Lo spettacolo La Felicità, prodotto dall'associazione culturale Madé per la regia di Nicola Alberto Orofino, andrà in scena, nell’ambito della VII° edizione del Roma Fringe Festival 2019, all’ex-Mattatoio di Roma, nello spazio "La Pelanda" (Piazza Orazio Giustiniani), il 10 gennaio alle ore 22.00, l’ 11 gennaio alle ore 19.00 e il 12 gennaio alle ore 20.30.
 
Si tratta del racconto di tre donne nella Catania del ‘68, donne che fanno cose da femmine. Recluse nei perimetri dei propri ruoli di genere e degli spazi, in cui la società le ha relegate. Una zitella, tutta casa e chiesa, baciapile e bacchettona, intollerante e maschilista. Una donna sposata con un uomo che non c’è mai perché si spacca la schiena, ma non le fa mancare nienteUna donna sposata con un imprenditore e che, a differenza delle altre due, inizia a sentire dentro di sé un desiderio di indipendenza e comincia a non sopportare più la subordinazione nei confronti del marito.
 
Fuori e lontana c’è la Catania che cresce, si allarga, s'allonga, si stira, come un pane in pasta, la Catania dei cantieri edili, con l’ambizione e la speranza di diventare la Milano del SudL’infelicità di queste donne ci appartiene, nonostante la storia sia ambientata nel ‘68, perché ci accorgiamo che dentro quel racconto ci siamo anche noi, qui e ora, in questo 2018, inverno del nostro scontento
 
A poche ore dalla prima messinscena romana incontriamo il regista Nicola Alberto Orofino.
Alberto, quale ragione ti ha spinto a portare in scena questo lavoro?
 
Lo spettacolo nasce da una studio fatto assieme ad un gruppo di attori sul '68 catanese. Anche nel profondo Sud, come del resto in Italia e in Europa, la contestazione, l’occupazione delle università, se pur di breve durata, produssero ragionamenti, immaginari, progetti di cambiamento nei campi della politica, della cultura, dei costumi. Ma interi strati sociali, e in particolare i ceti più popolari e le donne, anche quelle più culturalmente elevate di quelle che a Catania popolano "i quatteri", saggiarono poco o niente dei ragionamenti rivoluzionari che invece occupavano tanto i salotti borghesi. La vita per loro ha continuato a scivolare come sempre dentro le proprie case, gabbie ordinate e pulite. Dividersi tra marito, suoceri, figli e zii, spesso con l’aggravio di angherie, condizionamenti e violenze era percepito come l’unica possibilità per la propria vita. Così tra sofferenze intime e sorrisi finti, la vita “felice” di queste donne continuava a scorrere fino alla fine delle loro esistenze. La Felicità nasce con l’intento di raccontare queste donne, troppo dimenticate nei festeggiamenti, per la verità un po’ grotteschi, dei cinquant’anni dal '68.
 
La Felicità è uno spettacolo “al femminile” e racconta una storia di emancipazioni ed emancipazioni mancate. Oggi le donne vivono ancora un’urgenza “emancipazione”? Vivono ancora in strutture sociali e familiari maschiliste?
 
Basta fare un giro nella Catania dei “quatteri” e ci si rende immediatamente conto che le vite raccontate dalle nostre mamme o dalle nostre nonne sono ancora lì, immutate bloccate e solidissime. Detto questo però bisogna intendersi su cosa possa significare “urgenza di emancipazione” oggi. Le elaborazioni intellettuali e contestatarie, dal '68 ai nostri giorni, ci hanno lasciato tanto in termini legislativi e culturali. E oggi le possibilità di riscatto ci sono. Ma non possiamo nasconderci che in certe realtà si tratta di un percorso difficile, faticoso, che le donne possono compiere solo attraverso lotte solitarie e poco sostenute. Percorsi che richiedono in certe situazioni veri e propri atti di eroismo. Questa la ragione per cui manca in tante di loro una vera e propria assunzione di responsabilità per un vero riscatto. La conseguenza più immediata è che le strutture familiari e sociali di certi contesti permangono fortemente maschiliste. Mi sembra che sia questo il punto. Un misto di ignoranza e apatia, di solitudine e consuetudini ataviche portano le vite di certe donne di ieri, come di oggi, ad accettare che le loro esistenze siano totalmente gestite dagli uomini. Che forse la ricerca della propria felicità non possa risolversi nel declinare ogni responsabilità sulla propria vita? Si può essere veramente felici così? La felicità è un pensiero di rivoluzione, ma può anche essere un rimedio per evitarla… la rivoluzione.
 
