A luglio, in piena Onda Pride 2018, la casa editrice Marchese di Napoli ha pubblicato Quei ragazzi del ‘96, testo per il teatro scritto da Claudio Finelli, docente e delegato Cultura di Arcigay. Testo, che ha avuto anche una sua realizzazione per la scena, nel gennaio 2017, all’interno del fortunato format Do not disturb, ideato dallo stesso autore insieme al regista Mario Gelardi.

Quei ragazzi del ‘96 è liberamente ispirato al celebre testo di Mart Crowley Festa di compleanno per il caro amico Harold e racconta un drammatico party a sorpresa, organizzato da un gruppo di amici la sera prima del 29 giugno 1996, data del primo Gay Pride di Napoli e del Sud Italia.

Tra colpi di scena, momenti brillanti e altri intensi e commoventi, i protagonisti della pièce restituiscono al lettore la temperatura emotiva ed esistenziale in cui viveva, alle porte del nuovo millennio, la comunità Lgbti italiana, reduce dai tragici anni dell’Aids e ancora stretta e oppressa da pregiudizi sociali e dolorosi conflitti interiori.

La prefazione, scritta da Vincenzo Capuano (leader storico del comitato Arcigay di Napoli e docente di Storia del Giocattolo), ripercorre con puntualità le tappe politiche e rivendicative di quegli anni. La postfazione, invece, ad opera del caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, è una risposta argomentata, vibrante e appassionata a quanti ancora oggi, nel 2018, guardano al Pride con diffidenza e scetticismo.

Incontriamo l’autore per saperne di più sul testo che ha appena pubblicato.

Claudio, come mai hai deciso di scrivere un testo teatrale ambientato alla vigilia del primo Pride di Napoli?

In realtà, il testo nasce da una doppia “ispirazione”. Infatti mi era stato commissionato un rimaneggiamento attualizzato di Festa di compleanno per il caro amico Harold di Crowley. Pur avendo accettato, mi ero ritrovato ben presto a riflettere sull’inutilità di un simile adattamento. Il testo di Crowley, infatti, è datato e ha senso, secondo me, proprio perché restituisce a chi legge l’immagine precipua della condizione vissuta dalla comunità Lgbti americana negli anni ’70. Allora, ho pensato che, piuttosto che adattare il testo, sarebbe stato interessante adattare la dimensione umana dell’opera di Crowley.

Ho quindi cambiato tutti i personaggi e la storia, lasciando però la voglia di restituire al lettore la temperatura sociale della comunità Lgbti nella seconda metà degli anni ’90 in Italia. Il Gay Pride di Napoli del 1996 – che all’epoca dei fatti ho vissuto in maniera defilata – fu un evento spartiacque e rivoluzionario che ha profondamento inciso, a mio parere, sulle dinamiche di consapevolezza e di maturazione del territorio.

Cosa è cambiato, a tuo parere, da allora, nella vita delle persone Lgbti?

Sono cambiate, ovviamente, tantissime cose. Certamente oggi è molto più facile vivre la propria condizione alla luce del sole: c’è un tasso minore di omotransfobia sociale, un tasso minore anche di omotransfobia istituzionale. Le tematiche Lgbti non sono più tabù come lo erano in quei tempi e la comunità Lgbti si è liberata dell’alone di “patologia” in cui viveva negli anni ’90.

Quello che, a mio parere, resta purtroppo simile è la difficoltà di trovare un equilibrio emotivo e sentimentale in assenza di narrazioni condivise. I personaggi della pièce hanno difficoltà a orientarsi tra sentimenti, pulsioni, giudizi e desideri perché sono privi di modelli di riferimento forti e comuni, cioè mancano di una narrazione che ne determini la “formazione sentimentale”.

Quest’assenza è, a mio parere, il vero problema culturale che vive, ancor oggi, la comunità Lgbti in quanto la società, fortemente eterosessista, contiene e stigmatizza l’urgenza di definire canoni culturali e repertori espressivi di riferimento per le persone Lgbti. In questo modo la stessa società, in nome di una normalizzazione subdola ed effimera, spaccia per “integrazione” ciò che invece si rivela essere una forma di “indifferenziazione” e di “neutralizzazione” dell’immaginario Lgbti e le persone Lgbti, ohimé, spesso cadono in questo “tranello”.

Che ruolo hanno, secondo te, i Pride nella costruzione di una coscienza collettiva della comunità Lgbti?

Oggi l’Onda Pride ci dimostra che i Pride godono di ottima salute e sono momenti di aggregazione e di condivisione di piazza importantissimi. Anzi, in un frangente storico come quello che stiamo vivendo, in cui le spinte reazionarie e fasciste sono sotto gli occhi di tutti, credo che si debba ripartire proprio dall’esperienza dei Pride e della nostra fiera lotta di rivendicazione.

Sarebbe interessante aprire con più decisione le istanze di rivendicazione delle persone Lgbti  e fonderle alle istanze di rivendicazione delle altre minoranze, che oggi rischiano persecuzione ed esclusione. Un fronte unico di lotta per i diritti di tutte e tutti, per la felicità e il benessere di tutte e tutti. Tanto, di solito, i razzisti sono anche fascisti, ignoranti, misogini e omotransfobici: la politica attuale lo dimostra in maniera più che evidente. 

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Ha inaugurato la nuova edizione del Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture e sarà al cinema solo il 25, 26 e 27 giugno, come evento speciale. Stiamo parlando, ovviamente di Favola, adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo scritto e interpretato da Filippo Timi per la regia di Sebastiano Mauri.

