Daniela Lourdes Falanga, prima donna transessuale alla guida del comitato Arcigay di Napoli, dedicato alla figura di Antinoo, amante dell'imperatore-poeta Adriano? Questa è la scommessa che intende vincere il gruppo di attiviste e attivisti, formato da alcuni consiglieri uscenti, noti a livello locale e nazionale, tra cui il presidente Antonello Sannino

Daniela Falanga, il cui impegno è stato più volte riconosciuto anche oltre il territorio campano, è la candidata presidente della mozione La Lotta Continua, mozione che intende continuare il lavoro iniziato con la presidenza di Sannino. L'altra mozione, recante il titolo chiAma Napoli 4.0, vede invece quale candidato presidente Marco Marocco, attuale delegato Salute per il medesimo comitato.

Il lavoro di Daniela, punto di riferimento di una comunità trans, quella partenopea, tra le più numerose, è stato sempre volto ad aiutare i soggetti che vivono in condizioni di estrema marginalità. A tal proposito non si può non ricordarne l'azione di sensibilizzazione, svolta nelle carceri, tra le persone transgender e omosessuali della Casa Circondariale di Poggioreale. 

La candidatura è sostenuta, tra l’altro, da un appello pubblico che, in pochi giorni, ha ottenuto l’adesione di nomi di spicco della cultura e dell’attivismo: da Pino Strabioli a Franco Buffoni, da Porpora Marcasciano ad Antonella Cilento, passando per Ivan Cotroneo, Paolo Valerio, Flavio Romani, Gianni Simioli, Regina Satariano, Luca Baldoni e tanti altri. 

L’appuntamento è per il prossimo 15 dicembre, giorno in cui si terrà il Congresso territoriale del Comitato Arcigay Napoli. 

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A partire da oggi fino a domani si terrà a Napoli, città storicamente simbolo dell’accoglienza per le persone transgender, il congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento.

Luogo dell’assise convegnistica sarà l’ex complesso monastico dei SS. Marcellino e Festo, sul cui chiostro monumentale si affacciano le differenti sale ospitanti il Museo di Paleontologia e il Dipartimento di Scienze naturali della Federico II. 

Quello dell’ateneo partenopeo è, fra l'altro, solo uno dei patrocini di cui gode il congresso e tra i quali non possono non menzionarsi quelli del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, dell’Istituto Superiore di Sanità, della Regione Campania e del Comune di Napoli.

Un’iniziativa di livello, la cui ideazione e promozione sono da ascriversi a una personalità del mondo accademico federiciano quale Paolo Valerio.

Non a caso la due giorni è stata organizzata dall’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), di cui l’ordinario di psicologia clinica è presidente, in collaborazione con l’Osservatorio universitario sulle differenze, il Centro di Ateneo SInAPSi (che si occupa di promuovere la cultura dell’inclusione tra quante e quanti frequentano i corsi universitari) e il Dipartimento  di Neuroscienze e Scienze riproduttive ed Odontostomatologiche delle Federico II.

Tra i relatori di caratura internazionale, che possono vantare un’esperienza decennale sui temi trattati, bisogna ricordare Jack DrescherAlain Giami, Thomas D. Steensma, Giancarlo Spizzirri, Alexander Schuster. Ospite d’eccezione sarà invece la psicologa Mariela Castro Espín, figlia dell’ex presidente cubano Raúl e presidente del Centro nacional de educación sexual de Cuba (Cenesex).

Né mancheranno gli interventi di figure di rilievo del transgenderismo nazionale e locale come Porpora Marcasciano, Regina Satariano, Ottavia Voza, Loredana Rossi, Daniela L. Falanga.

A poche ore dall’inizio della manifestazione è il prof. Paolo Valerio a precisare a Gaynews l’utenza a cui intende rivolgersi questo evento: «Questo congresso internazionale è rivolto a tutti coloro che sono interessati ad avere un confronto sui temi legati alle questioni di genere, affrontando le ricerche più attuali sui differenti contesti dell’intervento rivolti alla popolazione transgender e gender nonconforming».

Per il presidente dell’Onig «punti di forza dell’iniziativa sono la prospettiva depatologizzante e lo sguardo multidisciplinare, che vede l’integrazione tra professionisti di diversa formazione (psicologi, medici, sociologi, avvocati etc.)».

