Il 27 e il 28 aprile si rinnoveranno i titoli italiani della comunità leather fetishJoy Gen, Mr Rubber Italia 2017, e Fabrizio Paoletti, Mr Leather Italia 2017, cederanno la fascia ai prossimi vincitori del concorso.

La decisione della doppia elezione, prima della storia della comunità gay leather italiana, è stata presa a seguito dell’ispezione che forze dell’ordine, Asl, Siae e vigili del fuoco fecero in febbraio al club romano Bunker durante il concorso (poi rinviato) di Mr Rubber Italia. 

E per dare risalto a questa occasione il Leather Club Roma, che organizza la manifestazione insieme con Leather Friends Italia e Leather & Fetish Milano, ha deciso che l’elezione di Mr Rubber Italia 2018 si terrà per la prima volta in un locale pubblico quale il Coming Out in Via San Giovanni in Laterano (la cosiddetta Gay Street) la sera del 27 aprile.

Il giorno seguente, invece, si terrà quella di Mr Leather Italia 2018 presso lo Skyline Club in Via Pontremoli, 36.

Nella sede del Coming Out si terrà inoltre una mostra sull’omogenitorialità, realizzata da Paoletti anche per sfatare miti e pregiudizi sulla sessualità nonché sull’orientamento sessuale e sull’importanza dell’educazione affettiva. Il titolo dell’esposizione è Se Mr Leather Italia è il mio babbo gay e nasce dal desiderio del curatore di correlare il titolo leather italiano ad alcune foro scattate a Firenze, sua città natale. Ed ecco così l’idea di una passeggiata per il centro della culla del Rinascimento dove “una coppia di uomini gay leather con una figlia” sono ritratti nel loro soffermarsi in prossimità di monumenti e luoghi significativi, intrecciando la contemplazione dell’arte con delle riflessioni sul valore delle relazioni, dell’affettività, del senso di cittadinanza, della democrazia e anche del terrorismo e della violenza.

Il progetto è stato lanciato da Paoletti in vista della sua partecipazione all’International Mr Leather 2018 che si terrà a Chicago a fine maggio. Anche con una raccolta fondi per dare modo alla comunità leather fetish nazionale di sostenere una tale partecipazione. Afferma Fabrizio: «Se non fossi stato quel ragazzo che non poteva accettarsi, non sarei stato padre forse e sicuramente non sarei stato Mr Leather Italia oggi. Quindi oggi sento di potermi spendere per questo messaggio che credo ci accomuni: anche se non siamo stati un tempo noi stessi, la possibilità di recuperare l’abbiamo e l’avremo sempre».

II fondi raccolti sulla piattaforma Collettiamo saranno devoluti per il 40% alle spese del viaggio per Chicago. Per il resto saranno destinati in parti uguali all’associazione Rete Genitori Rainbow – di cui Paoletti è stato cofondatore nel 2011 –, all’iniziativa de Il Giardino dei Padri - Forum sulla paternità e la promozione delle cure paterne e, infine, a progetti di promozione della comunità gay leather di cui questa mostra itinerante è un primo esempio.

Il progetto sarà successivamente presentato a Siena il 9 Maggio in collaborazione con Arcigay Siena in preparazione al Toscana Pride e, poi, a Firenze, dove la mostra sarà visibile, a partire dal 17 Maggio, presso la Biblioteca Buonarroti quale parte d’un’iniziativa del Consiglio di Quartiere 5 per la Giornata internazionale contro l’omotransfobia.

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Da Scafati a Bologna, da Roma a Parma, da Torrazza Piemonte a Roma nuovamente: insulti e aggressioni a danno di persone omosessuali tra il 9 marzo e il 23 aprile. Si potrebbe parlare, come ha fatto il parlamentare dem Alessandro Zan, di «cronaca di ordinaria omofobia italiana».

Ma i casi elencati sono in realtà «solo la punta emersa di un iceberg di violenza e odio che quotidianamente calpesta la dignità e i diritti delle persone omosessuali e transessuali nel nostro Paese. Atti che devono trovare una risposta dura e ferma nella legislazione penale».

Questo il motivo per cui il parlamentare d’origine padovana depositerà nelle prossime ore un progetto di legge «perché anche i crimini di discriminazione e violenza per motivi di orientamento sessuale e di identità di genere siano puniti severamente».

Di questa pdl ha spiegato in anteprima esclusiva a Gaynews i contenuti.

«Negli ultimi mesi - ha dichiarato Zan - abbiamo assistito a una vera e propria escalation dei crimini d’odio legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere, azioni di una violenza inaudita, spesso commessi da branchi nei confronti di singole persone identificate come omosessuali o di coppie omosessuali, anche nel pieno centro di numerose città italiane. Questi atti devono trovare necessariamente una adeguata risposta nella legislazione penale, che deve essere approvata con urgenza dal Parlamento per allinearsi con gli altri stati dell’Unione Europea e dare tutela ai cittadini e alle cittadine omosessuali e trans.

Per questo presenterò in queste ore una proposta di legge contro l’omotransfobia, dando seguito a quanto contenuto nel programma del Partito democratico: dopo l’approvazione delle unioni civili, vogliamo continuare il cammino di approvazione dei diritti per tutti, ripartendo proprio da questa legge.

Il decreto legislativo del 1 marzo 2018 n. 21 ha inserito nel codice penale due nuovi articoli, il 604 bis e il 604 ter, che riportano il contenuto della legge 654 del 1975 e della legge 205 del 1993 (legge Mancino), le norme che sanzionano gli atti di violenza e l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.

