Bergoglio ha oggi canonizzato in piazza San Pietro sette beati. Tra questi anche Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un cecchino degli squadroni della morte il 24 marzo 1980, e papa Paolo VI (1897-1978).

In un periodo come quello attuale, in cui non tendono a scemare le voci sulla presunta lobby gay in Vaticano e su prelati nonché porporati omosessuali menzionati nel dossier Viganò, non si può non ripensare a simili polemiche in riferimento alla persona di Giovanni Battista Montini.

L’omosessualità del primo collaboratore di Pio XII e poi arcivescovo di Milano – che Pacelli non volle mai elevare alla dignità cardinalizia – era vociferata al di là del Tevere ancor prima che questi fosse eletto, il 21 giugno 1963, successore di Giovanni XXIII. A farsene portavoce, attraverso chiacchiere di palazzo, fu il cosiddetto pentagono pacelliano e, soprattutto, l’allora cardinal Vicario Clemente Micara, la cui antipatia verso Montini era ben nota. 

Chiacchiere che si ingigantirono a dismisura, quando Paolo VI si fece prosecutore dei lavori del Vaticano II e ne attuò le auspicate riforme. Furono soprattutto i presuli conservatori e certa stampa libellistica a diffondere l’immagine di un pontefice progressista, omosessuale e, secondo don Luigi Villa, massone. Una ripresa del classico topos della letteratura eresiologica, che vedeva nel devius a recta fide il devius a recta praxi.

Ma a dare pubblico rilievo a un Montini omosessuale fu il celebre diplomatico e scrittore francese Roger Peyrefitte (profondo conoscitore d’Oltretevere), che nel 1976, due anni prima della morte del pontefice, parlò - nel corso di un'intervista prima al magazine francese Lui, poi al quotidiano romano Il Tempo, dove fu pubblicata il 4 aprile col titolo Mea culpa? Ma fatemi il santo piacere - di colui che ne sarebbe stato l’amante: l'attore Paolo Carlini, protagonista di celebri sceneggiati televisivi come Il romanzo di un giovane povero o L'ultimo dei Baskerville. Peyrefitte sostenne che, proprio in onore dell'amato, Montini avrebbe scelto di chiamarsi Paolo una volta eletto pontefice.

Siccome la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva da poco emanato il documento Persona humana (29 dicembre 1975), nel cui paragrafo 8 veniva riconfermata la condanna magisteriale dei rapporti omosessuali, si volle leggere nell’accusa di Peyrefitte una reazione calunniosa a una tale dichiarazione.

Argomento, questo, che lo stesso Paolo VI utilizzò durante l’Angelus del 4 aprile 1976: «Noi sappiamo che il nostro Cardinale Vicario e poi la Conferenza Episcopale Italiana vi hanno invitati a pregare per la nostra umile persona, fatta oggetto di scherno e di orribili e calunniose insinuazioni di certa stampa, irriguardosa dell'onestà e della verità. Noi ringraziamo voi tutti di codeste dimostrazioni di filiale pietà e di morale sensibilità. Così siamo riconoscenti a quanti hanno corrisposto a queste esortazioni di spirituale solidarietà. Grazie, grazie di cuore. 

Ci siamo ricordati, quasi a nostro malgrado, d’una bellissima parola degli Atti degli Apostoli: "una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui»", Pietro (Act. 12, 5). Ancora, grazie! Noi ricambiamo codeste attestazioni di religiosa fedeltà invocando dal Signore per tutti lo Spirito di verità e la cristiana franchezza di dare sempre a cotesto senso cristiano, con la parola e con la vita, generosa testimonianza.

Siccome questo e altri deplorevoli episodi hanno avuto pretestuosa origine da una recente dichiarazione della nostra Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni di etica sessuale, noi vi esortiamo a dare a questo documento e al complesso di insegnamenti, di cui esso fa parte, un'attenta considerazione ed una virtuosa osservanza, tali da tonificare in voi uno spirito di purezza e di amore, che faccia argine al licenzioso edonismo diffuso nel costume del mondo odierno, e che alimenti nei vostri animi la padronanza delle umane passioni accrescendo il senso forte e gioioso della dignità e della bellezza della vita cristiana».

Le vibranti parole di Montini non bastarono a tacitare le voci tanto più che Carlini, morto nel 1979 a un anno dal pontefice, non le smentì mai. L’argomento omosessualità, come noto, è stato poi affrontato nelle Positiones compilate in vista del processo di beatificazione e canonizzazione di Paolo VI, sia pur liquidate come prive di fondamento.