L’emancipazione di cui narra il tuo spettacolo riguarda anche la città di Catania che, alla fine degli anni ‘60, sembrava destinata a diventare la Milano Glam del Sud Italia. Leggendo in prospettiva quel che è accaduto negli anni, Catania è oggi una città emancipata o ha definitivamente perso l’occasione di emanciparsi? E quali sono le responsabilità del fallimento del promesso boom degli anni '70?
 
Catania è una città alla ricerca perenne di felicità. Ma è una felicità di consumo, istantanea, che procura ebbrezze forti e momentanee. Catania è una città semplicemente disinteressata al riscatto. Non mi pare che abbiamo perso occasioni, perché una reale volontà di emancipazione dalla malavita, dal malaffare, da tutto ciò che è brutto e sporco è sempre stata soffocata. Ciclicamente è sembrato (è successo negli anni ‘70, all'inizio degli anni '90) che fermenti di rinnovamento potessero radicarsi. Abbiamo tante volte, troppe, parlato di rinascita, di primavera, di ripresa, di risveglio… Fuochi di paglia. La totale incapacità di una prospettiva lunga impedisce qualsiasi ipotesi progettuale. Catania ha dimostrato di interessarsi solo di felicità a basso costo. Non voglio rassegnarmi a ciò che è sempre stato. Ostinarsi a raccontare la propria comunità, può essere un tentativo piccolo ma concreto di sovvertire decenni di fallimento.
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Stasera a Napoli un significativo appuntamento con la cultura Lgbti avrà luogo presso il Nuovo Teatro Sanità, dove andrà in scena lo spettacolo Quando ero una “boy” di Antonella Monetti che ha, tra gli interpreti, Nicole De Leo, esponente del Movimento Transessuale Italiano e presidente del Mit di Bologna. 

Lo spettacolo racconta la storia di Anna Fougez, stella del varietà italiano nei primi anni ’20 del '900. Era l’epoca dei cafè-chantant e le soubrette, vestite di strass e piume di struzzo, erano considerate le regine di quel mondo spettacolare.

Tra tutte Anna Fougez si distinse per la sua eleganza e per le sue doti interpretative, incarnando la sciantosa per antonomasia. E come ogni diva, anche lei, aveva le sue capricciose richieste. La sua particolarità era quella di circondarsi, sul palco, di boy, che dovevano essere tutti rigorosamente omosessuali.

In scena, oltre a Nicole De Leo, anche Dolores Melodia e Christian Palmi, giovane danzatore di talento, che è tra i responsabili del Teatro delle Spiagge di Firenze che ha fortemente voluto, con Teatri d’Imbarco e Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità, la produzione di questo progetto teatrale.

Raggiungiamo Nicole De Leo, durante le prove, per saperne di più sulla pièce a poche ore dalla messa in scena.

Nicole, stasera, a Napoli, sarai in scena con Quando ero una “boy”: di cosa racconta lo spettacolo? Come nasce questo progetto teatrale?

Questo spettacolo nasce dall’incontro tra me e Antonella Monetti. Avevamo già lavorato insieme in passato. Questo spettacolo si ispira proprio alla vita di Anna Fougez. Il lavoro nasce anche grazie alla produzione del Teatro d’Imbarco di Firenze e di Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità di Napoli. Abbiamo già presentato un primo studio dello spettacolo lo scorso 17 maggio in occasione della Giornata mondiale di lotta all’omotransfobia.

Lo spettacolo, ambientato negli anni '20, tratta anche il tema delle discriminazioni. Credi che oggi, a quasi un secolo di distanza, il nostro sia ancora un Paese che discrimina le persone Lgbti?

La protagonista della vicenda che raccontiamo è Anna Fougez, una grande vedette degli anni '20. Ma è un pretesto per raccontare in realtà la storia dei suoi boy che erano tutti omosessuali. E quindi si racconta anche la violenza che subirono le persone omosessuali durante il fascismo. Chiaramente oggi non siamo scevri da queste discriminazioni e il pericolo è reale, perché il nuovo assetto politico del Paese torna a non riconoscerci. I diritti si conquistano con lunghe lotte ma si possono perdere molto rapidamente: dipende da chi detiene il potere.

Oggi assistiamo agli esiti di un impoverimento culturale che è iniziato più di venti anni fa e, nonostante i frutti anche positivi delle nostre lotte, basta davvero poco per alimentare un clima discriminatorio. È necessario, oggi più di prima, che la nostra parola e i nostri corpi siano presenti. Non possiamo sederci sugli allori di qualche battaglia vinta.