La legge contro l’omotransfobia che è stata predisposta segue questa direzione: vogliamo estendere gli effetti di questi due nuovi articoli anche alle discriminazioni per motivi di orientamento sessuale e identità di genere. Si tratta di inserire nel codice penale una piccola modifica, ma che potrà finalmente dare una adeguata tutela e giustizia a milioni di italiani davanti alla legge.

Chi compie violenza o incita all’odio perché qualcun altro ama deve essere punito».

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Escoriazioni su tutto il corpo e perforazione del timpano. Questa la diagnosi fatta a Marco e al suo compagno, insultati e aggrediti il 20 aprile nel quartiere romano di Trastevere da un gruppo di dieci giovani.

Ennesimo pestaggio omofobo, dunque, nella capitale a opera d’un branco, che tiene dietro a quello avvenuto appena 15 giorni prima nei pressi della Stazione Tiburtina. Vittima era stato allora Federico, un 21enne d’origine fiorentina, assalito a calci e pugni da quattro presunti naziskin.

Due casi che, seguiti con attenzione dal Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, sono stati entrambi al centro della netta condanna da parte di Monica Cirinnà. La madrina della legge sulle unioni civili è stata la prima esponente della classe politica a lanciare l’allarme, nel tardo pomeriggio d’ieri, attraverso un post su Facebook.

«Ancora un'aggressione omofoba a Roma - ha scritto la senatrice –. Due persone non possono camminare tenendosi per mano che vengono selvaggiamente picchiate

La legge sulle unioni civili ha portato un riconoscimento legale e sociale alle coppie dello stesso sesso eppure sopravvivono ancora pericolose manifestazioni di grave e violenta regressione culturale». Quindi l’appello alle «massime istituzioni, anche quelle capitoline, perché sia assicurata la sicurezza e venga promossa la cultura della diversità».

A distanza di qualche ora ecco la risposta della sindaca penstastellata Virginia Raggi, cui si erano già rivolti in giornata Imma Battaglia e il presidente del Mieli Sebastiano Secci.

Con un tweet (stessa modalità utilizzata il 9 aprile per parlare dell’aggressione di Federico), che è stato ritwittato fino ad ora 169 volte e ha ottenuto 568 like, la prima cittadina ha condannato la «vile aggressione ad una coppia gay. Tutto ciò è inaccettabile. Episodi come questi offendono Roma e tutti i suoi cittadini».

In serata sono arrivate anche le significative parole di Mara Carfagna, deputata di Forza Italia e vicepresidente della Camera, che ha affermato: «Tutto il mondo politico ha il dovere di condannare l'ultimo episodio di violenza omofoba denunciato oggi a Roma, come i precedenti delle ultime settimane. La violenza è sempre inaccettabile, ma è ancora più grave se determinata da forme di discriminazione.

Anche per rispondere con fermezza a questi episodi, per potenziare il controllo del territorio e prevenire casi simili e' importante che si possa costituire presto un governo che torni ad occuparsi, cosa che non accade da molti anni, di diritti e contrasto all'omofobia».

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Ennesima aggressione omofoba a Roma a danno, questa volta, d’una coppia di 30enni gayIl pestaggio è avvenuto a Trastevere nelle ultime ore di venerdì 20 aprile.

Dopo aver trascorso la serata in un locale con un gruppo d’amici, Marco e il compagno si sono recati a prendere l’auto quando sono stati accercchiati da un gruppo di dieci uomini di giovane etàAgli insulti sono seguiti calci e pugni.

Riusciti a sottrasi fortunosamente al pestaggio, hanno contattato il 113 per poi portarsi al pronto soccorso, dove sono state riscontrate a entrambi diverse escorazioni e a uno dei due la perforazione del timpano.

Come riportato da Il Messaggero, la coppia ha dovuto sopportare anche in ospedale commenti e batture fuori luogo da parte di infermieri. 

«Quello che mi ha fatto più male - racconta Marco - è stato lo schiaffo che ho preso da parte di una societa in cui vivo. Leggo tantissimo di omofobia, ma qui non si tratta di omofobia ma di semplice educazione civica, una delle prime cose che mi è stata chiesta è il motivo dell'aggressione, se fossimo stati in atteggiamenti tipo “mano nella mano”».

Il duro j'accuse di Imma Battaglia

La prima a denunciare con durezza l’accaduto è stata Imma Battaglia sulla sua pagina Fb con un lungo post in cui si è rivolta a gran voce all sindaca Virginia Raggi.

«Che tristezza - si legge in esso, una città "capitale del degrado urbano", del razzismo e dell'omofobia, specchio di un paese alla deriva, senza regole, incapace di trovare accordi per il bene comune.

Questo è il risultato del crollo dei valori, degli ideali, di un populismo imperante dove si è convinti che, pur di governare si possa fare accordi con tutti; politici giovani e rampanti gonfi di presunzione e arroganza ma vuoti di ideologie; sì perché c'è una differenza tra destra e sinistra, fa populismo e socialismo, fra qualunquismo e bene comune; abbiamo lottato tanti anni perché non ci fosse più discriminazione, perché nessuno più potesse temere di amare liberamente il proprio compagno o la propria compagna e invece ci troviamo di nuovo a leccarci le ferite dell'omofobia, del bullismo; e come al solito il vile si muove in branco incapace di affrontare a testa alta i mostri interiori che lo affliggono, le proprie insicurezze, le fragilità aggredendo persone innocenti la cui unica colpa è la propria libertà di amare! haters reali, odiatori seriali, nichilisti, figli del vuoto nutriti dalla politica del nulla; a voi branco di omofobi, dico: noi non vi temiamo, non ci fate paura; noi non ci nascondiamo più e oggi più che mai è tempo di GAY PRIDE!

