Ulteriore emorragia per ArciLesbica Nazionale, che perde oggi – dopo PerugiaUdine, Treviso, Bergamo e Bologna -, il circolo napoletano Le Maree.

La decisione della disaffiliazione è stata presa il 14 aprile nel corso di un’Assemblea straordinaria e resa nota con un post su Fb.

«Siamo orgogliose – si legge in esso - di annunciare che oggi diventiamo l’APS Le Maree Napoli.

Fiere della nostra storia, iniziata 21 anni fa, cominciamo un nuovo capitolo rinnovando l’impegno di portare avanti tutte le nostre battaglie, all’insegna della democraticità, del rispetto e della pluralità che ci hanno sempre contraddistinto».

Parole, quest’ultime, che spiegano fin troppo inequivocabilmente il motivo della disaffiliazione e rimandano alle polemiche scatenatesi in seno ad ArciLesbica Nazionale a seguito della mozione congressuale A mali estremi, lesbiche estreme.

La decisione del direttivo de Le Maree è stata definita un atto coraggioso da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Per noi non cambierà di concreto nulla. Non si può modificare la storia e Le Maree sono la storia del movimento Lgbt napoletano e nazionale. Non si possono modificare le lotte: continueremo a condividere gli spazi della nostra sede storica in Vico San Geronimo.

Continueremo a confrontarci, a lottare, a vincere e a resistere. Grazie al gruppo dirigente del circolo napoletano de Le Maree per il coraggio, la chiarezza, la determinazione e la coerenza».

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Sabato 24 febbraio Roma ospiterà la grande manifestazionale nazionale Mai più fascismi, mai più razzismi. Ma non solo.

Quel giorno presso il Centro Congressi Cavour avrà infatti luogo un evento particolarmente significativo per la collettività Lgbti dal titolo Dove sono le lesbiche? Lesbiche a confronto su identità lesbica, principio di autodeterminazione, rappresentanza, procreazione/genitorialità, rivendicazioni. Tra le nove, che si confronteranno con la moderazione di Elsa Maniaci, anche Rossana Praitano, eletta da alcuni mesi vicepresidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.

Dopo aver diretto per oltre un decennio l’importante associazione Lgti della capitale, ora ricopri nuovamente per la stessa un importante incarico. Ma è il Mieli che non può stare senza Rossana Praitano o viceversa?

Nessuna dipendenza reciproca, per carità. Diciamo una forte passione ricambiata. Il mio ritorno “in campo Mieli” mi è stato chiesto per dare un supporto di esperienza e quel “pizzico di determinazione” che mi contraddistingue e che torna utile. Ho accettato nella convinzione che una associazione non deve mai identificarsi troppo con singole persone e per tal motivo mi sono ritirata nel 2012 dopo un lunghissimo periodo da presidente del Mieli, ma che quando serve ”le madri o i padri nobili“ possono dare contributi interessanti. Questa faccenda della madre nobile mi fa sorridere molto. Ma ne capisco un po' le ragioni. E poiché ho ancora molta passione rainbow e qualche idea, ho detto sì.

Il Mieli ha aperto le porte in campagna elettorale ad Andrea Orlando e a parlamentari della sua corrente all’interno del Pd. Cosa vi ha spinto a ciò?

Si è condiviso all’interno del Circolo non solo la scelta di accogliere il ministro Orlando, che, a prescindere del partito di appartenenza, è il ministro di Giustizia e non un politico qualsiasi. Ma anche l'importanza di offrire un'occasione aperta e pubblica di confronto in piena fase elettorale con interlocuzione serena e franca. Senza rincorrere nessuno, come si addice a una realtà apartitica ma apertamente schierata su posizioni progressiste e di sinistra quale è il Mieli. Analogamente lunedì 26 febbraio, sul fronte delle elezioni amministrative, accoglieremo Marta Bonafoni, candidata nelle Lista Civica Zingaretti, e il vicepresidente Massimiliano Smeriglio, da sempre attivi su questioni Lgbti e sui diritti in genere, esponenti più marcatamente di sinistra rispetto al Pd. Il periodo elettorale è un periodo politico in senso stretto: esimersi dal parteciparvi attivamente equivarebbe a trasformarsi in un circolo bocciofilo, così come invece appiattirsi su uno schieramento significherebbe fare i portaborse.

Quando è necessario e quando non lo è secondo te il rapporto d’un’associazione Lgbti coi partiti?

I partiti non sono il male: questa è una idea idiota. I partiti sono un meccanismo di democrazia. Le associazioni e simili, invece, sono i cosiddetti “ corpi intermedi” in cui i cittadini si organizzano per rappresentare bisogni, fare richieste ai partiti , creare stimoli e riflessioni politiche all’interno della società nel suo complesso. In queste ovvietà , da ricordare evidentemente, c’è la risposta alla tua domanda. Ne deriva che il rapporto con i partiti invece non è necessario, anzi è disfunzionale, quando si usano le associazioni per puro interesse personale come sperato trampolino verso i partiti o quando da essi si cercano favori in cambio di acquiescenza.

Grazie al Mieli anche sul piatto della Regione Lazio c’è ora, come tu stessa hai ricordato, un pdl contro l’omotransfobia. Credi che si possa arrivare a una rapida approvazione?

Considerando che nell’attuale programma di Zingaretti è presente esattamente quella proposta, a giugno preparata dal Mieli e depositata dalla consigliera regionale Bonafoni, e che tale inserimento ha trovato l’accordo di tutte le altre associazioni Lgbti romane, ritengo abbia ottime possibilità di essere approvata. Ovviamente sempre nel caso in cui Zingaretti venga riconfermato come presidente della Regione Lazio. In caso contrario non credo ci sarebbero le condizioni favorevoli, stante una destra ostile e un Movimento 5 Stelle oggettivamente assente.

Dai tuoi profili social appare una Rossana dura fuori e dolce dentro ma sempre lucida nel ragionare e non parlare per slogan. Qual è il tuo pensiero da donna lesbica sulla Gpa?

Mi imbarazza sempre ricevere un complimento, essendo dura fuori e dolce dentro! A parte gli scherzi gli slogan vanno usati nei “titoli”, o nei pensieri rapidi, o in quelli taglienti, mentre un ragionamento a base di slogan, non ragiona mai. Personalmente vivo nella ricerca continua di prospettive diverse o nuove, con la riflessione, le esperienze, anche con gli occhi, con le mani; mi è impossibile fare altrimenti. È la mia forma mentis, persino se faccio una fotografia, ed è la mia etica.

Sulla Gpa, coerentemente, non ho un pensiero monolitico, ma complesso e in divenire, provando a capire quali siano le soluzioni migliori. Approccio laico in senso pieno. Certamente la semplificazione messianica secondo cui la Gpa è “cattiva” in sé, a prescindere da libere scelte della donna, mi è estranea come qualsiasi approccio che neghi scelte di autodeterminazione sulla base di un assioma o di una ideologia. Se non la pensassi così, non potrei militare nel movimento Lgbti, che sul principio dell’autodeterminazione si fonda imprescindibilmente.  È però singolare che rispetto a una infinità di argomenti riguardanti strettamente le lesbiche, mi hai fatto invece una domanda su un aspetto che nella concretezza di vita non le/ci riguarda quasi per nulla. Un anno fa non sarebbe accaduto: è uno degli effetti svianti e negativi della crociata di ArciLesbica contro la Gpa.

Ma allora dove sono le lesbiche per riprendere il titolo dell’evento di sabato?

Sono in ogni dove, fisico, esperienziale, politico e ne va recuperata ed esaltata la ricca molteplicità, dopo lo schiacciamento "social" causato dalle polemiche sulle dichiarazioni di ArciLesbica. Come va ridisegnato il dove si va, con chi si va, e quando e come si possa andare insieme. Il dibattito di sabato ha anche questi di obbiettivi, nel senso di avviarne il processo, oltre a quello di fare chiarezza su certe posizioni e di porre un confronto in salsa "L" che fino ad ora non c'è stato, se non in termini di comunicati e post. Per me una cosa è certa: c'è da "riassettare la casa viola" dopo il gran disordine lasciato da alcune inquiline.

