Nell'aula della sesta sezione penale del tribunale di Torino si è tenuta, nella tarda mattinata, la terza udienza del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari, accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Secondo quanto annunciato il 18 luglio, la giudice Melania Eugenia Cafiero ha ammesso la richiesta di costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride e di Rete Lenford. 

Nel fissare la prossima udienza al 30 ottobre, la giudice monocratica ha invece respinto in toto i consulenti presentati dalla difesa, l'avvocato Mauro Ronco, perché non rilevanti per il procedimento.

Prima d'entrare in aula Silvana De Mari aveva postato su Facebook un breve video, nel quale chiedeva ai suoi fan di sostenerla perché in gioco nel processo a suo carico «c'è la libertà di parola».

Per il Coordinamento Torino Pride, le cui parti sono affidate all'avvocato Niccolò Ferraris, si tratta di una decisione importante, che evita di trasformare un'aula di tribunale in un circo mediatico nel quale rovesciare assurde teorie antiscientifiche che rischierebbero di dileggiare e offendere ulteriormente un’intera comunità.

Al riguardo il coordinatore Alessandro Battaglia ha dichiarato: «Continuiamo a pensare che la giustizia debba fare il suo corso e massima è la nostra fiducia nei suoi confronti».

Viva soddisfazione ha espresso, a nome di Rete Lenford, l'avvocato Michele Potè, che ha dichiarato a Gaynews«L'ammissione della nostra associazione come parte civile è stata motivata dai fini statutari della stessa rispetto all'imputazione, che ha per oggetto la denigrazione della condizione omosessuale.

Siamo anche soddisfatti perché la giudice ha escluso la richiesta, avanzata dalla difesa dell'imputata, di ascoltare dei consulenti tecnici che avrebbero dovuto parlare dell'omosessualità a livello psichiatrico. Anche perché sono oramai decenni che la comunità scientifica, all'unanimità, considera l'omosessualità una variante naturale del comportamento umano».

A carico della medica d'origine casertana pende anche un procedimento per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. Imputazione per la quale è stata rinviata a giudizio il 21 marzo 2019.

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Una manifestazione per ribadire con fermezza la necessità di reagire a ogni forma di violenza omotransfobica.

Questo il senso del presidio di solidarietà che, organizzato da Arcigay Torino, Città di Torino e Circoscrizione 8, ha avuto luogo, nel pomeriggio d’ieri, presso la Casa del Quartiere di San Salvario nel capoluogo piemontese. A pochi passi, dunque, dall’uscita della metropolitana dove, sabato 21 luglio, è avvenuto il pestaggio del 19enne Marco, accusato di «essere troppo frocio».

Presente all’incontro proprio la vittima, che ha deciso di uscire allo scoperto. «È una guerra lunga – ha dichiarato il giovane –. Non siamo riusciti a combatterla in tanti anni. Non sarà questo a sconfiggere il pregiudizio ma aiuta a sensibilizzare».

Accolto da un lungo applauso, Marco ha ringraziato «tutti per la solidarietà. Solidarietà che allevia il dolore fisico e non solo». Mostrando i segni dell’aggressione, a seguito della quale ha riportato la frattura di una clavicola e di un piede, ha aggiunto: «Quanto mi è accaduto è purtroppo soltanto uno dei tanti episodi che dobbiamo sentire. Sarebbe bello non sentirli, perché vorrebbe dire vivere in un mondo migliore. Raccontarli serve ad aiutare, spero, a non farli più capitare».

Per Francesca Puopolo, presidente di Arcigay Torino, «troppo spesso la violenza omotransfobica passa in silenzio. Le persone hanno paura. Noi invece vogliamo invitare le persone a vivere la loro unicità in maniera serena, a denunciare qualunque prevaricazione».

Al presidio hanno partecipato anche vari esponenti del mondo delle istituzioni, tra cui gli assessori comunali pentastellati Alberto Unia e Federica Patti, il deputato Andrea Giorgis (Pd) e la vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd).

