Alessandro Grieco

Alessandro Grieco

Una Stonewall letteraria: si può definire così l’arte prometeica di Touko Laaksonen che, con lo pseudonimo di Tom of Finland, è stato uno dei pionieri dell'arte omoreotica, come racconta in maniera esemplare il biopic di Dome Karukoski, già proiettato a Firenze il 30 settembre e a Roma il 12 ottobre nell'ambito della rassegna Lgbti dell'Acrobax. 

Il film, che ha inaugurato la 32° edizione del Lovers Film Festival di Torino, in Finlandia è stato insignito di vari riconoscimenti, tra cui il premio Fipresci al Festival di Göteborg ed è stato selezionato per rappresentare la Finlandia ai premi Oscar 2018 nella categoria miglior film in lingua straniera.

Per pura coincidenza, poi, come ha sottolineato lo stesso Karukoski, il film è uscito nelle sale in un periodo perfetto. E non solo perché si festeggia il 100° anniversario della Finlandia indipendente ma anche perché, proprio mentre il film su Tom of Finland è stato distribuito nel Paese, il Parlamento ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Un film di coraggio, di amore e di liberazione. Una ricostruzione d'epoca precisa ed emozionante che narra la vicenda di un uomo che, con le proprie illustrazioni, ha infranto lo stereotipo dell'uomo omosessuale trasfigurandolo in un'immagine di fiera e orgogliosa virilità. Il film di Karukoski porta sul grande schermo la piccola-grande rivoluzione di Touko Laaksonen che, con le sue oltre 3.500 illustrazioni caratterizzate da una forte sessualità, in cui vengono raffigurati uomini muscolosi con peni di grosse dimensioni, ha influenzato la cultura gay del XX secolo, alimentando sia quella forma di leather culture poi portata al cinema da mostri sacri come R. W. Fassbinder (Querelle de Brest) o William Friedkin (Cruising), sia il look in pelle che ha ispirato artisti di fama mondiale come Freddie MercuryFrankie Goes to Hollywood e, naturalmente, Glenn Hughes, il leatherman dei Village People.

Ma il film non si limita a narrare la carriera artistica di Laaksonen ma, anzi, dà ampio spazio alla sua vita. Una vita segnata dall'esperienza traumatica della seconda guerra mondiale. Infatti, fu proprio durante il conflitto bellico che Laaksonen uccise un soldato russo e in seguito, tormentato dal senso di colpa, ritrasse il volto di quell'uomo, sogno e incubo delle sue notti, nelle sue opere di maggior successo. Esercizio a metà tra la volontà di esorcizzare il dolore e l’utopia di restituire la vita.

Fatto sta che Laaksonen è stato il primo artista a erotizzare il mostro del nazifascismo trasfigurandolo in una sorta di esplosivo manifesto del Bdsm, fatto di fantasie impronunciabili e recondite che, in seguito a questa metamorfosi artistica, assumono anche un valore politico e di concreto ribaltamento del male e del delirio maschilista del regime..

Considerando l'argomento del film, in realtà la pellicola contiene molto poco sesso e, al  contrario, si concentra sulle lotte che Laaksonen ha portato avanti come uomo gay in una Finlandia conservatrice. Lotte di rivendicazione politica, umana e sociale che conferirono dignità a questi “figli di un Dio minore”, ma come gli confida sul capezzale un amico malato di Aids (siamo agli inizi della diffusione della malattia del secolo):  “Tu mi hai dato la vita, mi hai fatto capire che potevo amare senza vergogna, non cambierei nulla”, perché in fondo, come lo stesso protagonista ricorda, “Siamo tutti figli di madre natura”, nonché figli più o meno legittimi di Tom of Finland che finalmente, dopo tanto peregrinare, è tornato a casa!

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È sempre bene ricordare cosa accade quando l’afflato religioso pervade in maniera eccessiva e disorganica la vita di una persona, stimolando reazioni anomale. Reazioni spesso in contraddizione con i dettami di accoglienza e inclusione che dovrebbero essere alla base di ogni religione. E il protagonista di I am Michael, film presentato giovedì 5 ottobre all’interno della rassegna di cinema Lgbti dell’Acrobax di Roma, ne è la prova perfetta.