Roma ha vissuto nel 2011 l’esperienza dell’Europride, di cui, in qualità di presidente del Mieli, sei stata protagonista insieme alle tante associazioni Lgbti nazionali.  Secondo te potrebbe oggo ripetersi una tale magia?

L’Europride è stato l’ultimo evento che ha visto tutto il movimento Lgbti italiano totalmente compatto su una grande iniziativa. Un momento di condivisione alto e complesso, non facile e carico di specificità da tenere insieme, in tal senso raro e vincente. Non è stato frutto del caso o della fortuna, ma ha lasciato in chiunque soddisfazione, partecipazione e carica emotiva tali da farlo sentire un po’ magico. Non è irripetibile, ma richiede una serie di fattori complicati da far nascere ed evolvere, uno scatto del movimento Lgbti, coraggio, determinazione e lucidità tutti assieme. Ma anche persone di testa e di cuore.

Quanto a Roma, oggi è talmente bloccata, involuta, depressiva, non governata, che così come è sarebbe difficile anche immaginare una sagra della cipolla arcobaleno. E chi la dovrebbe amministrare, e non lo fa, ha le sue nette responsabilità.

Roma ospiterà sabato la manifestazione nazionale contro il fascismo. Quale dovrebbe essere il ruolo politico delle associazioni Lgbti per frenare questa marea nera?

Tanto per cominciare avere una consapevolezza articolata del mix montante di rigurgiti neri e di qualunquismo popolare, che trovano alimento ovunque: nelle frustrazioni individuali, nell' invidia sociale, nelle paure e nei disagi, nell'analfabetismo di ritorno, nella carenza di partiti e corpi intermedi autorevoli e proattivi, nel torpore della coscienza media, nell'affievolimento della solidarietà sociale, nell'attualità che si brucia senza costruire memoria. Se fosse solo un problema di gruppi neofascisti emergenti, sarebbe un'inezia. Questi emergono perché tutti gli anticorpi sono deboli. Le realtà Lgbti, sia rispetto a tale fronte sia per le proprie specificità, dovrebbero riaccendere i fondamentali delle proprie origini, rimodulandoli sul presente, ritrovando lo spirito profondo di movimento di liberazione. Non tutte lo fanno e non tutte hanno questa consapevolezza. Quando vedo atteggiamenti anche nel mondo Lgbti di benaltrismo, di arretratezza culturale, di proposte quiete, di infantile opportunismo politico, persino di noia, non vedo anticorpi Rainbow, ma la stessa pappa molliccia che avvelena il Paese.

Rispetto ad altri Paesi il movimento Lgbti italiano cammina su molte gambe, ognuna delle quali non procede in piena sincronia. È una fragilità solo culturale o c'è dell'altro?

Non accade sempre, ma accade. E quando succede è per semplice, depressiva, stitica pochezza. 

Credi sia urgente uscire dall’autoreferenzialità Lgbti per incontrare altri mondi e fare massa critica?

La cosiddetta intersezionalità dei temi e delle pratiche è una arma da ricercare, senza però perdere di vista da dove si viene e dove si vuole andare. A mio parere però è prioritario rinsaldare le basi ideali del movimento Lgbti, perché in questo ultimo anno si sono viste troppe intersezioni con i nemici piuttosto che con gli affini, sia in termini di dichiarazioni “aliene” rispetto al Dna rainbow, sia in termini di ricerca di compagni/e di sventura più che di avventura.  

 

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Giurista, attivista e cofondatore dell’associazione Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford, il 43enne Antonio Rotelli è candidato alla Camera nel collegio uninominale di Martina Franca (Ba) nella lista di Liberi e Uguali con Pietro Grasso Presidente (LeU).

A darne notizia lo stesso avvocato pugliese in un post pubblicato sulla propria pagina Fb il 30 gennaio scorso. Oggi a Gaynews spiega meglio il perché di questa candidatura e gli obiettivi a essa sottesi.

Il cofondatore di Rete Lenford scende in politica: cosa l’ha spinta a questa scelta?

‘Scendere in politica’ mi evoca Berlusconi e mi fa fuggire. Più semplicemente mi è stato chiesto di candidarmi e ho accettato dopo una notte insonne di riflessioni. Mi sono ‘giudicato’ e mi trovavo colpevole di indifferenza e disimpegno nel caso di mancata accettazione.

Perché Liberi e Uguali?

Non ho mai avuto una tessera di partito, ma faccio politica da sempre. Tutte le mie battaglie civili, sempre dall’interno di associazioni, hanno sollecitato la politica e l’hanno cambiata. La mia collocazione è in quell’area che considera l’agire politico conformato alla solidarietà, alla lotta alle ingiustizie, alla dignità del lavoro, alla valorizzazione delle differenze, alla costruzione di un’economia al servizio degli esseri umani e al rispetto della natura. In LeU, nel suo programma, questi elementi ci sono, pur sentendomi un indipendente.

Quali sono i temi Lgbti di cui parlerà in campagna elettorale e, qualora eletto, per i quali si batterà in Parlamento?

Con una battuta mi verrebbe da dire che i temi Lgbti parlano per me in questa campagna elettorale. Ci sono due cose che i concittadini apprezzano di me: che ho fatto battaglie per l’affermazione di tutti i diritti fondamentali delle persone Lgbti e sono un tecnico della politica.

Nel programma elettorale di LeU ci sono tre affermazioni per me fondamentali: autodeterminazione di tutte le persone, anche quelle trans; parità di diritti per le famiglie, anche nell’accesso al matrimonio; riconoscimento pieno della genitorialità, anche in materia di adozione. Sono le mie tre stelle polari, alle quali ne aggiungo una quarta, legata in maniera inestricabile con i nostri temi: la parità di genere, la lotta agli stereotipi e quella senza campo alla violenza sulle donne.

Legge 40 e Gpa. Come giudica le recenti posizioni di ArciLesbica e la petizione ai Segretari di partito per il no alla surrogata?

Sono sideralmente distante dalle posizioni di ArciLesbica. La gestazione per altri è un argomento complesso sul quale è necessario discutere, ma considerarla in sé una forma di sfruttamento è una pretesa assiomatica. Combattiamo ogni forma di sfruttamento e degradazione del corpo femminile, ma lasciamo alle donne la possibilità, regolamentata, di partecipare ad un progetto di gpa.

Rotelli e Rete Lenford sono stati sempre critici nei riguardi della legge sulle unioni civili. Perché?

Non voglio aprire o riaprire polemiche su questo tema. La mia critica è sempre stata rivolta al percorso che ha portato alle unioni civili e al merito della proposta, ma ho anche sempre detto che qualunque legge il Parlamento avesse approvato, sarebbe stata il nuovo punto di partenza per la battaglia verso l’uguaglianza. Ora siamo in questa situazione, dove la legge c’è e bisogna superarla, perché le unioni civili regolano dei diritti e dei doveri, ma discriminano le famiglie formate da persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Siamo di fronte a due realtà diseguali fin dal “lessico familiare”, che nelle unioni civili manca. La recente sentenza della Corte costituzionale austriaca, come pure il provvedimento della Corte interamericana dei diritti umani, possono essere un aiuto per tutta la nostra comunità per far ripartire la battaglia per la piena uguaglianza. Rete Lenford, dal canto suo, non si è mai fermata. Ha già ottenuto importanti sentenze su aspetti della legge che si prestavano ad applicazioni discriminatorie e ha portato la legge dinanzi alla Corte costituzionale sulla questione del cognome.

Avvocato Rotelli, lei ha annunciato in un post di lasciare Rete Lenford. Non si sentirà un po’ orfano?

È stata la scelta più difficile che ho dovuto prendere. Ma ho con me la carica che mi hanno dato i soci, le socie e gli aderenti con le loro mail e i messaggi con cui mi hanno salutato. Ho capito una volta di più che sono una persona fortunata.

