Quella domanda nel test Progress di medicina è stata un po’ un fulmine a ciel "sereno". Ma il paradosso è che il cielo per le persone Lgbti è tutt'altro che sereno in questi mesi che ci avvicinano alle elezioni. L'indignazione per un quesito che inquadra l'omosessualità all'interno di un calderone di patologie è stata virale, rapida ed efficace, portando il caso su tutti i media nazionali e inducendo la ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli a prendere immediatamente una chiara posizione di condanna.

L'impressione, tuttavia, è che ci si stia allarmando per la punta di un iceberg senza sapere che di un iceberg si tratta. E l'iceberg lo abbiamo visto qualche settimana fa con le linee guida del Miur che dopo ben tre anni provano a spiegare come attuare l'articolo 1 comma 16 sulla "Buona Scuola". Quello che diede vita allo spauracchio del "gender", per capirci, e che parlava semplicemente di violenza di genere. Un prodotto che poco ha a che vedere con la ministra e che è il magro risultato degli equilibri di maggioranza tra conservatori e progressisti.

Ebbene, dopo aver letto questo documento, si comprende l'enorme peso del mondo conservatore all'interno della scuola e dell'universitá. «Nascere uomini o donne crea appartenenze forti, è la pietra angolare dell'identità»: questo l'incipit che inquadra il Piano per il rispetto delle differenze in una logica giá stereotipata, che non distingue il sesso biologico dai costrutti sociali di genere (uomo e donna). L'assurdo é che l'articolo 1 comma 16 era frutto della ratifica della convenzione di Istanbul, la prima conferenza internaziomale sulla violenza di genere che formalizzava definitivamente il concetto di genere come costruzione sociale variabile nel tempo e nello spazio. 

Andando oltre, scopriamo che non c'è spazio per i termini omofobia e transfobia e che, cosa ancora piú grave, si "garantisce" che «tra le conoscenze da trasmettere non rientrano le "ideologie gender"», riconoscendo in questo modo dignitá a qualcosa che non esiste se non come parodia strumentale degli studi di genere. 

Unica nota che potrebbe avere del positivo, nel paragrafetto destinato alle "altre discriminazioni", il riferimento all'orientamento sessuale. Anche in questo caso, però, emerge lo zampino del conservatore: orientamento sessuale appare dopo una lunga lista di discriminazioni, etnia, religione, lingua, cultura e "convinzioni personali", quasi a sottintendere l'idea che l'orientamento sessuale sia una scelta di vita o un'opinione. È il contesto, insomma, che fa la differenza. 

Lo stesso vale per la domanda nei test di medicina, che nel modo in cui é formulata avrebbe poco da essere contestata. Il punto è che il termine "insorgere", in un quesito che è preceduto da un altro sulla ginomastica maschile ed è seguito dalle problematiche sulle donne in gravidanza, dà un messaggio chiaro: patologia

Tra i due episodi emerge sostanzialmente la fotografia di come la realtà Lgbti viene percepita al momento da diverse istituzioni, dal mondo politico e in parte anche dall'opinione pubblica: una minoranza rumorosa, un po’ troppo esigente, che finalmente ha avuto qualcosa con le unioni civili ma che non forma certamente "famiglie" in senso stretto, che ha qualcosa di stravagante e sicuramente anche qualche problema sanitario, visto che anche in tema di prevenzione ci si ostina a parlare di gruppi a rischio invece che di comportamenti sessuali a rischio e visto che, anche quando si parla di gruppi, la categoria MSM, maschi che fanno sesso con maschi, diventa automaticamente "gay". 

Ecco quindi dove "siamo", parlando in termini di movimento. L'agenda dei diritti civili è abbastanza chiara e diverse proposte di legge sono già allo studio sulla riforma delle adozioni e sull'estensione della legge Mancino. Ma il nostro problema principale è adesso fuori dal palazzo, é quello di creare opinione, sensibilizzare, spostare l'asticella del senso comune. Ci aspettano anni duri in cui probabilmemte sará molto difficile trattare i nostri temi

Di certo, nessuna conquista sará possibile senza affrontare il tema dell'educazione a tutto campo campo, partendo da una proposta in grado di convincere la popolazione sulla necessità dell'educazione alla sessualità e alle differenze nelle scuole e provando in seguito a tradurla in ambito legislativo. 

