Migliaia di attivisti e attiviste Lgbti sono scesi oggi nelle strade in diverse città di Israele per protestare contro la legge che, approvata il 18 luglio dalla Knesset, ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici.

Legge a loro parere discriminatoria e omofoba, dal momento che esclude dalla possibilità di fruire della surrogacy gli uomini single e le coppie di uomini gay.

A Tel Aviv centinaia di dimostranti si sono dati appuntamento alle 10:00 (ora locale) lungo Rotschild Boulevard e hanno invaso la superstrada Ayalon, bloccando il traffico. Altri dimostranti si sono raccolti a Gerusalemme, a breve distanza dalla residenza del premier Benyamin Netanyahu.

Le loro proteste - che proseguiranno per l'intera giornata - sono sostenute fra l'altro dal sindacato centrale Histadrut nonché da decine di aziende che hanno deciso di concedere oggi una giornata di libertà a tutti i dipendenti Lgbti.

Ma non solo. Microsoft Israel, ad esempio, erogherà 60.000 shekel come contributo ai suoi impiegati che desiderano ricorrere alla gpa e non possono farlo nel Paese.

È il primo sciopero rainbow nella storia di Israele ed è una significativa prova di forza del movimento di fronte alle istituzioni politiche del Paese.

Alle manifestazioni israeliane hanno aderito componenti della comunità ebraica in varie parti del mondoParticolarmente significativa quella in corso a New York su Times Square.

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Un ennesimo episodio di discriminazione da orientamento sessuale o identità di genere. Questa volta è capitato a Noemy, una donna transgender 35enne, nota nel mondo dei locali notturni quale spogliarellista. Le è stato infatti vietato d’accedere in una disco romana appunto perché trans.

È stata lei stessa a ricostruire i contorni della vicenda a Gaynews.

Alle 00:45 di oggi s’era recata in compagnia di due amiche al Nice (discoteca in zona Ponte Milvio), dove c’era un tavolo prenotato al loro nome in zona privé. «Ci stavano per far entrare – così racconta ancora incredula Noemy –, quando a un certo punto ci hanno bloccato.

Si è avvicinato allora un uomo e con molta gentilezza ci ha comunicato di essere rammaricato e di provare vergogna di ciò che stava per riferirci. Che, in pratica, non si poteva entrare per colpa mia.

Sono rimasta sbalordita come anche le mie amiche. Gli abbiamo chiesto la motivazione e lui ci  risposto, senza nominarla, che una persona dello staff mi aveva riconosciuta in quanto trans. Per cui io mi sarei dovuta allontanare mentre le mie amiche, se erano “vere” donne biologiche, sarebbero potute entrare».

A distanza di tante ore Noemy ha ancora difficoltà a parlarne.

«Sono ancora scioccata da quanto accaduto – aggiunge –. Io mandata via pubblicamente da un locale pubblico per il solo fatto d’essere trans. In 35 anni non mi era mai capitato di essere vittima d’una discriminazione omotransfobica, di subire una tale umiliazione».

Anziché chiamare carabinieri o polizia Noemy ha preferito denunciare la vicenda attraverso una recensione fortemente negativa sul sito del Nice con tanto di motivazione per omofobia.

«Mi aspettavo una risposta – conclude –. Una richiesta di scuse da parte dei gestori. E, invece, nulla. Soltanto un duraturo e assordante silenzio, che mi ferisce ancora di più».

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Alla sentenza emessa ieri dalla Corte d’appello di Napoli segue oggi il decreto depositato dal Tribunale di Pistoia.

Decreto storico perché è stata ordinata, in applicazione diretta della legge n. 40/2004, la formazione d’un atto di nascita recante l’indicazione di due madri.

Si tratta del primo caso in assoluto in cui un giudice riconosce l’applicabilità degli articoli 8 e 9 della detta legge in una coppia di due donne, affermando che la responsabilità genitoriale della madre non biologica sorge per effetto della prestazione del consenso alla procreazione assistita eterologa.

Per Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, si tratta di «una giornata davvero storica. Dopo la sentenza della Corte d’appello di Napoli, il decreto del Tribunale di Pistoia conferma senza possibilità di dubbio che l’azione amministrativa di sindaci e ufficiali di stato civile, da Torino in poi, era pienamente fondata e doverosa. Questa sentenza ribalta infatti il diniego opposto dall’ufficiale di stato civile e ordina la formazione di un atto di nascita totalmente nuovo, che indica sin dall’inizio l’esistenza di due mamme».

