Il numero delle vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale sta aumentando esponenzialmente. Negli ultimi di tre anni, secondo l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), esso è cresciuto del 600%. È un commercio che assume strutture sempre più organizzate. È una forma moderna di schiavitù e di produzione di ricchezza per gli sfruttatori.

Per capirne di più, ne parliamo con Carmen Bertolazzigiornalista, attivista, presidente dell'associazione Ora d'Aria, impegnata nella difesa dei diritti delle persone transessuali/transgender detenute, vittime di tratta e in stato di vulnerabilità.

Quando parliamo di tratta non possiamo non parlare di prostituzione coatta. È cosi o facciamo un errore?

Oggi parlare di tratta di essere umani e di riduzione in schiavitù significa toccare differenti aspetti. Lo sfruttamento sessuale e lavorativo, la costrizione a compiere atti illegali o alla mendicità, ma anche a matrimoni forzati fino ad arrivare al commercio illegale di organi. Parliamo di mafie e organizzazioni internazionali che elaborano sempre nuove strategie per trarre guadagno dal prodotto che vale di più sul mercato criminale globale: il corpo umano.

Lo sfruttamento sessuale è certamente il più gettonato, per via dei profitti alti, senza registrare mai un calo della domanda per il sesso a pagamento

Le donne che vediamo oggi a prostituirsi in Europa e nel nostro Paese sono tutte vittime di tratta?

Occorre fare una doverosa distinzione. Il termine, ma ancor più il concetto di prostituzione, va declinato. Esiste una prostituzione scelta, e in questo caso si parla di sex worker, ossia di donne e uomini che decidono di avere rapporti sessuali a pagamento scegliendo loro con chi, per quanto e gestendo ovviamente in proprio gli introiti. Questa è una forma di prostituzione che si pratica oggi prevalentemente al chiuso e su internet, anche se non manca chi lavora ancora per strada.

Altra storia è la prostituzione coatta, ossia l’essere obbligati e sfruttati. Quando parliamo di tratta e di schiavitù sessuale, è evidente di cosa parliamo. È presente ovunque in Europa, e ovunque nel nostro Paese, dalla grande città al paesello, ed è la stragrande maggioranza. Difficile, se non impossibile dare delle cifre, anche se si parla del 90% di prostituzione coatta, soprattutto su strada. Tantissime e sempre in aumento, tragedia nella tragedia, le minorenni.

Potresti fare un profilo di una vittima di tratta e cosa viene costretta a sopportare?

Le persone vittime di tratta sono tutte straniere. In genere provengono da realtà sociali povere se non degradate, hanno una scolarizzazione bassa, sono spesso vittime di violenze e molestie già dall’infanzia. Insomma sono le persone più vulnerabili nel loro contesto d’origine che, con disperazione, cercano una vita migliore. Sono le più fragili nel rapporto con chi propone facili soluzioni e non si rendono conto che l’offerta è una trappola. Un viaggio infernale, rischio di morire, abuso e violenze durante il tragitto, ricatti alla famiglia per costringere i parenti a pagare alzando continuamente il prezzo. E, poi, condizioni disumane di vita e di sfruttamento in Italia, e un debito infinito che le inchioda al marciapiede.

C'è una tratta anche maschile? E come funziona? Oppure i maschi sfruttano il loro privilegio di essere maschi e si gestiscono da soli la loro prostituzione?

Non si può parlare di una vera e propria tratta organizzata allo scopo di sfruttamento sessuale al maschile: loro sono destinati prevalentemente allo sfruttamento lavorativo. Ma nel passato abbiamo visto giovani dell’Est che si prostituivano organizzati da altri connazionali. Personalmente mi è capitato di seguir ragazzi gay del centro-sud America destinati al mercato della prostituzione ma con l’obbligo di travestirsi da donna. Poi, una volta entrati nel progetto, hanno ripreso a vivere serenamente il loro orientamento sessuale. O a viversi liberamente una realtà di bisessualità o queer. Come scelta e desiderio.

Quali sono i principali Paesi d'origine? 

Per le donne prevale oggi la Nigeria. Per le persone trans il Brasile, oltre la Colombia e l’Argentina.

Se una donna o un uomo vittime di tratta volessero ribellarsi, cosa possono fare? 

Sono molteplici le possibilità di fuoriuscita. Esiste il numero verde (800290290). Molte sono le unità di strada che intercettano le vittime per strada. E un ruolo lo svolgono anche i clienti che spesso instaurano un rapporto di amicizia, se non affettivo, con le vittime, le aiutano a scappare e a mettersi in contatto con i progetti di fuoriuscita. Molte vittime di tratta vengono portate dagli sfruttatori alle Commissioni territoriali allo scopo di ottenere un permesso come richiedenti protezione internazionale e in questa sede possono essere intercettate e chiedere aiuto. Se molti non si voltassero dall’altra parte, si potrebbe fare molto di più. Penso anche ai proprietari che affittano le loro case agli sfruttatori dove vengono richiuse le vittime, ai vicini di pianerottolo che le vedono. Insomma, a tutti noi.

Da essere vittima della tratta e prostituzione a sex worker: è possibile?

Certo che è possibile. In Italia la prostituzione non è un reato, purché non vi sia sfruttamento. Le vittime arrivano illegalmente e durante il percorso nei progetti di fuoriuscita e di protezione è doveroso dare loro altre opportunità, come una scolarizzazione, una formazione e un inserimento lavorativo. Serve loro per ottenere un permesso regolare per restare nel nostro Paese e per percorrere un cammino di integrazione. Poi, altro rientra nelle ùscelte personali. Alcune vittime della tratta riescono a pagare il debito e poi continuano a prostituirsi senza gli sfruttatori, o almeno a condizioni diverse.

Persone trans vittime di tratta: qual è la tua esperienza ? 

Rappresentano le invisibili e sono discriminate anche in questa realtà. Le persone transgender vittime di tratta sono numerose, ma a loro si presta scarsa attenzione. Vengono considerate poco affidabili. Pare, inoltre, che le loro denunce valgano meno delle altre. E fino a poco tempo fa nessuno offriva loro una via d’uscita. Ora le cose sono cambiate: l’associazione Ora d’Aria gestisce da una decina di anni due case riservate a vittime trans all’interno di un progetto finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e promosso dalla Regione Lazio. Ma anche in altre regioni vi sono ospitalità riservate a loro.