Distribuito da Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio Deejay, MYmovies.it e Arcigay, è una commedia queer, brillante e dissacrante sul tema dell’identità, che racconta l’amicizia tra due casalinghe nella provincia americana degli anni ’50. Protagonista nel ruolo di Mrs Fairytale è Filippo Timi, mentre Lucia Mascino interpreta il ruolo di Mrs Emerald.

Rievocando allegramente il grande cinema hollywoodiano e recuperando il ritmo del Carosello, con le note alla Nat King Cole dei jingle pubblicitari e delle carole natalizie, Favola suggerisce allo spettatore che nessuna favola è perfetta come sembra: per quanto ognuno possa provare a resistere, imbalsamato dietro la bugia di un sorriso, la vita, brutale e spietata, busserà alla porta, stravolgendo convinzioni e certezze.

Nel primo giorno dell’uscita nelle sale, incontriamo Filippo Timi, protagonista e co-sceneggiatore con Sebastiano Mauri della pellicola.

Filippo, Favola è una commedia queer. Puoi spiegarci in che senso è queer e quanto la queerness può avere un valore politico e liberatorio oggi in Italia?

Queer, che letteralmente vuole dire ‘stravagante’, indica tutto ciò che sfugge, felicemente, a una definizione. E Favola, il film, che ricalca il carattere della nostra eroina, Mrs Fairytale, risponde perfettamente a questa parola. Il vero obiettivo non è avere un nome per ogni possibile colore dell’arcobaleno, ma immaginare un giorno dove non ci sarà bisogno di dare nomi, definire, separare. Esseri umani, dalle mille meravigliose sfumature, tutti diversi e quindi tutti uguali.

Ci racconti, brevemente, il tuo personaggio di Mrs. Fairytale? A quali personaggi ti sei ispirato nel costruirla?

Non c’è stato un personaggio o un’attrice in particolare cui mi sono ispirato, piuttosto a un bouquet di personaggi: le interpreti del film Donne di George Cukor. Un centinaio di attrici e neanche un attore in tutto il film. Tutte le possibili sfumature della femminilità di quegli anni, tenuto conto che le donne erano strizzate dai corsetti, avvolte da gonne gigantesche, con delle acconciature sempre perfette e al contempo condannate alle faccende di casa. Ho studiato molto la dolcezza vellutata e artificiale delle voci delle doppiatrici di quegli anni. Per dire compleanno, ci mettevano sei enne.

Il tuo personaggio è anche un modello di infrazione all’ordine e all’idea borghese dei ruoli di genere. Secondo te, la società italiana è ancora ancorata a un’immagine maschilista e sessista dei ruoli di genere?

Non c’è dubbio. C’è ancora molta strada da fare prima di arrivare alla parità, prima di poter promettere alle nostre figlie le stesse opportunità che già promettiamo ai nostri figli.  L’altra faccia del sessismo è l’omofobia, perché anche le coppie dello stesso sesso sfidano i tradizionali ruoli di genere, invitano a un’interpretazione più paritaria della coppia. Lo scoglio da superare è la società patriarcale, per arrivare a una società dove le donne e gli uomini, il maschile e il femminile, siano realmente e armonicamente sullo stesso piano.

Oggi, l’Italia ti sembra un Paese che si sta emancipando, relativamente alla vita e al benessere delle minoranze, o un Paese che vive un momento di pericolosa regressione?

Vorrei tanto poter rispondere che la strada verso l’uguaglianza e il rispetto delle minoranze (compresa l’unica che è in realtà una maggioranza numerica, le donne) sia ormai spianata, ma i recenti avvenimenti portano a pensare il contrario. Purtroppo la storia si muove per contrazione ed espansione, non tira sempre dritto nella stessa direzione. Siamo in un momento molto critico del nostro paese, è fondamentale non abbassare la guardia, essere pronti a difendere non solo gli ideali cui aspiriamo, ma anche gli obiettivi che abbiamo già conquistato.

Cosa ti aspetti da quest’originale e interessante progetto cinematografico che sarà nelle sale, come evento speciale, solo il 25, 26 e 27 giugno?

Che serva, attraverso la risata, ad aprire, anche solo un po’, la parte più profonda di noi stessi verso un’accettazione sincera e incondizionata di sé, al di là di ogni definizione.

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Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

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Massimo Verdastro è sicuramente uno degli artisti più eclettici e originali del panorama teatrale italiano. Ha lavorato con grandi nomi della scena nazionale e internazionale da Ronconi a Stein, da Cauteruccio ad Avogadro, passando per Tiezzi, Andò e Perriera.

Nel 1991 inizia a collaborare con Nino Gennaro, poeta e politico di strada impegnato nella lotta alla mafia e nella rivendicazione delle istanze di liberazione della comunità Lgbti, raccogliendone, dopo la prematura scomparsa, l'eredità culturale e diffondendone l’opera.

Verdastro ha portato in scena, in questi giorni, il dramma di Christopher Marlowe Edoardo II, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, vetrina teatrale di rilievo internazionale giunta ormai alla sua 11° edizione.

La tragedia, la cui regia è firmata da Laura Angiulli, narra il declino e la morte del re d’Inghilterra Edoardo II, a cui sia la moglie che i nobili non perdonano la relazione amorosa con il favorito Gaveston.

Incontriamo Massimo Verdastro poco prima dell’inizio della seconda e ultima replica dell’evento, presso il suggestivo spazio della chiesa di Donnaregina Vecchia, nel centro storico di Napoli.

Massimo, come è il tuo Edoardo II?