A meno che non compaiano prove documentali – e gli archivi sanno sempre regalare sorprese – resterà quel dubbio, da cui all’epoca furono rosi moltissimi presuli cattolici.

È noto il caso d’un vescovo lombardo che, dopo aver tuonato dall'ambone contro l’infame di Parigi (ossia Peyrefitte), nell’attraversare il presbiterio, dove erano riuniti i canonici del Capitolo Cattedrale, si rivolse loro a bassa voce: «Ma non è che sarà vero?».

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Si terrà domani a Roma, alle ore 18:00, la presentazione del libro Dante e gli omosessuali nella Commedia. Tra inferno e paradiso che, scritto dall’albanense Aldo Onorati, è stato pubblicato per i tipi romani della Società editrice Dante Alighieri.

L’evento avrà luogo presso la Galleria del Primaticcio di Palazzo Firenze (piazza di Firenze, 27), sede della Società Dante Alighieri che, fondata nel 1899 da Giosuè Carducci, è attualmente presieduta dall’ex ministro Andrea Riccardi. 

Oltre all’autore interverranno Alessandro Masi, segretario generale della storica istituzione, Giovanni Di Peio, presidente del comitato romano della Società, e Massimo Desideri, direttore della collana dantesca dell’Editrice Dante Alighieri.

Classe 1939, Aldo Onorati è tra i più prolifici dantisti in circolazione in Italia. Dalla prima Lectura Dantis, tenuta a Parigi nel 1965, lo scrittore e poeta castellano ha pubblicato articoli, interviste, saggi con spunti spesso innovativi sulla Divina Commedia. Tra gli ultimi studi dedicati all’Alighieri sono da menzionare Il senso della gloria in Dante, Foscolo, Schopenhauer e Leopardi (Tracce, Pescara 2014), Dante e san Francesco: il segreto di madonna Povertà (Controluce, Monte Compatri 2015) e Canto per canto: manuale dantesco per tutti (Società editrice Dante Alighieri, Roma2017) nato da una serie di videolezioni.

Alla presentazione parteciperà anche Daniele Priori, legato ad Aldo Onorati da vincoli parentali e sostenitore dell’opera sin dagli inizia.

«Dieci anni fa – così il segretario nazionale di GayLib –, quando iniziammo a lavorare col prof. Onorati alla prima versione di questo fantastico studio che smentiva clamorosamente un’uscita spericolata dell’allora senatore a vita Giulio Andreotti sugli omosessuali messi all’inferno anche da Dante, avemmo modo di riflettere sulla dignità che in realtà, sia pure all’inferno, Dante aveva dato ai sodomiti (come venivano chiamati allora i gay). Il Sommo Poeta cita tra tutti colui che definisce cara immagine paterna, ovvero il suo maestro di morale Brunetto Latini.

In questa rinnovata edizione, pubblicata dalla prestigiosa editrice Dante Alighieri, abbiamo capito che Dante può invece essere considerato un vero e proprio testimonial contro l’omofobia perché con una prova del nove, come la chiama lui, il professor Onorati ci dimostra che alcuni omosessuali Dante li colloca anche fuori dall’inferno. 

Per queste ragioni, oltre al valore intrinseco e profondo dell’opera, si vede prevalere l’aspetto rivoluzionario, libertario, moderno dell’Alighieri, che con un ideale ponte lungo sette secoli o, per dirla meglio, davvero sub specie aeternitatis, ha offerto con la sua Comedia spunti notevolissimi anche per gli attivisti di tutti i tempi impegnati nella difesa dei diritti umani e civili».

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Dopo la denuncia sporta ai carabinieri Christian Murgo ha raccontato su Facebook, nella mattinata di ieri, la drammatica aggressione subita a Pisa in Borgo Stretto da tre adolescenti.

Il pestaggio è avvenuto ai suoi danni e a quelli del compagno Marco Barone, mentre entramni passeggiavamo per le strade della città toscana. Marco, inoltre, ha rischiato di perdere un occhio per i pugni ricevuti. 

A due giorni dall’aggressione abbiamo raggiunto Christian per coglierne stati d'animo e prime valutazioni.

Christian, ti era mai capitato, prima d’ora, di subire un’aggressione a sfondo omofobico? 

