Ulteriore emorragia per ArciLesbica Nazionale, che perde oggi – dopo PerugiaUdine, Treviso, Bergamo e Bologna -, il circolo napoletano Le Maree.

La decisione della disaffiliazione è stata presa il 14 aprile nel corso di un’Assemblea straordinaria e resa nota con un post su Fb.

«Siamo orgogliose – si legge in esso - di annunciare che oggi diventiamo l’APS Le Maree Napoli.

Fiere della nostra storia, iniziata 21 anni fa, cominciamo un nuovo capitolo rinnovando l’impegno di portare avanti tutte le nostre battaglie, all’insegna della democraticità, del rispetto e della pluralità che ci hanno sempre contraddistinto».

Parole, quest’ultime, che spiegano fin troppo inequivocabilmente il motivo della disaffiliazione e rimandano alle polemiche scatenatesi in seno ad ArciLesbica Nazionale a seguito della mozione congressuale A mali estremi, lesbiche estreme.

La decisione del direttivo de Le Maree è stata definita un atto coraggioso da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Per noi non cambierà di concreto nulla. Non si può modificare la storia e Le Maree sono la storia del movimento Lgbt napoletano e nazionale. Non si possono modificare le lotte: continueremo a condividere gli spazi della nostra sede storica in Vico San Geronimo.

Continueremo a confrontarci, a lottare, a vincere e a resistere. Grazie al gruppo dirigente del circolo napoletano de Le Maree per il coraggio, la chiarezza, la determinazione e la coerenza».

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Al di là del muro. Titolo significativo per un interessante progetto di Arcigay Napoli che, insieme al centro SInAPSi dell’Università Federico II e alla casa circondariale di Poggioreale, crea un sostegno psicologico, legale, ma anche ludico-letterario, per detenuti omosessuali e transessuali nel carcere napoletano.

Sicuramente gli operatori scelti da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, si troveranno davanti a realtà di grande solitudine, abbandono, emarginazione e discriminazione. Ma anche a storie di amori, riscatto, sogni per un futuro migliore. Infatti, auguriamo a queste persone che la loro vita, una volta pagato il debito con la giustizia, sia costellata di stelle.

Certo, per avere una pena detentiva sono stati commessi dei reati. Ma le storie sono tante, si intrecciano tra di loro diventando cosi un complicato romanzo di momenti drammatici. Tre passi e stongo n’faccia o muro canta Miryam Lattanzio in un brano dedicato ai carcerati: quei tre passi anche verso un mettere a dura prova il proprio pudore. La dignità è l’espressione  dell’essere, condividere gli spazi carcerari con sconosciuti è duro.

Un’esperienza sicuramente traumatizzante, specialmente se è la prima. Inoltre, essere detenuto omosessuale dichiarato in carcere non ti rende speciale. Sicuramente sei additato e emarginato dagli altri ospiti. Puoi trovarti anche di fronte a altre etnie con credi e culture diverse. Allora bisogna adattarsi a una convivenza forzata, forse stabilendo delle regole del buon vivere, forse prendendo coscienza che comunque si è nella stessa barca. E si va avanti aspettando la magica parola libertà.  La parola libertà non è intesa solo come scarcerazione, quando ti ricongiungi con i tuoi affetti e con  la tua casa.

A Napoli si dice: Voglio sta’ dint’ ‘e pezze mie. Un detto che ha un significato importante: sottolinea il desiderio di possedere la propria vita anche se povera… Libertà di pensiero, di espressione, di stare dentro o fuori le regole, ma sicuramente stare dentro le regole ti regala una serenità interiore. Visitare i detenuti in qualità di operatore non è semplice: devi avere il buon gusto di essere discreto, rispettando la persona che ti trovi di fronte, devi essere tu a entrare nel loro mondo usando il loro linguaggio, dimostrando che sei uno di loro, che si possono fidare di te, solo così le barriere di difesa si abbassano e iniziano a colloquiare con te. Allora scopri velleità e sentimenti nascosti, si parla di tutto: di musica di letteratura, ma soprattutto di… vita.

È bello ascoltarli mentre parlano della loro passione per il teatro, per il calcio, dei gruppi musicali preferiti. Uno di loro racconta che ama gli U2, i Pink Floyd ma anche la canzone classica partenopea. Mentre l’altro, di fronte, intona una canzone di un qualsiasi neomelodico napoletano.

Noi operatori ci intromettiamo nell’appiccicata parlando della storia di amore tra l’imperatore Adriano e Antinoo, oppure spiegando le origini  della parola Fummenello/a, vasetto (leggi Abele de Blasio, antropologo di fine '800), omosessuale, ricchione. Questa ultima risulta offensiva, ma in effetti ha origini nobili, con due scuole di pensiero.