In primis, devo dire che questa è stata un’occasione straordinaria che mi ha offerto la regista di questo progetto teatrale, Laura Angiulli. L’Edoardo II è un’opera di grande impatto emotivo scritta da Christopher Marlowe, grande drammaturgo elisabettiano morto a soli 29 anni. Oggi, di quest’opera, colpisce la forza straordinaria di questo re che contrappose i propri sentimenti ai meccanismi del potere. Edoardo II affermò se stesso, la propria persona e il proprio sentire in maniera estrema. Edoardo è un sovrano mosso da sentimenti d’amore più che dagli interessi del regno. È l’amore che spinse Edoardo II a opporsi agli interessi del potere costituto, rappresentati dai nobili della corona e verrà punito con una morte atroce proprio per questo.

E qual è il delitto di Edoardo II? Amare un giovane. Il suo delitto è la sua natura: essere omosessuale. E, naturalmente, essere anche un uomo di profondi sentimenti.

Secondo te, oggi, un componente di governo potrebbe amare liberamente in Italia una persona del proprio stesso sesso o sarebbe un problema?

Purtroppo, credo potrebbe essere ancora un problema. Abbiamo lottato anni e anni per permettere a ognuno di esprimere liberamente la propria persona e i propri sentimenti. Mi sembra che adesso stiamo tornando indietro e questo mi rammarica molto. Noi però continuiamo a lottare.

La coppia dei due amanti costituita, appunto, da Edoardo II e Gaveston, in questa messinscena, sembra diversa rispetto a quella proposta tradizionalmente in teatro e ripresa anche dal film di Derek Jarman. Infatti Gaveston, interpretato da Gennaro Maresca, non è un ragazzo vanitoso e imberbe. Qual è la forza di questa scelta?

Laura Angiulli si è allontanata dal cliché del sovrano che ama il giovinetto sfrontato, interessato al potere ed efebico. In questa messinscena tra i due amanti esiste un sentimento vero e profondo. E il pubblico segue l’amore vero di Edoardo per un uomo giovane, ma non giovanissimo, che non corrisponde all’immagine sdolcinata dell’iconografia tradizionale. Il Gaveston di questa messinscena ha un aspetto virile, insomma, e questa è una nuova e interessante chiave di lettura.

Al centro di quest’opera c’è anche il tema dell’esclusione. L’esclusione è una condizione ricorrente nella fenomenologia esistenziale delle persone omosessuali…

Spesso gli uomini sono costretti a reprimere i propri sentimenti e non manifestarli liberamente. Io ho voluto creare un Re Edoardo che grida il suo amore: lo grida in maniera esagerata, folle. Ho voluto espormi in maniera molto libera per ricordare la libertà che merita l’amore.

 

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Venerdì 1° giugno al Teatro Astra di Torino la Trilogia sull’identitá | Peter Pan guarda sotto le gonne; Stabat Mater e Un eschimese in amazzonia  - in prima nazionale come trilogia -  di Liv Ferracchiati inaugura il Festival delle Colline Torinesi giunto alla sua 23° edizione. 

Il Festival della Colline Torinesi, diretto da Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla, propone appuntamenti internazionali di rilievo con una rinnovata attenzione alla drammaturgia contemporanea, ha come tema il viaggio, in tutte le sue declinazioni e da sempre è attento al tema dell’identità di genere. Alcuni spettacoli riflettono sulle migrazioni storiche o contemporanee, altri sui viaggi della mente o sui tragitti verso la definizione di una identità sessuale, altri sul flusso di memoria e di esperienze tra le generazioni.

Ventitrè gli spettacoli, otto le prime nazionali, tante le collaborazioni fra le quali quelle con Teatro Stabile di Torino, Piemonte dal Vivo, Casa del Teatro Ragazzi e con altre istituzioni non teatrali come il Museo Nazionale del Cinema e la Fondazione Merz.

Lo spettacolo di stasera è una trilogia sull'identità di genere e sul rapporto tra le generazioni che riflette con sconcertante sincerità l’esperienza dell'emergente Liv Ferracchiati e che sviluppa anche una sua lucida e consapevole visione del mondo. 

Abbiamo incontrato l’artista che ha risposto alle domande di Gaynews.

Peter Pan guarda sotto le gonne racconta l’infanzia di un undicenne degli anni ’90 nato in un corpo femminile e si interroga su che cosa significhi affrontare una transizione, anche solo mentale, dal femminile al maschile. In che modo lo fa? Che cosa ci racconta?

La parte che più mi ha colpito della domanda è che citi la transizione mentale. Nella trilogia si parla di questo. Una transizione mentale che fa il personaggio passando dal femminile al maschile. Un viaggio che fanno le persone transgender nella transizione e un viaggio che può fare anche lo spettatore. Lo spettacolo induce a spostare la percezione sul genere a intuire che c’è la possibilità di spostare il proprio punto di vista, che esistono uomini che hanno un corpo maschile, aldilà del fatto che facciano o meno la transizione, perché vivono come degli uomini a tutti gli effetti. Peter Pan parla della prima consapevolezza al riguardo, parla di un bambino che non ha i termini per descrivere ciò che gli accade, questa incapacità di narrare se stessi crea paura. Per sconfiggere la paura che è la stessa che hanno anche gli adulti bisogna avvicinarsi, capirlo.

La cosa che per me è stata molto bella da vedere con la compagnia è che questa percezione si spostava, all’inizio avevano pudore nei confronti delle persone transgender ora sembrare la cosa più naturale del mondo perché attraverso il teatro hanno cambiato la percezione.

In Stabat Mater, il secondo capitolo della trilogia, rappresentata, unitariamente per la prima volta qui a Torino in occasione del Festival delle colline torinesi, ha invece come tema centrale l’emancipazione dalla madre. Quanto può essere importante per una persona T?