Viva soddisfazione ha espresso Angelo Schillaci, ricercatore in diritto comparato presso l’ateneo romano della Sapienza e coordinatore di quel team di avvocati che, formatosi in seno al Gruppo legale di Famiglie Arcobaleno e comprendente Michele Giarratano, Vincenzo Miri (Rete Lenford), Ferdinando Poscio, Federica Tempori, ha lavorato sinergicamente per una tale causa.

«Un risultato molto importante – così ha commentato Schillaci –, che premia un lavoro di squadra durato mesi: fin dall’inizio, abbiamo creduto fermamente che fosse possibile sostenere in giudizio la tesi avanzata in dottrina da Marco Gattuso, in merito all’applicabilità dell’art. 8 in coppia omogenitoriale. Davvero un passo avanti fondamentale per la tutela dei bambini e delle bambine arcobaleno».

Per il magistrato Marco Gattuso, «dopo le due decisioni del Tribunale di Torino, la sentenza della Corte d’appello di Napoli (con l’autorevole firma dell’estensore consigliere Casaburi), la decisione del Tribunale di Pistoia (che reca la firma del presidente del tribunale, Amato) rappresenta dunque l’ulteriore, attesa, conferma che nell’attuale sistema normativo si deve ritenere che il consenso sia alla base della costituzione del rapporto di filiazione in caso di ricorso alla pma anche quando la coppia sia formata da due persone dello stesso».

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Durante la rassegna sportiva dei ventottesimi Giochi del Mediterraneo, nati nel 1948 come una sorta di olimpiade dei Paesi che si affacciano sull’omonimo mare, le atlete azzurre Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno trionfato  nella specialità atletica della staffetta grazie ad un tempo di 3:28.08.

Si è subito creato il classico carro dei vincitori, su cui sono saltati in molti, compreso chi continua a parlare a mezzo stampa e sui social del quartetto “di colore”.

Quasi a dire: Ecco, se vengono e corrono per noi allora va bene. Eppure sembra alquanto ipocrita parlare di integrazione nello sport senza considerare lo stesso sport come parte integrante della società. Le ragazze hanno vinto non solo perché "lo sport unisce" (uno slogan che può voler dire qualsiasi cosa), ma perchè ci sono segmenti e contesti sociali molto più avanti del dibattito politico, in grado di unire anche grazie allo sport. 

Per parlare di sport bisogna immaginare un organismo complesso, di cui le vetrine di Olimpiadi e Mondiali sono solo le vette più alte di un movimento di proporzioni vastissime. Bisogna pensare ai campi e alle palestre di periferia, agli enti di promozioni, ai comitati federali locali, che riguardano la capacità delle scuole di lavorare in termini sostegno allo sport e all’integrazione. L’ondata di razzismo di oggi, i morti in mare, le parole d’odio del vocabolario politico, saranno sicuramente una ferita profonda nella mente di tanti futuri e atleti e atlete migranti di seconda generazione. Perché possibilmente quei futuri atleti e atlete stanno tra gli 800.000 bambini e bambine ai quali è stato negato lo ius soli, ad esempio. 

Per fortuna c’è chi dimostra una volta per tutte che l’italianità non è fatta dal colore della pelle, ma da tutto quello che rende unico un Paese: i valori, la cultura, i cibi, i territori, le organizzazioni, il modo di creare movimento, compreso lo sport. 

Multiculturalità non significa avere “qualcun altro” che va bene quando c’è da correre, ma vuol dire inclusione di tradizioni diverse come valore fondate della propria cultura. E anche qui lo sport può insegnarci tantissimo. Qualcuno forse penserà che i nomi di queste ragazze non sono abbastanza “italiani”. Basta vedere i cognomi di alcuni giocatori della nazionale argentina ai mondiali: Armani, Tagliafico, Di Maria, Mascherano, Ansaldi, Biglia, Fazio. I loro bisnonni erano tutti migranti che venivano dall’Italia.

Infine, la vittoria delle nostre ragazze riporta alla ribalta la questione del professionismo femminile. Come Rachele Bruni e Federica Pellegrino, il quartetto che celebriamo oggi è ufficialmente un gruppo di atlete dilettanti. L’Italia è ancora l’unico Paese Europeo a non riconoscere come professioniste le atlete. Questa è una delle sfide da vincere nell’immediato ed è ormai una sfida globale considerando anche lo stretto legame tra il pregiudizio sessista e quello omofobico, che si riflette anche nella Carta Olimpica internazionale ormai dal 2014. 

È innegabile, ad esempio, che molti passi avanti delle donne nei Paesi di cultura araba abbiano beneficiato di immagini di impatto mondiale come quelle delle giocatrici di beach volley egiziane e tedesche a confronto scattate a Rio 2016, le prime completamente coperte con tanto di velo, le seconde in bikini. 