Parliamo anche di quanto fosse naturale praticare l’omosessualità nelle epoche della cultura greco-romana: tutto questo lo si fa in una chiave ludica, ma nei loro occhi leggi la curiosità del sapere, del conoscere terminologie, aneddoti e storie cui non si erano mai interessati. Il tutto è un dare e avere: tu operatore lo fai per un dovere morale verso chi è stato meno fortunato di te, oppure per le scelte sbagliate, loro, in cambio, ti regalano la loro dignità, il loro pensiero. Ti svelano una parte della loro esistenza. Siamo sicuri che se ci fosse un colloquio da soli, uscirebbero reconditi momenti di inconfessabili sogni.

Noi operatori abbiamo l’obbligo di ascoltarli, fare in modo che quello sia un momento di sfogo, per liberarsi, almeno per qualche ora, dall’asfissiante aria rarefatta della cella. Ritornando alla parola “libertà”: Arcigay, in collaborazione con un’altra associazione Lgbt come Coordinamento Campania Rainbow e Anddos Blu Angels, ha pensato a un percorso tra letteratura e video proiezioni. I ragazzi scriveranno  e interpreteranno le loro emozioni, i loro pensieri e sogni.

L’idea ha suscitato interesse e subito la penna si è  data da fare su vari block notes. Il progetto è in fase embrionale, ma loro sono entusiasti, tanto che hanno scelto anche il titolo per l’eventuale kermesse: Lettere, amore e libertà. Sicuramente li vedremo in scena. E poi c’è l’angolo editoriale: i ragazzi scriveranno le loro storie per una eventuale pubblicazione. Intanto, Arcigay Napoli è impegnato su vari fronti tra il “discusso” Pride di Pompei e i vari progetti umanitari.

Di tutto questo parliamo con Antonello Sannino.

Come sono i rapporti con le istituzioni carcerarie? Come si sviluppa Al di là del muro?

Negli ultimi anni stiamo cercando di aprire a nuove istanze, provenienti dalle persone Lgbt, che  spesso  sono marginalizzate dalla nostra stessa comunità. Ci stiamo occupando di immigrazione, disabilità, senza fissa dimora e detenuti. Con il progetto Iride, di cui Arcigay è partner, progetto sulla prevenzione delle malattie a trasmissioni sessuali nelle carceri italiane, siamo entrati in contatto con il direttore del carcere di Poggioreale, Antonio Fullone e dall’incontro abbiamo ampliato il protocollo d’intesa Al di là del Muro già in essere tra  Poggioreale e Università Federico II, includendo anche il Comitato Arcigay di Napoli.

Pride a Pompei il 30 giugno; ci sarà?

In questi giorni stiamo cercando di costruire la giornata dell’orgoglio Gay (Good as you) nel Vesuviano. E stiamo toccando con mano quanto fosse necessario fare un Pride in provincia, in una città dalla grande eco internazionale, ma che purtroppo vive soffocata da una cappa di ipocrisia. Sono arrivate le minacce di Forza Nuova, vi prenderemo a calci sulle gengive per difendere il Santuario, che hanno fatto ancora una volta passare il nostro Paese come un posto dove la modernità stenta a trovare cittadinanza. Minacce partite da una squallida strumentalizzazione del cristianesimo, il cui pensiero più vero e profondo dovrebbe invece insegnare a noi tutti e a noi tutte il rifiuto della violenza, un etica dell’accoglienza, della pace e del rispetto degli altri e delle diversità.

L’imprenditoria locale e la cittadinanza è pronta al Gay Pride e lo sta vivendo con estremo entusiasmo, quello che invece vediamo scarseggiare in una classe dirigente locale e nelle istituzioni territoriali che faticano a capire quanto questo evento e l’estensione dei diritti siano una grande opportunità di crescita per il territorio. Noi a Pompei ci saremo e sarà una grande giornata di colori, di pace e di gioia.

Progetti futuri?

Sono tanti i progetti per il futuro, che per noi è già presente, ma non possiamo immaginare un futuro senza sognare e il fatto stesso che oggi abbiamo ancora tanta capacità di sognare ci fare essere certi di poter costruire un futuro migliore per tutti e per tutte. Non voglio elencare i tanti progetti in cantiere, ma ne voglio segnalare uno su tutti: credo sia necessario nei nostri territori una vera casa di accoglienza per persone Lgbt vittime di violenza e di discriminazioni.

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«In questi tempi di morta fede ed empietà trionfante». Così recita la supplica alla Madonna di Pompei che, letta coralmente dai cattolici l’8 maggio e la 1° domenica d’ottobre, risente dell’aulico linguaggio ottocentesco dell’autore. Quel Bartolo Longo, fondatore del santuario mariano e delle opere assistenziali annesse (proprietà della Santa Sede), cui a Pompei è dedicato proprio il piazzale antistante la celebre basilica. Piazzale su cui, il 30 giugno, si dovrebbe snodare anche il Pride quale tappa dell’intero percorso. Una tappa che, secondo gli organizzatori, sarebbe obbligata per motivi logistici.