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Presentato con grande enfasi il 2 febbraio da Matteo Renzi a Bologna, il programma elettorale del Pd nella cosiddetta versione malloppo (a fronte del completo silenzio di quella più sintetica e dello schema in 100 punti) dedica appena due punti del paragrafo Per una cultura dei diritti e delle pari opportunità al tema dei diritti Lgbti. A suscitare soprattutto malcontento tra le file dell’associazionismo rainbow – a partire dalla forte dichiarazioni di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli – il mancato riferimento al matrimonio egualitario, la cui responsabilità è da attribuire alla segreteria di partito come chiarito da L’Espresso.

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto la deputata Silvia Fregolent che, quale responsabile del dipartimento Pari Opportunità del Pd, ha avuto un ruolo principale nello stendere le linee guida alla stesura finale del menzionato paragrafo del programma.

Onorevole Fregolent, grandi aspettative da parte della collettività Lgbti per poi prendere atto che il programma riduce tutta la questione dei diritti alla lotta all’omofobia e alla riforma delle adozioni. Ma che, soprattutto, non si parla affatto di matrimonio egualitario...

Il nostro Paese approderà indubbiamente al matrimonio egualitario. Ma abbiamo appena approvato le unioni civili. Facciamo perciò funzionare le unioni civili, che sono state fortemente volute, come ben si sa, e realizzate dal Partito Democratico. Se avessimo dovuto dar retta a quanti dicevano e dicono: O tutto o niente, non avremmo avuto niente. Siamo riusciti ad avere le unioni civili grazie a un atto straordinario come l’aver posto la questione di fiducia. Cosa che non era mai successa coi precedenti governi di centrosinistra. Figuriamoci quindi con un governo di larghe intese come è stato quello della XVII legislatura. Noi dunque abbiamo ottenuto questo risultato.

Dobbiamo perciò far funzionare le unioni civili. Sappiamo benissimo che proprio per aver messo la fiducia, abbiamo dovuto lasciare un pezzo importante. Quello, cioè, del riconoscimento della genitorialità. Andare perciò oltre le unioni civili, quando esse devono essere ancora completate, non è serio. Visto che noi vogliamo essere seri e promettere cose che possiamo fare, pensiamo di poter realizzare il completamento delle unioni civili. Dire dunque oggi matrimonio egualitario vuol dire paroloni. Vuol dire lanciare uno slogan sapendo da subito che non potrà essere realizzato. Facendo in modo che la legge sulle unioni civili funzioni, si arriverà al matrimonio egualitario.

Eppure il gruppo d’area orlandiana Dems Arcobaleno aveva preparato un documento molto articolato e ampio sui diritti delle persone Lgbti, tra i quali ampio spazio era proprio dato al matrimonio egulitario. Insomma, che cos’è successo?

Nel parlare di completamento delle unioni civili, del riconoscimento della genitorialità e della lotta alll’omofobia abbiamo preso spunto proprio da quel documento. Ovviamente non solo da quello. Abbiamo tenuto in conto anche gli altri testi pervenuti. L’area orlandiana mi ha fatto gentilemente pervenire quel documento che ho letto con interesse e apprezzato. Ma, come dicevo, anche altre correnti l'hanno fatto. Per cui ho dovuto fare una sintesi da far confluire nel programma finale. In seguito anche a un confronto col segretario Renzi, con Maria Elena Boschi e Tommaso Nannicini, incaricato di stilare il programma, è venuto fuori quel testo con la mancata menzione, però, del matrimonio egualitario. E, questo, per i motivi accennati.

Nel punto relativo alla lotta all'omofobia l’essere transessuale è stato presentato come una peculiarità dell’orientamento sessuale. Uno scivolone notevole, cui si è poi riparato nella tarda serata del 2 febbraio grazie a un intervento dell’onorevole Alessandro Zan. È vero?

Sì, è vero. Credo che quell’errore fosse dovuto al fatto che troppe persone ci hanno messo mano.  Quando Alessandro Zan mi ha fatto notare che il punto così formulato era erroneo, ho chiesto che venisse apportata la modifica (come infatti è avvenuto): «la peculiarità dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale».

In tema di contrasto all'omotransfobia resterete ancora ancorati al testo del ddl Scalfarotto, tanto criticato dalla collettività Lgbti?

Noi partiremo sicuramente dal ddl Scalfarotto. Vorrei ricordare che in Aula si dovettero apportare delle modifiche, essendoci all’epoca un governo di larghe intese. Lo stesso Scalfarotto, mio amico, fu costretto a delle mediazioni anche per suggerimento dell’allora capogruppo Roberto Speranza.

So benissimo la sofferenza che Ivan ha provato non soltanto nell’accettare tali mediazioni (nel tentativo di portare la legge a casa) ma anche nell’essere attaccato dalla comunità Lgbti, che ha sempre difeso. Noi partiremo dunque dal progetto originale e vedremo cosa riusciremo a fare.

Passando ora al rapporto con la collettività Lgbti, lei ha incontrato i vertici di ArciLesbica nazionale il 25 gennaio. Eppure nessuna esponente di essa partecipò al primo tavolo con tutte le associazioni, che lei ha presieduto il 9 novembre scorso. Come mai?

A quel tavolo non c’era ArciLesbica, perché ci fecero sapere d’essere in fase congressuale. Appena eletta, la neopresidente Gramolini mi ha scritto una lettera per chiedermi un incontro. Incontro comunque avvenuto a programma Pd concluso, anche se ArciLesbica aveva precedentemente mandato, al pari di altre associazioni, delle sottolineature che non sono state accolte. Come responsabile del dipartimento Pari Opportunità, ritengo doveroso incontrare tutti sia in un tavolo comune sia separaramente. Più d’una volta, d'altra parte, ho incontrato Arcigay - avendomene fatto richiesta - anche dopo il tavolo del 9 novembre.

Onorevole, come si è svolto l’incontro con Gramolini e Vannucci di ArciLesbica, cui era presente anche la depuatata dem Fabrizia Giuliani, non più ricandidata alle prossime elezioni?

Si è trattato d'un incontro molto tranquillo. Mi hanno fatto vedere la petizione ai Segretari di partito contro la gpa – personalmente non amo l’espressione “utero in affitto" – e presentato le istanze di una parte del mondo femminista, molto attento a quest’argomento. Io ne ho preso atto e ho letto con attenzione il testo della petizione come faccio con tutti i documenti che mi vengono consegnati. Al riguardo, come responsabile del dipartimento, non ho espresso valutazioni di sorta.

Ma il parere personale di Silvia Fregolent qual è in tema di legge 40 e gpa?

Personalmente ritengo che sulla legge 40 sia necessario condurre un serio dibattito, essendo intevenute più volte al riguardo la magistratura e la Corte Costituzionale. Quella legge è ormai ridotta a un taglia e cuci. A un puzzle.

Sarebbe perciò opportuno rivisitarla per il bene delle cittadine e dei cittadini. Lo sappiamo benissimo che vietare certe pratiche, poi consentite all’estero, è un’ipocrisia. Si tratta ovviamente di un tema molto delicato. Innanzitutto sarebbe opportuno che il dibattito parta da un dato inoppugnabile: le persone ricorrenti alla gpa sono soprattutto eterosessuali. Il fatto che la comunità Lgbti si lasci attirare dalle polemiche di chi avversa la pratica fa passare nell’opinione pubblica l’idea che siano le coppie di persone omosessuali a farvi principalmente ricorso.

Ecco perché è necessario un dibattito pubblico e approfondito che tocchi l’aspetto dell’assoluta inaccettabilità della gpa in quei Paesi, terzo e quartomondiali, dove non è affatto libera e c’è un totale sfruttamento della donna gestante. Bisognerebbe poi studiare meglio il fenomeno in quei Paesi dov’è consentita per legge. Ritengo che non abbia fatto un buon servizio alla causa Niki Vendola sventolando il proprio splendido figlio quale spot alla gpa. Una tale decisione ha allontanato, a mio parere, ancora di più la possibilità di trovare una soluzione.

Dibattito serio e aperto sulla gpa. Eppure, talune femministe considerano il solo parlarne o scriverne una violazione del comma 6 dell’art. 12 della legge 40. Che cosa ne pensa?

