Un tema poco trattato, anche nella settimana di sensibilizzazione alla lotta contro l'Hiv/Aids, è la questione del test per i minori. La normativa attuale prevede fino a 18 anni la necessità della presenza di un genitore o tutore per effettuare il test Hiv nelle strutture sanitarie. Tuttavia, in molti casi, gli adolescenti non sono dichiarati con i propri genitori (se Lgbti) oppure non hanno abbastanza confidenza per parlare di sessualità.

Intanto, lo stesso Istituto Superiore di Sanità che denuncia nella fascia 25-29 anni l'incidenza maggiore delle nuove infezioni di Hiv, non esclude che in questi casi il virus possa essere stato contratto prima della maggiore età. Il tema era stato affrontato alcuni mesi in un'inchiesta de L'Espresso.

Abbiamo deciso, a tal proposito, di pubblicare la lettera di P. S., 15 anni, (la redazione è a contatto con la persona ed è stata autorizzata dalla famiglia a pubblicare il contenuto della lettera), che ci ha contattato attraverso Agedo Roma per raccontarci la sua esperienza. P. S. si ritiene fortunato di aver potuto interloquire con la famiglia. Ma questo, purtroppo, non accade per molti altri coetanei e coetanee.

Una risposta a tale problematica è ancora lontana dall'essere chiara. Dar voce a chi vive l'esperienza diretta può essere un modo per iniziare a inquadrare seriamente il problema. 

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Buongiorno a tutti.

Una mattina dello scorso ottobre mi sono recato al Centro Aids dell’ospedale Spaziani di Frosinone, la mia città, per sottopormi ad un test per l’Hiv Sono stato accolto da due dottoresse e da due infermieri, che ringrazio tantissimo per l’impegno e il supporto prestatomi. Le due dottoresse mi hanno, da subito, negato il diritto di sottopormi al test poiché minorenne e non accompagnato da alcun tutore. Ero solo con una mia carissima amica di famiglia, la dottoressa Roberta Cassetti. Io, con la fortuna che mi ritrovo, ho chiamato mia madre, la quale era già informata della situazione ed è subito venuta a firmare le carte per farmi sottoporre al test. 

Purtroppo, non tutti i ragazzi della mia età hanno questo tipo di dialogo con i propri genitori e possono "chiedere" di effettuare test come invece ho potuto io. La legge 135 del 1990, infatti, prevede che il minore debba essere accompagnato da un tutore legale, salvo che non abbia contratto matrimonio (casi più rari che discutibili); non trovate una grande incoerenza, nonché futilità, in questa legge? L’Hiv è un virus sessualmente trasmissibile ad alto rischio infettivo ed è in crescita soprattutto tra giovani e minori. La sessualità non la scopriamo certo a 18 anni e persino l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di fare prevenzione nelle scuole già dalla prima adolescenza. Nel mondo, le morti per Aids sono circa 35.000.000 nell'ultimo anno, più della metà dovute alla trasmissione del virus avvenuta in età adolescenziale.

Ho deciso di denunciare pubblicamente questa inezia, invece di starmene a casa e continuare tranquillamente la mia vita. Voglio indirizzare questa lettera alle autorità competenti, affinché si possa rendere il test accessibile a tutti, anche a minori non accompagnati, rispettando i diritti inderogabili all’anonimato e alla sanità pubblica.

Vorrei si parlasse anche di questo per la giornata mondiale contro l'Aids: vogliamo veramente che ragazzi minorenni, che non hanno un forte dialogo con i propri tutori per poter trattare questi argomenti, rischino ogni giorno di contrarre l'Hiv o le altre infezioni a trasmissione sessuale come la sifilide, che stanno aumentando in percentuali ancora maggiori?

Lo Stato, che è preposto alla nostra sicurezza, ci sta ignorando. Sta ignorando l'educazione sessuale nelle scuole, la distribuzione dei profilattici e qualsiasi strumento concreto di prevenzione tra i giovanissimi. Oggi il test è toccato a me e fortunatamente è negativo. Domani potrebbe toccare a te, a tuo figlio, al tuo collega o al tuo migliore amico, gay o etero che sia.   

