con quest'ottica e coinvolgere i diversi gruppi a rischio discriminazione a lavorare tra loro l'uno per l'altro. Sarà un percorso lungo e complesso, ma siamo sulla strada giusta. 

Si parla da tempo di famiglie e non più di famiglia. Quali sono le principali azioni che il suo assessorato sta portando avanti in questo senso?

Sul tema delle unioni civili abbiamo fatto una corsa contro il tempo. Ci tenevamo da un lato a essere tra le prime città a celebrare le unioni, dall'altro avevamo alcune famiglie con gravi problemi di salute per cui l'urgenza era massima (ricordo il caso di Franco e Gianni, la prima unione civile a Torino celebrata dalla sindaca. Franco ora non c'è più, ma Gianni ha scritto un libro, è venuto al Pride per la prima volta e ora sta portando avanti la campagna #vietatoarrendersi con l'aiuto di Stefano e altri amici). Immediatamente dopo siamo stati la prima città in Italia a garantire ai dipendenti l'equiparazione delle unioni ai matrimoni (come previsto per legge) per i congedi, anticipando la circolare dell'Inps e ampliando inoltre anche la possibilità di fruire dei permessi 104 sia alle unioni civili che ai e alle conviventi more uxorio come stabilito dalla sentenza della corte costituzionale. Infine, proprio in questi giorni abbiamo un pezzo del Piano Azioni Positive proposto dal Cug del Comune di Torino dando la possibilità alle e ai dipendenti di "prestarsi" delle ore di ferie per venire incontro a chi ha necessità particolari. Da qui in poi cercheremo di lavorare principalmente sugli orari dei servizi al fine di venire incontro alle necessità delle famiglie torinesi, in modo da migliorare la qualità della vita.

Lavoreremo ancora, immaginando appunto di servire tutte le famiglie. Ricordo ancora quando con la sindaca modificammo a mano il nome della delega da famiglia a famiglie. Tempo una settimana ed ebbi la prima manifestazione contro questa scelta da parte del Popolo della Famiglia. Solo per aver ricordato che le famiglie ormai sono moltissime e diverse: oltre alle famiglie tradizionali vi sono quelle ricomposte, monoparentali, allargate, omogenitoriali, formate da due uomini o da due donne, separate, vedovi e vedove, miste, adottive, affidatarie, etc etc. L'amministrazione deve pensare a tutte loro, non solo a una parte o un'altra.

A Roma in alcuni quartieri periferici, con manifestazioni anche molto accese, sono state mandate via famiglie di immigrati a cui era stata assegnata una casa dal Comune. A Torino qual è situazione e  quali  le urgenze per la lotta  al razzismo? 

A Torino, per fortuna, la situazione è molto diversa rispetto a quella che raccontate nella domanda. Episodi di razzismo e discriminazione sono purtroppo quotidiani e onnipresenti, ma non raggiungono picchi così violenti e visibili. Questo, ovviamente, non deve farci abbassare la guardia: il razzismo e la discriminazione sono fenomeni non solo in ascesa, ma che stanno cambiando dinamiche.

In Paesi come l'Italia, infatti, la percezione della diversità prescinde quasi completamente dallo status giuridico: il colore della pelle, nomi o cognomi di origine straniera, segni visibili di appartenenze culturali, religiose ed etniche (il velo per le donne musulmane, per esempio) sono sufficienti a identificare una persona come “straniera” indipendentemente dal suo status giuridico. Molte delle politiche di sostegno attivo (penso ai bandi europei Fami per l'integrazione) si rivolgono unicamente a target con lo stato giuridico di "stranieri", lasciando così scoperte, come una coperta troppo corta, intere categorie di persone che soffrono di discriminazioni simili. A farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni. È per questo che la città di Torino sta sviluppando sempre di più azioni di "intercultura", sostituendolo all'approccio di "integrazione", azioni cioè che rafforzino le comunità attraverso le loro associazioni di riferimento, che migliorino la capacità di ascolto della pubblica amministrazione nei confronti di persone portatrici di culture e religioni differenti, che aumentino le occasioni di dialogo fra parti diverse della società.