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Il presidente Recep Tayyip Erdoğan all'attacco contro le iniziative antidiscriminazione dell'opposizione turca.

«I loro legami con i valori della nostra nazione – ha dichiarato ieri il capo di Stato - sono a tal punto inesistenti che in un distretto gestito dal Chp in una grande città è stata prevista la quota di un omosessuale su cinque». In un discorso tenuto successivamente ad Ankara ha aggiunto: «Dovremmo prendere in considerazione quello che dice un partito del genere? Quando un partito si allontana totalmente dalla moderazione, nessuno sa dove può portare. Che continuino così».  

Anche se non espressamente menzionato, il riferimento è al distretto di Nilüfer, componente la popolosa città metropolitana di Bursa e l’omonima provincia nordoccidentale, dove si terranno nei prossimi giorni le elezioni dei comitati di quartiere. Sul proprio sito l’amministrazione municipale di Nilüfer, retta da un esponente del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), ha dichiarato di voler raggiungere nei comitati di quartiere la percentuale di un terzo di donne, un terzo di giovani, un quinto di persone disabili e un quinto di componenti della collettività Lgbti

Sono appunto gli attivisti a ricordare come in Turchia, pur non essendo perseguita l’omosessualità, si assista da tempo a un escalation di violenze e discriminazioni nei riguardi delle persone Lgbti.

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Il caso Braibanti è stato, senza dubbio, uno dei casi giudiziari più clamorosi e drammatici degli anni ’60 del secolo scorso nel nostro Paese. E ha lasciato una ferita mai sanata nell’immaginario collettivo delle persone omosessuali.

Aldo Braibanti (1922-2014), filosofo, poeta, naturalista ed ex partigiano, nel 1964 fu accusato di aver plagiato il 21enne Giovanni Sanfratello. In realtà il giovane, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, aveva deciso di seguire i propri desideri ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo dalla “seduzione” che avrebbe subito e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio.

Dalle colonne dei maggiori quotidiani Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco Pannella, Cesare Musatti e Dacia Maraini si mobilitarono con trasporto a favore di Braibanti ma i loro appelli, come quelli di molti altri, restarono del tutto inascoltati. Il processo si concluse nel 1968 con la condanna per Braibanti per un reato dichiarato poi incostituzionale nel 1981.

Negli ultimi anni Il caso Braibanti, ricostruito da Massimiliano Palmese con documenti d’archivio, lettere e testimonianze, è diventato una pièce di successo diretta da Giuseppe Marini.

Dal 9 al 19 Novembre Il caso Braibanti, spettacolo nato diversi anni fa all’interno della rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale, ideata da Rodolfo Di Giammarco, torna a Roma nel nuovissimo Spazio 18b della Garbatella (via Rosa Raimondi Garibaldi, 18b).

Nei panni dei due protagonisti Fabio Bussotti e Mauro Conte che sono sempre in scena con il musicista Mauro Verrone e, sempre secondo il disegno registico, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali.

«Il caso Braibanti desterebbe ancora scalpore perché parliamo di un vero e proprio processo farsa – dichiara il regista Giuseppe Marini in una recente intervista radiofonica –. Chi verrà a teatro vedrà e ascolterà le dichiarazioni veramente risibili di periti venduti: ci sono perizie psichiatriche allucinanti, inventate di sana pianta, e non bisogna dimenticare che si tratta di una tragedia che rovinò la vita di un uomo e di un ragazzo per sempre. Nonostante l’appoggio dei più grandi intellettuali del tempo, ad Aldo Braibanti fu comminata una pena di nove anni  e, cosa ancora peggiore, Giovanni Sanfratello fu sottoposto ad atroci trattamenti con elettroshock e coma insulinico».

«Se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili – aggiunge Massimiliano Palmese - e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che Il caso Braibanti non è pagina del passato ma storia presente, che può e deve, ancora, farci sussultare». 

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Preferì togliersi la vita Ottavio Mai, ricoverato in ospedale a Torino per complicanze da Aids. E così 25 anni fa se ne andava, appena 46enne, lo scrittore, poeta, attore, sceneggiatore, regista d’origine romana, il cui nome resterà per sempre legato all’ideazione del Torino Glbt Film Festival - Da Sodoma a Hollywood. Giunto alla 32° edizione sotto la denominazione Lovers Film Festival - Torino LGBTQI Visions, l’evento è stato definito dal ministero per i Beni e le Attività culturali «una tra le più importanti manifestazioni cinematografiche italiane a livello internazionale».

