Da venerdì 19 a domenica 21 ottobre, sul palco del Nuovo Teatro Sanità di Napoli, andrà in scena Patroclo e Achille. Lo spettacolo rientra nel progetto Circle Festival, realizzato con il sostegno di Mibac e Siae, nell'ambito dell'iniziativa Sillumina - Copia privata per i giovani, per la cultura.

Il lavoro teatrale, proposto dalla compagnia B.E.A.T. Teatro, è scritto da Fabio Casano, diretto da Gennaro Maresca, interpretato da Giampiero De Concilio e Alessandro Palladino

L’incontro tra Patroclo e Achille, immaginato da Fabio Casano, è un incontro intimo, che ci propone i due personaggi, al di là del mito, come due giovani uomini immersi nei loro pensieri, nelle loro emozioni e nelle loro paure, sullo sfondo della guerra. 

Tra il rumore devastante della guerra e l'immensità del cielo, sulle spiagge di Troia, si sviluppa nel silenzio di una tenda, il dialogo incessante tra due compagni d'armi: Patroclo e Achille. La storia fissa il momento in cui Patroclo sceglie di andare in guerra. La sua determinazione lo porterà a insinuarsi nella psiche dell'amico Achille, un’anima sensibile dall'irrompente presenza. Dopo nove anni di battaglia, la fragilità mentale ed emotiva prende il sopravvento. Si fanno strada dubbi e domande, quelle di un amore nato quasi dal bisogno della guerra, dalla rabbia e dal tempo che passa.

Per saperne qualcosa di più, sorprendiamo durante le prove il regista Gennaro Maresca.

Gennaro, presentaci questi due amici e amanti, Patroclo e Achille, che stai per portare in scena, a Napoli, presso il Nuovo Teatro Sanità... 

Patroclo e Achille sono quei due ragazzi dell'Iliade. Quelli della guerra di Troia. Quelli di Omero. Però, proviamo a descriverli nella loro assoluta umanità, con la loro fragilità e forza. Di eroico niente se non il loro bisogno di assoluta libertà. Achille in primis

Patroclo e Achille sono ricordati per il loro coraggio e la loro forza, eppure tu li sveli nei loro atteggiamenti più umani e sensibili. Oggi, secondo te, possiamo trarre maggiori insegnamenti dall’eroismo epico di questi due miti o dalla loro fragilità?

L’eroismo epico oggi non può slegarsi da un concetto di umanità. Abbiamo bisogno di identificare eroi che siano veri e umani.

La guerra è lo sfondo drammatico della tua messinscena. L’amore di Patroclo e Achille irrompe mentre deflagra anche la guerra. Sembrano uno il controcanto dell’altro. Possiamo sostenere che anche le relazioni umane, i sentimenti più viscerali e profondi, talora sono impetuosi e devastanti come una guerra?

L'idea di contrasto è un elemento importante di tutto il progetto. Restando nell'ambito dei sentimenti umani dico assolutamente sì: siamo continuamente espressione di un qualcosa di composito, mai così precisamente netti, mai del tutto unidirezionali. Indagare la paura della guerra e le carezze e le parole non dette è un modo per indagare i rapporti umani in senso universale. Patroclo e Achille non possono non farsi la guerra.

Infine, quale messaggio ti piacerebbe comunicare al pubblico di Patroclo e Achille?

Un frammento di Archiloco recita : Impara il ritmo che governa gli uomini. Vorrei lo scoprissimo insieme attraverso la storia di questi due giovani.

A seguire il teaser dello spettacolo in esclusiva per Gaynews

e-max.it: your social media marketing partner

Il Teatro Off/Off in via Giulia a Roma apre questa sera la seconda stagione di programmazione con Roma caput mundi, il nuovo lavoro scritto e diretto da Giovanni Franci, già noto per L’Effetto che fa sull’omicidio di Luca Varani. 

I protagonisti della pièce sono tre 20enni (interpretati da Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco) che vivono in una periferia senza regole: un luogo caratterizzato dalla presenza della criminalità organizzata, in cui vige la legge del più forte.

A questi giovani è stato inculcato il mito del machismo: ogni orientamento sessuale non conforme è da condannare e da ciò nasce tanto loro violenza omofoba quanto l’odio per le minoranze e gli immigrati.

A poche ore dalla prima abbiamo contattato il regista e drammaturgo Giovanni Franci per saperne qualcosa di più.

Maestro, il suo nuovo spettacolo focalizza l’attenzione sull’emergenza violenza giovanile nelle periferie romane. Secondo lei, la capitale è una città razzista e omofoba? E com’è cambiata negli ultimi anni? 