Anche se ho votato sì all’ultimo referendum di riforma costituzionale, ritenendo che la Carta vada migliorata, sono molto attaccata a essa. In particolare, sono attaccata all’art. 21 che tutela la libertà d’espressione. Io difendo ovviamente la libertà di ArciLesbica e di alcune femministe di esprimere la propria opinione contraria alla gpa come difendo quella favorevole di altre associazioni o persone.

Ritengo, dunque, che bisogna approfondire l’argomento e parlarne liberamente anche con chi la pensa in maniera diametralmente opposta. Ho visto col tempo, ad esempio, che persone, assolutamente contrarie alle unioni civili, si sono poi aperte a seguito di confronti.  Tutto ciò è frutto di mediazione. Quella di cui hanno saputo dare splendida prova, ad esempio, Alessandro Zan, Monica Cirinnà e  Sergio Lo Giudice proprio durante il dibattito parlamentare sulle unioni civili.

Insomma, sulla legge 40 sarebbe necessario partire dalla riscrittura che ne ha fatto la Corte e valutare dei cambiamenti. Fare insomma un "tagliando", perché si tratta di una legge datata. Gli slogan duri non portano a nulla. Gli estremismi, infatti, non vanno mai bene: è necessario sempre mettersi nei panni altrui. Non mi sono affatto piaciute certe prese di posizione con la minaccia di non votare chi è favorevole alla gpa. Il parlamentare ha infatti il dovere di rappresentare tutti. Quando non siamo d’accordo, bisogna cercare di capire e trovare una soluzione. Non siamo una curva sud. Noi siamo chiamati al compito di legislatori e dobbiamo dunque agire per il bene di tutte e tutti.

Onorevole, lei è stata ricandidata. I diritti civili saranno al centro della sua campagna elettorale?

Sono candidata alla Camera nel collegio plurinominale Piemonte 01, dove è capolista Pietro Carlo Padoan.

È ovvio che i diritti civili delle persone Lgbti (e non) saranno al centro della mia campagna elettorale in piena adesione al programma del Pd che tocca un tale ambito  a 360 gradi. In tale battaglia andrò avanti in sintonia con le idee degli amici di sempre - da Monica Cirinnà a Sergio Lo Giudice, da Alessandro Zan a Ivan Scalfarotto - e confrontandomi con tutte le associazioni che lo vorranno.

Non ho paura del confronto come non ho paura di chi va minacciando di voler abolire le unioni civili in nome della tutela della “famiglia tradizionale”. Al riguardo voglio dire che, nelle vesti di pubblico ufficiale, ho celebrato due matrimoni e un’unione civile. Ora non ho mai provato un’emozione così forte come nel celebrare l’unione civile di Franco e Davide. Questi miei amici stanno insieme da 20 anni e non conosco nessuna famiglia così tradizionale come la loro.

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Da pochi giorni sono stati pubblicati sul sito di ArciLesbica Nazionale i documenti relativi al congresso che si svolgerà dall'8 al 10 dicembre a BolognaI documenti sono stati letti e analizzati come raramente succede per delle mozioni congressuali e ArciLesbica, associazione che negli ultimi anni aveva attraversato un periodo di contrazione delle iscritte e di scarsa visibilità politica, è di nuovo al centro del dibattito interno al movimento Lgbti.

Ma cosa dicono questi documenti? Quali posizioni si contendono la guida della principale associazione lesbica italiana? Naturalmente si tratta del frutto della dialettica interna di un’associazione, di un processo che appartiene solo alle socie e che va rispettato. Ma si tratta anche di un’occasione preziosa per cercare di capire cosa sta succedendo nel movimento Lgbti italiano e cosa succederà in futuro.

A mali estremi, lesbiche estreme è il manifesto dell’attuale gruppo dirigente, che cerca di legittimare sé stesso e di gettare le basi per le sfide del futuro. Il documento si apre con una violenta accusa alle critiche ricevute a partire da quest’estate ai post pubblicati dall’associazione su Facebook. Critiche che, di fronte a provocazioni sempre più violente, sono state sicuramente molto accese e che sono andate dalle analisi competenti agli insulti, ma che vengono liquidate in toto come «lesbofobia più volgare e viriloide, ad opera soprattutto di gay». Ed è questa la linea dell’intero documento, coerente con la strategia comunicativa adottata su Facebook: creare un conflitto e inasprirlo sempre di più tra ArciLesbica e il resto del movimento Lgbti, all’interno del quale il bersaglio è soprattutto la componente dei gay. ArciLesbica definisce sé stessa come alternativa al «diktat lgbt* del momento», e il movimento Lgbti, portatore di «pensiero unico» sulla gpa viene accusato, di essere «portabandiera della società neoliberale» e propugnatore di «pseudo-diritti, espressi con il tradizionale linguaggio dei diritti, ma basati su desideri che andrebbero analizzati e discussi criticamente».

Il documento insiste affermando che «l’individuazione di diritti reali è cruciale in un momento in cui il consumismo, la mercificazione del corpo, l’espandersi delle tecnologie biomediche promettono la soddisfazione di pseudo-diritti quali il diritto alla felicità (che è altra cosa rispetto al diritto alla ricerca della felicità di illuministica memoria), il diritto alla bellezza standardizzata, il diritto alla genitorialità per tutte/i e così via». Si tratta ancora una volta, e spiace constatarlo, di espressioni e tesi tipicamente utilizzate dai fondamentalisti italiani, sdoganate da personaggi come Fusaro.

Circa nove pagine su 22 sono dedicate alla gpa, che si conferma la principale preoccupazione dell’attuale dirigenza di ArciLesbica. Oltre alla gpa, un fermo attacco al non binarismo e al pensiero e identità queer, che viene lapidariamente definito come «non compatibile con il femminismo». «Sotto il segno queer dell'antibinarismo si sta consumando la distruzione della soggettività lesbica e la cannibalizzazione della differenza femminile»: è in questo passaggio la paura più profonda e il segno del fallimento di ArciLesbica nel comprendere il contemporaneo: l’antibinarismo viene interpretato come un obbligo e come una minaccia della propria identità, evidentemente avvertita come precaria. Mi spiace constatarlo, ma questa è proprio la paura su cui fanno leva i fondamentalisti: la paura di scomparire, di perdere l’egemonia. Il che è incredibilmente irreale: il non binarismo non è normativo.

In un pessimo passaggio, che conferma la scelta trans-escludente, quella delle persone trans viene definita come «scelta di appartenere al sesso opposto a quello di nascita». Scelta. Non credo serva aggiungere altro. Al piano per il prossimo triennio sono dedicate appena due pagine; un elenco puntato che poco aggiunge al documento stesso o ai precedenti congressi di ArciLesbica.

Il secondo documento, contrapposto al primo, Riscoprire​ ​le​ ​relazioni, è sicuramente più aperto e dialogante, e si ripropone di rinsaldare i rapporti con il resto del movimento Lgbti e con le persone trans in particolare. Le proposte per il futuro occupano diverse pagine e non sono elencate in un elenco frettoloso, relegato nelle ultime due pagine, ma integrate nel documento Viene richiesto un incontro nazionale sulle istanze del movimento nazionale, «con l’obiettivo di fare il punto sulla situazione attuale rispetto alle nostre istanze per capire su quali si possa convergere e su quali invece ci siano delle differenze o divergenze». Cosa secondo me non solo saggia, ma doverosa.

Complessivamente si tratta di un documento che ha un respiro decisamente più ampio di quello della segreteria e che affronta diversi temi.

Ma ha anche un altro merito, a mio avviso: individua, in modo quasi casuale, uno dei nodi che hanno provocato la crisi dilaniante di ArciLesbica e con cui l’intero movimento nazionale deve fare i conti: «Diciamo qui chiaramente che la decostruzione operata dal trans-genere-sessuale che nomina la complessità dell’umano ha creato difficoltà di comprensione e di comunicazione al nostro interno».

