Intellettuale controcorrente. Figura di spicco del movimento liberazione omosessuale italiano. Componente del Mit, Valérie Taccarelli è stata anche la musa di Alfredo Cohen, che in suo onore scrisse il brano Valery. Poi trasformato da Franco Battiato nel celebre Alexanderplatz. Nel Transgender Day of Remembrance l’attivista per i diritti Lgbti ripercorre per Gaynews la genesi d’una canzone divenuta famosa in tutto il mondo grazie all’interpretazione di Milva.

 

Conobbi Alfredo Cohen nel 1977 a Napoli in occasione del suo recital Come barchette dentro un tram. Sapevo benissimo chi fosse: era uno dei fondatori del F.U.O.R.I. Quindi un mio idolo, un mio padre al quale ero grata.

Avevo 15 anni quando lui cominciò a prendersi cura di me, a proteggermi come una figlio/a. L'anno dopo mi fece andare da lui a Roma. Continuavo a girovagare: Bologna, Napoli, Roma. La sua casa in Via della Pace era al quanto disordinata. Iniziai quindi a prendermene cura e lui mi descrisse così: Ti piace di più lavare i piatti poi startene in disparte come vera principessa che aspetta all'angolo come Marlene. Fu allora, infatti, che scrisse Valery. Brano che, musicato da Battiato e Pio, fu inciso sul lato a dell’omonimo 45, il cui lato b fu costituito da Roma. Canzone, questa, bellissima dedicata alla città eterna e a Pier Paolo Pasolini

A onor del vero Valery non ebbe molto successo. Battiato, poi, nel 1981 scrisse un lp per la “pantera di Goro” dal titolo Milva e dintorni, il primo d'una trilogia. Chiese allora ad Alfredo di poter usare Valery, informandolo però che avrebbe cambiato titolo e ritornello.

Alfredo, prima di dire sì, venne a trovarmi a Napoli per chiedermi di dare il brano a Battiato. Io ero ricoverata in ospedale in quel momento. Con me il quel momento c'era il mio "fidanzato" d'allora, che potrebbe testimoniarlo. Alfredo mi spiegò i cambiamenti.  

Io dissi subito sì, aggiungendo che sarei stata onorata che la Divina Milva cantasse la mia canzone. Ecco com’è nata la canzone Alexanderplatz. Milva ne ha poi fatto un suo cavallo di battaglia, portandola in mezzo mondo, cantandola e incidendola in molte lingue.

Ascolta il brano originale Valery

 

 

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Il caso Braibanti è stato, senza dubbio, uno dei casi giudiziari più clamorosi e drammatici degli anni ’60 del secolo scorso nel nostro Paese. E ha lasciato una ferita mai sanata nell’immaginario collettivo delle persone omosessuali.

Aldo Braibanti (1922-2014), filosofo, poeta, naturalista ed ex partigiano, nel 1964 fu accusato di aver plagiato il 21enne Giovanni Sanfratello. In realtà il giovane, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, aveva deciso di seguire i propri desideri ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo dalla “seduzione” che avrebbe subito e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio.

Dalle colonne dei maggiori quotidiani Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco Pannella, Cesare Musatti e Dacia Maraini si mobilitarono con trasporto a favore di Braibanti ma i loro appelli, come quelli di molti altri, restarono del tutto inascoltati. Il processo si concluse nel 1968 con la condanna per Braibanti per un reato dichiarato poi incostituzionale nel 1981.

Negli ultimi anni Il caso Braibanti, ricostruito da Massimiliano Palmese con documenti d’archivio, lettere e testimonianze, è diventato una pièce di successo diretta da Giuseppe Marini.

Dal 9 al 19 Novembre Il caso Braibanti, spettacolo nato diversi anni fa all’interno della rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale, ideata da Rodolfo Di Giammarco, torna a Roma nel nuovissimo Spazio 18b della Garbatella (via Rosa Raimondi Garibaldi, 18b).

Nei panni dei due protagonisti Fabio Bussotti e Mauro Conte che sono sempre in scena con il musicista Mauro Verrone e, sempre secondo il disegno registico, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali.

«Il caso Braibanti desterebbe ancora scalpore perché parliamo di un vero e proprio processo farsa – dichiara il regista Giuseppe Marini in una recente intervista radiofonica –. Chi verrà a teatro vedrà e ascolterà le dichiarazioni veramente risibili di periti venduti: ci sono perizie psichiatriche allucinanti, inventate di sana pianta, e non bisogna dimenticare che si tratta di una tragedia che rovinò la vita di un uomo e di un ragazzo per sempre. Nonostante l’appoggio dei più grandi intellettuali del tempo, ad Aldo Braibanti fu comminata una pena di nove anni  e, cosa ancora peggiore, Giovanni Sanfratello fu sottoposto ad atroci trattamenti con elettroshock e coma insulinico».

«Se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili – aggiunge Massimiliano Palmese - e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che Il caso Braibanti non è pagina del passato ma storia presente, che può e deve, ancora, farci sussultare». 