Ispirato a una vicenda realmente accaduta, I am Michael è l'incredibile storia di Michael Glatze (interpretato da James Franco), un noto attivista Lgbti statunitense che fu al centro di una controversia molto violenta quando diventò pastore cristiano e affermò di non essere più gay. Il film racconta la storia di Michael: dalla sua vita a San Francisco con il fidanzato Bennett, dove persegue l'attivismo politico, una carriera da giornalista all'XY Magazine e l'esplorazione sessuale, fino al momento della personale scoperta spirituale. Infatti, dopo una paura traumatica, Michael inizia a essere afflitto da dubbi e paranoie e intraprende un risveglio religioso che lo porta a rinunciare al suo stile di vita, a rifiutare i suoi amici e a cercare il suo "vero sé" all’interno di esperienze mistiche. Michael, allora, dopo aver esplorato il buddismo e il mormonismo, si lascia coinvolgere da una scuola biblica nel Wyoming rurale dove incontra la sua fidanzata, Rebekah, e dove si forma fino a diventare pastore della propria comunità

Prodotto, tra gli altri, da Gus Van Sant nonché dallo stesso James Franco e presentato sia al Sundance Festival sia alla Berlinale 2015, il film, che non ha avuto distribuzione in Italia se non all’interno di retrospettive dedicate, sembra fatto apposta per far discutere. James Franco, intervistato da La Repubblica, lo ha così presentato: «I am Michael è una storia vera, devastante. Sarà un film che solleverà molte polemiche, la sua vicenda ha riaperto antiche diatribe. L’omosessualità è un fatto genetico? È una malattia? Si può guarire? Si può diventare etero?».

Il film solleva chiaramente l’attenzione sulle pratiche di riorientamento sessuale e quindi sulle terapie riparative che nascono proprio negli Stati Uniti e mirano a cambiare l’orientamento sessuale di una persona, “riparando” l’omosessualità in eterosessualità. Queste terapie di conversione, prive di qualsiasi credito scientifico, presentano spesso una notevole e determinante componente religiosa.

L'opinione delle organizzazioni mediche e psichiatriche è che questi trattamenti, assolutamente antiscientifici e inefficaci, sono potenzialmente dannosi. Tutte le maggiori organizzazioni per la salute mentale, infatti, hanno espresso grande preoccupazione riguardo a questi trattamenti perché la promozione di terapie di cambiamento rinforza gli stereotipi e contribuisce a un clima negativo per le persone lesbiche, gay e bisessuali.

Uno dei temi su cui il film insiste maggiormente è senz’altro la forza che può provenire dall’appartenenza a una comunità: sia che si tratti dell’appartenenza alla comunità Lgbti sia a quella cristiana. Infatti sentirsi parte di una comunità rende l’individuo più facilmente riconoscibile e accettato. Questa forma di garanzia esistenziale può anche poi determinare lo stile di vita del singolo individuo, soprattutto in circostanze di fragilità emotiva e sentimentale. Ma cosa succede quando questo stile di vita non corrisponde alla sua vera e intima dimensione affettiva e sessuale? Quando il modo in cui si è percepiti si scontra con chi si è veramente? Il regista Justin Kelly, che ha lavorato sul film per tre anni, ha detto: «Questo film non è solo la storia di un ‘ex-gay’. È in realtà una storia molto problematica sul potere della fede e il desiderio di appartenenza». 

Grazie a una narrazione chiara e misurata Justin Kelly dirige il proprio esordio con grande equilibrio, peccando forse per un’eccessiva voglia di raccontare che lo spinge a entrare in dettagli e pieghe della vicenda che spezzano e rallentano inutilmente il ritmo della piccola. Kelly sembra essere soprattutto attratto dal modo in cui il protagonista Michael abbia sempre trattato con il massimo della sincerità e dell'etica personale le proprie idee, sia prima sia dopo la “svolta” religiosa, partecipandole e diffondendole con entusiasmo sulla carta stampata, attraverso il suo blog e attraverso la rete. La conversione cristiana e la frequentazione degli ambienti più radicali vengono comprensibilmente ritratti con un po' di ironia e umorismo. Eppure Kelly dimostra una sana forma di curiosità nei confronti delle idee di Glatze. Curiosità che scongiura qualsiasi rischio di facile derisione.