Credo che sia questo uno degli obiettivi che il movimento Lgbti deve fare proprio nei prossimi anni: il dialogo, che rischia di diventare aperto conflitto, tra identità, persone, collettivi queer e movimento istituzionalizzato. Si è aperto un conflitto, anche generazionale, che rischia di danneggiare seriamente il movimento, e che rischia di allontanare dalle associazioni più istituzionali e legate a paradigmi del ‘900 le generazioni più giovani, che esprimono identità e istanze differenti.

Chi si limita a condannare, in modo inappellabile, le identità queer/non binarie, il sex working, la gestazione per altri (altro tema che va affrontato e problematizzato, non stigmatizzato) è destinato a restare sempre più isolato, sempre più incapace di leggere il contemporaneo.

Una lezione che il movimento deve imparare dall’affaire ArciLesbica e che è più che mai necessario uno scatto in avanti: dobbiamo imparare di più, dobbiamo riuscire a integrare le istanze di chi, in questo momento, non può sentirsi rappresentato, se non con difficoltà, dalle grandi associazioni nazionali.

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A seguito d'un articolo in lingua inglese postato l'8 agosto sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale si è scatenata una grande polemica nella collettività Lgbti e non. Polemica che è stata accompagnata da un'ondata di violenza verbale sui social network nei riguardi delle donne transgender.

Abbiamo contattato Mirella Izzo, scrittrice, femminista translesbica e presidente onoraria dell'associazione Rainbow Pangender Pansessuale Gaynet Liguria, per raccoglierne l'opinione in merito a quanto sta succedendo.

L'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matterspostato l'8 agosto sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, ha suscitato un'ondata di reazione nella collettività Lgbti e, soprattutto, tra le persone trans. Perché a tuo parere?

Vero ma non soprattutto trans. Sono rimasta piacevolmente sorpresa nel vedere moltissime donne della stessa ArciLesbica o anche non lesbiche inorridire di fronte a quel post il cui succo essenziale è che le donne transgender non sono veramente donne. Altrimenti perché chiedere spazi separati e persino bagni separati a causa soprattutto della “differenza che conta”, cioè il pene.

Poi hanno un po’ corretto il tiro parlando di vissuti diversi infantili e di argomenti cui noi non avremmo diritto di parola come, ad esempio, le mestruazioni, la gravidanza e persino lo stupro. Non so se hanno idea di quante ragazze transgender vengono stuprate già in famiglia e non possono denunciare o non ne hanno la forza. Mi chiedo se le donne che hanno uteri “non funzionanti”, che soffrono di amenorrea e non possono avere figli sarebbero accolte da queste lesbofemministe Terf, che in italiano suona come lesbiche radicali trans-escludenti. Per loro le donne trans sono delle imitazioni delle donne “cis”. Sì, cis: ora posso dirlo dopo che il Dizionario di Oxford ha incluso questo prefisso nell’indicazione di genere delle persone, considerandolo giusto. Basterà darci un'occhiata.

Cosa è sotteso, a tuo parere, alla difesa di ArciLesbica nazionale da parte di alcune femministe?

La risposta sarebbe: Non lo so. Poi è evidente che ci si fa delle opinioni proprie, specie se si è tentato di dialogare sia con queste femministe Terf sia con la direzione di ArciLesbica. La mia, di opinione, è che la domanda andrebbe rovesciata. Siamo in presenza, a mio parere, di un'opa (ostile? Sicuramente per molta base sì) da parte di questo micropezzo di femminismo,  ma che ora ha trovato, in Italia, una visibilità inaudita attraverso la “conquista” di ArciLesbica Nazionale. C’è una bella differenza se una cosa la dice una femminista non lesbica o un’associazione che fa parte del movimento cui partecipano anche le associazioni rransgender. A questo punto deflagra il movimento Lgbt.

Sia chiaro. La mia è un’opinione e non ha prove: solo interpretazioni mie di comportamenti che mi fanno pensare a degli indizi. Anche il fatto che, ora che è scoppiato il casino, qualche femminista prende le distanze da quel che accade in ArciLesbica con “io non c’entro” ecc. sa di excusatio non petita. Ma resta una mia sensazione. Quella in ogni caso d'una persona che fa attività politica dall'età di 14 anni.

Comunque, che qualcosa del genere sarebbe prima o poi accaduta, io l’avevo capito anni fa quando ero ancora presidente di Crisalide AzioneTrans e decisi di uscire dalla lista del “movimento”, motivandone le ragioni che poi ho raccolto e ampliato, con una nuova proposta di forma associativa, nel libro Oltre le gabbie dei generi. Ora il movimento si ricompatta contro ArciLesbica ma esistono altre contraddizioni interne che prima o poi scoppieranno e provo a spiegarlo nei dettagli nel libro.

Una precisazione: quando dico che queste femministe sono un'estrema minoranza, mi si potrebbe obiettare che anche le donne transgender sono poche. Ma c’è una bella differenza tra condizione e pensiero. Le persone intersessuali sono poche ma hanno importanza. Un “partito” dello 0,0001% decisamente meno, tanto per esemplificare.

Hai tentato ultimamente un dialogo con le femministe Terf. Qual è stato il risultato del tuo impegno?

Devo dire che quando, parlando con loro, ho espresso i miei dubbi sulla gpa (gestazione per altri), subito ho avuto post, numeri di telefono e disponibilità estrema. Quando però qualcuna di loro, cui è riconosciuta anche una certa leadership, ha visto che non cedevo sulla questione delle donne trans, ha immediatamente cambiato toni. Al che mi sono chiesta e le ho chiesto se quei toni accondiscendenti nascondessero un tentativo di opa verso una persona nota (seppur in pensione) nel movimento Lgbt. Avere un’intellettuale trans dalla loro parte sarebbe stato un bel colpo.

Ovviamente in risposta ho ricevuto toni scandalizzati e aggressivi alla mia domanda. Ho tentato la via del dialogo - è un caposaldo del pensiero pangender - ma la questione poi è stata posta con un “o stai di qui o di là”. E come potevo stare con chi non riconosce il mio essere donna e vorrebbe obbligarmi ad andare a fare pipì nei vespasiani a pochi centimetri dagli uomini? E poi io non riesco più a farla in piedi. Detto francamente, mi piscerei sulle cosce proprio come le cis. 

Perché secondo te le persone trans sono oggetto in questi ultimi giorni d'una violenta campagna offensiva sui social da parte di tali femministe? Donne che odiano le donne?

No, donne che odiano le donne non mi piace. Le donne sono sempre state accoglienti nei confronti di noi transizionanti da maschio a femmina. A volte persino materne con le più giovani o all’inizio del percorso. Soprattutto, finita la transizione, si dimenticano che siamo trans. Più di una volta mi è capitato di donne, ex colleghe, che mi parlassero nei dettagli di tamponi e mestruazioni. Fui io a ricordar loro che sulla specifica cosa non avevo grandi competenze. Proprio ieri una donna etero ha voluto il mio pensiero di donna, che conosce meglio il “maschile”, su un suo dubbio rispetto a un uomo che temeva avesse comportamenti “pericolosi”.

Noi siamo donne con specifici diversi ma possiamo essere molto utili alle donne cis proprio sulle questioni del “maschilismo” e le sue peggiori conseguenze.  Le donne, rispetto agli uomini, sono  nove volte su dieci contente di noi. Capiscono perfettamente le sofferenze che subiamo per poi passare dal privilegio alla doppia discriminazione (donna e transgender). Diamo troppa importanza a questo genere di femminismo. Non è un caso se la maggioranza dei circoli di ArciLesbica ha lanciato la campagna Un'altra ArciLesbica per dissociarsi nettamente dalla dirigenza.

Qualche giorno fa hai scritto una bellissima e articolata riflessione dal titolo Fallocentrismo e vaginocentrismo: l'altro verso della stessa "medaglia". Che cosa intendi per vaginocentrismo e quali sono i pericoli di questa posizione?