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Sabato 21 ottobre a Firenze, nella modernissima struttura del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino di Piazza Gui, si è inaugurata con un vernissage a inviti la prima grande mostra dedicata a Paolo Poli, genio dello spettacolo italiano scomparso da poco più di un anno. Realizzata in collaborazione con il Mibact, il Comune di Firenze e il Maggio Musicale Fiorentino, la mostra-album è curata dal critico teatrale Rodolfo di Giammarco e dal compositore Andrea Farri, nipote di Paolo Poli.

Ed è proprio il curatore Rodolfo di Giammarco a proporre, durante la breve presentazione del vernissage, un paragone suggestivo tra Paolo Poli e David Bowie sottolineandone la similarità del sorriso, prova inconfutabile di un medesimo "linguaggio dell'identità". Articolata in 40 monitor come fossero 40 quadri viventi e tecnologici, che restituiscono ai visitatori momenti teatrali ed estratti della storia della carriera di Paolo Poli, la mostra presenta un allestimento davvero contemporaneo che consente al visitatore di percorrere una piacevole maratona lungo l'intera carriera del grande artista fiorentino.

Nel corso della presentazione della mostra, icoordinata dal responsabile della comunicazione del Teatro del Maggio Musicale, Paolo Klun, ha preso la parola anche il sindaco di Firenze Dario Nardella, che, salutando il direttore di Gaynews Franco Grillini seduto in prima fila, ha ricordato l'importanza di Poli anche nell'azione di scardinamento di pregiudizi e stereotipi.

Interessante anche la testimonianza del musicista Stefano Bollani che ha ricordato l'eccezionale personalità del grande artista: "Paolo Poli era uno che faceva esattamente quello che voleva fare - ha sottolineato Bollani -. Non faceva nulla per rompere le scatole, faceva quello che voleva fare senza pensare a quello che bisognava o non bisognava fare"

“Questa è la prima grande mostra dedicata a Paolo a Firenze, e la scelta della città non è casuale - dichiara per Gaynews Lucia Poli - e la particolarità è che tutto il materiale è stato digitalizzato ed è possibile vederlo nel quaranta monitor del percorso. Paolo è stato una grande personalità perché scandalizzava e veniva prima dei suoi tempi. Ha fatto Santa Rita a teatro e, all’epoca, c'è stata un'interpellanza parlamentare. Ha precorso i tempi e molti l'hanno imitato ma non si può imitare Paolo Poli perché lui aveva mille maschere. Dice Nietzsche, se le illusioni e le maschere ci consentono di vivere, liberiamo tutte le illusioni e indossiamo tutte le maschere e lui l'ha fatto"

“Paolo Poli era un maestro e come molti maestri non lascia dietro di sè nessuno. Era unico e non può essere sostituito - aggiunge lo scrittore Stefano Benni, ospite dell'inaugurazione della mostra - questa mostra serve a non dimenticarlo perché non c'è un altro Paolo Poli".

Sarà possibile visitare la mostra “Paolo Poli è…” fino al 6 gennaio 2018 presso il Teatro del Maggio Musicale Fiiorentino, in piazza Vittorio Gui, 1 a Firenze.

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Si è tenuta stamane a Napoli, presso la Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, la conferenza stampa della IX° edizione di Poetè. Ideata da un fine intellettuale quale Claudio Finelli, responsabile d’Arcigay Nazionale per la Cultura, firma de Le Monde Diplomatique e principale collaboratore di Gaynews, la rassegna si è imposta negli anni come uno dei principali eventi letterari partenopei. Con una prospettiva inconfondibile. Quella cioè di presentare la cultura come via maestra nell’abbattimento delle barriere delle discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

Patrocinata moralmente dalla Regione Campania, dalla Città Metropolitana di Napoli e dal Comune di Napoli, la IX° edizione di Poetè conta sul supporto di diverse associazioni e attori sociali quali Arcigay Napoli, Arcigay Campania, Arcigay Salerno, Coordinamento Campania Rainbow, Lalineascritta, Napoligaypress, Nps, Associazione VoloLibero, Fondazione Genere identità Cultura e Osservatorio Lgbti. Da quest’anno si aggiunge anche quello di Gaynews, la storica testata Lgbti fondata nel 1998 da Franco Grillini, e di Senza Linea, magazine particolarmente attento alla città di Napoli. A dare poi un ulteriore tocco di classe la cura artistica di Luciano Correale, che ha realizzato per la nuova edizione un  progetto grafico di tutto rispetto.

Sede degli appuntamenti da ottobre a maggio 2018 saranno al solito le eleganti sale del Chiaja Hotel De Charme, messe a disposizione dall’imprenditore nonché patron della manifestazione Pietro Fusella. Con la sola eccezione della serata inaugurale del 20 ottobre che avrà luogo al Decumani Hotel De Charme e sarà costituita dalla presentazione del libro postumo di Stefano Fusella Nella mente e nell’anima.

