Il 20 aprile 2017 si verificò a Parigi sugli Champs-Élysées un attacco terroristico a seguito del quale, oltre all’attentatore, morì l’agente Xavier Jugelé, componente di Flag!, l'associazione Lgbtq della gendarmeria francese.

A un anno esatto di distanza dall’attentato jihadistico gli organizzatori della 33° edizione del Lovers Film Festival di Torino, accogliendo una felice intuizione del fondatore e presidente Giovanni Minerba, hanno deciso di ricordare il poliziotto di Bourges con il cortometraggio Xavier di Jo Coda.

Ne abbiamo parlato proprio col regista di origine cagliaritana a poche ore dalla proiezione torinese.

Jo, come nasce il corto Xavier?

Il film nasce dalla profonda commozione che ho provato nell’assistere alle esequie di Xavier. Il suo compagno che legge una lettera che non può essere rappresentata da alcun protocollo. La globalizzazione del dolore che amplificato all’ennesima potenza si traduce in profonda intimità.

Quella di Xavier è una vita spezzata. Può considerarsi la sua vicenda una storia che riguarda ognuno di noi?

Quando a seguito del fatto in sé prende vita un atto di mobilitazione globale, commozione globale, che appunto trascende dalla mera notizia di cronaca assumendo un valore universale.

Nel tuo corto c’è un’alternanza tra visibile e invisibile, tra buio e luce, tra amore e violenza, tra eros e morte. È questo che hai voluto raccontare?

Nella tua domanda Rosario, lucida sintesi del mio film, si innesta il mio sì. La quotidianità come risultanza, sintesi, dei gesti più semplici. Con l’eccezione che qui la morte spezza senza poesia una vita, senza alcun motivo.

C’è in Xavier uno svelamento del rimosso?

Anche quando riusciamo parzialmente, a rimuovere, sospingere fuori dall’oscurità dell’inconscio episodi, eventi traumatici e sentimenti, questo “esercizio” non può mai soddisfare pienamente la nostra sete di sapere, poiché sembra connaturata in noi la continua, spasmo di ricerca di una rivelazione impossibile, velata dal tenace sudario dei nostri limiti di conoscenza.

Mostri la quotidianità dell’amore fatta da piccoli gesti. Il preparare la tavola con cura appare come l’attesa di una felicità. È cosi?

I gesti più semplici, le parole più chiare, sono alla base della nostra quotidianità. Ci si prende cura l’uno dell’altro, desiderosi di poter sempre essere ricambiati. E la felicità si manifesta, a tratti, lungo il nostro percorso anche laddove i segni del nostro amare sfumano o si confondono nel costante caos in cui siamo immersi.

Il fanatismo uccide e tu ci racconti lo shock. Oltre a Xavier ne siamo anche noi vittime?

Noi siamo coloro che restano, che sopravvivono, che hanno il dovere di ricordare e fare in modo che nulla venga dimenticato. Chi resta diventa suo malgrado, ma io direi anche per sua fortuna, il custode della memoria, della propria identità e storia. Sottrarsi a questo, sottrarsi al ricordo, è un atto superficiale, irresponsabile e conformista.

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Arriva oggi in circa 150 sale italiane, grazie a Vision Distribution, il biopic The Happy Prince. Il ritratto di Oscar Wilde, scritto, girato e interpretato da Rupert Everett.

L’attore di Norwich, in realtà, più che recitare sembra reincarnare il profeta del decandentismo d’Oltremanica, di cui ripercorre gli ultimi anni di vita. Anni segnati dalla povertà, dal disprezzo della pubblica opinione, dalla malattia. Cui si contrappongono quelli segnati dal lusso, dalla fama letteraria, dagli innamoramenti travolgenti per giovani uomini. Tra essi, soprattutto, Lord Alfred Douglas, l’amato-odiato Bosie: la loro tormentata relazione, come noto, fu all’origine della lite giudiziaria col di lui padre, John Sholto Douglas, IX marchese di Queensberry. Lite che portò Wilde a due processi, il secondo dei quali da imputato e poi terminato con la condanna a due anni di carcere per sodomia.