E dico alla sindaca Virginia Raggi​, prendi esempio dalla tua collega Chiara Appendino​ e batti un colpo contro l'omofobia, partecipa al #gapride a #Roma, condanna questo gesto e convoca subito associazione per un piano di azione contro l'omofobia!».

Secci: Sicuri che la sindaca Raggi e il presidente Zingaretti saranno al Roma Pride per dire no all'omotransfobia

Contattato da Gaynews, Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, ha condannato fermamente l'accaduto dichiarando: «Stiamo raccogliendo informazioni su questo ennesimo episodio, con lo scopo di offrire assistenza e supporto, come già avvenuto le scorse settimane e come avviene, purtroppo sempre più spesso, con quanti chiamano il nostro Circolo per segnalare episodi analoghi

È innegabile che a Roma, così come in altre città italiane,  siano sempre più frequenti episodi di omotransfobia che si inseriscono in un clima fascista che dilaga in tutto il Paese. È necessario che la classe politica prenda posizioni nette ed inequivoche sul tema individuando soluzioni legislative ma, soprattutto, adoperandosi perché, a partire dalle scuole, sia possibile attivare sempre più percorsi culturali di contrasto all’omotransofobia.

Anche per questo siamo sicuri che la sindaca Raggi e il presidente Zingaretti saranno in piazza con tutto il Roma Pride il 9 giugno perché la lotta contro l’omotransfobia è una lotta di civiltà per tutte e tutti».

Cirinnà: Serve un intervento delle istituzioni capitoline perché venga promossa la cultura della diversità

E in serata è intervenuta anche la senatrice Monica Cirinnà sulla sua pagina Facebook. «Ancora un'aggressione omofoba a Roma - ha scritto la madrina della legge sulle unioni civili -. Due persone non possono camminare tenendosi per mano che vengono selvaggiamente picchiate.

La legge sulle unioni civili ha portato un riconoscimento legale e sociale alle coppie dello stesso sesso eppure sopravvivono ancora pericolose manifestazioni di grave e violenta regressione culturale. Serve un intervento forte e inequivocabile della cittadinanza e delle massime istituzioni, anche quelle capitoline, perché sia assicurata la sicurezza e venga promossa la cultura della diversità».

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Arriva oggi in circa 150 sale italiane, grazie a Vision Distribution, il biopic The Happy Prince. Il ritratto di Oscar Wilde, scritto, girato e interpretato da Rupert Everett.

L’attore di Norwich, in realtà, più che recitare sembra reincarnare il profeta del decandentismo d’Oltremanica, di cui ripercorre gli ultimi anni di vita. Anni segnati dalla povertà, dal disprezzo della pubblica opinione, dalla malattia. Cui si contrappongono quelli segnati dal lusso, dalla fama letteraria, dagli innamoramenti travolgenti per giovani uomini. Tra essi, soprattutto, Lord Alfred Douglas, l’amato-odiato Bosie: la loro tormentata relazione, come noto, fu all’origine della lite giudiziaria col di lui padre, John Sholto Douglas, IX marchese di Queensberry. Lite che portò Wilde a due processi, il secondo dei quali da imputato e poi terminato con la condanna a due anni di carcere per sodomia.

Tema, questo, che è stato affrontato sotto diverse angolature, lunedì 10 marzo, nel corso d’un’affollata conferenza stampa presso la Casa del Cinema di Roma, dove è stato proiettato in anteprima nazionale il film. Presenti anche alcuni attivisti Lgbti a partire da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

In sala anche la senatrice Monica Cirinnà, che ha dichiarato: «The Happy Prince è un film che conquista e commuove. La vita di Wilde assume per ognuno un ruolo paradigmatico perché ricorda che, tra le alterne vicende della vita, solo l’amore vince e dà senso alla nostra esistenza.

Il dramma personale del processo e incarcerazione è inoltre di grande attualità con riferimento a quelle persone che ancora in tanti Paesi vengono perseguiti penalmente e, in alcuni casi, mandati a morte a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. O anche in quelli, in cui un clima di odio o di disprezzo verso le stesse persone Lgbti si traduce in atti di violenza verbale e fisica. Come purtoppo accade anche in Italia e come è dimostrato, in questi ultimi giorni, dai gravi pestaggi omofobi di Roma e Parma».

E, al riguardo (e non solo), Gaynews ha rivolto queste domande a Rupert Everett.

Secondo lei, quale messaggio lascia oggi Wilde alle persone Lgbti?

Un messaggio sempre attuale perché lo stesso movimento Lgbti inizia in realtà con lui. Credo che la sua storia possa dare l'opportunità, come è stato per me, di fare un confronto tra quello che accadeva allora alle persone omosessuali e quello che accade oggi.

Wilde è stato perseguitato, disprezzato, condannato per la sua omosessualità (anche se questo termine si affermò solo anni dopo la sua morte). Ancora oggi gli omosessuali vengono perseguitati in Russia, Giamaica, Cina e India. Né bisogna dimenticare quanto accade anche a casa nostra con l'Ukip in Gran Bretagna e l'avvento della Lega omofoba in Italia. L'omofobia è sempre più diffusa. Un esempio è la città di Genova, che non ha concesso il patrocinio al Pride. Sono molto preoccupato. C'è insomma una rinnovata fobia contro le persone Lgbti e, rispetto a queste cose, bisogna essere vigilanti e attivi.