Arrivano con gravi problemi di salute, con dipendenze, con un uso smodato di ormoni e di silicone e un loro inserimento nella collettività non è semplice, soprattutto nel mondo del lavoro. Si fa fatica persino a trovare un’azienda disponibile a ospitarle in borsa lavoro seppur pagata dal progetto. Alcune hanno deciso per l’intervento chirurgico, altre no. E, ora, anche per loro chiederemo l’adeguamento anagrafico. Il cammino per i diritti è ancora lungo.

 

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Giurista, attivista e cofondatore dell’associazione Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford, il 43enne Antonio Rotelli è candidato alla Camera nel collegio uninominale di Martina Franca (Ba) nella lista di Liberi e Uguali con Pietro Grasso Presidente (LeU).

A darne notizia lo stesso avvocato pugliese in un post pubblicato sulla propria pagina Fb il 30 gennaio scorso. Oggi a Gaynews spiega meglio il perché di questa candidatura e gli obiettivi a essa sottesi.

Il cofondatore di Rete Lenford scende in politica: cosa l’ha spinta a questa scelta?

‘Scendere in politica’ mi evoca Berlusconi e mi fa fuggire. Più semplicemente mi è stato chiesto di candidarmi e ho accettato dopo una notte insonne di riflessioni. Mi sono ‘giudicato’ e mi trovavo colpevole di indifferenza e disimpegno nel caso di mancata accettazione.

Perché Liberi e Uguali?

Non ho mai avuto una tessera di partito, ma faccio politica da sempre. Tutte le mie battaglie civili, sempre dall’interno di associazioni, hanno sollecitato la politica e l’hanno cambiata. La mia collocazione è in quell’area che considera l’agire politico conformato alla solidarietà, alla lotta alle ingiustizie, alla dignità del lavoro, alla valorizzazione delle differenze, alla costruzione di un’economia al servizio degli esseri umani e al rispetto della natura. In LeU, nel suo programma, questi elementi ci sono, pur sentendomi un indipendente.

Quali sono i temi Lgbti di cui parlerà in campagna elettorale e, qualora eletto, per i quali si batterà in Parlamento?

Con una battuta mi verrebbe da dire che i temi Lgbti parlano per me in questa campagna elettorale. Ci sono due cose che i concittadini apprezzano di me: che ho fatto battaglie per l’affermazione di tutti i diritti fondamentali delle persone Lgbti e sono un tecnico della politica.

Nel programma elettorale di LeU ci sono tre affermazioni per me fondamentali: autodeterminazione di tutte le persone, anche quelle trans; parità di diritti per le famiglie, anche nell’accesso al matrimonio; riconoscimento pieno della genitorialità, anche in materia di adozione. Sono le mie tre stelle polari, alle quali ne aggiungo una quarta, legata in maniera inestricabile con i nostri temi: la parità di genere, la lotta agli stereotipi e quella senza campo alla violenza sulle donne.

Legge 40 e Gpa. Come giudica le recenti posizioni di ArciLesbica e la petizione ai Segretari di partito per il no alla surrogata?

Sono sideralmente distante dalle posizioni di ArciLesbica. La gestazione per altri è un argomento complesso sul quale è necessario discutere, ma considerarla in sé una forma di sfruttamento è una pretesa assiomatica. Combattiamo ogni forma di sfruttamento e degradazione del corpo femminile, ma lasciamo alle donne la possibilità, regolamentata, di partecipare ad un progetto di gpa.

Rotelli e Rete Lenford sono stati sempre critici nei riguardi della legge sulle unioni civili. Perché?

Non voglio aprire o riaprire polemiche su questo tema. La mia critica è sempre stata rivolta al percorso che ha portato alle unioni civili e al merito della proposta, ma ho anche sempre detto che qualunque legge il Parlamento avesse approvato, sarebbe stata il nuovo punto di partenza per la battaglia verso l’uguaglianza. Ora siamo in questa situazione, dove la legge c’è e bisogna superarla, perché le unioni civili regolano dei diritti e dei doveri, ma discriminano le famiglie formate da persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Siamo di fronte a due realtà diseguali fin dal “lessico familiare”, che nelle unioni civili manca. La recente sentenza della Corte costituzionale austriaca, come pure il provvedimento della Corte interamericana dei diritti umani, possono essere un aiuto per tutta la nostra comunità per far ripartire la battaglia per la piena uguaglianza. Rete Lenford, dal canto suo, non si è mai fermata. Ha già ottenuto importanti sentenze su aspetti della legge che si prestavano ad applicazioni discriminatorie e ha portato la legge dinanzi alla Corte costituzionale sulla questione del cognome.

Avvocato Rotelli, lei ha annunciato in un post di lasciare Rete Lenford. Non si sentirà un po’ orfano?

È stata la scelta più difficile che ho dovuto prendere. Ma ho con me la carica che mi hanno dato i soci, le socie e gli aderenti con le loro mail e i messaggi con cui mi hanno salutato. Ho capito una volta di più che sono una persona fortunata.

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Il Consiglio regionale della Campania ha approvato ieri, con il solo voto contrario del consigliere Luciano Passariello (Fratelli d’Italia), una mozione proposta da Carmine De Pascale (De Luca Presidente) su le/gli studenti universitari trasgender.

La mozione Attività di sensibilizzazione all'utilizzo della procedura cd "Alias" negli Atenei della Campania si propone d'impegnare il governo regionale a promuovere una campagna di sensibilizzazione volta a sollecitare tutte le università pubbliche campane in vista d'una concreta integrazione sociale delle persone trans.

Grazie al profilo alias, infatti, le persone transgender, che stanno frequentando corsi universitari, possono richiedere e attivare un profilo temporaneo per la gestione della carriera in cui viene riportato il nome che più corrisponde al genere percepito. E questo senza che si siano sottoposte a intervento di riattribuzione chirurgica del sesso o abbiano ottenuto per via giurisprudenziale la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento. Il tutto è reso possibile dalla creazione, da parte delle Università, di un profilo alias sui sistemi informatici per salvaguardare e tutelare la dignità personale.