Ora un colpo basso. Comune targato M5S. Che ci racconta  in proposito in tema di diritti?

Questa domanda mi coglie sul vivo! Nel senso che i diritti sono, è vero, il mio punto debole: non posso fare a meno di occuparmene. Mi permetto questo gioco di parole per dire che per me, come per il mio staff, lavorare sui diritti non è una domanda che presuppone un se, ma presuppone sempre un come. Il problema non è se occuparsi di diritti ma come lo si fa. L’approccio che sto, che stiamo provando a portare avanti è un approccio intersezionale e trasversale, che guarda alle persone nella loro interezza, puntando a valorizzare somiglianze e differenze entro un approccio che mira a a ridurre le diseguaglianze tra le persone. Su questa linea stiamo lavorando molto con le comunità a Torino. Due esempi recenti sono la Giornata delle Moschee aperte e il Protocollo firmato con la Comunità Cinese. Stiamo portando avanti un lavoro di coinvolgimento delle associazioni e delle realtà che sul territorio torinese si occupano di violenza e discriminazione contro le donna, puntando a valorizzare i saperi che in questi anni queste stesse realtà hanno sviluppato. Un esempio è proprio la campagna per il 25 novembre di quest’anno co-progettata e co-ideata dalle realtà del Ccvd. Oppure ancora il lavoro di rafforzamento delle politiche di inclusione delle persone Lgbt grazie soprattutto al lavoro con la Rete Ready e al lavoro di formazione costante interno all’amministrazione portato avanti dal Servizio Lgbt della Città. E poi, infine, il lavoro di confronto e condivisione con le realtà che si occupano di sostegno ed empowerment delle persone con disabilità, il cui esempio principe sarà l’istituzione in Città della figura del Disability Manager. Quindi, questa è quella che voglio sia la mia narrazione sui diritti: non mi accontenterò di niente di meno.

Per questo sono contento di lavorare con consigliere e consiglieri della maggioranza che su questi temi sono in prima linea, così come con il Gdl regionale Pari opportunità. Ad esempio, pochi giorni fa la maggioranza M5s ha votato una mozione presentata dal consigliere Carretta del Pd che dà mandato alla Giunta di negare le piazze a chi non professa i valori antifascisti come indicato nella costituzione, professando e/o praticando comportamenti fascisti, razzisti e omofobi. La presidente della commissione pari opportunità Viviana Ferrero del M5S ha inoltre presentato un emendamento che introduce la transfobia e il sessismo tra i comportamenti da non permettere. Stessa mozione, tutte di ispirazione dell'Anpi e Aned, era stata approvata a Pavia in occasione della modifica del regolamento di polizia municipale dal consigliere M5s Polizzi.

Una domanda infine a carattere sportivo. Marco Alessandro Giusta è della Juventus o del Torino

Juventus, come il papà. Anche se ormai da torinese gioisco anche quando vince il Torino. 

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Il presidente Recep Tayyip Erdoğan all'attacco contro le iniziative antidiscriminazione dell'opposizione turca.

«I loro legami con i valori della nostra nazione – ha dichiarato ieri il capo di Stato - sono a tal punto inesistenti che in un distretto gestito dal Chp in una grande città è stata prevista la quota di un omosessuale su cinque». In un discorso tenuto successivamente ad Ankara ha aggiunto: «Dovremmo prendere in considerazione quello che dice un partito del genere? Quando un partito si allontana totalmente dalla moderazione, nessuno sa dove può portare. Che continuino così».  

Anche se non espressamente menzionato, il riferimento è al distretto di Nilüfer, componente la popolosa città metropolitana di Bursa e l’omonima provincia nordoccidentale, dove si terranno nei prossimi giorni le elezioni dei comitati di quartiere. Sul proprio sito l’amministrazione municipale di Nilüfer, retta da un esponente del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), ha dichiarato di voler raggiungere nei comitati di quartiere la percentuale di un terzo di donne, un terzo di giovani, un quinto di persone disabili e un quinto di componenti della collettività Lgbti

Sono appunto gli attivisti a ricordare come in Turchia, pur non essendo perseguita l’omosessualità, si assista da tempo a un escalation di violenze e discriminazioni nei riguardi delle persone Lgbti.