Non solo quell’immagine è stata motore di visibilità e cambiamento, ma, a sua volta, il coraggio delle atlete egiziane arrivate fin lì era testimone di un cambiamento già in essere, seppur lento e faticoso, in tema di diritti delle donne nel mondo arabo. 

Lo sport può cambiare la società insomma, a patto che a partire dai media e dalla politica non sia visto come una mera vetrina, ma come uno strumento fondamentale per leggere e intervenire sui processi culturali. 

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28° edizione del raduno della Lega a Pontida. 75.000 persone provenienti da tutta Italia si sono radunate oggi in attesa dell’intervento di Matteo Salvini che, per la prima volta, ha parlato sul pratone del Comune orobico nella triplice veste di segretario di partito, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio.

Tra lo sventolio di  diverse bandiere (dalla veteroleghista della Padania a quella sarda coi Quattro Mori) l’uomo dagli slogan a effetto è stato acclamato quale leader carismatico di una comunità in cui le vecchie posizioni si sono mescolate alle nuove senza apparenti contraddizioni.

Matteo, Matteo è l’invocazione unanime che hanno elevato i presenti tanto con le storiche t-shirt verdi recanti la scritta Prima il Nord quanto con quelle più moderne di colore blue e tipicamente salviniane.

E il taumaturgo italico dei nostri giorni, che ha avuto la capacità di unire sotto il cielo di Pontida uomini e donne del Nord a quelli e quelle del Sud operando il miracolo dell’oblio di decenni di insulti e minacce verso i terroni, non ha deluso le aspettative dei suoi fedeli.

Un corale osanna si è innalzato quando Salvini nel suo intervento fiume (e un fiume sono stati i temi toccati) ha dichiarato: «Si rassegnino i compagni, governeremo 30 anni».

E poi il tradizionale giuramento. Ma, come già successo in piazza Duomo a Milano per la chiusura della campagna elettorale, scandito con una corona del rosario tra le mani. Corona del rosario, alla cui manifattura Salvini ha dedicato un apposito tweet.

Appare chiara la volontà di riaffermare la propria identità cattolica anche se le posizioni leghiste in materia di migranti non piacciono a papa Francesco e sono guardate come tutt’altro che cristiane dai vertici curiali e della Cei.

Ma anche una volontà di riaffermare un concetto di Chiesa cui guarda la Lega: quella preconciliare, quella in armi contro i nemici della fede. A cominciare da quei musulmani che, proprio tramite la recita del rosario come riteneva Pio V, furono battuti a Lepanto dalle armate cattoliche il 7 ottobre 1571.

Lorenzo Fontana: "Come ha detto san Pio X: Quando vi dicono queste cose, siatene fieri"

Non è un caso che il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana abbia nel suo intervento menzionato, ancora una volta, quel Pio X che fu campione della lotta al modernismo: «Abbiamo detto cose banali, che un bimbo ha diritto di avere mamma e papà: ci hanno detto che siamo retrogradi, clericali. Ma - come ha detto san Pio X - Quando vi dicono queste cose, siatene fieri. E noi siamo fieri di dire che ci devono essere una mamma e un papà».

Salvini: "Mi fa schifo il solo pensiero dell'utero in affitto"

E il tema delle persone Lgbti e delle famiglie arcobaleno non poteva non essere toccato da Salvini. Anche in considerazione delle proteste sollevate ieri dalla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora, al Pompei Pride.

«Noi non siamo qua per portare via diritti a nessuno – ha tuonato il vicepremier –. Se lo Stato non entra nei negozi con gli studi di settore figurarsi se entra nelle camera da letto. Ognuno a casa sua fa quello che vuole.

Ma finché avrò voce e sangue nelle vene, difenderò, fino alla morte, il diritto dei più deboli: il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà e il diritto delle donne a non essere un utero in affitto.

Mi fa schifo il solo pensiero dell'utero in affitto, delle donne oggetto e dei bambini in vendita al centro commerciale. Questo non è progresso, è la fine della civiltà».

Parole che, ancora una volta, si rivelano come lesive dell’autodeterminazione delle donne e, soprattutto, delle persone omosessuali in riferimento non solo alla negata capacità genitoriale ma anche alla demonizzazione delle stesse, il cui ricorso alla pratica della gestazione per altri (trascendendo da tutte le altre considerazioni) è in percentuale pressoché nullo se raffrontato con quello messo in atto dalle coppie eterosessuali sterili.

Poi l’attacco si è spostatato alle «multinazionali come Coca-Cola che vanno a sponsorizzare le giornate dell'Orgoglio solo per guadagnare qualche consumatore in più».