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Tra le iniziative per la Giornata Mondiale contro l’Aids (1° dicembre) è stato presentato ieri a Roma, presso la Federaziona Nazionale della Stampa, il progetto nazionale We Test - Mettiamo la salute in circolo, che prevede il test rapido Hiv nei circoli Arco e nelle associazioni Lgbti.

A intervenire, fra gli altri, alla conferenza stampa di presentazione Roberto Dartenuc (presidente di Arco), Sebastiano Secci (presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli), Giulio Maria Corbelli (vicepresidente di Plus Onlus), Michele Breveglieri (Arcigay), lo storico miliante del movimento di liberazione omosessuale Vanni Piccolo.

L'iniziativa si svilupperà in oltre 15 città, con 9 associazioni coinvolte e oltre 3000 test previsti in più di 30 fra circoli e associazioni locali, direttamente nei luoghi di ritrovo della collettività Lgbti. L'obiettivo - si legge nel comunicato congiunto - è quello di ampliare la possibilità di fare il test, diffonderne la periodicità, contrastare il ritardo nella diagnosi da Hiv, tra i principali responsabili della continua diffusione del virus.

Tra le novità dell'iniziativa l'ampio partenariato che sostiene il progetto, che include anche associazioni non strettamente legate alla prevenzione nel gruppo MSM (maschi che fanno sesso con maschi): ArcigayArc Onlus, Arco - Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali, Asa - Associazione Solidarietà Aids MilanoCircolo di Cultura Omosessuale Mario MieliIreos - Comunità queer autogestitaNps Italia OnlusNudi - Nessuno Uguale Diversi InsiemePlus Onlus.

Il tema principale secondo i promotori, che riprendono i dati dell'Istituto Superiore di Sanità è quello delle diagnosi tardive, dovute all'assenza di una cultura del test abituale.

«Oltre la metà (55,8%) delle persone che hanno avuto una diagnosi di infezione da Huv nel 2017 (3443) aveva già il sistema immunitario compromesso (definito come un numero di cellule CD4 inferiore a 350). Inoltre - proseguono - va rilevato che tra le motivazioni che hanno indotto le persone con nuova diagnosi Hiv a fare il test, si registra una percentuale stabile (32%) di persone che lo hanno fatto a seguito di sintomi Hiv correlati, mentre solo un 26% lo ha fatto in seguito a comportamenti a rischio infezione

Tutto questo rappresenta una situazione critica di grave rischio per la salute: se diagnosticata per tempo l’infezione da Hiv è perfettamente gestibile con la terapia antiretrovirale (che può rendere il virus non trasmissibile), mentre in caso contrario compromette il sistema immunitario e diventa più facilmente trasmissibile».

Come ribadito dai promotori in conferenza stampa, We Test mira a rendere strutturali esperienze di collaborazione già rodate sul territorio per raggiungere le persone direttamente nei luoghi di ritrovo, ampliare la possibilità di fare il test e ottenere informazioni sulla salute, sensibilizzare alla periodicità dei test in strutture pubbliche e associative». 

L’iniziativa si svilupperà in tutto il 2019 e vedrà per la prima volta un'azione coordinata di monitoraggio e raccolta dati su scala nazionale.

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Tra le tante iniziative, che nascono in seno alla Giornata mondiale della lotta contro l’Aids (1° dicembre), c'è da segnalare una serie di manifestazioni odierne a Bologna presso lo spazio Ateliersi (via San Vitale, 69) dal titolo Coniglie bianche alle frociate.

A organizzarla il collettivo dei Conigli Bianchi ARTivisti contro la sierofobia, il Laboratorio Smaschieramenti e la Consultoria Transfemminista QueerL’obiettivo di un percorso condiviso, che non finisce con questa giornata, è la creazione di nuovi immaginari sex-positive e siero-consapevoli.

Tra le varie realtà coinvolte nella giornata anche Non Una Di Meno Bologna, Plus Onlus e la Gruppa del Centro di Salute Internazionale.

Quasi 40 anni fa, con lo slogan Silence = Death, il gruppo di disobbedienza civile Act Up tentò di disintegrare il muro di stigma e silenzio che società civile e politica eressero attorno all’epidemia dell’Aids. Quel muro, nonostante numerose vittorie, esiste ancora oggi e continua a causare ignoranza, discriminazione e le tante nuove infezioni.

