Negli ultimi giorni l’attenzione di tante persone sarde è stata attirata da una lettera aperta pubblicata sui social da Maria Alexandra Tronci, che era stata rimproverata dalla proprietaria di un bar di Pirri (frazione di Cagliari) perché si scambiava gesti d’affetto con la sua compagna

Le parole della donna sono in breve tempo rimbalzate al punto tale da interessare anche la stampa regionale L’Unione Sarda.

Contattiamo Maria Alexandra Tronci per sapere qualcosa in più su questa vicenda.

Maria Alexandra, cos’è accaduto di preciso?

Io e la mia compagna frequentavamo il Mondo Bar di Pirri da circa due mesi e infatti chi ci lavora conosceva bene i nostri gusti. Per esempio tutti sapevano che siamo vegane e noi non avevamo nessun problema con la clientela. Comunque io e la mia compagna abbiamo avuto sempre un comportamento tranquillo ed educato senza mai rinunciare ai nostri reciproci gesti d’affetto. Invece, martedì scorso, la proprietaria di Mondo Bar si è avvicinata al tavolino dove eravamo sedute e ci ha richiamato in maniera infastidita sostenendo che i nostri atteggiamenti non erano decorosi e aggiungendo la sua preoccupazione per i bambini che ci avessero visto. Io sono rimasta senza parole perché non avevamo mai avuto problemi in quel posto.

La mia compagna ha provato a risponderle, facendo notare che, se qualche bambino avesse visto, avrebbe osservato due persone che si vogliono bene. Comunque, io ho pagato il conto e, in maniera ironica ma cortese, ho fatto notare che non sarei mai più tornata in quel bar. Poi, una volta rientrata a casa, ho scritto la mia recensione sulla pagina di Mondo Bar, raccontando l’accaduto. Ho notato subito una grande partecipazione e una grande solidarietà verso di me. Però quelli del locale hanno bloccato la possibilità di scrivere commenti. Allora ho scritto una lettera aperta di riflessione su una pagina Facebook che si interessa di recensire Bar e baretti di Cagliari. In seguito, la mia lettera aperta è diventata virale e le testate locali se ne sono rese conto.

Come hai reagito a questo improvviso interessamento della stampa?

Pensa che non me ne ero neppure resa conto! In particolare mi ha dato molto fastidio che la giornalista de L’Unione Sarda, nel primo articolo dedicato dal giornale alla mia vicenda, abbia utilizzato un’immagine tratta dalla videocamera di sorveglianza a circuito chiuso, senza chiedermene l’autorizzazione. Credo proprio sia illegale.

Invece, il secondo articolo uscito sull’Unione Sarda mi è piaciuto molto perché i giornalisti che l’hanno curato hanno messo in evidenza la mia vita in maniera completa, raccontando chi sono, raccontando il mio impegno nel volontariato, poiché curo una colonia felina, raccontando che ho due figlie. Insomma, hanno fatto un lavoro corretto e puntuale.

Molti commenti negativi sono apparsi sotto l’intervista sul network locale YouTg. Come li hai vissuti?

I commenti negativi non mi hanno dato fastidio,:purtroppo ci sono. È triste vedere che alcuni sono anche di persone omosessuali. Ma io so che per portare avanti una lotta, un ideale, bisogna metterci la faccia e rischiare qualcosa. Poi, in questo periodo politico, Salvini ha rinforzato la solita solfa del “fatelo a casa vostra” e quindi molti commenti sono anche il frutto dell’ignoranza di chi non vuol sapere e non vuol conoscere.

La proprietaria del bar, provando a difendere la sua posizione, ha dichiarato che la criticità del vostro comportamento non era dovuto al fatto che eravate due donne ma all’eccesso di “passionalità” del vostro bacio. Cosa ti senti di rispondere alla proprietaria di Mondo Bar?

La signora ha avanzato una serie di scuse che non hanno senso. Ha detto che pensava fossimo turiste. Ha poi detto che sarebbe intervenuta quando le effusioni erano diventate eccessive. E rifiuta di essere definita omofoba. Secondo me è il classico caso in cui la toppa è peggio del buco! Insomma si arrampica sugli specchi in maniera intollerabile.