Fedriga: "Daremo il patrocinio al Family Day"

Ma l’accennato concetto naturalfamilistico, tanto caro a leghisti e movimenti cattoreazionari, è tornato ampiamente anche nell’intervento del neopresidente della Regione friulana. Quel Massimiliano Fedriga che, da parlamentare, sembrava essere ossessionato dalle persone Lgbti, viste le sue innumerevoli dichiarazioni al riguardo

«Il Friuli Venezia Giulia tutela e difende la famiglia naturale - ha dichiarato sul palco -. Mai darà il patrocinio ai vari Gay Pride: diamo il patrocino al Family Day

Non si danno soldi pubblici a chi fa propaganda per il desiderio degli adulti, ma a chi difende i più piccoli che hanno diritto ad avere una mamma e un papà».

Parole, le sue, che vanno anche lette come un riconoscimento a quell’ampio elettorato leghista d’area Family Day. A partire da Massimo Gandolfini, il cui braccio destro Simone Pillon siede oggi, non a caso, sugli scranni senatori di Palazzo Madama.

Le dichiarazioni di Attilio Fontana e Matteo Salvini ai giornalisti

Al di fuori dei riflettori del palco i toni sembrano però smorzarsi.

Un serafico Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, spiazza ad esempio i giornalisti che gli chiedono una valutazione sui 250.000 partecipanti al Milano Pride. «Sono favorevole al riconoscimento dei diritti – risponde –  non a una manifestazione che mi sembra rischi di essere divisiva. Ma su tutto i diritti devono essere riconosciuti».

Sul caso Spadafora è Salvini invece a rispondere alle pressanti domande della stampa con l’oramai proverbiale ritornello del contratto di governo: «Spadafora parla a nome personale: il tema non è nel contratto di governo. Le sue sono opinioni personali, che sono benvenute, ma il governo è un'altra cosa».

Sarà pure un’altra cosa ma Spadafora, oltre a ricevere l’ampio sostegno del vicepresidente del Parlamento Ue Fabio Massimo Castaldo, ha incassato ieri il plauso del sottosegretario all'Istruzione Lorenzo Fioramonti che in un tweet ha scritto: Io sto con Spadafora: 'Su diritti non si torna indietro'.

Le contraddizioni tra Lega e M5s sulle tematiche Lgbti

Sembrano insomma apparire sempre più evidenti le contraddizioni del connubio Lega-M5s anche alla luce delle dichiarazioni del presidente della Camera Roberto Fico sulla non chiusura dei porti.

Cosa che non è sfuggita a tanti. A partire dal governatore della Regione Liguria Giovanni Toti che, dopo la kermesse di Pontida, ha detto: «Il governo con la Lega è solido e saldo: è un rapporto antico e sono certo che durerà per il futuro. Questo governo nasce in assenza di alternative. Stanno cercando di fare cose che aspettavamo da tempo. In queste ore si vede come M5s e Lega non siano la stessa cosa. 

Mentre siamo qua a Pontida qualcuno era al Gay Pride e qualcuno ha chiesto di aprire i porti. Ma si sapeva».

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Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha presentato oggi la sua nuova squadra di governo al re Felipe VI. Il nuovo esecutivo composto dal 46enne segretario del Psoe, che è succeduto a Mariano Rajoy rimosso con una mozione di sfiducia, è quello col maggior numero di donne nella storia moderna: 11 ministre e sei ministri.

Di questi due sono gay dichiarati: Fernando Grande-Marlaska, ex giudice della Corte nazionale, sarà ministro dell'Interno mentre l’autore pluripremiato Màxim Huerta Hernández andrà alla Cultura. 

Nato a Bilbao nel 1962, il giudice basco Grande-Marlaska, finora separato dalla politica, gestirà nel suo portafoglio la situazione aperta dopo lo scioglimento annunciato, il mese scorso, dal gruppo armato della sua comunità autonoma di provenienza.

Su Grande-Marlaska, famoso per la ferrea durezza nella lotta al terrorismo basco, gravano, in ogni caso, le accuse di non aver impedito che 40 componenti del collettivo Jóvenes Independentistas, tratti in detenzione nel novembre 2008 con l'accusa d'appartenere a Segi (branca dell'Eta), fossero sottoposti a tortura durante gli interrogatori da lui tenuti in qualità di giudice centrale istruttore. Nel 2014 l'Audiencia Nacional assolse gli imputati dall'accusa d'appartenenza a Segi annullandone anche le dichiarazioni rilasciate durante il processo istruttorio.  

