rosario murdica

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A poco più di un mese dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge 132/2018 (legge di conversione del Dl 113/2018 recante Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, ancora oggi semplicemente chiamata Decreto Sicurezza o Decreto Salvini) quello degli immigrati resta un tema caldo nell’agenda del Governo.

Tema, fra l’altro, sempre più a cuore alle associazioni della collettività arcobaleno in ragione sia di paradigmi intersezionali sia della condizione delle persone Lgbti costrette a fuggire dai Paesi d’origine per i più svariati motivi.

Ne abbiamo parlato con Jonathan Mastellari, che da anni si occupa della materia e sta dando il via a una nuova realtà associativa: Iam.

Jonathan, che cos’è nello specifico Iam?

Iam (Intersectionalites and More) non sarà solo un'associazione Lgbti ma si occuperà a 360° di intersezionalità e identità intersezionali, soprattutto legate ai temi della disabilità, delle migrazioni, delle seconde generazioni e dell'invecchiamento con una speciale attenzione a questi argomenti in connessione alle minoranze sessuali e di genere. Iam riunisce sotto un'unica sigla alcuni progetti esistenti precedentemente, che si occupavano di formazione attraverso il Teatro dell'Oppresso (FucsiaTeatro di Bologna), di sostegno ai richiedenti protezione internazionale per motivi legati all'orientamento sessuale e/o all'identità di genere e di ricerca e socializzazione per persone con disabilità e anziani omo, bi, trans, intersex, asex e queer. Ci occuperemo di ricerca e formazione riguardanti i temi discriminazione. Un progetto ambizioso, che coinvolge in prima persona le persone che vivono le identità al centro della nostra attenzione ed esperti/e del settore. 

Sulla base della tua esperienza perché le politiche migratorie, oggi più che nel passato, presentano elementi così forti di razzismo e xenofobia? 

Le politiche migratorie, non solo in Italia, stanno seguendo sempre di più l'approccio che vede adottare la chiusura delle frontiere. Il sistema di accoglienza prima del Decreto Salvini, anche se sicuramente migliorabile, funzionava ed è riuscito a gestire un fenomeno di emergenza riguardanti gli sbarchi in maniera soddisfacente. C'è stato un errore di fondo: usare lo strumento della protezione internazionale su questo fenomeno. È inutile nascondere il fatto che migranti di tipo economico, tra chi è arrivato con gli sbarchi, ce ne fossero: queste persone ovviamente si sono viste “diniegare” la richiesta di protezione internazionale, dal momento che questo strumento nasce per tutelare le persone che scappano dal proprio Paese per essere in pericolo per vari motivi, tra cui questioni politiche, di appartenenza a minoranze culturali, etniche, sessuali e di genere, o per motivi di non accesso alle cure. L'alternativa poteva essere studiare modelli diversi di accoglienza temporanea, fornendo un'alternativa alla protezione internazionale, al centro di forti critiche da parte dei movimenti politici contro i fenomeni migratori provenienti principalmente da Africa e Asia.

Cosa significa in questo periodo storico essere un migrante Lgbti nel nostro Paese?

L'Italia fino a pochi mesi fa rispetto ai temi riguardanti le migrazioni Sogi (il termine deriva da Sexual Orientation e Gender Identity) era in realtà un esempio non negativo. La situazione attuale ovviamente è più incerta e delicata per via delle nuove politiche adottate e che potrebbero essere adottate. Le decisioni comunque sono prese dalle Commissioni territoriali: per questo motivo è importante mantenere alto il livello di formazione e conoscenza dei temi Sogi per chi lavora come commissario/a. Probabilmente è impensabile chiedere al nuovo governo di mettere in agenda la creazione di linee guida per la tutela della sicurezza e della privacy per i migranti Sogi nel nostro Paese. Oggi i migranti Sogi trovano generalmente Commissioni territoriali e operatori sociali/legali più esperti su questi temi rispetto anche solamente a cinque anni fa.

L’associazionismo Lgbti ha oggi una maggiore attenzione alle tematiche migratorie. Quali sono per te i punti di forza e di debolezza che lo caratterizzano?

Fortunatamente anche in Italia si comincia a parlare di internsezionalità legate alla comunità Lgbti. Tra questi temi anche le migrazioni Sogi trovano il proprio spazio nelle policy e nelle agende delle associazioni. Da un lato è sicuramente un aspetto positivo, perché è sintomo che è arrivato il tempo di lottare anche per ciò che non sono solo i diritti e i bisogni di tipo primario per quanto riguarda le minoranze sessuali nel nostro Paese. Dall'altro c'è il rischio che tutta questa recente attenzione verso tali temi derivi da un senso di colpa nato dal fatto di non essersi mai occupati di ciò fino ad ora.

Questa seconda ipotesi porta con sé il rischio di voler per forza trattare temi delicati anche senza le adeguate competenze. Per seguire richiedenti protezione internazionale Sogi non bisogna essere avvocati, ma non bisogna pensare che la formazione sia un aspetto secondario. A mio parere la svendita di tessere associative come prove dell'orientamento sessuale e/o identità di genere hanno fatto solo danni. È risaputo ormai che nessuna Commissione Territoriale, giustamente, riconosce le tessere di associazioni Lgbti come prove. Purtroppo però questa pratica continua a essere fatta creando false speranze nei e nelle richiedenti, dal momento che molto spesso si pensa che essere iscritto/a a un'associazione sia qualcosa che assicuri quasi certamente qualche forma di protezione in Italia.

Un altro grande rischio, che porta con sé la maggior attenzione verso questi temi da parte delle associazioni Lgbti, è l'iper-esposizione mediatica dei e delle richiedenti. Una critica che vorrei fare è che spesso passa il messaggio che i e le richiedenti Sogi siano solo africani, del Bangladesh o del Pakistan. Per mia esperienza personale (ho seguito più di 250 richiedenti con richiesta per questi temi dal 2012) almeno un quarto delle richieste provengono da persone nate e cresciute nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e dell'America Latina (per noi importantissima la richiesta di protezione internazionale riconosciuta aduna donna transessuale brasiliana a Bologna in Italia da 12 anni).

Quali competenze sono necessarie ai volontari Lgbti per un’azione efficace con particolare attenzione alle persone migranti trans? 

Non scordiamoci che lavorare con i/le migranti in genere, e in primis con quelli e quelle Sogi, vuol dire operare con vite umane, con persone che vengono da culture diverse per le quali l'orientamento sessuale e/o l'identità di genere sono state spesso identità da tenere nascoste o da vivere in modo represso.

Avvicinarsi a questi temi dopo essersi informati, lasciando da parte ogni pregiudizio sugli usi, i costumi, le tradizione e la storia dei principali paesi dai quali provengono i migranti Lgbti in Italia.

Per quanto riguarda la comunità transgender, devo dire che poche sono le persone trans, migrate in Italia, a sapere che potenzialmente possono richiedere la protezione internazionale per motivi legati alla propria identità di genere: ciò fa sì che esse vivano nell'illegalità per anni. Stiamo gradualmente entrando sempre più in contatto principalmente con la comunità MtF migrante che spesso non ha tantissimi rapporti con l'associazionismo Lgbti.

Si sono costruite reti tra le ong che si occupano di migranti e le associazione Lgbti? Quali, secondo te, le difficoltà principali al riguardo? 