Dalle performances ai live painting, passando per la mostra delle illustratrici e degli illustratori, Coniglie Bianche alle frociate inizierà, alle 18:00, con l’inaugurazione della mostra delle artiviste e degli artivisti contro lo stigma dellla sieropositività

Proseguirà alle 19:00 con un momento d'autoinchiesta sulla sieroconsapevolezza e su come le tecnologie mediche e digitali intervengano sulla vita delle persone sieropositive.

Alle 22:00, invece, Tony Allotta ed Er Baghetta, insieme con special guest d’eccezione, animeranno uno spettacolo interattivo che nasce sul palco e finisce su carta: grazie al "superpotere" dei fumetti, della visibilità e dell'ironia si esorcizzerà ogni imbarazzo e tenterà di trasformare l’Hiv in un tema che sprigiona potere e non paura. E che unisce, anziché dividere, tanto eroticamente quanto politicamente.

 

Per finire, a partire dalle 23:30, Dj-Set delle Meraviglie a cura delle Atlantidee.

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Nell’ambito delle iniziative romane per la Giornata Mondiale della lotta contro l’Aids (1° dicembre) la Piramide Cestia è da questa sera (fino a domani) illuminata di rosso. A campeggiare poi su una delle quattro facciate del monumento la scritta Stop Aids.

Si tratt di un’iniziativa volta a richiamare l’attenzione di cittadini e turisti sulla necessità di prevenire le infezioni da Hiv e di contrastare lo stigma sierofobico

Presenti all’accensione, avvenuta alle ore 18:30, la ministra della Salute Giulia Grillo, il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari opportunità e ai Giovani Vincenzo Spadafora, la sindaca Virginia Raggi, la presidente di Acea Micaela Castelli.

La ministra ha dichiarato: «Credo sia una ottima iniziativa rendere gratuito il test dell'Hiv e spingere con le campagne di informazione i giovanissimi. Anche perché apprendendo l'importanza del test conoscono la gravità dell’Hiv, che purtroppo dai giovani oggi viene spesso sottovalutata.

L'impegno da parte nostra è lavorare con le associazioni e reperire finanziamenti, non credo che sarà una cifra proibitiva, per poter fare questo test gratuitamenterispetto alla malattia».

La titolare del dicastero di Lungotevere Ripa ha poi salutato i rappresentanti presenti delle Sezioni L (per la Lotta all’Aids) e M (del volontariato per la lotta contro l’Aids – ex Consulta Nazionale di lotta all’Aids) del Comitato tecnico sanitario del ministero, assicurando loro un incontro ufficiale coi componenti delle stesse in materia di campagne informative e strategie nazionali.

Tra i rappresentanti delle associazioni Massimo Farinella (presidente della Sezione M del Comitato tecnico sanitario nonché responsabile area Salute per il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli), Massimo Oldrini (presidente della Lila), Giulio Maria Corbelli (vicepresidente di Plus Onlus).

Sarà proprio Massimo Farinella a ritirare domani il Premio Formica d’Oro 2018 attribuito al Coordinamento Romano Hiv (ex Consulta Romana Hiv), di cui è portavoce, insieme coi componenti delle altre associazioni aderenti. Riconoscimento che, fra gli altri, sarà anche assegnato in memoriam allo storico attivista del Mieli Andrea Berardicurti.

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Stabili i nuovi casi, incidenza maggiore delle nuove infezioni tra i 25 e i 29 anni. Si conferma in generale la trasmissione da rapporti eterosessuali come modalità principale, mentre tra maschi si stabilizza quella da MSM. Resta critica la situazione delle diagnosi tardive, con il 73,9% delle nuove diagnosi di Aids in cui la persona scopre di essere sieropositiva pochi mesi prima di passare allo stato conclamato. 

 

Secondo il report annuale dell’Istituto Superiore di Sanità, diffuso pochi giorni prima dalla Giornata Mondiale di lotta contro l'Aidsnel 2017 sono state segnalate 3.443 nuove diagnosi di infezione da Hiv (al netto di eventuali ritardi di notifica). L’incidenza - il numero di casi in rapporto alla popolazione - maggiore di infezione da Hiv è nella fascia di età 25-29 anni.