Immediata la reazione di Passariello che ha commentato: «La mozione del consigliere regionale Carmine De Pascale sull'attività di sensibilizzazione per l'integrazione delle persone Lgbt negli atenei universitari campani è semplicemente scandalosa. Partendo dal presupposto che siamo nel campo delle competenze statali, quindi ben lontane dall'attività e funzione che noi consiglieri regionali possiamo e dobbiamo svolgere, presentare questo tipo di proposte appare meramente strumentale a gettare fumo negli occhi per una manciata di voti a pochi giorni dall'elezioni politiche nazionali.

Ci opporremo con tutte le nostre forze: Fratelli d'Italia difende la famiglia tradizionale in ogni sede e, di certo, l'università non è il luogo adatto a sollecitare tali iniziative».

Per il professore Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso la Federico II e direttore del Centro di Ateneo SInAPSi, si tratta al contrario di «un grande passo in avanti verso un’università inclusiva, capace di offrire a tutte e tutti pari opportunità.

Nel passato alcune e alcuni giovani trans hanno dovuto dolorosamente rinunciare agli studi, sentendosi discriminati e imbarazzati nel rendere manifesta la discordanza esistente tra il genere percepito  - e, dunque, la manifestazione di esso attraverso comportamenti, abbigliamento, estetica - e i dati anagrafici riportati sui propri documenti universitari. Sono orgoglioso di  appartenere a un ateneo che offre l’identità alias non solo a studenti ma anche all’intero personale docente e non docente. In Italia, oltre alla Federico II, ciò è garantito dalla sola Università degli studi di Verona».

E al consigliere Passariello, che fa «appello alla Crui (Conferenza dei rettori universitari) affinchè prendano una netta distanza e rivendichino autonomia decisionale su queste attività», il prof. Valerio ribatte: «Mi auguro che la Crui estenda una tale garanzia a tutti gli atenei pubblici italiani».

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Presidente onoraria del Mit, dopo esserne stata a capo dal 2010 al 2017, Porpora Marcasciano è una figura storica del transfemminismo italiano e autentica voce libera della collettività Lgbti.

Il suo impegno attivistico è andato sempre di pari passo con quello culturale. Anzi l’uno ha vicendevolmente sostanziato l’altro. Tangibile riprova ne sono i volumi Tra le rose e le viole. La storia e le storie di transessuali e travestiti (Manifesto Libri, 2002), AntoloGaia. Sesso, genere e cultura degli anni ’70 (Il dito e la luna, 2007), Favolose Narranti. Storie di transessuali (Manifesto Libri, 2008).

A questi si aggiunge ora L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender, edito per i tipi romani Alegre. Porpora ce ne parla in esclusiva a poche ore dalla messa in commercio del volume

Porpora Marcasciano torna con il libro L’aurora delle trans cattive. Chi sono le trans cattive e perché l’aurora?

L’Aurora è luce, è l’inizio delle cose e quindi della visibilità. È tutta quella parte di storia trans e non solo, rimasta in penombra, che va restituita alla nostra contemporaneità. Aurora è anche il nome dell’incrociatore che bombardò il Palazzo d’Inverno dando avvio alla Rivoluzione d’Ottobre.

Nel libro affermi: “Se ti battezzano per disforica è chiaro che disforicamente ti costruisci”. Qual è il suggerimento di Porpora alle giovani generazioni trans e non solo?

È difficile dare suggerimenti specialmente nell’epoca dei social dove qualsiasi cosa, parola, azione diventa tutto e il contrario di tutto. Il suggerimento è insito nella testimonianza riportata nel mio libro ed è quella di costruire senso e significato trans che non è il mio o di qualcun altro ma responsabilità collettiva. Se si pone al centro del mondo e della propria vita il proprio transito senza collegarlo al mondo/contesto circostante diventa automatico che si resta inchiodati allo studio dello psichiatra, a quello dell’endocrinologo o alla sala operatoria. Penso che l’esperienza trans sia molto più ricca, complessa e interessante del percorso medicalizzato e medicalizzante. Non voglio assolutamente disconoscere  bisogni e  desideri che per loro peculiarità passano da quei contesti. Tantomeno disconoscere il discorso scientifico. Piuttosto togliergli centralità e allargare l’orizzonte delle proprie vite, mettendole in sinergie con tante altre esperienze altrettanto negate dal nostro sistema  

Incontri, racconti, vita quotidiana, strada, buio, luce, solidarietà, rispetto e favolosità. Queste sono le parole chiave che il mondo trans mi ha insegnato. E leggendo la premessa al tuo libro le ho ritrovate tutte. Ne manca qualcuna secondo te oggi?

Ne mancano tante! Del resto comincia a essere sotto gli occhi di tutti che il mondo (e l’Italia specialmente) si sia incarognito e imbruttito. Fino a qualche anno fa questa denuncia veniva liquidata come “retorica antagonista”. Bisognava sbatterci il muso per capire che la bellezza del mondo per essere goduta va difesa. Il fascismo, il razzismo, la violenza, la bruttura stanno dilagando, facendo scattare l’allarme. E pensare che solo qualche anno fa una delegazione Lgbt si recò in visita a CasaPound dicendo che erano bravi ragazzi e il problema era invece rappresentato dagli antagonisti: ve lo ricordate? Spero!

La foto della copertina del libro è bellissima. Perché l’hai scelta?

Intanto perché Lina Pallotta, che ne è autrice, ha seguito quasi tutta la mia vita carpendo le situazioni più importanti. E poi perché quella foto è orizzontale, evidenziando quindi il mondo attorno. Nel ritratto c’è Roberta Ferranti che è una delle pioniere dell’esperienza trans in Italia e Lucrezia che era la favolosità fatta trans.

Quando io andavo a ballare, diciamo più giovane, nei locali gay si diceva: no trans. E davanti alla porta del locale rimanevo stupito da tanta discriminazione. Esiste ancor oggi tutto questo?