Fino a ottobre sono stato il segretario della prima associazione fondata in Italia che si è occupata in modo specifico di queer migrations (termine usato per parlare di migrazioni queer), MigraBO Lgbti: nei sei anni di attività abbiamo lavorato molte volte a stretto contatto con i e le operatrici sociali e legali delle cooperative, per preparare al meglio il materiale per le Commissioni territoriali e la preparazione delle memorie personali dei e delle richiedenti.

Cercherò di portare avanti al meglio questo aspetto anche nella nuova avventura che mi aspetta, quella di Iam. Il problema è che non esiste coordinazione al momento tra le associazioni Lgbti che si occupano di questi temi in Italia. Contatti ce ne sono stati, ma sicuramente si potrebbe fare di più. A volte sembra quasi ci sia competizione su questi temi, dimenticandosi che si parla di supporto a delle vite umane.

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Con Gigliola Toniollo, don Luigi Ciotti, Giovanni Anversa, la Comunità San Benedetto (in memoriam di Don Andrea Gallo), Alba Parietti, Paolo Patanè, Paolo Valerio, Margherita Mazzanti, Antonio Nigrelli è stata premiata, il 13 ottobre 2017, a Milano in riconoscimento del suo impegno contro ogni forma di discriminazione e, particolarmente, contro l’intolleranza transfobica.

Si tratta di Carmen Bertolazzi. Classe 1951, la giornalista e attivista d’origine altoatesina è presidente dell’associazione Ora d'Aria, impegnata nella difesa dei diritti delle persone transessuali/transgender detenute, vittime di tratta e in stato di vulnerabilità. Con una passione nel cuore: l’Etiopia.

L’abbiamo raggiunta per saperne qualcosa di più della sua attività

Carmenda dove nasce quest’interesse per l’Etiopia?

L’Etiopia è una mia seconda vita o una vita parallela. Oltre ad essere la presidente dell’associazione Ora d’Aria, lo sono anche di IISMAS, una ong costituita da volontari e fondata da Aldo Morrone, grande esperto in dermatologia e malattie tropicali, ma soprattutto impegnato da sempre a curare gli ultimi, sia che si tratti di persone di altri mondi, o detenute, o trans. Andare in Africa serve a capire il mondo e a dare un senso alle cose che nelle nostre realtà garantite si rischia di smarrire. Si abbandonano i particolari e si lavora sull’essenza, ossia la vita e la sua qualità. Che nel sud del mondo difetta. 

Etiopia: Paese di migrazione e di passaggio di migranti provenienti. Quale è la situazione attuale, tenuto conto di quanto accade in Europa

L’Etiopia confina con la Somalia, l’Eritrea, il Sudan e il Sud Sudan, tutti paesi di partenza dei migranti. Al suo interno milioni di profughi, tutti con l’obiettivo di arrivare in Europa, se non negli Stati Uniti o in Canada. In Etiopia opero in una zona vicino al confine nord-ovest, in cui si trovano numerosi campi profughi per gli eritrei. Ormai tutti lo sanno, che è inutile incamminarsi verso la Libia, che l’Italia ha chiuso i porti. I campi profughi straboccano, qualcuno si sposta in altri paesi africani e si cerca una nuova rotta. Molti comunque si incamminano verso la Libia, non sapendo cosa li aspetta, e rischiando la sorte.

Da tempo Cei, Chiesa Valdese e Comunità di Sant’Egidio riescono a far arrivare profughi particolarmente vulnerabili attraverso i corridoi umanitari (malati, famiglie, minori che arrivano con l’aereo e un visto) e questa è la strada giusta. In attesa, ma non sono i tempi giusti e quando forse potevano esserlo non è stato fatto per calcoli politici, si dovrebbero portare qui tutte le donne, perché non è ammissibile che subiscano stupri, e gravidanze. Sarebbe una discriminazione, ma una discriminazione necessaria.

Sulla base della sua esperienza quali sono le condizioni delle persone Lgbti in Etiopia? 

In Africa l’omosessualità non è solo negata, ma soprattutto perseguitata e condannata anche con la pena di morte. Ci sono rare eccezioni, quali il Sudafrica e il Mozambico (un suo ex presidente Joachin Chissano fu investito di occuparsi del tema per il continente, ma non credo che l’incarico abbia prodotto miglioramenti). A proposito di questo paese mi ricordo di quando fui invitata a un matrimonio fra una donna protestante e un uomo mussulmano. Lei lasciò la sua chiesa e si convertì. Mi preparai diligentemente alla cerimonia con abiti accollati e veli. Poi andammo al pranzo nunziale con tanto di spettacolo. E chi aprì lo show? Un gruppo di ragazze trans arrivate appositamente dal Sudafrica e che stavano partecipando in tv a un talent-show. I più entusiasti? I parenti dello sposo. Come si vede, le cosiddette barriere sono solo culturali e sociali, altro che religiose.

In Etiopia, se si parla di omosessualità anche in ambiti scientifici, i partecipanti locali si alzano e dicono: Ah, da noi non c’è questo problema, roba da bianchi. Una volta in una cittadina al confine con il Sudan chiesi una camera con due letti per due dottoresse che avevano qualche timore e che volevano stare insieme. Niente da fare. Prenotai due camere separate e poi si arrangiarono. Due donne o due uomini nella stessa stanza, se non parenti, non è ammesso. Tre sì. Ovviamente le persone omosessuali esistono ma non hanno vita facile. Questo spiega anche perché tra i richiedenti asilo ora si presentino molti giovani, che arrivano dai diversi paesi africani e chiedono protezione causa la discriminazione e i rischi che corrono nel loro paese.

Sembrerebbe che nei servizi sanitari etiopi ci siano stati dei progressi circa la cura e la prevenzione dell’Hiv. Cosa ci può raccontare in proposito?

È vero, molto è stato fatto, sia nella prevenzione che nella cura. Grandi campagne sul contagio e terapie gratuite, Ma non è sufficiente. L’uso del preservativo, persino tra i giovani, è osteggiato da culture maschiliste. La prostituzione è diffusa, esistono delle zone del paese praticamente abitate solo da uomini, zone militarizzate o in cui lavorano contadini stagionali. Così il contagio si estende, orizzontalmente nelle famiglie. Nell’ospedale pubblico da noi costruito e supportato, arrivano dai villaggi donne in Aids, e arrivano troppo tardi per poter curare loro e i neonati prima della nascita. Per l’Aids, ma anche per la (per noi obsoleta) malaria, si muore facilmente. Ecco perché si dice che esiste una ingiustizia fra i nostri mondi, da noi si vive e lì si muore.

Infine, è noto come il tema migranti le sia, in generale, molto a cuore. Come giudicha il recente Decreto Sicurezza?

Un decreto propagandistico che parla alla pancia della gente in parte esasperata e in parte spaventata dal nuovo e dal diverso, e che punta a conquistare voti alla Lega. Non affronta assolutamente il problema delle migrazioni, dell’accoglienza nel nostro paese, temi che invece avrebbero bisogno di un’approfondita analisi e anche di necessaria rivisitazione. Anzi, peggiora la vivibilità dei luoghi obbligando le persone a lasciare i centri di accoglienza e a riversarsi sulle strade senza prospettive.