Lo spettacolo è anche uno spettacolo sul talento delle donne. C’è una diva del mondo dello spettacolo a cui la De Leo deve dire grazie per essere stata un modello di vita o sensibilità?

Lo spettacolo intende rivalutare il talento delle donne di allora e anche di quelle di oggi. Non si tratta tanto di esaltare la cifra del divismo, quanto quella della creatività delle artiste e della concreta determinazione di un’artista come Anna Fougez che deve portare avanti una compagnia di quaranta artisti. Una forza davvero ammirevole. I miei punti di riferimento artistico sono grandi attrici come Margaret Leighton, Judi Dench o Glenda Jackson, personaggi che avevano uno spessore umano oltre che artistico. Oggi non esistono “dive” del genere. Forse Raffaella Carrà. Ma le donne che mi hanno ispirato sono quelle che hanno segnato la storia del cinema. Alcune anche meno conosciute, come Thelma Ritter che interpretava il ruolo della cameriera di Bette Davis in Eva contro Eva.

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Questa sera a Firenze, presso il Teatro delle Spiagge di Firenze (via del Pesciolino 26/A), andrà in scena lo spettacolo La rosa del giardino. Lorca e Dalì, l’ultimo ballo a Fuente GrandeScritta da Claudio Finelli e diretta da Mario Gelardi, la pièce inaugurerà la stagione 2018/19 del teatro fiorentino nell’ambito della 2° edizione del Festival Portraits On Stage.

Salvador Dalì e Federico García Lorca, come noto, s'incontrarono nel 1922 a Madrid e intessettero una relazione colma di stima e complicità, della quale rimangono le tracce in una lirica di Lorca e in alcune lettere che il pittore scrisse al poeta.

Finelli ricostruisce, come in un sogno, la storia di un’amicizia, di un’intesa intellettuale, di un desiderio e forse di un amore.

Per saperne di più, contattiamo l'intellettuale partenopeo, collaboratore del nostro quotidiano, delegato cultura di Arcigay Napoli, direttore artistico della rassegna letteraria Poetè.

Claudio, come è nata l’idea di questa pièce?

L’idea, in realtà, è venuta a Mario Gelardi che, quest’estate, mi ha chiesto di scrivere un testo sulla relazione tra Federico García Lorca e Salvador Dalì a partire dalle lettere che l’artista scrisse al poeta. Si tratta di un epistolario molto articolato, in cui Dalì comunica al poeta riflessioni personali sull’arte e sulla poesia ma anche le proprie emozioni, le proprie paure e le proprie paranoie. Non siamo in possesso, purtroppo, delle lettere con cui Lorca rispondeva a Dalì, forse anche per colpa di Gala…

Si può, allora dire, che hai provato a ricostruire la relazione tra questi due geni della cultura del XX° secolo?

Non credo di aver ricostruito la loro relazione dal punto di vista storico. Io non sono uno storico. Credo di aver, invece, operato nel senso di una ricostruzione poetica dei loro sentimenti, dei loro desideri, della loro innegabile attrazione. Si tratta dell’attrazione di due giovanissimi uomini belli e affascinanti, sfacciati e anticonformisti, poco più che adolescenti, con un immaginario e un’emotività straripanti. Il luogo ideale in cui attecchisce il fuoco dell’amore e della passione. Se poi questa passione e quest’amore siano stati concretamente consumati, lo deciderà lo spettatore.

È ancora difficile, secondo te, parlare dell’omosessualità di grandi personaggi della storia della civiltà occidentale?

Direi di sì. Ovviamente, Lorca fu uno dei pochissimi intellettuali della prima metà del '900 la cui omosessualità non fosse un mistero. E, al di là di altre implicazioni politiche, fu ucciso proprio perché era omosessuale. La sua omosessualità lo rendeva meno degno di vivere agli occhi dei franchisti che lo fucilarono. Lo fucilarono, nonostante la mobilitazione in favore di Lorca di grandissimi intellettuali in tutto il mondo. Lo fucilarono e, ad oggi, non sappiamo ancora dove siano state lasciate le sue spoglie mortali. Non ebbe neppure l’onore di una sepoltura e di un luogo certo per i suoi resti. La sua vita – agli occhi dei falangisti che lo uccisero – valeva meno di qualsiasi altra cosa perché era omosessuale.

Ma, secondo te, Lorca e Dalì si amarono?