Non mi era mai capitato di essere vittima di un'aggressione omofoba, né tantomeno osservarne una. L'accaduto mi ha sorpreso, infatti, in un certo senso, mai avrei pensato di assistere in vita mia a cose del genere.

Quanto influisce, a tuo parere, il clima politico attuale nell’aumento di violenza omofobica nel nostro Paese? 

A mio parere in buona parte, le nostre classi politiche dando il cattivo esempio agli altri, danno automaticamente agli ignoranti la possibilità e la giustificazione per compiere questi atti.

Quale atteggiamento hai riscontrato, quando hai raccontato l'aggressione? Quando avete denunciato l’accaduto, come hanno reagito le forze dell’ordine? 

Non mi sarei mai aspettato tanto calore e tanto interesse dalle persone e dalle comunità che abbiamo attorno. La notizia si è sparsa a macchia d'olio e abbiamo ricevuto tanto sostegno da molte persone. Le forze dell'ordine ci hanno accolto con molta professionalità e sono già all'opera per trovare i colpevoli.

Pensi che questa storia influirà in qualche modo sui tuoi comportamenti in futuro? 

Assolutamente no. Sarò sempre il solito: non avrò paura di continuare a camminare in giro per Pisa, perché non sono colpevole di niente. Sono come tutti gli altri.

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Nessun visto Usa per partner di dipendenti delle Nazioni Unite e diplomatici omosessuali se non sposati.

Secondo la nuova politica messa in atto dall’amministrazione Trump, devono essere legalmente uniti con il diplomatico o dipendente Onu anche i partner che già abitano negli Stati Uniti e vogliono continuare a restarci.

Un’inversione di rotta, dunquem rispetto a quella intrapresa nel 2009 dall'allora segretario di Stato Hillary Clinton, che considerava i compagni impegnati in una relazione come componenti del nucleo familiare e dunque titolari di visto diplomatico.

La missione americana all'Onu ha spiegato che la decisione è stata presa per cercare di allineare tali procedure con la policy americana in materia.

Benché sia stato liquidata da funzionari americani come mera questione di reciprocità legale, un tale provvedimento è oggetto di numerose critiche: potrebbe infatti rendere più difficile il percorso di coppie che provengono da Paesi dove le nozze tra persone dello stesso sesso non sono legali.

Stando al dipartimento di Stato, a essere toccate dalla misura sono circa 105 famiglie, di cui 55 lavorano all'Onu o in altre organizzazioni internazionali.

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Aveva fatto la sua prima apparizione accanto a Elisabetta II il 9 giugno scorso in occasione del Trooping the Colour, la grande parata londinese effettuata dai reggimenti del Commonwealth e della British Army.

Ma l’attenzione mediatica legata al suo essere apertamente gay e i numerosi articoli apparsi su magazine Lgbti gli si sono ritorti contro.

È terminata così l’esperienza di primo accompagnatore della monarca britannica per il 21enne Ollie Roberts, che è stato degradato a semplice valletto per l’interesse crescente verso la sua persona. Affronto, questo, che l’ex pilota della Royal Air Force non ha digerito, preferendo dimettersi.

Tra i doveri di Roberts c'era quello di accompagnare Elisabetta in carrozza a eventi come Ascot, raccogliere la posta a Buckingham Palace e portare a passeggio i Corgis, gli amati cani della regina.

Come riferito da The Sun, «gli hanno detto che il suo profilo stava diventando troppo alto e che non era li' per attirare l'attenzione su di se».

Il giovane ha preferito non commentare. Atteggiamento assunto anche da Buckingham Palace.

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Charles Aznavour, il re degli chansonnier, si è spento all'età di 94 anni nella sua casa in Provenza a pochi giorni da un tour in Giappone.

Aznavour, nome d'arte di Shahnour Varinag Aznavourian, nacque a Parigi nel 1924 da genitori armeni (negli anni si sarebbe sempre battuto per la causa armena con una fitta attività diplomatica fino a diventare nel 2009 ambasciatore dell'Armenia in Svizzera) e debuttò a teatro a soli 9 anni.

Fu nel dopoguerra che, grazie a Edith Piaf – la quale lo portò in tournée in Francia e negli Stati Uniti –, si mise in luce come cantautore. Il riconoscimento mondiale arriva nel '56 all'Olympia di Parigi con la canzone Sur ma vie.