A ogni modo, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose e dal proprio orientamento sessuale, l’unica domanda che non può rimanere inevasa è proprio quella implicitamente contenuta all’interno del film e che ha anche la miglior risposta a tutte le teorie riparative, agli integralismi e all’odio che viviamo quotidianamente: «Quale Dio vi punirebbe per aver trovato l’amore?». Ovviamente, nessuno.

 

 

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Ogni anno, dal 2008 a oggi, vengono realizzati circa 700 film a tematica Lgbti in Europa e Sud America. Pellicole che, fortunatamente, non hanno soltanto finali tragici e devastanti, come accade nella maggior parte di quelli realizzati e distribuiti nel nostro Paese. Ma per riuscire a vederli è spesso necessario frequentare rassegne di film tematici, interessanti e underground, come quella ospitata dal centro sociale Acrobax di Roma.

Ed è proprio la rassegna di cinema gay dell'Acrobax ad aver programmato una deliziosa commedia leggera, Famille verpflichtet (in italiano potrebbe essere trdotto in Obblighi di famiglia) che ha partecipato, tra l'altro al Festival Lgbt di Rochester. Questo film, diretto da Hanno Olderdissen nel 2015, è una commedia sui conflitti culturali, familiari, generazionali, religiosi e culturali, in una prospettiva divertente e allo stesso tempo profonda.

David e Khaled, i due protagonisti della storia, sono una coppia di omosessuali arabo-ebraica di Hannover che deve imparare a imporsi sulle aspettative dei genitori: vorrebbero sposarsi e vivere una vita libera e autodeterminata ma sono stretti nella morsa tradizionalista delle loro famiglie. Se c'è una dimensione socialmente universale, che coinvolge tutti allo stesso modo, è la famiglia – in tutte le sue declinazioni – e i valori a essa associati, come il riconoscimento, il rispetto, la tolleranza e l'amore.

“Nessuno è perfetto” ci verrebbe da dire con il grande Billy Wilder osservando il comportamento delle famiglie dei due protagonisti: da un lato quella di Khaled con un padre profondamente omofobo, che non sa nulla dell'omosessualità del figlio ma non è affatto antisemita e ricorda, quasi con nostalgia, il tempo in cui musulmani ed ebrei vivevano in pace nella stessa terra. Dall'altro la famiglia di David con una madre molto presente e ossessiva che non è affatto omofoba ma è piena di pregiudizi nei confronti dei musulmaniSvolta narrativa della storia è una nottata di bagordi in cui David, sotto i fumi dell'alcol e delle droghe, ha un rapporto sessuale con una donna molto giovane e concepisce un bambino. Bambino che diventerà il figlio di Khaled e David.

Si tratta, insomma, di un gradevole racconto di tentativi, più o meno riusciti, di integrazione tra gay ed etero, musulmani ed ebrei, sciiti e sunniti. Se è vero che il film risente talora di una certa mancanza di messa a fuoco per le numerose scene che si intrecciano nella sceneggiatura, l’accennata mancanza di realismo è però abbondantemente compensata da uno script semplice ed efficace. Script che regala momenti di divertimento assoluto anche laddove si potrebbe sfiorare il dramma, grazie alla direzione equilibrata degli attori, tutti assolutamente credibili e in parte.

La battuta sovrana del film la dice la sorella di Khaled a proposito del modo in cui questi dovrà fare coming out con il padre: «La buona notizia: diventerò papà. La cattiva: io sono la mamma».  

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Lunedì 31 luglio, alle 21.30, ai Giardini della Filarmonica di Roma (all’interno della rassegna I Solisti del Teatro) l’associazione culturale Dragqueenmania presenterà lo spettacolo TutteMie – Amiamo le differenze. Si tratta di uno spettacolo/concerto nato qualche anno fa da un’idea di Giovanni Amodeo, cantante e interprete. È un tributo musicale a sette grandissime interpreti: Aretha Franklin, Barbra Streisand, Mia Martini, Milva, Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo. Sul palcoscenico un susseguirsi di brani con arrangiamenti originali che raccontano la carriera e la personalità delle artiste.