Classe 1971, il giornalista e scrittore Huerta Hernández è, invece, un voto molto noto della tv spagnola come presentatore di due programmi del canale La 1 nonché componente dell'Academia Tv de España.

Dalla marcata connotazione europeista, il nuovo esecutivo è prevalentemente "rosa": l’ex ministra della Cultura Carmen Calvo sarà vicepresidente e ministra dell'Uguaglianza; Nadia Calviño andrà all'Economia; l’andalusa María Jesús Montero al Bilancio; l'ex procuratrice antiterrorismo Dolores Delgado alla Giustizia; l'ex giudice della Corte Suprema Margarita Robles alla Difesa; Magdalena Valerio al Lavoro; Maria Jesus Montero alle Finanze; Isabel Celaá all’Educazione; Carmen Montón alla Sanità; Teresa Ribera all’Ambiente; Reyes Maroto all'Industria, Commercio e Turismo. Alla catalana Meritxell Batet, infine, va il dicastero della Politica territoriale e della Funzione pubblica.

I restanti quattro ministri, che completano la squadra di governo, sono: José Luis Ábalos allo Sviluppo economico; l'ex presidente del Parlamento europeo Josep Borrell agli Esteri; l'astronauta Pedro Duque alla Scienza, Innovazione e Università; Luis Planas all'Agricoltura, Pesca e Alimentazione.

E, sempre oggi, importante nomina femminile al quotidiano El Pais, che avrà, per la prima volta, nella storia una direttrice. Si tratta di Soledad Gallego-Díaz, che sostituirà Antonio Caño Barranco.

Nata a Madrid nel 1951, Gallego-Díaz ha lavorato come corrispondente del quotidiano da Bruxelles, Parigi, Londra, Buenos Aires e New York. È stata successivamente vicedirettrice e condirettrice dell'importante giornale, fondato nel 1976 da José Ortega Spottorno, Jesús de Polanco e Juan Luis Cebrián.

 

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Cosa accadrà all’umanità, nel momento in cui verrà meno l’empatia? Cosa accadrà alle donne quando nel mondo cosiddetto occidentale si sarà completato uno spietato e sistematico processo di reificazione dei loro corpi? Cosa accadrà al mondo intero quando il processo di disumanizzazione avrà ormai compiuto interamente il suo giro di boa?

Da queste riflessioni nasce l’ultimo romanzo distopico di Ariase Barretta Living Fleshlight, pubblicato da Meridiano Zero, che intreccia sei diverse storie tutte incardinate intorno a una società gentile e feroce, che segue il protocollo Thomson e che ha deciso di eliminare il crimine (o che pensa di averlo eliminato) rinunciando alle donne e, in maniera più generale, all’amore.

Un mondo apparentemente perfetto e sinistramente feroce, totalmente declinato al maschile, in cui le donne, in quanto creature libere e autonome, sono state totalmente eliminate o, meglio, sono state trasformate in bambole gonfiabili (le fleshlight appunto), prive di arti e di corde vocali, da collezionare in teche di conservazione, all’interno di tecnologiche riserve private, a partire dall’età di 13 anni.

Un romanzo punk, come lo definisce lo stesso autore, in cui una società legittimata chirurgicamente alla violenza misogina e al maschilismo è ormai sprofondata in un abisso senza speranza in cui il “femminile” è espunto con rigorosa determinazione dalla vita degli uomini, anche dei più giovani. D’altronde, non c’è salvezza neppure per Klaus, appena 13enne a cui, secondo tradizione, viene regalata la prima living fleshlight, imballata come tutte in una scatola di cartone. Fleshlight a cui darà il nome di Britney, con cui cercherà di soddisfare le sue fantasie da make-up artist, ma verso la quale non proverà l’attrazione sessuale che la società attende da ogni giovane uomo, a partire dal compimento del tredicesimo anno d’età. 

Inutile dire che, in questa società ordinata e “perfetta”, non sono previsti living fleshlight di sesso maschile...o forse sì, sono previsti e prodotti, ma naturalmente sono fleshlight di contrabbando. Vietati dalla legge. Del resto, nell’universo della reificazione, tutte le forme viventi possono essere reificate, basta solo conoscere l’azienda giusta e dimenticarsi per sempre di essere umani.

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A poco più di 48 ore dalla manifestazione di lunedì pomeriggio in Piazza del Campidoglio, che ha visto scendere in piazza diverse generazioni di donne e di uomini in difesa della Casa Internazionale delle Donne – la quale rischia lo sfratto per una morosità conteggiata in 800mila euro –, e il contemporaneo incontro presso il Palazzo Senatorio tra una delegazione di donne della Casa e le assessore Laura Baldassarre (Politiche sociali), Flavia Marzano (Roma Semplice) e Rosalba Castiglione (Patrimonio) assieme alla sindaca Virginia Raggi, la storica sede del movimento femminista, femminile e lesbico di Roma fa il punto della situazione in un’assemblea che chiama a raccolta le associazioni componenti nella sede dell’ex convento del Buon Pastore.