«Non lasceremo spazio all'odio, alla violenza e all'intollenza – così Rossomando –. Sappiamo che le buone leggi, sempre perfettibili, non bastano. Bisogna tenere viva una cultura civica. Bisogna coltivare i valori ogni giorno, perché la violenza nasce dalla solitudine. Bisogna fare capire che chi è vittima di violenza non è solo. Oltre al dolore fisico c'è il dolore psicologico. Torino non ha solo una tradizione di diritti, ma anche un futuro che vuole continuare ad avere».

Tra i presenti anche Gianni Reinetti, la cui unione civile con Franco Perrello (scomparso a 83 anni il 25 gennaio 2017) è stata la prima celebrata a Torino nell’agosto 2016.

«Capita anche a me – ha dichiarato l’uomo, protagonista di una storia d’amore durata 53 anni –: ci sono persone che mi vedono per strada, mi riconoscono e sputano per terraA Torino c'è un aumento di omofobia che non mi aspettavo. Viviamo in un'epoca in cui dovremmo essere tutti liberi, ma non è così. Manca la cultura e si sta tornando indietro».

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Picchiato a Torino perché gayÈ successo sabato sera all'uscita della metropolitana in largo Marconi. 

Vittima dell’aggressione da parte di un coetaneo un 19enne che, mentre raggiungeva alcuni amici in un locale in zona San Salvario, è stato colpito alle spalle e poi pestato selvaggiamente davanti a decine di persone che non sono intervenute per difenderlo.

«Continuava a ripetermi – così il giovane in un’intervista a Il Corriere della Sera - che sculettavo come un frocio. Anzi, che ero troppo frocio».

Dopo la notte in ospedale per la frattura della clavicola e di un piede, il giovane - che ha da poco conseguito il diploma di maturità e sogna di diventare stilista -, si è subito recato in questura per denunciare l'accaduto.

Ferma condanna dell'aggressione e solidarietà al giovane è stata espressa dall'assessora ai Diritti civili della Regione Piemonte Monica Cerutti: «Sono vicina a lui e alla sua famiglia e vorrei incontrarlo anche per capire in che modo la Regione possa venirgli incontro. Dobbiamo mettere fine a questo tipo di aggressioni omofobe, inspiegabili e inaccettabili».

Contattato da Gaynews, così si è espresso l'assessore comunale alle Pari Opportunità Marco Giusta: «Sono molto amareggiato per quanto succeso. Ho già espresso personalmente alla vittima solidarietà a nome mio personale e dell'intera città.

La circoscizone sta organizzando per domenica una giornata contro l'omotransfobia con la collaborazione delle associazioni Lgbi. Decisione che ritengo molto significativa e importante oltre che apprezzabilissima».

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Si è conclusa poco dopo le 15:00 l'udienza del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Nell'aula della sesta sezione penale del tribunale di Torino si è discusso delle questioni preliminari e della costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride, del Comune di Torino e di Rete Lenford.

Ha eccepito al riguardo la difesa che ha tentato - entrando fra l'altro anche nel merito del processo definito quale ideologico -, inoltre, di sostenere la mancanza di querela non essendo questa ascrivibile, a parere dell'avvocato Mauro Ronco, a una persona omosessuale determinata ma a più enti.

Eccezione, quest'ultima, prontamente respinta dalla giudice Melania Eugenia Cafiero. Su quelle, invece, relative alle costituzioni di parte civile la magistrata si è riservata di decidere nella prossima udienza fissata al 14 settembre.

Da segnalare, infine, la reazione di Silvana De Mari quando, nel darne le generalità, sono state ovviamente indicate le qualifiche professionali della stessa al feminnile. Cosa che l'ha spinta a precisare di essere "medico e scrittore".

 

 

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Inizierà oggi a Torino il processo a carico dell’endoscopista e autrice di romanzi fantasy Silvana De Mari che, denunciata dal Coordinamento Torino Pride e dal Comune di Torino per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa nei riguardi delle persone Lgbti, dovrà comparire alle 12:30 davanti alla giudice Melania Eugenia Cafiero.

Il 7 dicembre scorso la gip Paola Boemio aveva respinto la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm Enrico Arnaldi Di Balme, per il quale non era individuabile il «destinatario dell’offesa» dal momento che la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo) si era rivolta «a una pluralità indiscriminata di persone».