Credo che tocchi tutto allo stesso modo. Con un prolungamento di questioni per una persona T.  perché è chiaro che anche il genitore fa un percorso insieme al figlio e deve volerlo fare e non è scontato. Nel caso di Stabat Mater c’è questa madre onnipresente in video gigantesca, questa madre così incombente ma molto bella (Laura Marinoni la interpreta), c’è questo spettro del complesso edipico che attraversa il personaggio e quindi questo ricercare nelle donne una madre, cosa che impedisce di staccarsi da quella figura. Queste dinamiche appartengono però a chiunque, questa simbiosi che si trasforma in una lama tagliente qualcosa che ti unisce ma che ti fa anche male; fa parte di ogni rapporto genitoriale. Chiaro che se devi anche far comprendere che quella figlia è un figlio c’è un passaggio in più ma non la farei così tragica come si fa nell’immaginario collettivo. Non sono da compatire così tanto le persone transgeder.

In Un Eschimese in Amazzonia viene affrontato il rapporto della persona transgender con la società. Come vedi e come è narrato questo rapporto?

Questo rapporto è il culmine anche per la progressione dei linguaggi. Qui la parola è verticale alla situazione della persona trans gender. La persona T, non essendo prevista, nelle situazioni più banali deve gestire gli accadimenti e improvvisare; per questo l’eschimese improvvisa, si stanca di parlare da eschimese, ha acquisito le info che gli servivano, ha dibattuto a riguardo, pensa di essere un rivoluzionario nello spostamento della percezione ma ora dice “sai che c’è? non voglio essere un eschimese voglio essere una persona”. Il tema non sussiste e ci sta anche un po’ annoiando.

Che ruolo hanno, per te, il teatro e più in generale la cultura rispetto ad alcuni temi importantissimi come la transizione o l’identità di genere?

Il teatro in generale è un luogo dove si analizzano le dinamiche dell’essere umano, anche le mie. Se mi succede qualcosa tratto un argomento per capirlo, per analizzarlo senza morale. Nel teatro non c’è giudizio puoi fare tutto, puoi fare qualcosa di sbagliato o di giusto per capire da dove deriva, puoi analizzarlo in totale libertà. Per questi temi questa assenza di giudizio è profondamente liberatoria per chi lo fa e per chi lo guarda. Le regole le inventi tu nel teatro se sei bravo gli altri ci stanno, altrimenti non funziona ma all’interno di quelle regole anche le persone che guardano possono per un attimo sospendere il giudizio.

Stabat mater apre con una bestemmia: il motivo di quella bestemmia è quello che succede a quella persona in quel momento, il ciclo mestruale nello specifico;lui descrive in modo molto fisico le sensazioni che prova, è arrabbiato, sono sensazioni sgradevoli, la bestemmia è una ingiuria verso chi l’ha messo in quella posizione ma anche una invocazione, un sollievo, è qualcosa che arriva quasi a far sorridere lo spettatore per la fragilità del personaggio. Se non sospendi il giudizio senti solo la bestemmia.

Sono fondamentali i festival a tema ma nello stesso tempo credo che sarebbe meglio vedere questi spettacoli come spettacoli, ne giova anche il tema. Sono spettacoli teatrali e basta. In questo caso si declina questo tema specifico. Quindi oggi è auspicabile che esistano festival a tema, un domani non più. Chiedo sempre di essere inserito nelle stagioni ufficiali proprio per dare più forza al lavoro che facciamo.


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La platea e il palco sono ricoperti da foglie di carta, rosse e gialle. Sulla scena la testiera in metallo di un letto, e una finestra montata su una cornice autoreggente su ruote.

Quando lo spettacolo inizia una giovane donna, illuminata solamente da una lampadina tascabile, si rivolge al giudice in quella che sembra la deposizione per un crimine da lei commesso.

Poi, un giovane uomo, in divisa della prima guerra mondiale, si rivolge a sua moglie Louise, augurandosi di tornare presto da lei mentre la vita della trincea lo attanaglia e lo vince.

Ecco dunque un’altra donna, una ferita sanguinante alla tempia, che si avvicina al giovane soldato, cantando le parole di Parle moi d’amour, accovacciandosi per stare alla sua altezza mentre lui saggia il sangue che le esce dalla ferita.   

Chi sono questi personaggi? Sono il giovane Paul Grappe e sua moglie Louise Landy passati alla cronaca lui come disertore che per evitare l’arresto e la fucilazione ha assunto identità femminile, con lo pseudonimo di Suzanne Landgard, lei per aver sparato a morte al marito, nel 1928, per difendere se stessa e il loro figlioletto di due anni, che morirà a causa di una meningite pochi giorni dopo il padre.

Conosciamo questa storia dalle pagine dei giornali, che si occuparono del caso di Paul che, presentatosi alle forze dell’ordine per beneficiare dell’amnistia, ottenne notorietà per il suo passato en-travesti, e per l’istruttoria della polizia in seguito all’omicidio di Paul per mano di Louise.

Il loro caso, celebre in Francia alla stregua di quelli successivi delle Sorelle Papin e di Violette Nozière, è stato portato ala ribalta nel 2011 dal libro La garçonne et l'assassin: Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles di Fabrice Virgili e Danièle Voldman, ed. Payote. Il libro è stato pubblicato in italiano nel 2016, mantenendo il titolo originale, La garçonne e l'assassino. Storia di Louise e di Paul, disertore travestito, nella Parigi degli anni folli per Viella editore, con l’aggiunta preziosa di un approfondimento storico di Teresa BertilottiChloè Cruchadet nel 2013 ne trae la graphic novel Mauvaise Genre (t.l. Genere cattivo) pubblicata in Italiano nel 2014 col titolo Poco raccomandabile per la Cocconino Press.