Ma non per i componenti di Forza Nuova Campania che, riesumando toni e argomenti da predicazione ottocentesca (quella, cioè, dei tempi dell’avvocato Longo), hanno gridato alla blasfemia e annunciato un presidio presso il santuario per impedire il Pride. Ecco cosa si legge in un post pubblicato sulla relativa pagina Fb:

Gay Pride a Pompei? Scenario di morte della cristianità e della civiltà!

“Il 30 giugno prossimo Pompei potrebbe vivere uno scenario agghiacciante paragonabile senz'altro alla distruzione dovuta all’eruzione del Vesuvio del 79” – questa la frase che apre il comunicato stampa dei dirigenti forzanovisti campani.

“È una provocazione che definire blasfema ci sembra poco, un vero attacco ai valori cristiani. Non vogliamo e non possiamo permettere che la città si trasformi in un circo ambulante. Il Gay Pride non è una manifestazione per i diritti civili, ma una sfilata tra il carnevalesco e il porno di sicuro cattivo gusto e contrario alla buona educazione. La scelta di esibirsi a Pompei, città che ospita uno dei Santuari Pontifici Mariani più importanti d’Italia non è certamente un caso da parte di Arcigay , la quale è stata attenta a scegliere anche una data molto particolare per i fedeli, il 30 giugno, data simbolo nella quale vengono ricordati i primi martiri del cristianesimo condannati a torture incredibili da Nerone solo perché cristiani”.

Ma la realtà è ben diversa.

La scelta della cittadina vesuviana quale location di una delle cinque marce campane dell’orgoglio Lgbti è stata spiegata tempo fa da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che proprio a Gaynews ha dichiarato: «Avevamo scelto da tempo Pompei, una città piccola ma dall’eco enorme. Pompei è una delle città italiane più conosciute al mondo ma con la mentalità di una città di 30mila abitanti. Andiamo a Pompei perché Pompei, volendo usare una metafora attualizzante, era un po’ l’Amsterdam dell’antichità. Senza dimenticare che, poco prima della convocazione del Pride, era stato scoperto nella cittadina vesuviana un calco di due uomini. Due uomini probabilmente travolti dall’eruzione del Vesuvio mentre erano in atteggiamento amoroso.

Pompei è una grande sfida in un momento delicatissimo per l’Italia e l’Europa in cui c’è un forte rigurgito delle destre, dei populismi e c’è una forte paura per tutto ciò che può essere differenza. Pompei sarà perciò anche il Pride della laicità».

Circa la data, poi, nessuna volontà irriverente d’offendere la memoria dei Santi protomartiri della Chiesa di Roma (la cui celebrazione al 30 giugno, fra l'altro facoltativa, è addirittura sconosciuta alla maggior parte dei cattolici) ma la semplice contiguità temporale a quel 28 giugno, in cui si ricordano i moti di Stonewall.

Alla scorretta quanto inappropriata evocazione delle persecuzioni neroniane (al cui riguardo i forzanovisti danno prova d’ignorare i maggiori studi di storia del cristianesimo) si sono inevitabilmente accompagnate le consuete minacce di violenza fisica e verbale.

Come quelle di Salvatore Pacella, responsabile di Forza Nuova Napoli, che in un post ha minacciato così i partecipanti al Pride: «Se venite a frocieggiare fuori il santuario vi pigliamo a calci nelle gengive (non altrove perché potreste provare piacere)».

Queste sì, volendo utilizzare il cascame linguistico dei nostalgici del Ventennio, indegne dei sacri luoghi pompeiani. Queste sì scorrette e inappropriate a quanti – dal momento che si vantano d’essere credenti tutti d’un pezzo – «si dicono cristiani eppur offendono il cuore amabile del tuo figliolo». Parola, anche questa, di Bartolo Longo e della sua supplica.

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Circa una settimana fa, in occasione della Giornata internazionale della donna, l’attenzione della cronaca si è focalizzata nuovamente su un caso di omofobia e molestie in ambito sanitario.

Viola F., 23enne d’origine ischitana ma vivente a Roma per studi universitari, ha infatti denuncito quale incubo la visita ginecologica, cui si era sottoposta a fine gennaio nella capitale. Il medico, avendo appreso dalla paziente il suo orientamento sessuale, nel sottoporla a ecografia transvaginale, era arrivato a usare parole allusive, offensive e umilianti per la stessa.

«Ancora una volta registriamo un caso di discriminazione in ambito sanitario – ha così dichiarato Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli –. Poco più di un mese fa, infatti, un attivista di Arcigay è stato schernito e deriso in quanto omosessuale durante una visita da un medico in servizio in una struttura ospedaliera campana. Oggi tocca a Viola essere discriminata da un ginecologo in quanto lesbica. Queste circostanze gravissime ci fanno riflettere, ancora una volta, sulla scarsa formazione e sulla scarsa sensibilità dei medici e del personale sanitario. Non è tutto così, ovviamente, ma c’è ancora tanto da fare perché un pezzo del nostro Paese è ancora drammaticamente resistente al cambiamento».