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A Napoli, presso la sede del Consiglio regionale della Campania, si terrà nel pomeriggio il convegno Norme per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni da orientamento sessuale o dall’identità di genere. Finalizzato all’illustrazione dello progetto di legge campano, depositato negli scorsi mesi, l’evento sarà moderato da Antonello Sannino, presidente del comitato d’Arcigay Napoli, e vedrà, fra gli altri, l’intervento del consigliere Carmine De Pascale. Presente anche il magistrato Stefano Celentano, giudice del tribuanale di Napoli ed esperto in materia dei diritti delle persone Lgbti.

A lui – che è uno dei redattori del pdl regionale – abbiamo posto alcune domande per sapere di più di una proposta che, qualora approvata, allineerebbe la Campania a Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017).

Giudice Celentano, com’è nato questo progetto di legge regionale?

L'iniziativa è nata per volontà del consigliere De Pascale e delle associazioni Lgbti del territorio campano, in particolare di Arcigay. In assenza di una legislazione nazionale in materia e in piena sintonia con consimili iniziative di altre regioni italiane essa risponde all'esigenza di approntare un testo di legge che, con gli ovvi limiti di una normativa regionale, possa predisporre interventi mirati a contrastare le condotte omofobiche, in un percorso fruttuoso che coniughi le esigenze di fare prevenzione, di reprimere fenomeni discriminatori, e di attuare, a largo spettro, un'operazione culturale sul tema della tutela dell'orientamento sessuale. 

Nel redigere il testo di legge ci si è serviti di quelli di altre Regioni? 

Nell'elaborazione del testo abbiamo analizzato tutti i testi regionali già in vigore. E questa è stata una metodologia corretta al fine di uniformare, sopratutto come "identità", i singoli interventi locali sul tema. Anche nell'ottica di offrire al legislatore nazionale uno stimolo ulteriore e comune a predisporre una normativa nazionale.

Quali sono i punti principali di questo pdl?

Il pdl si occupa di diverse aree tematiche, che spaziano dalla formazione e lavoro alla sanità e assistenza fino all'integrazione sociale. Con l'obiettivo primario di garantire alle persone Lgbti la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, assicurando parità di condizioni di accesso agli interventi e ai servizi ricompresi nelle materie di competenza regionale.

La legge spazia, dunque, dalla previsione di specifici interventi in materia di formazione del personale delle istituzioni regionali alla promozione di politiche attive del lavoro che tendano alla rimozione di ogni ostacolo o esclusione per motivi legati al proprio orientamento sessuale, nonchè a garantire che l'accesso alle prestazioni sanitarie nelle strutture pubbliche non possa in alcun modo causare pregiudizio alla dignità delle persone Lgbti. E, questo, anche sotto il profilo delle garanzie di assistenza da parte dei familiari o di soggetti estranei allo stretto nucleo parentale, e degli aspetti relativi al consenso informato ai trattamenti sanitari da parte di questi ultimi laddove le persone Lgbti siano impossibilitate a prestarlo. Di particolare rilievo è poi la previsione di forme di garanzia del concreto esercizio della responsabilità genitoriale delle persone Lgbti all'interno degli istituti scolastici pubblici.

Si è parlato di lavoro. Come sarebbero tutelate le persone Lgbti al riguardo?

La legge tende a garantire che nello svolgimento del lavoro le persone Lgbti non subiscano discriminazioni legate al proprio orientamento sessuale, promuovendo apposite campagne formative rivolte al personale di tutte le istituzioni regionali. Si tratta di rinforzare la sensibilità sociale sul tema e di evitare che il proprio orientamento sessuale finisca per diventare un motivo di esclusione sociale anche nei luoghi di lavoro.

Secondo lei questo pdl sarà contrastato nel suo iter dalle forze di opposizione?