All’epoca Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride, aveva dichiarato: «Siamo molto contenti della decisione presa dalla giudice Boemio di respingere la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero e che, per la prima volta, sia stato individuato in un'associazione di secondo livello come il Coordinamento Torino Pride il soggetto diffamato in una triste vicenda, che ha visto me e migliaia di persone omosessuali diffamate e offese nella nostra dignità».

A sostegno di Silvana De Mari sono scesi in campo Carlo Giovanardi, Francesco Agnoli, Luigi Amicone, Roberto Casadei, Roberto Cota, Alessandro Meluzzi, Assuntina Morresi, Eugenia Roccella, Giacomo Vurchio, Peppino Zola, che, su L’Occidentale, hanno lanciato, alcuni giorni fa, un appello contro gli «atteggiamenti oscurantisti e censori che mirano a cancellare due principi fondamentali della nostra Costituzione democratica e repubblicana, la libertà di pensiero dell'art. 21 e quello contenuto nell'art. 33 che stabilisce che "l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento"».

Per i firmatari della petizione, le cui adesioni sarebbero migliaia, sotto processo «sono le fondamentali libertà di pensiero, scienza e religione, garantite dalla nostra Costituzione laica e repubblicana, in un contesto di oscurantismo e silenzio non degno di una città come Torino».

A difesa di De Mari anche il senatore Gaetano Quagliariello, leader di Idea, per il quale quello di Torino è «un processo alle opinioni. Questa è la realtà, a fronte della quale appare superfluo anche aggiungere che si tratta delle opinioni di un medico rispetto a questioni di propria professionale competenza».

Tesi, questa, che era stata sostenuta domenica da Mario Giordano sulle colonne de La Verità: «E perciò arrivati a questo punto, può apparire quasi normale che un medico finisca davanti a un tribunale per aver detto che i rapporti anali possono causare malattie. E, invece, scusateci, normale non è affatto. Adesso è finita nel mirino delle organizzazioni Lgbt, in particolare il Torino Pride, per aver detto, per l’appunto, che i rapporti anali possono causare malattie».

Ma Silvana De Mari, che de La Verità è collaboratrice al pari del quotidiano adinolfiano La Croce, non è stata affatto denunciata per aver detto tout court che «i rapporti anali possono causare malattie».

Ma per aver equiparato (in un’intervista a La Croce e sul sul suo blog) l’omosessualità alla pedofilia, per aver definito il rapporto anale tra due persone dello stesso sesso un atto di violenza fisica correlata al satanismo, per aver affermato che «la sodomia è antigienica» e comporta il diffondersi delle malattie, per aver dichiarato che l’omosessualità è contro natura nonché un disturbo da curare, per aver invocato un «diritto all'omofobia». Affermazioni tutte, che presentate come fondate su principi medico-scientifici, attribuiscono connotazioni gravemente diffamatorie a modalità comportamentali delle persone Lgbti.

Motivi, questi, per cui oggi Rete Lenford si costituirà anche lei parte civile nella persona dell’avvocato Michele Potè.

A poche ore dal processo abbiamo raggiunto il penalista Stefano Chinotti, responsabile della Segreteria scientifica di Rete Lenford, per un parere sugli argomenti portati avanti dai firmatari dell’appello.

«I firmatari - ha dichiarato - fanno un po’ di confusione fra quel che sostiene la Costituzione e quel che vorrebbero, in cuor loro, sostenesse. Le libertà di esercizio e insegnamento delle scienze e di manifestazione del pensiero nulla hanno a che vedere con la tutela delle aberranti affermazioni diffamatorie assolutamente prive di fondamento, prima che scientifico, logico, divulgate da Silvana De Mari. Per non parlare della libertà religiosa che, nel caso, non si comprende neppure come possa essere invocata.

L’accostamento dell’omosessualità alla pedofilia ed il sostenere che l’orientamento omoaffettivo sia contro natura non sono teorie scientifiche ma assurdità che se rivolte, come avvenuto nel caso, nei confronti dei rappresentati della comunità Lgbti concretano il reato di diffamazione aggravata. E di quello la dottoressa De Mari è chiamata a rispondere oggi a Torino».