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Paolo Valerio è noto a livello internazionale per le sue benemerenze in ambito accademico e scientifico

Ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi, presidente dell’Onig e della Fondazione Genere Identità Cultura, è anche un artista dalle mille anime

Alcune sue produzioni scultoree sono esposte dal 6 ottobre presso Palazzo Fruscione a Salerno in occasione della III° Biennale d’Arte contemporanea, che sarà aperta fino al 19 novembre. E proprio nell'ambito della prestigiosa rassegna salernitana a Paolo Valerio è stato attribuito, sabato 13 ottobre, il 2° premio per la Sezione Arte ecosostenibile con l’opera Il sostenibile peso dei sentimenti.

A pochi giorni dall’importante Congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento, che lo vedrà come promotore e protagonista il 19-20 ottobre presso l’Aula Chiostro dell’ex complesso monastico partenopeo dei SS. Marcellino e Festo, l’abbiamo raggiunto per conoscere quest'aspetto meno noto della sua vita.

Prof. Valerio, come nascono le sue opere artistiche?

Allo stesso modo in cui è nato Il sostenibile peso dei sentimenti che, premiato alla Biennale d’Arte contemporanea di Salerno, era stato già presentato, lo scorso luglio, alla mostra Stone Heart Broken Heart Love Cages and Surroundings presso il castello di Postignano (Pg). Come gran parte delle mie opere, essa è frutto della raccolta di materiale di risulta, trovato sulla spiaggia: funi, cime, reti dai colori vivaci, plastiche bruciate, levigate dal mare  e trasformate dal sole. Materiale destinato a inquinare il mare e le spiagge o a finire in discariche della Terra dei fuochi. Il materiale è stato da me raccolto e assemblato per dare forma a una scultura dai colori vivaci e dalla forma strana.

C’è un collegamento tra la sua ricerca artistica e quella scientifica?

Certo. C’è un filo rosso tra la mia ricerca artistica, il mio impegno da attivista e la ricerca scientifica, che da molti anni svolgo in un’ottica depatologizzante sul mondo dei femminielli napoletani e delle persone Lgbtq. Ricerca, finalizzata ad abbattere sia stereotipi sia pregiudizi e a combattere quegli stigmi che tanta sofferenza possono produrre in chi ne è ingiustamente vittima.

Quelle plastiche, che sono considerate scarti della nostra società, vengono valorizzate e trovano nuova dignità grazie all’intervento dell’artista che sulle spiagge inquinate, attraverso lo sguardo valorizzante, ne percepisce l’intima bellezza, le raccoglie, le trasforma in opere d’arte degne di essere mostrate al pubblico ed eventualmente premiate.

Un richiamo, forse, a quella cultura della differenza, di cui si è fatto negli anni instancabile promotore e per la quale si è fatto conoscere ben al di là dell’ambito universitario?

Sì, infatti. Come ricercatore, da anni cerco di valorizzare proprio una cultura della differenza che rompa barriere, includa, offra pari opportunità a tutti e tutte, in particolare a quelle parti di popolazione che esponenti di forze politiche reazionarie o di movimenti religiosi fondamentalisti considerano scarto, considerano malata. Quelle parti che vorrebbero lasciare ai margini della società, non riconoscendo  loro alcuna dignità e nessun diritto di vivere liberamente la propria esistenza.

Tutto questo è ingiusto, iniquo, inaccettabile e va combattuto. La mia prima mostra fatta a Napoli, presso la Sala Prigioni di Castel dell’Ovo, si intitolava Gender Roles Gender Cages and Surroundings. Con le mie opere volevo ancora una volta porre l’accento su quelle gabbie/stereotipi che connotano e ruoli e identità connesse ai generi.

Professore, come già detto, lei è stata premiata sabato per l’opera Il sostenibile peso dei sentimenti. Ha pensato a chi dedicare un tale riconoscimento?

Non c’è dubbio che, alla luce di quanto finora detto, dedico un tale premio alle persone transgender e gender nonconforming, auspicando che la società in cui viviamo diventi sempre più inclusiva e consenta a tutt* di esprimere serenamente la propria identità senza alcun timore o rischio di stigma e condanna.

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Senza rosa né celeste. Diario di una madre sulla transessualità della figlia è il coinvolgente racconto che Mariella Fanfarillo fa del percorso di transizione della sua Esther, sottopostasi nel mese d'agosto in Thailandia all'intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.

Quello della 18enne è un caso di cui si sono ampiamente interessati, lo scorso anno, i media perché il 25 luglio 2017 il Tribunale di Frosinone aveva concesso all’allora Lorenzo, benché in età minorile, la rettifica dei dati anagrafrici senza previo intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.