Tanti gli autori che presenteranno le proprie opere edite nel corso dell’anno o in via di pubblicazione: Franco Buffoni, Dario Accolla, Mariano Lamberti, Adriana Pannitteri, Antonello Dose, Paolo Costa, Valentina Lattanzio, Brian Marshall, Bruno Casini, Giovanni Lucchese, Lorenzo Fiorito, Costanzo Ioni, Lina Sanniti, Francesco Lepore, Placido Seminara Battiato di Lampedusa, Antonella Cilento, Antonella Ossorio, Eleonora Tarabella, Paolo Ciufici, Vincenzo Restivo, Carles Cortes, Giuseppe Taddeo, Eduardo Paola, Carlo Kik Misaki Ditto, Sandro De Fazi, Luca Baldoni.

Non senza uno speciale TdoR, fissato per il 23 novembre, che vedrà la presentazione dell’Adattamento italiano delle linee guida per la pratica psicologica per persone transgender e gender nonconforming dell’American Psychological Association a cura di P. Valerio, V. Bochicchio, F. Mezza, A. Amodeo, R. Vitelli e C. Scandurra. 

Raggiunto telefonicamente al termine della conferenza stampa, Claudio Finelli ha dichiarato: «Il claim di Poetè, IX edizione, è Armiamoci d'Amore. Un claim ossimorico che nasce all'indomani delle drammatiche vicende di cronaca che hanno funestato l'estate (su tutti il caso dell'omicidio di Vincenzo Ruggiero). Infatti sembra evidente che, mentre ancora festeggiamo i progressi di una società che si evolve, dobbiamo però registrare un complessivo imbarbarimento della società e delle relazioni.

Contro questa barbarie unico antidoto possono essere la cultura, l'incontro e il confronto, quello autentico tra le persone. I sentimenti. L'umanità».

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Si è inaugurata il 1 settembre a Milano presso la Biblioteca Sormani (fino al 16 settembre dal lunedì al sabato dalle 9:00 alle 19.30) la mostra Queeriodicals. Editoria periodica Lgbt dal 1870 ad oggi. L’esposizione, che presenta una selezione di cento rari periodici Lgbt internazionali dalla collezione privata di Luca Locati Luciani, è stata aperta da un convegno sull’editoria periodica, sul collezionismo e gli archivi Lgbt, che ha visto la partecipazione di Marco Albertini, Luca Locati Luciani, Giovanni Dall’Orto, Sara De Giovanni, Felix Cossolo, Giovanbattista Brambilla, Franco Grillini. La registrazione audio video del convegno è stata curata da Radio Radicale ed è disponibile a questo link.

La mostra, che ha il merito di essere la prima esposizione di documenti storici Lgbt all’interno di un’istituzione culturale pubblica milanese, propone, attraverso un’accurata selezione dei materiali in mostra, una panoramica dell’editoria periodica che ha contribuito a creare una comunità, rafforzandone l’identità e promuovendone visibilità e consapevolezza. La preziosa collezione di Locati Luciani si presenta dunque come un omaggio a tutte quelle persone, lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, veri e propri pionieri che hanno sfidato le convenzioni sociali e le leggi repressive del tempo trovando il coraggio di esprimersi ed assumere una voce pubblica riflettendo sulla loro condizione attraverso queste pubblicazioni.

Le splendide immagini delle copertine ci accompagnano in un percorso visivo attraverso costumi sessuali, desideri, immaginari erotici ed ideali estetici di una comunità. Dalle serissime riviste scientifiche pre-omofile ottocentesche ai periodici tedeschi e francesi degli anni ‘20 con le prime immagini di nudo maschile, fino ad arrivare alle riviste americane degli anni ’50 del Novecento che, con il pretesto di offrire modelli per gli artisti, pubblicavano immagini di muscolosi uomini seminudi. In mostra anche, le bellissime riviste prodotte dalla comunità lesbica internazionale e quelle frutto del grande attivismo politico post Stonewall, comprese le pubblicazioni che hanno fatto la storia dell’editoria periodica Lgbt italiana, dal primo numero di Fuori!, organo di informazione del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano del 1977, a Lambda, Homo e La Pagina Frocia di Lotta continua, fino alle più recenti Babilonia, Towanda e Pride, l’unica rivista Lgbt ancora pubblicata in Italia.

Per conoscere meglio la genesi del progetto espositivo, abbiamo incontrato alla Biblioteca Sormani una guida di eccezione, il collezionista Luca Locati Luciani.

Innanzitutto: come hai iniziato a collezionare materiali Lgbt?