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Classe 1975, il monzese Pippo Civati è stato deputato nel corso della XVII° legislatura. Eletto tra le file del Partito Democratico, ne è uscito nel 2015 in aperto dissenso con le linee politiche dell’allora segretario nonché presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Il 26 maggio di quel medesimo anno ha annunciato la nascita di Possibile, di cui è stato primo segretario fino al 17 marzo scorso.

A poche settimane dalla creazione della compagine Lgbti del partito da lui fondato l’abbiamo raggiunto per raccoglierne impressioni e valutazioni in riferimento all’attuale scenario politico italiano ed europeo.

On. Civati, facciamo un passo indietro fino al 26 maggio 2015. Perché Possibile?

Possibile vuole reagire nettamente a chi ripete come fosse un’ossessione che non ci sono alternative. E anche a chi promette cose irrealizzabili. Il «possibile» si colloca nel futuro ma senza scorciatoie, senza slogan eccessivi e smisurati. E si lega a tutte le esperienze che vogliono tentare strade inedite, con l'obiettivo della riduzione delle disuguaglianze, questione che abbiamo collocato nel nostro simbolo, come vera e propria madre di tutte le battaglie.

Il tema migrazione è uno dei più attualmente scottanti e non solo in Italia. È sempre più diffusa la narrazione di un’Europa che si va sfaldando a fronte della gestione di una tale problematica. Cosa ne pensa? 

L'Europa non è un Europa astratta. Ma è l'Europa di una destra moderata che non ha voluto fare i conti con le storture della globalizzazione e con le disuguaglianze sociali e non ha avuto ambizioni per rendere l'Europa più forte proprio per non disturbare alcuni interessi da cui la politica evidentemente continua a dipendere. Penso alle migrazioni, alle questioni fiscali, al rapporto con le concentrazioni di potere economico e quindi con le multinazionali. Un'Europa che già molto sovranista perché sono sempre gli Stati nazione a decidere. In questo senso il sovranismo tanto agognato dai nazionalisti (perché il sovranismo è inevitabilmente sovranita, e non è un caso che Salvini sia il modello) è soltanto il punto di arrivo di un'impostazione politica che conosciamo molto bene: ci vuole qualcosa di completamente diverso che lo mette in discussione l'Europa ma che finalmente la faccia.

Senza l’Europa sarebbe più facile, a suo parere, l’avvento di poteri meno democratici?

Ovviamente sì, nel nostro caso avremo un sovranismo in ritirata, un nazionalismo della disperazione, non certo quello di una grande potenza, alle prese con problemi insormontabili, come si è già visto in questa fase politica, in cui il cialtronismo ha raggiunto livelli sorprendenti. Il modello Orbán che piace tanto a Salvini è già una realtà: autoritarismo e discriminazioni sono due ingredienti che vanno di pari passo. Per le minoranze, d’ogni tipo, se si affermerà quell’impostazione, i tempi saranno molto cupi. È per questo che si deve reagire. Sì. Forse ora se ne rendono conto tutti, che bisogna agire, dopo anni di acquiescenza e di torpore. Tocca a ciascuno di noi, singolarmente, e insieme, seguendo ciò che si muove e organizzando un campo che la politica istituzionale ha letteralmente devastato. Non bisogna avere fretta, non bisogna però nemmeno perdere tempo. 

Le forze di destra, anche quelle più estreme, avanzano in tutta Europa. Anche in Italia ne è cresciuta la presenza. Cosa sta accadendo secondo lei?

Il nostro Paese ha conosciuto vent'anni di progressiva - anzi, regressiva - deriva culturale. In questo senso la stagione dell'antipolitica così come la vediamo, soprattutto in questi mesi in cui è arrivata al governo, ha raccolto l'eredità nel ventennio precedente. In questa confusione ideologica e questo continuo rovesciamento sono emerse pulsioni antiche, autoritarie e razziste, che realtà ci sono sempre state, in questo paese, ma che ora non trovano ostacoli né anticorpi come accadeva un tempo. In questo senso il fascismo quello delle camicie nere e quello più sottile e pericoloso di chi non considera la Costituzione e non si cura della legge e della dignità istituzionale ha campo libero.

Si registra un generale disfattismo nei riguardi della sinistra. Al contempo l’idea di uno Stato forte sembra passare tra il pensiero populista e quello sovranista. C’è ancora uno spazio per un’aggregazione forte in grado di rispondere a questa idea? 

Più che dell'aggregazione forte che assomiglia a un’ammucchiata senza politica, c'è bisogno che emergano pensieri, parole, proposte che non abbiano nulla a che fare con quello che abbiamo visto finora. Nonostante la débacle del 4 marzo mi pare che tutto si svolga in una sinistra (questa sì, sinistra) continuità con ciò che è accaduto prima. Nessuna vera riflessione su ciò che si può fare per ottenere nuovamente la fiducia dei cittadini. Nessun progetto di società. Nessuna storia, vera, da raccontare. Su questo dobbiamo lavorare.

In Italia sono al momento oltre i 4 milioni le persone in stato di povertà. Il reddito di cittadinanza vuole essere una delle tante risposte di questo governo. Che cosa ne pensa? 

Sono sempre stato favorevole a reddito minimo garantito e lo sono da prima che lo proponesse grillo qualche anno fa. Con Possibile e con Davide Serafin in particolare abbiamo fatto proposte sostenibili in questo senso e ho come l'impressione che dopo i mesi di ubriachezza da parte della maggioranza si finirà con il convergere su quanto dicevamo noi. Qualcosa di molto diverso dalla propaganda di Di Maio e dalle semplificazioni di questo governo.

La collettività Lgbti continua a denunciare casi di violenza omofobica e transfobica nel paese. Come si può arginare, a suo parere, una tale violenza?

Da tempo sostengo la necessaria convergenza dei diritti civili e dei diritti sociali. So che in questo momento nel nostro Paese sono contrapposti ma chi li contrappone vuole negare entrambi. Per questa ragione la difesa dei diritti e la promozione dei diritti, soprattutto, si sposa perfettamente con quell'urgenza di reagire alle cose, di cui abbiamo parlato finora e con quella voglia di uguaglianza di cui parlavo descrivendo Possibile.

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Fondata in febbraio a meno di un mese dalle elezioni del 4  marzo, Futura si sta progressivamente imponendo alla pubblica attenzione come una delle voci nuove e radicali della sinistra. Una delle cifre del movimento politico è l’attenzione ai diritti delle minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti.

Ad alcuni giorni dal sit-in romano Stop Gay Persecution in Tanzania, che ha visto anche Futura tra le associazioni aderenti nonché tra quelle firmatarie delle lettera aperta al ministro Enzo Moavero Milanesi sulla situazione tanzaniana, abbiamo raggiunto Marco Furfaro, fondatore e coordinatore del neonato organismo politico.

Dall’insediamento del governo gialloverde si registrano non poche violenze nei confronti di minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti. A suo parere cosa sta accadendo? 