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«Stimiamo che siano scese a sfilare almeno 120.000 persone. Una folla che vuole dire basta alle discriminazioni e lo vuole fare in modo pacifico ma con determinazione e credo che il pugno chiuso rainbow, immagine guida 2018, sintetizzi al meglio questo pensiero».

Così Alessandro Battaglia, coordinatore del Coordinamento Torino Pride, ha commentato, a chiusura del Torino Pride in piazza Vittorio Veneto, la locale marcia dell’orgoglio Lgbti, che a livello numerico si pone, al momento, solo dopo quella di Roma.

Aperta dalla banda della Polizia municipale della Città di Torino, la parata è partita da via San Donato intorno alle 16.30. Dietro allo striscione del Coordinamento i tanti attivisti e attiviste che hanno reso possibile, con il loro lavoro volontario, la realizzazione della manifestazione.

Moltissime le sigle sindacali e associazionistiche che vi hanno preso parte. Presenti anche la sindaca Chiara Appendino con l’assessore alle Pari Opportunità Marco Giusta e l’intera Giunta. La prima cittadina del capoluogo sabaudo ha ricordato, quale motivo di vanto, il fattivo sostegno alle famiglie arcobaleno. «Questa città – ha dichiarato –ha già dato molto in  tema dei diritti e continueremo a farlo. In questa settimana abbiamo proseguito con le trascrizioni delle famiglie omogenitoriali e continueremo. Il nostro pensiero su questa materia è noto e certo non lo cambieremo».

Ha fatto riferimento ai diritti civili faticosamente acquisiti il presidente del Consiglio regionale Nino Boeti, che ha affermato: «Il Torino Pride continua ad essere una giornata di festa. Ma, se negli anni passati parteciparvi poteva sembrare un po' superfluo, in un momento in cui i diritti civili sembrano essere messi un po' in discussione esserci è importante».

Quello di Giovanni Minerba, fondatore e presidente del Lovers Film Festival, è stato un commento improntato alla commozione da parte di chi, in qualità di militante della prima ora, ha seguito negli anni l’evolversi del cammino dei diritti per le persone Lgbti. «Quella del Pride è una giornata sempre indimenticabile, sempre emozionante. Questo giorno fa sempre venire le lacrime».

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Il Piemonte Pride, nato l’anno scorso, cresce contando ora tre appuntamenti cardine. Il Torino Pride, la parata per i diritti delle persone Lgbti, che è da anni la più partecipata manifestazione del territorio dedicata al riconoscimento dei diritti di tutti e che si svolgerà domani 16 giugno; il Novara Pride che si è svolto lo scorso 26 maggio e l’Alba Pride, che dopo il grande successo dell’anno scorso, avrà la sua seconda edizione il 7 luglio.

Durante la conferenza stampa il coordinatore del Torino Pride, Alessandro Battaglia, ha lanciato ufficialmente un appello a tutte le organizzazioni religiose invitandole a scegliere “da che parte stare” e a sfilare alla parata del 16 giugno. 

Si legge nell’appello: «Il Paese che vogliamo non è quello che soffia sul fuoco dell’odio e della paura e sabato 16 giugno manifesteremo e sfileremo liberi, libere, visibili, orgogliosi e orgogliose. Crediamo più che mai che oggi sia arrivato il momento di siglare una “santa alleanza” con tutte quelle organizzazioni che da molti anni lavorano per una società più giusta, aiutando in ogni modo possibile gli ultimi e le ultime. 

Quindi lottare insieme oggi, per noi significa, invitare a superare divisioni e invitare a sfilare insieme sabato pomeriggio al Torino Pride anche tutte le organizzazioni di matrice cattolica o religiosa in generale, consapevoli di quanto questo possa significare. 

Dire no, insieme, ai razzismi, all’odio, alla paura e all’omotransfobia è diventato elemento dirimente. Cercare di portare la cultura della non discriminazione può e deve passare anche da un Pride che come tutti e tutte sanno, oggi è la manifestazione inclusiva per eccellenza che ha come “dogma” l’accoglienza di tutte e tutti. Sabato scorso il Roma Pride ha subito pesanti attacchi da chi, il giorno, dopo sventolava la bandiera dei porti chiusi. Anche a loro dobbiamo rivolgerci per aiutare le coscienze a svegliarsi».