Mi auguro di no. Il mio ruolo mi impone di non occuparmi delle dinamiche politiche all'interno delle istituzioni. Il testo è equilibrato poichè, per gli ovvi limiti normativi di ogni legge regionale, si presenta come una dichiarazione di principi, intenti e finalità, sui quali potrebbe esserci una convergenza comune.

D'altra parte, la tutela dell'orientamento sessuale, i termini di declinazioni di diritti e di divieti di forme di discriminazione è oggi diritto vivente secondo quanto statuito dalla legislazione e dalla giurisprudenza sovranazionale, per cui il "paradigma antidiscriminatorio" è una regola giuridica e sociale indiscutibile, rispetto alla quale ogni differente argomentazione non ha alcuno spessore

Ha parlato prima di un probabile stimolo al legislatore nazionale. Dunque, l’approvazione di una legge regionale potrebbe spingere a riprendere la discussione del ddl parlamentare contro l’omotransfobia?

Anche questo è un auspicio: il disegno di legge contro l'omofobia e la transfobia giace su un binario morto del Senato ormai da qualche anno. Una seria ripresa della discussione sul tema sarebbe auspicabile.

C'è però da ricordare che, come evidenziato da molti giuristi dopo l'approvazione del ddl Scalfarotto alla Camera, il testo nazionale, come manipolato con gli emendamenti finali, è stato così stravolto nella sua formulazione che pare non essere più ben chiaro neanche nelle sue finalità. Per cui un dibattito più proficuo e meno ambiguo sul tema imporrebbe una sua riformulazione più organica e maggiormente identitaria nell'individuare in primo luogo con chiarezza l'intenzione del legislatore.

Perché è così difficile approvare a suo parere una simile norma nel nostro Paese?

Il nostro Paese soffre di una lentezza endemica sui temi dei diritti civili. La legge sulle unioni civili è arrivata con un immenso ritardo alle tante raccomandazioni degli organismi comunitari. Senza dimenticare il sofferto iter parlamentare che ne ha preceduto l'approvazione. Le analisi sociali delle ragioni di questa incapacità di legiferare con chiarezza sul tema della tutela dell'orientamento sessuale sono ben note e affondano le radici nell'elasticità con cui spesso viene declinato il concetto di "laicità" delle istituzioni. Ma anche in una certa impreparazione tecnico-giuridica del legislatore oltre che in alcune visioni politiche che privilegiano la trattazione di  temi "urgenti". Come se la dignità affettiva e relazionale delle persone non lo fosse. Se la politica nazionale tornasse a fare cultura sui temi dei diritti, l'intera società progredirebbe in un sano percorso di crescita della propria sensibilità sociale.

 

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Si è conclusa il 5 novembre la conferenza annuale di Ilga Europe, la sezione europea della International Lesbian and Gay Association, che quest’anno ha scelto Varsavia come location.

Una scelta simbolica e politica, portata avanti insieme al partner polacco Kph (Kampania Przeciw Homofobii), che sta affrontando la difficile situazione politica del Paese. La Polonia ha infatti uno dei punteggi più bassi nel report Ilga relativo ai parametri di inclusione delle persone Lgbti, fermandosi al 18%. L’Italia è al 27%, dietro l’Ungheria al 45% mentre a guidare la classifica ci sono Malta, 88%, Norvegia, 78% e Regno Unito 76%.

La classifica considera numerosi parametri relativi al riconoscimento delle normative antidiscriminazione e contro il discorso d’odio, al riconoscimento delle famiglie, al riconoscimento delle identità di genere e all’integrità del corpo, al diritto d’asilo per i migranti Lgbti. Qui il report di Ilga sull’Italia per il 2016.

Con l’occasione di questa conferenza gli attivisti e le attiviste polacche hanno denunciato l’esistenza di «almeno 2 milioni di persone Lgbti nel proprio Pease che meritano il pieno riconoscimento dei diritti umani». Una rivendicazione frustrata «dal prevalere di continue violenze e discriminazioni delle persone Lgbti».