Non posso, infine, dimenticare la mia esperienza personale. Lavorare nel mondo del cinema negli anni ’80 equivaleva a scendere a compromessi se eri gay. E ,prima o poi, finivi con lo scontrarti contro un muro. Forse oggi la situazione è cambiata: ma negli anni ‘80 e ‘90' del secolo scorso è stato così.

Per questo Oscar Wilde è stato una grandissima fonte di ispirazione. Vorrei ricordare che a Londra è stato illegale avere rapporti omosessuali fino al 1968. Quindi, nella mia situazione, ho ripercorso un po' le orme di Wilde.

Nel suo film ci sono vari richiami scritturali come, ad esempio, nelle scene della rievocazione della permanenza nel carcere di Reading (in cui c’è una sorta d’identificazione mistica tra Wilde e il Cristo schernito, maltratto, crocifisso) e della parte finale del racconto del Principe Felice (le parole: I discepoli dormono sono un chiaro riferimento alla narrazione lucana del Getsemani). Sono reminiscenze personali e quanto ha giocato il suo rapporto con la fede?

Io ho ricevuto una formazione cattolica e vorrei ricordare che Wilde è stato sempre attratto dal cattolicesimo.

Egli – e lo testimoniano ampiamente i suoi scritti – è stato soprattutto attratto dalla figura di Cristo. Oscar era un grande genio ma anche un grande essere umano. Una cosa che lo avvicina a Cristo. Nella pena, nel patimento, egli vedeva una discesa agli inferi che si sarebbe conclusa con una sorta di rinascita. Nella prigionia, appunto, egli ha visto un'opportunità di rinascita sull’esempio di Cristo.

Ecco perché credo che la Chiesa Cattolica abbia tanto da imparare da Wilde.

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Preso di mira dal branco, seguito, minacciato, picchiato, rapinato e di nuovo minacciato con un coltello. E tutto ciò senza che nessuno intervenisse in suo aiuto. Il pestaggio è avvenuto a Roma, nel pomeriggio di giovedì, in Via del Portonaccio a pochi passi dalla Stazione Tiburtina

A rendere nota l'ennesima aggressione omofoba è stato il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli

La vittima è Federico, un giovane 21enne d'origine fiorentina, che rientrava dal suo primo giorno di lavoro presso un salone da parrucchiere. Ha dovuto trascorrere la notte in ospedale: ecchimosi sul viso, corpo dolorante per le botte prese e poi le dimissioni con cinque giorni di prognosi. Successivamente è scattata la denuncia e gli investigatori sarebbero già sulle tracce dei quattro aggressori.

Federico ha infatti raccontato di averli notati nelle settimane precedenti al pestaggio. Uno dei picchiatori aveva una croce celtica tatuata sulla nuca. Tutti indossavano giacche nere e portavano anfibi. Frocio di merda, Ora ti facciamo vedere cosa facciamo ai froci a Roma, gli hanno gridato. E poi calci, pugni, un colpo ai testicoli, ginocchiate alle costole.

«Ho gridato, chiesto aiuto - ha raccontato il giovane -. Nessuno è intervenuto. Ma non ce l'ho con chi, eventualmente, ha assistito alla scena. Mi è parso però strano che nessuno abbia notato la scena. Eravamo fuori Tiburtina, alle 17:30 del pomeriggio, non un posto isolato insomma».

Le parole di Sebastiano Secci

«Il Circolo Mario Mieli - ha dichiarato Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli - esprime la totale e incondizionata solidarietà a Federico, attivista della Roboterie - Nostri i corpi nostre le città. Rimaniamo veramente costernati alla notizia dell'ennesima aggressione subita a Roma. 

Siamo anche però felici che Federico abbia deciso di denunciare i suoi aggressori. La sua testimonianza, resa alle autorità competenti, delinea una chiara aggressione omofoba. Il branco violento ha agito sì per derubare ma soprattutto per offendere, minacciare e poi colpire con violenza».

Ha quindi aggiunto: «Non possiamo in alcun modo abbassare la guardia: le aggressioni a chiara matrice omofoba stanno aumentando in questi ultimi tempi. È urgente che i media, le associazioni e il mondo civile non sottovalutino queste violenze e chi è preposto alla sicurezza dei cittadini e delle cittadine sia vigile e faccia in modo di perseguire con durezza gli assalitori

E non deve nemmeno passare in alcun modo l'idea che atti di questo tipo in fondo possano essere tollerati o ancor peggio rientrino nella normalità di una città grande e tentacolare come Roma. Noi non ci stiamo! Per quanto ci riguarda è fondamentale l'intervento politico sulla questione: è urgente una legge contro l'omo-transfobia».

Il j'accuse di Monica Cirinnà alle istituzioni capitoline

La prima a esprimersi sull'accaduto è stata la senatrice Monica Cirinnà che ha dichiarato:  «L'aggressione omofoba avvenuta alla stazione Tiburtina di Roma ai danni di un ragazzo di 21 anni che tornava dal suo primo giorno di lavoro è che è stato pestato da un gruppo di neonazisti è grave e indica a quali conseguenze porti il lasciare spazio a derive neofasciste

Bene ha fatto Federico a decidere di sporgere denuncia, gli sono accanto e lo incontrerò nei prossimi giorni per potergli dare tutto il sostegno possibile insieme al Circolo Mario Mieli. Ciò che lascia attoniti è il silenzio delle istituzioni capitoline, per niente preoccupate per la sicurezza dei cittadini e incurante dei rigurgiti di violenza fascista che proliferano impuniti nella città Medaglia d'oro della Resistenza».