L’ho scritto e lo ripeto: non è tanto importante il vaginocentrismo ma il “centrismo”, il mettere una condizione sopra le altre e con il diritto di giudicarle e classificarle. Sono contro tutti gli integralismi identitari: dall’Isis alle Terf. Sono la morte del movimento Lgbt, che io chiamo, volutamente, L+G+B+T per la quasi assenza di integrazione delle diverse identità che invece, sotterraneamente, in parte, si disprezzano. Molti esempi li ho fatti nel libro Così non si va da nessuna parte. Il vaginocentrismo è equivalente a ginocentrismo ma più chiaramente esplicito rispetto alle motivazioni date dalle Terf per non riconoscere le donne trans.

C'è chi ha tentato di collegare gli attacchi ricevuti ultimamente dalla presidente Boldrini con quelli che avrebbe ricevuto la segreteria nazionale di ArciLesbica. Che cosa ne pensi?

Penso che un qualsiasi giudice saprebbe distinguere le offese gratuite alla presidente Boldrini rispetto al loro attacco contro le donne transgender e contro i gay per la questione gpa, per il quale hanno ricevuto adeguate risposte nel 90% dei casi. Poi c’è sempre chi sbrocca: ma da una parte e dall’altra. L’uomo che ha proposto di andare a pisciare sotto la sede di ArciLesbica ha scelto un pessimo modo di esporre il suo dissenso. Purtroppo gli uomini sono stati educati fin da neonati a considerare il pene una sorta di arma. D’altra parte gli stessi genitori lo chiamano pistolino… Ma dall’altra parte c’è stata l’affannosa ricerca di immagini o dichiarazioni di transgender che, secondo loro, dimostravano che non erano donne a denominazione d’origina controllata (da chi?) e garantita (da chi?).

Secondo Mirella Izzo la visione pansessuale potrebbe essere d'aiuto al superamento di tali contrapposizioni e, soprattutto, a una rinnovata riflessione coesa all'interno della collettività Lgbt?

Io preferisco il termine pangender perché, senza sapere di che gender sei, non puoi definire neppure il tuo orientamento sessuale. Quindi il termine include pansessuale. Ma andrebbe beinssimo un “Pride Pangender e Pansessuale” che sia aperto anche alle donne e agli uomini etero che rifiutano di essere catalogati come “giusti” per qualcosa che non hanno scelto, ma che hanno ereditato dalla nascita e non vogliono pensare che un loro eventuale figlio gay, lesbica o transgender, debba fare una vita di discriminazioni anche pesanti. E ce ne sono di etero consapevoli.

Tutti dentro ma con una discriminante: le condizioni sono infinite sia di identità sia di orientamento ma nessuna è superiore o comunque “distaccata” dalle altre. Ha degli specifici ma siamo fondamentalmente esseri umani sessuati. Punto. L’unico discrimine è ovvio, cioè che ogni genere di orientamento sia tra adulti e consenzienti. E dovremmo anche iniziare a studiare la differenza tra orientamento sessuale e orientamento amoroso o affettivo. Anche questi, non sempre combaciano perfettamente! 

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Negli ultimi giorni - come già segnalato anche da Gaynews -, a seguito di alcune polemiche sorte in seno ad ArciLesbica, è nata una pagina Facebook, il cui nome ha incuriosito un po’ tutte e tutti: Un’Altra ArciLesbica #unaltrArciLesbicaMa di cosa si tratta veramente? È forse il segno di un’ufficiale divisione di ArciLesbica?

Ne parliamo con Chiara Piccoli, presidente ArciLesbica Napoli Le Maree, uno dei comitati provincilai che promosso la nascita di Un’Altra ArciLesbica #unaltrArciLesbica.

Chiara, cosa è il progetto Un’Altra ArciLesbica la cui pagina è apparsa da qualche giorno su Facebook? Si può parlare di una vera scissione all'interno di ArciLesbica?

La campagna #unaltrArciLesbica nasce dal desiderio di molte socie di ArciLesbica di prendere le distanze dalle modalità comunicative e dalle scelte unilaterali operate dall'attuale segreteria nazionale ma anche dall'ondata di violenza misogina e lesbofoba che ha invaso i nostri canali social di recente ad opera di chi conosce i nostri circoli e volutamente non pone distinguo alcuno. Ad opera di chi non ha neppure l'attenzione di approfondire mancando di totale rispetto alla nostra storia ed azione politica. E, infine, di chi ne approfitta solo per sfogare sentimenti di violenza repressi che scaturiscono proprio da una profonda misoginia.

Il che non può essere tollerato. Pertanto la pagina si propone come uno spazio di diffusione della politica e della cultura lesbica e femminista. ArciLesbica si prepara ad andare a congresso anticipato nel mese di dicembre. Quella a cui assistiamo è una fase di transizione in cui si allungano le distanze tra la dirigenza dell'associazione nazionale e la compagine dei circoli locali, in cui tante socie sono stanche delle posizioni politiche non condivise e sempre meno conformi ai nostri principi statutari. Stanche di modalità comunicative inaccettabili ma anche stanche di attacchi feroci che non consentiremo mai su ArciLesbica. Da tutto questo nasce #unaltrArciLesbica.

Si può affermare che la recente polemica relativa a un articolo postato sulla pagina di ArciLesbica nazionale - articolo in cui vi erano alcuni affondi in odore di transfobia - è stata la "goccia" che ha fatto traboccare il vaso?

Questa collaborazione tra socie attraverso tutto il territorio nazionale è qualcosa che non comincia oggi. nzi questo è il naturale prosieguo di un iter cominciato molti mesi fa. Come dicevo, parte del problema sta nella scelta delle modalità comunicative, che tradiscono la volontà di alzare uno scontro a nostre spese, a spese di ArciLesbica. Ma noi non ci stiamo e, in questo senso, sì: è stata di certo l'ultima goccia.

Quali sono i motivi di divisione con ArciLesbica nazionale dal punto di vista sia contenutistico sia politico-metodologico? Che ruolo ha giocato, in questa divisione, la recente querelle sulla gpa?

Il dibattito sulla gpa ha portato alla luce l'indisponibilità al confronto esterno ma soprattutto interno oltre che sull'esercizio di una modalità di fare politica soprattutto in termini contenutistici non più condivisa con i circoli. Sembra che la segreteria nazionale abbia dimenticato i principi fondanti di ArciLesbica. Un'associazione femminista è anzitutto dialogo e rispetto: un luogo di confronto che produce cultura per tutte le donne. Il luogo in cui rivendicare la pluralità di opinioni che caratterizza un'associazione. Questa pluralità è stata cancellata ma ArciLesbica è altro ed è ciò che #unAltraArciLesbica rivendica. ArciLesbica non è transfoba. ArciLesbica è democratica, ArciLesbica è rispettosa. Rivendichiamo il pluralismo delle nostre opinioni, l'appartenenza al movimento femminista e al movimento Lgbti, il ritorno a un sistema comunicativo responsabile e che sia volto alla trasmissione ragionata di idee, non alla distruzione.

Come immaginate, in futuro, il vostro ruolo all'interno del movimento Lgbti? Pensate ci sia ancora un percorso da fare insieme o credete debba essere separato come emerge da alcune esternazioni di ArciLesbica nazionale?

ArciLesbica nasce in seno al movimento Lgbti e al movimento femminista. E in questi movimenti troverà sempre il suo posto.

Secondo te come vivono le donne lesbiche oggi in Italia? Quale ruolo ricoprono i vostri comitati territoriali rispetto al benessere delle donne lesbiche nel nostro Paese?

L'Italia è un Paese che ha sempre avuto tempistiche molto differenti rispetto alle realtà vicine e il tema della parità dei diritti non fa eccezione. In questo, certamente, un po' di terreno si sta recuperando. Per cui si può dire che in Italia, in alcuni casi, le donne lesbiche vivono meglio come lesbiche che come donne in quanto la parità di trattamento tra uomini e donne - mi riferisco per esempio al luogo di lavoro - sta molto più indietro della parità di diritti tra persone eterosessuali e omosessuali.