Tema, questo, che è stato affrontato sotto diverse angolature, lunedì 10 marzo, nel corso d’un’affollata conferenza stampa presso la Casa del Cinema di Roma, dove è stato proiettato in anteprima nazionale il film. Presenti anche alcuni attivisti Lgbti a partire da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

In sala anche la senatrice Monica Cirinnà, che ha dichiarato: «The Happy Prince è un film che conquista e commuove. La vita di Wilde assume per ognuno un ruolo paradigmatico perché ricorda che, tra le alterne vicende della vita, solo l’amore vince e dà senso alla nostra esistenza.

Il dramma personale del processo e incarcerazione è inoltre di grande attualità con riferimento a quelle persone che ancora in tanti Paesi vengono perseguiti penalmente e, in alcuni casi, mandati a morte a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. O anche in quelli, in cui un clima di odio o di disprezzo verso le stesse persone Lgbti si traduce in atti di violenza verbale e fisica. Come purtoppo accade anche in Italia e come è dimostrato, in questi ultimi giorni, dai gravi pestaggi omofobi di Roma e Parma».

E, al riguardo (e non solo), Gaynews ha rivolto queste domande a Rupert Everett.

Secondo lei, quale messaggio lascia oggi Wilde alle persone Lgbti?

Un messaggio sempre attuale perché lo stesso movimento Lgbti inizia in realtà con lui. Credo che la sua storia possa dare l'opportunità, come è stato per me, di fare un confronto tra quello che accadeva allora alle persone omosessuali e quello che accade oggi.

Wilde è stato perseguitato, disprezzato, condannato per la sua omosessualità (anche se questo termine si affermò solo anni dopo la sua morte). Ancora oggi gli omosessuali vengono perseguitati in Russia, Giamaica, Cina e India. Né bisogna dimenticare quanto accade anche a casa nostra con l'Ukip in Gran Bretagna e l'avvento della Lega omofoba in Italia. L'omofobia è sempre più diffusa. Un esempio è la città di Genova, che non ha concesso il patrocinio al Pride. Sono molto preoccupato. C'è insomma una rinnovata fobia contro le persone Lgbti e, rispetto a queste cose, bisogna essere vigilanti e attivi.

Non posso, infine, dimenticare la mia esperienza personale. Lavorare nel mondo del cinema negli anni ’80 equivaleva a scendere a compromessi se eri gay. E ,prima o poi, finivi con lo scontrarti contro un muro. Forse oggi la situazione è cambiata: ma negli anni ‘80 e ‘90' del secolo scorso è stato così.

Per questo Oscar Wilde è stato una grandissima fonte di ispirazione. Vorrei ricordare che a Londra è stato illegale avere rapporti omosessuali fino al 1968. Quindi, nella mia situazione, ho ripercorso un po' le orme di Wilde.

Nel suo film ci sono vari richiami scritturali come, ad esempio, nelle scene della rievocazione della permanenza nel carcere di Reading (in cui c’è una sorta d’identificazione mistica tra Wilde e il Cristo schernito, maltratto, crocifisso) e della parte finale del racconto del Principe Felice (le parole: I discepoli dormono sono un chiaro riferimento alla narrazione lucana del Getsemani). Sono reminiscenze personali e quanto ha giocato il suo rapporto con la fede?

Io ho ricevuto una formazione cattolica e vorrei ricordare che Wilde è stato sempre attratto dal cattolicesimo.

Egli – e lo testimoniano ampiamente i suoi scritti – è stato soprattutto attratto dalla figura di Cristo. Oscar era un grande genio ma anche un grande essere umano. Una cosa che lo avvicina a Cristo. Nella pena, nel patimento, egli vedeva una discesa agli inferi che si sarebbe conclusa con una sorta di rinascita. Nella prigionia, appunto, egli ha visto un'opportunità di rinascita sull’esempio di Cristo.

Ecco perché credo che la Chiesa Cattolica abbia tanto da imparare da Wilde.

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Esce oggi in varie città italiane The Constitution – Due insolite storie d’amore di Rajko Grlić. Pellicola distribuita nel nostro Paese da Cineclub Distribuzione.

A Torino l’appuntamento è domani alle 21,15 al Cinema Esedra con il presidente del Lovers Film Festival (Torino, 20/24 aprile) Giovanni Minerba e con il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, che introdurranno la proiezione. Per avere diritto al biglietto ridotto la “parola d’ordine” è Coordinamento.