Il tweet serale della sindaca Virginia Raggi

Alle parole della madrina della legge sulle unioni civili si sono aggiunte quelle di condanna e solidarietà a Federico da parte della consigliera regionale Marta Bonafoni e del vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio. In tarda serata si è espressa anche la sindaca Virginia Raggi, che ha affidato il suo pensiero a un tweet. 

«È inaccettabile - ha scritto - quanto accaduto a Federico, vittima di un vile pestaggio omofobo. Roma rifiuta violenza. Responsabili siano assicurati alla giustizia». 

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Il manifesto è stato rimosso!! Con queste parole l'Associazione Vita di Donna onlus ha dato notizia dello sperato esito della petizione online, lanciata ieri sulla piattaforma Change.org.

La petizione era stata motivata dall’affissione a Roma in Via Gregorio VII di una gigantografia ritraente un feto e recante la scritta: «Ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito». Commissionato da ProVita in prossimità (22 maggio) del 40° anniversario dell’entrata in vigore della legge 194, era - fino ad alcune ore fa - il più grande manifesto (7x11 metri) mai realizzato in Italia contro l’interruzione di gravidanza. 

La campagna di ProVita aveva subito suscitato un’ondata di proteste sui social soprattutto da parte delle donne. A partire dalla senatrice Monica Cirinnà, che aveva lanciato su Twitter l’hastag #rimozionesubito mentre sulla pagina Fb aveva pubblicato il seguente post: Vergognoso che per le strade di Roma si permettano manifesti contro una legge dello Stato e contro il diritto di scelta delle donne.

Condiviso quasi 500 volte, il post è stato preso d’attacco con numerosi commenti offensivi nonché dai toni parossistici e sermonatori. In perfetta linea con quanto è dato leggere sul sito di ProVita, dove le reazioni contro il maxi manifesto sono state liquidate come “baggianate isteriche” e, paradossalmente, come manifestazioni di “oscurantisti del terzo millennio”.

Sarà forse opportuno ricordare come la senatrice Monica Cirinnà si fosse duramente scagliata, nell’estate scorsa, contro la partecipazione di Toni Brandi, presidente di ProVita, alla festa romana dell’Unità. Non è perciò un caso se sul medesimo sito dell’associazione sia stato ripreso con toni trionfalistici e irrisorii un articolo di Giordano Bruno Guerri comparso oggi su Il Giornale e critico nei riguardi della madrina della legge sulle unioni civili.

Articolo in cui l’intellettuale afferma di non capire “chi vuole la rimozione del cartello né lo sdegno della senatrice Cirinnà”, richiamandosi all’articolo 21 della Costituzione. Ma dimenticando però che il diritto costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero dev’essere sempre contemperato con altri beni giuridici. Ci sono infatti limiti che, stabiliti da 30 anni di giurisprudenza di legittimità, non possono essere travalicati a partire dalla tutela delle libertà individuali.

Contro il cartellone sono oggi insorte le consigliere capitoline del Pd Michela Di Biase, Valeria Baglio, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e quella della Lista Civica Svetlana Celli.

Il Comune ha poi avviato indagini e ha allertato la polizia locale sul caso. L'amministrazione in passato aveva già interdetto l'associazione ProVita dall'affissione di simili manifesti, perché in contrasto con le prescrizioni previste dal Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente "esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali".

Poi nel pomeriggio d'oggi la rimozione.

 

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Circa una settimana fa, in occasione della Giornata internazionale della donna, l’attenzione della cronaca si è focalizzata nuovamente su un caso di omofobia e molestie in ambito sanitario.

Viola F., 23enne d’origine ischitana ma vivente a Roma per studi universitari, ha infatti denuncito quale incubo la visita ginecologica, cui si era sottoposta a fine gennaio nella capitale. Il medico, avendo appreso dalla paziente il suo orientamento sessuale, nel sottoporla a ecografia transvaginale, era arrivato a usare parole allusive, offensive e umilianti per la stessa.

«Ancora una volta registriamo un caso di discriminazione in ambito sanitario – ha così dichiarato Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli –. Poco più di un mese fa, infatti, un attivista di Arcigay è stato schernito e deriso in quanto omosessuale durante una visita da un medico in servizio in una struttura ospedaliera campana. Oggi tocca a Viola essere discriminata da un ginecologo in quanto lesbica. Queste circostanze gravissime ci fanno riflettere, ancora una volta, sulla scarsa formazione e sulla scarsa sensibilità dei medici e del personale sanitario. Non è tutto così, ovviamente, ma c’è ancora tanto da fare perché un pezzo del nostro Paese è ancora drammaticamente resistente al cambiamento».

Per Gaynews, abbiamo deciso di raggiungere telefonicamente Viola per capire meglio come sono andate le cose.

Viola, ti era mai capitato di trovarti in situazioni simili, cioè di essere stigmatizzata o molestata perché lesbica ?