La storia di Paul/Suzanne è molto semplice nella sua eccentricità. Non potendo essere uomo e disertore in tempo di guerra Paul assume identità femminile come Suzanne senza per questo cambiare il proprio orientamento sessuale (come potrebbe?) continua infatti a prediligere le donne. Essendo però, almeno esternamente, donna anche lui, per potersi permettere storie con donne. Suzanne deve frequentare donne che cercano altre donne e inizia a frequentare così locali per lesbiche e posti di incontro e rimorchio come il parco Bois de Boulogne.

In quel contesto Paul/Suzanne scopre anche gli uomini senza che il suo comportamento omosessuale metta in discussione la sua eterosessualità. Non basta infatti andare a letto con qualcuno dello stesso sesso per essere omosessuali. Non è il sesso che ci fa etero gay o lesbiche quanto, piuttosto, l’affetto, i sentimenti, la sfera relazionale.

Anche per questo la psicologia e la sessuologia distinguono tra comportamento sessuale (con chi facciamo sesso) e orientamento sessuale (di chi ci innamoriamo, con chi, oltre al sesso, costruiamo relazioni affettive). È interessante vedere come questa storia venga trattata nei testi che Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo hanno consultato per scrivere Suzanne portato in scena per la compagnia Le città visibili e la regia di Cèsar Brie.

Nel libro di  Fabrice Virgili e Danièle Voldman, tutto sviluppato su un racconto romanzato non comprovabile, più affine alle ricostruzioni tutte torbidi dettagli e malcelati (pregiu)dizi di certi programmi televisivi  che al rigore di una ricostruzione storica che possa dirsi tale, Il travestitismo di Paul è visto come un indice di omosessualità secondo il trito cliché dell’inversione sessuale. Paul/Suzanne è presentato come un personaggio ambiguo, al di là dei due generi, senza mai uscire però dall’ambivalenza del binarismo,  arrivando a suggerire che Paul non sia il padre del figlio di Suzanne data la sua scarsa virilità (sic!) comprovata dalla sua diserzione.

Cruchadet nella sua graphic novel è convinta invece che Paul volesse proprio essere donna, come fa dire a Louise. Il testo teatrale di Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo, ha invece un approccio molto più rispettoso e attento ai personaggi, con una visione scevra da pregiudizi e niente affatto interessata al sensazionalismo o al dettaglio sessuale (come nella graphic novel).

Nello spettacolo viene sottolineato molto bene (senza i dettagli grandguignoleschi del fumetto) lo shock che Paul subisce durante i due anni di guerra in trincea e che lo hanno indotto a disertare (non certo per la poca virilità). L’orrore della guerra è evocato da Suzanne quando spiega a Louise i motivi per cui lei nel libertinaggio che pratica al Bois de Boulogne fiorisce e si sente libera e amata.

Peccato che la riduzione teatrale si soffermi di più sugli uomini che Suzanne frequenta e non sulle donne (una delle quali abitò per un poco con lei e sua moglie…): crediamo più per esigenze drammaturgiche che per un (pre)giudizio “omosessuale” su Paul.

Dopo la trasformazione di Paul in Suzanne, che lo spettacolo risolve più sul piano del portamento e dell’attitudine che su quello fisico (Paul eliminò la barba con l’elettrocoagulazione, una tecnologia già esistente negli anni 20 che nello spettacolo viene nominata ma non portata in scena) è una donna a interpretare Suzanne mentre l’attore che interpreta Paul rimane come doppio quasi sempre presente in scena.

Una bella intuizione drammaturgica che sposta l’attenzione dal fatto che Suzanne sia una donna travestita al fatto che sia una donna tout court senza mettere in atto quella critica al binarismo di genere o all’eterosistema che sono temi contemporanei ma estranei agli anni '20 quando si sono svolti i fatti.

Lo spettacolo vuole restituire il dolore interno di Paul che non è certo quello di un uomo tormentato dalla sua omosessualità, ma quella di un giovane traumatizzato (come tanti) dalla guerra che ha trovato nell’attenzione che donne e uomini gli davano ne panni di una donna come a un risarcimento per una vita altrimenti dura e faticosa.

Una presentazione dei fatti intellettualmente onesta e delicata che non violenta personaggi e situazioni ma appronta un discorso mesto, profondo e doloroso ma mai cupo o morboso. Molto molto meglio delle fonti di cui autrici e autore si sono serviti per scriverlo. Tamara Balducci fa di Suzanne una vera regina del Bois (com’era ricordata), invitando il pubblico, al quale si rivolge direttamente, a entrare nel parco raggiungendo una intensità indimenticabile ed emozionante.

Linda Gennari interpreta una Louise innamorata e timida (splendida la scena quando Suzanne la accompagna al Bois e le due donne  osservano gli e le astanti attraverso il vetro di un’anta della finestra che si trasforma in una sorta di “lente di osservazione” e dove viene spiegato bene che a frequentare il Bois non c’erano talmente balordi e balorde ma anche l’alta società di Parigi) mentre Lorenzo Garozzo sa restituire il trauma del giovane soldato Paul con un dolore talmente vivo che anche il pubblico può toccarlo con mano.

La regia riesce a gestire in maniera esemplare il punto di vista cangiante dello spettacolo che passa elegantemente e senza soluzione di continuità da quello di Louise che trova in Suzanne una complice e una sorella (non manesca come suo marito Paul) e quello di Paul/Suzanne che rappresenta le due facce di una molteplicità di specchi: quello sociale uomo donna che serve a Paul per disertare, quello culturale che permette.a Suzanne comportamenti altrimenti preclusi a Paul e quello intimi e privato di un uomo così attratto dalle donne da eccitarsi a vestine egli stesso i panni.