In pratica è da quando ero soltanto un bambino che ho un po' il tarlo del collezionismo. Ho iniziato con monete straniere, che mi portava mio padre al ritorno da suoi viaggi in giro per il mondo, per poi passare a minerali e pietre, francobolli, e infine vecchi libri. All'inizio però il mio interesse era soprattutto rivolto ai libri con illustrazioni macabro-orrorifiche, campo vastissimo che può comprendere testi di demonologia del XVII° secolo o volumi illustrati da artisti della corrente simbolista di fine Ottocento inizi del Novecento. Tutti testi che, ahimè, hanno quotazioni sul mercato antiquario piuttosto alte; mi ritrovavo quindi a fare vere e proprie follie pur di avere un libro agognato, arrivando persino a pagarlo a rate. Decisi così di dare uno stop a questa passione un po' troppo al di sopra dei miei mezzi, e scoprii con piacere che nei mercatini dell'usato si potevano trovare vecchi testi di saggistica e narrativa Lgbt a cifre abbordabili. Questo circa vent'anni fa: di acqua, o meglio di carta sotto i ponti ne è passata tanta, e ora mi ritrovo la casa invasa da libri, riviste, volantini che testimoniano il lungo percorso che gay, lesbiche, bisessuali e transgender  hanno fatto e continuano a fare per ottenere diritti negati e per abbattere stereotipi e pregiudizi nei loro confronti.

Quali materiali prediligi raccogliere e quale il pezzo acquistato che ti ha emozionato di più?

Forse non posso definirmi un bibliofilo in senso stretto, perché sono molto interessato all'iconografia, e quindi non colleziono solo libri, ma qualsiasi tipo di materiale che possa contenere almeno un'illustrazione o un'immagine fotografica: ad esempio ho centinaia di scatolette di fiammiferi provenienti da vecchi locali gay, tutte abbellite con un disegno o con il logo del locale. Un'altra mia passione è la pornografia gay d'antan: ho vari libri antichi con illustrazioni pornografiche, ma anche cartoline osé, e disegni amatoriali, che rappresentano un prezioso documento di come l'iconografia omoerotica riuscisse a circolare in epoche in cui ancora si pensava che l'omosessualità fosse una degenerazione da punire in maniera esemplare. Ogni pezzo che ho trovato mi ha emozionato e continua a farlo, ma ce n'è uno a cui sono particolarmente legato: è un album fotografico di provenienza statunitense, databile intorno alla fine degli anni Venti del secolo scorso. Dentro ci sono decine di foto di un ragazzo in abiti femminili, che gioca con l'obiettivo posando in modo inequivocabilmente camp. Insieme a questi scatti, ce ne sono altri dello stesso giovane assieme ad altri uomini; con alcuni di questi è abbracciato teneramente, con altri invece si bacia appassionatamente, e sotto ad alcune foto sono scritte dolci parole d'amore. Ogni foto trasuda voglia di vivere, e mi fa impressione pensare che all'epoca magari questa stessa persona abbia affidato a un album un vissuto, delle emozioni che nella vita quotidiana forse teneva nascosti. Ecco, mi emozionano di più oggetti quotidiani come questo di qualsiasi altra cosa, persino di grandi classici della letteratura Lgbt.

Quale o quali pezzi in mostra ritieni più importanti e significativi?

Ce ne sono molti, ma due in particolare credo siano di un certo interesse. Il primo è un volume pubblicato nel 1896 con tutti i numeri dell'Archivio delle psicopatie sessuali, periodico fondato nello stesso anno dal napoletano Pasquale Penta, con lo scopo di rimuovere pregiudizi su quelle che all'epoca erano ancora considerate, appunto, psicopatie sessuali, omosessualità compresa. Letto oggi forse potrebbe fare un po' storcere il naso, ma all'epoca fu una rivista piuttosto unica nel suo genere.

Il secondo pezzo invece è la rivista francese Inversions, il secondo periodico pre-omofilo mai uscito in Francia, fondato a Parigi da Gustave-Léon Beyria, Gaston-Ernest Lestrade e Adolphe Zahnd. Il primo numero uscì il 15 novembre 1924, mentre a partire dall'aprile del 1925 il nome fu cambiato in L'Amitié. In realtà la scelta di cambiare il nome derivava dal tentativo di salvare il periodico da un'inchiesta per "oltraggio al pudore" in cui era coinvolto. Purtroppo uscì solo un numero con questo nome; il 20 marzo 1926 Beyria e Lestrade furono condannati, per "oltraggio al pudore" e "propaganda di metodi anticoncezionali", a una pena di tre mesi di prigione ciascuno. La cosa curiosa di questa rivista, però, è anche che i tre fondatori non erano appartenenti ad alcun milieu intellettuale parigino, e svolgevano lavori piuttosto comuni, rendendo questa esperienza editoriale assolutamente particolare e coraggiosa.

Che rapporto hai con altri collezionisti o archivi Lgbt?

Sono in contatto con vari collezionisti ed archivi, in Italia e nel resto del mondo. È un modo per accrescere la conoscenza reciproca in questo settore di ricerca e collezionismo, attraverso scambi di informazioni su libri in uscita, mostre, scoperte bibliografiche. Colgo l'occasione per dire che sto creando presso il Centro di Documentazione Cassero Lgbt Center un fondo dedicato ad un amico ed attivista scomparso a gennaio, Alessandro Rizzo Lari. È una cosa che ho deciso di fare per tenere viva la memoria di una persona a me cara, e che mi coinvolge emotivamente.