Per Gaynews, abbiamo deciso di raggiungere telefonicamente Viola per capire meglio come sono andate le cose.

Viola, ti era mai capitato di trovarti in situazioni simili, cioè di essere stigmatizzata o molestata perché lesbica ?

Sì, mi era già capitato, purtroppo, in due distinte occasioni. La prima volta avevo 17 anni. Mi trovavo a Ischia, dove sono nata, a una festa con la mia compagna di allora. Alcuni ragazzi hanno approfittato di un momento, in cui mi ero allontanata da sola, per andare a prendere da bere e mi hanno accerchiata. Uno di loro mi ha parlato per chiedermi: Perché baci una donna? Io ricordo che risposi: Anche tu baci le donne, no? Dovresti capirmi.

Gli altri allora hanno iniziato a darmi botte sulla testa e sulla schiena. Sono riuscita a uscire da quel cerchio umiliante e violento mettendomi in ginocchio e facendomi spazio tra le loro gambe, tutta bagnata dei drink che mi ero rovesciata addosso. Ricordo che ebbi bisogno di appartarmi per piangere, perché ero sopraffatta dal senso di impotenza e umiliazione. Non so ancora chi fossero quei ragazzi.

La seconda volta avevo 18 anni: entrai in classe una mattina e trovai tutti i miei compagni in piedi davanti al muro, dietro la cattedra. Mi avvicinai e lessi una grande scritta fatta col pennarello: Viola lesbica malata. I miei amici erano riusciti a coprire solo parzialmente quella scritta. Qualche tempo dopo fecero imbiancare l'aula.

Quando hai raccontato la visita che hai subito, quali reazioni hai raccolto nella tua cerchia di conoscenze? Hai ricevuto solidarietà o ti sei confrontata con atteggiamenti di chiusura?

Questa è una domanda fondamentale, la cui risposta chiarisce anche il perché io abbia deciso di raccontare la vicenda proprio in occasione della Giornata della donna.

Come ho già detto, ho raccolto dalle mie conoscenze e amicizie molto sostegno, comprensione e incoraggiamento, ma non da tutti.

La prima cosa che va precisata è che, quando sono uscita da quella visita, mi era venuta a prendere in auto la mia ragazza. Ero molto turbata e soprattutto nervosa, però ancora non avevo metabolizzato l’accaduto a causa dello shock. La mia ragazza mi ha fatto notare quanto assurdo fosse quello che il ginecologo avesse detto e fatto, quanto fosse fuori luogo e inaccettabile. E mi ha scossa da quell'apatia passiva in cui ero precipitata subito dopo.

In seguito, sono state proprio le reazioni di altre persone che mi hanno aiutata a raccogliere le forze: chi ha pianto per il nervosismo e l'ingiustizia, chi mi ha versato del vino e mi ha offerto il suo ascolto per tutta la notte, chi con gli occhi sgranati non sapeva come esprimermi quanto le dispiacesse, chi con le vene delle tempie ingrossate mi diceva che avrei dovuto denunciare. Tutte reazioni che hanno riempito il mio cuore, che mi hanno fatta sentire meno sola davanti a quell'evento che mi aveva profondamente segnata.

Tutti mi sono state accanto, tutti tranne una persona: la mia migliore amica. Era stata lei a consigliarmi il ginecologo, suo medico e amico di famiglia. E questo chiarisce come mai io abbia deciso di raccontare la vicenda l'8 marzo: perché quel giorno di celebrazione della donna, l'unica cosa che riuscivo a pensare era quanto fossi delusa dal mancato sostegno femminile che ritenevo il più importante.

Lei ha dubitato delle mie parole, forse per la sua natura intimamente subordinata al genere maschile, forse per la sua provenienza piccolo borghese, per la sua famiglia molto cattolica. La mia migliore amica ha messo in dubbio le mie parole per paura, per non vedere le cose che non le piacciono. Ecco perché ho invitato le donne, come lei, ad alzare la testa e amare di più sé stesse e le altre. Ma nel resto del mio mondo, per fortuna, ho trovato grande solidarietà.

Hai denunciato l’accaduto all’ordine dei medici? E alle forze dell’ordine?

Ho denunciato solo ai carabinieri, che hanno accolto con grande indignazione il mio racconto. Proprio i carabinieri mi hanno spinto a presentare il caso alla procura sotto la dicitura di "violenza sessuale" invece che come semplice molestia. Hanno detto che il mio caso si trova sulla linea di confine tra violenza e molestia dacché, mentre il ginecologo mi diceva che avrebbe voluto farmi cambiare idea sulla mia omosessualità, stava comunque usando i suoi strumenti su di me e dentro di me. E, inoltre, mentre mi diceva che ero una monella, riferendosi ai miei tatuaggi, aveva le mani sul mio seno. Cose che dovrebbero essere normali durante una visita ginecologica, ma che acquistano un altro colore se accompagnate da quel tipo di frasi.