Roma è una città amministrata da gente impreparata, in cui le periferie sono ostaggio della criminalità organizzata.  Una sorta di far west in cui l'unica legge vincente è quella del più forte. Tutto ciò che non è conforme, tutte le minoranze, ogni tipo di diversità sono viste come minaccia. Qualcosa da cui difendersi per affermare un io spaventato.

Il machismo raccontato in Roma caput mundi è, a suo parere, un fenomeno tipicamente italiano? Come si destruttura il machismo “culturale” nell’immaginario delle giovani generazioni? 

Il machismo è tipico di ogni Paese, in cui germina  un'ideologia di stampo fascista. È una maschera rudimentale per celare le proprie paure sottraendosi allo sforzo di provare ad affrontarle. Paradossalmente è un atteggiamento che denuncia una grande fragilità

Quali sono, secondo lei, i modelli “responsabili” dei violenti 3.0? 

I poteri forti che sono vigliacchi e da sempre sfruttano i momenti di crisi. Chi non si trova da solo strumenti per immunizzarsi e difendersi è ostaggio del modello prestabilito, che è vuoto, acritico e deve sentirsi costantemente minacciato.

Il clima politico attuale a livello nazionale incentiva, secondo lei, comportamenti violenti e aggressivi? 

Certo. Non solo li incentiva, ma li sfrutta.  Anche il fascismo salì al potere sfruttando la crisi le amarezze successive alla prima guerra mondiale. È spaventoso pensare che stia accadendo un'altra volta esattamente con le stesse modalità.

Il giorno prima del debutto del suo spettacolo, cioè ieri, è stata la Giornata mondiale del Coming Out. Cosa si sentirebbe di consigliare a un ragazzo che vuole fare coming out?

Gli direi di non avere paura. Non c'è niente di cui avere paura. Quelli che dovrebbero provare ad analizzarsi un po', perché evidentemente hanno un problema, sono gli omofobi. Loro dovrebbero risolvere la paura che provano, quantomeno per crescere un po' come uomini.

e-max.it: your social media marketing partner

Il 25 marzo del 2016 si spegneva a Roma uno dei protagonisti della scena italiana dal dopoguerra ad oggi: Paolo PoliPoli, che sarebbe riduttivo definire solo attore e regista, è stato uno degli artisti italiani più geniali e iconoclasti, capace di incantare e spiazzare chi lo ascoltava con il suo raffinatissimo sarcasmo e la sua esplosiva e originale verve comica e brillante. Uomo di profonda cultura e grande capacità comunicativa, Paolo Poli ha lasciato un vuoto che sarà difficilmente colmato nella storia dell’arte e dello spettacolo del nostro Paese.

Ed è proprio per ricordare l'artista fiorentino che si inaugurerà a Roma, il prossimo 19 settembre, presso il Teatro Valle, con un vernissage a inviti, la mostra Paolo Poli è..., già presentata a Firenze, presso il Teatro del Maggio Fiorentino, nell’autunno del 2017. La mostra, curata da Rodolfo di Giammarco e Andrea Farri, sarà aperta al pubblico dal 20 settembre al 4 novembre 2018.

A pochi giorni dall’inaugurazione, contattiamo Lucia Poli, attrice e sorella di Paolo, per saperne di più su questo evento.

Lucia, qual è l'importanza di Paolo Poli nella storia della cultura e dell'arte in Italia? Quale eredità e quale insegnamento ha lasciato al nostro Paese?

Paolo è stato un attore geniale e un grande intellettuale insofferente alle classificazioni, perché ha inventato uno "stile" tutto suo, unico e irripetibile. Si possono dire eredi tutti quegli artisti che coltivano con profonda serietà una passione e fanno della "libertà" la loro casa interiore. Paolo Poli è stato un grande demistificatore di luoghi comuni e pregiudizi.Potresti restituirci un tuo ricordo personale di un episodio in cui Paolo, con la sua irriverenza geniale, ha ribaltato le convinzioni comuni?

Uno dei libri preferiti di Paolo era Pinocchio di Collodi. Ne parlò una volta in pubblico con una professoressa. "Io mi sento simile a Pinocchio - disse - un burattino tremendo e adorabile insieme!" "Ma Pinocchio alla fine diventa un ragazzino per bene" osservò la professoressa. E lui:

Credo che sia stata Emma Perodi, che faceva l'editing del giornalino, ad aggiungere quella frasetta moralistica nel finale: Com'ero buffo quand'ero burattino!.. E come sono contento di essere diventato un ragazzino per bene! Finisce pisciandosi sulle scarpe. Risate e applausi del pubblico.