Sta succedendo quello che mai avremmo auspicato: il coniugarsi delle peggiori forze conservatrici con il populismo d’accatto per tenere la maggioranza delle persone dentro un cono di consenso fondato su odio e paura. Non riescono a dare risposta alla sofferenza sociale. Per questo perseguono l’unico disegno possibile a costo zero: teorizzare che la crisi sociale, la disoccupazione, la precarietà è dovuta al fatto che in questi anni si è pensato troppo ai diritti civili e poco a quelli sociali. Una stupidaggine che purtroppo trova consenso anche in alcune parti della sinistra. Così, in maniera pelosa e strisciante, a volte esplicita, a volte meno, si nega la società di oggi e si colpevolizzano le persone Lgbti e non solo. È uno schema che riguarda i migranti, ma anche le donne. Prendete il ddl Pillon, la nascita dell’intergruppo dei “parlamentari per la vita”, l’attacco alla 194, le violenze che vengono deprecate solo quando a commetterle è uno “straniero”. Altro non sono che tasselli di una precisa idea di società: patriarcale, sessista, a misura di uomo etero, virile, rigorosamente bianco e italiano. Per questo femminicidi e episodi di intolleranza nei confronti delle persone Lgbti, non sono d’interesse per questo governo. Basti pensare al ministro Fontana, il cui primo intervento è stato il disconoscimento delle famiglie arcobaleno. Un attacco alla libertà di tutti, ma subdolo perché fa finta di colpire solo alcuni. Rendendoci tutti più poveri e precari. Però penso anche che la fantastica onda pride che ha riempito le piazze quest’estate, le manifestazioni e i cortei delle donne, la resistenza civile di sindaci e amministratori locali, dimostrino che siamo ancora in tanti e dobbiamo organizzarci al più presto.

In Italia ci sono più di 4 milioni d’indigenti, una quantità impressionate di precari ed è sempre più alto il numero di giovani italiani migranti. Cosa è che fa sempre più povero questo Paese? 

Il fatto che tutti o quasi si sono arresi all’idea che l’unica speranza nella vita non è studiare, lavorare, impegnarsi, ma avere la fortuna di crescere in una famiglia ricca. Lo ha sancito pure l’Istat: l’ascensore sociale è fermo al piano zero. Così, se nasci povero, ben che vada rimarrai povero. Non conta più niente aver studiato, essersi impegnato, rimboccato le maniche. Se non sei raccomandato da qualcuno, è difficilissimo emanciparsi. La povertà di questo Paese non è data solo dal fattore materiale, cioè quanti soldi possiedi, ma dal fatto che una volta i genitori facevano sacrifici per far studiare i figli, i figli facevano gli acrobati nella vita per poter finire gli studi, prendersi una laurea e finalmente accedere a migliori opportunità. Oggi non è più così, perché quelle opportunità sono state cancellate dalle cattive politiche di questi ultimi venti anni. Sta tutta qui la povertà del Paese. Abbiamo milioni di persone che rinunciano agli studi o vivono una tremenda precarietà di vita, altri, su cui si è investito in formazione e istruzione, se ne vanno dall’Italia. Chi vuole bene all’Italia dovrebbe ripartire esattamente da qua, da un investimento straordinario in scuola, innovazione, ricerca e sviluppo. Il tutto in un quadro di sostenibilità e di conversione ecologica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesimo governo che fa il contrario di questo, che risponde ai bisogni della povera gente dandogli in pasto i migranti da cacciare o minoranze da odiare. Proprio come in passato facevano i regimi. Ma a maggior ragione dobbiamo avere parole chiare sul futuro. Che non può che essere con salari dignitosi, ecologicamente improntato, innovativo, non solo economicamente, ma anche socialmente.

La vittoria di Bolsonaro in Brasile, le politiche  di Trump in Usa, le destre che crescono in Europa, un Salvini che in Italuia inneggia a figure Putin. C’è ancora spazio per opporsi?

È proprio quando tutto è più nero che abbiamo bisogno dei colori no? È il movimento Lgbti a insegnarcelo. Ed è proprio in questa situazione che l’opposizione deve ritrovarsi, ma non su “accordicchi” o parole d’ordine desuete, ma proprio su una visione radicalmente diversa del futuro. È vero c’è Bolsonaro, Trump, Putin e Orban. Ma ci sono anche Alexandria Ocasio-Cortez, Sanders, Corbyn, Costa in Portogallo e Sanchez/Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, gli ecologisti di tutta Europa che avanzano. Insomma, manchiamo solo noi. Ma vedrà che nuove generazioni politiche si prenderanno presto il campo e sostituiranno le classi dirigenti sconfitte il 4 marzo scorso con idee all’altezza dei tempi.

La caccia all’immigrato sembra essere ormai continua a seguito anche di certi proclami di chi è al governo. Cosa nasconde una tale politica razzista e xenofoba?

Nasconde incapacità e il vuoto più totale su che direzione dare al Paese. L’aver inventato un nemico, il più semplice perché il più indifeso, in modo tale da distogliere l’attenzione dai problemi veri del Paese che restano insoluti, è il modo migliore per assecondare la rabbia delle persone. Ma dimostra l‘inconcludenza di una classe dirigente che non riesce a dare risposte e dunque soffia sul fuoco della sofferenza diffusa e offre a quella sofferenza un capo espiatorio. Facile quanto aberrante. All’inizio erano i “terroni” come me, poi gli albanesi, poi i marocchini, i rumeni, gli stranieri, i migranti. La Lega fa questo giochino da venticinque anni. La cosa terribile di questo meccanismo è che non si ferma davanti a niente, arriva ai bambini, presto toccherà a chi la pensa diversamente dal governo, ai critici, alle minoranze, ecc. Se la tua politica è nascondere i problemi dando la colpa agli altri, non ha mai fine. Si arriva alla barbarie.

I media riportano spesso di manovre o litigi in quella che viene indicata quale area di “sinistra”. Sembra inoltre non esserci una vera opposizione. Secondo lei siamo messi così male? 

Se penso alla sinistra rappresentata in Parlamento, direi di sì. Autoreferenziale, incapace di ascoltare la sofferenza sociale, di abitarla, fuori dal tempo e dalla storia. Ma quella sinistra è già stata sconfitta il 4 marzo. La sinistra poi non è un partito, ma un’idea di società. Quella oggi va ricostruita, assieme a tutti coloro che vogliono costruire una storia diversa da quella sconfitta alle elezioni. In realtà, c’è tanto di buon nel Paese che mi lascia ben sperare. Penso alle piazze di Milano e di Catania a fine estate, penso a Mimmo Lucano e a quanti sono schierati al suo fianco, penso alle manifestazioni di Non una di meno, ai comitati NoPillon, penso all’onda pride, come dicevamo. Penso alla raccolta di fondi per i bambini di Lodi., a chi fa impresa rispettando le regole, a chi si inventa nuovi lavori, a chi fatica da pazzi in una fabbrica ma non si arrende all’odio. Penso all’Italia che resiste, nonostante tutto.

C’è ancora per la creazione di una forza democratica, pluralista e di sinistra che rimetta al centro della politica la persona, il lavoro, la salute, il welfare, i diritti e tanto altro? 

Se mettiamo un po’ tutti da parte il nostro io per fare uno sforzo condiviso sono sicuro che sia possibile. Più che una forza politica, visto che ce ne sono a decine, oggi serve un’idea di società, una passione che faccia battere il cuore, che sia così netta e percepibile da far scendere le persone in strada e lottare. La gente si smuove perché sente dentro di sé le ingiustizie, la voglia di riscatto sociale. La sinistra una volta era questo, non solo e soltanto un partito. Per farlo, bisogna battere le idee che c’hanno portato alla sconfitta. Serve coraggio, quel coraggio che hanno le Ocasio-Cortez d’America di scendere nell’agone politico e prendersi tutto il campo, di egemonizzarlo, di vincere su classi dirigenti inadeguate e ridare speranza con programmi radicali e innovativi. Questo serve oggi alla sinistra, non partiti che si parlano addosso, ma coraggiosi che hanno voglia di ricostruire un pensiero, una proposta politica. Attorno a quella, poi, si costruirà una naturale unità per battere le destre e quindi una forza che torni a dare speranza e rappresentatività. Dobbiamo farlo a partire dalle elezioni europee.