A riprendere le fila del discorso dall’incontro istituzionale, il cui esito è stato definito deludente, è stata la presidente della Casa Francesca Koch che ha aperto il dibattito alle valutazioni politiche di quanto sta vivendo la Casa sotto la giunta capitolina pentastellata e alle future iniziative e posizioni da intraprendere.

Uno dei primi punti da cui vogliono partire è una campagna di contro-informazione che rettifichi e smentisca le voci non vere fatte circolate sulla Casa internazionale delle Donne e definite false.

In primo luogo, il fatto che – secondo quanto scritto nella stessa mozione presentata dalla consigliera comunale Gemma Guerini – la Casa non avrebbe mai presentato le dovute relazioni. Cosa che, sostengono da Via del Buon Pastore, è stata fatta ed è documentata. Quello che invece forse non è stato fatto da parte degli uffici del Comune è l’inoltro dei documenti.

Altri dati smentiti sono quelli relativi alla gestione di “Hotel a cinque stelle” (ovvero la foresteria) e al restauro del Buon Pastore, non pagato con i soldi del Comune, come viene detto, ma dal Governo per il Giubileo. Senza parlare poi dell'accusa d'una gestione in mano a “signore snob” che pretendono per loro dei privilegi a differenza di chi assiste i malati di Sla o i bambini autistici, paga regolarmente l’affitto e sono, quindi, brave persone.

Un’equiparazione inaccettabile, che le donne della Casa rifiutano e rispediscono al mittente bollandola come tentativo, da una parte, di screditare le attività svolte in Via del Buon Pastore e, dall’altra, di contrapporre realtà e storie diverse che offrono tutte servizi a chi ha bisogno e proviene da diverse zone della città.

Il timore che serpeggia e che si intravede nella mozione Guerini – mozione che prevede la messa al bando del luogo e del progetto della Casa – è quello di uno “sgombero burocratico”, ovvero svuotare dall’interno la realtà delle associazioni con trattative al ribasso che ne indeboliscono identità e iniziative. In merito, poi, al “progetto di coordinamento”, gestito da Roma Capitale, di riallineare alle moderne esigenze il progetto della Casa riappropriandosi di un'iniziativa che si sostiene essere dell’amministrazione capitolina, da Via del Buon Pastore ricordano la vera storia di quel luogo: uno spazio costruito grazie alla mobilitazione femminista e dell’allora Giunta che affidava l’ex convento all’affermazione della libertà femminile, individuando proprio nel movimento femminista il soggetto che poteva portare avanti il progetto.

A raccontare a Gaynews cosa sia stata ed è ancora oggi la Casa Internazionale delle Donne e cosa ne significherebbe la chiusura è la stessa presidente Francesca Koch, la quale alle porte dell’anniversario della legge 194 interviene sul tema dei recenti attacchi al diritto all’aborto e risponde sulla legge 40, che disciplina la procreazione medicalmente assistita, in particolare sulla posizione della Casa in merito alla gestazione per altri.

«La Casa delle Donne – ricorda al riguardo Francesca Koch – è un soggetto plurale e, come tale, non ha una posizione univoca. Sulla gpa è aperta al dialogo, per cui non ha nessun diktat o linea da dare. Fermo restando che per noi il principio da salvaguardare è il rispetto dell’autonomia, dell’autodeterminazione, della dignità della donna».

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Ancora una provocazione sul tema dell'interruzione di gravidanza a meno di due settimane dal 40° anniversario dell'approvazione della legge 194. Dopo quello di Provita è stato infatti affisso a Roma un manifesto che, fatto realizzare da CitizenGo, reca la scritta L'aborto è la principale causa di femminicidio nel mondo. Messaggio, questo, che acuisce lo scontro tra due fronti opposti: quello aderente alla Marcia per la vita del 19 maggio e quello che vedrà, il 26 maggio, scendere in piazza  per il corteo di Non Una di Meno.

Da più parti si era levata la richiesta di rimozione a partire da Monica Cirinnà che aveva invocato l'intervento dell'Agcom, parlando su twitter di campagna "falsa e disgustosa". Cosa che è avvenuta nella giornata del 16 maggio.