Secondo te, oggi, che penserebbe Paolo Poli dell'attuale clima politico italiano?

Non penso che mio fratello sarebbe felice nel clima politico di oggi soprattutto perché dotato di grazia impertinente, che è esattamente il contrario dell'ignoranza e della volgarità.

e-max.it: your social media marketing partner

Livorno ha dato oggi il suo ultimo addio a Lindsay Kemp. In tanti, giunti anche da varie parti d’Italia e del mondo, hanno reso omaggio all’artista britannico, che aveva scelto la città labronica come dimora per gli ultimi anni di vita.

Presente alla camera ardente, allestita presso il foyer del Teatro Goldoni, anche il primo cittadino di Livorno, Filippo Nogarin, insieme con la vicesindaca Stella Sorgente e l'assessore alla Cultura Francesco Belais.

«Sarà compito di tutti noi – ha dichiarato il sindaco pentastellato –  riuscire a preservare il rapporto tra Livorno e Lindsay Kemp, con l'esercizio della memoria. Ho voluto esserci oggi al Teatro Goldoni per l'ultimo saluto a Lindsay Kemp.

Ho voluto ringraziare l'artista per aver scelto Livorno come casa privilegiata degli ultimi anni di una straordinaria carriera e ho voluto ringraziare l'uomo per la semplicità con cui si è presentato da sempre agli occhi di ciascun livornese, pur essendo di fatto un gigante del nostro tempo».

Parole di viva commozione, invece, quelle espresse ai nostri microfoni da Luca Mazzinghi, presidente del comitato locale d’Arcigay, che ha dichiarato: «Mi sono sentito stringere il cuore, oggi, quando sono entrato nella camera ardente che ospita il corpo senza vita di Lindsay Kemp. 

Una camera ardente gremita di gente, allestita nel foyer del Teatro Goldoni, che nonostante il grande lutto sembrava avere sul viso quello stesso sorriso con cui Lindsay Kemp ha sempre affrontato la vita, distribuendo con la sua arte gioia di vivere e felicità. Si percepiva nella camera ardente tutto l’amore che la stessa città di Livorno ha nutrito e nutre per un grande maestro cha ci ha insegnato, con la sua arte, ad essere liberi e ad essere se stessi.

Chiaramente in camera ardente sono accorsi tanti suoi allievi, perché Kemp teneva dei corsi al Teatro Goldoni di Livorno. Corsi seguiti da allievi che venivano da tutto il mondo per fare degli stage con lui.

C’erano le istituzioni, c’era Arcigay e c’erano anche gli amici, prima tra tutte la sua collaboratrice, la persona che più gli è stato vicino in questi ultimi anni. Noi, come comitato provinciale Arcigay Livorno, abbiamo portato un cuscino di fuori arcobaleno, poiché lui amava i colori, per esprimere tutto il nostro affetto e la nostra ammirazione»

Nel comunicato stampa di ieri Mazzinghi aveva già espresso il cordoglio dell’intera comunità Lgbti livornese per la morte dell’artista. Aveva inoltre ricordato che anche Arcigay deve molto a Lindsay Kemp, per aver scelto il territorio livornese come sua residenza e come luogo di elaborazione artistica e culturale attraverso la danza.

I funerali del maestro di Peter Gabriel, Kate Bush e David Bowie saranno celebrati nei prossimi giorni a Roma, nel cui Cimitero acattolico saranno tumulate le spoglie.

e-max.it: your social media marketing partner

Ho incontrato Lindsay Kemp a Napoli, per intervistarlo, nel marzo del 2016, nei giorni in cui il coreografo e ballerino inglese era in città per esibirsi in uno dei suoi assoli di maggior successo, Il volo dell’Angelo che, per l’occasione, avrebbe eseguito sulla scalinata monumentale della chiesa di San Francesco di Paola in Piazza Plebiscito.

Da ragazzo, avevo amato lo spirito iconoclasta e anticonformista di Lindsay Kemp. La mia formazione estetica e culturale, inoltre, era stata particolarmente influenzata da uno dei suoi capolavori, Flowers, ispirato all’opera Nostra Signora dei Fiori di Jean Genet.

La sua capacità di infrangere schemi identitari, ribaltare i ruoli di genere e rappresentare il volo dell’amore universale - perché Kemp volava, non ballava - hanno reso quest’artista un antesignano delle rivendicazioni Lgbti e i modelli culturali a cui legava la sua arte, da Wilde a Jarman, da Ken Russell a Garcia Lorca e allo stesso Genet, erano modelli ideali per demolire pregiudizi e luoghi comuni.