Se si rompesse con l’Unione Europea cosa succederebbe al paese e ai diritti conquistati grazie, anche, al lavoro svolto in questi anni dalla stessa Europa? 

Sarebbe una catastrofe. Perché chi ha a cuore l’emancipazione delle persone, sa che l’unico modo per raggiungerla è unirsi, non dividersi. Dividersi fa il gioco di chi comanda, dei potenti, non certo degli sfruttati. Certo, l’Europa di oggi è inservibile. Proprio per questo serve uno scatto in avanti, non il ritorno alle piccole patrie. Faccio parte di una generazione che nemmeno sa immaginarsi fuori da una cittadinanza europea. Ma non è nostalgia di futuro, la mia. In un mondo così interconnesso, come potrebbe uno Stato nazionale da solo ad affrontare sfide globali come l’evasione fiscali, la (pre)potenza delle multinazionali, le migrazioni, i cambiamenti climatici? I diritti conquistati, come dimostra ciò che accade in Ungheria, verrebbero meno. Perché la società che hanno in mente in nazionalisti prevede un ridimensionamento dei diritti e delle libertà individuali. Noi vogliamo un’altra Europa, non un ritorno al passato.

Come coordinatore nazionale di Futura cosa può dirci di questa esperienza? 

Una piccola grande comunità di persone che non vuole arrendersi alla rassegnazione e nemmeno a questa copia triste e sbiadita che è diventata la sinistra in Italia. Abbiamo fondato Futura a febbraio, perché tante persone appartenenti a liste civiche, realtà sociali, associazioni, non si ritrovavano in Pd e LeU, perché sono stufe delle divisioni della sinistra e vorrebbero contendere il campo con le proprie idee. Che sicuramente sono più radicali del Pd, ma anche più innovative di LeU. Vorremo costruire un’alternativa alla destra che non perda tempo a discutere se stare o meno in Europa o se i diritti civili vengono prima o dopo i diritti sociali. Significa non aver capito niente della società di oggi. A volte mi chiedo se un politico di sinistra ha mai conosciuto la ricattabilità che vive una persona transgender, gay o lesbica sul proprio posto di lavoro. Come fa a non capire che diritti civili e sociali sono inscindibili? Ci batteremo per liberare la sinistra dalla subalternità culturale della destra, che subisce il Pd quanto la sinistra radicale. Futura è una comunità che non ha rendite di posizione da difendere, per questo ci proveremo con coraggio. A costruire un’alternativa larga, unitaria, ma sicuramente radicale. In poche parole, di sinistra. 

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Liberi e libere. È questo il cuore del corso, presentato stamani in conferenza stampa a Roma, presso il Circolo di Cultura omosessale Mario Mieli, su orientamento sessuale e identità di genere rivolto a operatori sanitari, psicologi, assistenti sociali e mediatori culturali.

Dodici moduli formativi per lavorare non solo sui contenuti ma anche sugli atteggiamenti corretti da adottare con le persone Lgbti al fine di prevenire ogni forma di discriminazione. Capofila del progetto Liber@di Essere, finanziato dall'Unar con il bando Apad 2016, è il Cirses (Centro di iniziativa e di ricerca sul sistema educativo e scientifico).

Partner, invece, dell'iniziativa il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Agedo, Libellula, Famiglie Arcobaleno, Metafora, Nuova associazione europea per le Arti terapie in una con la collaborazione gratuita di altri soggetti quali Istituto nazionale per le Malattie infettive Lazzaro Spallanzani, Asl Roma 1, Ordine degli Assistenti sociali - Consiglio regionale del Lazio, Associazione Dgp Di’ Gay Project.

A seguito della conferenza stampa abbiamo raggiunto Massimo Farinella, responsabile dei Progetti del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Quali sono gli obiettivi generali di questo progetto e come è strutturato?

Tutti noi partner del progetto LIBER@DI ESSERE siamo fortemente convinti che possiamo arginare efficacemente le discriminazioni e i pregiudizi attraverso la conoscenza. Che possiamo produrre veri cambiamenti culturali attraverso l’educazione e la formazione. Per tali motivi, con il nostro progetto realizzeremo dei percorsi di formazione rivolti a tutti quei professionisti che lavorano in diversi contesti (in diverse città italiane), dove risulta fondamentale la relazione con l’utente: psicologi, psicoterapeuti, medici, infermieri, assistenti sociali e tante altre figure, che svolgono funzioni chiave in importanti servizi rivolti a tutta la cittadinanza.

Il progetto prevede misure/attività di informazione e formazione per operatori psico-socio-sanitari: quali sono nello specifico i loro fabbisogni?

Prima dell'estate abbiamo condotto un'indagine, prevalentemente tra psicologi e assistenti sociali. Le risposte hanno evidenziato la necessità di una adeguata formazione a partire dagli elementi di base legati ai temi Lgbt+, come ad esempio il significato di alcuni termini che definiscono l’identità di genere, l’identità sessuale, l’orientamento sessuale, soprattutto quando tali temi riguardano le persone transgender.

La maggioranza dei rispondenti dichiara di non essere soddisfatto della formazione ricevuta sui temi Lgbt+ (sia nel corso di studi universitari sia durante percorsi di specializzazione). Emerge, ad esempio, per gli Assistenti sociali, il desiderio di accrescere le proprie competenze sulle unioni civili, la genitorialità Lgbt+ e il coming out.

Avere figure professionali formate su tali argomenti porta ad avere una società più inclusiva. Ad esempio, alla Rainbowline (800110611) riceviamo spesso telefonate in cui si chiede di avere il contatto di un medico Lgbt-friendly, perché in passato si sono avute esperienze negative (alcuni si sono sentiti giudicati e colpevolizzati per il proprio orientamento sessuale). In un'indagine Emis di qualche anno fa, condotta su maschi gay in Italia (nell'ambito della prevenzione Hiv) è risultato che il 58.3% di coloro che aveva fatto almeno un test si dichiarava insoddisfatto del counselling e il 43.1% dichiarava di non aver potuto parlare di sesso tra maschi.

In particolare, quale saranno le azioni progettuali che le associazioni Lgbti partner realizzeranno?

Si prevedono una serie di moduli formativi che si svolgeranno a Roma e in altre città. Ogni associazione apporterà il proprio specifico e il proprio contributo. Nella prima fase preparatoria di progetto, attraverso riunioni periodiche e scambi, è stato già prodotto un piccolo manuale, che sarà disponibile anche sul sito. Durante i corsi di formazione tratteremo di orientamento sessuale e identità di genere, famiglie omoparentali e genitorialità Lgbt+, coming out, aspetti socio-culturali, differenze di vita, stereotipi e omotransfobia, unioni civili, stigma verso persone con Hiv e fattori di discriminazione multipla, identità transgender in età evolutiva e adulta e tutti gli altri temi dell’universo Lgbt+.

Vorrei poi evidenziare l'aspetto del lavoro collettivo fatto dalle diverse associazioni. Sicuramente un lavoro più faticoso (abbiamo percorsi e approcci differenti) ma di maggiore qualità, perché più completo e, decisamente, bello ed entusiasmante.