Ma 25 anni fa se ne andava, soprattutto, un importante “attivista per i diritti degli omosessuali” – come è scritto sulla targa della via che gli è stata intitolata a Torino il 24 aprile 2015 –. Se ne andava, soprattutto un uomo dall’eccezionale creatività, legato dal 1977 alla morte a Giovanni Minerba, con cui condivise gli stessi ideali di militanza, gli stessi interessi culturali, la stessa passione per la cinematografia. Passione che portò Ottavio e Giovanni a produrre pellicole nonché docufilm di valore e a istituire, come accennato, all’importante festival cinematografico su temi afferenti all’omosessualità.

E proprio Giovanni nelle prime ore dell’odierna giornata ha voluto affidare i propri sentimenti immutati per Ottavio, le proprie emozioni, i propri ricordi a un post dal titolo Mi ha lasciato la vita.

«Sono passati 25 anni - così ha scritto - da quella notte fra il 7 e l’8 Novembre del ’92 quando un improvviso e lontano squillo del telefono, tanto impercettibile quanto definitivo, confidò al mio cuore stanco e appesantito dalla preoccupazione che Ottavio mi aveva lasciato solo.

Aveva infine deciso di oltrepassare lo schermo, anticipando l’ignoto nemico, e abbandonare le cose di quaggiù, in quel suo modo determinato, silenzioso e quasi timido, simile a tutti i gesti, alle parole non dette, alle determinazioni di una vita, ai quindici anni di quella vita che abbiamo vissuto come una cosa sola, e che in qualche modo, complice la preziosa testimonianza di tanti amici, cerchiamo sempre di tenere viva.

Non sta a me celebrare i fatti, le idee, i progetti, le iniziative, realizzati fra il 1977 e il 1992. Tutto mi ha visto compartecipe e corresponsabile, tutto ha riempito la mia vita, invaso i miei sogni, esaudito molti ingenui desideri. Tutto ci hanno fatto combattere e vincere insieme tante battaglie.

Resta sempre la coscienza del dolore e la certezza della continua necessità di pensare all’onestà intellettuale di Ottavio, alla sua infinita curiosità e le sue stupefacenti intuizioni»

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27 anni fa moriva a Gioia Tauro (Rc) il commerciante Ferdinando Caristena, ucciso dalla ‘ndrangheta perché omosessuale. Allo storico evento parteciperanno, fra gli altri, il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, il sostituto procuratore Roberto Di Palma, il presidente del locale comitato d’Arcigay Lucio Dattola e, soprattutto, il massmediologo Klaus Davi. Già, perché è grazie al suo impegno se per la prima volta al mondo sarà intitolata una via, e per giunta nel Reggino, a una vittima gay delle mafie.

Per saperne di più, lo abbiamo raggiunto alla vigilia del suo viaggio in Calabria.

Klaus, domani sarà finalmente intitolata a Gioia Tauro una strada a Ferdinando Caristena. Quale sentimento ha provato a tale notizia?

Il mio sentimento è di gioia perché il Sud Italia e, più specificamente, la Calabria conseguono un primato mondiale. Si tratta infatti della prima via intestata a una vittima Lgbti di mafia. Di vittime di mafia ce ne sono migliaia al mondo e molte di esse hanno ricevuto pubblici riconoscimenti. Ma nessuna vittima omosessuale ne aveva finora ricevuto uno. Questo dimostra come le cose siano profondamente cambiate al Sud e come per certi versi il Sud sia all’avanguardia. E poi parliamo di un Comune come Gioia Tauro.

Proprio a Gioia Tauro lei fu aggredita lo scorso anno...

Sì, sotto la casa dell’avvocato Gioacchino Piromalli, che è stato fra l’altro arrestato circa un mese fa. Devo dire che l’aggressione non c’entra nulla con la gente di Gioia Tauro. È stato un gesto di Piromalli per dimostrare al suo interlocutore una prova di forza. Un’aggressione legata al mio impegno nel fare luce sulla morte di Caristena, ucciso in quanto gay.