Certo che esiste anche se molto più camuffato e sotterraneo. Prima era esplicito e diretto – tu non puoi -. Oggi quella stessa negazione, posta sui social viene neutralizzata dai tanti pro e contro di un infinito chiacchiericcio che permette a ognuno di sparare la propria. Il silenzio dignitoso oramai non ci appartiene più. E ritornano i mostri.

Il mondo trans con le sue problematiche , almeno qui in Italia, è sempre lasciato dietro le quinte su un politica che vede prevalentemente l’attenzione sul mondo che potremo definire prevalentemente “gay”. A tuo parere è solo una questione culturale?

Culturale e politica, visto che i due piani sono strettamente legati. Nel mio libro emerge chiaramente come la subcultura trans sia stata marginalizzata ma non dai nostri nemici storici, quanto piuttosto dai compagni di viaggio. Sylvia Rivera è l’esempio emblematico di attivista trans assorbita, neutralizzata ed esclusa dal movimento mainstream. Penso di poter dire che la stessa cosa sia successa da noi e nel resto del mondo. Fino a quando le persone trans non riprenderanno la parola e parleranno in prima persona della propria esperienza non ci sarà emancipazione. Il registro narrativo del movimento Lgbt degli ultimi 30 anni è stato diretto fondamentalmente da omosessuali maschi. Successivamente da esponenti politici che hanno neutralizzato vocabolario, attivismo, senso e significato

Anni ‘70, ‘80, ‘90, ‘2000. Dov’ è oggi la favolosità di allora “tra le rose e le viole”?

La favolosità per fortuna continua e cresce ma va rivitalizzata riprendendo confronto, dibattito e critica (quella costruttiva). Ho l’impressione che negli ultimi anni la scena trans abbia conquistato una sua centralità. La presa di parola mi sembra più centrale e centrata.

Nel tuo libro scrivi di meravigliose creature. Raccontane una.  

Ognuna di quelle creature era grande perché raccoglieva in sé tutte le altre. Raccoglievano l’essenza stessa della transessualità, rendendola collettiva. Non si  appariva se non si era e noi lo eravamo, con il corpo, con la rabbia, con la sessualità/sensualità, con le nostre parole. Eravamo collocate ai margini perché eravamo degenerate, cattive e quella era la nostra favolosa bellezza!

Quali sono ora i rapporti con le grandi o piccole associazioni Lgbt? Qual è, se c’è, il tuo rammarico più forte alla luce del mondo che rappresenti nel tuo libro e quale invece la tua gioia  più grande?

Il rammarico è quello di non incontrarsi più fisicamente ma solo virtualmente. Di non dirsi, non dibattere, non volere entrare nelle contraddizioni per risolverle. Del resto la crescita personale e collettiva passa attraverso il confronto sulle contraddizioni e mi sembra che non ci sia più attitudine a questo. Abbiamo più o meno 50 anni di storia e pensiamo di esserci detto già tutto, quando abbiamo ancora tutto da costruire.

Cosa direbbe Marcella di Folco di questo libro ai potenziale lettori?

Marcellona si sarebbe commossa e tra le lacrime avrebbe ringraziato. La caratteristica dei grandi personaggi è l’umiltà.

Dov’ è ora Porpora Marcasciano? Tra le buone  o le cattive?  

La mia risposta sarebbe scontata, quindi non la dico. Rispondo con una citazione di Michel Faucault che mi è sempre piaciuta tanto: No, non sono dove mi cercate ma qui da dove vi guardo ridendo.

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Me staje appennenn amò. Questo il nuovo single di Liberato, l’artista partenopeo la cui identità resta sconosciuta.

E con questo brano, il cui titolo nel gergo giovanile napoletano significa "Mi stai lasciando, amore”, si cantano amori finiti ma in un’ottica di speranza, di rinascita, di libertà. E per fare ciò il regista Francesco Lettieri, che ha realizzato il video di Me staje appennenn amò (come aveva già fatto per i precedenti singoli di Liberato da Nove maggio a Tu t’e scurdat’ ‘e me fino a Gaiola portafortuna), ha puntato sulla collettività Lgbti napoletana. Anzi, più precisamente sulle persone trans, che possono a ragione essere riguardate quale immagine e simbolo della città mediterranea.

Un video che inizia con le forte ed emozionanti dichiarazioni di Rosa Rubino, donna trasessuale che non ha mai taciuto «questa cosa qui ai miei familiari». Donna, che per vivere la propria identità di genere, ha combattuto a lungo tra enormi difficoltà. Ma riuscendo alla fine ad affermarsi. Riuscendo alla fine a non vedere più «il proprio futuro nero» come agli inizi. Riuscendo, alla soglia dei 60 anni, a diplomarsi con determinazione.

Nessuna solitudine dunque nella storyline iniziale. Perché quella di Rosa è la narrazione icastica di come l’amore sia l’unica cosa che conta, di come l’amore non conosca limiti di età, di classe e di genere.

Un inno all’amore, dunque, il suo. Un inno alla libertà e alla bellezza della vita come quello che è cantato nella storyline finale interpetrata da altre donne trans quali Barbie e Gabriella.

Giustamente Daniela Lourdes Falanga, cui si è rivolta in dicembre per consigli Francesco Lettieri, ha definito Me staje appennenn amò «una convincente e moderna allegoria della libertà e dell’amore. Quella libertà e quell'amore che non possono concretarsi se non nell’abbattimento del muro dei pregiudizi. Ecco, Rosa, Barbie, Gabriella e le altre ragazze rappresentano al vivo questo muro raso al suolo perché la libertà e l’amore possano realizzarsi».

Non resta dunque che gustare l’opera di Liberato/Lettieri, che in tre giorni ha già realizzato su YouTube oltre 500mila visualizzazioni. Un successo ottenuto anche grazie alla fattiva collaborazione di Arcigay Napoli e del suo presidente Antonello Sannino.

 

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Se ne parla poco ma i diritti delle persone Lgbti sono al centro del documento programmatico della neoformazione di sinistra Liberi e Uguali (LeU), votato il 17 dicembre all’assemblea nazionale di Brescia. Il testo si configura come un contributo al programma definitivo che sarà licenziato a breve.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Luca Trentini, storico attivista Lgbti e componente del coordinamento provinciale di LeU per l’area bresciana.