D’altro canto, la realizzazione dei concerti The Rise and Fall of Ziggy Stardust e The spiders from Mars del suo allievo e amante David Bowie costituisce un atto rivoluzionario non solo nella storia della musica rock. Ma nella stessa narrazione dei nostri desideri e delle nostre identità, poiché Ziggy era una rockstar aliena e pansessuale, inviata sulla Terra per diffondere un messaggio d’amore e di felicità.

Mi piace ricordare questo maestro indiscusso del teatro degli ultimi sessant’anni, recuperando la risposta che mi diede quando gli chiesi qual è il ruolo dell’arte nel contrastare i pregiudizi e costruire un mondo migliore. Lindsay Kemp, infatti, non ebbe dubbi nel rispondermi che il proposito dell’arte è liberare il popolo: «Abbiamo la grande responsabilità di liberare la gente. La mia arte – mi confidò Kemp – ha lo stesso scopo che hanno le organizzazioni come Arcigay: aiutare le persone a sentirsi libere. Libere da loro stesse e libere dai condizionamenti dei regimi. Quello per cui siamo qui, quello per cui lavoriamo, è la possibilità di rendere questo mondo, un mondo migliore».

Stride, infine, rileggere proprio in questi giorni il giudizio che Lindsay Kemp mi rilasciò circa l’Italia, paese che aveva sempre amato e che negli ultimi anni aveva scelto come luogo per vivere e lavorare: «L’Italia non è ancora un Paese libero e aperto, però è un Paese gentile e mi fa piacere constatare come si sta aprendo ai rifugiati a differenza di altri Paesi. L’Italia è un Paese umano».

Ovviamente, nel marzo del 2016, nessun ministro italiano aveva posto sotto sequestro per giorni una nave con 177 migranti, mettendone a repentaglio la vita e alimentando odio e violenza. Ma questo, chiaramente, è un altro discorso.

e-max.it: your social media marketing partner

A luglio, in piena Onda Pride 2018, la casa editrice Marchese di Napoli ha pubblicato Quei ragazzi del ‘96, testo per il teatro scritto da Claudio Finelli, docente e delegato Cultura di Arcigay. Testo, che ha avuto anche una sua realizzazione per la scena, nel gennaio 2017, all’interno del fortunato format Do not disturb, ideato dallo stesso autore insieme al regista Mario Gelardi.

Quei ragazzi del ‘96 è liberamente ispirato al celebre testo di Mart Crowley Festa di compleanno per il caro amico Harold e racconta un drammatico party a sorpresa, organizzato da un gruppo di amici la sera prima del 29 giugno 1996, data del primo Gay Pride di Napoli e del Sud Italia.

Tra colpi di scena, momenti brillanti e altri intensi e commoventi, i protagonisti della pièce restituiscono al lettore la temperatura emotiva ed esistenziale in cui viveva, alle porte del nuovo millennio, la comunità Lgbti italiana, reduce dai tragici anni dell’Aids e ancora stretta e oppressa da pregiudizi sociali e dolorosi conflitti interiori.

La prefazione, scritta da Vincenzo Capuano (leader storico del comitato Arcigay di Napoli e docente di Storia del Giocattolo), ripercorre con puntualità le tappe politiche e rivendicative di quegli anni. La postfazione, invece, ad opera del caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, è una risposta argomentata, vibrante e appassionata a quanti ancora oggi, nel 2018, guardano al Pride con diffidenza e scetticismo.

Incontriamo l’autore per saperne di più sul testo che ha appena pubblicato.

Claudio, come mai hai deciso di scrivere un testo teatrale ambientato alla vigilia del primo Pride di Napoli?

In realtà, il testo nasce da una doppia “ispirazione”. Infatti mi era stato commissionato un rimaneggiamento attualizzato di Festa di compleanno per il caro amico Harold di Crowley. Pur avendo accettato, mi ero ritrovato ben presto a riflettere sull’inutilità di un simile adattamento. Il testo di Crowley, infatti, è datato e ha senso, secondo me, proprio perché restituisce a chi legge l’immagine precipua della condizione vissuta dalla comunità Lgbti americana negli anni ’70. Allora, ho pensato che, piuttosto che adattare il testo, sarebbe stato interessante adattare la dimensione umana dell’opera di Crowley.