Nell’ambiente mafioso l’omosessualità è ancora tabù. Una vera e propria ipocrisia se si tiene conto che l’omosessualità è incompatibile solo sulla carta con la “morale” mafiosa della famiglia, poggiata sul concetto di clan. Poi però nella pratica molte volte in questi ambienti si vive, purché in maniera nascosta, con una doppia o tripla morale. Rispetto alla camorra e a Cosa Nostra bisogna indubbiamente dire che la ‘ndrangheta è la struttura criminale più omofoba.

Ha avuto modo di conoscere familiari o amici di Caristena?

No. Loro hanno anzi comunicato – non a me ma i giornali – la propria contrarietà al fatto che si parlasse di Ferdinando come gay. Una cosa assurda. Anche se Ferdinando non fosse stato gay – cosa invece certa –, è stato comunque ucciso per questo motivo. Lui è stato vittima di un pregiudizio.

Parlando di pregiudizio, sa benissimo che la via sarà intitolata a Ferdinando Caristena quale “vittima del pregiudizio”. Secondo lei basta una tale qualifica? O non sarebbe stato meglio parlare di “vittima del pregiudizio omofobico” o “vittima gay della ‘ndrangheta”?

Indubbiamente l’avrei scritto ma io non sono la Prefettura. Lo avrei fatto perché Ferdinando conviveva con un uomo poi deceduto per complicanze da Aids. Successivamente ebbe una presunta relazione con un uomo imparentato col clan Molè-Piromalli e, in contemporanea, con la sorella di lui che voleva sposare. Ciò fu la causa del suo omicidio: perché un omosessuale non poteva entrare in una  famiglia d’onore.

È ovvio che per evitare lo scontro coi parenti di Caristena la Prefettura abbia adottato una soluzione di mediazione. Ma attraverso i media è passato il vero messaggio.

L’intitolazione d’una via a Ferdinando è indubbiamente un suo successo. Coronamento di quell’impegno da lei profuso anche col lancio d’una specifica petizione. Chi ha aderito a questa iniziativa?

Gente comune. Soprattutto tanti e tante giovani calabresi. Abbiamo raccolto 5mila firme. Ma in realtà il Comune di Gioia Tauro aveva deciso l’intitolazione d’una strada a Ferdinando già dopo le mille firme. Non abbiamo trovato nessuna resistenza da parte dell’amministrazione locale e della Prefettura di Reggio Calabria.

In una recente dichiarazione ha ringraziato anche il ministro Minniti per l’intitolazione della strada a Caristena. Perché?

Minniti si è espresso favorevolmente al riguardo col Prefetto. Essendo lui calabrese, ha espresso un suo parere. Non che il suo parere sia stato determinante, perché la decisione era stata già assunta. Però una presa di posizione del ministro dell’Interno è certamente una cosa importante.

Per non parlare poi della splendida lettera del procuratore Federico Cafiero de Raho, in cui si parla di Ferdinando “quale vittima della ‘ndrangheta e martire del pregiudizio”. Credo che questo grandissimo magistrato, che ha combattuto i Casalesi e che sarà nominato a breve a capo della Procura nazionale Antimafia, si sia positivamente stupito della rapidità con cui si è giunti alla decisione di intitolare una via a Caristena.

Per concludere. Sono stati recentemente depositati due progetti di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere in Calabria. Che cosa ne pensa?

Sono totalmente favorevole. Credo che si tratti di una cosa molto importante non tanto per noi adulti, che sappiamo maggiormente difenderci, quanto per i più giovani, vittime di bullismo e pregiudizi a scuola e, spesso, anche nelle famiglie.

Mi auguro che la Regione Calabria si doti quanto prima di una tale normativa. Un ulteriore segnale di avanzamento nel cammino del rispetto, dell’inclusione e dell’abbattimento dell’omotransfobia. 

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Domenica 5 novembre a Gioia Tauro (Rc) sarà intitolata una via a Ferdinando Caristena, ucciso dalla n’drangheta nel 1990 in ragione della sua omosessualità. O meglio, per il fatto che il noto commerciante gioiese, dopo aver convissuto per anni con un concittadino, avesse stretto una presunta relazione con Gaetano Mazzitelli, appartenente a una famiglia imparentata col clan Molè, e si fosse innamorato della di lui sorella Donatella. Un invaghimento tale da far presagire un imminente matrimonio.