Ti era già capitato di imbatterti in situazioni simili nel passato? Credi che la Sardegna abbia un serio problema di omofobia sociale?

Non mi era mai capitato di imbattermi in situazioni del genere. Certamente la Sardegna, come tutte le regioni italiane, presenta delle serie criticità relativamente alle discriminazioni omofobiche. Però io considero la Sardegna ancora una terra felice, forse proprio perché non mi erano mai capitate cose del genere.

Cosa ti auguri accada in seguito alla tua denuncia?

Il mio intento era sottolineare che ridurre l’accaduto ad un banale rimprovero è sbagliato perché l’omofobia è una realtà. E far passare un gesto d’amore e tenerezza tra due persone per un atto indecoroso e oltraggioso risponde al medesimo meccanismo mentale per cui si collega omosessualità e pedofilia, omosessualità e pornografia e omosessualità e perversione.

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A nulla sono valse le proteste avanzate da Amnesty International. Come previsto, le due donne d’etnia malese (di età compresa tra 22 e 32 anni), condannate in agosto per rapporti omosessuali, sono state oggi sottoposte alla pubblica fustigazione nel sultanato di Terengannu (uno dei 13 Stati federali della Malaysia).

La pena – che sarebbe dovuta essere inflitta il 28 agosto ma poi differita per motivi tecnici alla giornata odierna – era stata irrogata, all’inizio del mese scorso, da un tribunale della Shari'a.

Condannate anche a una multa di 3.300 ringgit (690 euro), le due giovani donne erano state arrestate ad aprile dopo essere state scoperte insieme in un'auto in una piazza pubblica.

Stamani, vestite di bianco e coperte dal velo, sono state fatte sedere su uno sgabello e, quindi, colpite sei volte con un bastone di rattan. Una di loro è scoppiata in lacrime. Oltre 100 persone hanno assistito alla pubblica fustigazione, cui Amnesty International ha levato ripetutamente la voce quale misura ingiusta e crudele configurabile alla tortura.

Ma per Abdul Rahim Sinwan, vicepresidente nazionale dell’Associazione Avvocati Musulman, la pena inflitta secondo le leggi islamiche non è stata né dolorosa né severa, avendo come scopo quello d’educare le donne perché si pentano. Riprova di ciò, sarebbe l’assenza di pianti e urla da parte delle condannate che, al contrario, «mostravano rimorso. Il pentimento è lo scopo ultimo della punizione per il loro peccato».

Non si può non ricordare come in tutti gli Stati malesi si registri un clima crescente di discriminazione e odio verso le persone Lgbti. Poche settimane fa autorità locali hanno fatto rimuovere i ritratti di due attivisti Lgbti da un pubblico evento.

Il ministro per gli Affari religiosi Mujahid Yusof Rawa ha inoltre dichiarato che il governo non sostiene né sosterrà in alcun modo la promozione della cultura Lgbti nel Paese. Nel mese d’agosto, infine, una donna transgender è stata fortemente picchiata da un gruppo di persone in uno Stato meridionale della Malaysia.

In Malaysia, come noto, quasi i due terzi della popolazione (che si compone di 31 milioni di abitanti) sono musulmani. Su di essi hanno competenza tribunali islamici in materia di famiglia, matrimonio e sessualità.

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Amnesty International ha esortato la autorità del sultanato di Terengannu (uno dei 13 Stati federali della Malaysia) ad annullare due sentenze di condanna per una coppia lesbica cui, all’inizio del mese d’agosto, è stata irrogata da un tribunale della Shari'a la pena della pubblica fustigazione. L’organizzazione ha definito una tale misura crudele e ingiusta.

Accusate d’aver tentato d’avere rapporti sessuali, due donne d’etnia malese – le cui generalità sono ignote –, di età compresa tra 22 e 32 anni, sono state condannate a sei colpi di bastone e a una sanzione pecuniaria.

La fustigazione sarebbe dovuta avvenire ieri, 28 agosto, ma è stata posticipata al 3 settembre per motivi tecnici.

«Siamo lieti – ha dichiarato Gwen Lee, direttore di Amnesty Malaysia – che la crudele e ingiusta punizione, irrogata a queste due donne, non abbia avuto luogo come previsto. Tuttavia, una dilazione non è ovviamente sufficiente. Per entrambe è ora necessario che siano annullate le rispettive sentenze in maniera immediata e incondizionata sì da porre fine a quest’ingiustizia una volta per tutte».