Contattata telefonicamente da Gaynews, Filomena Gallo, segretaria dell'associazione Luca Coscioni, ha definito «altamente offensivo il manifesto per chi affronta una scelta drammatica e tragica, nonché frutto di una sconosciuta piattaforma internet che promuove messaggi contro la scienza, i dati di fatto e la dignità delle donne. Nonostante tutto questo - ha proseguito - l'azione non intimidirà chi lotta per la libertà di scelta delle donne né metterà in dubbio la bontà e la legalità della libertà di scelta anche in materia di interruzione volontaria di gravidanza».

La campagna di CitizenGo si pone nello stesso orizzonte tracciato alcune settimane fa dal neosenatore leghista Pillon: l'aborto non sarebbe più solo un "peccato" paragonabile all'omicidio ma metterebbe a rischio la salute delle donne. 

Su questo punto la stessa Luca Coscioni aveva già fatto notare che, tutte le procedure, mediche e chirurgiche, sono gravate da possibili complicazioni. Sulla base dell'ultima relazione del ministero della Salute sullo stato di applicazione della legge 194 l'associazione radicale afferma «che l'interruzione volontaria di gravidana (igv) effettuata in una struttura sanitaria da personale competente è una procedura sicura con un rischio di mortalità inferiore all’aborto spontaneo e al parto. Inoltre, non esiste alcuno studio scientifico serio che evidenzi alcuna correlazione tra interruzione di gravidanza e tumore alla mammella, come è stato sottolineato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’American College of Obstetrics and Gynaecologists.

Infine anche l'idea che l'igv provochi disturbi psichici viene smentita dagli studi della American Psychological Association e della Academy of Medical Royal Colleges, i quali concludono che nel caso di una gravidanza indesiderata, il rischio per la salute mentale è simile sia nel caso in cui la donna decida di interrompere la gravidanza, sia nel caso in cui la donna decida di portarla avanti.

Il rischio, insomma, si verifica quando una donna subisce qualcosa contrariamente alla propria volontà, fenomeno che può essere solo aggravato da simili campagne che accusano in maniera così diretta chi sceglie l'interruzione di gravidanza».

È di quest'avviso Serena Fredda, attivista romana di Non Una di Meno «I manifesti di Pro Vita cancellavano il corpo delle donne sostituendolo con quello dell'embrione, quelli di CitizenGo invece lo usano direttamente, accostandolo al femminicidio. Si tratta - ha spiegato Fredda - di una doppia criminalizzazione delle donne per la loro libertà e per le conseguenze delle loro scelte, associate a uno scenario di morte. È una campagna antiabortista che propone un messaggio vergognoso e dai toni sempre più inquietanti. Non Una di Meno ha risposto sostituendo sui social la parola "aborto" che le vere cause del femminicidio, come il patriarcato e la violenza sulle donne, che si traduce nella cultura dell'aborto illegale o non accessibile».

Fredda ha infine ricordato l'importante appuntamento romano di sabato 26 maggio (ore 17.00 in Piazza dell'Esquilino) promosso da Non Una di Meno e Unione Donne Italiane: la marcia in difesa della 194 al grido di Obiezione respinta in una con l'hastag #moltopiùche194.

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Frequento il Salone internazionale del Libro di Torino sin dalla sua nascita e credo di poter affermare senza remora alcuna che quella di quest’anno è l’edizione più Lgbti di sempre: da tre anni la Regione Piemonte e il Coordinamento Torino Pride hanno dato vita al primo spazio dedicato ai diritti Lgbti e non solo.

Il Premio FUORI!, dedicato all’editoria di genere e fondato da Angelo Pezzana, verrà consegnato oggi a Edmund White in seno alla kermesse libraria torinese anche grazie alla preziosa collaborazione del direttore Nicola Lagioia. Manni, pilastro  dell’editoria pugliere, presenterà Mio figlio in rosa di Camilla Vivian: un romanzo il cui sottotitolo Ti senti maschio o femmina? Io mi sento io credo parli da solo (consigliatissimo!). Questi solo alcuni tasselli del Salone del Libro “arcobaleno”.

Sono particolarmente contento che proprio in questo contesto venga ufficialmente lanciata LiberaMente, la nuova collana editoriale di Robin – Biblioteca del Vascello che ha l’ambizione di raccogliere testi – siano essi di saggistica o narrativa; italiani o stranieri – che propongono temi legati al mondo Lgbti assenti o poco approfonditi sulle pagine dei libri. Volumi per riflettere e per accendere il dibattito. Volumi che vogliono aprire una strada che poi, speriamo, possano percorrere in tante e in tanti. 

E sono anche particolarmente contento che a parlarne su Gaynews possa essere proprio io che la collana l’ho ideata insieme a Carola Messina, presidente della storica sigla editoriale romano/torinese.