In scena un Pinocchio/bambola/Alice che attraverso un racconto “pungente” restituirà il tema della diversità ma soprattutto il senso dell'essere. E Alice e Pinocchio sono in cerca di se stessi. Presenza straordinaria nello spettacolo sarà Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pignè, artista e militante Lgbti, che da anni porta in scena con successo la sua celebre drag chic, vintage e pop.

Incontriamo Andrea Berardicurti durante le prove di TutteMie e ne approfittiamo per avere qualche notizia in più sullo spettacolo e non solo.

Lo spettacolo a cui prenderai parte, con il tuo strepitoso personaggio de La Karl du Pignè, si intitola TutteMie - Amiamo le differenze. Che significato ha avuto e ha nella tua vita il termine "differenza"? Qual è, secondo te, il senso della differenza?

La differenza, nella mia vita, è stata croce e delizia. Quando ero meno corrazzato di adesso, era però una croce per via dell'inevitabile sensazione di inadeguatezza che essa portava nel quotidiano. Essere diverso (da chi nemmeno lo capivo) era un po' un marchio con connotazione negativa: era diverso  il pizzaiolo egiziano, era diverso il bambino down del sesto piano, era diverso il frocetto (io) del terzo. Solo col tempo, con l'esperienza e la fortuna di aver incontrato, nel mio percorso di vita, tante persone differenti, ho capito che per fortuna di persone differenti ce ne sono svariati miliardi su questo globo e che lo scambio di differenze porta quasi inevitabilmente ricchezza.

Lo spettacolo TutteMie è un tributo musicale a sette grandissime interpreti: Aretha Franklin, Barbra Streisand, Mia Martini, Milva, Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo. Ma se La Karl du Pignè dovesse eleggere la sua artista-icona del cuore, chi sceglierebbe? Che ruolo ha avuto la musica pop nella tua "educaZione sentimentale" e quale canzone ha segnato la tua vita, o un momento di essa, in maniera fondamentale?

A questa domanda non dovrei rispondere, perché non sarò più in grado di paludare la mia età. A parte gli scherzi ho avuto per anni una smisurata adorazione per Annie Lennox e gli Eurythmics ma in verità sono cresciuta a pane e Patty Pravo, Shirley Bassey, Blondie, Cindy Lauper, tanto per citarne alcune. Ma non ho nemmeno disdegnato U2,Pink Floyd, Genesis. Insomma una rockettara pop! Di loro ho amato quasi tutto e mi è difficile trovare una canzone guida, forse Diva di Annie Lennox ma solo perché era nel mio repertorio di drag shows.

TutteMie è uno spettacolo musicale che investiga la possibilità che abbiamo di conoscere a fondo le nostre identità. Il tema dell'identità è indubbiamente centrale in questo spettacolo. Cosa è l'identità per te che, proprio con l'identità, giochi continuamente in scena con il personaggio de La Karl du Pigné?

Di identità si parla ormai sempre più spesso. Non ti nascondo che per me il gioco tra Andrea e La Karl Du Pignè è ormai talmente connaturato che mi riesce difficile separare le due cose. Per tutte e tutti, sono a volte Andrea a volte La Karl senza che questo provochi in me o negli altri nessun tipo di crisi. Ti rispondo con una battuta che ho in scena in Tuttemie: "Ma che domanda è? Sono quello o quella che sono: sono me".

La società e il giudizio sociale ci portano spesso a smarrire la vera natura della nostra identità. Almeno nella sua interezza. C'è una parte della tua identità, di uomo, di attore e militante, che in questi anni hai smarrito e che ti piacerebbe recuperare?

Onestamente no. Sarà per l'età, sarà per l'esperienza, sarà anche, mi ripeto, per avere avuto la fortuna di aver incontrato tante persone così grandi che mi hanno insegnato come muovermi e dalle quali ho assorbito così tanto, che da questo punto di vista mi sento una persona completa e realizzata. Posso solo dire che, se fosse possibile, ma questa è cosa facile col senno del poi, il mio percorso di accettazione della other side of me lo comincerei molto molto prima.