Cosa pensi si possa fare per valorizzare la storia Lgbt italiana e per fare in modo che iniziative come Queeriodicals siano di più nel nostro paese?

Credo occorra una rete di contatti più stretta tra i vari collezionisti e archivi Lgbt, per fare in modo che si possano creare collaborazioni per futuri eventi e, magari, cataloghi online condivisi, così da poter facilitare il lavoro di ricerca di saggisti e studenti. Per quanto riguarda invece il poter ripetere eventi come Queeriodicals, credo che una certa capacità di portare a termine progetti senza perdersi nel percorso sia necessaria, ma va detto che non sono eventi a costo zero, e qualora non ci fosse possibilità di autofinanziarsi, una richiesta di finanziamenti esterni è necessaria. Ad esempio fare una mostra con catalogo ha un certo costo, ma potrebbe essere un modo per storicizzare ulteriormente l'evento, e rendere fruibile il materiale esposto anche a mostra finita: io ho avuto poco tempo per organizzarmi e riuscire a trovare fondi per fare un catalogo della mia mostra, e un po' mi dispiace. Spero in futuro ce ne siano altre, organizzate da chicchessia, fatte in modo ancora più completo.

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Classe 1984, il pugliese Christian Moretti ha ricevuto la nomination per il premio Volunteer/Activist nell’ambito dell’ottava edizione dei GALAs Awards. La cerimonia d’assegnazione dei massimi riconoscimenti Lgbti irlandesi avverà il 21 ottobre a Dublino. Christian è molto conosciuto e apprezzato nella collettività arcobaleno del Paese Verde, dove vive da anni e insegna italiano e spagnolo. Nel 2016 è stato eletto Mr Gay Limerick – contea in cui abita – e il 4 marzo scorsco si è piazzato al secondo posto di Mr Gay Ireland.

È inoltre autore dei romanzi Che morte non vi separi - Fuoco sulla mia carne (Europa Edizioni, Roma 2015), L’Attesa delle Isole (Croce, Roma 2016) e dell’interessante saggio in lingua inglese Glory is for the Vain, Fight is for the Brave su la necessità e l’importanza di essere attivisti. L’opera analizza diverse tematiche importanti che vanno dalla discriminazione al bullismo, dalla violenza contro le donne al sistema educativo, dall’uguaglianza sociale all’importanza dei Pride (con la relativa discussione se sfilare "sobriamente" o meno) fino ai temi dell'Aids, della salute mentale e della necessità di combattere insieme. L’opera, nel complesso, tende a demitizzare i concorsi di Mr Gay come inutili manifestazioni di bellezza.

A fine mese lo scrittore pubblicherà, invece, con la casa editrice digitale goWare (nella collana Lgbti curata da Luigi Carrino) il récit Bravo, ragazzo incentrato sul tema del Bdsm.

Raggiunto telefonicamente, Christian Moretti ne ha spiegato così la trama: «Hunter è un professore di Storia ed Ethan è un suo allievo dell’ultimo anno: i due hanno una relazione Bdsm. Hunter è mosso dalla sua sete di dominare l’altro. Come padrone infligge a Ethan punizioni e torture piacevoli. Come schiavo Ethan soddisfa il suo desiderio di ricevere dolore per far felice Hunter e provare emozioni sempre più forti. Il dolore che i due si infliggono è proporzionale al piacere che scontano quotidianamente.

Non c’è scandalo per il modo di vivere la loro sessualità. Lo scandalo, semmai, è nella forma di amore autentica che ha assunto il loro rapporto. C’è un patto implicito tra master e slave: il padrone deve avere cura del suo schiavo, capire il limite dove fermarsi. Ma tra di loro si inserisce Kieran e sarà lui a superare questo limite»

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Da qualche mese Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista tradotto in varie lingue e vincitore di diversi prestigiosi riconoscimenti letterari - tra cui il Premio Viareggio per l’opera poetica Jucci (2014) - ha pubblicato per l’editore Manni Personae, suo esordio nella scrittura per il teatro.

Personae, dramma in cinque atti e un prologo, è un’opera unica nel suo genere dacché, essendo scritto in versi, pur conservando una sua peculiare tensione drammatica e narrativa, può essere letto anche come l’ultimo libro di poesie di uno dei più importanti poeti dei nostri tempi.

La storia si svolge nello spazio lirico e immaginario di una casuale sospensione della morte: infatti i quattro personaggi, rimasti uccisi in un attentato terroristico che sembra evocare la recente esperienza del Bataclan, tornano inaspettatamente in vita grazie al lapsus di un cronista televisivo. I pochi secondi, che separano il lapsus dalla conseguente rettifica, diventano lo spazio, dilatato e irreale, in cui si incontrano e si confrontano quattro diversi modelli esistenziali. Quattro prototipi d’umanità, ciascuno con le proprie credenze, le proprie scelte, i propri modelli culturali e il proprio modo di vivere l’amore e il desiderio, la vita di coppia e la genitorialità.