Luca, come si arrivati al documento votato il 17 dicembre scorso?

Il percorso per la definizione del programma di Liberi e Uguali è partito da un piccolo gruppo di lavoro costituito da me, Cathy La Torre, l'on. Daniele Farina, l'europarlamentare Elly Schlein, Francesca Druetti, Gianmarco Capogna, Michele Covolan, Raffaele Serra, Sara Prestianni, Elia De Caro e altri che hanno redatto il testo base su cui lavorare. Ci siamo poi ritrovati a Brescia domenica 17 Dicembre per la conferenza programmatica Diritti e Cittadinanze che ha approfondito i contenuti del programma in modo partecipato e ha scritto e votato il testo del documento programmatico Per una società dei diritti e dell'uguaglianza.

Quale l’approccio utilizzato per redigere il testo?

L'approccio che abbiamo voluto utilizzare parte dalla lettura della realtà. Dopo l'approvazione delle unioni civili, legge appena sufficiente ma pasticciata, le famiglie arcobaleno sono di fatto entrate per la prima volta nel diritto di famiglia. Non è quindi più necessario declinare i diritti civili come un capitolo separato o una richiesta specifica. Questi diritti vanno inseriti nel quadro più ampio di una riforma globale del diritto di famiglia italiano che vorremmo diventasse “diritto delle famiglie” a partire naturalmente dal fondamentale principio di uguaglianza. Tuttavia uguaglianza non significa omologazione. Dobbiamo essere uguali nei diritti e nelle possibilità, ma tutelando e riconoscendo le mille diversità e la pluralità delle identità come un bene e un arricchimento sociale. Infine abbiamo riaffermato l'importanza di uno stretto collegamento fra diritti civili e diritti sociali, da noi percepiti come i due polmoni in grado di ridare respiro a un Paese affannato.

Da un punto di vista contenustico quali sono i punti salienti?

Dal punto di vista dei contenuti il documento programmatico approvato a Brescia contiene la richiesta esplicita del matrimonio egualitario per le coppie di persone Lgbti e la riforma dell'adozione ordinaria che deve essere semplificata per tutte e tutti e aperta a single e a tutti i tipi di coppia. Sull'omogenitorialità proponiamo la riforma della legge 40 che permetta l'accesso alla pratica della procreazione assistita a tutte le donne, abolendo la discriminazione che oggi ne limita l'accesso alle solo donne in coppia eterosessuale. Il programma prevede il riconoscimento di entrambi i genitori all'atto di nascita del figlio per tutti i tipi di coppia e/o “l’adozione piena e legittimante” per i bambini che nascono o vivono in una famiglia con due genitori dello stesso sesso.

Per quel che riguarda i diritti delle persone trans, Liberi e Uguali sceglie la strada della depatologizzazione della condizione trans in virtù del principio di autodeterminazione, ma richiede anche la riforma della legge 164 dell’82 nell’ottica del superamento del passaggio giudiziario per la rettificazione dei dati anagrafici.

E sul fronte delle misure di contrasto all’omotransfobia?

Sotto il profilo dell'antidiscriminazione il nostro programma prevede l'estensione della legge Mancino contro gli atti di odio compiuti in virtù dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o rivolta a persone con diverse abilità. Parallelamente proponiamo progetti di educazione e sensibilizzazione a favore di ogni minoranza discriminata, che comprendano anche il superamento dello stigma delle persone che vivono con l’Hiv. Anche nel capitolo relativo alla scuola richiediamo interventi formativi sull'educazione affettiva, sessuale e delle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Anche per insegnanti, gli operatori sociosanitari e le famiglie proponiamo di inserire una formazione permanente che includa anche questi aspetti.

Una delle proposte concrete inserite nel programma è proprio la riforma dell'Unar (Ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali) che vorremmo fosse trasformato in Autorità nazionale Antidiscriminazioni. Un’agenzia indipendente dalla politica con poteri effettivi, anche sanzionatori, che vigili sull'applicazione dei trattati anti discriminatori internazionali nel nostro paese potrebbe essere un efficace strumento di contrasto all'odio e di sviluppo di una cultura delle differenze.

Il documento bresciano ha influito sulla discussione della successiva Assemblea del 7 gennaio?

Abbiamo portato queste idee all'Assemblea programmatica di Roma del 7 Gennaio grazie a due bellissimi interventi di Gianmarco Capogna e Cathy la Torre. Nella relazione programmatica votata da tutte e tutti i 1500 delegati è stato inserito il passaggio sulle unioni civili così: L’uguaglianza nei diritti: L'uguaglianza non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili. Abbiamo la necessità di riformare nel suo complesso il diritto di famiglia, che deve essere declinato al plurale, parlando di “famiglie” e includendo anche quelle di fatto e ogni altra forma di legame familiare. Il matrimonio deve essere un istituto unico, accessibile a tutte e tutti con il pieno ed eguale riconoscimento di tutti i legami affettivi, compresi quelli delle coppie Lgbti, una parità dei diritti anche sul piano della genitorialità. Sono necessari progetti formativi anche scolastici, efficaci sull’educazione affettiva, sessuale e alle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Dobbiamo introdurre misure efficaci dal punto di vista normativo per inasprire le pene e renderle efficaci per chi commette violenze con l’aggravante della discriminazione.

Il lavoro è stato molto partecipato e ha coinvolto centinaia di militanti. Il programma è stato votato all'unanimità e impegna tutte le candidate e i candidati. Credo che questi contenuti diano risposte concrete e prospettive utili alla comunità Lgbti, ma che segni un avanzamento per il Paese nel suo complesso perchè il progresso dei diritti è una questione che interessa tutte e tutti e ne migliora la vita. Valori come l'uguaglianza, l'autodeterminazione, la dignità, le differenze e hanno trovato spazio in un programma coraggioso e avanzato che coniuga in modo armonico i diritti sociali (lavoro, solidarietà, accoglienza, pensioni, salute, welfare), la tutela dei beni comuni (ambiente, sostenibilità, risorse, patrimonio artistico) con i diritti civili. La speranza è che molte elettrici ed elettori ci diano fiducia sulla base di questi contenuti.