La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituiscono l’84,3% di tutte le segnalazioni. Percentuale, questa, che dal 2014 si mantiene tra l'84 e l'85%.

Tra questi, il 45,8% provengono da rapporti eterosessuali, mentre il 38,5% da rapporti Msm (maschi che fanno sesso con maschi): una categoria che è bene ricordare non coincide del tutto con i maschi gay ma include tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno avuto un rapporto omosessuale.

Se invece consideriamo solo i maschi, la modalità principali rimane quella dei rapporti Msm con il 38,5% rispetto ai maschi che hanno rapporti eterosessuali con il 25,3% (38,1% e 27,7% nel 2016, 45,7% e 28,9% nel 2015, 49% e 26% nel 2014).

Si conferma la tendenza generale effettuare il test Hiv in situazioni specifiche e non per abitudine: nel 2017, il 32,0% delle persone con una nuova diagnosi di infezione da Hiv aveva eseguito il test per la presenza di sintomi Hiv-correlati il 26,2% in seguito a un comportamento a rischio e il 14,6% in seguito a controlli nei Sert, nelle strutture extrasanitarie e nei penitenziari. 

Cooerentmente a questo dato, oltre la metà (55,8%) delle persone che hanno avuto una diagnosi di infezione da Hiv nel 2017 (3443) aveva già il sistema immunitario compromesso (definito come un numero di cellule CD4 inferiore a 350).

Nel 2017 sono stati diagnosticati 690 nuovi casi di Aids pari a un’incidenza di 1,1 nuovi casi per 100.000 residenti. Come noto da diversi anni, la proporzione delle persone con nuova diagnosi di Aids che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere Hiv positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di Aids conclamato è aumentata su scala ventennale, passando dal 20,5% del 1996 al 73,9% del 2017.

Rispetto agli ultimi anni questo dato subisce finalmente una battuta d’arresto rispetto al 76,3 nel 2016, al 74,5% del 2015 e al 71,5% nel 2014). Il fenomeno complessivo delle diagnosi tardive, tuttavia, resta una delle criticità da affrontare nonché una delle principali cause di trasmissione del virus, che non viene trattato efficacemente all'inizio dell'infezione. 

Come ha ben spiegato infine la Dott.ssa Barbara Suligoi dell'Istituto Superiore di Sanità, infine, la sfida principale rimane quella di riagganciare il trend europeo di complessiva diminuzione delle nuove  diagnosi di HIV, che invece in Italia sono stabili da 4 anni. 

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In occasione della Giornata Mondiale di lotta contro l’Aids, che, su proposta dell’Oms fu approvata nel 1988 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e fissata al 1° dicembre, Arcigay Rimini ha organizzato una serie di manifestazioni significative.

Nel pomeriggio di oggi, alle 17:00, sarà inaugurata presso la Far (Fabbrica Arte Rimini) in piazza Cavour una mostra costituita da materiale originale legato a una vicenda avvenuta nel 1994 nella città dei Malatesta: il sequestro, cioè, del Piccolo libro dell'amore senza rischi che, realizzato da Arcigay Rimini e Lila, fu sequestrato perché ritenuto"pubblicazione oscena"in quanto usava termini espliciti. Una campagna d’informazione innovativa per quegli anni a fronte di quelle governative che ricorrevano anche all’uso anacronostico di termini latini.

La vicenda ebbe all’epoca un ampio risalto nazionale tanto da essere trattata anche dal settimanale Cuore. Vicenda che con gli occhi di oggi appare surreale ma fa comprendere quanto (e quanto poco) è cambiato da allora. 

All'inaugurazione prenderanno parte, oltre al presidente di Arcigay Rimini Marco Tonti, il direttore di Gaynews Franco Grillini (uno dei protagonisti della vicenda nonché profondo conoscitore dei fatti della Riviera romagnola tra gli anni ’80 e ‘90) e la giornalista de Il Fatto Quotidiano Lia Celi (allora componente della redazione di Cuore).  

Patrocinato dal Comune di Rimini, dall’U.O. Malattie infettive del locale Ospedale Infermi e da Agedo Rimini-Cesena, la mostra sarà visitabile fino al 2 dicembre

Sempre presso la Far si terrà inoltre l’incontro pubblico su Hiv e prevenzione dal titolo Facciamo il punto.