All'Ordine dei medici non l’ho segnalato, ma spero vengano presto informati. Non vorrei correre il paradossale rischio di essere anche contro-querelata per diffamazione. Sarebbe il colmo.

Tra la visita e la denuncia pubblica della violenza è trascorso un po’ di tempo. Credi ti sia servito a metabolizzare e raccontare l’accaduto o avevi timore di scontrarti con il pregiudizio altrui?

La cosa strana è che ho provato per settimane a scrivere dell'accaduto. All'inizio non avevo la serenità mentale per rivivere tutto nel raccontarlo agli altri, pensavo che le parole avrebbero sminuito la frustrazione, il disgusto, l'umiliazione che avevo provato. Non avevo la forza adeguata per farmi capire. Ma l'8 Marzo è stata la delusione nei confronti della mia migliore amica che mi ha spinta a farmi portavoce della forza femminile. Per esortare le donne a lottare ancora, perché il mondo può migliorare sempre più nei nostri confronti, e per dire a tutte di avere coraggio, denunciare, alzare la testa.

Ci vuole forza perché ci si può ancora imbattere in ignoranza, menti ottuse e pregiudizi. Bisogna far capire a tutte le donne che non si guadagna niente nel denunciare una molestia, né soldi né fama né potere, ma è necessario farlo. Anzi, io ho dovuto affrontare molte difficoltà per esprimere cosa avessi subìto, e ho perso anche un'amica. Ma il torto subito ti dà la forza di gettarti anche in una vasca di squali.

Secondo te, personaggi come il medico che ti ha visitato, poggiano il proprio senso di impunità sulla consapevolezza di essere parte di una società maschilista e omofoba o sul senso di paura e vergogna che suggeriscono alla “vittima”?

Il ginecologo era il tipico maschio alfa, borghese, educato ma dagli atteggiamenti tipici dell’impunito. Sapeva di essere in una situazione di potere, sia come uomo bianco ed eterosessuale, sia come medico affermato, col camice addosso e la possibilità di dire qualsiasi cosa volesse a qualunque giovane e bella ragazza, nel suo intoccabile studio arredato in modo elegante, dove lavora da solo. Di certo, per le libertà che si è preso e la sua nonchalance nel biasimarmi apertamente fin dal primo momento perché omosessuale (con parole crude e dirette), credo abbia puntato anche sul mio senso di disagio, sulla mia inferiorità in quel momento. Lui medico, io paziente. Io mortale, lui Dio.

Giocava con la mia psiche con bastone e carota, alternando frasi di biasimo per la mia omosessualità (fino a dirmi anche: Non dirlo a nessuno perché penserebbero male di te, in ogni ambito della tua vita) a frasi viscide e moleste: dal Come sei bella al Ti avrei fatto cambiare idee, che mi hanno messo a disagio e mi hanno bloccata. Tanto era lui a dirmi di aprire le gambe, di togliere la maglietta, di rispondere a domande indiscrete, ed io lo facevo. Questo era per lui palesemente galvanizzante.

Come ti sentirai, la prossima volta che dovrai sottoporti a visita ginecologica? Pur cambiando medico, riuscirai a essere serena o credi che quest’esperienza comprometterà la tua fiducia nei confronti dei medici che incontrerai?

Per rispondere a questa domanda, devo precisare che sono una studentessa di medicina e che, in generale, non sono propensa a perdere la fiducia nei confronti della classe medica. Ma credo proprio che, nel momento in cui dovrò spogliarmi nuovamente davanti ad un dottore e farmi toccare in una situazione di vulnerabilità, sarà diverso. Se solo ci penso, mi viene la nausea. Purtroppo non solo in questo ambito ha influito la vicenda, non solo nei riguardi dei medici avrò problematiche.

Ma quel che è successo ha avuto riverbero per qualche tempo anche nella mia vita sessuale, nella fiducia nei confronti del genere maschile e ha anche peggiorato i sintomi dell'ansia, di cui già soffrivo in modo blando. Le sue parole, le sue mani, il suo sguardo viscido sul mio corpo giovane non mi condizioneranno solo nel momento in cui dovrò spogliarmi di fronte a un altro medico (che d'ora in poi sarà donna) ma hanno già leso molti aspetti della mia vita, tra cui la mia dignità. Spero davvero che sia condannato, radiato dall'Ordine dei medici e che non possa più traumatizzare nessuna ragazza.