Infine, ma Luca Trentini sarà candidato alle prossime elezioni?

Il mio nome è stato inserito nella rosa delle candidature proposte al tavolo nazionale e votato dall'assemblea di Liberi e Uguali della mia  circoscrizione elettorale. Vedremo se e dove si riterrà che il mio contributo possa essere utile.

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Nata ufficialmente agli inizi dello scorso mese d’agosto, l’associazione orlandiana Dems (Democrazia, Europa e Società) s’è riunita il 16 dicembre – pochi giorni prima dallo scioglimento delle Camere – nella sua prima assemblea nazionale. Nella cornice dell’auditorium romano Antonianum in via Manzoni si sono succeduti numerosi interventi centrati sull’obiettivo della kermesse. Quello, cioè, di costruire «insieme una nuova proposta per il centrosinistra».

Particolarmente interessante il contributo di Angelo Schillaci che, in veste di coordinatore, ha annunciato la costituzione del comitato tematico Dems Arcobaleno. Raggruppamento che, nato dall’esperienza della Squadra Arcobaleno per Orlando Segretario, vede coinvolte – come detto in quella sede da Schillaci, ricercatore di Diritto comparato alla Sapienza – «persone, con un bagaglio di esperienze ricco e plurale, che condividono la passione e le battaglie per i diritti civili».

Una composizione variegata, come quella dell’arcobaleno, costituita da esponenti della società civile nonché della politica territoriale e nazionale. Tra quest’ultimi si contano i nomi di Monica Cirinnà, Sergio Lo Giudice, Daniele Viotti.

Raggiunto telefonicamente, così Schillaci ha spiegato gli obiettivi del comitato tematico: «Vogliamo rappresentare dentro Dems e più estesamente nel partito un gruppo che nel metodo e nel merito porti avanti le battaglie per i diritti civili Lgbti e non solo.

Nel metodo, puntando su un partito che si apra, sappia parlare all’esterno e si confronti con le forze vive della società. Nel merito, riaffermando le nostre rivendicazioni classiche e fondamentali. Rivendicazioni, che faremo di tutto per portare nel programma del Pd: matrimonio egualitario, equiparazione piena di tutte le famiglie, responsabilità genitoriale alla nascita e riforma delle adozioni, legge contro l’omofobia, piena attenzione per le persone trans e intersex attraverso provvedimenti legislativi che diano pieno riconoscimento e tutela ai loro percorsi di vita e costruzione dell’identità.

Ma il nostro orizzonte non è limitato solo a un tale ambito. Crediamo infatti che i diritti Lgbti siano una componente essenziale e paradigmatica di una battaglia più ampia per i diritti, per l’uguaglianza e l’inclusione».

Parole, queste, condivise appieno dalla senatrice Cirinnà che ai nostri microfoni ha dichiarato: «La battaglia arcobaleno sintetizza in sé quella più ampia e fondamentale per la tutela e il riconoscimento di tutti i diritti umani e civili.

Questa è l’autentica cifra di un partito di centrosinistra che voglia dirsi ed essere tale. Fino a quando sussisterà al riguardo anche una sola minima disparità tra le persone le donne e gli uomini di sinistra non resteranno inoperosi. Noi almeno dei Dems Arcobaleno non lo saremo e faremo di tutto perché non lo sia l’intero Pd.

Uno degli impegni prioritari al riguardo sarà quello per il matrimonio egualitario, al cui riguardo Andrea Orlando ha giustamente detto il 16 dicembre: Le unioni civili, una battaglia a cui tengo e che ho fatto con Monica Cirinnà, sono un modo per sperimentare un percorso che possa portare ai matrimoni egualitari».

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Basta diagnosi che certificano una patologia, basta trattamenti, basta umiliazioni. La proposta di legge che è stata presentata al Parlamento spagnolo permetterà - qualora approvata - alle persone trans di cambiare sesso anagraficamente senza doversi dichiarare malate e senza l'autorizzazione di un medico. Anche i minori di età potranno richiedere il cambio dei documenti, con il sostegno dei genitori o di un giudice, e anche gli stranieri residenti avranno lo stesso diritto.

Tutti i gruppi parlamentari, escluso il Partito popolare che esprime un governo di minoranza, hanno approvato con 200 voti a favore e 128 contari che il progetto di legge si discuta in Parlamento. Cosa che avverrà martedì 5 dicembre mentre la votazione avverrà due giorni dopo.

Le associazioni che difendono i diritti Lgbt e, in particolare, la Piattaforma per i diritti trans hanno accolto con soddisfazioni questa iniziativa, che corregge la legge precedente del 2007: "La discriminazione che noi persone trans subiamo – ha detto la presidente Mar Cambrollé – non si combatte solo con il cambio di nome e di sesso legale: è provocata infatti dalla transfobia vigente nella legislazione, che non riconosce l'autodeterminazione, il diritto al proprio corpo e le varie espressioni di genere possibili”.

Proprio in questa direzione va la proposta che va in discussione in Parlamento: non sarà più necessario che una persona trans dichiari di essere malata per accedere al cambio di nome, al contrario di quanto succede ora che si richiede una diagnosi medica o psicologica che stabilisca la presenza di una disforia di genere curata per almeno due anni. In base alla nuova norma non servono altri requisiti all'infuori della “dichiarazione espressa della persona interessata del nome proprio e del sesso con cui si sente identificato/a”.

Non sarà obbligatorio essersi sottoposti a trattamenti chirurgici, ormonali, psicologici o psichiatrici, perché – secondo la deputata socialista María Dolores Galovart, relatrice della proposta - “lo Stato deve garantire che l'identità riconosciuta dalla società sia quella perecepita dalla persona”.

Questa facoltà di autodeterminazione sarà riconosciuta anche ai minori d'età che potranno richiedere il cambio di sesso sui documenti attraverso i propri genitori; se uno di essi o entrambi si dovessero opporre, il minore potrà ricorrere a un giudice per rivendicare il proprio diritto, sempre “nel superiore interesse del minore”.