Cosa significa realizzare questi progetti in risposta ai fabbisogni della comunità Lgbti in un Paese ancora caratterizzato da molti episodi omofoboci , transfobici e con un alto tasso di bullismo nel sistema scolastico e sul lavoro?

A questo desiderio diffuso di "ritorno al passato", e quindi di rimessa in discussione di alcune importanti conquiste sul piano dei diritti civili, occorre rispondere innanzitutto con la cultura. Progetti come il nostro, nel quale sono previste attività formative e di scambio con diverse figure professionali, possono contribuire realmente a sviluppare una maggiore consapevolezza (che nel nostro Paese stenta ad affermarsi) necessaria a sconfiggere i pregiudizi verso le persone Lgbt+. È utile agire tutt* insieme, individualmente e collettivamente, soprattutto nel quotidiano per sensibilizzare e informare contro ogni forma di pregiudizio.

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli è sempre stato storicamente in prima fila nella lotta contro le diverse forme di discriminazione verso le persone Lgbti. Secondo te quali sono le priorità in questo momento storico caratterizzato da un razzismo ed una xenofobia elevata?

Fino a due anni fa si dibatteva all’interno del movimento Lgbt+ a proposito dell’utilità di una legge sulle unioni civili che non appariva compiuta, pur riconoscendone l'indubbio valore. In realtà, con maggiore freddezza e lungimiranza politica, era forse chiaro che si stavano consolidando, come forze maggioritarie nel Paese, percorsi politici che non solo non si sarebbero proposti di allargare i diritti delle persone Lgbt+, ma addirittura avrebbero messo in discussione i fondamenti dello stato di diritto.

La priorità, a mio parere, è insistere nel manifestare la propria idea di società aperta, attraverso azioni concrete e un forte dialogo con altre minoranze e associazioni, in modo da opporre un comune e solido progetto culturale e politico, capace di fronteggiare questa pericolosissima deriva illiberale, presente in alcuni Paesi europei e che sembra affermarsi anche in Italia.

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A dieci giorni dalla scomparsa di Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pigné, Muccassassina gli dedica la serata del 14 settembre, che si terrà a Roma, presso Largo Venue, in via Biordo Michelotti, 2. Un omaggio all’icona delle drag queen italiane e allo storico militante del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, che dell’evento dancing Lgbti più conosciuto in Italia è stato anima e punto di riferimento per un trentennio.

Abbiamo raggiunto Sebastiano Francesco SecciDiego Longobardi per sapere di più di tale iniziativa.

Prendendo spunto dalle proverbiali parole de La Karl: Dateve ‘na carmata, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli ha dichiarato: «Questa calmata proprio non ce la vogliamo dare. Siamo tutti ancora profondamente scossi per la morte di Andrea, una delle colonne portanti del Circolo e punto di riferimento di tutta la comunità Lgbt+.

Le reazioni della settimana scorsa, i messaggi che ancora continuano ad arrivare sui social del Circolo e sui nostri personali, rimarcano un’incredibile voglia di parlare e ricordare Andrea. Anche con questo spirito abbiamo pensato alla serata tributo di venerdì, occasione in cui amiche, colleghe e artisti vari si esibiranno per ricordare questa incredibile artista e lo faranno proprio sul palco di Muccassassina, quello stesso palco in cui 30 anni fa nasceva il mito de La Karl Du Pigné in tutta la sua favolosità».

E a proposito del mito de La Karl du Pigné e del suo rapporto con Muccassassina è il direttore artistico Diego Longobardi a spiegarci nei dettagli la serata commemorativa: «Con questo omaggio Muccassassina intende rivivere i momenti più significativi di questo poliedrico artista come i suoi Drag ShowMa soprattutto ballare e stare insieme a tanti amici, anche con la sua musica preferita.

Non possiamo non rammentare che il percorso artistico iniziò proprio a Mucca, dove spesso era lei a spingere i ragazzi con doti artistiche a cimentarsi nel trasformismo. E, poi, alla porta del club, sul palco spesso con spettacoli irriverenti e provocatori che affrontavano anche temi attualissimi.

Un festoso happening, dunque, di musica pop (DJS Paola Dee, Bradshaw Dj, João Turchi) e drag show (# FUXIA, #MARYLINBORDEAUX, #CARAMELLA #TSUNAMI, #MISSTRESS, #SKANDALORSA).

Non dimentichiamo che La Karl du Pigné non aveva non paura di nulla e di nessuno. Era sempre spontanea e sincera. Questo il pubblico lo percepiva subito e lo ricorderà per sempre».

Ma, secondo Sebastiano e Diego, quale sarebbe stata la battuta de La Karl su questa serata?

Nun ve prendete troppo sur serio.

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Luca ha 25 anni. Vive a Pisa, dove frequenta il secondo anno magistrale di chimica. Nella città della Torre milita da circa un anno presso il locale comitato d’Arcigay. Ma il suo impegno nel combattere contro le discriminazioni non si limita al solo attivismo.

Per saperne di più l’abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, ci racconti il tuo coming out? 

Il mio coming out è stato con un amico dell'università. Non mi ricordo neanche come eravamo finiti nel discorso. Sono passati anni ormai, ma mi è rimasto impresso che, appena ho fatto coming out, sono scoppiato a piangere. Penso sia un a reazione naturale quando ti liberi di un peso dopo anni.

Hai poi scoperto il mondo delle Drag queen. Com'è avvenuto? 

Questa idea mi è balenata nella testa quando ho visto delle Drag queen per la prima volta. Prima di frequentare l'università non andavo proprio in discoteca e di certo non avrei avuto modo di vedere delle esibizioni di Drag queen dal vivo: non sapevo neanche cosa fossero!

Quando ho fatto coming out ho iniziato a frequentare diverse discoteche Lgbt e quando ho visto per la prima volta le drag queen esibirsi è stato subito amore a prima vista. Mi ricordo che raccontai a delle mie amiche di quanto mi fossi innamorato di tutti quei colori, dei vestiti eccentrici e dei trucchi esagerati nel vederli per la prima volta dal vivo. Dissi allora che prima o poi lo avrei fatto anche io. Sono passati quattro anni da questa dichiarazione ma alla fine ho mantenuto la mia promessa.

Quali sono le tue emozioni quando ti esibisci? 

Premetto che anche in passato, prima di iniziare l'università, mi sono ritrovato su un palco a cantare o a suonare il pianoforte in mezzo a un pubblico: quindi già ero cosciente dell'emozione che si prova.

Detto questo, esibirsi da drag è tutta un'altra storia: il trucco, i vestiti e soprattutto il modo di fare e di porsi con il pubblico devono tutti insieme far sì che il pubblico ti veda per il personaggio che sei e che presenti. In tutta sincerità, esibirmi da Drag queen mi permette di fare cose che senza il travestimento addosso non farei mai: indosso una maschera per mostrare una parte di me che senza maschera non verrebbe fuori.

Gli abiti, il trucco, le scarpe dai tacchi alti… Chi ti cura il look? 