Inoltre nella nostra società patriarcale la lesbica mette in crisi, con la sua stessa esistenza, il paradigma della donna sacralizzata o ricondotta a oggetto sessuale. Per questo le lesbiche femministe (anche trans) possono, mostrandosi e agendo come tali, sovvertire il patriarcato. I nostri circoli sul territorio nazionale sono dei luoghi, fisici ma non solo, che si configurano innanzitutto come spazi di accoglienza, di confronto, di azione dal basso e/o in collaborazione con le istituzioni locali ed altre realtà associative. Un luogo dove tutte le donne trovano una casa, dove lavorare insieme a progetti e iniziative volte alla promozione di diritti e visibilità per le donne lesbiche.

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Non si sono ancora spente le polemiche di maggio sulla posizione di criminalizzazione della Gpa, chiamata da ArciLesbica utero in affitto, sulla richiesta di non adesione ai Pride che proponevano un confronto sulla gestazione per altri o sull’infame striscione contro Vendola, da poco diventato padre, srotolato al Pride di Milano davanti al trenino di Famiglie Arcobaleno. Sulla Gpa ArciLesbica nazionale nei mesi scorsi si è schierata dalla parte del femminismo della differenza, che considera la  differenza sessuale tra maschi e femmine la base per attribuire una forma di sacralità alla maternità e al rapporto tra madre e figli, fino al punto che non sembrano accettabili una famiglia senza madre o una donna che liberamente possa affidare ad altri il figlio al termine della gravidanza.

Questa posizione ha suscitato molte polemiche e reazioni talvolta molto pesanti nella comunità Lgbti, da parte di Famiglie Arcobaleno in primo luogo, ma anche all’interno della stessa ArciLesbica. Ben dieci circoli sui 16 esistenti, infatti, si sono dissociati dal comunicato della segreteria nazionale che non rispettava le tesi congressuali e chiudeva ogni possibile confonto. I dieci circoli “ribelli” ritenevano infatti «che sia possibile coniugare il riconoscimento della genitorialità di ciascun* preservando la dignità e la libera scelta delle donne da sfruttamento e forme contrattuali che ne dispongano come oggetto di scambio».

Nei giorni scorsi qualcuno dalla pagina Facebook di ArciLesbica nazionale ha iniziato a lanziare un altro tema di discussione. Il 28 luglio è stato condiviso l’articolo Coming out as ‘non-binary’ throws other women under the bus di Susan Cx, in cui l’autrice attacca la possibilità di definirsi gender queer o non binaria come idea antifemminista: «I can think of nothing more anti-feminist than an ideology that precludes the possibility of identifying and confronting patriarchal power, and instead individualizes oppression as though it is a “personal choice.” […] But feminism is not a matter of personal identity. Just like feeling pain under patriarchy is not a result of individual women’s quirks. Unfortunately, we can’t come out as “human beings” in order to convince men to treat us like equals. So please, spare us your insulting insinuations that we can identify (or “disindentify”) our way out of structural oppression. We’ll be trying to build a political movement with the specific aim of female liberation, in the meantime».

Il 6 agosto un’intervista di Luisa Muraro (massima teorica del femminismo della differenza) a Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica Milano, roccaforte delle femministe della differenza in cui vengono ribadite le posizioni di entrambe contro la Gpa («dicono da più parti che quanto in passato era considerato abominio, la gpa, pian piano sta entrando nel campo di possibilità di tante persone e che ci sarà un cambio culturale. È proprio così, un abominio sta diventando normale. Spero che si riesca ad evitare») ed emerge una sindrome di accerchiamento («la mancata accettazione di un’organizzazione indipendente delle lesbiche») che diventa sempre più evidente nei giorni successivi.

Tre giorni fa, con il commento Lei dice: I am angry, viene condiviso un articolo dal titolo I am a Woman. You are a Trans Woman. And That Distinction Matters (Io sono una donna. Tu sei una donna trans. E questa distinzione conta) in cui l’autrice, vittima di stupro, rivendica la necessità di spazi separati per le donne cisgender (le donne nate biologicamente donne), liberi da donne transgender, come ad esempio spogliatoi per donne-donne (I don’t want to be exposed to a penis which is why I sometimes need women changing rooms). L’autrice minimizza l’esperienza di oppressione vissuta dalle donne trans (And whether you were able to see it or not, if you looked male for part of your life, you experienced a different life than myself), costruendo un muro virtuale tra “le donne nate con una vagina (Women who were born with vaginas) e le altre, e lamentando molestie e minacce da parte di donne trans a cui riesce francamente difficile credere fino in fondo (dedicated entirely to women who dared want to express these feelings and in doing so received hundreds of threats, sexual harassments, and threats of sexual harm often by transgender individuals). L’articolo, insomma, è una decisa presa di posizione Terf (Femminista radicale Trans Escludente) di cui, in un contesto caratterizzato da una transfobia crescente, francamente non si sentiva il bisogno. 

Qualcuna in ArciLesbica ha pensato che fosse il momento di costruire un muro tra donne, basandosi esclusivamente sui genitali. Da questo discorso, come spesso accade, sono del tutto assenti gli uomini transIl post ha provocato oltre mille commenti fortemente indignati, e, come capita sui social, anche alcuni insulti. La prevedibile reazione ha peggiorato la sindrome di accerchiamento di Arcilesbica Nazionale, che ha risposto accusando tutti di lesbofobia, rifiutando nettamente di mettere in discussione queste posizioni ideologiche. Posizioni da cui hanno preso le distanze dieci circoli di ArciLesbica: Bari, Bologna, Ferrara, Livorno, Napoli, Novara, Pisa, Roma, Treviso, Udine. Circoli che sono arrivati a ufficializzare il dissenso nella campagna #UnaltrArciLesbica

Ancora una volta emerge l’immagine di un’associazione profondamente ferita, lacerata nel suo interno da polemiche roventi e dissidi insanabili, che si avvia verso un congresso anticipato a causa di una dirigenza nazionale che travalica il suo mandato e che cerca di dividere e indebolire il movimento Lgbti italiano. Perché, infatti, rivendicare spazi per le donne cisgender, quando a mancare sono proprio spazi trans-inclusivi? È quasi come chiedere la criminalizzazione di qualcosa, la Gpa, che non è legale in Italia: serve solo ad agitare le acque e a creare divisioni e polemiche, non rispondendo ad esigenze reali. ArciLesbica nazionale separa le donne cisgender (dalle donne trans, affermando che queste ultime nonsiano vere donne, e, come ha scritto Ethan Bonali, insiste sulla «negazione di un sistema etero-patriarcale che opprime le donne trans e la trasformazione delle rivendicazioni delle stesse in sistema concorrenziale ed oppressivo per le donne cisgender»). 

Di fronte alla comprensibile e ben articolata risposta del Mit (Movimento Identità Trans) l’anonima animatrice della pagina di ArciLesbica (anonima anche per le socie) risponde lamentando delle inesistenti “penalizzazioni che colpiscono tutte le donne che si ribellano al pensiero unico”, utilizzando ancora una volta lo stesso linguaggio dei fondamentalisti italiani (al pari di “utero in affitto” e “abominio”). La stessa pagina insiste rispondendo alle dure critiche del Mieli evocando una "Santa Inqueerizione che decide cosa si può pubblicare o no” e sostenendo ancora la tesi di una persecuzione nei loro confronti. Anche questa è una delle tattiche dei fondamentalisti, che di fronte a chi reagisce ai loro costanti insulti millanta persecuzioni e limitazioni del diritto di parola. Tecnica cara anche ai complottisti di tutto il mondo.

Al di là di tutto è davvero triste e desolante che ArciLesbica, che in teoria è "la più grande associazione lesbica italiana" (ma solo in teoria: Arcigay conta più lesbiche tra gli iscritti di ArciLesbica), abbia preso questa strada, solitaria e meschina, di disprezzo per la comunità Lgbti. Ed è davvero triste che ci siano persone che si definiscono attiviste ma sentono il bisogno di costruire muri, chiudersi in recinti sempre più stretti e soffocanti, assegnare giudizi, distinguere in modo autoreferenziale cosa è giusto e cosa è sbagliato. Abbiamo ancora bisogno, soprattutto in Italia, di costruire e consolidare una comunità Lgbti ampia, inclusiva, forte e consapevole.