Secondo me non potevano non amarsi. La differenza tra i due era nel coraggio di amare. Ad amare ci vuole un gran coraggio, sempre. Lorca era un uomo coraggiosissimo. Spesso i poeti sono uomini molto coraggiosi perché sperimentano l’abisso più di qualsiasi altro individuo e l’amore, soprattutto un amore omosessuale negli anni venti del secolo scorso, era una sfida all’abisso. Dalì era un grande artista ma era un uomo superficiale e codardo. Non bisogna mai innamorarsi dei codardi e dei superficiali. Lorca lo capì troppo tardi. 

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Da mercoledì 28 novembre a domenica 9 dicembre, l’Off/Off Theatre, il nuovo spazio teatrale romano di via Giulia con la direzione artistica di Silvano Spada, ospiterà Carta Straccia di Mario Gelardi: unas storia romantica, ambientata nella Roma del 1968, con Pino Strabioli, Sabrina Knaflitz e Barnaba Bonafaccia e le musiche di Carlo Vannini.

I protagonisti di Carta Straccia sono Teresa e Agostino, due fratelli immersi nel loro laboratorio di carta artigianale, molto lontani dagli accadimenti rivoluzionari del ‘68 che cambieranno nel profondo il volto del mondo. Teresa e Agostino saranno sorpresi dall’inatteso arrivo del giovane e bellissimo Remo, un nipote che rivoluziona le loro vite ma cela un terribile segreto, destabilizzante come la rivoluzione che avanza.

Per sapere qualcosa in più sullo spettacolo, abbiamo incontrato Pino Strabioli che porta in scena il personaggio di Agostino, un omosessuale che ama Patty Pravo e vive con la sorella, vivendo ora con timidezza, ora con disinvoltura, il proprio orientamento sessuale.

Il protagonista di Carta Straccia è Agostino, omosessuale che vive la propria sessualità alla fine degli anni 60 e tu ne sei l’interprete. Come descriveresti il tuo personaggio? Cosa ti sentiresti di dire a quanti, come Agostino, hanno vissuto la propria omosessualità in una società certamente più omofoba di quella attuale?

Mario gelardi mi ha fatto un altro regalo, dopo il sartino del nostro fortunato precedente spettacolo (L’abito della sposa) questa volta ha creato per me Agostino, un operaio della carta nato negli anni ‘20 che alle soglie dei cinquant’anni si trova a fare i conti con lo scorrere di un’esistenza fatta di lavoro, famiglia e fughe notturne alla ricerca di emozioni erotiche. Siamo nel 1968 e per lui non era certo facile vivere appieno la propria omosessualità. Ha un rapporto morboso con una sorella e nutre un amore smodato per Patty Pravo che in quell’anno infilava un successo dietro l’altro.

Erano anni di rivoluzione per alcuni, di fatica per altri. Era un’Italia sicuramente più omofoba sotto certi aspetti ma forse più rilassata sotto altri. Anche oggi, in alcuni angoli del Paese, purtroppo, continuano ad esistere situazioni faticose, a volte addirittura inaccettabili da vivere.

La nostra è una commedia che mischia la tenerezza alla risata, la solitudine all’evasione, attraverso la musica.

La pièce tocca in maniera brillante le dinamiche “insane” ed esasperate che si manifestano all’interno dell’ambiente domestico. Insomma, è giusto pensare che Carta Straccia, col sorriso sulle labbra, voglia anche suggerirci che tutte le famiglie, pure quelle tradizionali, possono diventare luogo di recriminazioni ed egoismo? 

Assolutamente sì, in quella casa-laboratorio si consumano dinamiche insane e prepotenti, come spesso accade nella tipica famiglia italiana, quella tradizionale, quella “perfetta”.

Lo spettacolo ci racconta anche la “potenza” della bellezza fisica che seduce e conquista tutti, rivelandosi poi in tutta la sua natura violenta. Quanto conta, secondo te, la bellezza nel successo personale di un individuo?

Il tema della bellezza vuole essere e un omaggio al grande Palazzeschi: il giovane Remo che irrompe nella vita delle mitiche Sorelle Materassi. Ma anche l’illusione di poter possedere la bellezza, in qualche maniera comprarla, è un gioco teatrale toccante, violento e comico. Comunque sì, oggi sembra che la bellezza conti molto, ma per fortuna contando contando non si arriva mai a cento....passata una bellezza ecco che ne arriva un’altra. Come diceva l’indimenticabile Bette Davis, la bruttezza ha un vantaggio sulla bellezza: dura.

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Al via ieri sera a Bologna la 16° edizione del Gender Bender Festival che, prodotto dal Cassero Lgbt Center, è quest’anno intitolato Cromocosmi. Più di 100 appuntamenti all’insegna della danza, del teatro, del cinema, di laboratori e dibattiti per esplorare, fino al 3 novembre, i molteplici universi del corpo, delle differenze, del genere e dell’orientamento sessuale.  