Alle 17:00 dell’1 dicembre si confronteranno al riguardo i medici Andrea Boschi (U.O. iIfettivologia Rimini) e Leonardo Montecchi (Sert Rimini), l’olandese Orlando Lansdorf (componente autorevole dell’Ahf (Aids Healthcare Foundation), la presidente di Agedo Rimini-Cesena Mara Bruschi e il presidente di Arcigay Rimini Marco Tonti. 

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Giunge alla 2° edizione il progetto We Test - Mettiamo la salute in circolo che, in occasione del 1° dicembre (Giornata mondiale di lotta contro l’Aids), è promosso da Arcigay, Arc Onlus, Arco - Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali,  Asa - Associazione Solidarietà Aids Milano, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Ireos - Comunità queer autogestitaNps Italia Onlus, Nudi - Nessuno Uguale Diversi Insieme, Plus Onlus.

La conferenza stampa di presentazione si terrà, alle 11:00 di venerdì 30 novembre, a Roma presso la la Sala Azzurra della Federazione Nazionale della Stampa (Corso Vittorio Emanuele II, 349).

Oltre 15 le città coinvolte (Torino, Milano, Padova, Verona, Desenzano del Garda, Bologna, Rimini, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Pescara, Senigallia, Catania, Cagliari, Palermo), dove a partire da dicembre sarà possibile effettuare, presso le sedi di diversi circoli e associazioni, il test rapido Hiv in forma anonima e in maniere del tutto gratuita. Saranno inoltre fornite informazioni essenziali sulla prevenzione e l’importanza dei test sulle Ist.

Con questa iniziativa si vuole appunto riportare al centro dell’attenzione l’importanza dei test su Hiv e infezioni sessualmente trasmesse. Test che, insieme al preservativo e alle altre strategie di prevenzione, è tra i principali alleati per una sessualità consapevole e sicura: conoscere la propria condizione di salute consente infatti di curarsi per tempo, vivere bene ed evitare la diffusione delle infezioni.

Raggiunto da Gaynews, Roberto Dartenuc, presidente di Arco, ha detto: «We Test mira a potenziare e a rendere continuative le esperienze di collaborazione già in essere fra le varie realtà promotrici con lo scopo di riaccendere i riflettori su un tema sempre più trascurato.

Sono contento che un tale impegno sinergico si espleterà soprattutto presso i circoli ricreativi, che restano luogo primario di socializzazione e informazione su sessualità, prevenzione, salute.

Mi auguro che, negli anni, cresca sempre più l’affiatamento e l’intesa tra le associazioni, che hanno a cuore il benessere e la formazione dei loro soci e socie».

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"L'idea di fornire preservativi gratis anche ai migranti beneficiari di protezione internazionale o richiedenti asilo merita attenzione, ma per il momento è destinata a non avere riscontro". Con queste parole il capogruppo M5S alla Camera Uva commenta lo stop dell'emendamento in commissione proposto da M5S, e prima ancora anche dal PD, che prevedeva nell'ambito della manovra la gratuità dei contraccettivi (pillole e preservativi) per tutta la popolazione under 26. L'alto là è arrivato dalla Lega, che si è opposta per il fatto che a beneficiare del provvedimento sarebbero stati anche migranti beneficiari delle protezione internazionale e richiedenti asilo. L'emendamento non è ancora stato formalmente ritirato, anche se la strada sembra segnata. 

Non si è fatta attendere la replica delle associazioni, che hanno lanciato una petizione su Change.org per chiedere la reintroduzione dell'emendamento. 

"Proprio in vista della prossima ricorrenza del 1 dicembre, giornata mondiale della lotta all'AIDS - scrivono le realtà promotrici - si tratterebbe di un passo importante anche se non risolutivo verso la distribuzione gratuita del preservativo maschile e femminile non solo nelle strutture sanitarie per tutti e tutte, ma anche e sopratutto all’interno delle scuole, unito all'introduzione strutturale dell'educazione sessuale e affettiva come raccomandato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Invece nulla, nonostante gli ultimi dati che danno l'HIV in crescita tra gli e le adolescenti e l’evidenza lampante che la prevenzione è anche un risparmio in termini di spesa sanitaria. L’Istituto Superiore di Sanità segnala un’incidenza maggiore dell'infezione nei giovani con un’età compresa tra i 25-29 anni, non escludendo che il virus possa essere stato contratto quando erano ancora minorenni.Ciò lascia ancora più indignati - aggiungono -  è la motivazione: niente preservativi gratuiti a rifugiati e richiedenti asilo. L’ennesimo atto di razzismo che unito a ipocrisia e pregiudizio non fa altro che mettere a rischio la sicurezza e la salute pubblica principalmente di italiani e italiane, perché la sessualità e gli amori - come purtroppo anche l'HIV e le IST - non guardano certo la carta di identità!"