Fra gli appuntamenti più significativi della Pride Week il concerto di Viola Valentino (14 giugno, ore 21.30, ingresso gratuito) all’Evergreen Fest (Parco della Tesoriera, 8/22 luglio), la mostra/racconto dedicata a Ottavio Mai da OFF TOPIC (Via Pallavicino 35) dal titolo Ottavio Mario MAI | 1946 - 1992 | Un inno alla libertà e l’incontro di avvicinamento al Pride per gli studenti organizzato dall’Università degli studi di Torino e dal Politecnico di Torino dal titolo Il patrocinio al Torino Pride e il ruolo dell’università nella lotta alle discriminazioni (15 giugno, ore 17.30; Aula 8I, Corte Interrata del Politecnico di Torino, Corso Castelfidardo 34/A).

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I docenti e gli studenti dei due atenei sfileranno poi ufficialmente alla grande parata del 16 avendo fatto proprio il claim 2018: Nessun Dorma! Un invito a tutti a rimanere vigili, ad adoperarsi per salvaguardare i diritti acquisiti e a lottare per tutti quei diritti, invece, ancora anacronisticamente negati. 

Il Piemonte Pride può contare sul sostegno di alcuni sponsor privati: esso si svolge con il sostegno e i patrocini della Regione Piemonte, del Consiglio regionale, della Città metropolitana di Torino, delle Province di Novara e di Cuneo nonché delle Città di Torino e Alba.

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Unitasi civilmente in aprile con Monica Burigo, Cinzia Dell’Olivo ha dato alla luce Gabriel, il 30 maggio, nell'ospedale Santa Maria del Prato in Feltre. Venerdì 8 giugno alla gioia d’essere mamme si è aggiunta quella del pubblico riconoscimento della loro genitorialità all’atto di iscrivere anagraficamente il loro piccolo. La coppia, che risiede a Mel, ha trovato piena disponibilità da parte del sindaco Stefano Cesa.

Il primo cittadino del comune del Bellunese aveva dichiarato, pochi giorni dopo la nascita di Gabriel, il suo impegno al riguardo: «Stiamo studiando la situazione. Non c’è una norma precisa in materia. E i nostri consulenti stanno vagliando tutte le ipotesi». Poi venerdì la soluzione tanto attesa da Cinzia e Monica, che hanno ringraziato non solo Cesa ma anche la sindaca di Trinchiana Fiorenza Da Canal per il fattivo sostegno.

Dopo Torino e Milano il piccolo Comune veneto viene ad allungare la lista dei casi d’iscrizione anagrafica di bambini nati in Italia a seguito di tecniche di pma (effettuate all’estero) col pubblico riconoscimento delle due mamme.

Oggi, invece, a Castel Maggiore (Bo) la sindaca Belinda Gottardi ha annunciato in un video d’aver proceduto a registrare sull’atto di nascita di due gemelli il nome della convivente della donna che ha dato alla luce i piccoli poco meno di due anni fa.

Come spiegato dalla prima cittadina del Comune di alle porte di Bologna, si è trattato di «una scelta fatta nell’interesse dei bambini, per estendere al massimo la loro tutela con la registrazione di entrambi i genitori sul loro atto di nascita. Le due donne convivono a tutti gli effetti e credo che sia importante sancire il diritto di maternità di questa coppia. I gemelli potranno crescere con le figure genitoriali di riferimento e avere una famiglia a tutti gli effetti.

I bambini sono stati iscritti al nido a Castel Maggiore dove il personale, adeguatamente formato anche per casi come questi, è stato in grado di esprimere una piena accoglienza.

Ritengo sia doveroso per un sindaco essere accogliente e inclusivo con tutti i suoi concittadini, è un contributo per la crescita civile della società».

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Venerdì 1° giugno al Teatro Astra di Torino la Trilogia sull’identitá | Peter Pan guarda sotto le gonne; Stabat Mater e Un eschimese in amazzonia  - in prima nazionale come trilogia -  di Liv Ferracchiati inaugura il Festival delle Colline Torinesi giunto alla sua 23° edizione. 