Ho quindi cambiato tutti i personaggi e la storia, lasciando però la voglia di restituire al lettore la temperatura sociale della comunità Lgbti nella seconda metà degli anni ’90 in Italia. Il Gay Pride di Napoli del 1996 – che all’epoca dei fatti ho vissuto in maniera defilata – fu un evento spartiacque e rivoluzionario che ha profondamento inciso, a mio parere, sulle dinamiche di consapevolezza e di maturazione del territorio.

Cosa è cambiato, a tuo parere, da allora, nella vita delle persone Lgbti?

Sono cambiate, ovviamente, tantissime cose. Certamente oggi è molto più facile vivre la propria condizione alla luce del sole: c’è un tasso minore di omotransfobia sociale, un tasso minore anche di omotransfobia istituzionale. Le tematiche Lgbti non sono più tabù come lo erano in quei tempi e la comunità Lgbti si è liberata dell’alone di “patologia” in cui viveva negli anni ’90.

Quello che, a mio parere, resta purtroppo simile è la difficoltà di trovare un equilibrio emotivo e sentimentale in assenza di narrazioni condivise. I personaggi della pièce hanno difficoltà a orientarsi tra sentimenti, pulsioni, giudizi e desideri perché sono privi di modelli di riferimento forti e comuni, cioè mancano di una narrazione che ne determini la “formazione sentimentale”.

Quest’assenza è, a mio parere, il vero problema culturale che vive, ancor oggi, la comunità Lgbti in quanto la società, fortemente eterosessista, contiene e stigmatizza l’urgenza di definire canoni culturali e repertori espressivi di riferimento per le persone Lgbti. In questo modo la stessa società, in nome di una normalizzazione subdola ed effimera, spaccia per “integrazione” ciò che invece si rivela essere una forma di “indifferenziazione” e di “neutralizzazione” dell’immaginario Lgbti e le persone Lgbti, ohimé, spesso cadono in questo “tranello”.

Che ruolo hanno, secondo te, i Pride nella costruzione di una coscienza collettiva della comunità Lgbti?

Oggi l’Onda Pride ci dimostra che i Pride godono di ottima salute e sono momenti di aggregazione e di condivisione di piazza importantissimi. Anzi, in un frangente storico come quello che stiamo vivendo, in cui le spinte reazionarie e fasciste sono sotto gli occhi di tutti, credo che si debba ripartire proprio dall’esperienza dei Pride e della nostra fiera lotta di rivendicazione.

Sarebbe interessante aprire con più decisione le istanze di rivendicazione delle persone Lgbti  e fonderle alle istanze di rivendicazione delle altre minoranze, che oggi rischiano persecuzione ed esclusione. Un fronte unico di lotta per i diritti di tutte e tutti, per la felicità e il benessere di tutte e tutti. Tanto, di solito, i razzisti sono anche fascisti, ignoranti, misogini e omotransfobici: la politica attuale lo dimostra in maniera più che evidente. 

e-max.it: your social media marketing partner

Ha inaugurato la nuova edizione del Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture e sarà al cinema solo il 25, 26 e 27 giugno, come evento speciale. Stiamo parlando, ovviamente di Favola, adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo scritto e interpretato da Filippo Timi per la regia di Sebastiano Mauri.

Distribuito da Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio Deejay, MYmovies.it e Arcigay, è una commedia queer, brillante e dissacrante sul tema dell’identità, che racconta l’amicizia tra due casalinghe nella provincia americana degli anni ’50. Protagonista nel ruolo di Mrs Fairytale è Filippo Timi, mentre Lucia Mascino interpreta il ruolo di Mrs Emerald.

Rievocando allegramente il grande cinema hollywoodiano e recuperando il ritmo del Carosello, con le note alla Nat King Cole dei jingle pubblicitari e delle carole natalizie, Favola suggerisce allo spettatore che nessuna favola è perfetta come sembra: per quanto ognuno possa provare a resistere, imbalsamato dietro la bugia di un sorriso, la vita, brutale e spietata, busserà alla porta, stravolgendo convinzioni e certezze.

Nel primo giorno dell’uscita nelle sale, incontriamo Filippo Timi, protagonista e co-sceneggiatore con Sebastiano Mauri della pellicola.

Filippo, Favola è una commedia queer. Puoi spiegarci in che senso è queer e quanto la queerness può avere un valore politico e liberatorio oggi in Italia?