 

L'iniziativa è sostenuta dalle realtà che compongono il Coordinamento Laicità Scuola Salute: AGEDO –Associazione genitori parenti e amici di persone Lgbt+, CGD – Coordinamento Genitori Democratici, EDUCARE ALLE DIFFERENZE – Rete Nazionale per la valorizzazione delle differenze nelle scuole, FAMIGLIE ARCOBALENO – Associazione di aspiranti genitori e genitori omosessuali, GAYCS – Dipartimento Lgbt di AICS, Associazione Italiana Cultura Sport, GAYNET – Media, formazione e temi Lgbti, RETE GENITORI RAINBOW – Persone LGBT con figli e figlie da relazioni eterosessuali

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«La sua morte non sarò dimenticata, almeno da quelli di noi che rimangono impegnati nella lotta per una società in cui la vita umana detiene il più alto valore».

Queste le parole che il primo ministro greco Alexis Tsipras ha rivolto tramite lettera alla mamma di Zak Kostopoulos, linciato e ucciso il 21 settembre scorso ad Atene davanti alla gioielleria Di Angelo in via Gladstonos.

Parole, quelle del premier, in risposta alla missiva che la madre del noto attivista antifascista per i diritti delle persone sieropositive e Lgbtqi (conosciuto anche come Zachie Oh) gli aveva indirizzato e che il quotidiano Εφημερίδα των Συντακτών aveva pubblicato il 24 ottobre. 

Nell’esprimere a Elena Kostopoulos non solo condoglianze ma anche viva gratitudine per aver condiviso i propri pensieri e sentimenti, Tsipras ha affermato: «Quello che è successo e ha portato alla morte di Zak è un incubo.

Non solo perché la violenza brutale ha portato alla perdita della vita umana, ma anche perché ha aiutato l'emergere del cannibalismo sociale che applaude chi si sostituisce alla legge e non prova orrore alla vista della brutale violenza esercitata sui deboli, diversi o altri».

Il primo ministro si è poi detto d'accordo con l'appello della madre di Kostopoulos affinché sia condotta un'indagine approfondita e trasparente sulla morte di Zak. Un’indagine, che come stanno chiedendo ripetutamente associazioni e ong, dovrà far luce anche sull’atteggiamento della polizia

Video e immagini, diffuse anche sui media, mostrano infatti come gli agenti accorsi il 21 settembre in via Gladstonos abbiano più volte colpito brutalmente Zak, prima d’immobilizzarlo e ammanettarlo. E in manette Zak era stato posto sulla barella portata dagli operatori sanitari, per poi morire prima di raggiungere l’ospedale.

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L’uso di stupefacenti a scopo sessuale non è un fenomeno recente. Non c’è bisogno di scomodare i decadenti, i parnassiani (da Gautier a de Musset, da Baudelaire a Huysmans), il nostro Gabriele D’Annunzio o molte star del rock né, tanto meno, richiamare recenti fatti di cronaca per affermare una realtà che, sia pur sotto diverse modalità, è diffusa da tempo e riguarda tanto le persone eterosessuali quanto quelle Lgbti.

Ma quando si parla di chemsex – nonostante si utilizzi questo termine in maniera oramai generalizzante – è opportuno fare delle chiarificazioni, data la stretta correlazione con la popolazione omosessuale maschile.

Per saperne qualcosa in più, abbiamo raggiunto il noto scrittore, ricercatore e attivista d’origine australiana (ma vivente a Londra) David Stuart, che non solo ha coniato il termine chemsex ma è il promotore delle più importanti campagne mondiali di supporto alle persone che ne fanno uso.

David, il termine chemsex, diffuso ovunque, è stato da te coniato. Che cosa s’intende con esso in particolare?