Amnesty ha anche lanciato un appello alle autorità malesi perché «si ponga definitivamente fine alla pratica della fustigazione e siano abrogate quelle leggi che impongono tali torture punitive».

In Malaysia quasi i due terzi della popolazione (che si compone di 31 milioni di abitanti) sono musulmani. Su di essi hanno competenza tribunali islamici in materia di famiglia, matrimonio e sessualità.

Nell’intero Paese si registra un clima crescente di discriminazione e odio verso le persone Lgbti. Poche settimane fa autorità locali hanno fatto rimuovere i ritratti di due attivisti Lgbti da un pubblico evento.

Il ministro per gli Affari religiosi Mujahid Yusof Rawa ha inoltre dichiarato che il governo non sostiene né sosterrà in alcun modo la promozione della cultura Lgbti nel Paese. Nel mese d’agosto, infine, una donna transgender è stata fortemente picchiata da un gruppo di persone in uno Stato meridionale della Malaysia.

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Sabato 25 agosto, nella suggestiva cornice del Villammare Film Festival, giunto ormai alle 17° edizione, è stato proiettato il film Le grida del silenzio di Alessandra Carlesi. Un thriller italiano, in cui si dipana la storia d’amore tra due donne, raccontata con grande cura e attenzione.

In effetti il film, interpretato da un apprezzabile cast d’attori tra cui ricordiamo Ivan Castiglione e Roberto Calabrese, racconta tranches de vie di sette ragazzi, ciascuno con le proprie storie e i propri universi emotivi e sentimentali. 

Storie che restituiscono allo spettatore la consueta dimensione di una quotidianità, la nostra, in cui la necessità di aderire a ruoli sociali e stereotipi comportamentali fagocita e neutralizza ogni potenziale e asistematica rivendicazione alla soggettività.

Ma la peculiarità della pellicola è la capacità di raccontare l’avventura dei sette protagonisti e del loro comune viaggio in un minivan, attraverso una narrazione a tratti onirica, sicuramente inquietante, che rivela tutta la fragilità delle maschere indossate nella vita d’ogni giorno.

D’altronde è proprio la paura – sembra suggerire Le grida del silenzio – il sentimento che ci fa perdere il controllo, che ci rende tutti uguali o più simili a noi stessi, che fa cadere le maschere e le barriere che avevamo sapientemente costruito.

Un film, questo di Alessandra Carlesi, che avrebbe meritato una distribuzione più ampia nelle nostre sale e che è stato accolto dagli applausi del pubblico del festival cilentano, diventato negli anni punto di riferimento eccellente della realtà festivaliera nazionale.

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Il 24 luglio è nata a Piacenza la seconda figlia di Sara e Irene, due donne locali unite civilmente. La piccola è stata concepita in Spagna, dove le due donne hanno prestato, mesi fa, il loro consenso a una fecondazione con donatore anonimo.

Sara e Irene erano fiduciose che dopo il parto avrebbero ottenuto a Piacenza, come in tanti altri Comuni italiani, il riconoscimento di entrambe. Si sono perciò mosse in anticipo e hanno contattato sia i vertici politici dell’amministrazione sia gli Uffici comunali.

Quando però è nata la piccola non solo l’ufficiale di Stato civile si è rifiutato di ricevere il riconoscimento di entrambe le madri. Ma si è opposto a formare un atto di nascita attestante che la bambina è nata da fecondazione assistita.

A Sara, la madre biologica, è stato detto che, se avesse voluto essere giuridicamente riconosciuta, avrebbe dovuto dichiarare di aver avuto un rapporto sessuale con un uomo, garantendo altresì che questi non è parente né affine.

Essendo Sara unita civilmente, ciò significherebbe dichiarare una condotta extraconiugale in violazione dei doveri propri anche degli uniti civilmente. Significherebbe, soprattutto, dichiarare il falso e attestare in un atto pubblico che c’è un padre anche se non è indicato il nome di questo uomo. Come noto, per il diritto italiano l’uomo che ha determinato con la copula carnale una nascita è, volente o nolente, padre del nato.