Cosa, questa, inaccettabile per il mondo n’dranghetista e, nello specifico, per i Molè che non potevano tollerare l’instaurazione di legami familiari con una persona gay. Perché l’omosessualità – come ha dichiarato il sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Di Palma - «è per loro un peccato, una specie di lebbra da cui tenersi lontano potendo contaminare le famiglie».

Dopo 27 anni da quella tragica morte il Comune calabrese renderà giustizia a Ferdinando riconoscendolo ufficialmente quale “vittima del pregiudizio”. Prima volta, fra l’altro, d’un odonimo per tale motivazione. Primato che Gioia Tauro conseguirà grazie soprattutto all’impegno del massmediologo Klaus Davi, primo firmatario della petizione che ha portato al pubblico riconoscimento gioiese.

L’impegno di Davi è stato ampiamente rilevato dal procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho – che con ogni probabilità dovrebbe essere nominato, l’8 novembe, procuratore nazionale Antimafiain una lettera a lui indirizzata nei giorni scorsi:

Caro Klaus,

desidero manifestarti il mio convinto sostegno per l’iniziativa che avrà luogo il 5 novembre a Gioia Tauro, in cui sarà intitolata una strada a Ferdinando Caristena, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1990. La manifestazione nasce dal lodevole intento di ricordare chi è stato vittima della ‘ndrangheta e martire del pregiudizio. La manifestazione è di straordinaria importanza perché si svolge a Gioia Tauro, ove è profondo il radicamento della ‘ndrangheta. 

Sul porto di Gioia Tauro la ‘ndrangheta, che svolge un ruolo centrale nel traffico internazionale di cocaina, anche per i privilegiati rapporti con i cartelli colombiani, esercita un capillare e penetrante controllo:  proprio da quel porto passa almeno la metà della cocaina importata in Italia. Nel porto di Gioia Tauro negli ultimi tre anni  sono state sequestrate più di 4 tonnellate di cocaina. L’affare della cocaina coinvolge e arricchisce tutta la ‘ndrangheta. 

La manifestazione, in Gioia Tauro, esprime l’affermazione dei principi costituzionali di libertà e di uguaglianza di tutti davanti alla legge, con riconoscimento di pari dignità sociale. È l’espressione della condanna del pregiudizio e, al tempo stesso, l’occasione per affermare in modo forte e chiaro che la libertà, in qualunque sua manifestazione, è incoercibile, non è comprimibile, è un diritto fondamentale che nessuno, né tanto meno la criminalità organizzata, potrà elidere dal codice genetico del cittadino democratico.

Manifestazioni come questa fanno memoria, ma, al tempo stesso, contrastano l’anticultura della sopraffazione, della violenza e dell’arroganza da qualunque parte venga. I segnali che si colgono in Calabria verso il cambiamento sono univoci e ne è esempio eclatante anche questa importante celebrazione Nel salutarti, ti ringrazio per il tuo impegno sul territorio e per dare quotidianamente voce a questa terra.

Un evento, dunque, di particolare importanza quello del 5 novembre, al cui riguardo così si è espresso ai nostri microfoni Lucio Dattola, presidente del comitato Arcigay di Reggio Calabria: «Ferdinando Caristena da oggi non rappresenta l'amore gay, ma rappresenta la libertà di amare in un mondo in cui non esiste alcun tipo di libertà.

Questa intitolazione, in un momento in cui ancora la Regione Calabria tentenna rispetto alla legge di contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere, è l'ennesima conferma della necessità di un cambiamento sociale e politico, che prenda le mosse dalla base, da tutti quei calabresi che non hanno consentito a regole 'ndranghetiste, a pregiudizi e convenzioni sociali di offendere la propria dignità.

È vero: Ferdinando Caristena conosceva bene le conseguenze che avrebbe subito, ma non ha mai rinunciato a essere se stesso».



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«Ora mi sento molto più a mio agio come gay. Lo sono sempre stato apertamente: a dieci anni avevo già fatto coming out. Ma solo negli ultimi cinque anni sono cresciuto come uomo gay. Prima non mi sentivo parte della mia comunità. Poi ho cominciato a capirlo, a comprendere da dove vengo e adesso voglio esprimerlo al pubblico».