Molte persone fraintendono il significato di chemsex, pensando che si riferisca all'assunzione di qualsiasi droga da parte di qualsiasi persona per fare sesso. Si tratta d’un equivoco molto diffuco.

Ma col termine chemsex ci si riferisce in realtà al fenomeno socioculturale che chiamiamo PnP (Party and Play). La sua definizione è strettamente correlata all’influenza che sugli MsM (maschi che fanno sesso con maschi) hanno avuto la diffusione di 1) Hiv/Aids nel passato e nel presente; 2) tecnologie come Grindr; 3) droghe specifiche come metanfetamina, mefedrone e Ghb/Gbl, strettamente associate a Grindr e ad altre app per sesso tra persone gay.

Le chems (droghe) uccidono una persona omosessuale maschile al mese a Londra (per quel che si sa) e sono diventate un problema noto all'interno delle comunità gay di tutto il mondo. Ecco, il chemsex si riferisce a un tale fenomeno. Richiedendosi una risposta mirata alla salute pubblica e un movimento comunitario per affrontarlo, c’era il bisogno di definirlo anche nominalmente sì da poter migliorare l’assistenza da fornire dai servizi di sostegno. Quel nome è appunto chemsex.

Quale tipologia di persona fa uso di chemsex e per quali ragioni?

Non esiste un particolare "tipo" di gay in riferimento a tale ambito. Potrebbero essere coppie felici che desiderano rendere più piccante la loro vita sessuale. Potrebbero essere omosessuali che si recano a party di gruppo e si divertono con il chemsex come parte di quell'esperienza. Potrebbero essere uomini che si collegano online o si divertono con i partner nelle saune. Potrebbe essere un gay solitario che gode di lunghe sedute di masturbazione. In molti casi, il chemsex è semplicemente un modo divertente per migliorare il sesso. Per molti altri il chemsex potrebbe essere un mezzo per risolvere alcuni problemi inerenti al godimento sessuale.

A volte alcuni fattori impediscono di eccitarci o rilassarci quando ci si trova in specifiche situazioni. Motivi d’ordine religioso o culturale, ad esempio, potrebbero farci vergognare delle nostre fantasie o dei nostri desideri. La condizione di sieropositività (e il connesso stigma presso larghi strati dell’opinione pubblica) potrebbe impedire di sentirci eccitati o a proprio agio quando si è a letto con un partner. Potrebbero anche influire ricordi spiacevoli di precedenti esperienze sessuali o difficoltà a fidarsi degli altri. Altre volte potremmo sentirci brutti e non all’altezza nel confrontare il nostro corpo con quello degli eventuali partner. Molti di noi potrebbero essere molto bravi nel fare sesso, ma in realtà non "sentirlo" in modo autentico.

Quali sono i rischi connessi al chemsex anche in riferimento all’Hiv e alle altre Ist?

Sono molti i rischi connessi al chemsex. Non poche persone sperimentano stati di grave psicosi che può manifestarsi come paranoia o percezione di essere perseguitati: tali sintomi possono durare per molti giorni dopo l’attività di chemsex. Sovradosaggi da Ghb o Gbl possono essere molto comuni, molti dei quali fatali. Si potrebbero poi manifestare stati depressivi. Molte persone perdono la capacità di provare godimento sessuale senza l’assunzione di droghe per non parlare di ricadute negative – con l’uso abituale – su la quotidianità, il lavoro, gli hobby, le amicizie. Interfrenze problematiche si registrano inoltre in riferimento a Hiv, epatite C e altre infezioni sessualmente trasmissibili

Preservativi, PrEP, PEP, cariche virali non rilevabili possono aiutare a prevenire le infezioni da Hiv. Ci sono anche alcuni metodi di riduzione del danno per aiutare anche a evitare di prendere (o trasmettere) l'epatite C. A volte può essere difficile praticare il sesso in modo sicuro quando si parla di chems, ma è di grande aiuto l’essere ben informati, ben preparati e sottoporsi ai test regolarmente.

Com’è nato in te l'interesse per il chemsex?