Il libro, che uscirà a giorni per i tipi catanesi Villaggio Maori, «non ha la pretesa di porsi - così osserva l'autrice come un "manuale del bravo genitore di un figlio disforico", ma come un messaggio di positività per tutt* coloro che si sentano spaventat* e spaesat* di fronte a una realtà della quale si parla poco e, spesso, in maniera scorretta. [...] Non si diventa maschi o femmine, lo si è e i nostr* figl* crescono seren* finché non si scontrano con una realtà che li fa sentire divers* dal momento che il loro sesso biologico non corrisponde al genere al quale sentono di appartenere».

Un diario, appunto, nel quale Mariella ripercorre i momenti salienti del percorso di transizione della figlia. Percorso che, però, sente anche proprio perché lei stessa si è messa in discussione, ha elaborato dolori e condiviso gioie per le piccole e grandi conquiste di sua figlia, diventandone la migliore alleata.

Ci racconta Mariella: «Nel momento in cui ho capito che mio figlio è mia figlia e mia figlia è mio figlio, mi sono resa conto che dovevo dire addio soltanto a un nome che avevo scelto e pronunciato per sedici anni con amore. Dentro di me c'è spazio per entrambi, senza sensi di colpa»

Un libro, il suo, che parla di amore ma che, allo stesso tempo, è un atto di accusa verso la politica, le istituzioni e una società indifferenti nei confronti di una realtà spesso stigmatizzata e oscurata.

Ed è proprio d’un volto noto del mondo parlamentare quale Monica Cirinnà la prefazione di Senza rosa né celeste, la cui postfazione è stata invece redatta dall’avvocato Tito Flagella.

La senatrice non può far a meno di muovere un fermo j’accuse contro una «legge vecchia, anzi obsoleta, con i suoi protocolli ormai datati, contro i quali si deve combattere per poter affermare in piena libertà le proprie scelte di vita. Quelle leggi e quei protocolli devono essere cambiati, perché devono rispondere ai bisogni nuovi di una società in continua evoluzione.

Infine le Corti, i giudici, il terzo potere sancito in Costituzione, quello al quale il cittadino si rivolge quando la politica non dà risposte; forse lento, forse cauto per certi versi, ma sempre attento all’evoluzione della società, ai cambiamenti presenti in quella comunità di individui che costituiscono lo Stato. È questa attenzione al nuovo, al cambiamento, che ha permesso alla giurisprudenza, con le sue sentenze, di supplire alla latitanza della politica, e al suo peggior vizio: decidere di non decidere.

Uniti nella diversità, questo è il motto dell’Unione Europea, questo è quello spirito guida che ci permette la convivenza, il rispetto, la lotta alle diseguaglianze, che deve spingere il legislatore all’altruismo per il bene comune della collettività: nessuno deve rimanere emarginato o discriminato, a meno che non si voglia sancire il fallimento della politica. La Repubblica non può discriminare i propri cittadini.

Il coraggio di una madre verso il proprio figlio vi farà versare lacrime "dolci" e comprendere i limiti del rispetto e dell’Amore».

Il conquidente racconto autobiografico di Mariella Fanfarillo sarà presentato la prima volta il 26 ottobre presso la Biblioteca Comunale Luigi Ceci d’Alatri (Fr) nell’ambito del convegno Diversi Diritti che, moderato dal caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, vedrà intervenire la senatrice Monica Cirinnà, l’avvocato Tito Flagella, la presidente di Famiglie Arcobaleno Marilena Grassadonia, il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli.

convegno

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«Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere».

Queste parole, pronunciate da Papa Francesco durante il volo aereo da Dublino, sono bastate per far esplodere un’ampia polemica in seno alla collettività Lgbti e non solo. Basti pensare a Mario Adinolfi che ha subito esultato su Facebok, trovando nelle dichiarazioni bergogliane una riprova delle sue tesi.

Si è infatti evinto che Francesco volesse sostenere la patologizzazione dell'omosessualità e difendere le terapie riparative, avendo di fatto invocato l’ausilio della psichiatria.

Parole indubbiamente infelici, quelle di Bergoglio, ma per una cui corretta valutazione è necessario tenere conto di due elementi di fondo.

In primo luogo, che esse sono state pronunciate a braccio da un uomo 81enne con una padronanza non felice della lingua italiana e una conoscenza non esaustiva di certe tematiche.

In secondo luogo, che bisogna leggerle nel loro intero contestoEsse fanno infatti parte di un’ampia risposta data dal Papa a un giornalista, che gli aveva chiesto: «Cosa direbbe a un papà cattolico, il cui figlio gli dicesse di essere omosessuale e di voler andare a convivere col proprio compagno?».