Nella sezione Danza sono da evidenziare Ignite (25-26 ottobre) di Shailesh Bahoran, versatile coreografo e breakdancer, vincitore nel 2017 del Prize of the Dutch Dance Days Maastricht; Warriors foot del coreografo brasiliano (ma residente nei Paesi Bassi) Guilherme Miotto in prima nazionale il 31 ottobre; AL13FB<3 (31 ottobre – 1° novembre) del performer Fernando Belfiore, anche lui brasiliano ma da anni di casa a Amsterdam; l’immaginifico Filles e Soie (2-3 novembre) dell’attrice, regista teatrale,  marionettista francese Séverine Coulon in prima nazionale il 2 novembre; l’opera satirica per cinque danzatori Le roi de la piste (26-27 ottobre) di Thomas Lebrun, fondatore della Compagnia Illico.

Per la sezione Teatro Alessandro Berti interpreterà, il 29 e il 30 ottobre, le sue Bugie bianche. Capitolo primo: Black Dick, concentrandosi sullo sguardo del maschio bianco sul maschio nero (e in particolare sul suo corpo) e chiedendosi quale rapporto ci sia tra l’oppressione storica del bianco sul nero e la percezione di un’oppressione intima, privata, sessuale, che il bianco sente di subire nel confrontarsi con il nero.

La sezione Cinema prevede, fra l’altro, le proiezioni di Somos tr3s (in prima nazionale il 31 ottobre) dell’argentino Marcelo Briem Stamm; Tinta Bruta (31 ottobre) dei registi brasiliani Marcio Reolon e Filipe Matzenbacher; Diane a les épaules (26 ottobre), commedia irriverente di Fabrice Gorgeart, che affronta con intelligenza il tema della gestazione per altri. 

La presenza di autori e autrici internazionali caratterizzerà la sezione Incontri a partire da quella di Garrard Conley che, il 27 ottobre, a partire dal memoir autobiografico Boy erased – Vite cancellate (da cui è stato tratto l’omonino film con Nicole Kidman e Russell Crowe), parlerà di cosa significhi subire e sopravvivere alle terapie riparative. Da segnalare poi il dibattito (28 ottobre) con la giornalista transgender Juno Dawson, autrice del divertente e dissacrante Questo libro è gay.

Il 29 ottobre è infine previsto il convegno Queer visual culture che, curato da Fruit Exhibition in collaborazione col Master Europeo in studi di genere e delle donne GEMMA dell’Università di Bologna,  vedrà la partecipazione di esperti di pubblicazioni nonché di linguaggio visuale queer e di genere dal calibro di Tori West, Matthew Holroyd, Jacopo Benassi, Erin Reznick e Mike Feswick.

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Da venerdì 19 a domenica 21 ottobre, sul palco del Nuovo Teatro Sanità di Napoli, andrà in scena Patroclo e Achille. Lo spettacolo rientra nel progetto Circle Festival, realizzato con il sostegno di Mibac e Siae, nell'ambito dell'iniziativa Sillumina - Copia privata per i giovani, per la cultura.

Il lavoro teatrale, proposto dalla compagnia B.E.A.T. Teatro, è scritto da Fabio Casano, diretto da Gennaro Maresca, interpretato da Giampiero De Concilio e Alessandro Palladino

L’incontro tra Patroclo e Achille, immaginato da Fabio Casano, è un incontro intimo, che ci propone i due personaggi, al di là del mito, come due giovani uomini immersi nei loro pensieri, nelle loro emozioni e nelle loro paure, sullo sfondo della guerra. 

Tra il rumore devastante della guerra e l'immensità del cielo, sulle spiagge di Troia, si sviluppa nel silenzio di una tenda, il dialogo incessante tra due compagni d'armi: Patroclo e Achille. La storia fissa il momento in cui Patroclo sceglie di andare in guerra. La sua determinazione lo porterà a insinuarsi nella psiche dell'amico Achille, un’anima sensibile dall'irrompente presenza. Dopo nove anni di battaglia, la fragilità mentale ed emotiva prende il sopravvento. Si fanno strada dubbi e domande, quelle di un amore nato quasi dal bisogno della guerra, dalla rabbia e dal tempo che passa.

Per saperne qualcosa di più, sorprendiamo durante le prove il regista Gennaro Maresca.

Gennaro, presentaci questi due amici e amanti, Patroclo e Achille, che stai per portare in scena, a Napoli, presso il Nuovo Teatro Sanità... 