È così che il 31 ottobre ha parlato a Milano Sam Smith, che si esibirà stasera negli studi di X Factor. Prima apparizione ufficiale in Italia – due concerti sono infatti rispettivamente fissati per l’11 e il 12 maggio 2018 al Mediolanum Forum di Assago e all'Arena di Verona – per il 26enne cantante londinese che ha inanellato in breve tempo una serie di straordinari traguardi: 12 milioni di copie vendute per l’album del debutto In The Lonely Hour (2014), 4 Grammy Awards (2015), Oscar per la miglior canzone con Writing’s on the Wall, colonna sonora del film Spectre (2016). Fu proprio durante la cerimonia di consegna della statuetta che Sam, dicendosi fiero di essere il primo gay apertamente dichiarato a ricevere un tale riconoscimento, volle dedicare la sua vittoria alla comunità Lgbti.

E, letto in una cornice familiare quale autorivelazione di un ragazzo nei confronti del proprio padre, il tema del coming out è affrontato in Him. Brano che, scritto dopo una nottata trascorsa in un locale di cruising a Sidney, costituisce una delle 14 tracce del nuovo album The thrill of it all in uscita venerdì 3 novembre.

«Tutta la mia musica – ha detto al riguardo Sam Smith – mostra la mia vulnerabilità, i miei pensieri profondi. Anche nella pittura o nel cinema sono attratto da storie drammatiche. In the lonely hour raccontava una solitudine ma aveva una sua dolcezza. L’album nuovo è più cupo, autodistruttivo, forse perché quando l’ho scritto non mi piacevo. Il titolo ha a che fare con la fama».

Proprio sulla celebrità, cui la pop star mostra di non essere più interessato, ha dichiarato: «Il successo ha rovinato la relazione sentimentale che avevo all’epoca. Quando negli Usa uscì il mio primo album, Lady Gaga disse: La fama non ti cambia tanto quanto cambia gli altri. Non avevo capito cosa voleva dire, ora sì. Io mi sento lo stesso di prima: è attorno a me che è cambiato tutto. Ora vivo in una bella casa con mia sorella e mi succedono cose meravigliose. Ma la fama può essere spaventosa. È quel che racconta l’album. Canto di una relazione che non ha funzionato per via del mio lavoro». Situazione anche questa cambiata visto che nelle scorse settimane è iniziata la relazione di Sam con l’attore Brandon Flynn, protagonista della serie televisiva 13 Reasons Why.

La contezza di vivere esperienze meravigliose non è andata disgiunta da quella delle proprie fragilità. Contezza, questa, che però consente a Sam di affrontarle con lucidità. «Quando ho cominciato a fare musica – ha dichiarato –  ascoltavo molto Joni Mitchell e Adele. Stavolta ho ascoltato soprattutto uomini come Leonard Cohen o Mumford and Sons. E mi sono appassionato alla storia dello studio Muscle Shoals dove registrava Aretha Franklin. Ma soprattutto mi hanno ispirato poetesse come Nayyirah Waheed o Rupi Kaur, della quale mi sono tatuato anche una frase sul braccio: sono parole potentissime sulla dolcezza che mi hanno aiutato a parlare delle mie vulnerabilità». 

Vulnerabilità che possono avere anche risvolti drammatici come nel caso delle molestie che Anthony Rapp subì all’età di 14 anni da parte di Kevin Spacey. Sul cui coming out la star britannica ha preferito non esprimersi dichiarando invece: «Sono felice del fatto che queste storie stiano venendo a galla. È importante che le vittime si facciano avanti. Spero continui a succedere finché le donne non governeranno il mondo». Già, perché Sam Smith, che in passato ha detto di sentirsi tanto donna quanto uomo, ama definirsi femminista.

D’altra parte sempre a Milano, parlando dei suoi prossimi concerti, ha affermato: «Cantare in un completo sarebbe una cosa nuova per me e la mia famiglia. Dai 16 ai 18 anni, quando ascoltavo Joni Mitchell, mi truccavo e vestivo da donna. Ho smesso di farlo perché mi ha stancato e ci mettevo troppo a prepararmi. Ma chi lo sa, magari tornerò allo stile appariscente. Realizzerò finalmente il mio sogno di essere come Beyoncé».


 

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Sono passati 42 anni da quella drammatica sera in cui il corpo del poeta Pier Paolo Pasolini fu trovato percosso e senza vita sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.