Ed ccco la risposta integrale: «Sempre ci sono stati gli omosessuali e le persone con tendenze omosessuali. Sempre. Dicono i sociologi – e non so se è vero –  che nei tempi di cambiamento d’epoca crescono questi fenomeni sociali, etici. Uno di loro sarebbe questo. Questa è l’opinione di alcuni sociologi.

La tua domanda è chiara: Cosa direi a un papà che vede suo figlio o sua figlia che ha quella tendenza? Direi: primo, di pregare. Preghi. Non condannare. Dialogare, capire e fare spazio al figlio e alla figlia. Fare spazio perché si esprima.

Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere.

Ma io mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare un figlio o una figlia con tendenza omosessuale è mancanza di paternità o maternità. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia, come sei. Io sono tua padre e tua madre: Parliamo.

Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia hanno diritto a una famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e della maternità».

Dall’intera risposta si evince che il Papa non stesse affato pensando all'omosessualità come condizione patologizzante. Altrimenti avrebbe dovuto fare riferimento a ogni fase della vita di una persona gay o lesbica e non porre un distinguo tra minore e maggiore età. È un dato di fatto che le terapie riparative poggiano su un tale assunto e vengono di fatto purtroppo applicate tanto su minori (circa i quali sono divenute fortunatamente reato in non pochi Stati) quanto su maggiorenni.

Dicendo inoltre subito dopo che un padre e una madre devono accettare un figlio o una figlia omosessuale per come sono, ha di fatto sostenuto che l'omosessualità è una condizione esistenziale e non modificabile, sulla quale non c'è da esprimere alcun giudizio. Un modus essendi al pari di quello eterosessuale.

Tutto il contesto fa dunque presupporre che Bergoglio abbia confuso psichiatria con psicologia, intesa quale supporto di cui possano servirsi genitori di minori omosessuali incapaci di saper affrontare una tale realtà. Non è un caso che quasi alla fine abbia detto: Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto.

D’altra parte, prima che Gaynews desse la trascrizione integrale della registrazione audio, gli stessi quotidiani e agenzie di stampa avevano sostituito psichiatria con psicologia, mentre la parola psichiatria veniva già espunta il 26 agosto dalla versione ufficiale dell'intervista sul sito della Santa Sede.

Per saperne di più abbiamo contattato il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi , presidente dell’Onig e della Fondazione Genere Identità Cultura, che ha dichiarato: «Da una lettura attenta e integrale dell’intervista non traspare condanna nei confronti delle persone gay e lesbiche ma apertura e comprensione.

Alcuni ragazzi gay o ragazze lesbiche, soprattutto quelli e quelle che vivono in contesti omofobico, possono sentirsi turbati o a disagio confrontandosi con il loro orientamento omosessuale. In tali casi può essere utile l’intervento di un esperto (psicologo, psichiatra o psicoterapeuta purché, ovviamente, ben formato nell’affrontare tali questioni) che li rassereni e li aiuti a vivere serenamente i loro sentimenti.

Altrettanto è vero per i loro genitori che la società non ha preparato ad affrontare in modo sereno tale problematica. Mi è spesso capitato di incontrare genitori angosciati rispetto al coming out del figlio o della figlia, che si chiedevano di chi fosse la colpa. In molti casi è stato sufficiente un colloquio di chiarificazione che li ha aiutati a superare stereotipi e pregiudizi.

L’invito, dunque, del Papa a dialogare e a rompere il muro del silenzio mi sembra un messaggio efficace per i genitori e le famiglie perché non allontanino più i propri figli di casa a cuor leggero né nutrano verso gli stessi sentimenti di disapprovazione e di condanna.

Ben venga che l’università, il mondo della scuola, le facoltà di teologia si impegnino a promuovere una cultura della differenza. Ricordo, a tal proposito, che presso l’università di Napoli Federico II c’è un servizio ad hoc attivato».

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Dovrà essere sottoposto ai voti del Bundestag ma il progetto di legge, approvato il 15 agosto dal governo federale tedesco, pone la Germania in posizione antesignana tra i Paesi Ue. Sarà infatti consentita una terza opzione di genere sui certificati di nascita per i bambini intersessuali

La coalizione guidata dalla cancelliera Angela Merkel ha così aperto agli stessi la possibilità di una registrazione del loro genere come "diverso”.