Le parole chiave di Varsavia 2017 sono state Change, Intersectionality, Community Mobilising. Il cambiamento è quello che vogliamo ma è anche una costante da interpretare anche all’interno del nostro movimento. Questo in sostanza lo spunto introduttivo ai lavori firmato dai Co-chairs Brian Sheehan e Joyce Hamilton.

Quali sono le voci fino ad ora lasciate fuori dal movimento? Qualcuno sta parlando anche per altri, invece di fare spazio? A queste domande la programmazione di Ilga cerca di rispondere dando ampio spazio nei dibattiti alle tematiche relative all’intersessualità, all’identità di genere e alla battaglia per la visibilità delle donne lesbiche.

Grande rilievo anche all’International Committee on the Rights of Sex Workers, un tema che attraversa la salute e la libertà sessuale rivolgendo domande dirompenti alla cittadinanza etero e Lgbti al tempo stesso. Interessanti anche i dati presentati sulla scuola dalla fondazione Glsen, risultato di un progetto che ha coinvolto anche il Centro Risorse Lgbti di Torino. Secondo questa ricerca il 46,6% dei ragazzi Lgbti in Italia si sente insicuro in classe per il proprio orientamento sessuale.

La conferenza si è conclusa con l’elezione di cinque nuovi membri del board, tra cui è stato confermato Yuri Guaiana, ex segretario nazionale di Certi Diritti, sostenuto dalle organizzazioni italiane presenti e anche da realtà di altri Paesi.

È stata anche votata la sede della conferenza del 2019, che ha visto prevalere la candidatura di Praga su Lisbona e Lubiana. L’appuntamento è ora per Bruxelles nell’autunno 2018.

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Quanto vale elettoralmente la collettività Lgbt in Italia? E che capacità, quindi, ha di incidere sulle prossime elezioni politiche? Sono domande che in questi decenni hanno aleggiato dentro e fuori il movimento senza mai ricevere analisi e risposte convincenti.

Ma è bene porsele soprattutto in questo momento di sciorinamento di dati elettorali sulle elezioni siciliane e sul municipio di Ostia. Un dato mi sembra palese: vince la destra e, dentro questa per noi triste vittoria, si afferma un gruppo di estrema destra come Casa Pound, che nella disastratissima realtà di Ostia raggiunge quasi il 10%. Un voto raccolto soprattutto tra i disperati delle periferie che non vogliono gli immigrati e che un tempo votavano a sinistra. 

Se questo è il quadro politico che emerge dalle elezioni, è necessario affermare con la massima sincerità e realismo che il dato è per noi molto preoccupante perché la destra in Italia è un’area politica violentemente omofoba e xenofoba. Non a caso il camerata Musumeci, qualche giorno prima del voto, ha celebrato la sua giornata pro family con l’intera collezione di mostri che, tormentandoci per anni, si sono persino inventati partiti politici, ginnastiche da fermi (Le sentinelle in piedi) e tampinamenti ravvicinati a ogni manifestazione. Fossero i Pride o persino le unioni civili non senza attacchi incivili condotti addirittura personale (si veda la vicenda di Cesena con la querela dell’Arcigay di Rimini che sarà discussa in sede giudiziaria). 

La vera novità del pregiudizio omofobo degli ultimi 20 anni è proprio questa: l’omofobia politica che prima non c’era o c’era in misura molto minore. Chi la promuove pensa al tornaconto elettorale. Al fatto che, agitando la paura del diverso, si possano ottenere e allargare consensi se non addirittura un buon piazzamento elettorale.

Il primo compito quindi di un’azione efficace della collettività Lgbt è quello di fare in modo che l’omofobia politica non paghi né in termini elettorali ne in termini propagandistici. Discuteremo a lungo nelle prossime settimane il come e il modo di quest’azione che mi sembra assolutamente necessaria. Il secondo compito è quello di far pesare la nostra presenza. In politica i voti si contano e si pesano. E non c’è dubbio che la nostra capacità di spostare larghe masse di voto è assai scarsa anche perché in Italia non abbiamo quelle concentrazioni Lgbt nei grandi centri urbani che caratterizzano metropoli con Parigi, Londra, New York, San Francisco, ecc.