Negli anni ’60 fu un’escalation di successi a partire da Tu t'laisses aller (1960). E poi Je m'voyais déjà (1961), Il faut savoir (1961), La mamma (1963), For me formidable (1964) Que c'est triste Venise (1964) e La Bohème (1965).

Il fatto che cantasse in molte lingue (francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco, armeno, russo e perfino in napoletano) gli consentì di esibirsi in tutto il mondo diventando ovunque famosissimo.

Ma c’è un brano che ha una storia e un messaggio tale da non poter essere dimenticato.

Si tratta di Quel che si dice che, cantato per la prima volta in francese con il titolo Comme ils disent, è la prima hit musicale ad aver sdoganato il tema dell’omosessualità nella storia del èop. Era il 1972 e nessun brano era mai stato così chiaro ed esplicito prima di allora.

A ricordarlo lo stesso Aznavour, che in passato dichiarò: «Il brano prende in considerazione per la prima volta il destino degli omosessuali, ma anche quello delle loro madri, delle loro sorelle etc». 

Quel che si dice, infatti, racconta la storia di un uomo che ha un legame molto forte con la madre e che di giorno conduce una vita ordinaria mentre di notte si esibisce in un locale in abiti femminili.

La canzone, inoltre, per la prima volta denuncia la dimensione di stigma e solitudine in cui vivevano le persone omosessuali negli anni '70. Anni, questi, in cui il progetto di coppia e di relazione era molto raro mentre frequente era l’insulto e lo scherno omofobo da parte dei benpensanti.

Insomma, Aznavour non solo fu un acuto precursore ma fu un uomo veramente coraggioso che, da eterosessuale, in una società ancora fortemente segnata dal primato eteronormativo, decise di interpretare il dolore e il disagio vissuto da tanti amici che non avevano la possibilità, gli strumenti o la forza di raccontarsi e di lottare.

Come sempre, se l’immaginario collettivo negli anni è cambiato, lo dobbiamo soprattutto a uomini di cultura e spettacolo come Aznavour, che hanno infranto un tabù per la prima volta e hanno spianato così la strada ad altri artisti che si sono misurati con l’argomento.

E gli amici omosessuali del cantautore francese, dopo aver ascoltato in anteprima il brano, come reagirono?

Purtroppo male e infatti chiesero ad Aznavour: «Non canterai mica questa canzone qua?». Ma questa è la vecchia e drammatica storia relativa all’interiorizzazione dello stigma e della vergogna con cui, purtroppo, dobbiamo ancora misurarci.

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«Fare coming out significa affrontare il giudizio della propria famiglia, degli amici, dei colleghi sul posto di lavoro, e a volte anche il proprio, il giudizio peggiore, quello verso sé stessi, condizionato dall’ambiente stesso che impone standard sul genere umano.

Fare Coming out non è ostentare una scelta: è avere il coraggio di quelle parole che non andrebbero nemmeno dette, perché dovrebbero scorrere sotto il nome paradossale di normalità. Vivere liberamente e semplicemente la propria normalità di omosessuale è un diritto quanto respirare aria pura».

Con queste parole Michele Caccamo e Luisella Pescatori, editore e direttrice editoriale de Il Seme Bianco, hanno lanciato il progetto Coming out. Finalizzato a stimolare chi desidera aprirsi al mondo e a sollecitare l’accettazione delle differenze, esso sarà condotto sui coming out inviati a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

La raccolta dei singoli racconti autorivelativi del proprio orientamento sessuale o identità di genere sarà quindi pubblicata in Fiori Arcobaleno, la collana editoriale de Il Seme Bianco che, curata da Emanuela Dei, è incentrata tanto su testimonianze quanto su saggi relativi alla collettività Lgbtqi.

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Nell'aula della sesta sezione penale del tribunale di Torino si è tenuta, nella tarda mattinata, la terza udienza del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari, accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Secondo quanto annunciato il 18 luglio, la giudice Melania Eugenia Cafiero ha ammesso la richiesta di costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride e di Rete Lenford. 

Nel fissare la prossima udienza al 30 ottobre, la giudice monocratica ha invece respinto in toto i consulenti presentati dalla difesa, l'avvocato Mauro Ronco, perché non rilevanti per il procedimento.

Prima d'entrare in aula Silvana De Mari aveva postato su Facebook un breve video, nel quale chiedeva ai suoi fan di sostenerla perché in gioco nel processo a suo carico «c'è la libertà di parola».