Il Festival della Colline Torinesi, diretto da Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla, propone appuntamenti internazionali di rilievo con una rinnovata attenzione alla drammaturgia contemporanea, ha come tema il viaggio, in tutte le sue declinazioni e da sempre è attento al tema dell’identità di genere. Alcuni spettacoli riflettono sulle migrazioni storiche o contemporanee, altri sui viaggi della mente o sui tragitti verso la definizione di una identità sessuale, altri sul flusso di memoria e di esperienze tra le generazioni.

Ventitrè gli spettacoli, otto le prime nazionali, tante le collaborazioni fra le quali quelle con Teatro Stabile di Torino, Piemonte dal Vivo, Casa del Teatro Ragazzi e con altre istituzioni non teatrali come il Museo Nazionale del Cinema e la Fondazione Merz.

Lo spettacolo di stasera è una trilogia sull'identità di genere e sul rapporto tra le generazioni che riflette con sconcertante sincerità l’esperienza dell'emergente Liv Ferracchiati e che sviluppa anche una sua lucida e consapevole visione del mondo. 

Abbiamo incontrato l’artista che ha risposto alle domande di Gaynews.

Peter Pan guarda sotto le gonne racconta l’infanzia di un undicenne degli anni ’90 nato in un corpo femminile e si interroga su che cosa significhi affrontare una transizione, anche solo mentale, dal femminile al maschile. In che modo lo fa? Che cosa ci racconta?

La parte che più mi ha colpito della domanda è che citi la transizione mentale. Nella trilogia si parla di questo. Una transizione mentale che fa il personaggio passando dal femminile al maschile. Un viaggio che fanno le persone transgender nella transizione e un viaggio che può fare anche lo spettatore. Lo spettacolo induce a spostare la percezione sul genere a intuire che c’è la possibilità di spostare il proprio punto di vista, che esistono uomini che hanno un corpo maschile, aldilà del fatto che facciano o meno la transizione, perché vivono come degli uomini a tutti gli effetti. Peter Pan parla della prima consapevolezza al riguardo, parla di un bambino che non ha i termini per descrivere ciò che gli accade, questa incapacità di narrare se stessi crea paura. Per sconfiggere la paura che è la stessa che hanno anche gli adulti bisogna avvicinarsi, capirlo.

La cosa che per me è stata molto bella da vedere con la compagnia è che questa percezione si spostava, all’inizio avevano pudore nei confronti delle persone transgender ora sembrare la cosa più naturale del mondo perché attraverso il teatro hanno cambiato la percezione.

In Stabat Mater, il secondo capitolo della trilogia, rappresentata, unitariamente per la prima volta qui a Torino in occasione del Festival delle colline torinesi, ha invece come tema centrale l’emancipazione dalla madre. Quanto può essere importante per una persona T?

Credo che tocchi tutto allo stesso modo. Con un prolungamento di questioni per una persona T.  perché è chiaro che anche il genitore fa un percorso insieme al figlio e deve volerlo fare e non è scontato. Nel caso di Stabat Mater c’è questa madre onnipresente in video gigantesca, questa madre così incombente ma molto bella (Laura Marinoni la interpreta), c’è questo spettro del complesso edipico che attraversa il personaggio e quindi questo ricercare nelle donne una madre, cosa che impedisce di staccarsi da quella figura. Queste dinamiche appartengono però a chiunque, questa simbiosi che si trasforma in una lama tagliente qualcosa che ti unisce ma che ti fa anche male; fa parte di ogni rapporto genitoriale. Chiaro che se devi anche far comprendere che quella figlia è un figlio c’è un passaggio in più ma non la farei così tragica come si fa nell’immaginario collettivo. Non sono da compatire così tanto le persone transgeder.

In Un Eschimese in Amazzonia viene affrontato il rapporto della persona transgender con la società. Come vedi e come è narrato questo rapporto?