Sì, mi era già capitato, purtroppo, in due distinte occasioni. La prima volta avevo 17 anni. Mi trovavo a Ischia, dove sono nata, a una festa con la mia compagna di allora. Alcuni ragazzi hanno approfittato di un momento, in cui mi ero allontanata da sola, per andare a prendere da bere e mi hanno accerchiata. Uno di loro mi ha parlato per chiedermi: Perché baci una donna? Io ricordo che risposi: Anche tu baci le donne, no? Dovresti capirmi.

Gli altri allora hanno iniziato a darmi botte sulla testa e sulla schiena. Sono riuscita a uscire da quel cerchio umiliante e violento mettendomi in ginocchio e facendomi spazio tra le loro gambe, tutta bagnata dei drink che mi ero rovesciata addosso. Ricordo che ebbi bisogno di appartarmi per piangere, perché ero sopraffatta dal senso di impotenza e umiliazione. Non so ancora chi fossero quei ragazzi.

La seconda volta avevo 18 anni: entrai in classe una mattina e trovai tutti i miei compagni in piedi davanti al muro, dietro la cattedra. Mi avvicinai e lessi una grande scritta fatta col pennarello: Viola lesbica malata. I miei amici erano riusciti a coprire solo parzialmente quella scritta. Qualche tempo dopo fecero imbiancare l'aula.

Quando hai raccontato la visita che hai subito, quali reazioni hai raccolto nella tua cerchia di conoscenze? Hai ricevuto solidarietà o ti sei confrontata con atteggiamenti di chiusura?

Questa è una domanda fondamentale, la cui risposta chiarisce anche il perché io abbia deciso di raccontare la vicenda proprio in occasione della Giornata della donna.

Come ho già detto, ho raccolto dalle mie conoscenze e amicizie molto sostegno, comprensione e incoraggiamento, ma non da tutti.

La prima cosa che va precisata è che, quando sono uscita da quella visita, mi era venuta a prendere in auto la mia ragazza. Ero molto turbata e soprattutto nervosa, però ancora non avevo metabolizzato l’accaduto a causa dello shock. La mia ragazza mi ha fatto notare quanto assurdo fosse quello che il ginecologo avesse detto e fatto, quanto fosse fuori luogo e inaccettabile. E mi ha scossa da quell'apatia passiva in cui ero precipitata subito dopo.

In seguito, sono state proprio le reazioni di altre persone che mi hanno aiutata a raccogliere le forze: chi ha pianto per il nervosismo e l'ingiustizia, chi mi ha versato del vino e mi ha offerto il suo ascolto per tutta la notte, chi con gli occhi sgranati non sapeva come esprimermi quanto le dispiacesse, chi con le vene delle tempie ingrossate mi diceva che avrei dovuto denunciare. Tutte reazioni che hanno riempito il mio cuore, che mi hanno fatta sentire meno sola davanti a quell'evento che mi aveva profondamente segnata.

Tutti mi sono state accanto, tutti tranne una persona: la mia migliore amica. Era stata lei a consigliarmi il ginecologo, suo medico e amico di famiglia. E questo chiarisce come mai io abbia deciso di raccontare la vicenda l'8 marzo: perché quel giorno di celebrazione della donna, l'unica cosa che riuscivo a pensare era quanto fossi delusa dal mancato sostegno femminile che ritenevo il più importante.

Lei ha dubitato delle mie parole, forse per la sua natura intimamente subordinata al genere maschile, forse per la sua provenienza piccolo borghese, per la sua famiglia molto cattolica. La mia migliore amica ha messo in dubbio le mie parole per paura, per non vedere le cose che non le piacciono. Ecco perché ho invitato le donne, come lei, ad alzare la testa e amare di più sé stesse e le altre. Ma nel resto del mio mondo, per fortuna, ho trovato grande solidarietà.

Hai denunciato l’accaduto all’ordine dei medici? E alle forze dell’ordine?

Ho denunciato solo ai carabinieri, che hanno accolto con grande indignazione il mio racconto. Proprio i carabinieri mi hanno spinto a presentare il caso alla procura sotto la dicitura di "violenza sessuale" invece che come semplice molestia. Hanno detto che il mio caso si trova sulla linea di confine tra violenza e molestia dacché, mentre il ginecologo mi diceva che avrebbe voluto farmi cambiare idea sulla mia omosessualità, stava comunque usando i suoi strumenti su di me e dentro di me. E, inoltre, mentre mi diceva che ero una monella, riferendosi ai miei tatuaggi, aveva le mani sul mio seno. Cose che dovrebbero essere normali durante una visita ginecologica, ma che acquistano un altro colore se accompagnate da quel tipo di frasi.

All'Ordine dei medici non l’ho segnalato, ma spero vengano presto informati. Non vorrei correre il paradossale rischio di essere anche contro-querelata per diffamazione. Sarebbe il colmo.

Tra la visita e la denuncia pubblica della violenza è trascorso un po’ di tempo. Credi ti sia servito a metabolizzare e raccontare l’accaduto o avevi timore di scontrarti con il pregiudizio altrui?

La cosa strana è che ho provato per settimane a scrivere dell'accaduto. All'inizio non avevo la serenità mentale per rivivere tutto nel raccontarlo agli altri, pensavo che le parole avrebbero sminuito la frustrazione, il disgusto, l'umiliazione che avevo provato. Non avevo la forza adeguata per farmi capire. Ma l'8 Marzo è stata la delusione nei confronti della mia migliore amica che mi ha spinta a farmi portavoce della forza femminile. Per esortare le donne a lottare ancora, perché il mondo può migliorare sempre più nei nostri confronti, e per dire a tutte di avere coraggio, denunciare, alzare la testa.