Su questo punto il Partito popolare (Pp) ha espresso la propria contrarietà, anche se si è dichiarato disposto a discutere la legge per arrivare a una formulazione condivisa.

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Nell’ambito della nona edizione di Poetè, la rassegna letteraria ideata e diretta da Claudio Finelli, è stato ieri presentato il romanzo Cronaca di un delitto annunciato di Adriana Pannitteri, telegiornalista del Tg1. Come già preannunciato dal dinamico intellettuale partenopeo in un post su Facebook, l’evento è stato caratterizzato dagli interventi della filosofa Simona Marino e dall’«intensa testimonianza dell'attivista Arcigay Carmn Ferrara».

Compagno della responsabile delle politiche trans per Arcigay Nazionale Ottavia Voza, il giovane FtM ha iniziato da poco il suo percorso di transizione. Ma il toccante testo da lui scritto e letto dall’attore Antonio della Croce ha dischiuso un passato di sofferenza personale caratterizzato, in età minorile, da abusi sistematici. Abusi e violenze compiute da un vicino di casa in un clima di silenzio, paure e disinteresse familiare.

Ecco in esclusiva per Gaynews il testo integrale

Billy era il mio pupazzo di pezza ed era sempre con me. Lo portavo dal dottore, ai giardinetti e dormiva nel letto con me. Per fortuna me ne ero già sbarazzato quando ero ancora una bambina, ma avevo smesso di giocare. Nelle palazzine era tutto grigio, i muri senza intonaco, l’asfalto su cui mi sbucciavo spesso le ginocchia e la cantina del vecchio. Billy, invece, era rosa e bello. Non ricordo quando ho smesso di giocarci, ma avrei voluto tenerlo con me quando è iniziata la fine della mia infanzia. I miei genitori erano sempre assenti per motivi di lavoro.

Mia mamma era incinta di mio fratello quando io andavo in quinta elementare e mio padre era sempre in cerca di qualcosa da fare. Entrambi raccomandavano al vecchio “ve la guardate voi a Carmen?”. Lo vedevo come un nonno, sì, un nonno buono. Le sere d’estate uscivo fuori al palazzo e lui mi raccontava le storie. Storie di janare e lupi mannari, io non sono mai stato particolarmente coraggioso e mi faceva sedere in braccio a lui per darmi conforto.

Una volta mi raccontò una storia strana che faceva così: c’era una volta una principessa che cercava un principe. Il re esaminò una serie di pretendenti ai quali chiese di trovare un fagiolo, un chicco d’uva e una zucchina. Per non portarvela per le lunghe – anche perché non era affatto una storia avvincente – vi dico subito che questi pretendenti dovevano mettere nell’ordine: il fagiolo, il chicco d’uva e la zucchina nel deretano della principessa. A quell’età non capivo cosa ci fosse di divertente nel ficcare una zucchina in culo a una ragazza, ma il vecchio, toccandomi, mi disse che alla principessa piacque. Iniziavo così a silenziarmi e a divenire incapace di raccontare quelle storie assurde.

Non avevo paura di dire a mia mamma che Mastu Michele mi aveva parlato delle streghe janare e dei lupi mannari, ma avevo vergogna di quella zucchina e di quella mano sul seno che non avevo e tra le gambe.

Una sera in cui ero fuori al palazzo per giocare con gli altri bambini, mastu Michele mi chiese di aiutarlo per portare una cosa in cantina. Nelle palazzine non ci sono luci, soltanto tante ombre e tanti fantasmi. Scesi dunque con lui senza torcia e me lo ritrovai addosso. Scugnato – a Napoli si chiamano così le persone senza denti - , puzzolente e tanto tanto più grande di me. Mi baciò con la lingua. Ricordo ancora la sensazione di schifo. Gli dissi “cosa fate?” – gli davo del voi per educazione. Lui mi disse “non so cosa mi sia successo”. Io scappai, sputai e tornai a casa mia.

Qualche anno dopo riprendemmo a parlarci. In realtà non so se abbiamo mai smesso di farlo. Rammento che lui mi domandò una volta se fossi vergine e io gli risposi che ero bilancia. 

Avevo iniziato a fumare. Sarà stato il 2006, credo. Andavo in seconda media. Chiesi alle persone che erano fuori al palazzo se qualcuno avesse una sigaretta. Lui mi disse che doveva comprarle e mi fece salire in auto con lui per andare al tabacchi. Superammo però il bar in piazza. Io gli dissi che aveva “la macchinetta” (il distributore automatico), lui mi disse che le avremmo prese da un’altra parte, e viaggiammo per parecchio tempo. Io iniziai a non riconoscere i comuni che attraversavamo, cercavo di leggere le indicazioni stradali per capire dove stessimo andando. Giungemmo in un posto che dopo tanti anni ho scoperto essere in provincia di Caserta. Precisamente san Felice a Cancello.

Svoltò in una strada secondaria che portava in una terra. Intorno era tutta campagna. Spense l’auto, abbassò il sedile anteriore su cui ero seduta e iniziò a toccarmi. Io ero immobile. Mi spogliò. Mi aprì le gambe e iniziò a leccarmi. Poi entrò con un dito. Poi poggiò il suo pisello semieretto sulla mia vagina e cacciò del liquido che successivamente ho scoperto chiamarsi sperma. Soddisfatto prese una sigaretta. “Allora ce le avevate! Perché non me l’avete detto?” – gli dissi, non sapendo che altro dire. Me ne diede una. La accesi. “Non dire niente a nessuno di quello che è successo” – mi intimò. “Ma che siete scemo?” – gli risposi. E presi a fumare, guardando fuori dal finestrino. “Adesso andiamo a casa, vero?”. “Sì”. Quanto mi costò quella Merit.

Durante tutta l’adolescenza io e il vecchio ci vedevamo assiduamente, quasi ogni giorno. Lui abita sullo stesso pianerottolo della mia famiglia. Mi aspettava all’angolo ogni dì per accompagnarmi a scuola. Veniva a casa mia a bere il caffè e a trovare mio padre. Mi diceva nell’orecchio “ti aspetto fuori” e se non uscivo tornava, ma quasi sempre uscivo. Per cinque anni ogni sera e qualche volte anche di pomeriggio lui si appropriava del mio corpo. Già a tredici anni bevevo molto. Tris di vodka, rum, tequila, cointreau, campari & gin, Tennet’s super, Du Démon.