Queer, che letteralmente vuole dire ‘stravagante’, indica tutto ciò che sfugge, felicemente, a una definizione. E Favola, il film, che ricalca il carattere della nostra eroina, Mrs Fairytale, risponde perfettamente a questa parola. Il vero obiettivo non è avere un nome per ogni possibile colore dell’arcobaleno, ma immaginare un giorno dove non ci sarà bisogno di dare nomi, definire, separare. Esseri umani, dalle mille meravigliose sfumature, tutti diversi e quindi tutti uguali.

Ci racconti, brevemente, il tuo personaggio di Mrs. Fairytale? A quali personaggi ti sei ispirato nel costruirla?

Non c’è stato un personaggio o un’attrice in particolare cui mi sono ispirato, piuttosto a un bouquet di personaggi: le interpreti del film Donne di George Cukor. Un centinaio di attrici e neanche un attore in tutto il film. Tutte le possibili sfumature della femminilità di quegli anni, tenuto conto che le donne erano strizzate dai corsetti, avvolte da gonne gigantesche, con delle acconciature sempre perfette e al contempo condannate alle faccende di casa. Ho studiato molto la dolcezza vellutata e artificiale delle voci delle doppiatrici di quegli anni. Per dire compleanno, ci mettevano sei enne.

Il tuo personaggio è anche un modello di infrazione all’ordine e all’idea borghese dei ruoli di genere. Secondo te, la società italiana è ancora ancorata a un’immagine maschilista e sessista dei ruoli di genere?

Non c’è dubbio. C’è ancora molta strada da fare prima di arrivare alla parità, prima di poter promettere alle nostre figlie le stesse opportunità che già promettiamo ai nostri figli.  L’altra faccia del sessismo è l’omofobia, perché anche le coppie dello stesso sesso sfidano i tradizionali ruoli di genere, invitano a un’interpretazione più paritaria della coppia. Lo scoglio da superare è la società patriarcale, per arrivare a una società dove le donne e gli uomini, il maschile e il femminile, siano realmente e armonicamente sullo stesso piano.

Oggi, l’Italia ti sembra un Paese che si sta emancipando, relativamente alla vita e al benessere delle minoranze, o un Paese che vive un momento di pericolosa regressione?

Vorrei tanto poter rispondere che la strada verso l’uguaglianza e il rispetto delle minoranze (compresa l’unica che è in realtà una maggioranza numerica, le donne) sia ormai spianata, ma i recenti avvenimenti portano a pensare il contrario. Purtroppo la storia si muove per contrazione ed espansione, non tira sempre dritto nella stessa direzione. Siamo in un momento molto critico del nostro paese, è fondamentale non abbassare la guardia, essere pronti a difendere non solo gli ideali cui aspiriamo, ma anche gli obiettivi che abbiamo già conquistato.

Cosa ti aspetti da quest’originale e interessante progetto cinematografico che sarà nelle sale, come evento speciale, solo il 25, 26 e 27 giugno?

Che serva, attraverso la risata, ad aprire, anche solo un po’, la parte più profonda di noi stessi verso un’accettazione sincera e incondizionata di sé, al di là di ogni definizione.

Guarda la GALLERY

 

e-max.it: your social media marketing partner

Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

e-max.it: your social media marketing partner

Massimo Verdastro è sicuramente uno degli artisti più eclettici e originali del panorama teatrale italiano. Ha lavorato con grandi nomi della scena nazionale e internazionale da Ronconi a Stein, da Cauteruccio ad Avogadro, passando per Tiezzi, Andò e Perriera.

Nel 1991 inizia a collaborare con Nino Gennaro, poeta e politico di strada impegnato nella lotta alla mafia e nella rivendicazione delle istanze di liberazione della comunità Lgbti, raccogliendone, dopo la prematura scomparsa, l'eredità culturale e diffondendone l’opera.

Verdastro ha portato in scena, in questi giorni, il dramma di Christopher Marlowe Edoardo II, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, vetrina teatrale di rilievo internazionale giunta ormai alla sua 11° edizione.

La tragedia, la cui regia è firmata da Laura Angiulli, narra il declino e la morte del re d’Inghilterra Edoardo II, a cui sia la moglie che i nobili non perdonano la relazione amorosa con il favorito Gaveston.

Incontriamo Massimo Verdastro poco prima dell’inizio della seconda e ultima replica dell’evento, presso il suggestivo spazio della chiesa di Donnaregina Vecchia, nel centro storico di Napoli.

Massimo, come è il tuo Edoardo II?