The constitution

Intolleranza e odio non sono concetti sconosciuti in Europa. Negli ultimi anni è come se si stesse diffondendo una nuova ondata di intolleranza, ideologie accecanti e fanatismo. Un odio aggressivo tra diverse nazioni e religioni, tra nativi e immigrati, tra chi ha e chi non ha...”

“Voglio raccontare cose difficili con un sommesso sorriso sulle labbra, con il calore affettuoso che si può provare anche per i personaggi più negativi. Solo allora potrò raggiungere coloro che la pensano diversamente e vedono le cose in modo differente, coloro che odiano a priori e che non mettono mai in dubbio l’odio che provano.”

Queste dichiarazioni del regista Rajko Grlić potrebbero bastare per andare con fiducia a vedere questo bellissimo film che racconta la Croazia attraverso il personaggio principale, Vjeko, un insegnante di scuola superiore che ha dedicato tutta la sua vita allo studio della lingua e alla storia della nazione.

Vjeko è omosessuale. Vive in un appartamento nel centro di Zagabria con il padre che, durante la seconda guerra mondiale, era un ufficiale dell’esercito fascista croato e ora è costretto a letto da oltre sei anni.

Ma i suoi giorni passano nel ricordo dell’amore della sua vita, il violoncellista Bobo, che lui celebra attraverso un “rito” quasi quotidiano, notturno, nelle passeggiate a notte fonda vagando per le vie di Zagabria vestito da donna.

Una notte un gruppo di uomini lo ferma, lo picchia e lo abbandona in strada privo di sensi. In ospedale incontra Maja, un’infermiera che abita nel seminterrato del suo stesso palazzo. La donna lo riconosce e inizia a prendersi cura di lui e di suo padre. In cambio Vjeko accetta di aiutare il marito di Maja, il poliziotto Ante, a preparare un esame sulla Costituzione croata. La storia di tre persone molto diverse tra loro, e che, inaspettatamente e contro la loro volontà, si ritroveranno unite e dipendenti l’una dall’altra.

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Diciamolo subito: Nome di donna di Marco Tullio Giordana è un film bello e intelligente ma è, soprattutto, un film attuale. Un film che unisce una sapiente costruzione cinematografica con un misurato taglio narrativo di tipo“giornalistico”. Taglio che fa di questo film un prodotto “democratico” e di grande qualità, in grado di affrontare una tematica importante, come quella della violenza di genere, mescolando realtà e finzione, denuncia e capacità di introspezione.

Nome di donna è un perfetto women’s movie che racconta  in maniera asciutta e lineare la storia di una giovane madre che rivendica i propri diritti e la propria dignità, Nina, ben interpretata da Cristiana Capotondi. E di donne come Nina è piena l’Italia: donne molestate, subdolamente condizionate da maschi che non sono fisicamente violenti ma la cui autorità sociale diventa leva psicologica grazie alla quale subordinare e influenzare la volontà e la vita altrui. 

Una risposta chiara e intellettualmente onesta a chi, come Catherine Denevue, confonde ancora le molestie con i complimenti e a quanti come Kevin Spacey credono di potersela cavare con delle scuse pubbliche e una superficiale ammissione di responsabilità. 

Nina è una donna che decide di autodeterminarsi come madre e come lavoratrice e non accetta perciò alcun tipo di condizionamento. È una donna che ha paura di ribellarsi a un sistema sessista ed eteropatriarcale ma è, altresì, disposta ad andare fino in fondo per tutelare ciò che è suo e che nessuno può, in alcun modo, compromettere: la sua libertà e le sue scelte.

Questo film di Marco Tullio Giordana ha il pregio di spiegare, chiarire, esemplificare come sia giusto e doveroso parlare di molestie non solo in presenza di evidenti e manifesti atti di violenza fisica ma anche davanti a complesse dinamiche di soggezione all’autorità di turno, allorché la pressione, ancor prima che fisica, è dissimulatamente psicologica e limita e mortifica l’altrui modo di agire.

Nel cast del film, è necessario segnalare la presenza di grandi interpreti come Valerio Binasco, nel ruolo del direttore e molestatore seriale, Bebo Storti, avido prelato corrotto, e una grande Adriana Asti, attrice “sul viale del tramonto”, arguta confidente della giovane e smarrita protagonista.