Per il Coordinamento Torino Pride, le cui parti sono affidate all'avvocato Niccolò Ferraris, si tratta di una decisione importante, che evita di trasformare un'aula di tribunale in un circo mediatico nel quale rovesciare assurde teorie antiscientifiche che rischierebbero di dileggiare e offendere ulteriormente un’intera comunità.

Al riguardo il coordinatore Alessandro Battaglia ha dichiarato: «Continuiamo a pensare che la giustizia debba fare il suo corso e massima è la nostra fiducia nei suoi confronti».

Viva soddisfazione ha espresso, a nome di Rete Lenford, l'avvocato Michele Potè, che ha dichiarato a Gaynews«L'ammissione della nostra associazione come parte civile è stata motivata dai fini statutari della stessa rispetto all'imputazione, che ha per oggetto la denigrazione della condizione omosessuale.

Siamo anche soddisfatti perché la giudice ha escluso la richiesta, avanzata dalla difesa dell'imputata, di ascoltare dei consulenti tecnici che avrebbero dovuto parlare dell'omosessualità a livello psichiatrico. Anche perché sono oramai decenni che la comunità scientifica, all'unanimità, considera l'omosessualità una variante naturale del comportamento umano».

A carico della medica d'origine casertana pende anche un procedimento per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. Imputazione per la quale è stata rinviata a giudizio il 21 marzo 2019.

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È stata capace di tornare a parlare di dittature delle minoranze con riferimento alle persone omosessuali (insieme – e sembrerebbe un ossimoro – con quelle musulmane) e del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, quale destinatario di un “fiume di denaro pubblico” pur essendo intitolato a un “suicida” e a un “pedofilo”, anche nel corso di una trasmissione dedicata alla manovra di bilancio.

Una vera e propria ossessione, dunque, quella che affligge Silvana De Mari nei confronti della collettività rainbow, il cui fine (secondo le tesi à la page del complottismo omosessualista) sarebbe quello di “gaizzare” ogni realtà e imporre le proprie vedute sì da sovvertire i tradizionali modelli valoriali, familiari, societari.

A stupire non sono le ennesime dichiarazioni discriminatorie e offensive nei riguardi delle persone Lgbti. L’endoscopista d’origine casertana, ma torinese d’adozione, è infatti fin troppa nota per i suoi interessi di cattivo gusto nonché antiscientifici su ciò che attiene all’area anorettale tanto da poter essere chiamata Doctrix culiNon per niente è stata rinviata a giudizio per diffamazione aggravata e continuata a mezzo stampa in ben due processi a suo carico: l’uno contro le persone Lgbti a nome del Coordinamento Torino Pride, l’altro contro il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

A stupire, invece, è stata la partecipazione di Silvana De Mari alla puntata di Otto e Mezzo che, andata in onda ieri sera e intitolata I conti non tornano, è stata incentrata sulla manovra di bilancio. Stupisce in riferimento al tema trattato, perché non si comprendono quali siano le competenze di De Mari al riguardo. Stupisce, soprattutto, in riferimento all’omofobia conclamata della medica, di cui si è sopra parlato. E infatti, come volevasi dimostare, Silvana De Mari è riuscita con le magiche parole “dittatura delle minoranze” a spostare rapidamente l’attenzione laddove desiderava.

È vero che i tre ospiti in studio, Giovanni Floris, Aldo Cazzullo e Paolo Giordano, hanno tacitato con validi argomenti e ridicolizzato la collaboratrice de La VeritàMa resta pur sempre difficilmente accettabile l’avere dato alla stessa occasione di parlare in una trasmissione in prima serata e così seguita come Otto e Mezzo. In un momento politico così complesso e difficile, in cui si assiste a un'escalation di violenza verbale e fisica a danno delle persone Lgbti nonché di appartenenti alle varie minoranze, dare spazio a Silvana De Mari significa aumentarne la visibilità e contribuire ad alimentare un clima omotransfobico tra ascoltatori e ascoltatrici meno attente. Di cui sinceramente ne faremmo proprio a meno. 

Conoscendo il personaggio De Mari – ed è difficile credere che una giornalista di vaglia come Lilli Gruber non ne fosse al corrente –, un ulteriore sbaglio è stato il non aver invitato in studio qualche esperto del pensiero e degli scritti di Mario Mieli. Lo avrebbe richiesto il contesto visto che, come da copione, Silvana De Mari ha poi sciorinato a memoria il ben noto passo degli Elementi di critica omosessuale, per inferirne ancora una volta che Mario Mieli era pedofilo e per ribadire con supponenza: «Questa è la verità». Affermazione, cui tanto Gruber quanto gli ospiti sono stati incapaci di controbbattere non avendo strumenti cognitivi al riguardo.