Ci vuole forza perché ci si può ancora imbattere in ignoranza, menti ottuse e pregiudizi. Bisogna far capire a tutte le donne che non si guadagna niente nel denunciare una molestia, né soldi né fama né potere, ma è necessario farlo. Anzi, io ho dovuto affrontare molte difficoltà per esprimere cosa avessi subìto, e ho perso anche un'amica. Ma il torto subito ti dà la forza di gettarti anche in una vasca di squali.

Secondo te, personaggi come il medico che ti ha visitato, poggiano il proprio senso di impunità sulla consapevolezza di essere parte di una società maschilista e omofoba o sul senso di paura e vergogna che suggeriscono alla “vittima”?

Il ginecologo era il tipico maschio alfa, borghese, educato ma dagli atteggiamenti tipici dell’impunito. Sapeva di essere in una situazione di potere, sia come uomo bianco ed eterosessuale, sia come medico affermato, col camice addosso e la possibilità di dire qualsiasi cosa volesse a qualunque giovane e bella ragazza, nel suo intoccabile studio arredato in modo elegante, dove lavora da solo. Di certo, per le libertà che si è preso e la sua nonchalance nel biasimarmi apertamente fin dal primo momento perché omosessuale (con parole crude e dirette), credo abbia puntato anche sul mio senso di disagio, sulla mia inferiorità in quel momento. Lui medico, io paziente. Io mortale, lui Dio.

Giocava con la mia psiche con bastone e carota, alternando frasi di biasimo per la mia omosessualità (fino a dirmi anche: Non dirlo a nessuno perché penserebbero male di te, in ogni ambito della tua vita) a frasi viscide e moleste: dal Come sei bella al Ti avrei fatto cambiare idee, che mi hanno messo a disagio e mi hanno bloccata. Tanto era lui a dirmi di aprire le gambe, di togliere la maglietta, di rispondere a domande indiscrete, ed io lo facevo. Questo era per lui palesemente galvanizzante.

Come ti sentirai, la prossima volta che dovrai sottoporti a visita ginecologica? Pur cambiando medico, riuscirai a essere serena o credi che quest’esperienza comprometterà la tua fiducia nei confronti dei medici che incontrerai?

Per rispondere a questa domanda, devo precisare che sono una studentessa di medicina e che, in generale, non sono propensa a perdere la fiducia nei confronti della classe medica. Ma credo proprio che, nel momento in cui dovrò spogliarmi nuovamente davanti ad un dottore e farmi toccare in una situazione di vulnerabilità, sarà diverso. Se solo ci penso, mi viene la nausea. Purtroppo non solo in questo ambito ha influito la vicenda, non solo nei riguardi dei medici avrò problematiche.

Ma quel che è successo ha avuto riverbero per qualche tempo anche nella mia vita sessuale, nella fiducia nei confronti del genere maschile e ha anche peggiorato i sintomi dell'ansia, di cui già soffrivo in modo blando. Le sue parole, le sue mani, il suo sguardo viscido sul mio corpo giovane non mi condizioneranno solo nel momento in cui dovrò spogliarmi di fronte a un altro medico (che d'ora in poi sarà donna) ma hanno già leso molti aspetti della mia vita, tra cui la mia dignità. Spero davvero che sia condannato, radiato dall'Ordine dei medici e che non possa più traumatizzare nessuna ragazza.

Ormai io quest'orrore l'ho vissuto e niente me lo farà dimenticare… Ma spero almeno che questa brutta vicenda possa essere d'aiuto per le altre, per salvaguardarle, per incoraggiarle a denunciare. Magari stavolta la legge farà qualcosa di buono. E avremo un orco in meno di cui preoccuparci.

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Dal 15 al 18 marzo si svolgerà a Roma la XXIV° conferenza del World Congress of Lgbt Jews con delegati che arriveranno da Canada, Stati Uniti, Messico, Argentina, Brasile, Colombia, Sudafrica, Australia, Francia, Germania, Austria, Regno Unito, Italia e Israele.

L’evento, dal titolo Minorities Alone, Strong Together, focalizzerà l’attenzione sulle inferenze fra diverse tipologie di intolleranza che affliggono le nostre società: da quella religiosa a quella di genere, da quella sessuale a quella etnica e nazionale, analizzandone le scaturigini e proponendo soluzioni che, in qualche modo, si sono già rivelate virtuose relativamente alle vicende della comunità ebraica.

Sono quattro i principali ambiti di indagine selezionati dagli organizzatori della conferenza:

   1)   Attivisti Lgbt ebrei e musulmani: storie di supporto e collaborazione, che vedrà, venerdì 16 marzo, la presenza di Wajaht Abbas Kazmi e Marco Fiammelli (presso la Casa della Memoria e della Storia in via San Francesco di Sales, 5, alle ore 11:30);

   2)   Persone Lgbt richiedenti asilo in Italia e case rifugio per giovani Lgbt allontanati da casa, che vedrà, sabato 17 marzo, la presenza di Fabrizio Marrazzo, presidente del Gay Center, e di Francesco Angeli, presidente di Arcigay Roma (presso il Gay Center in via Nicola Zabaglia, 14, alle ore 11:00);

   3)   Prevenire e combattere la violenza di genere contro le donne, che vedrà, sabato 17 marzo, la presenza di Linda Laura Sabbadini, Maria Grazia Giammarinaro e Vittoria Doretti (presso il Gay Center in via Nicola Zabaglia, 14, alle ore 16:30);

   4)   Diritti civili in Israele, come integrare le libertà individuali e forti tradizioni religiose. Quali lezioni per il mondo occidentale?, che vedrà, domenica 18 marzo, la presenza di Yuri GuaianaImri Kalman e Mohammad Wari (presso il Centro Ebraico Italiano in via dell’Arco de’ Tolomei, 1, alle ore 16:00).