Questo rapporto è il culmine anche per la progressione dei linguaggi. Qui la parola è verticale alla situazione della persona trans gender. La persona T, non essendo prevista, nelle situazioni più banali deve gestire gli accadimenti e improvvisare; per questo l’eschimese improvvisa, si stanca di parlare da eschimese, ha acquisito le info che gli servivano, ha dibattuto a riguardo, pensa di essere un rivoluzionario nello spostamento della percezione ma ora dice “sai che c’è? non voglio essere un eschimese voglio essere una persona”. Il tema non sussiste e ci sta anche un po’ annoiando.

Che ruolo hanno, per te, il teatro e più in generale la cultura rispetto ad alcuni temi importantissimi come la transizione o l’identità di genere?

Il teatro in generale è un luogo dove si analizzano le dinamiche dell’essere umano, anche le mie. Se mi succede qualcosa tratto un argomento per capirlo, per analizzarlo senza morale. Nel teatro non c’è giudizio puoi fare tutto, puoi fare qualcosa di sbagliato o di giusto per capire da dove deriva, puoi analizzarlo in totale libertà. Per questi temi questa assenza di giudizio è profondamente liberatoria per chi lo fa e per chi lo guarda. Le regole le inventi tu nel teatro se sei bravo gli altri ci stanno, altrimenti non funziona ma all’interno di quelle regole anche le persone che guardano possono per un attimo sospendere il giudizio.

Stabat mater apre con una bestemmia: il motivo di quella bestemmia è quello che succede a quella persona in quel momento, il ciclo mestruale nello specifico;lui descrive in modo molto fisico le sensazioni che prova, è arrabbiato, sono sensazioni sgradevoli, la bestemmia è una ingiuria verso chi l’ha messo in quella posizione ma anche una invocazione, un sollievo, è qualcosa che arriva quasi a far sorridere lo spettatore per la fragilità del personaggio. Se non sospendi il giudizio senti solo la bestemmia.

Sono fondamentali i festival a tema ma nello stesso tempo credo che sarebbe meglio vedere questi spettacoli come spettacoli, ne giova anche il tema. Sono spettacoli teatrali e basta. In questo caso si declina questo tema specifico. Quindi oggi è auspicabile che esistano festival a tema, un domani non più. Chiedo sempre di essere inserito nelle stagioni ufficiali proprio per dare più forza al lavoro che facciamo.


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Poco più di un mese fa si concludeva a Torino la 33° edizione del Lovers Film Festival. Alla luce del grande successo di critica e di pubblico abbiamo chiesto una valutazione a Giovanni Minerba, fondatore e presidnete della rassegna cinematrografica Lgbti.

Il 24 aprile scorso terminava il Lovers Film Festival del 2018: quali sono le tue riflessioni sull'edizione di quest'anno?

Più che riflessioni le chiamerei sensazioni o emozioni. Come sappiamo l’edizione dello scorso anno, con nuova direzione, quindi nuovo progetto artistico, collocazione a giugno, è stata un’edizione di “traghettamento” verso quella di quest’anno in cui abbiamo rivisto con piacere l’atmosfera degli anni passati. Anche i numeri sono aumentati: il pubblico è cresciuto del 20%, e questo è molto importante, perché ti dà energia, ti fa capire quanto il nostro pubblico sia affezionato al festival.

Il Lovers ha registrato, quest’anno, la presenza di artisti importanti come Rupert Everett e Valeria Golino. Quale il loro impatto sul pubblico?

Come dicevo, l’atmosfera era caratterizzata dall’entusiasmo. Rupert è stato delizioso accettando di venire a Torino per presentare l’anteprima del suo The Happy Prince. Per me un film bellissimo, che ha superato addirittura le mie aspettative. La madrina Valeria Golino, poi, è stata fantastica oltre ogni misura con quello che ha raccontato nell’incontro con Concita De Gregorio. Ma, soprattutto, perché ha scelto di essere con noi nonostante i suoi impegni per ultimare il film che ha poi portato a Cannes. Ne approfitto per ricordare come il tutto sia stato possibile grazie al contributo del Museo nazionale del Cinema.

Se dovessi proporre alcuni film del Lovers, quali citeresti per il loro impatto sulla comunità Lgbti e non solo?