La legge è diretta conseguenza di una sentenza della Corte federale di giustizia che, nel novembre 2017, ha riconosciuto come discriminatorie delle persone intersessuali le norme allora vigenti sullo stato civile. Dal 2013, infatti, era consentito che fossero registrati senza alcun riferimento di genere (maschile o femminile) i bambini nati con caratteristiche di entrambi i sessi.

Soddisfazione e plauso per quanto attuato dal governo mercoledì sono state espressi dalla ministra della Giustizia Katarina Barley che, parlando di una normativa attesa «ormai da lungo tempo», ha sottolineato come «nessuno possa essere discriminato a causa della sua identità sessuale».

Contattato da Gaynews, il prof. Paolo Valerio, docente ordinario di Psicologia clinica presso l'Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura, ha dichiarato: «Il progetto di legge approvato dal governo tedesco rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto alla depatologizzazione e alla destigmatizzazione della condizione intersessuale e auspicabilmente ridurrà la richiesta da parte dei genitori di sottoporre i bambini e le bambine con genitali atipici a quegli interventi definiti dalla letteratura scientifica più avanzata genital cuttings.

Dovrebbe altresì scoraggiare i chirurghi ad effettuare tali interventi, lasciando alle persone intersessuali l’opportunità di autodeterminarsi rispetto alla loro condizione .

D’altra parte in Italia il Comitato nazionale di Bioetica ha deliberato che bambini e bambine con genitali atipici non debbono essere sottoposti a interventi di “cosmesi” chirurgica e che interventi sui genitali debbano essere realizzati solo in quei casi in cui è necessario intervenire chirurgicamente per salvaguardare lo stato di salute della persona».

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Ha fatto molto discutere, nei giorni scorsi, la vicenda delle cinque educatrici della Coop Dolce, che a Casalecchio di Reno (Bo) gestisce il centro estivo della scuola d’infanzia Meridiana. Come noto, esse hanno coinvolto i bambini d’età prescolare in attività ludiche ispirate al Pride di Bologna.

Guidati dalle educatrici, i piccoli hanno infatti realizzato disegni con cuori, scritte del tipo Viva l’amore e, dopo essersi colorati il viso coi colori dell’arcobaleno, hanno prodotto un cartellone con la didascalia Oggi ci siamo dipinti la faccia per festeggiare insieme il Gay Pride!!!.

Riportata dal nostro quotidiano e dalle maggiori testate giornalistiche italiane, la vicenda ha sollevato un polverone di critiche e condanne, tra cui quelle del ministro Lorenzo Fontana, del deputato forzista Galeazzo Bignami, del senatore centrista  Pier Ferdinando Casini e di Generazione Famiglia, che è ricorsa al tema bergogliano della colonizzazione ideologica con riferimento alla gender theory.

Proprio per questo, abbiamo deciso di chiedere un parere scientifico al prof. Paolo Valerio, docente ordinario di Psicologia clinica presso l'Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, le attività ludiche ispirate al Gay Pride, proposte dalle educatrici della Coop Dolce, sono davvero un gioco che può definirsi “inadatto” o “pericoloso” per i bambini?

Direi di no. La cosa veramente importante è veicolare ai bambini informazioni corrette affinché possano comprendere il mondo in cui vivono. È giusto che queste informazioni siano trasmesse con un linguaggio idoneo e con le giuste modalità.

Anche il Gay Pride è un fenomeno che esiste nel mondo in cui i bambini vivono e, dunque, è giusto spiegarne ai bambini il significato. Ai bambini non bisogna nascondere nulla.

Il gioco, dunque, può essere un canale per comunicare questi significati ai bambini?

Ovviamente sì. Ricordo che, durante uno dei miei ultimi viaggi, ho trovato in una libreria inglese un volume dal titolo Come spiegare il Gay Pride ai bambini. Il gioco è un buon mezzo per formare i più piccoli alla cultura della differenza e al rispetto per l’altro.

Dunque, sbaglia chi giudica questi metodi pericolosi per l’equilibrio dei bambini?

Non sono certo questi giochi che influenzano il nostro orientamento sessuale. Se è questo il timore di chi ha mosso le critiche alla scuola di Casalecchio, allora esso è del tutto infondato. L’orientamento sessuale degli individui non è influenzato dall’esterno: è una caratteristica del nostro essere.

Del resto, mi piace ricordare che all’ultimo Pride svoltosi a Napoli, sabato 14 luglio, c’era il coloratissimo trenino delle Famiglie Arcobaleno ed era pieno di bambini felici, che erano perfettamente a proprio agio nella folla arcobaleno della parata!