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Il 3 marzo 2018 a Roma (ore 18:40) presso la Casa del Cinema sarà proiettato il docufilm Ottavio Mario Mai, scomparso nel 1992. Occasione, questa, per fare anche il punto della situazione su Aids/Hiv a oltre 30 anni dalla scoperta. Un evento, questo, che è patrocinato, fra l'altro, anche da Gaynet.

Per saperne di più abbiamo intervistato Giovanni Minerba, compagno d’una vita di Ottavio Mai e fondatore  con lui della rassegna cinematografica Lgbti Da Sodoma a Hollywood, oggi Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions

Giovanni, com’è nata l’iniziativa romana del 3 marzo?

Le cose belle di solito nascono per caso, quelle coincidenze che fanno bene al cuore.

Lo scorso settembre fui invitato al convegno calabrese Omofobi del mio stivale. In quella occasione ho incontrato delle persone speciali: fra queste Miki Formisano e Antonella Palmitesta, che conoscevo solo attraverso i social. Devo dire però che Miki era come l’avessi già conosciuto, perché un’amica comune, Alessandra Berni, qualche anno fa pubblicava spesso su facebook stralci di un libro, molto belli, interessanti, importanti, che poi venni a scoprire si trattava della storia di Miki.

Quell’incontro in Calabria fece scoccare la scintilla: donai a loro i due libri di e su Ottavio, di cui avevano sentito parlare ma che non conoscevano. Affascinati, dopo pochi giorni mi parlarono dell’idea di questo evento insieme ad Angelo Fioredda, dando addirittura all’iniziativa il titolo del libro su Ottavio, appunto Negli occhi il cinema nelle mani l'amore, scritto con Elsi Perino e disegnato da Mattia Surroz. Ovviamente ho accettato la proposta. Quando poi riguarda anche Ottavio, a Roma, la sua città, ancora meglio.

Com’è strutturato il docufilm su Ottavio?

Il docufilm su Ottavio, girato con Alessandro Golinelli, racconta parte della sua vita anche attraverso le testimonianze di Leo Gullotta, Gianni Vattimo, Ida Di Benedetto, Angelo Pezzana e tanti altri amici e compagni di lotte.

Ci puoi raccontare com’è nata l’idea d’una rassegna cinematografica Lgbti?

L’idea del Festival nacque per una nostra esigenza primaria. All’epoca a Torino eravamo “attivisti” nel F.U.O.R.I. e nel Partito Radicale. Amavamo il cinema: nel Fuori avevamo partecipato all’organizzazione delle prime rassegne e ovviamente quei pochi film con tematiche “froce” che si affacciavano nelle sale italiane andavamo a vederli.

Raramente ne uscivamo sodisfatti, anzi, quasi sempre delusi: ci accompagnavano forti discussioni sino a quando Ottavio non prese alla lettera una mia provocazione: Fatteli tu i film che vorresti, che ti rappresentino”.

Comprammo una telecamera Vhs e da magnifici autodidatti iniziammo a fare i nostri film: Dalla vita di Piero, girato nel 1982, fu il nostro primo, che poi ci portò in giro per vari Festival. Capimmo così che tanto cinema importante non arrivava nelle nostre sale, alla visione di tutti. Nasce perciò l’idea di proporre a Torino un Festival. Ovviamente non fu semplice: aspettammo un paio d’anni prima che arrivasse una risposta positiva. Poi arrivò un assessore “illuminato”, Marziano Marzano, che prese a cuore l’idea e partì quella magnifica avventura chiamata Da Sodoma a Hollywood, ora Lovers.

Siamo ad oltre 30 anni dalla scoperta dell’Hiv. A Roma se ne parlerà con esperti. Ma cosa significa ancor oggi, soprattutto, per le nuove generazioni: informarsi, documentare e parlare di Hiv?

Noi “vecchie ciabatte” abbiamo vissuto in maniera drammatica sotto tutti gli aspetti l’Hiv sia con la perdita di compagni, amici sia con momenti molto difficili anche nel poter parlare di questi temi: censure e autocensure hanno segnato terribilmente quei momenti iniziali. Poi abbiamo deciso di prenderla di petto ed affrontarla. L’anno scorso a quelle lotte ha dato vita il bellissimo film 120 battiti al minuto di Robin Campillo, che fra l’altro sarà ospite al prossimo Lovers.