Nel nostro caso più che al numero dei voti l’attenzione è da rivolgere all’identità etico-politica condivisa proprio ora che la crisi della sinistra e del progressismo laico sembra aver esaurito i propri spazi. Non è qui la sede per un’analisi sul perché i nostri interlocutori politici siano andati così male in questa tornata elettorale. Con il rischio di una tale marginalizzazione da far pensare che in futuro la partita politica in Italia sembri essere tra destra e M5s con la sinistra e il centrosinistra fuori gioco.

Ma proprio per questo la collettività Lgbt, che si muove non certo nei meandri del clientelismo ma nel mare aperto degli ideali di libertà, democrazia, inclusione, può fare la differenza in una politica sempre più omogenea al populismo e sempre più serva delle convenienze del momento. Non mi rassegno all’idea che il gioco politico sia tra due destre variamente omofobe mentre la sinistra, al suo interno, è impegnata al gioco al massacro come avvenne in Spagna dove i comunisti sparavano sugli anarchici per ordine di Stalin mentre il fascista Franco sterminava entrambi.

Nell’ultima legislatura abbiamo avuto molte amiche e amici  in Parlamento, a partire da Monica Cirinnà, che ci hanno portato ad approvare le unioni Civili. Mi pare di poter dire che proprio l’attuale successo delle destre esalti il valore della vittoria sulle unioni Civili. Vittoria che, a mio parere, è irreversibile dopo 4mila cerimonie con l’adesione convinta e commossa di mezzo Paese. Ecco perché dobbiamo fare il massimo: incontrare i candidati, convincerli delle nostre ragioni, aiutare fino in fondo i candidati Lgbt e gay-friendly.

Insomma, fare quel lavoro di lobbying che finora non è stato fatto con sufficiente convinzione. Perché ne va del nostro futuro e della quelità stessa della nostra democrazia.

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27 anni fa moriva a Gioia Tauro (Rc) il commerciante Ferdinando Caristena, ucciso dalla ‘ndrangheta perché omosessuale. Allo storico evento parteciperanno, fra gli altri, il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, il sostituto procuratore Roberto Di Palma, il presidente del locale comitato d’Arcigay Lucio Dattola e, soprattutto, il massmediologo Klaus Davi. Già, perché è grazie al suo impegno se per la prima volta al mondo sarà intitolata una via, e per giunta nel Reggino, a una vittima gay delle mafie.

Per saperne di più, lo abbiamo raggiunto alla vigilia del suo viaggio in Calabria.

Klaus, domani sarà finalmente intitolata a Gioia Tauro una strada a Ferdinando Caristena. Quale sentimento ha provato a tale notizia?

Il mio sentimento è di gioia perché il Sud Italia e, più specificamente, la Calabria conseguono un primato mondiale. Si tratta infatti della prima via intestata a una vittima Lgbti di mafia. Di vittime di mafia ce ne sono migliaia al mondo e molte di esse hanno ricevuto pubblici riconoscimenti. Ma nessuna vittima omosessuale ne aveva finora ricevuto uno. Questo dimostra come le cose siano profondamente cambiate al Sud e come per certi versi il Sud sia all’avanguardia. E poi parliamo di un Comune come Gioia Tauro.

Proprio a Gioia Tauro lei fu aggredita lo scorso anno...

Sì, sotto la casa dell’avvocato Gioacchino Piromalli, che è stato fra l’altro arrestato circa un mese fa. Devo dire che l’aggressione non c’entra nulla con la gente di Gioia Tauro. È stato un gesto di Piromalli per dimostrare al suo interlocutore una prova di forza. Un’aggressione legata al mio impegno nel fare luce sulla morte di Caristena, ucciso in quanto gay.