Fumavo Marijuana e hashish. Mi stordivo in modo che tutto fosse più sopportabile. Quando tornavo a casa, a volte vomitavo fuori al portone, altre riuscivo ad arrivare al cesso, abbracciare la tazza e addormentarmi. Quando capitava che il vecchio mi beccava di pomeriggio, ricordo che quando tornavo avevo sempre la testa bassa.

Mio padre mi diceva sempre “ailloc ‘a depressa!”, mia mamma non mi chiedeva mai cosa avessi. Ma non credo che se l’avesse fatto avrei saputo spiegarglielo. Ho trascorso gli anni delle scuole medie inferiori e superiori in un mondo fantastico. Sognavo ad occhi aperti di andar via di lì, scrivevo, piangevo quasi mai, ma avevo molti attacchi di panico e fissazioni varie. Parlavo da solo e avevo molti pensieri che mi frullavano per la testa.

Non avevo ancora dato un nome a quella violenza, ma sapevo che non mi piaceva affatto. Più passavano i giorni, i mesi, gli anni e più mi chiudevo in un’analisi tutta mia. Facevo la differenza con gli altri bambini e le altre bambine, poi con i ragazzini e le ragazzine. Iniziavo a capire che non a tutti succedeva di fare sesso contro la propria volontà. C’era qualcosa che non andava, ma non sapevo come liberarmene, né ero in grado di raccontarla.

Ho iniziato ad essere consapevole grazie a Barbara D’Urso. Vi farà ridere, ma è stato a Pomeriggio 5 che per la prima volta ho sentito parlare di violenza sulle donne e pedofilia. Con la storia di Sara Scazzi iniziai a pensare sempre di più che anche il vecchio si chiamava Michele, come Michele Misseri e non erano troppo diversi tra loro. Lavoravano la terra, non parlavano bene in italiano. Iniziavo ad avere sempre più paura e contestualmente cominciavo a dare un nome alle cose che mi accadevano. Un giorno ero a La Feltrinelli di piazza Garibaldi e per caso sfogliai un libro dal titolo “Amabili resti”. Lessi solo l’introduzione e la prima pagina. Era una storia raccapricciante ed ero sempre più convinto che anche la mia potesse finire così.

Non so come, ma il 15 o il 16 ottobre del 2012 mi ruppi il cazzo e mandai a cagare il vecchio. Lo feci con un tono di supplica, telefonicamente. Gli dissi che “non me la sentivo più”. Uno o due giorni dopo avrei compiuto 18 anni. Stentavo a credere che fosse stato così semplice. Bastava così poco per liberarmi di lui? Perché non ci ho pensato prima? Perché non ho detto di no dal primo momento?

Quando ho iniziato a raccontare alle persone che mi circondavano cosa avessi vissuto, però, ho capito che non era così facile liberarmi del vecchio. Perché lo sognavo la notte, lo incontravo sempre e una volta mi fermò e mi disse “tu tieni un brutto vizio: parli <troppo assai>”.

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Oggi per la comunità Lgbti e non solo è una data importante. Perché a Torino nella Cornice dell’Aula Magna del Campus Einaudi dell’Università degli Studi di Torino alla presenza, fra le altre e gli altri, della segretaria generale della Cgil Susanna Camusso si terrà la presentazione ufficiale del Vademecum Lavoro e Diritti LGBT, promosso dal Coordinamento Torino Pride in sinergia con Cgil, Cisl e Uil. Il primo manuale di questo genere per contrastare le discriminazioni nei luoghi di lavoro legate all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Un testo che nasce a Torino ma pensato per arrivare in tutta Italia.

«Un vero risultato di squadra: le sigle sindacali, con le quali abbiamo avuto un confronto costante per la stesura, collaboreranno alla sua diffusione sui posti di lavoro; la Regione Piemonte, che con il Consiglio Regionale e la Città di Torino ha patrocinato l’iniziativa, ci ha supportato nella stampa di un numero congruo di copie; l’Università degli Studi di Torino ci ospita per la presentazione del Vademecum nella sua Aula Magna patrocinando l’evento» – commenta soddisfatto il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia che prosegue: – «Crediamo che il vademecum sia una buona prassi e uno strumento utilissimo contro le discriminazioni che da Torino deve arrivare in tutta Italia dove la gente lavora».

«Dal confronto e dai percorsi formativi di molti anni sulle discriminazioni sono emerse le modalità per saperle riconoscere ed individuare gli strumenti adeguati per difendersi da esse, specialmente nei luoghi di lavoro. Secondo stime prudenti dell’Oms, le persone Lgbt sono almeno il 5% della popolazione mondiale: questo significa che più di un milione dei ventitre milioni di persone che lavorano in Italia è omosessuale, bisessuale o transessuale. Un milione di lavoratori di cui però si sa davvero poco» si legge nell’introduzione al volumetto che comprende anche un necessario glossario affinché tutte e tutti, non solo al lavoro, possano usare un linguaggio davvero inclusivo e non discriminatorio.

Il vademecum dopo aver esplorato significato e implicazioni della discriminazione sul posto di lavoro e non, fornisce tutti i dati utili a comprendere l'entità del fenomeno [A parità di lavoro, gli uomini omosessuali guadagnano dal 10% al 32% in meno dei loro colleghi eterosessuali; nella maggior parte dei casi l’ingiustizia subita resta non denunciata né segnalata, portando, tra l’altro, a una grave mancanza di dati statistici e di informazioni tecniche sul fenomeno, gli autori delle discriminazioni sono solo o soprattutto uomini, pagina 22 ] e tutti i riferimenti di legge.

Un intero capitolo è poi dedicato alle persone transgender e transessuali e viene spiegato minuziosamente come ci si deve comportare se si è discriminati sul posto di lavoro e quali possono essere le tutele e le azioni da intraprendere.

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