Quel periodo, quella “passione attivista” non c’è più. Sono cambiati i tempi, le modalità per informarsi: oggi basta un click, allora era necessario il tempo, tanto tempo, per capire quello che volevano farci vivere. Voglio credere che le nuove generazioni sappiano approfittare delle opzioni che le sono state concesse per potersi vivere serenamente.

Questa iniziativa di Roma serve anche e soprattutto a loro, per sentirsi raccontare quelle che adesso sono storie di vita, la nostra passata e presente, la loro, presente e futuro.

Cosa è mutato secondo te nel cinema italiano  rispetto ai vostri inizi? 

Bisogna dire che il cinema che abbiamo fatto io e Ottavio, per vari e ovvi motivi, non ha avuto la possibilità di affacciarsi al grande pubblico. A parte Giovanni, un remake del nostro primo lavoro, che la Rai ci chiese di rifare nel 1987. Remake che vollero titolare appunto Giovanni perché ispirato alla mia storia, mandandolo poi in onda alle 19:30 e in replica per ben due volte alle 11:00 del mattino. Anche in quella occasione incontrammo a Torino un direttore Rai “illuminato”. Il nostro era un cinema di “nicchia”, per i festival, ma credo, forse posso affermarlo, che sia servito a molti, anche a registi.

Sono passati trentacinque anni da allora. È chiaro che molto è cambiato, per fortuna. Adesso ci sono autori, produttori e distributori che sui temi Lgbti ci investono volentieri. Negli anni l’esperienza di distributori come Lucky Red, Teodora, Mikado è stata importantissima. Poi, se penso a quanti no abbiamo ricevuto su progetti che avevamo scritto con Ottavio, adesso sorrido nel rivedere in altri film quello che avevamo scritto una vita fa.

Tutto questo serve ancora. Anzi, forse serve più di allora, anche perché se andiamo a guardare cosa succede in altri Paesi comunque l’Italia è sempre fra i fanalini di coda rispetto alla produzione di film su questi temi. Ad esempio, visionando i film arrivati per la selezione del prossimo Lovers Film Festival ne ho visti parecchi dal Messico, Brasile, Argentina, Israele; Italia quasi zero. Aspettando che qualcosa di più importante possa ancora succedere, romanticamente penso che, una vita fa appunto, abbiamo anche scritto la favola Da Sodoma a Hollywood.

LOCANDINA ROMA OK 

 

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Martedì 27, alle 21:00, al Cinema Massimo, la sala cinematografica del Museo nazionale del Cinema di Torino, ci sarà un pre-debutto del Lovers Film Festival – Torino Lgbtqi Visions, il più antico festival sui temi Lgbtqi d’Europa e terzo nel mondo, diretto oggi dalla giovane cineasta Irene Dionisio e presieduto dal suo fondatore Giovanni Minerba.

Infatti, insieme a Diversity, l’associazione presieduta da Francesca Vecchioni che si impegna a valorizzare l’inclusione facendo cultura contro pregiudizi e discriminazioni, Lovers presenta l’anteprima nazionale del film Puoi baciare lo sposo di Alessandro Genovesi che poi arriverà nelle sale il 1° marzo.

Alla prima, oltre a Francesca Vecchioni, Giovanni Minerba e Irene Dionisio, interverranno anche il regista Alessandro Genovesi e i protagonisti Cristiano Caccamo e Salvatore Esposito. Quest'ultimo è il “machissimo” Gennarino di Gomorra che ora interpreta, con passione poesia, la “metà” di una coppia rainbow.

PUOI BACIARE LO SPOSO

Si tratta di una pellicola per il grande pubblico scelta non a caso da Irene Dionisio come anticipazione del festival che commenta così: «Sono molto contenta che il Lovers Film Festival abbia potuto collaborare a questa anteprima perché credo sia particolarmente importante e non consueto che il regista, la produzione e il cast del film abbiano deciso di confrontarsi durante la lavorazione con un’associazione come Diversity che si batte da sempre per i diritti delle persone Lgbtqi».