In primis, devo dire che questa è stata un’occasione straordinaria che mi ha offerto la regista di questo progetto teatrale, Laura Angiulli. L’Edoardo II è un’opera di grande impatto emotivo scritta da Christopher Marlowe, grande drammaturgo elisabettiano morto a soli 29 anni. Oggi, di quest’opera, colpisce la forza straordinaria di questo re che contrappose i propri sentimenti ai meccanismi del potere. Edoardo II affermò se stesso, la propria persona e il proprio sentire in maniera estrema. Edoardo è un sovrano mosso da sentimenti d’amore più che dagli interessi del regno. È l’amore che spinse Edoardo II a opporsi agli interessi del potere costituto, rappresentati dai nobili della corona e verrà punito con una morte atroce proprio per questo.

E qual è il delitto di Edoardo II? Amare un giovane. Il suo delitto è la sua natura: essere omosessuale. E, naturalmente, essere anche un uomo di profondi sentimenti.

Secondo te, oggi, un componente di governo potrebbe amare liberamente in Italia una persona del proprio stesso sesso o sarebbe un problema?

Purtroppo, credo potrebbe essere ancora un problema. Abbiamo lottato anni e anni per permettere a ognuno di esprimere liberamente la propria persona e i propri sentimenti. Mi sembra che adesso stiamo tornando indietro e questo mi rammarica molto. Noi però continuiamo a lottare.

La coppia dei due amanti costituita, appunto, da Edoardo II e Gaveston, in questa messinscena, sembra diversa rispetto a quella proposta tradizionalmente in teatro e ripresa anche dal film di Derek Jarman. Infatti Gaveston, interpretato da Gennaro Maresca, non è un ragazzo vanitoso e imberbe. Qual è la forza di questa scelta?

Laura Angiulli si è allontanata dal cliché del sovrano che ama il giovinetto sfrontato, interessato al potere ed efebico. In questa messinscena tra i due amanti esiste un sentimento vero e profondo. E il pubblico segue l’amore vero di Edoardo per un uomo giovane, ma non giovanissimo, che non corrisponde all’immagine sdolcinata dell’iconografia tradizionale. Il Gaveston di questa messinscena ha un aspetto virile, insomma, e questa è una nuova e interessante chiave di lettura.

Al centro di quest’opera c’è anche il tema dell’esclusione. L’esclusione è una condizione ricorrente nella fenomenologia esistenziale delle persone omosessuali…

Spesso gli uomini sono costretti a reprimere i propri sentimenti e non manifestarli liberamente. Io ho voluto creare un Re Edoardo che grida il suo amore: lo grida in maniera esagerata, folle. Ho voluto espormi in maniera molto libera per ricordare la libertà che merita l’amore.

 

e-max.it: your social media marketing partner

Venerdì 1° giugno al Teatro Astra di Torino la Trilogia sull’identitá | Peter Pan guarda sotto le gonne; Stabat Mater e Un eschimese in amazzonia  - in prima nazionale come trilogia -  di Liv Ferracchiati inaugura il Festival delle Colline Torinesi giunto alla sua 23° edizione. 

Il Festival della Colline Torinesi, diretto da Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla, propone appuntamenti internazionali di rilievo con una rinnovata attenzione alla drammaturgia contemporanea, ha come tema il viaggio, in tutte le sue declinazioni e da sempre è attento al tema dell’identità di genere. Alcuni spettacoli riflettono sulle migrazioni storiche o contemporanee, altri sui viaggi della mente o sui tragitti verso la definizione di una identità sessuale, altri sul flusso di memoria e di esperienze tra le generazioni.

Ventitrè gli spettacoli, otto le prime nazionali, tante le collaborazioni fra le quali quelle con Teatro Stabile di Torino, Piemonte dal Vivo, Casa del Teatro Ragazzi e con altre istituzioni non teatrali come il Museo Nazionale del Cinema e la Fondazione Merz.

Lo spettacolo di stasera è una trilogia sull'identità di genere e sul rapporto tra le generazioni che riflette con sconcertante sincerità l’esperienza dell'emergente Liv Ferracchiati e che sviluppa anche una sua lucida e consapevole visione del mondo. 

Abbiamo incontrato l’artista che ha risposto alle domande di Gaynews.

Peter Pan guarda sotto le gonne racconta l’infanzia di un undicenne degli anni ’90 nato in un corpo femminile e si interroga su che cosa significhi affrontare una transizione, anche solo mentale, dal femminile al maschile. In che modo lo fa? Che cosa ci racconta?