Spettacoli come TutteMie sono anche utili per scardinare stereotipi e luoghi comuni, pregiudizi e ruoli di genere. Come valuteresti oggi la società italiana relativamente alla capacità di includere e non discriminare chi è "differente"?

Paradossalmente ci sono stati periodi della mia vita nei quali mi sono sentito/a più leggera/o e quindi più libera/o. Ma la storia è ondivaga, così come la sensazione che una libertà acquisita diventi improvvisamente evanescente e sparisca. La società oggi sembra più incline e disponibile all'inclusione, ma vedo che ci sono delle sacche di resistenza piene di pregiudizio, discriminazione verso il diverso e che, rispetto alle libertà sessuali, esiste sempre quella sottile opposizione a un diritto acclarato ma, come dicono Wilkler e Strazio nel loro libro, considerato "abominevole" (e la citazione ci voleva), sta tutto lì, altrimenti non si spiegherebbe questa fottuta favola del gender, no?

Infine, La Karl du Pignè è una dragqueen ormai di fama internazionale. Andrea Berardicurti si è mai sentito "oppresso" dalla presenza ingombrante del personaggio che ha creato?

Macchè internazionale! Mi conoscono a Londra perché seimila gay romani si sono trasferiti, tutto lì. Sinceramente no, per fortuna questa simbiosi funziona perfettamente, a tal punto che ogni tanto mi chiedo se non sia La Karl Du Pignè che ha plasmato Andrea Berardicurti, e non viceversa. Siamo molto felici, entrambi, di condividere lo stesso corpo e lo stesso cervello.

 

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La libertà è come l’aria: quando non c’è, ti manca. È questa la sensazione percepita da uno dei protagonisti di Esteros, film argentino diretto da Papu Curotto proiettato in esclusiva presso l’Acrobax di Roma, il centro sociale che ospita la rassegna di cinema a tematica Lgbti Cineforum San Paolo Gay diretta da Fabio Giuffrè. Esteros descrive le deliquescenze amorose (come direbbe Bauman) dei dioscuri Matias (Ignacio Rogers) e Jeronimo (Estéban Masturini), fiorite nell’infanzia ma represse per molti anni sia perché Matias è costretto a spostarsi con la famiglia in Brasile sia perché la famiglia di quest’ultimo, decisamente omofoba, lo induce a negare il suo amico e se stesso.

Però, dacché alla fine si diventa solo ciò che si è (al dire di Nietzsche), più di dieci anni dopo Matias torna nel suo paese di origine con la fidanzata e ritrova Jeronimo: le sensazioni del passato riaffiorano lentamente e la possibilità di rivivere le emozioni dell’adolescenza vince sulla paura del giudizio, sul pregiudizio e sull’omofobia interiorizzata in famiglia, quella stessa omofobia che lo aveva inibito, deprivandolo per tanti anni della felicità. D’altronde, anche il titolo del film, che in italiano significa estuari, al di là dell’ambientazione (Paso de los Libres in Argentina), richiama l’idea di una zona paludosa e asfittica, la sorta di imbuto della vita in cui Matias si viene a trovare a causa del suo orientamento.

Vincitore del premio speciale della giuria e del premio del pubblico al Gramado Film Festival 2016 e programmato come evento centrale all’Outfest 2016, il film è tra l’altro la storia autobiografica del regista argentino qui al suo esordio nel lungometraggio. Ottima l’interpretazione dei protagonisti, la cui selezione, racconta il regista, non è stata semplice: «Per i due protagonisti adulti, che non dovevano essere degli stereotipi, abbiamo scelto Rogers e Masturini dopo l’ottima prova nella scena che mostra il risveglio dopo la notte d’amore, mentre per i due giovani è stato più complicato. Anzitutto volevamo che fossero originari del posto dove si svolge la storia, cioè ragazzi in sintonia con la natura che li circonda, poi non abbiamo detto loro che si trattava di una storia d’amore gay, perché non volevamo inibirli, ma quando abbiamo spiegato la storia ai loro genitori, alcuni di loro hanno ritirato il figlio dal progetto».