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Su Il Messaggero di domenica 29 aprile è apparsa un’intervista al giurista Francesco Paolo Casavola, già presidente della Corte Costituzionale e del Comitato nazionale per la Bioetica, a seguito della decisione presa da alcuni sindaci di trascrivere gli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali con l’indicazione anagrafica della doppia genitorialità.

Rispondendo a una relativa richiesta di valutazione da parte della giornalista Sara Menafra, Casavola ha dichiarato: «La domanda da porsi è: quale sarà l’avvenire di un bambino che ha due padri e due madri? Avrà le stesse opportunità di sviluppo umano di quelli che hanno avuto per millenni i padri e le madri? La costituzione del genere o altri aspetti della personalità potrebbero essere viziati dal fatto che ha avuto due madri o due padri?».

Incalzato dall’intervistatrice, che sollevava l’eventuale caso d’un bambino orfano di padre cresciuto da madre e nonna, l’ex presidente della Consulta ha ribattuto: «Un’idea è il caso eccezionale, altro è il modello che si impone a tutti, vincolante alla pari della famiglia eterosessuale (…). Questi modelli non sono fungibili, intercambiabili, hanno effetti sul caso umano o personale, non si può dire che una cosa vale un’altra». Per il giurista, infine, registrare anagraficamente bambini nati all’estero tramite la pratica della gpa altro non è se non «copertura ad azioni di mercato».

Sulle dichiarazioni di Casavola in riferimento, soprattutto, al tema dello sviluppo umano e del futuro benessere psichico dei figli di coppie omogenitoriali, abbiamo chiesto il parere del prof. Paolo Valerio, docente di psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, sono fondate le preoccupazioni del presidente Casavola sull’avvenire di un bambino o una bambina che ha due madri o due padri?

Le preoccupazioni del presidente Casavola non tengono conto degli esiti della ricerca scientifica che hanno ampiamente dimostrato che i figli di coppie di persone omosessuali non manifestano problemi psicologici rispetto ai figli di coppie di persone eterosessuali. Gli unici problemi che vivono i figli di coppie omogenitoriali sono i pregiudizi evidenti in dichiarazioni come quelle rilasciate da Casavola, appartenente a una generazione che approcciava l’omosessualità come una malattia. Questo tipo di dichiarazioni possono indirettamente danneggiare il benessere dei figli delle coppie omosessuali e diffondono, inoltre, stigma e discriminazioni.

Si potrebbe dunque ravvisare del pregiudizio alla base delle affermazioni di Casavola?

Penso di sì, purtroppo. Faccio un esempio: quando ero bambino e avevo 10 anni – oggi ne ho 70 – fui invitato alla festa di compleanno di un mio compagno di classe ma i miei genitori non vollero farmi andare: sa perché? Perché si trattava del figlio di una coppia di separati: all’epoca non era ancora presente il divorzio nel nostro ordinamento e i figli delle coppie di persone separate subivano un evidente pregiudizio sociale. Oggi nessun genitore vieterebbe al proprio figlio di frequentare un figlio di divorziati. Eppure in passato è accaduto. Oggi i figli delle coppie omogenitoriali subiscono lo stesso stigma e le parole di Casavola ne sono la prova.

Come è necessario fare, a suo parere, per eliminare un simile pregiudizio?

Dobbiamo essere chiari e informare in maniera corretta per promuovere una cultura della differenza che rispetti tutte e tutti sapendo che sono proprio i pregiudizi, e non il fatto di avere due genitori omosessuali, a nuocere alla salute mentale degli individui.

A supporto di quanto dico ricordo che l’Ufficio superiore di Sanità ha creato un centro specifico di medicina di genere. Centro, finalizzato a individuare e prevenire tutte le conseguenze, sul piano della salute mentale, dei pregiudizi e dello stigma con cui le persone Lgbti sono ancora costrette a misurarsi nel corso della propria vita.

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«Una responsabile Disney ha detto che stanno valutando se Elsa potrà diventare gay? Ogni adulto fa quello che vuole, ma ci stanno preparando ad un mondo al contrario». Con queste battute, riprese dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, Matteo Salvini chiudeva la sua campagna elettorale il 2 marzo scorso. Parole che, legate ad alcune dichiarazioni probabiliste di Jennifer Lee, scrittrice e regista del film animato disneyano Frozen («Stiamo affrontando il tema, ne stiamo parlando. Sarà la stessa Elsa a dirmi dove condurla»), hanno suscitato in non pochi un mix di reazioni tra lo sconcerto e l’ilarità.