Ormai io quest'orrore l'ho vissuto e niente me lo farà dimenticare… Ma spero almeno che questa brutta vicenda possa essere d'aiuto per le altre, per salvaguardarle, per incoraggiarle a denunciare. Magari stavolta la legge farà qualcosa di buono. E avremo un orco in meno di cui preoccuparci.

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È finita poco prima delle 17:00 sulle note di Bella ciao la manifestazione Mai più fascismi, mai più razzismi in Piazza del Popolo Manifestazione che, organizzata da 23 sigle associative, sindacali e partitiche, ha visto confluire a Roma decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia.

Tra i presenti anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della Camera Laura Boldrini e numerosi esponenti politici del centrosinistra.

Tante le bandiere e gli striscioni anche di associazioni Lgbti come il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e Arcigay Napoli.

Ed è stato proprio Antonello Sannino, promotore dell’appello antifascista Lgbti, a dichiarare ai nostri microfoni: «Giornata importante per il Paese: da Roma una risposta significativa contro i nuovi fascismi e contro l'odio. La Costituzione antifascista, profondamente amata dagli italiani e dalle italiane, è viva, vivissima.

Piazza del Popolo oggi è un messaggio ai nostri politici reazionari, integralisti e medioevali. Eravamo in piazza quel 24 febbraio del 2016, quando occupammo le strade antistanti il Senato delle Repubblica, per avere le unioni civili. Siamo oggi in piazza, 24 febbraio, per difendere quella legge e per ripuntare sul matrimonio egualitario. Con noi anche i due ragazzi di Casoria messi fuori casa dai genitori perché gay. Essi hanno sfilato per ricordare quanto questo Paese abbia un vitale bisogno di una legge contro l’omotransfobia.

Bello, bellissimo lo spezzone rainbow del corteo con il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli, il Circolo Mario Mieli e tanti attivisti e attiviste: tra questi Luigi Amodio, fondatore del Circolo Antinoo, e Vanni Piccolo, uno dei fondatori del Mario Mieli. Tutti insieme siamo avanzati al grido: Siamo frocie antifasciste».

Sul significato della manifestazione romana così si è espresso invece Franco Grillini, presidente di Gaynet e direttore di Gaynews: «Il grande successo della manifestazione antifascista, a Roma a cui anche Gaynet e Gaynews hanno dato il proprio contributo con l'adesione, ci dice che è possibile un fronte antifascista unito a differenza di ciò che purtroppo sta succedendo alle elezioni politiche e cioè un centro-sinistra diviso.

Pensiamo che l'antifascismo sia un elemento fondante della nostra Repubblica e della nostra democrazia. Combattere il fascismo è un dovere e va fatto in modo pacifico e non violento soprattutto in un momento in cui le organizzazioni di estrema destra stanno avendo consenso in Europa e hanno rialzato la testa anche in Italia».

Leggi anche Cirinnà: «Necessario essere alla manifestazione antifascista con le associazioni Lgbti per ribadire che i valori costituzionali non si toccano»

 

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Nell’ambito dell’Onda Pride 2018 la Campania ospiterà addirittura cinque marce dell’orgoglio Lgbti. Di cui quattro rispettivamente a Napoli, Avellino, Caserta, Salerno (resterà purtroppo scoperto, tra i capoluoghi di provincia, solo Benevento) e una a Pompei.

Quella nella cittadina vesuviana – fissata al 30 giugno –  costituirà una novità assoluta non solo nella regione ma in tutta Italia. Per la prima volta, infatti, un Pride avrà luogo in un piccolo centro non capoluogo di provincia.

Il Pompei Pride avrà come logo il Fauno danzante, uno dei simboli della città romana distrutta dall’eruzione del 79 d. C. Come spiegato da Luciano Correale, ideatore e creatore del manifesto grafico, «nel logo del Pompei Pride abbiamo pensato di unire elementi esplicitamente classicheggianti – il fauno, la corona d’alloro, il carattere del font e la data in numeri romani – a quelli dell’immaginario contemporaneo Lgbti. Vale a dire le strisce di colore arcobaleno e la t-shirt con il cuore rainbow».

Il graphic designer ha quindi rilevato come «in tale prospettiva il logo tenti di rievocare i caratteri inclusivi, eterni e internazionali della città di Pompei e della collettività Lgbti, fusi in un abbraccio artistico e ideale, al di là della storia, del tempo, dei divieti e dei pregiudizi».

Sui motivi sottesi alla scelta di Pompei quale luogo del Pride regionale campano  abbiamo raggiunto Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Avevamo scelto da tempo Pompei, una città piccola ma dall’eco enorme. Pompei è una delle città italiane più conosciute al mondo ma con la mentalità di una città di 30mila abitanti. Andiamo a Pompei perché Pompei, volendo usare una metafora attualizzante, era un po’ l’Amsterdam dell’antichità. Senza dimenticare che, poco prima della convocazione del Pride, era stato scoperto nella cittadina vesuviana un calco di due uomini. Due uomini probabilmente travolti dall’eruzione del Vesuvio mentre erano in atteggiamento amoroso».