Nell’ambiente mafioso l’omosessualità è ancora tabù. Una vera e propria ipocrisia se si tiene conto che l’omosessualità è incompatibile solo sulla carta con la “morale” mafiosa della famiglia, poggiata sul concetto di clan. Poi però nella pratica molte volte in questi ambienti si vive, purché in maniera nascosta, con una doppia o tripla morale. Rispetto alla camorra e a Cosa Nostra bisogna indubbiamente dire che la ‘ndrangheta è la struttura criminale più omofoba.

Ha avuto modo di conoscere familiari o amici di Caristena?

No. Loro hanno anzi comunicato – non a me ma i giornali – la propria contrarietà al fatto che si parlasse di Ferdinando come gay. Una cosa assurda. Anche se Ferdinando non fosse stato gay – cosa invece certa –, è stato comunque ucciso per questo motivo. Lui è stato vittima di un pregiudizio.

Parlando di pregiudizio, sa benissimo che la via sarà intitolata a Ferdinando Caristena quale “vittima del pregiudizio”. Secondo lei basta una tale qualifica? O non sarebbe stato meglio parlare di “vittima del pregiudizio omofobico” o “vittima gay della ‘ndrangheta”?

Indubbiamente l’avrei scritto ma io non sono la Prefettura. Lo avrei fatto perché Ferdinando conviveva con un uomo poi deceduto per complicanze da Aids. Successivamente ebbe una presunta relazione con un uomo imparentato col clan Molè-Piromalli e, in contemporanea, con la sorella di lui che voleva sposare. Ciò fu la causa del suo omicidio: perché un omosessuale non poteva entrare in una  famiglia d’onore.

È ovvio che per evitare lo scontro coi parenti di Caristena la Prefettura abbia adottato una soluzione di mediazione. Ma attraverso i media è passato il vero messaggio.

L’intitolazione d’una via a Ferdinando è indubbiamente un suo successo. Coronamento di quell’impegno da lei profuso anche col lancio d’una specifica petizione. Chi ha aderito a questa iniziativa?

Gente comune. Soprattutto tanti e tante giovani calabresi. Abbiamo raccolto 5mila firme. Ma in realtà il Comune di Gioia Tauro aveva deciso l’intitolazione d’una strada a Ferdinando già dopo le mille firme. Non abbiamo trovato nessuna resistenza da parte dell’amministrazione locale e della Prefettura di Reggio Calabria.

In una recente dichiarazione ha ringraziato anche il ministro Minniti per l’intitolazione della strada a Caristena. Perché?

Minniti si è espresso favorevolmente al riguardo col Prefetto. Essendo lui calabrese, ha espresso un suo parere. Non che il suo parere sia stato determinante, perché la decisione era stata già assunta. Però una presa di posizione del ministro dell’Interno è certamente una cosa importante.

Per non parlare poi della splendida lettera del procuratore Federico Cafiero de Raho, in cui si parla di Ferdinando “quale vittima della ‘ndrangheta e martire del pregiudizio”. Credo che questo grandissimo magistrato, che ha combattuto i Casalesi e che sarà nominato a breve a capo della Procura nazionale Antimafia, si sia positivamente stupito della rapidità con cui si è giunti alla decisione di intitolare una via a Caristena.

Per concludere. Sono stati recentemente depositati due progetti di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere in Calabria. Che cosa ne pensa?

Sono totalmente favorevole. Credo che si tratti di una cosa molto importante non tanto per noi adulti, che sappiamo maggiormente difenderci, quanto per i più giovani, vittime di bullismo e pregiudizi a scuola e, spesso, anche nelle famiglie.

Mi auguro che la Regione Calabria si doti quanto prima di una tale normativa. Un ulteriore segnale di avanzamento nel cammino del rispetto, dell’inclusione e dell’abbattimento dell’omotransfobia. 

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Domenica 5 novembre a Gioia Tauro (Rc) sarà intitolata una via a Ferdinando Caristena, ucciso dalla n’drangheta nel 1990 in ragione della sua omosessualità. O meglio, per il fatto che il noto commerciante gioiese, dopo aver convissuto per anni con un concittadino, avesse stretto una presunta relazione con Gaetano Mazzitelli, appartenente a una famiglia imparentata col clan Molè, e si fosse innamorato della di lui sorella Donatella. Un invaghimento tale da far presagire un imminente matrimonio.