Circa 25 anni fa c'era un piccolo gruppo di gay (incluso me), che faceva uso di crystal meth e G, anche se a Londra all'epoca era piuttosto raro. Era prima dell’avvento di Gaydar, prima che molti di noi avessero computer. Ci siamo incontrati nelle saune e ci siamo chiamati "club del chemsex", perché ci sentivamo molto diversi dai ragazzi che usavano ecstasy o cocaina. L’esperienze sessuali con crystal meth e G erano molto diverse. Abbiamo poi iniziato a farne uso separatamente, perché non c’era un livello di assunzione che potesse adattarsi a ognuno di noi allo stesso modo.

Col passare degli anni queste droghe (chems) sono divenute sempre più popolari e in poco tempo, anche con l’avvento di Gaydar e Grindr, chemsex non era più il nostro piccolo gruppo in una sauna londinese.

Da un punto di vista personale ho iniziato ad avere sempre più difficoltà nel gestire una tale realtà e alla fine sono stato arrestato per spaccio di droga. Ho iniziato a fare volontariato in un servizio per tossicodipendenze di persone Lgbt: ero molto determinato ad aiutare la mia comunità nell’affrontare questo fenomeno specifico e unico. Non mi sembrava però che i servizi tradizionali per le dipendenze fossero il modo giusto per aiutare quanti facevano esperienza di chemsex: era fin troppo chiaro che non si trattava affatto di un semplice problema di droga per il quale le persone volevano aiuto. Era, invece, un problema che riguardava direttamente l’attività sessuale dei gay alla luce della diffusa utilizzazione delle app e della connessa difficoltà nell’orientarsi al riguardo.

Volevo creare servizi di supporto che potessero aiutare i gay a confronto con questa "moderna modalità di attività sessuale" anziché aprire semplicemente servizi per le tossicodipendenze delle persone omosessuali.

Alla luce della tua esperienza pensi che l'uso di droghe nel fare sesso debba essere condannato?

Penso che l'uso di droghe per il sesso non dovrebbe mai essere condannato; la condanna non ha mai aiutato una persona alle prese con problemi, mai. Penso, invece, che l'uso di droghe, il sesso tra persone gay e l'Hiv siano tutti fortemente stigmatizzati: la società avrà sempre la tentazione di condannarli tutti e tre, fraintendendo tutti e tre. Come comunità gay dobbiamo lavorare molto per contribuire a creare un clima di comprensione, consapevolezza e dialogo intorno al chemsex per far sì che nessuno sia condannato. In tal modo le persone che cercano aiuto in riferimento al chemsex potranno farlo senza vergognarsi o temere il giudizio altrui.

In base alle tue conoscenze qual è la situazione in Italia in riferimento al chemsex?

Ho molti amici, colleghi e sostenitori in varie parti d'Italia. Da ciascuno di loro ricevo report molto diversi su quanto grande o piccolo sia il problema del chemsex in Italia. I dati possono essere inaffidabili nel comprendere la vera scala del chemsex nel vostro Paese. Mi affido quindi a colleghi, amici e contatti italiani: molti sono attivisti, molti altri operatori sanitari. Ma mi baso principalmente sui messaggi di italiani che si dedicano al chemsex. Molti mi contattano per chiedere aiuto o consigli o perché hanno letto la pagina in italiano del mio sito di supporto alle persone che fanno uso di chemsex.

Nelle grandi città italiane il chemsex sembra essere lo stesso di quello di qualsiasi grande città del mondo con un’impegnata presenza di persone gay. Elemento che sembra connotare specificamente la realtà italiana del chemsex è quel backgruond religioso, che può far sentire le persone colpevoli nel fare sesso. Background che può rendere difficile alle persone, che cercano aiuto in riferimento al chemsex, di farsi avanti e chiedere aiuto ai servizi sanitari. Ciò è stato di ostacolo, finora, per la raccolta di dati sulla diffusione del chemsex in Italia. Ma questi ostacoli non risultano però insuperabili.

Sono molto onorato e orgoglioso di conoscere sempre più iniziative e grandi attivisti, che stanno compiendo opera di sensibilizzazione sul fenomeno del chemsex in Italia. Trovo che sia davverso stimolante, in Italia come altrove, l’intesa tra le associazioni per superare le grandi sfide: è quanto fatto prima con l'Hiv. Mi aspetto perciò molto dalla mia prossima visita nella splendida Italia.

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