In questa sfida con noi c’è un comitato scientifico nel quale siedono diversi esperti e grandi amici: il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, il responsabile dei progetti speciali della Fondazione Merz Silvano Bertalot, il creativo Andrea Curti, onnivoro di letteratura Lgbti internazionale, l’esperta di editoria Giulia Gabotto, oggi a Il Corriere della Sera, e Donata Prosio coordinatrice del Torino Pride prima di Alessandro. Tutte persone che lottano da anni contro le discriminazioni di genere e che, per questo, hanno accolto la sfida di lavorare con noi a un progetto libero dallo schema del genere… anche letterario.

Il logo della collana, ideato da Francesca Cerritelli e caratterizzato dalla purezza cromatica "senza esitazione" che rimanda all’arcobaleno,  “gioca” con le lettere L G B T: l'oggetto e il soggetto in totale sincronia con lo spazio. Stilemi che si confermano e si rafforzano nel momento in cui l'osservatore va alla loro ricerca tra significati e mutevoli forme.

Inauguriamo la collana con due testi molto diversi fra loro ma nei quali crediamo molto: Il Nuoro e gli #altri di Rita De Santis, presidente onoraria di Agedo, e La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood di Giorgia Succi che verranno presentati al Salone presso l’Arena dei Diritti della Regione Piemonte questa sera alle 18:00. Alla presentazione interverranno con le autrici anche altre due amiche: Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni le prime due mamme a cui è stato consentito di registrare il proprio figlio nato in Italia . 

I due libri:

Il Nuoro e gli #altri

Se avete voglia di vivere qualche giorno all’ombra del dubbio, allora dovete assolutamente fare la conoscenza del Serranus Tortugarum un pesce che, fortunatamente, possiede un nome preciso tra le variegate famiglie ittiche. Invece altre persone che, insieme a lui, entreranno nel vostro immaginario, non hanno al momento una denominazione precisa perché i linguisti non sono ancora riusciti a studiare delle possibili varianti per i molteplici nuclei familiari che si animano sotto gli #altri. Una convinzione però si farà strada nello sbalordito lettore, ovvero che la natura e la storia sono cose diverse da come le viviamo quotidianamente.

Spessissimo, scambiamo per naturale ciò che è consuetudine e per storia quello che ci viene tramandato dai vincitori. Vi accorgerete, continuando nella lettura, che anche gli anatemi religiosi sono completamente fuori posto, perché Dio altro non può essere che amore e inclusione e i libri sacri, letti senza la lente del bigottismo, forse ci vorrebbero insegnare la bellezza del dono e della felicità. Possono i “diversi” aspirare a questa felicità oppure resteranno sempre figli di un Dio minore?

Voglio credere di sì e, attraverso questo libro, cercare di dare una mano affinché questo avvenga. Come dice la mia amica Barbara X nel suo romanzo Resistenze: «Ma il tempo leviga le montagne, e le onde modellano le rive. Ci vuole pazienza. L’uomo è un bruscolino, la ragione è nulla. Alla fine il sole vincerà».

L’autrice, Rita De Santis, nasce a Termoli, il 24 maggio 1938. Donna eclettica, ha una vita non facilmente riassumibile. Ciò che resta costante in lei è la lotta per i diritti civili che porta avanti con determinazione. Vive in provincia di Brescia e d’estate si trasforma in artista di strada per le ripide scale di Apricale. 

La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood

«Le donne di lettere sono quasi del tutto sconosciute le une alle altre, eccetto ogni tanto per il nome», scriveva Natalie Clifford Barney a Colette negli anni '20 del secolo scorso. Quando nel 1927 fondò l’Académie des Femmes lo fece perché le donne potessero conoscersi, riconoscersi e celebrarsi. La parola alle Amazzoni ha lo stesso intento e ripercorre la storia delle donne lesbiche, la loro rappresentazione e visibilità storica, letteraria, e artistica. Pone al suo centro le donne, la loro parola e il loro desiderio di essere individui completi e indipendenti dallo sguardo maschile ed etero-normativo. Perché se Saffo è indiscutibilmente la prima donna a noi giunta che cantò l’amore e il desiderio tra donne, non fu certamente l’ultima. 

Giorgia Succi è nata a Torino, ma le piace cambiare spesso residenza. Laureata in Lettere e con un master in femminismo, ritiene da sempre fondamentale la diffusione pubblica della storia e del genio delle donne. Seguace di Saffo per passione e vocazione, adora riscoprire e celebrare le fiere Amazzoni che hanno popolato la terra per migliaia di anni.

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