Franco, con Personae ti sei cimentato per la prima volta nella scrittura per il teatro. Come hai vissuto quest’esperienza?

In realtà ho frequentato molto il teatro nella mia vita: ho tradotto molto teatro, ho seguito i corsi di Orazio Costa Giovangigli e ho perfino recitato quando vivevo in Inghilterra.

Questa di Personae però è la prima opera che scrivo per il teatro anche se in versi. La voglia di scrivere per il teatro è nata anche dal fatto che ero arrivato a uno stadio di saturazione con l’io lirico di Franco Buffoni. Certo, qualcuno potrebbe pensare che scrivendo per il teatro io abbia solo moltiplicato il mio io lirico, calandolo all’interno di ciascun personaggio. Il pericolo c’era ma credo di averlo eluso, dando vita a quattro personaggi molto diversi tra loro, che ritengo importanti perché riportano punti di vista estremamente differenti. Però si tratta anche di un libro di poesia ed è fruibile anche come tale.

Lo spazio in cui è ambientata la storia è molto particolare…

Sì, perché si tratta di uno spazio sospeso che traduce perfettamente il senso di disagio. I personaggi di Personae sono prigionieri di un luogo fisico e di loro stessi perché sono personaggi del nostro tempo.  E sono anche dei ritornanti. Perché sono intrappolati nello spazio, in realtà brevissimo, che intercorre tra il lapsus di un giornalista televisivo che ne annuncia la morte “non grave”, mentre racconta il tragico attentato in cui sono rimasti coinvolti, e la successiva e tempestiva rettifica. Ecco perché i personaggi di Personae sono dei già morti che si comportano per l’ultima volta da vivi.

Ci illustri i personaggi di “Personae”?

Dunque. C’è una coppia gay formata da Narzis, professore di filosofia alsaziano, e suo marito Endy, un tecnico informatico ed ex operaio. La coppia ha due figli avuti con gpa. I nomi sono emblematici, perché Narzis richiama il romanzo di Hesse Narciso e Boccadoro e Narciso/Narzis ha in sé il narcos cioè la capacità di fare propri gli altri, ricorrendo alla virtù dialettica. Endy, invece, evoca con il suo nome il mito di Endimione, fonte di miele, legato a Saffo e anche a Keats.

Poi c’è Inigo, prete lefebvriano, che vive in una confraternita dedicata a Venner, l’uomo che si suicidò a Parigi il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay. Ovviamente Inigo rimanda alla figura di Ignazio da Loyola, il religioso che fondò la Compagnia di Gesù. Infine c’è Veronika, biologa di origini ucraine, il cui nome rimanda al velo della Veronica, cioè alla vera icona del Cristo ma anche a Berenice, nome greco della forma latinizzata Veronica, che vuol dire “portatrice di vittoria”.  

La coppia gay, formata da Narzis ed Endy, è certamente il nucleo positivo della vicenda ed è comunque attraversata da un interessante contraddittorio. Il prete lefebvriano è un personaggio che vive in un clima di condanna costante, un tipo di ambiente che ho conosciuto bene. Veronika è un personaggio ferito nell’amore e nell’orgoglio che rivede in Endy i tratti e le caratteristiche del suo “sposo mancato”.

Nel complesso direi che è anche un libro sulla morte perché la morte ha uno spazio importante all’interno del testo.

Come mai hai scelto come protagonisti una coppia gay che ha avuto dei figli con la gpa?

Perché la gpa è un nervo scoperto all’interno della comunità Lgbti e non solo. È un tema altamente divisivo che è piombato addosso alla comunità Lgbti quando si è discusso della stepchild adoption. Narzis ed Endy hanno fatto ricorso alla gpa in Canada e il Canada non è certo un Paese incivile. Credo che la gpa sia una pratica che andrebbe gestita con intelligenza, anche perché si tratta di una pratica transitoria. Sono infatti certo che presto si arriverà alla gestazione extrauterina per le donne che non vogliono partorire con dolore. Inoltre trovo detestabile che la gpa sia definita “utero in affitto” perché non ho mai sentito nessuno chiamare le balie, che pure hanno cresciuto e allevato tanti fanciulli,  “mammelle in affitto”.

Il fronte contrario alla gpa è spesso costituito da donne che hanno delle posizioni antimaschili e non mi piace il dogma dell’odio verso il maschio che hanno le femministe più estreme.

Il personaggio di Veronika sembra molto affascinato da Endy, che è gay...

Sì, perché Veronika, quando era in Ucraina, ha vissuto l’umiliazione della scoperta dell’omosessualità di Kosta, il suo amato. Infatti lei definisce gli omosessuali “uomini monchi” perché nutre astio verso chi l’ha fatta soffrire. Kosta, probabilmente, stava con Veronika per darsi una copertura in un Paese, l’Ucraina, certamente poco gay friendly. Veronika da un lato comprende Kosta, dall’altro non riesce a perdonarlo perché non ha superato il dolore. E guarda Endy con la medesima ambivalenza, perché Endy le evoca l’amore per Kosta.