«Pompei – ha continuato il presidente di Arcigay Napoli – è una grande sfida in un momento delicatissimo per l’Italia e l’Europa in cui c’è un forte rigurgito delle destre, dei populismi e c’è una forte paura per tutto ciò che può essere differenza. Pompei sarà perciò anche il Pride della laicità, il Pride della tutela delle istanze laiche e democratiche di questo Paese. Perché il Paese sappia andare oltre».

Sull’attuale stato organizzativo della manifestazione Sannino ha affermato: «Dopo la dichiarazione del Sindaco, che non aveva concesso l’autorizzazione al Pride e sembrava non volerla concedere, si è tenuta alcuni giorni fa un’assemblea a Torre Annunzionata nella sede di Arcigay Vesuvio Rainbow. In quell’occasione Francesco Gallo, presidente del Consiglio comunale di Pompei, ha dichiarato che l’amministrazione è pronta a sostenere e patrocinare il Pride. Anche se siamo ancora in attesa di un comunicato ufficiale»

E sul percorso del corteo? «Abbiamo incontrato, il 5 febbraio – così Sannino –, il capogabinetto della questura di Napoli. Ci si rivedrà, lunedì 12, a Pompei per un incontro con addetti del locale Ufficio tecnico e con agenti della polizia comunale. Restano infatti alcuni nodi da sciogliere.

Primo tra tutti quello relativo il passaggio in piazza Bartolo Longo dove si trova il santuario della Madonna di Pompei. Dinanzi al quale si dovrebbe passare tanto più che, come diceva lo slogan del Pride nazionale di Napoli nel ’96 secondo un’affermazione dell’artista Ciro Cascina, La Madonna di Pompei vuole bene a tutti i gay».

 

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Alici come prima è un noto youtuber napoletano, molto seguito sui social per i suoi video dissacranti, scorretti e trash. Ma nella mattinata di oggi, sulla sua pagina Facebook, ha pubblicato un post del seguente tenore: Ragazzi scrivetemi nei commenti tutte le domande più irriverenti, particolari, assurde (ma non omofobe) che avreste sempre voluto fare a un gay o a una lesbica.

In pochissimo tempo, una valanga di offese e commenti ingiuriosi ha riempito la pagina di Alici come Prima con un rilevantissimo numero di like. Difficile in realtà credere all'inconsapevolezza di Alici come Prima, che non poteva certamente ignorare l’elevatissimo rischio di innescare una vera e propria gara di cyberbullismo a danno delle persone Lgbti.

Il direttivo di Arcigay Napoli, allertato da alcuni suoi associati, è intervenuto con un comunicato stampa per chiedere ad Alici come Prima di scusarsi pubblicamente per il gravissimo gesto che, sia pur in maniera goliardica, ha provocato un'ondata di odio e disprezzo verso le persone lesbiche, gay, bisessuale e transessuali.

Relativamente all’accaduto, Claudio Finelli, referente di Arcigay nazionale per la Cultura, autore e conduttore della trasmissione radiofonica L’Altra Frequenza – Lgbt On Air nonché collaboratore di Gaynews, ha stigmatizzato quale irresponsabile Alici come prima«Proprio mentre in tutto il Paese - così ha dichiarato - si solleva nuovamente l’attenzione verso l’opportunità di assumere comportamenti che non istighino all’odio e alla violenza, richiamando media e professionisti della comunicazione al necessario senso di responsabilità che dovrebbe ispirare il loro lavoro, Alici come Prima ha pensato bene di invitare i propri follower a una vera e propria gara di cyberbullismo contro le persone Lgbti.

E ciò è stato fatto pur di strappare qualche centinaio di like e di commenti di cui, fossi in lui, mi vergognerei, visti i contenuti del post da cui conseguono».

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L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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Lo sport in campo contro l'omofobia e la transfobia: un ponte verso il futuro. Questo il titolo del convegno che, organizzato dall'Uisp (Unione Italiana Sport per tutti) insieme con il Centro SInAPSi e le università Parthenope e Federico II, si tiene oggi a Napoli presso Villa Doria D’Angri. Appuntamento in Via Petrarca, 80 alle 9:30.

Rappresentanti del mondo accademico, scolastico e sportivo si confronteranno su come sviluppare azioni di prevenzione delle discriminazioni verso le persone gay, lesbiche e transgender. Con particolare attenzione al mondo dello sport italiano dove il pregiudizio  omotransfobico è ampiamente radicato.

Aspetto, questo, che è stato rimarcato da Antonello Sannino, presidente del comitato di Arcigay Napoli e referente di Arcigay Nazionale per lo sport.