Patroclo e Achille sono quei due ragazzi dell'Iliade. Quelli della guerra di Troia. Quelli di Omero. Però, proviamo a descriverli nella loro assoluta umanità, con la loro fragilità e forza. Di eroico niente se non il loro bisogno di assoluta libertà. Achille in primis

Patroclo e Achille sono ricordati per il loro coraggio e la loro forza, eppure tu li sveli nei loro atteggiamenti più umani e sensibili. Oggi, secondo te, possiamo trarre maggiori insegnamenti dall’eroismo epico di questi due miti o dalla loro fragilità?

L’eroismo epico oggi non può slegarsi da un concetto di umanità. Abbiamo bisogno di identificare eroi che siano veri e umani.

La guerra è lo sfondo drammatico della tua messinscena. L’amore di Patroclo e Achille irrompe mentre deflagra anche la guerra. Sembrano uno il controcanto dell’altro. Possiamo sostenere che anche le relazioni umane, i sentimenti più viscerali e profondi, talora sono impetuosi e devastanti come una guerra?

L'idea di contrasto è un elemento importante di tutto il progetto. Restando nell'ambito dei sentimenti umani dico assolutamente sì: siamo continuamente espressione di un qualcosa di composito, mai così precisamente netti, mai del tutto unidirezionali. Indagare la paura della guerra e le carezze e le parole non dette è un modo per indagare i rapporti umani in senso universale. Patroclo e Achille non possono non farsi la guerra.

Infine, quale messaggio ti piacerebbe comunicare al pubblico di Patroclo e Achille?

Un frammento di Archiloco recita : Impara il ritmo che governa gli uomini. Vorrei lo scoprissimo insieme attraverso la storia di questi due giovani.

A seguire il teaser dello spettacolo in esclusiva per Gaynews

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Il Teatro Off/Off in via Giulia a Roma apre questa sera la seconda stagione di programmazione con Roma caput mundi, il nuovo lavoro scritto e diretto da Giovanni Franci, già noto per L’Effetto che fa sull’omicidio di Luca Varani. 

I protagonisti della pièce sono tre 20enni (interpretati da Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco) che vivono in una periferia senza regole: un luogo caratterizzato dalla presenza della criminalità organizzata, in cui vige la legge del più forte.

A questi giovani è stato inculcato il mito del machismo: ogni orientamento sessuale non conforme è da condannare e da ciò nasce tanto loro violenza omofoba quanto l’odio per le minoranze e gli immigrati.

A poche ore dalla prima abbiamo contattato il regista e drammaturgo Giovanni Franci per saperne qualcosa di più.

Maestro, il suo nuovo spettacolo focalizza l’attenzione sull’emergenza violenza giovanile nelle periferie romane. Secondo lei, la capitale è una città razzista e omofoba? E com’è cambiata negli ultimi anni? 

Roma è una città amministrata da gente impreparata, in cui le periferie sono ostaggio della criminalità organizzata.  Una sorta di far west in cui l'unica legge vincente è quella del più forte. Tutto ciò che non è conforme, tutte le minoranze, ogni tipo di diversità sono viste come minaccia. Qualcosa da cui difendersi per affermare un io spaventato.

Il machismo raccontato in Roma caput mundi è, a suo parere, un fenomeno tipicamente italiano? Come si destruttura il machismo “culturale” nell’immaginario delle giovani generazioni? 

Il machismo è tipico di ogni Paese, in cui germina  un'ideologia di stampo fascista. È una maschera rudimentale per celare le proprie paure sottraendosi allo sforzo di provare ad affrontarle. Paradossalmente è un atteggiamento che denuncia una grande fragilità

Quali sono, secondo lei, i modelli “responsabili” dei violenti 3.0? 

I poteri forti che sono vigliacchi e da sempre sfruttano i momenti di crisi. Chi non si trova da solo strumenti per immunizzarsi e difendersi è ostaggio del modello prestabilito, che è vuoto, acritico e deve sentirsi costantemente minacciato.

Il clima politico attuale a livello nazionale incentiva, secondo lei, comportamenti violenti e aggressivi? 

Certo. Non solo li incentiva, ma li sfrutta.  Anche il fascismo salì al potere sfruttando la crisi le amarezze successive alla prima guerra mondiale. È spaventoso pensare che stia accadendo un'altra volta esattamente con le stesse modalità.

Il giorno prima del debutto del suo spettacolo, cioè ieri, è stata la Giornata mondiale del Coming Out. Cosa si sentirebbe di consigliare a un ragazzo che vuole fare coming out?