A distanza di poco più di dieci giorni le parole salviniane, soprattutto in ragione del contesto in cui sono state pronunciate, sono state criticate dallo psicologo e psicoterapeuta dell’età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco. Il medico, direttore dell’Istituto romano di Ortofonologia, ha infatti rilevato come il parlare di un tale argomento in campagna elettorale sia stato «un guaio perché dà una connotazione politica a situazioni che devono essere legate a buon senso ed equilibrio. E non ad una spinta di un partito o di un altro. E non deve esserci un legame con una ideologia di un partito»

Alla luce della personale esperienza Bianchi si è detto «convinto di due cose. I sentimenti e le affettività presenti nei bambini e negli adolescenti possono essere etero od omosessuali. E questo non va mai criticato, giudicato o contrastato. Quello che accade nella realtà, ma anche in quella cinematografica, è che in tantissimi film per adulti c'è sempre una storia o una relazione omosessuale, che può avere una logica per la società che stiamo vivendo. Il problema vero è che gli adulti non devono mai influenzare le scelte dei minori».

Con riferimento al bacio tra Madonna e Britney Spears sul palco degli Mtv Video Music Awards, che fu poi «ricopiato e sperimentato da centinaia di migliaia di ragazzi», lo psicologo ha così concluso: «Sarà pure una scelta che paga commercialmente, ma non è corretto spingere sui bambini, mentre gli adulti hanno la possibilità di scegliere in quanto persone mature».

In disaccordo con l’ultima parte delle dichiarazioni di Bianchi in quanto consentanee a quelle degli antigenderisti si è però dichiarato il prof. Paolo Valerio, docente ordinario di psicologia clinica presso l’università Federico II di Napoli e direttore del Centro di Ateneo SInAPSi , che ha detto a Gaynews: «La famiglia, la scuola, la cultura e la società in generale, che è fortemente connotata da un’ideologia eteronormativa, spingono l’adolescente a sviluppare le capacità richieste per un percorso eterosessuale e facilitano lo sviluppo e l’acquisizione di un’identità eterosessuale stabile attraverso i modelli da seguire, gli amici con cui condividere questa tappa cruciale dello sviluppo e le opportunità sentimentali.

In tale contesto la presa di coscienza e l’acquisizione di una identità omosessuale risulta essere più difficile e dolorosa sia per la mancanza d’informazioni corrette e di modelli positivi, a cui fare riferimento, sia per l’espressione continua di pregiudizi e atteggiamenti tanto negativi quanto ostili da parte della maggior parte delle persone verso le realtà non eterosessuali. Essere lesbica e gay dovrebbe configurarsi unicamente come una tra le tante caratteristiche dell’identità di una persona. Ma gli adolescenti gay e lesbiche possono avere più difficoltà a trovare informazioni attendibili e modelli positivi cui rifarsi, mentre vengono facilmente esposti ad atteggiamenti negativi verso l’omosessualità».

Ecco perché al riguardo, secondo Paolo Valerio, non c’è affatto influenza degli adulti sulle scelte dei minori ma solo «un’opportunità offerta alle giovani generazioni di trovare attraverso fiabe e cartoon modelli positivi a cui fare riferimento. Ciò avvantaggia tutta la popolazione giovanile perché promuove al suo interno una cultura della differenza e un superamento di stereotipi sessisti».

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Il 16 marzo si terrà a Napoli presso il Centro Congressi dell’università Federico II il convegno La salute delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender tra stigma e risorse: modelli a confronto. Organizzato dal Centro studi SInAPSi, diretto dal docente di psicologia clinica Paolo Valerio, e dall’Associazione italiana di psicologia, il simposio di studi si aprirà con la lectio magistralis di David M. Frost, docente di psicologia sociale presso l’University College London e già professore assistente presso la Columbia University e la San Francisco State University.

In preparazione all’evento partenopeo abbiamo rivolto alcune domande all’accademico d’origine newyorkese.

Professore Frost, le condizioni delle persone Lgbti sono indubbiamente migliorate in molti Paesi Occidentali. Che cosa resta da fare ancora a suo parere?

Nonostante sia vero che gli atteggiamenti verso le persone Lgbti stanno migliorando, almeno secondo i sondaggi di opinione, e che sia evidente che sempre più paesi stanno approvando leggi che riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso, ancora molto deve essere fatto per affrontare le disuguaglianze vissute dalle persone Lgbti. Ad esempio, nonostante sempre più Paesi stiano approvando leggi che consentono alle coppie costituite da persone dello stesso sesso un accesso egualitario ai diritti e ai privilegi del matrimonio, la stragrande maggioranza dei Paesi continua a non approvare questi leggi, mentre altri forniscono livelli separati e ineguali di riconoscimento legale.