Per la mia prima esibizione mi sono messo molto d'impegno e sono stato tre mesi a preparare tutto il vestito! Non volevo e non voglio semplicemente mettermi il primo vestito che indosso. Preferisco renderlo mio oppure farlo anche da zero nei limiti del possibile (non sono un esperto di sartoria ma sto imparando!). Per me, per ora, la progettazione e la realizzazione dell'intera esibizione è un lavoro di squadra: ho amiche e conosco sempre nuove persone che si rendono disponibili a darmi una mano con il trucco o con l'acconciatura della parrucca o con la realizzazione del vestito. Tutti si divertono a partecipare anche nel piccolo e per questo li ringrazio. Perché senza di loro certe mie idee bizzarre non le avrei mai potute realizzare da solo. Ho cominciato da poco e piano piano sto imparando a truccarmi e a cucire: per il prossimo futuro vorrei realizzare un vestito lungo da zero.

In un periodo come quello attuale, contrassegnato  da una forte presenza di atti omofobici, transfobici e bullistici, che cosa significa fare la Drag queen? 

La sensazione che ho percepito la prima volta che sono uscito allo scoperto davanti al pubblico, con tutto il travestimento addosso, è stata di ansia, timore e coraggio. La mattina dopo ho realizzato che avevo fatto coming out per la seconda volta ma, a differenza del passato, ero più consapevole e soprattutto orgoglioso di rappresentare la comunità Lgbti nel piccolo della mia esibizione. Considerando come stanno evolvendo i tempi, sono pronto a risalire su un palco se serve a dare fiducia a chi mi guarda.

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Mark’s Diary, la nuova opera cinematografica del regista Jo Coda, ci conduce nel mondo della disabilità, della sessualità, dell’amore.

Mark e Andrew, due ragazzi disabili, si incontrano e si piacciono. Tra i due si crea un’intensa attrazione “socialmente difficile” da soddisfare. I ragazzi innescano, attraverso una sovrastruttura onirica, una “realtà virtuale” creando due personaggi di fantasia ai quali trasmettono le proprie emozioni, i propri sentimenti. Al termine della giornata emergerà la consapevolezza che nulla sarà più uguale per loro e che la lotta per il “diritto all’amore” è solo all’inizio.

Jo, questo tuo ultimo film è incentrato su una tematica che mostra l'eros e l'amore con altri occhi. Cosa ti ha spinto a farlo?

Mark’s Diary nasce successivamente alla lettura del libro di Maximiliano Ulivieri LoveAbility. L’autore, tra l’altro responsabile del comitato LoveGivers, sottopone all’attenzione dei lettori il tema della sessualità riferito alla disabilità.

Un problema sociale per molti, un tabù per tantissime persone. Il modo di affrontare la problematica, unita al profondo senso della militanza che Ulivieri letteralmente sprigiona ad ogni respiro, mi ha completamente travolto tanto da spingermi a contribuire con questo film alla causa, per rompere insieme silenzi e pregiudizi. 

C'è sempre qualcosa di magico quando le perone si innamorano. In questo tuo lavoro su amore e disabilità qual è l'incanto?

Questo film parla d’amore: tutta la sceneggiatura ruota intorno alla ricerca dell’amore e nell’amore noi includiamo anche il sesso. L’incanto è, una volta tanto, l’amore stesso: incontrarsi, desiderarsi, amarsi. L’amore senza confini irrompe nella sfera del sesso che, quando riferito alle persone diversamente abili, sembra scontrarsi con l’ultimo tabù sociale che nega loro a priori ogni sorta di pensiero, peggio, di azione, legata all’eros.

Viviamo in un’epoca nella quale il corpo perfetto è indice di benessere e di capacità di relazione con gli altri. Ciò che non è perfetto non ha valore. Non credi che tanto bisogno di perfezione nasconda in realtà solo l'incapacità di guardare le proprie angosce? 

Le angosce permangono laddove non si costruiscono adeguate alternative esistenziali o non si attua un ragionevole adattamento al naturale cambiamento a cui il nostro corpo è destinato nel corso della nostra vita. L’alternativa è il senso di inadeguatezza, il risentimento. Il benessere interiore e la nostra capacità di stare bene al mondo e di esporci con gli altri non possono essere delimitati dal tempo, dall’avvenenza della “gioventù” così come la intende il mercato dei consumi, con la sua ossessiva e patologica riproposizione di modelli stereotipati di quasi sovraumana super efficienza, irraggiungibili ai più. La perfezione, se esiste, scorre lungo la nostra vita, al di fuori della nostra stessa fisicità. 

In una sequenza del tuo film i due protagonisti si toccano le mani, si guardano e scoppia l'eros: quello totalizzante. Quale è il significato di  questa immagine?

Che l’amore non ha confini. Il suo potere è praticamente infinito e siamo noi, la società civile – che per ignoranza o per convenienza, tabù del passato e per più recenti esigenze del mercato di omologare e standardizzare corpi, sentimenti e pulsioni – abbiamo sviluppato la necessità di porre dei limiti ad un sentimento che racchiude in sé una parte fondamentale della natura e di ogni essere umano. L’immagine di cui parli, nella sua semplicità, due mani che si carezzano, sintetizza il potere universale dell’amore.

Negli ultimi tempi la politica sta dando il senso di quanto sia forte oggi la discriminazione per i più deboli. Cosa pensi in proposito del neoministero per la Disabilità?

La politica deve fare i conti con la “diversità”, con la “differenza” che non deve essere più intesa come una condizione di inferiorità. La diversità è parte integrante della vita democratica di una nazione, è una trasversalità che in un modo o nell’altro, per un motivo o per l’altro attraversa ogni persona e ogni cittadino che deve potersi esprimere al meglio in ogni situazione quotidiana. L’attuale Governo, in materia, manda segnali molto contrastanti fra loro e pertanto in primo luogo l’invito alla chiarezza è un obbligo. Un governo che non si occupa dei più deboli non mostra altro che il riflesso del proprio fallimento. È ovvio che ciò debba essere contrastato con forza e con ogni strumento che la militanza, il buon senso, e la nostra stessa appartenenza al genere umano ci mette a disposizione.

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Al grido de La gaia invasione partirà domani, alle ore 15:00, da piazza Grimana il Perugia Pride.

Una marcia dell’orgoglio Lgbti volta a dimostrare come una cultura, che mette al centro l'individuo, il rispetto dell'identità, delle differenze e delle libere scelte, sia possibile e necessaria. Motivo per cui la parata sarà aperta da una rappresentanza d'immigrati.

Ma un’invasione arcobaleno, quella del capoluogo umbro, che assumerà anche i toni della protestaProtesta contro l'avanzata delle destre fasciste e dei movimenti cattoreazionari.

Protesta nei riguardi del sindaco Andrea Romizi che, il 25 giugno, ha annunciato il ricorso contro la decisione del Tribunale di Perugia, che aveva imposto al Comune di trascrivere integralmente l’atto di nascita spagnolo del piccolo Joan quale figlio di due mamme.

Protesta a favore di Fabiola Bernardini, rimossa dall’ufficio di direttrice della Biblioteca comunale di Todi e trasferita al Servizio urbanistica per non aver voluto stilare una lista di presunti "libri gender". 

Alla vigilia del Perugia Pride Gaynews ha intervistato Lorenzo Ermenegildi Zurlo, componente di Omphalos Lgbti.

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Tra le città che, sabato 30 giugno, a ridosso del 49° anniversario dei Moti di Stonewall,  saranno interessate dall’Onda Pride c’è anche Padova. Un’occasione importante per il capoluogo veneto dove, da meno di due settimane, è stata inaugurata l’XI° edizione del Pride Village.