Uno specchio scenicamente illustrato dalla finestra le cui ante ora chiuse ora aperte rappresentano il limine tra un interno borghese e un esterno altro da esplorare scavalcandone il confine. Una macchina scenografica di una elegante semplicità perché quando si hanno cose da dire non servono coup de théâtre o istallazioni complesse e macchinose.  

Suzanne è uno spettacolo riuscitissimo che evoca situazioni emozioni e contesti con una misura anche nella durata (che sfiora l’ora). Uno spettacolo prezioso che costituisce anche una risposta coraggiosa alle esegesi fin troppo disinvolte piene di pregiudizi e luoghi comuni sull’omosessualità, l’inversione sessuale e il libertinaggio.

LE CITTÀ VISIBILI

SUZANNE

Liberamente tratto da La Garçonne et l'assassindi Fabrice Virgili e Danièle Voldman

drammaturgia di Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo

regia César Brie

con Tamara Balducci, Giacomo Ferraù e Linda Gennari

luci e spazio scenico César Brie

scenografia Matteo Fiorini

costumi Ree Do Lab di Cristiana Curreli

sound designer Marco Mantovani

assistenti Vera Dalla Pasqua e Nicola Sorcinelli

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Dal 10 al 15 aprile, al Teatro Out Off di Milano (via Mac Mahon, 16), andrà in scena l’interessante studio teatrale su Mario Mieli, prodotto dal giornalista Maurizio Guagnetti e da Irene Serini. L'attrice, che ha già lavorato con Luca Ronconi, Tonino Conte, Gioele Dix, Serena Sinigaglia e altre importanti realtà artistiche della scena italiana, è anche regista e interprete d'uno spettacolo dai trenta intensi minuti.

Irene Serini recupera la formula del teatro antico che vede il pubblico seduto in cerchio. E, all’interno di questo cerchio, proverà a rievocare la figura e lo spirito di Mario Mieli, rivoluzionario precursore delle lotte italiane di rivendicazione Lgbti. Primo filosofo nostrano ad aver indagato il difficile rapporto con la femminilità propria di ogni essere umano, con l'identità sessuale e con il desiderio represso.

Lo spettacolo si chiama Abracadabra. Incantesimi di Mario Mieli, il mago del gender. Rappresentato per la prima volta lo scorso anno a IT Festival, arriva all'Out Off di Milano con Studio#2, il secondo atto di uno spettacolo non finito e per certi versi infinito.

Per conoscerne di più, raggiungiamo telefonicamente Irene Serini.

Irene, ci spiega come e perché si è avvicinata figura di Mario Mieli? E quali sarebbero i suoi incantesimi?

Il primo a parlarmi di Mieli fu un giornalista e grande amico: Maurizio Guagnetti. Mi diede in mano Elementi di critica omosessuale e, in un giorno d'influenza, lessi la prima pagina: mi staccai dal libro tre giorni dopo. L'influenza era passata ed ero avvolta dalla strana sensazione di essere una persona diversa da prima, non solo per questioni di temperatura. Come se quel libro fosse stato un medicinale iniettato nel cervello, in grado di cambiare il mio sguardo sul mondo. Magia? Chissà. 

Da lì in poi molti sono stati gli incontri: sia con chi ha conosciuto Mieli direttamente (divertendosi assai e avendo molto da ricordare) sia coi libri di chi ha portato avanti il suo pensiero elaborandolo all'interno dei gender studies. Ritrovo gli ingredienti delle sue "pozioni magiche" in alcuni tratti del pensiero di Judith Butler ma anche di Flavia Monceri, quando propone d'interrogarsi a fondo e con cura su cosa sia l'identità, chi sia a determinarla e a chi serva questa [benedetta o maledetta o comunque noiosissima] identità.

Decisi di portare tutto questo a teatro. Ma compresi fin da subito che la natura di Mieli imponeva l'evasione. Che bisognava scombussolare leggi e confini. Fu lì che ritrovai Maurizio, il mio iniziatore, ed insieme elaborammo un progetto di cui il monologo non è che il primo mattone e che prevede, tra le varie, la realizzazione di un docufilm che finanzieremo attraverso una campagna di crowdfunding.

Il suo spettacolo è una specie di seduta spiritica per rievocare domande che più dividono la società contemporanea in tema di sessualità e identità di genere. Ma qual è l’interrogativo che ritiene più pressante e più divisivo in questo momento?

Quando smetti di recitare? Cosa trovi al di là della recita? Può sembrare strano ma questi sono interrogativi realmente incandescenti in questo percorso.

L'identità di genere quanto la sessualità hanno a che fare con la rappresentazione più di quanto non si possa intuire, hanno a che fare con la riconoscibilità da parte degli altri. Aveva ragione Shakespeare: Tutto il mondo è un teatro e gli uomini e le donne non sono che attoriAttori a cui Mario Mieli propone di smettere di recitare per "scoprire le straordinarie risorse dell'esistenza...al di là della recita" È necessario superare i limiti imposti, per scoprire se stessi e l'universo circostante.

Sinteticamente, cosa fece di Mario Mieli un pensatore scomodo e anticonformista? C’è un aspetto dell’eccentricità di Mieli nei confronti della quale lei ha delle reali perplessità?