Una morte su cui non si è riusciti e non si è voluto mai fare chiarezza. L’intellettuale controcorrente ucciso dal giovane figlio del popolo che si ribella con violenza alle impreviste avances sessuali: così era necessario apparisse agli occhi dell’opinione pubblica l’assassinio di uno degli intellettuali più importanti del XX secolo. Inviso ai fascisti e ai borghesi conformisti, tenuto a distanza dai cattolici e dai perbenisti qualunquisti, espulso dal Partito Comunista per immoralità, Pasolini era un personaggio scomodo, stava scrivendo un libro pericoloso. Pobabilmente la sua drammatica fine non fu affatto l’esito di un incontro sbagliato ma la realizzazione di un piano premeditato.

Sarebbe davvero troppo lungo ripercorrere le innumerevoli tappe della vicenda giudiziaria legata alla morte di Pier Paolo Pasolini. Una cosa però sembra ormai indubbia: l’omosessualità dichiarata di Pasolini, scandalosa per l’epoca, non fu certamente la causa dell’assassinio quanto l’alibi che avrebbe avuto l’omicida - o presunto tale - Pino Pelosi. Perché negli anni ’70 del secolo scorso uccidere una persona omosessuale, che attentava alla conclamata virilità di un maschio eterosessuale, era percepita alla stregua di un’azione legittima e in qualche modo giustificabile.

A 42 anni dalla morte restano l’incredibile eredità intellettuale di Pier Paolo Pasolini, le sue apparenti contraddizioni foriere di nuove prospettive, la sua lungimiranza nel ribaltare convinzioni e presunzioni ideologiche per mostrare la verità in tutta la sua scabra e squallida complessità. Senza moralismi e senza querimonie Pasolini continua a rivelarci che il Re spesso, troppo spesso, è tragicamente nudo.  Egli era un intellettuale, uno scrittore, che cercava di seguire tutto ciò che succedeva, di conoscere tutto ciò che se ne scriveva, di immaginare tutto ciò che non si sapeva o che si taceva; che coordinava fatti anche lontani, che metteva insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabiliva la logica là dove sembravano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Gaynews ha chiesto al regista e drammaturgo napoletano Mario Gelardi, autore di pièces teatrali di successo legate alla figura del grande letterato friulano come Idroscalo 93, 12 baci sulla bocca e La Grande Tribù (quest’ultimo con Claudio Finelli) perché, a suo parere, Pasolini può essere considerato ancora un intellettuale attuale e di riferimento per capire il nostro Paese.

«Perché Pier Paolo Pasolini è ancora un intellettuale contemporaneo – ci spiega Gelardi - Cosa vuol dire essere contemporanei? Significa avere uno sguardo sempre presente, avere una parola che parla alla tua generazione come a quella precedente e a quella che sta per nascere. Significa riuscire a farsi capire da chi non ti conosce e scavare dentro le cose con uno sguardo unico. Pasolini è contemporaneo a ogni generazione, ci osserva, ci parla, mette in mostra spudoratamente le nostre debolezze, che sono state anche le sue».

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Ancora 15 giorni di carcere per il giovane omosessuale arrestato in Egitto per il semplice fatto di aver sventolato una bandiera rainbow. La decisione è stata presa dalla Procura della Sicurezza dello Stato mentre proseguono le indagini sull'organizzazione del concerto della band libanese Mashrou' Leila al Cairo, durante il quale, a settembre, l'arrestato aveva sventolato la bandiera dei diritti Lgbti.

I temi satirici e dissacratori del gruppo libanese di alternative rock affrontano tematiche estranee alla musica araba tradizionale come l'omosessualità. La canzone Shim el Yasmine, ad esempio, può essere considerata un’ode al rispetto per l'amore tra persone dello stesso sesso.

L'accusa per cui è in prigione il giovane egiziano è quella di diffusione delle idee della band libanese. Idee che, secondo la Procura della Sicurezza dello Stato, "istigano alla dissoluzione dei costumi e all'immoralità". 

Bisogna ricordare che in Egitto, Paese musulmano al 90%, l'omosessualità non è formalmente perseguita ma un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi "incita alla dissolutezza e all'immoralità": un'anfibola normativa che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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"Ha cambiato la mia vita, orgogliosa di aver fatto parte della famiglia di playboy".  “Avevo 20 anni e ho visto la prima donna in top sul tuo giornale. Grazie”. "Rispettava le donne molto più di tanti uomini di oggi". Sono solo alcuni fra le migliaia di tweet che commentano l'annuncio della scomparsa di Hugh Hefner, fondatore della storica rivista Playboy, che si è spento la scorsa sera all'età di 91 anni. 