Infatti, in modo praticamente inedito per l’Italia, tutti i soggetti coinvolti nella lavorazione del film hanno lavorato a stretto con contatto con lo staff dell’associazione Diversity per arrivare a un prodotto cinematografico che potesse essere veramente Lgbtqi correct.

Francesca Vecchioni, presidente di Diversity, commenta così: «Puoi baciare lo sposo, come nella migliore tradizione della commedia italiana, racconta l’evoluzione della nostra società facendo ridere e, nello stesso tempo, riflettere. La sua forza è nel linguaggio, nella capacità di parlare a tutte e tutti. Questa è anche una grande responsabilità. Il cinema forma l’immaginario collettivo e la possibilità di sensibilizzare il grande pubblico su concetti così importanti è una grandissima occasione: per combattere i pregiudizi è fondamentale che i temi dell’inclusione e della diversità diventino mainstream».

A chi è a Torino non resta che partecipare alla proiezione a ingresso gratuito. Per tutti gli altri l’appuntamento è al cinema dal 1° marzo.

Il Lovers Film Festival – Torino Lgbtqi Visions, che è giunto alla 33° edizione, si svolgerà poi a Torino dal 20 al 24 aprile, tornando nelle sue date tradizionali.

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In occasione dell'evento Incontro con il cinema sardo a Roma, che si terrà domani presso il Cinema Trevi a partire dalle ore 17:00, abbiamo intervistato Giovanni Coda. Cagliaritano di nascita, è un regista cinematografico e fotografo con molti anni di attività nelle arti visive. Senza contare i diversi premi ottenuti attraverso la partecipazione a numerosi festival nazionali e internazionali.

Giovanni, qual è il significato della kermesse di domani? 

Questa giornata di sabato 17 Febbraio si inserisce in un percorso consolidato di incontri organizzati dall'associazione Il Gremio in collaborazione con la cineteca nazionale e altre realtà associative. Percorso teso a promuovere il cinema e gli autori della mia terra. È un'occasione di incontro con la città e di promozione del mio lavoro che viene distribuito, prevalentemente, nei circuiti festivalieri.

Domani alcuni tuoi lavori cinematografici quali Il Rosa Nudo, Bullied to Death e infine Xavier saranno proiettati al cinema Trevi. Quale è, se c'è, il filo rosso che unisce queste tre opere? 

Il Rosa Nudo e Bullied to Death sono i primi due capitoli di tre dedicati alla violenza. Il primo film è ispirato alla vita di Pierre Seel, deportato omosessuale durane la seconda guerra mondiale. Bullied to Death è invece ispirato alla triste storia di Jamey Rodemayer e tratta il tema del bullismo a sfondo omofobo. Xavier è dedicato alla figura di Xavier Jugéle, il poliziotto gay deceduto durante l'attentato terroristico dello scorso aprile a Parigi. 

Viste le tematiche affrontate, oltre alle persone Lgbti a chi consiglieresti di venire al Cinema Trevi per vedere le tue opere?

Il mio pubblico è più eterogeneo di quanto si possa immaginare. I miei film sono stati proiettati in tanti istituti scolastici e in parecchie università in particolare all'estero. Sono opere "diverse" dal taglio documentaristico che si fonda in un clima più performativo che di finzione. È una modalità nuova di intendere il cinema Lgbti, che tra l'altro, in Italia, è in grande difficoltà (proattivamente parlando).

L'evento è in collaborazione con la Cineteca Nazionale e altre Associazioni. Per diffondere cultura antidiscriminatoria e sensibilizzare a temi come quelli da te tratttati quanto è importate fare rete?

È importantissimo, indispensabile ormai. Attraverso i social media interagisco con centinaia di persone in contemporanea, molti dei quali sono amici che a loro volta sostengono e promuovono il mio pensiero, il mio lavoro.

Ognuno di noi è il prodotto delle proprie radici culturali, familiari, storiche. Artisticamente parlando, quali sono le tue? E a quali di queste radici devi maggiore riconoscenza per ciò che sei oggi?