I comportamenti omosessuali continuano ad essere criminalizzati in moltissimi paesi. La maggior parte dei Paesi non riconosce le identità di genere che non corrispondono al sesso assegnato alla nascita. E nonostante gli atteggiamenti pubblici siano diventati più tolleranti, molte persone, soprattutto anziane, mostrano ancors atteggiamenti negativi nei confronti delle persone Lgbti e delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Da cosa nasce lo stigma di cui sono spesso vittime le persone Lgbti?

È difficile stabilire la fonte esatta dello stigma, ma molti hanno sostenuto che questo è uno stigma radicato in ideologie sociali e culturali che sono avverse alla sessualità in generale e che svalutano le sessualità non eterosessuali e il comportamento sessuale non procreativo. Queste ideologie sociali e culturali si manifestano nelle nostre vite sotto forma di leggi e politiche che limitano l’accesso alle risorse e ai benefici e alla piena partecipazione delle persone Lgbti alla società, trattandole come cittadini di seconda classe.

Certamente la religione istituzionale ha giocato un ruolo nel perpetuare questo stigma, poiché molti hanno interpretato i testi religiosi fondamentali come svalutanti e/o proibitivi nei confronti del comportamento e dell’attrazione tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, molti studiosi di religione non sono d’accordo con tali interpretazioni, tanto che esistono diverse comunità religiose che sostengono tutti i loro membri, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Per prevenire le forme discriminatorie su cosa bisognerebbe puntare?

Abbiamo bisogno di una formazione continua su più livelli. Abbiamo bisogno di eliminare le leggi e le politiche che discriminano le persone Lgbti (ad es., criminalizzando il comportamento omosessuale, restringendo il matrimonio alle sole coppie eterosessuali, impedendo alle persone Lgbti di prestare servizio militare) e l’approvazione di leggi che impediscano la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (ad es., leggi che proibiscano la discriminazione nelle pratiche di assunzione e sul posto di lavoro, leggi anti-bullismo, ecc.).

Abbiamo anche bisogno di interventi sociali ed educativi che combattano i pregiudizi verso le persone Lgbti (ad es., campagne educative, introduzione delle questioni Lgbti nei programmi di educazione sessuale e di salute, e formazione degli insegnanti). E, per ultimo ma non meno importante, abbiamo bisogno di medici, psicologi e assistenti sociali che siano formati per una pratica rivolta alle persone Lgbti affermativa, in modo che le persone Lgbti che soffrono per lo stress indotto dai pregiudizi e dalle discriminazioni possano avere accesso a servizi medici e psicologici appropriati ed efficaci.

Quali sono i risultati raggiunti nel Regno Unito e negli Stati Uniti?

I risultati negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono promettenti, ma finora contrastanti. Vi sono evidenti risultati politici che hanno migliorato la vita delle persone Lgbti in entrambi i paesi, ad esempio l’accesso a un equo riconoscimento del matrimonio è ora disponibile negli Stati Uniti e in gran parte del Regno Unito (ad eccezione dell’Irlanda del Nord) e le persone transgender possono modificare i propri documenti ufficiali in accordo alla propria identità di genere in tutto il Regno Unito e in alcuni stati degli Stati Uniti. I sondaggi di opinione indicano che gli atteggiamenti nei confronti delle persone Lgbti sono diventati molto più favorevoli, specialmente tra le giovani generazioni.

Tuttavia, nonostante questi risultati, è importante non perdere di vista la continua discriminazione e il continuo pregiudizio esistenti in entrambi i paesi. Ad esempio, è possibile notare un aumento delle segnalazioni dei crimini d’odio commessi contro le persone Lgbti. Solo perché i sondaggi d’opinione mostrano atteggiamenti più favorevoli nei confronti delle persone Lgbti, ciò non significa che le forme più sottili e implicite di pregiudizio siano scomparse. Ad esempio, una persona potrebbe approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso in generale, ma non approvare o sostenere la relazione di un proprio familiare con una persona dello stesso sesso.

In breve, anche se abbiamo indubbiamente assistito a numerosi miglioramenti del clima sociale verso le persone Lgbti negli ultimi decenni, c’è ancora molto lavoro da fare per combattere i pregiudizi e le discriminazioni e migliorare la vita delle persone e delle famiglie Lgbti.

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