Scorrendo i commenti su Twitter si trova anche "Uomo disgustoso" o altre opinioni negative. A testimonianza dello shock e dell'enorme portata innovativa che potesse avere l'idea di una rivista come Playboy negli Stati Uniti del 1953, un Paese che criminalizzava la sodomia in generale, (fino al 2003 in 13 Stati), vietava i rapporti orali (ancora fino agli anni ‘90 in oltre 20 Stati) e imponeva alla popolazione di vestire in modo corrispondente al sesso anagrafico. Un Paese che, insomma, come il resto del mondo “occidentale”, o forse ancora di più, doveva ancora scoprire quella rivoluzione sessuale che ha caratterizzato gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Di quella rivoluzione Hafner è certamente uno degli artefici e pochi sanno che ancora oggi ha qualcosa da dirci, nonostante il mondo sia radicalmente cambiato. 

In un'intervista a The Advocate del 1994, Hafner rispose alla domanda: “Pensi sia perfettamente logico per un uomo eterosessuale avere esperienze sessuali omosessuali?” Questa la risposa: “Se sei sessualmente intraprendente, non penso che l’eterosessualità debba precludere a qualcuno l’idea di provare qualsiasi cosa ci sia lì fuori”.

Alla domanda, invece, su eventuali sue esperienze omosessuali, Hefner rispondeva: “Nel contesto di un’oscillazione dell’eterosessualità sì. In realtà si trattava di comportamenti bisessuali”. Idee e risposte che farebbero discutere ancora oggi nel nostro Paese, in cui la differenza tra orientamento e comportamento sessuale è quasi sconosciuta. E, intanto, il re delle conigliette si dichiarava “Very heterosexual” in riferimento alla Scala Kinsey e ammetteva tranquillamente, nel ’94, che un etero può fare sesso con un uomo. Un manifesto di liberazione sessuale.

Non a caso Hefner è stato sempre un grande sostenitore delle battaglie sui diritti civili e della causa Lgbti. L’immaginario costruito da Hafner ha dato a milioni di persone, per la prima volta, un modo nuovo e meno ipocrita di rapportarsi con il sesso.

Di contro, è un immaginario che risente dello spirito maschilista del proprio tempo e costruisce un’immagine della donna comunque subalterna all’uomo: da un lato le donne venivano per la prima “legittimate” nel potersi mostrare, nonostante si trattasse comunque di personaggi dello spettacolo. Dall’altro lo facevano chiaramente per compiacere il maschio. Da questo punto di vista la rivoluzione sessuale di Hafner va storicizzata: anche le copertine di playboy hanno dato la loro spinta, nel bene e nel male, all'emancipazione sessuale delle donne. Alcune le definirebbero quasi un male necessario. È evidente che da diversi decenni a questa parte hanno perso questa valenza.

Il tema della subalternità della donna nell’erotismo è tuttavia una questione ancora aperta. Mutatis mutandis, nelle rappresentazioni erotiche e pornografiche che si moltiplicano in rete l’immaginario è ancora quello legato al “maschio dominante”, con una serie di estremizzazioni a volte imbarazzanti e a tratti violente, che al giorno d’oggi sono tutt’altro che rivoluzionarie. 

Oggi la sfida è immaginare una sessualità paritaria, in un mondo che tende ancora a riproporre pesanti narrazioni conservatrici sulla sessualità e la famiglia, narrazioni che nascondono puntualmente ingombranti scorie di ipocrisia. Basti pensare a certe dichiarazioni sulle donne di Donald Trump, tuttavia sostenuto dai movimenti più reazionari americani. A pensarci bene, gran parte dell'omofobia viene dal maschilismo ovvero dalla paura di sembrare o essere "meno uomini" e quindi "un po' donne". Forse un'idea diversa di sessualità, anche tra gli etero, avrebbe un impatto positivo anche sul modo di vedere l'omosessualità. Insomma, Hugh Hefner passa alla storia della liberazione sessuale con qualcosa ancora da dire e con un’eredità che ha invece già detto tutto. In un mondo che corre velocissimo, ma corre spesso a velocità troppo diverse, la sfida è saper cogliere ogni sfaccettatura.

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