Cosa, questa, inaccettabile per il mondo n’dranghetista e, nello specifico, per i Molè che non potevano tollerare l’instaurazione di legami familiari con una persona gay. Perché l’omosessualità – come ha dichiarato il sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Di Palma - «è per loro un peccato, una specie di lebbra da cui tenersi lontano potendo contaminare le famiglie».

Dopo 27 anni da quella tragica morte il Comune calabrese renderà giustizia a Ferdinando riconoscendolo ufficialmente quale “vittima del pregiudizio”. Prima volta, fra l’altro, d’un odonimo per tale motivazione. Primato che Gioia Tauro conseguirà grazie soprattutto all’impegno del massmediologo Klaus Davi, primo firmatario della petizione che ha portato al pubblico riconoscimento gioiese.

L’impegno di Davi è stato ampiamente rilevato dal procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho – che con ogni probabilità dovrebbe essere nominato, l’8 novembe, procuratore nazionale Antimafiain una lettera a lui indirizzata nei giorni scorsi:

Caro Klaus,

desidero manifestarti il mio convinto sostegno per l’iniziativa che avrà luogo il 5 novembre a Gioia Tauro, in cui sarà intitolata una strada a Ferdinando Caristena, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1990. La manifestazione nasce dal lodevole intento di ricordare chi è stato vittima della ‘ndrangheta e martire del pregiudizio. La manifestazione è di straordinaria importanza perché si svolge a Gioia Tauro, ove è profondo il radicamento della ‘ndrangheta. 

Sul porto di Gioia Tauro la ‘ndrangheta, che svolge un ruolo centrale nel traffico internazionale di cocaina, anche per i privilegiati rapporti con i cartelli colombiani, esercita un capillare e penetrante controllo:  proprio da quel porto passa almeno la metà della cocaina importata in Italia. Nel porto di Gioia Tauro negli ultimi tre anni  sono state sequestrate più di 4 tonnellate di cocaina. L’affare della cocaina coinvolge e arricchisce tutta la ‘ndrangheta. 

La manifestazione, in Gioia Tauro, esprime l’affermazione dei principi costituzionali di libertà e di uguaglianza di tutti davanti alla legge, con riconoscimento di pari dignità sociale. È l’espressione della condanna del pregiudizio e, al tempo stesso, l’occasione per affermare in modo forte e chiaro che la libertà, in qualunque sua manifestazione, è incoercibile, non è comprimibile, è un diritto fondamentale che nessuno, né tanto meno la criminalità organizzata, potrà elidere dal codice genetico del cittadino democratico.

Manifestazioni come questa fanno memoria, ma, al tempo stesso, contrastano l’anticultura della sopraffazione, della violenza e dell’arroganza da qualunque parte venga. I segnali che si colgono in Calabria verso il cambiamento sono univoci e ne è esempio eclatante anche questa importante celebrazione Nel salutarti, ti ringrazio per il tuo impegno sul territorio e per dare quotidianamente voce a questa terra.

Un evento, dunque, di particolare importanza quello del 5 novembre, al cui riguardo così si è espresso ai nostri microfoni Lucio Dattola, presidente del comitato Arcigay di Reggio Calabria: «Ferdinando Caristena da oggi non rappresenta l'amore gay, ma rappresenta la libertà di amare in un mondo in cui non esiste alcun tipo di libertà.

Questa intitolazione, in un momento in cui ancora la Regione Calabria tentenna rispetto alla legge di contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere, è l'ennesima conferma della necessità di un cambiamento sociale e politico, che prenda le mosse dalla base, da tutti quei calabresi che non hanno consentito a regole 'ndranghetiste, a pregiudizi e convenzioni sociali di offendere la propria dignità.

È vero: Ferdinando Caristena conosceva bene le conseguenze che avrebbe subito, ma non ha mai rinunciato a essere se stesso».



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