Al di là della corretta o meno valutazione del passo a interessare veramente è stato l’attacco al Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli sulla linea di quanto già dichiarato al quotidiano adinolfiano La Croce il 13 gennaio 2017: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?». 

Un modo di argomentare, questo, che fa acqua da tutte le parti perché l’aver intitolato un’associazione a una figura storica del movimento contemporaneo di liberazione sessuale  quale Mario Mieli (volendo ipoteticamente ammettere una valutazione letteralista ed estrapolata dal contesto dell’incriminato passo dell'intellettuale milanese) non comporta affatto il ritenerne pensiero, scritti, vita quali interamente infallibili e indefettibili. Né tantomeno come interamente validi per i tempi attuali.

D’altra parte, secondo il ragionamento di Silvana De Mari bisognerebbe, ad esempio, chiedere la cancellazione di odonimi riferentesi al cardinale Giovan Battista De Luca e chiederne la rimozione della statua dal Palazzaccio, visto che l’esimio giurista nel suo Dottor volgare ebbe a parlare in termini difensivi di «quello stimolo, ovvero istinto naturale, il quale si suol dare verso i giovanetti di bello aspetto».

Oppure bisognerebbe, ad esempio, deprecare l’intitolazione di associazioni e scuole a un Ugo Foscolo che con le Ultime lettere di Jacopo Ortis fu cantore, sulle orme di Alfieri, del suicidio come vera manifestazione dell’ultima libertà. Già, perché Silvana De Mari non ha potuto esimersi dal ricordare che Mieli morì suicida nel tratteggiarne a tinte fosche il profilo.

Insomma, una serie di errori che non ci saremmo aspettati nel corso di una trasmissine di qualità come Otto e mezzo.

D’altra parte appare parimenti erronea la valutazione di chi, ex post, sostiene che Silvana De Mari non abbia diritto, in generale, a esprimere le sue opinioni. È un clamoroso autogol da parte di militanti Lgbti. Con un tale argomento (di fondo comprensibile perché dettato dall’esasperazione nel vedere le violenze omotransfobiche pressoché sdoganate), non si fa che alimentare quella che Adolfo Omodeo chiamava “la querula retorica vittimale dei clericali”. Della quale, anche, faremmo volentieri a meno.

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Meno di una settimana fa una coppia di giovanissimi palermitani (15 e 16 anni) veniva aggredita nel parco di Villa Giulia da un branco di 20enni. Pugni in bocca e in faccia mentre il più giovane dei due fidanzati riceveva anche un colpo di casco sulla testa.

Un episodio di violenza omofoba che ha scosso il capoluogo siciliano anche per il suo carattere di unicità. Mentre proseguono le indagini della questura per fare piena luce sulla vicenda e identificare gli autori dell’aggressione, i due adolescenti hanno trovato un immediato sostegno in Alessandra Barone, Miss Trans Europa 2015, e dell’intero comitato di Arcigay Palermo.

Abbiamo perciò raggiunto Gabri, una delle vittime, e sua madre, per sapere come stanno vivendo quanto accaduto.

Gabri, come ti senti dopo la drammatica esperienza del 29 agosto?

Sono molto sofferente sia fisicamente sia psicologicamente. Vado avanti grazie a delle gocce calmanti e antidepressive.

Ti è stata manifestata solidarietà?

Sì, ho ricevuto attestati di solidarietà da tutti. Nessuno mi ha voltato la faccia.

Signora, prima dell’aggressione subita da suo figlio, era a conoscenza della sua omosessualità?

Certo, lo sapevo.

Come vive l’omosessualità di suo figlio?

Male. Molto male. Ci sto lavorando ma la vivo male.

Perché?

Non glielo posso spiegare. Lei è genitore?

No...

Allora non può capire!

Però può provare a spiegarmelo...

Io, oggi, sono accanto a mio figlio, lo sostengo e lo rispetto. Rispetto la sua personalità e il suo orientamento sessuale. Ma non è certo questa condizione quella che una madre desidera per il proprio figlio.

Ma, intorno a lei, quale atteggiamento ha notato rispetto alla violenza subita da Gabri?

Un atteggiamento di grande civiltà e grande vicinanza.

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