Del pensiero di Mario Mieli accolgo tutto. Consapevole di avere a che fare con un pensatore anni '70. Anni aggressivi rispetto ai nostri, in cui la provocazione era una modalità d'espressione molto presente. Oggi provocare sembra in parte passato di moda, difficilmente fa ottenere risultati evidenti, tanto meno fa guadagnare una buona qualità d'ascolto da parte di chi la pensa diversamente.

Ribadisco: nulla del pensiero di Mario Mieli mi disturba, perché lo accolgo instaurando un dialogo con esso, e non considerandolo istruttivo alla maniera di una vecchia lezione scolastica. Inoltre in tutto quel che lo riguarda, anche nella cosa più schifosa, risuona sempre uno stato di grazia.

Il suicidio di Mario Mieli è stato spiegato in vari modi. Secondo lei, qual è stata la molla scatenante della sua decisione finale?

Lo spettacolo non indaga la vita di Mieli e la sua aneddotica. Portiamo in scena il suo pensiero, la sua meraviglia. Togliersi la vita è un fatto intimo. Inviolabile. Silenzioso. Le uniche parole che riesco ad accettare in circostanze del genere sono quelle che scrisse Cesare Pavese prima di morire: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

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Dal Nuovo Teatro Sanità di Napoli inizia la tournée di Glam City, spettacolo nato  dall’adattamento dell'omonimo romanzo di Domenico Trischitta, interpretato da Silvio Laviano, per la regia di Nicola Alberto Orofino. 

Protagonista della pièce è Gerry Garozzo, un ragazzo “diverso” che vive a Catania negli anni ’70 e che sogna di entrare nel mondo dello spettacolo. A Catania Genny Garozzo tenta di realizzare una vera e propria rivoluzione di costume, fatta di travestitismo e trasgressione. Ma purtroppo il suo sogno si infrange drammaticamente.

Glam City è anche la storia di una città come Catania che, ieri come oggi, vive la contraddizione di essere luogo di provincia disperatamente alla ricerca di un riscatto. Da sempre legata alle tradizioni della sua festa, del suo teatro, dei suoi quartieri sgarrupati, dei suoi cittadini strafottenti, di una movida sfrenata e apparentemente spensierata, eternamente in cerca e forse per questo mai contenta. Proiettata sempre verso una dimensione glam che riesce raramente a realizzare. Ed è forse per questo che Catania, città schiacciata fra il vulcano e il mare, resta eternamente uguale a se stessa.

A qualche ora dalla prima replica napoletana (lo spettacolo sarà in scena dal 26 al 28 gennaio al Nuovo Teatro Sanità di Napoli) incontriamo l’attore Silvio Laviano, una carriera divisa tra Parigi, Roma e Catania, che ha terminato da qualche mese le repliche de I sei personaggi in cerca d’autore con la regia di Michele Placido e si appresta a trasformarsi nell’icona glam Gerry Garozzo.

Silvio, cosa è, precisamente, Glam City?

Glam City è un monologo tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Trischitta, liberamente ispirato alla storia reale del primo trasformista catanese, a cui nello spettacolo ho dato il nome fittizio di Gerry Garozzo, che negli anni '70 fu il primo giovane artista a vestirsi da donna e portare in Sicilia la cultura glam londinese, suggestionato dalla musica di leggende pop come David Bowie e Marc Bolan, e fece parlare molto di sé, innescando una vera rivoluzione artistica e culturale a Catania.

Io seguo la vita di questo personaggio dagli anni '70 agli anni '90. Racconto anche le trasformazioni della società, l’evoluzione della musica, la chiusura di una Sicilia retrograda che non accettava questa realtà e la realtà di una città, come Catania, estremamente ambivalente: da un lato repressiva e fascista e dall’altro esplosiva. Un po’ come l’Etna: nero all’esterno ma pieno di lava incandescente, pronta ad esplodere, dentro.

Glam City racconta la città di Catania attraverso gli occhi di Gerry Garozzo.

Glam City, dopo il debutto nella “tua” Catania, inizia la propria tournée proprio nella settimana dedicata alla memoria. Una scelta voluta?

Parzialmente sì. Nella settimana della memoria Glam City è un appuntamento importante perché promuove un recupero della memoria relativamente alla cultura di genere: è importante ricordare e sapere che ci sono stati dei nostri “padri” che hanno iniziato la nostra rivoluzione tanti anni fa.

La storia di Gerry Garozzo è infatti la storia di un ragazzo che per la prima volta, nel Sud Italia, ha deciso di essere se stesso. Nonostante gli insulti per strada. Nonostante una famiglia che l’ha dolorosamente negato. Nonostante gli anni '80 che, non dimentichiamolo, in Sicilia sono stati caratterizzati dalle continue ed efferate lotte di mafia.

Glam City è anche un omaggio alla memoria, la nostra memoria.

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Torna finalmente sulle scene Gennaro Cosmo Parlato, grandissima voce e interprete originale e poliedrico del panorama musicale e teatrale italiano.

Sabato 13 gennaio, infatti, nei suggestivi spazi della Galleria Borbonica di Napoli, andrà in scena, con una doppia replica, il concerto straordinario L’Araba Felice (usignoli, spalline e polvere di stelle), con le canzoni italiane e internazionali in rilettura originale e una rosa di classici. Da Maledetta primavera a Core ’ngrato, Cosmo Parlato proporrà le sue istrioniche esecuzioni. Quelle stesse che l’hanno reso celebre anche in tv, ospite fisso nel programma Markette di Piero Chiambretti.

Incontriamo Gennaro Cosmo Parlato durante le prove del suo nuovo spettacolo.

Gennaro perché questo tuo ritorno alle scene con uno spettacolo che si chiama L’Araba Felice?