«Il mondo dello sport, sia quello professionistico che quello amatoriale – ha dichiarato – rappresenta nel nostro Paese ancora una delle sacche più resistenti di omo-transfobia. Prova di tutto ciò l'enorme difficoltà nel fare coming out per le atleti, gli atleti e tutte le persone che si occupano di sport e che fanno sport. Basti ricordare come nello sport italiano esistano solo due atlete professioniste ad aver pubblicamente dichiarato la propria omosessualità, Nicole Bonamino (di recente medaglia d'argento a Sidney nel nuoto di fondo) e Rachele Bruni.

Pertanto, dopo aver chiesto al Coni la modifica dello Statuto – modifica recepita dal Coni stesso, nella quale chiedevamo l'estensione esplicita del contrasto a tutte le forme di discriminazioni, anche quelle legate all'orientamento sessuale e all'identità di genere –, ci auguriamo che il mondo dello sport italiano dia ulteriori segnali di rinnovamento. Ci auguriamo inoltre che le prossime Universiadi di Napoli del 2019 possano essere le "Olimpiadi Rainbow" per superare definitivamente i giochi olimpici "omofobi" nella Russia di Putin, a Sochi del 2014, che portarono il Cio (Comitato olimpico internazionale) a inserire la clausola di non discriminazione nel contratto con qualsiasi futura città ospitante i giochi olimpici».

Quanto mai opportuna, dunque, la presentazione nell’ambito dello stesso convegno del volume Terzo tempo Fair Play: i valori dello sport per il contrasto all’omofobia e alla transfobia, edito in ottobre per i tipi partenopei Mimesis. Curato da Giuliana Valerio (Università Parthenope), Paolo Valerio (direttore Centro SInAPSi - Università Federico II) e Manuela Claysset (responsabile politiche di genere e diritti Uisp), il volume raccoglie in 150 pagine gli atti del convegno tenutosi a Napoli il 22 aprile 2015. Quello odierno si pone dunque in piena linea di continuità col precedente.

Difatti i lavori congressuali, come dichiarato a Gaynews Paolo Valerio, offriranno «l’occasione di un confronto tra esperti provenienti da diversi ambiti professionali e disciplinari. Il convegno di oggi è finalizzato ad approfondire, anche dal punto della ricerca scientifica, un tema poco studiato e indagato nel nostro Paese.

La presenza, inoltre, di studenti di Scienze Motorie, di atleti, di rappresentanti del mondo della scuola e del mondo sportivo italiano offrirà, attraverso i rispettivi interventi e testimonianze, un’ulteriore occasione per ribadire la necessità di eliminare nello sport ogni forma di discriminazione legata a identità di genere e a orientamento sessuale.

Auspico, insieme ad Antonello Sannino, che alla fine del convegno possa essere stilato con gli esperti, gli studenti di Scienze Motorie e tutti i partecipanti un documento da trasmettere agli organizzatori delle prossime Universiadi che si svolgeranno a Napoli. Documento che ribadisca come nello sport, sia a livello agonistico sia amatoriale, non debba esistere né essere tollerata alcuna forma di omofobia e transfobia».

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Riunitosi a Bologna il 25 e 26 novembre, il Consiglio nazionale di Arcigay ha votato all'unanimità un ordine del giorno a sostegno della legge sullo ius soli. Sul relativo ddl, com’è noto, si dovrebbe votare la fiducia nella prima settimana di dicembre.

«Sosteniamo compattamente e con convinzione questa iniziativa – ha dihiarato il presidente di Arcigay Flavio Romani - che corrisponde in pieno al nostro impegno e alla nostra battaglia per i diritti civili.

Non solo. Respingiamo con forza gli allarmi di chi usa temi come omofobia e misoginia per far leva sulla paura dello straniero e affossare questa iniziativa di legge: è incredibile che la politica italiana, una delle più misogine e omofobe d'Europa, usi questi argomenti. Si tratta di una grave mistificazione, che tenta di associare femminicidi e omofobia alla popolazione immigrata, mentre i dati raccontano clamorosamente tutt'altro.

Arcigay, vogliamo ribadirlo, è assolutamente a favore del riconoscimento della cittadinanza italiana a tutti i ragazzi e le ragazze che sono nati nel nostro Paese, che qui hanno frequentato le scuole, parlano la nostra lingua, e sono di fatto parte integrante e preziosa del nostro tessuto sociale.  In questo senso annunciamo sin d'ora il nostro sostegno a tutte le iniziative e le mobilitazioni che in ogni parte d'Italia alzeranno la voce per chiedere il riconoscimento di questo diritto fondamentale».

Flavio Romani torna così a parlare di un tema a lui caro, sul quale si era già espresso alla vigilia della manifestazione romana #NONèREATO del 21 ottobre. Manifestazione cui, grazie anche alla sollecita opera di sensibilizzazione promossa da Antonello Sannino, aderì Arcigay Nazionel con Gaynet e il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.

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