Gli direi di non avere paura. Non c'è niente di cui avere paura. Quelli che dovrebbero provare ad analizzarsi un po', perché evidentemente hanno un problema, sono gli omofobi. Loro dovrebbero risolvere la paura che provano, quantomeno per crescere un po' come uomini.

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Il 25 marzo del 2016 si spegneva a Roma uno dei protagonisti della scena italiana dal dopoguerra ad oggi: Paolo PoliPoli, che sarebbe riduttivo definire solo attore e regista, è stato uno degli artisti italiani più geniali e iconoclasti, capace di incantare e spiazzare chi lo ascoltava con il suo raffinatissimo sarcasmo e la sua esplosiva e originale verve comica e brillante. Uomo di profonda cultura e grande capacità comunicativa, Paolo Poli ha lasciato un vuoto che sarà difficilmente colmato nella storia dell’arte e dello spettacolo del nostro Paese.

Ed è proprio per ricordare l'artista fiorentino che si inaugurerà a Roma, il prossimo 19 settembre, presso il Teatro Valle, con un vernissage a inviti, la mostra Paolo Poli è..., già presentata a Firenze, presso il Teatro del Maggio Fiorentino, nell’autunno del 2017. La mostra, curata da Rodolfo di Giammarco e Andrea Farri, sarà aperta al pubblico dal 20 settembre al 4 novembre 2018.

A pochi giorni dall’inaugurazione, contattiamo Lucia Poli, attrice e sorella di Paolo, per saperne di più su questo evento.

Lucia, qual è l'importanza di Paolo Poli nella storia della cultura e dell'arte in Italia? Quale eredità e quale insegnamento ha lasciato al nostro Paese?

Paolo è stato un attore geniale e un grande intellettuale insofferente alle classificazioni, perché ha inventato uno "stile" tutto suo, unico e irripetibile. Si possono dire eredi tutti quegli artisti che coltivano con profonda serietà una passione e fanno della "libertà" la loro casa interiore. Paolo Poli è stato un grande demistificatore di luoghi comuni e pregiudizi.Potresti restituirci un tuo ricordo personale di un episodio in cui Paolo, con la sua irriverenza geniale, ha ribaltato le convinzioni comuni?

Uno dei libri preferiti di Paolo era Pinocchio di Collodi. Ne parlò una volta in pubblico con una professoressa. "Io mi sento simile a Pinocchio - disse - un burattino tremendo e adorabile insieme!" "Ma Pinocchio alla fine diventa un ragazzino per bene" osservò la professoressa. E lui:

Credo che sia stata Emma Perodi, che faceva l'editing del giornalino, ad aggiungere quella frasetta moralistica nel finale: Com'ero buffo quand'ero burattino!.. E come sono contento di essere diventato un ragazzino per bene! Finisce pisciandosi sulle scarpe. Risate e applausi del pubblico.

Secondo te, oggi, che penserebbe Paolo Poli dell'attuale clima politico italiano?

Non penso che mio fratello sarebbe felice nel clima politico di oggi soprattutto perché dotato di grazia impertinente, che è esattamente il contrario dell'ignoranza e della volgarità.

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Livorno ha dato oggi il suo ultimo addio a Lindsay Kemp. In tanti, giunti anche da varie parti d’Italia e del mondo, hanno reso omaggio all’artista britannico, che aveva scelto la città labronica come dimora per gli ultimi anni di vita.

Presente alla camera ardente, allestita presso il foyer del Teatro Goldoni, anche il primo cittadino di Livorno, Filippo Nogarin, insieme con la vicesindaca Stella Sorgente e l'assessore alla Cultura Francesco Belais.

«Sarà compito di tutti noi – ha dichiarato il sindaco pentastellato –  riuscire a preservare il rapporto tra Livorno e Lindsay Kemp, con l'esercizio della memoria. Ho voluto esserci oggi al Teatro Goldoni per l'ultimo saluto a Lindsay Kemp.

Ho voluto ringraziare l'artista per aver scelto Livorno come casa privilegiata degli ultimi anni di una straordinaria carriera e ho voluto ringraziare l'uomo per la semplicità con cui si è presentato da sempre agli occhi di ciascun livornese, pur essendo di fatto un gigante del nostro tempo».

Parole di viva commozione, invece, quelle espresse ai nostri microfoni da Luca Mazzinghi, presidente del comitato locale d’Arcigay, che ha dichiarato: «Mi sono sentito stringere il cuore, oggi, quando sono entrato nella camera ardente che ospita il corpo senza vita di Lindsay Kemp. 