Per me è sempre difficile citare alcuni dei film in un vasto e variegato programma. Ma lasciando da parte i concorsi, ne menziono due per me necessari: Mario dello svizzero Marcel Gisler, che affronta un tema importante ma ancora tabù come l'omosessualità nel mondo dello sport, in questo caso il calcio. Poi A Graça e a Gloria (film brasiliano di Flàvio R. Tambellini), in cui si affronta con “normalità”, senza necessarie rivendicazioni, la vita, la quotidianità di una persona trans: sono rimasto folgorato da questo film e dalla bravura e bellezza delle sue attrici.

Jo Coda ha presentato Xavier, un corto dal forte impatto emotivo nonché culturale e politico. Non scorgi in esso un legame con la storia di fondazione del festival?

Il festival nasce con queste intenzioni ma chiaramente legate alla parte artistica. Il film di Jo Coda, come i suoi precedenti, ha tutto insieme. Io ho fortemente voluto questo corto di Jo per la serata di apertura del festival e la direttrice Irene Dionisio ha accolto con piacere la mia proposta, perché il 20 aprile, come sappiamo, era l’anniversario dell’attentato parigino agli Champs-Élysées dove morì Xavier Jugelé, a cui è ispirato il film di Coda. Il festival deve continuare ad avere questa missione.

La rassegna ha oggi un nome diverso rispetto al passato: Festival del cinema omosessuale (Lgbt) di Torino. Sei d’accotdo? 

Rispondo con franchezza come sono abituato a fare. Non sento ancora del tutto mio questo nome ma non per una questione “nostalgica”. Rispetto, comunque, chi ha scelto Lovers.

La città di Torino è da decenni in prima linea nella lotta alle discriminazioni verso le persone Lgbti: come ha risposto all’ultima edizione del festival? 

Come mi è capitato di dire, è storia. A Torino è nato il movimento italiano di liberazione omosessuale con il F.U.O.R.I., è nato il primo “Festival del Cinema Omosessuale” d’Europa. Nel 1982 c’è stato il primo Gay Pride. Nel 2015 è stata inaugurata una via intitolata a Ottavio Mario Mai, mio compagno e fondatore del festival. Nel 2016 la Giunta di Torino ha istituito l’Assessorato alle Famiglie (non più alla famiglia) per l’inclusione di ogni tipo di famiglia comprese quelle omogenitoriali. È stato poi creato lo spazio dedicato ai diritti Lgbti, curato dal Coordinamento Torino Pride, all’interno dello stand della Regione Piemonte al Salone del libro di Torino. Questo per citare solo alcuni dei passi compiuti.

Poi, il 23 aprile 2018 Mentre era in corso la 33° edizione del Lovers, ha ricevuto il Premio Milk Monica Cirinnà, paladina della legge sulle unioni civili che porta il suo nome. Al Dams dell’Università di Torino è stato inaugurato il “Corso di Storia dell’omosessualità”. In Comune la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha trascritto gli atti di nascita esteri di figli di tre coppie omogenitoriali e ha iscritto all’anagrafe il piccolo Niccolò Pietro quale figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni. Bisogna dire che qui a Torino, in Piemonte la Politica ha sempre dato il suo importante contributo.

Negli ultimi mesi si sono registrati Paese numerose aggressioni a persone Lgbti. Secondo te che cosa favorisce una tale violenza? 

È inutile dire che, quando succedono questi casi, io rimango ancora estereffatto. Ripenso ai miei 40 anni di “militanza”. Ripenso a tutti quelli come noi che hanno fatto di tutto per cercare di arginare questa aggressività. Purtroppo però mi tocca sottolineare il “tutti quelli come noi”: non bastiamo solo noi o forse non lo facciamo bastare. Forse la “schizofrenia” della politica non è stata messa abbastanza alle strette perché si decidesse a fare una legge contro l’omotransfobia? Potrebbe bastare questa legge? Sì, se all’interno ci fosse un esplicito riferimento alla scuola, all’”educazione” scolastica.

Hai altre iniziative in programma? 

Idee ovviamente molte anche se, in questo momento complicato, è difficile realizzarle. Ma mai arrendersi. Prossimamente su questi schermi!

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