Veronika sa che una donna può godere con un omosessuale che sappia compiacerla, perché un omosessuale può essere caldo e sensuale a letto e affettuoso compagno nella vita, mentre un eterosessuale probabilmente la userebbe solo come oggetto di sesso e voluttà.

Ti piacerebbe vedere il tuo testo anche in scena?

Certamente, mi piacerebbe moltissimo! Il libro sta circolando ma i problemi della messinscena sono sempre di tipo economico per la produzione. Comunque, se fossi il regista, nel metterlo in scena toglierei le parti più poetiche e lascerei quelle più spiccatamente “teatrali”.

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Una serata di grande spettacolo nel ricordo di Dalida si è svolta ieri, sabato 5 agosto, presso l’Anfiteatro Dalida di Serrastretta (Cz), paese d’origine dell'artista che, da diversi anni, promuove in Italia e in Europa la memoria di quest'icona della scena internazionale grazie all’Associazione culturale Dalida.

Dalida, in effetti, era iscritta all’anagrafe di Serrastretta con il suo nome di battesimo, cioè Cristina Iolanda Gigliotti. Entrambi i genitori erano originari di questa terra anche se il nonno Giuseppe Gigliotti emigrò poi da Serrastretta alla volta de Il Cairo.

Alla kermesse dedicata a Dalida presenti Cristiano Malgioglio (artista ma anche amico di Bruno Gigliotti, fratello e manager di Dalida); Maria Letizia Gorga, interprete che da anni ha in repertorio uno spettacolo davvero molto intenso su Dalida; Carol Lauro, giovane attrice e cantante che ha recentemente portato a termine un importante progetto musicale su Dalida; Silvia Mezzanotte, che ha chiuso la serata con un concerto estremamente suggestivo. Importante segnalare anche la presenza del presidente della Regione Calabria Gerardo Mario Oliviero e del nipote della cantate Luigi Gigliotti.

Mentre fervono i preparativi per la grande kermesse, incontriamo Angelo Aiello, segretario dell’Associazione culturale Dalida.

Angelo, da cosa nasce la vostra attenzione per Dalida?

Certamente la nostra attenzione nasce dal fatto che la cantante era originaria di queste terre. Dalida stessa ha sempre rivendicato con orgoglio le sue origini e la sua calabresità. D’altronde documenti relativi a Dalida sono conservati presso il Municipio di Serrastretta e qui è anche ubicata la Casa Museo Dalida, unica casa-museo dedicata alla grande interprete. Neppure Parigi ne ha una.

Secondo lei da cosa deriva invece il grande amore del pubblico per Dalida?

Dalida è un fenomeno intramontabile della storia dello spettacolo. Infatti è amata anche dai giovani, nati dopo la sua morte. Quando abbiamo fondato l’associazione culturale, credevamo di essere in pochi ad amare Dalida e invece abbiamo scoperto che c’è tantissima gente che segue tutto quanto accade relativamente alla diva.

Ci racconta qualcosa in più relativamente alla serata organizzata in onore di Dalida?

La serata Dalida è un appuntamento fisso che si ripete dal 2002. D’altronde, la nostra azione di promozione dell’opera di Dalida è ormai un fatto noto: il sindaco di Serrastretta e alcuni rappresentanti dell’associazione sono stati accolti a Parigi. Al raduno dei fan di Dalida abbiamo portato l’omaggio alla tomba che si trova a Montmartre. Quest’anno, al raduno svoltosi ad aprile, abbiamo portato una targa e un mazzo di fiori da parte del Governatore della Calabria.

Quindi c’è una grande attenzione anche della Regione Calabria circa la memoria di Dalida?

Sì, la Regione Calabria ci ha sostenuto, quest’anno, nella realizzazione di una serata spettacolo di respiro nazionale ed è stata accettato il nostro progetto per la costruzione di un auditorium dedicato a Dalida che, ovviamente, ingloberà il già esistente anfiteatro Dalida. 

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Da qualche mese è stato pubblicato per Fandango/Playground Ti dirò un segreto, il nuovo romanzo di Davide Martini. Di origini sannite, il giovane scrittore vive e lavora a Madrid. Nel 2007 aveva suscitato grande interesse con il suo romanzo d’esordio 49 gol spettacolari che è stato tradotto anche in spagnolo.

Nel nuovo romanzo Ti dirò un segreto ritroviamo Lorenzo e Riccardo, i protagonisti di 49 gol spettacolari dieci anni dopo, alla resa dei conti con le loro insicurezze, la loro urgenza di fare esperienza e la loro necessità di rimettere in discussione il rapporto d’amore e le modalità vivere il desiderio.