Una camera ardente gremita di gente, allestita nel foyer del Teatro Goldoni, che nonostante il grande lutto sembrava avere sul viso quello stesso sorriso con cui Lindsay Kemp ha sempre affrontato la vita, distribuendo con la sua arte gioia di vivere e felicità. Si percepiva nella camera ardente tutto l’amore che la stessa città di Livorno ha nutrito e nutre per un grande maestro cha ci ha insegnato, con la sua arte, ad essere liberi e ad essere se stessi.

Chiaramente in camera ardente sono accorsi tanti suoi allievi, perché Kemp teneva dei corsi al Teatro Goldoni di Livorno. Corsi seguiti da allievi che venivano da tutto il mondo per fare degli stage con lui.

C’erano le istituzioni, c’era Arcigay e c’erano anche gli amici, prima tra tutte la sua collaboratrice, la persona che più gli è stato vicino in questi ultimi anni. Noi, come comitato provinciale Arcigay Livorno, abbiamo portato un cuscino di fuori arcobaleno, poiché lui amava i colori, per esprimere tutto il nostro affetto e la nostra ammirazione»

Nel comunicato stampa di ieri Mazzinghi aveva già espresso il cordoglio dell’intera comunità Lgbti livornese per la morte dell’artista. Aveva inoltre ricordato che anche Arcigay deve molto a Lindsay Kemp, per aver scelto il territorio livornese come sua residenza e come luogo di elaborazione artistica e culturale attraverso la danza.

I funerali del maestro di Peter Gabriel, Kate Bush e David Bowie saranno celebrati nei prossimi giorni a Roma, nel cui Cimitero acattolico saranno tumulate le spoglie.

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Ho incontrato Lindsay Kemp a Napoli, per intervistarlo, nel marzo del 2016, nei giorni in cui il coreografo e ballerino inglese era in città per esibirsi in uno dei suoi assoli di maggior successo, Il volo dell’Angelo che, per l’occasione, avrebbe eseguito sulla scalinata monumentale della chiesa di San Francesco di Paola in Piazza Plebiscito.

Da ragazzo, avevo amato lo spirito iconoclasta e anticonformista di Lindsay Kemp. La mia formazione estetica e culturale, inoltre, era stata particolarmente influenzata da uno dei suoi capolavori, Flowers, ispirato all’opera Nostra Signora dei Fiori di Jean Genet.

La sua capacità di infrangere schemi identitari, ribaltare i ruoli di genere e rappresentare il volo dell’amore universale - perché Kemp volava, non ballava - hanno reso quest’artista un antesignano delle rivendicazioni Lgbti e i modelli culturali a cui legava la sua arte, da Wilde a Jarman, da Ken Russell a Garcia Lorca e allo stesso Genet, erano modelli ideali per demolire pregiudizi e luoghi comuni.

D’altro canto, la realizzazione dei concerti The Rise and Fall of Ziggy Stardust e The spiders from Mars del suo allievo e amante David Bowie costituisce un atto rivoluzionario non solo nella storia della musica rock. Ma nella stessa narrazione dei nostri desideri e delle nostre identità, poiché Ziggy era una rockstar aliena e pansessuale, inviata sulla Terra per diffondere un messaggio d’amore e di felicità.

Mi piace ricordare questo maestro indiscusso del teatro degli ultimi sessant’anni, recuperando la risposta che mi diede quando gli chiesi qual è il ruolo dell’arte nel contrastare i pregiudizi e costruire un mondo migliore. Lindsay Kemp, infatti, non ebbe dubbi nel rispondermi che il proposito dell’arte è liberare il popolo: «Abbiamo la grande responsabilità di liberare la gente. La mia arte – mi confidò Kemp – ha lo stesso scopo che hanno le organizzazioni come Arcigay: aiutare le persone a sentirsi libere. Libere da loro stesse e libere dai condizionamenti dei regimi. Quello per cui siamo qui, quello per cui lavoriamo, è la possibilità di rendere questo mondo, un mondo migliore».

Stride, infine, rileggere proprio in questi giorni il giudizio che Lindsay Kemp mi rilasciò circa l’Italia, paese che aveva sempre amato e che negli ultimi anni aveva scelto come luogo per vivere e lavorare: «L’Italia non è ancora un Paese libero e aperto, però è un Paese gentile e mi fa piacere constatare come si sta aprendo ai rifugiati a differenza di altri Paesi. L’Italia è un Paese umano».

Ovviamente, nel marzo del 2016, nessun ministro italiano aveva posto sotto sequestro per giorni una nave con 177 migranti, mettendone a repentaglio la vita e alimentando odio e violenza. Ma questo, chiaramente, è un altro discorso.

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