Le mie radici come artista (e come uomo) affondano nel terreno della formazione. Arrivo dalla vitalità dei "circoli del cinema" degli anni '80 e '90 passando per maestri quali Aldo Braibanti, Oscar Manesi, Mario Merlino, Peter Greenaway, Gianni Toti, Giovanni Minerba. Recentemente devo molto alla proficua frequentazione con il performer milanese Dino Cataldo Meo per giungere ai miei studi fotografici nel prestigioso Ideep di Barcellona. Il mio cinema è il prodotto di un innesto di anime varie e varie arti.

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Scritto e diretto dal regista francese Robin Campillo, 120 battiti al minuto è uscito, il 5 ottobre scorso, in Italia, nelle cui sale è stato distribuito da Teodora Film. Non senza un’ondata di polemiche per il divieto ai minori di 14 anni imposto dalla commissione di censura del Mibact (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo).

Ma reazioni alla pellicola, vincitrice del Gran Prix speciale della Giuria e della Queer Palm a Cannes, si sono registrate anche in altri Paesi. Solo domenica 4 febbraio a Bucarest manifestanti ultranazionalisti ne interrompevano la proiezione al grido La Romania non è Sodoma.

Ma 120 battiti al minuto è uno di quei film che, al dire di Pedro Almodovar si ama « dal primo minuto sino all’ultimo. Non mi sarebbe potuto piacere di più. Campillo ha raccontato storie di eroi veri che hanno salvato molte vite».

E da pochi giorni la pellicola, che narra dell’attività di Act-Up Paris nei primi anni ’90 del secolo scorso per combattere l’indifferenza nei riguardi delle vittime dell’Aids e le idee stereoripate contro le stesse, è finalmente disponibile in Dvd e Blu Ray (su CG Entertainment) e in digital download su (iTunes, Google Play, Youtube, Chili, Rakuten Tv, Infinity).

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Chiamami col tuo nome, la pluricandidata pellicola di Guadagnino ai premi Oscar, finisce nel mirino della stampa statunitense con l'accusa di esaltare gli abusi sessuali. Secondo Cheyenne Montgomery - come riportato nella sezione Opinion del Boston Globe - il film, pur presentando un’abile regia e una splendida fotografia, è in realtà un’esaltazione della predazione di un adulto nei riguardi d’un adolescente. È percio, a suo parere, «immorale e pericoloso».

Professoressa di biologia a Portland dove vive con sua moglie Amy e tre figli nati da un precedente matrimonio, Cheyenne sottolinea come i critici tocchino il «problematico divario di età» tra il 17enne Elio e il 24enne Oliver (rispettivamente interpretati da Timothée Chalamet e Armie Hammer) ma finiscano poi per minimizzarlo e profondersi in elogi.

Non si tratterebbe quindi assolutamente di «un trionfo erotico» o di «una meraviglia romantica» contrariamente dalle valutazioni di alcuni giornali. Chiamami col tuo nome  «non parla - secondo Montgomery - di un uomo più anziano e uno più giovane. Falsa una relazione di sfruttamento tra un adulto e un adolescente. Queste relazioni manipolative causano danni duraturi, come so per esperienza personale».

E, paragonandosi a Elio che, sdraiato sulle ginocchia dei genitori in un pomeriggio piovoso, crede di essere un adulto autonomo ma in realtà non lo è, Cheyenne narra di sé quando a 15 anni inizia a studiare a Wallingford presso il Choate Rosemary Hall. Il prestigioso college privato misto, cioè, che ha annoverato tra i suoi allievi nomi dal calibro, ad esempio, di John Fitzgerald Kennedy, Michael Douglas, Glenn Glose, Paul Giamatti. E che, lo scorso anno, è stato travolto da un’inchiesta giornalistica su studenti, vittime di numerosi abusi sessuali tra il 1960 e il 2010.

Cheyenne parla dell’incontro, avvenuto in quel primo anno di permanenza al Choate (1989), con  l’allora 27enne Angus Mairs, professore di matematica e assistente di dormitorio. Tra i due s’instaura un rapporto confidenziale che spinge Cheyenne, dopo ripetute domande del docente, a rivelargli di essere stata più volte sessualmente molestata in famiglia.