Agli occhi di tutti, quella costituita da Lorenzo e Riccardo, è una coppia di successo, un esempio da imitare, ma in realtà si tratta di una relazione in crisi, minata dal dubbio di non avere costruito nulla di diverso dai matrimoni, tanto criticati, dei propri genitori.

Un romanzo divertente e commovente sul senso dello stare in coppia oggi, in particolare quando a essere coinvolti sono due giovani uomini. Abbiamo incontrato Davide Martini davanti a una birra fredda, all’esterno del Kings Bear, il locale gay in cui si è tenuta la presentazione napoletana del libro.

Madrid è molto presente nel tuo romanzo. Cosa rappresenta per te, autore beneventano, Madrid e la Spagna?

Per me Madrid ha rappresentato e rappresenta  la libertà oltre che  uno scatto di orgoglio. In Italia per specializzarmi mi si chiedevano raccomandazione e spintarelle. In Spagna ho potuto dimostratre quello che valevo in un concorso pubblico e senza compromessi.  E poi volevo capire come si vivesse da gay liberi, cosa si provasse a camminare per strada mano nella mano col tuo compagno senza la paura di certe occhiate o di essere insultati.

In un'altra intervista hai detto che Madrid è entrata già in un'era post-omosessuale. Cosa volevi dire esattamente? L'Italia, invece, è davvero ancora nel medioevo, come afferma uno dei personaggi del tuo libro?

Il termine post-omosessuale è stato coniato per la prima volta nell’ambito letterario, riferendosi all’idea che in alcuni romanzi, pur essendoci personaggi omosessuali, il nucleo drammatico non ruotasse intorno alla loro omosessualità. In questo senso vivo in un Paese dove l’orientamento sessuale non interessa realemente più a nessuno: né nell’ambito lavorativo né personale. E l’Italia va lenta su questi temi, ormai superata anche da Malta. L’Italia, l’ho sempre detto, è un Paese intrinsecamente di destra.

Ti dirò un segreto è anche un romanzo che indaga il rapporto di relazione tra desiderio e menzogne. Abbiamo davvero bisogno, come suggerisce la storia che narri, di ammantare i nostri desideri più intimi di bugie che ne giustifichino l'esistenza?

Non credo che ne abbiamo bisogno. Credo piuttosto che ce lo abbiano imposto. Ci hanno obbligato a credere che il desiderio è accettabile solo quando è travestito da altro: l’amore, l’ambizione, l’altruismo. E quanto piú mentiamo a noi stessi e agli altri, tanto piú distruttivo diventa il desiderio.

La coppia protagonista del tuo romanzo, Lorenzo e Riccardo, dopo tanti anni di vita insieme, sperimentano una crisi fatale per il loro rapporto. Credi davvero che non esistano coppie che resistano al tempo? O è un fatto solo delle coppie gay?

Credo che l’amore è come un’energia che si trasforma col tempo: passa da uno stato all’altro. Oggi c’è passione, domani desiderio, affinitá e forse ancora passione. In questo senso l’amore è realmente eterno: se ho amato qualcuno in qualche modo, non smetteró mai di amarlo. La domanda credo che sia, per tutti, gay ed etero, non se l’amore sia unico, eterno e indistruttibile (termini piú adatti a una divinità che a un sentimento) quanto piuttosto: quanto sacrifichiamo di noi stessi e delle nostre relazioni all’altare di questo ideale ?

All'interno della storia c'è anche un trinomio, cioè una "coppia" formata da tre persone. Cosa ne pensi del poliamore?

Il poliamore è molto di moda recentemente. Per me è stato un punto di arrivo: non sono geloso, non lo sono mai stato e fino a un certo punto me ne sono fatto una colpa. Poi ho conosciuto altri poliamorosi e ho scoperto che mi sentivo a mio agio. Non riesco a pensare alle persone come fossero oggetti secondo una concezione capitalistica degli affetti. Come dico sempre: il tuo fidanzat@ non è una matita o una mecchina. Se lo usa un’altro non si consuma, né si rompe. Però anche il poliamore hai i suoi tranelli e davvero poche persone hanno la capacità di affrontare le proprie insicurezze personali. Oltre agli ovvi problemi di organizzazione.

Ti dirò un segreto è anche un libro che parla della ricerca della felicità che riguarda ciascuno di noi. Cos’è per Davide Martini la felicità?

La felicitá non uno stato. Ma è un’ideale a cui tendere nei propri atti quotidiani. La felicitá esiste sempre nel futuro o nel passato, mai nel presente. La coscienza della felicitá ne annulla l’esistenza, secondo me. Adesso, per esempio, mi farebbero felice una casetta in riva al mare e tutto il tempo del mondo per leggere e scrivere. Probabilmente, se per magia mi fosse concesso, non ne sarei soddisfatto. 

Davide, per concludere, qual è il segreto che hai avuto più difficoltà a dire a qualcuno o a te stesso?

Che l’amore non mi avrebbe salvato. Che ci sarei dovuto riuscire da solo. 

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