L’Araba Felice è uno spettacolo in cui ripercorro tutto il repertorio artistico dei miei ultimi anni e tra un’esibizione e l’altra racconto episodi e situazioni che mi sono accadute. Il titolo e l’idea de L'Araba Felice nacque una sera che scesi da casa della mia amica Pietra Montecorvino e salii su un autobus molto affollato e rimasi colpito da una ragazza che era totalmente velata da un burka. A parte la questione religiosa, le chiesi subito se non avesse caldo, perché l’autobus era strapieno. Lei si alzò il velo e mostrandomi un elegantissimo e costosissimo Chanel, mi rispose: Io sono araba, mica scema! Tra me e Ivana Trump non c’è differenza: abbiamo entrambi dei mariti coglioni! E da questo episodio e dalla chiacchierata che ne seguì, è nata la storia de L'Araba Felice che racconto durante lo spettacolo.

Qual è la canzone del tuo repertorio che ami di più?

La mia canzone del cuore, nel repertorio, è Maruzzella perché ha tagliato il mio percorso artistico. Prima di Maruzzella non avevo mai cantato in napoletano. Per cantare in napoletano devi essere un grande interprete, perché una cosa è fare la versione bolero di Comprami, altra cosa è cantare dei capolavori come quelli del repertorio classico napoletano portati al successo da mostri sacri come Angela Luce o Sergio Bruni.

C’è invece un brano che avresti voluto interpretare ma non hai osato farlo?

Sì e si tratta di un pezzo scritto da me, Fragile che ho scritto per Mina. Ma sai, dopo che l’ha cantata quell’Alieno della Signora Mazzini, è complicato interpretarla…

Tu sei un interprete che si diverte con l’infrazione e il ribaltamento di ruoli e identità. Secondo te, l'Italia è un Paese libero o è ancora legato a pregiudizi e preconcetti?

Ma perché noi abbiamo un Paese? Esistono delle persone che si impegnano ma non abbiamo più un vero Paese. Se tu calcoli che negli anni ‘80 nel mondo della musica c’erano personaggi come Boy George o Jimmy Sommerville e c’era spazio per l’energia e il colore di tutti! Secondo me, c’è stata una regressione paurosa e una semi-repressione nebulosa: forse la paura, da parte di alcuni, di voler ammettere il proprio desiderio sessuale?  Viviamo in un ventennio di semioscurità: le leggi da sole non servono, se non cambia la mentalità delle persone, per mandare a quel paese i pregiudizi. Il mondo Lgbti si è dato molto da fare in questi anni, è vero, però mi chiedo se in Italia valga ancora la pena sprecare il fiato. Un tempo, l’arte di grandi artisti omosessuali, come Leonardo o Michelangelo, veniva sostenuta e riconosciuta. Oggi, invece, non c’è più alcun riconoscimento. E comunque, e nonostante tutto, noi continuiamo a combattere e una maledetta primavera sarà sempre dietro l’angolo!

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Sono passati quarant'anni da quando Pier Paolo Pasolini girava con il suo microfono per spiagge, borghi, fabbriche italiane gettando scompigli con le sue scomode domande: “Come vede lei il problema sessuale?”.

Questo era Comizi d’amore: un documentario intelligente, a tratti esilarante, che dava diritto di parola – con una delicatezza, una tenerezza, una timidezza che oggi risultano persino spiazzanti – a giovani e meno giovani di diversi strati sociali e provenienze rispetto alla questione sessuale. Una sottile crociata dissacratoria contro l'ignoranza e la paura della sessualità.

Appunti G è uno spettacolo comico, tutto al femminile che parte da un simile presupposto. Cosa sanno le donne e gli uomini del punto G? I falsi miti, le ricerche, le dicerie le strumentalizzazioni della sessualità femminile sono il tema principale di un discorso che si sviluppa per quadri, scene, interviste, foglietti illustrativi, bugiardini, affissioni pubbliche che rendono sfaccettata, proteiforme, persino quasi kafkiana la lettura dell'universo sessuale femminile – anche quando dovrebbe essere semplice.

Il confronto con i comizi d'amore di Pasolini vuole essere un piccolo pretesto per confrontarci con le nostre convinzioni di uomini e donne di oggi: aperti, informati, progressisti, anticonformisti... ma è proprio vero che quarant'anni di progresso ci abbiano resi così tanto alieni dagli italiani che eravamo? Davvero oggi sappiamo tutto? O semplicemente crediamo di sapere? O fingiamo di essere a nostro agio con tutte queste competenze? Siamo davvero più liberi? Che cosa è realmente cambiato? Uno spettacolo dissacrante e comico che vuole scandagliare anche la ricerca medico- scientifica disponibile sull'argomento e che non mancherà di citare momenti memorabili come i viaggi nella vagina di Superquark, leggende popolari di vario tenore e natura, riferimenti classici come l'Ars amandi di Ovidio ma anche articolate e varie regole prematrimoniali legate alla morale o alle religioni.

Il cast è formato da tre attrici comiche di riconosciuta fama e di diverse generazioni e da un'importante giornalista - in maniera da modulare i toni della satira con alcuni momenti di raccoglimento e riflessione sulla condizione di quello che ancora oggi chiamiamo “il sesso debole”.

di Alessandra Faiella, Livia Grossi, Rita Pelusio, Francesca Sangalli, Lucia Vasini

con Alessandra Faiella, Livia Grossi, Rita Pelusio, Lucia Vasini

progetto fotografico Laila Pozzo

organizzazione Sara Novarese

produzione Collettivo PuntoG, C.M.C / Nido di ragno

dall’8 al 19 Novembre 2017 - Prima Milanese al Teatro Verdi

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