A pochi giorni dalla parata abbiamo raggiunto Mattia Galdiolo, presidente del locale comitato d’Arcigay.

Fra pochi giorni il Padova Pride: quali le parole d'ordine quest'anno?

Quest’anno il Padova Pride darà molto risalto a temi come la salute, la libertà e l'inclusione. Ma resta in primo luogo la visibilità quale tema chiave. Ormai sempre più persone Lgbti sono visibili e questo, indubbiamente, è il motivo per cui sempre di più di questioni Lgbti si discute in ogni ambito, nel bene e nel male. Però oggi visibilità per un Pride è anche consapevolezza.

Questo Pride vuole ispirare tutti a compiere scelte coraggiose, a prendere posizione, a partecipare al dibattito sui diritti che, come comunità Lgbti, pretendiamo dal nostro Paese e alle lotte che dovremo fare per ottenerli.

Come valuti l’attuale clima politico in riferimento ai diritti delle persone Lgbti?

Un atteggiamento passivo e distaccato dalla politica ha dato come frutto uno dei peggiori governi degli ultimi dieci anni. Distacco anche da parte della nostra comunità che "si accontenta" di spazi sicuri nei locali e di una visibilità limitata ma sempre più facile. Ora abbiamo un governo populista in perpetua campagna elettorale e con un approccio ai temi sociali di stampo marcatamente fascista. Percepisco un machismo diffuso e tutto questo è molto preoccupante sia per i nostri (pochi) diritti faticosamente ottenuti sia per quelli che la nostra comunità chiede a gran voce: dalla tutela della genitorialità omosessuale alla revisione della legge Reale - Mancino. Più di tutto però mi preoccupa il fatto che questa politica possa finire col legittimare la violenza e i soprusi. Ci sono già i primi segnali.

Abbiamo visto le forze dell'ordine al Siracusa Pride vietare l'esposizione di uno striscione critico nei confronti di Salvini. La violenza verbale sui social è poi ai massimi storici e gli episodi di violenze e discriminazioni seguono a ruota tutto ciò con numeri sempre crescenti. Di fronte a tutto ciò noi dobbiamo ricordarci chi siamo. Siamo un movimento di liberazione: la libertà o c'è totalmente o non è libertà. Pertanto è nostro dovere prendere posizione in modo forte e chiaro per la liberazione e il benessere della comunità Lgbti ma anche di tutte quelle libertà direttamente correlate alla nostra: penso all'autodeterminazione delle donne o al dovere dell'accoglienza per i migranti.

Hai fatto cenno a quanto successo al Siracusa Pride. Qual è la tua specifica valutazione?

Questo episodio, e lo dico soprattutto da portavoce di un comitato Pride, ci ha fatti incazzare di brutto. I Pride sono la rivendicazione di identità e libertà, in primo luogo quella d’espressione: una libertà che è stata guadagnata nel nostro Paese con il sangue e il sacrificio di molte vite. Oggi forse non serve più arrampicarsi sulle colline e le montagne per fare le lotte partigiane ma, anche sopra un paio di tacchi a spillo, possiamo rivendicare la nostra libertà con analoga determinazione.

Noi abbiamo puntato su un gesto simbolico: lo striscione fatto rimuovere a Siracusa sarà presente al Padova Pride. Scelta che, come comitato, abbiamo preso spontaneamente e immediatamente, e che siamo pronti a difendere a tutti i costi.

I risultati delle ultime amministrative hanno visto un’avanzata della Lega in pochi Comuni, roccaforti storiche della sinistra. Come valuti ciò con riferimento alle locali associazioni Lgbti e soprattutto alla futura organizzazione dei Pride?

Credo che bisogna ricordare come i Pride abbiano un valore educativo per tutta la città. Ma per farlo bisogna dare ai cittadini l'occasione per capire cosa sta succedendo, cosa è un Pride, perché è importante, qual è il senso profondo e molto umano che sta alla base delle richieste della comunità Lgbti. In tutto questo abbiamo amministrazioni che oggi hanno sempre più strumenti per rendere difficile la vita a chi vuole manifestare. Ricordo che oggi con la nuova normativa sulla sicurezza un Comune può vietare cortei e manifestazioni con ragioni anche abbastanza pretestuose.

Bisogna organizzarsi per fare un lavoro comunicativo incisivo ed efficace in occasione dei Pride, per far sentire la manifestazione come parte della città, come parte di quello scenario culturale che ne rappresenta le diverse anime. Per il Padova Pride abbiamo parlato con associazioni che si occupano di ambiente, territorio, commercio. Tutte queste realtà si sono confrontate per la nostra volta con i nostri temi, eppure hanno visto nel Pride un'occasione interessante per scoprire qualcosa di nuovo e prendere una posizione. Ecco, credo che il più importante deterrente alla destra che avanza sia proprio questo lavoro culturale: essere presenti sui nostri territori, dialogare con tutte le realtà e, se per farlo dobbiamo uscire dalle nostre comfort zone, non sarà mai troppo presto!

Secondo te quale dovrebbe essere l’impegno futuro delle associazioni in difesa dei diritti civili e sociali?

Dovremmo ricordare che non siamo soli. Molto spesso assisto sconfortato alle risposte campaniliste di alcune associazioni e di pezzi di movimento. O anche al silenzio imbarazzante delle nostre associazioni di fronte al razzismo e al sessismo dei nostri politici. Non basta essere in trincea col coltello fra i denti per i nostri diritti: dobbiamo formare un'unica frontiera o non potremo mai fare fronte a tutti gli attacchi che riceveremo. Per farlo come movimento Lgbti, dobbiamo imparare a dialogare, a trovare soluzioni che ci consentano di non perdere pezzi inultilmente, ma soprattutto che ci consentano di crescere. Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi: è una frase del Vangelo che ci dice qualcosa di utile, che, cioè, i veri nemici sono altrove.

Sempre più persone Lgbti si mostrano vicine o favorevoli a istanze di matrice xenofoba. Cosa sta accadendo secondo te nella nostra comunità?

Èun errore banale pensare che le persone Lgbti siano più sensibili alle discriminazioni e, pertanto, immuni a razzismo o xenofobia. La triste realtà è che lesbiche, gay, bisessuali, transessuali sono uguali al resto del mondo anche negli aspetti peggiori. Anzi sono capaci di dare al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia nuove e interessanti declinazioni. Da gay penso a una banalissima schermata di Grindr (ma per chi ha più di 20 anni pensiamo anche ai siti di annunci, ecc) dove i profili sono pieni di frasi che discriminano per etnia, peso, forma fisica, gradazioni diverse di femminilità. La verità è che per chi non rientra in un'idea stereotipica di gay, lesbica, transessuale, ecc rischia l'emarginazione da parte della comunità Lgbti.

Questo è un impegno culturale ineludibile per le associazioni Lgbti: trovare metodi e azioni di contrasto al razzismo, al body-shaming e al femme-shaming, ma anche di inclusione nelle associazioni e più in generale nella nostra comunità. È un periodo questo di grande impegno e di grandi responsabilità per le nostre associazioni. Moltissime cose stanno cambiando, noi stessi siamo profondamente cambiati. Dobbiamo trovare il coraggio e la forza di far fronte a tutto tenendo sempre presenti i nostri valori e la nostra identità.

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