La parte che più mi ha colpito della domanda è che citi la transizione mentale. Nella trilogia si parla di questo. Una transizione mentale che fa il personaggio passando dal femminile al maschile. Un viaggio che fanno le persone transgender nella transizione e un viaggio che può fare anche lo spettatore. Lo spettacolo induce a spostare la percezione sul genere a intuire che c’è la possibilità di spostare il proprio punto di vista, che esistono uomini che hanno un corpo maschile, aldilà del fatto che facciano o meno la transizione, perché vivono come degli uomini a tutti gli effetti. Peter Pan parla della prima consapevolezza al riguardo, parla di un bambino che non ha i termini per descrivere ciò che gli accade, questa incapacità di narrare se stessi crea paura. Per sconfiggere la paura che è la stessa che hanno anche gli adulti bisogna avvicinarsi, capirlo.

La cosa che per me è stata molto bella da vedere con la compagnia è che questa percezione si spostava, all’inizio avevano pudore nei confronti delle persone transgender ora sembrare la cosa più naturale del mondo perché attraverso il teatro hanno cambiato la percezione.

In Stabat Mater, il secondo capitolo della trilogia, rappresentata, unitariamente per la prima volta qui a Torino in occasione del Festival delle colline torinesi, ha invece come tema centrale l’emancipazione dalla madre. Quanto può essere importante per una persona T?

Credo che tocchi tutto allo stesso modo. Con un prolungamento di questioni per una persona T.  perché è chiaro che anche il genitore fa un percorso insieme al figlio e deve volerlo fare e non è scontato. Nel caso di Stabat Mater c’è questa madre onnipresente in video gigantesca, questa madre così incombente ma molto bella (Laura Marinoni la interpreta), c’è questo spettro del complesso edipico che attraversa il personaggio e quindi questo ricercare nelle donne una madre, cosa che impedisce di staccarsi da quella figura. Queste dinamiche appartengono però a chiunque, questa simbiosi che si trasforma in una lama tagliente qualcosa che ti unisce ma che ti fa anche male; fa parte di ogni rapporto genitoriale. Chiaro che se devi anche far comprendere che quella figlia è un figlio c’è un passaggio in più ma non la farei così tragica come si fa nell’immaginario collettivo. Non sono da compatire così tanto le persone transgeder.

In Un Eschimese in Amazzonia viene affrontato il rapporto della persona transgender con la società. Come vedi e come è narrato questo rapporto?

Questo rapporto è il culmine anche per la progressione dei linguaggi. Qui la parola è verticale alla situazione della persona trans gender. La persona T, non essendo prevista, nelle situazioni più banali deve gestire gli accadimenti e improvvisare; per questo l’eschimese improvvisa, si stanca di parlare da eschimese, ha acquisito le info che gli servivano, ha dibattuto a riguardo, pensa di essere un rivoluzionario nello spostamento della percezione ma ora dice “sai che c’è? non voglio essere un eschimese voglio essere una persona”. Il tema non sussiste e ci sta anche un po’ annoiando.

Che ruolo hanno, per te, il teatro e più in generale la cultura rispetto ad alcuni temi importantissimi come la transizione o l’identità di genere?

Il teatro in generale è un luogo dove si analizzano le dinamiche dell’essere umano, anche le mie. Se mi succede qualcosa tratto un argomento per capirlo, per analizzarlo senza morale. Nel teatro non c’è giudizio puoi fare tutto, puoi fare qualcosa di sbagliato o di giusto per capire da dove deriva, puoi analizzarlo in totale libertà. Per questi temi questa assenza di giudizio è profondamente liberatoria per chi lo fa e per chi lo guarda. Le regole le inventi tu nel teatro se sei bravo gli altri ci stanno, altrimenti non funziona ma all’interno di quelle regole anche le persone che guardano possono per un attimo sospendere il giudizio.

Stabat mater apre con una bestemmia: il motivo di quella bestemmia è quello che succede a quella persona in quel momento, il ciclo mestruale nello specifico;lui descrive in modo molto fisico le sensazioni che prova, è arrabbiato, sono sensazioni sgradevoli, la bestemmia è una ingiuria verso chi l’ha messo in quella posizione ma anche una invocazione, un sollievo, è qualcosa che arriva quasi a far sorridere lo spettatore per la fragilità del personaggio. Se non sospendi il giudizio senti solo la bestemmia.

Sono fondamentali i festival a tema ma nello stesso tempo credo che sarebbe meglio vedere questi spettacoli come spettacoli, ne giova anche il tema. Sono spettacoli teatrali e basta. In questo caso si declina questo tema specifico. Quindi oggi è auspicabile che esistano festival a tema, un domani non più. Chiedo sempre di essere inserito nelle stagioni ufficiali proprio per dare più forza al lavoro che facciamo.


e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video