Nonostante tutte le difficoltà che la realizzazione del film ha incontrato in Argentina, ci chiediamo se un film del genere, con scene esplicite di effusione tra adolescenti gay, sarebbe mai stato prodotto e distribuito in Italia. E se la domanda può sembrarci purtroppo retorica, non è retorico, invece, il testo della canzone ascoltata nel film: Di amori come il nostro ce ne sono rimasti pochi”. E, se gli amori sono capaci di superare gli estuari della società in cui si vive, allora vivranno per sempre, come nel celebre verso di Wisława Szymborska: Ascolta come mi batte forte, il tuo cuore.

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Come Goethe ci ricorda, le grandi cose sono per tutti, le piccole solo per gli amici: è questo il caso della rassegna di film a tematica Lgbti Cineforum San Paolo Gay che si sta svolgendo a Roma (in programmazione tutti i giovedì alle 21 fino al 27 luglio e con ingresso a offerta libera). Rassegna che nasce dalla determinazione e dalla passione di Fabio Messina, direttore del sito Cinegay.it. Da svariati anni è lui a coordinare questa iniziativa all’interno dell’Acrobax, un centro sociale che si è insediato dal 2002 al posto del vecchio cinodromo, diventando “uno strumento di cui, come precari e precarie, ci siamo dotati per trasformare la nostra condizione, uscire dal ricatto sulle nostre vite, produrre un’alterità possibile riappropriandoci di spazi e tempo” e che nella home page del sito ricorda Renato Biagetti, un militante ucciso nel 2006 a Focene da due fascisti che lo colpirono con otto fendenti micidiali.

Uno spazio semplice ma prezioso, in cui è possibile osservare una cenosi tra rugbisti gay (Libera Rugby Club ha come motto In campo tutti uguali, il cui nome richiama non a caso l’associazione contro le mafie di don Ciotti), attivisti e amanti del cinema, animali e vegetali che condividono esperienze come quella delle proiezioni di film a tematica Lgbti. Un’iniziativa ancora più importante se si considera il tipo di programmazione underground che non raggiunge mai le nostre sale.

Il film, proiettato giovedì 15 giugno, Tiger orange è una pellicola americana del 2014 diretta da Wade Gasque che è stato presentato in anteprima il 18 luglio 2014 all’Outfest e che lo stesso regista ha detto essere ispirato dalla "sottile tug-of-war della comunità Lgbti tra il nostro desiderio di distinguersi e la nostra necessità di adattarsi".

Ambientato in un piccolo paesino rurale della California, il film racconta il riavvicinamento di due fratelli gay che lottano per riconnettersi dopo la morte del padre. Chet (Mark Strano che collabora anche alla sceneggiatura) è timido e riservato e ha vissuto relativamente chiuso nel piccolo borgo dove i fratelli sono cresciuti, gestendo il negozio di ferramenta del padre (il titolo del film Tiger Orange deriva dal nome di una vernice in vendita nel negozio) e prestando grande attenzione a non vivere in maniera troppo “aperta” la sua sessualità per non creare scompiglio nell'ordine sociale relativamente conservatore della città. Todd, invece (Frankie Valenti, anche pornostar col nome di Johnny Hazzard), ha lasciato la casa a 18 anni per trasferirsi a Los Angeles, dove ha lottato per costruire una carriera come attore.  

Il nodo gordiano del film è proprio questo: ha più coraggio chi se ne va o chi resta? Nonostante lo scontro delle personalità, infatti, ogni fratello invidia alcuni aspetti della vita dell'altro. Chet invidia la libertà di Todd mentre Todd si rammarica di non aver provato il senso di appartenenza di Chet a una comunità e l'opportunità di rimanere in contatto con il padre. 

La sceneggiatura riesce a districarsi con agilità narrativa tra i conflitti interpersonali, mostrandoci anche come si sia ormai raggiunto un buon livello d’integrazione tra gay ed etero anche nella provincia americana. Molto interessante il modo d’indagare nella controversa intimità di due fratelli gay, efficacemente resa dai due protagonisti, che alla fine di un percorso doloroso ritrovano la complicità di un tempo perché in fondo “il mondo non lo ereditiamo dai padri, bensì lo abbiamo in prestito dai figli”.

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