All’interno delle attività previste dall’evento è necessario segnalare anche la presentazione del libro Respect Zone di Philippe Coen (venerdì 16 marzo, alle ore 20:00, presso la Casa della Memoria e della Storia) e la visita guidata del Museo ebraico e dell’ex Ghetto (domenica 18 marzo, alle ore 09:30).

A proposito della manifestazione Federico D’Agostino, cofondatore di Magen David Keshet Italia - Gruppo ebraico Lgbt (l’associazione organizzatrice della XXIV° conferenza), ha dichiarato: «Da qualche decennio nel mondo anglosassone e israeliano si è sviluppato un vivace dibattito sull’intersezionalità, cioè sul modo in cui i movimenti di emancipazione/rivendicazione delle minoranze sociali possono imparare l’uno dall’altro e collaborare sul piano politico. È un discorso faticoso e pieno di insidie, giacché non sempre le pretese di una minoranza sembrano compatibili con quelle di altre minoranze.

Vediamo esempi di queste difficoltà anche nel recente dibattito italiano, per esempio nella frattura fra una parte del movimento femminista e gran parte del movimento Lgbt, nella minaccia per la laicità che settori della società (anche tanti gay e lesbiche) vedono nell’aumento della popolazione musulmana, nell’antisemitismo che fa capolino non appena gli ebrei come comunità, o perfino come singoli, si esprimono su questioni di public policy, nell’antisionismo che vede l’esistenza stessa di Israele come un peccato originale incompatibile con i diritti umani.

Nel tentare di articolare questo insieme di problemi gli ebrei sono nella posizione privilegiata che deriva da secoli e secoli di persecuzione e stigma, secoli in cui hanno elaborato un originale pensiero dell’identità e della differenza. Non è un caso se il mondo ebraico ha dato un impulso fondamentale ai movimenti di emancipazione anche delle minoranze sessuali, in termini intellettuali e di attivismo, da Magnus Hirschfeld a Judith Butler, da Mario Mieli ad Harvey Milk.

Oggi a Roma proviamo a fare il punto su questo dibattito, affrontando alcuni dei temi più caldi sul tappeto: la collaborazione fra ebrei e musulmani in ambito Lgbt da Israele all’Europa; la minaccia che grava sulle persone Lgbt private di protezione perché in fuga; l’allarmante diffusione dei discorsi d’odio; la condizione femminile  come termometro del clima sociale di un Paese; il modo d’affrontare le nuove sfide alla laicità alla luce dell’esempio israeliano».

 

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Sabato 3 marzo si è tenuto a Roma presso la Casa del Cinema l’evento dal titolo Negli occhi il cinema nelle mani l’amore in ricordo di Ottavio Mario Mai (Roma, 9 dicembre 1946 – Torino, 8 novembre 1992), che fondò ne 1986 a Torino con Giovanni Minerba, suo compagno di vita, la prima rassegna internazionale di cinema Lgbti. Oltre a Giovanni erano presenti quali relatori l’infettivologa Antonella Cingolani (Policlinico Gemelli, Roma), la psicoterapeuta Antonella Palmitesta, la presidente di Nps Italia Margherita Errico, il presidente di TGenus Magna Graecia Miki Formisano e il presidente di Senes Angelo M. Fioredda.

L’evento si è aperto con la proiezione del docufilm Ottavio Mario Mai. Un docufilm che, dedicato appunto a Ottavio, ne mette in luce la sensibilità sia come regista e  sceneggiatore sia come interprete di una collettività Lgbti che, proprio negli anni ’80 del secolo scorso, iniziava a essere sempre più visibile nel Paese.

Molti nel documentario gli aspetti che hanno un valore forte e significativamente attuale. Dal coming out in famiglia e nella società civile alla quotidianità di una coppia di due persone dello stesso sesso fino alla sessualità nella sua dimensione rivoluzionaria. Il tutto espresso attraverso l’esperienza di Ottavio Maria Mai, un uomo dai molti pudori e al contempo senza pudori. Quella che viene narrata è una vita vissuta giorno per giorno in un gioco di ombre e di luci, vissuta a piena mani anche tra i dolori e le contraddizioni sia familiari sia sociali.

Ricordare Ottavio ha anche significato parlare di cinema, di comunicazione, di amore e, in particolare, di Hiv. E come, a più di 35 anni dalla relativa scoperta, si siano fatti grandi passi in avanti nel campo terapeutico e nel conseguente miglioramento della qualità di vita delle persone sieropositive.

Tutti gli esperti presenti hanno anche posto l’accento su, come a fronte di tali traguardi, resti ancora deficitaria l’opera di sensibilizzazione alla prevenzione dell’Hiv, le cui nuove diagnosi in Italia sono state 3.451 per l’anno 2016. È stato sottolineato lo scarso interessamento dello Stato in tale ambito e il duro lavoro, al contempo, condotto dalle associazioni – soprattutto quelle di persone sieropositive –, che spesso si trovano a operare con mezzi e risorse inadeguate.

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