Una confessione che, anziché spingere l'insegnante a denunciare gli abusi, lo porta a stringersi sempre più confidenzialmente a Cheyenne fino a quando i due avviano una relazione. Relazione continuata anche dopo che l’adolescente perde la propria verginità durante un campeggio estivo e terminata solo con la fine della docenza di Mairs al Choate. Anche se invitata da questi a non dire nulla a nessuno, Cheyenne si confida con Björn Runquist, 43enne professore di francese e nuovo assistente di dormitorio. Fra i due s’instaura une relazione sessuale simile a quella precedente.

La propria esperienza è paragonata da Cheyenne Montgomery sul Global Post con quella del protagonista di Chiamami col tuo nome: «Un Elio della vita reale – scrive la donna che sta preparando un libro autobiografico –  molto probabilmente soffrirebbe di depressione e potrebbe anche diventare un suicida».

Il film di Guadagnino potrebbe perciò, secondo Montgomery, «causare danni reali normalizzando questo tipo di conquista sessuale. Potrebbe essere particolarmente dannoso per i giovani della comunità Lgbt, che sono già ad alto rischio di depressione e suicidio». 

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A un giorno soltanto dalla distribuzione nelle sale del film ozpetekiano Napoli Velata non è possibile non ripensare alle dichiarazioni del regista turco, che si è detto contrario all’utilizzo della parola gay e vicino alle relative posizioni concettuali di Stefano Gabbana.

Di primo acchito ci si potrebbe stupire del fatto che sia proprio Ozpetek, narratore di storie a tematica Lgbt nella propria produzione cinematografica, a esprimere slogan reazionari nonché improntati a omofobia interiorizzata.

E invece no. Ferzan Ozpetek - come Stefano Gabbana - non hanno nessun interesse per la militanza e l'impegno civile. Forse perché avviluppati in quel lusso e successo in cui si svolge la loro esistenza. Un’esistenza lontana anni luce dalla quotidianità, tutt’altro che dorata, cui deve far fronte la quasi totalità delle persone Lgbti.

D'altronde, proprio rileggendo le affermazioni di Gabbana e Ozpetek, non è possibile non ripensare alla risposta – data, qualche anno fa, allo scrivente – di un regista teatrale (con alle spalle un’ampia esperienza lavorativa in Rai) piuttosto noto in Campania. Nonostante fosse (e sia) manifestamente omosessuale, questi vantava ostentatamente la propria lontananza da eventi culturali interessanti le persone Lgbti col ripetere: Ho sempre vissuto serenamente la mia sessualità nei salotti che ho frequentato e continuo a frequentare.

Ecco, è in tali "salotti" da ravvisare chiave di volta della questione. Gabbana e Ozpetek, esattamente come il regista campano succitato, pensano solo ai "loro salotti": luoghi, cioè, di autorappresentazione di una borghesia menefreghista e conformista, arricchitasi in vario modo negli ultimi quarant'anni.

"Salotti" in cui si muovono omosessuali velati, il cui coming out è consentito - a bassa voce - nel chiuso di una dimensione sostanzialmente privata, in grado di riassorbire come "eccezione" un diverso orientamento sessuale e perfino una relazione (basta non chiamare marito il proprio compagno, come orgogliosamente ha tenuto a ribadire Ozpetek).

E così posizioni, fatte passare quali consentanee ad aneliti libertari (ma in realtà tali solo in apparenza), dopo aver visto in Stefano Gabbana un acceso paladino, trovano una loro nuova Giovanna d’Arco in Ferzan Ozpetek. In quel regista omosessuale, cioè, che ha costruito la sua fortuna sui sentimenti e sulle storie delle persone gay disconoscendone però i diritti in nome di personali privilegi borghesi.

Ma del resto ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da chi ha sempre rifiutato di esporsi apertamente contro il regime liberticida di Erdogan?

E, allora, #BoycottFerzanOzpetek

#BoycottFerzanOzpetek anche perché, a differenza di quanto ci fa intendere il banale titolo del suo ultimo film (con un chiaro quanto malinteso riferimento all’effigie marmorea del Sammartino), Napoli non è affatto una città velata

Ma, al contrario, una delle città più gay-friendly d'Italia: con i suoi femminielli che vivono le strade di Partenope senza alcun problema, con la sua comunità trans allegra e numerosissima, con le sue lotte e i suoi militanti sempre presenti e sempre fieri di essere quel che sono.

 

 

 

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