E ancora di più, è davvero triste che, come i fondamentalisti di ogni latitudine, la voce ufficiale di ArciLesbica categorizzi le persone per pochi centimetri di carne in più in meno.  Io non sono la mia vagina e non sarei il mio pene: sono un essere umano con corpo, desideri, pensieri, emozioni. Con una storia, delle competenze, delle ambizioni. Ognuno di noi è definito da molti fattori, e non solo da quello che ha nelle mutande. Da lesbica, cofondatrice di ArciLesbica a Palermo ed ex socia di ArciLesbica, chiedo alle iscritte di farsi sentire e di decidere: se davvero siete per la criminalizzazione della Gpa contro i padri arcobaleno, contro la condivisione di spazi fisici e luoghi politici con le donne trans, allora per favore, dichiarate ufficialmente la vostra fuoriuscita dal movimento nazionale Lgbti. Se, come spero, non è così, uscite allo scoperto ed impedite che qualche Terf (femminista radicale trans escludente) parli a nome vostro. Altrimenti, ci sono molte altre associazioni in cui impegnarsi per la lotta per i diritti Lgbti.

 

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Il post Lei dice: I am angry, pubblicato sulla pagina di ArciLesbica nazionale e relativo all'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters, ha suscitato un'ondata d'indignazione sui social. L'invito di Marina Terragni - rappresentante della rete Rua (Resistenza utero in affitto) - alle donne e, in particolare, a quelle tanto lesbiche quanto trans a "non lasciarsi incastrare nel Lgbt" ha provocato ulteriori reazioni all'interno del movimento. A scendere in campo con un duro comunicato anche il Mit (Movimento identità trans), cui ArciLesbica ha risposto rinfocolando ulteriormente gli animi.

Gaynews ha deciso di sentire al riguardo Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e figura storica del transfemminismo italiano.

L'altro ieri ArciLesbica ha postato un articolo che ha sucitato un'ampia discussione sui social. Cosa pensi della relativa posizione che distingue le donne cisgender e le donne trans? 

Il post di ArciLesbica non mi sorprende. I suoi contenuti non sono nuovi ma rappresentano posizioni antiche ben radicate in certo femminismo che ultimamente sta ritornando in auge. Eviterei di chiamare in causa il femminismo nella sua totalità e nella sua straordinaria importanza tantomeno il separatismo che è tutt’altra cosa. Parlerei piuttosto di quel suo filone “essenzialista” assolutamente minoritario. Ultimamente questa parte si è posizionata su parecchie questioni importanti quali la gpa, la prostituzione, il genere e ora il transessualismo. È una parte molto chiusa, sorda a tutti i cambiamenti che i tempi pongono, indifferente alla complessità del mondo. È una parte che ultimamente sta influenzando anche l’agenda politica europea e mondiale con effetti nefasti. Il problema è che quel femminismo nella sua visione non considera neanche il lesbismo. Per cui mi chiedo cosa muova le donne di ArciLesbica a posizionarsi così rigidamente. Se volevano essere serie, le distinzioni che paventano le avrebbero poste/proposte in un seminario, un convegno e non su Facebook dove la risposta mi sembra scontata.

Secondo te perché si è voluta questa distinzione che sembra distruggere ogni rifermento alle lotte e alle posizioni politiche di un tempo? È un pensiero che è rimasto nascosto oppure una necessità per una visibilità politica?  

Se volevano stuzzicare il dibattito o la riflessione (come dicono loro) hanno sbagliato modalità. In questo modo hanno lanciato un fiammifero acceso sulla paglia secca. Conosco molto bene le donne che dirigono ArciLesbica nazionale da anni e conosco le loro provocazioni che in tempi passati hanno prodotto lacerazioni nel movimento e nella stessa ArciLesbica. Le questioni poste, rispetto al “pene”, all’essere donna ed essere trans sono questioni delicate intorno alle quali c’è un intenso e creativo dibattito, di cui loro se ne sono infischiate, buttando all’aria tutto. È da quando venne in Italia Leslie Feinberg nel 2005, attivista transfemminista americano/a, che si aprì il contenzioso, tutto interno al mondo trans e femminista sulle questioni poste. Le stesse questioni che da anni attraversano il movimento internazionale e i Gender Studies. Io stessa posi la questione in Nuovi Femminismi (Ed. Manifestolibri) che sarà ristampato in autunno.

E loro cosa fanno? Lanciano la bomba! Non mi sembra una modalità seria e accettabile. Lo hanno fatto su altri temi come la gpa proponendo/imponendo un documento molto categorico che per fortuna hanno sottoscritto in pochi, nei riguardi del quale  bisognava essere pro o contro. Ma siamo impazzite? Una questione così importante con un sì o con un no? A un movimento che da anni ha smesso di riflettere, confrontarsi, approfondire le signore milanesi propongono il loro pensiero, accusando poi noi del Mit di pensiero unico? ArciLesbica è una grande associazione con cui ho collaborato per anni. Ricordo i miei articoli per Towanda il loro bellissimo giornale lesbico. Ma da Towanda a oggi l’acqua ha rovinato i ponti.

Abbiamo letto tutti la risposta del Mit: cosa si può dire di più?  

Che se non stiamo attente l’ordine del discorso ossia il registro narrativo (come è stato da anni) viene sempre ripreso da altri, in questo caso da altre. È fondamentale e di estrema importanza che sulle nostre questioni la parola torni alle persone trans. Lo sottolineo alle signore milanesi che rivendicano il loro percorso femminista. Lo ribadisco, anche provocatoriamente, a tutte quelle femministe (minoritarie) che ci accusano di scimmiottare la femminilità. Se la tenessero la loro femminilità, che noi ci teniamo la nostra favolosità. Mario Mieli docet.

Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?  

Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Cosa pensi degli uomini gay o etero che hanno risposto sui social affermando di non essere per nulla d'accordo con le posizioni di  Arcilesbica?

Penso che bisognerebbe ritornare a usare e promuovere le intelligenze e circoscrivere i social. Questo tipo di confronto (che non è un dibattito) è molto poco produttivo. Come movimento, se di questo si può ancora parlare. Abbiamo smesso di confrontarci, dibattere, affrontare le contraddizioni e i risultati sono questi. Guardare le nostre contraddizioni, approfondirle per crescere. Storicizzare i nostri preziosi percorsi, è questo di cui abbiamo tanto bisogno.  

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Pagina Facebook di ArciLesbica nazionale. Un'immagine inquietante: quella di due labbra femminili cucite con del filo di ferro e sotto la dicitura I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta).

In realtà l'immagine si riferisce al link di un articolo apparso su medium.com di una lesbica femminista, presumibilmente inglese, il cui nick è PolelifeandPussy. La redattrice dice di essere angry, cioè arrabbiata, perché - a suo parere - le donne transessuali vorrebbero silenziare le differenze tra sé e le donne biologiche.

L'intero articolo verte sull'urgenza, espressa da PolelifeandPussy, di distinguere donne cisgender da donne transessuali, perché - a suo dire - avere o meno un utero o un seno dalla nascita cambia la prospettiva del linguaggio e il repertorio delle esperienze.

Secondo l'articolista chiedere oggi rispetto per questa differenza, differenza di vissuto e dunque di esigenze che ne conseguono, porta ad essere tacciati di transfobia. A PolelifeandPussy, in effetti, dà anche fastidio che, in virtù della correttezza "imposta" dalla comunità trans, lei potrebbe essere costretta a condividere spazi, anche piuttosto prossimi, con donne transessuali che conservano ancora l'organo genitale maschile.

Insomma, proprio mentre sembra evidente che i diritti si raggiungono in modo più immediato e completo laddove le "minoranze" risultano coese e riescono a fare fronte unico contro una società veteropatriarcale e sessista, misogina e omotransfobica, ArciLesbica Nazionale con l'articolo di PolelifeandPussy sembra marcare un desiderio di separatismo e distanza che, oltre ad essere offensivo e inattuale, risulta anche sterile e perdente rispetto alle grandi battaglie della contemporaneità.

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