Ma proprio le false dichiarazioni allo Stato civile costituiscono gravi reati se alterano lo stato del minore. Ma è parimenti reato non dichiarare l’avvenuta nascita di un nato. Senza dimenticare che in assenza di atto di nascita il nome e cognome sono attributi dal Comune e non dai genitori. Infine una segnalazione del Comune alla Procura dei minori potrebbe determinare l’avvio di indagini per minore abbandonato.

Per questi motivi, Sara ha allora deciso di cedere e dichiarare il falso: per il bene della bambina, per non lasciarla in una sorta di limbo identitario.

Ma oggi la donna si recherà alla stazione dei Carabinieri e si autodenuncerà per queste dichiarazioni non veritiere. Vuole che si faccia chiarezza se lei o qualcun altro si è macchiato di una responsabilità penale prevista non da una ma da ben quattro disposizioni del Codice penale italiano.

Poi, alle ore 16.30 presso il Circolo Chez Moi di Piacenza in Via Taverna, 14, presenterà in conferenza stampa l’azione di autodenuncia. All'incontro, che gode del sostegno di Famiglie Arcobaleno, Non una di meno Piacenza, Arcigay Piacenza, Agedo Milano e Agedo nazionale, Ass. radicale Certi diritti, Arci Piacenza, sarà presente anche Alexander Schuster, legale di Sara.

Contattato da Gaynews, l'avvocato trentino ha dichiarato: «In Italia le mamme lesbiche vivono non solo una situazione di terribile incertezza quanto il fatto stesso di essere madri: Lo sono? Lo saranno? Lo diventeranno mai? Dall’adozione in casi particolari al riconoscimento alla nascita ora negato ora concesso: tutto avviene in un vero e proprio limbo giuridico.

Ma non solo. Esse vivono nell’incertezza e sono costrette a compiere reati, quando dichiarano il falso per tutelare i loro figli e per evitare che questi restino nel limbo oscuro dello stato civile.

L’inizativa di Piacenza è un tentativo di denunciare dall’interno il sistema, le sue contraddizioni e le assurdità».

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Un caso di discriminazione omofobica, ancora una volta attuato in un esercizio commerciale, si è verificato oggi a Napoli. È successo presso il McDonald’s di Via Merliani nel cuore del Vomero.

Una coppia di ragazze, Vittoria e Myriam – come denunciato dalle dirette interessate sui social –, è stata infatti ripresa da un dipendente perché, mentre sedevano a un tavolo e consumavano quanto ordinato, si stavando baciando.

L’uomo ha chiesto loro di conservare il “contegno” all’interno del locale, pur non rivolgendo la medesima richiesta alla coppia etero che continuava a baciarsi al tavolo accanto.

Nonostante la rabbia e l’indignazione le due ragazze hanno deciso di non lasciare il McDonald's e hanno continuato ad abbracciarsi per rimarcare con fierezza la dignità della loro storia d’amore e la legittimità dei loro sentimenti.

Per Gaynews, abbiamo contattato Chiara Piccoli, presidente Nazionale di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana), mentre stava partecipando a Campobasso al Molise Pride.

«L’Onda Pride 2018 – ha dichiarato – si avvia al termine con quasi 30 città invase dai nostri colori e dalle nostre voci. Quasi 50 anni di Storia sono stati scritti dalla comunità Lgbti, ma ogni giorno c’è chi ci ricorda che la strada da percorrere è tanta.

Mangiare qualcosa insieme, e poi abbracciarsi e baciarsi, guardarsi negli occhi e baciarsi ancora è troppo. È davvero troppo. Al punto che qualcuno segnala l’increscioso gesto a un dipendente, che intima “contegno”.

Tutto questo è avvenuto nella città in cui Alfi è nata: Napoli, una città la cui storia parla di contaminazione di culture, di accoglienza, di crescita.

Vogliamo affermare con forza che sì, la strada è tanta, ma non abbiamo paura di percorrerla. In salita, sotto al sole cocente di Napoli e di qualunque altra città italiana. Perché siamo il cambiamento, siamo Stonewall e siamo Miry e Vittoria.

Siamo tutte le persone coraggiose che hanno calcato queste strade e in anni non hanno mai smesso di lottare e di amarsi e di baciarsi per le strade. Senza contegno».

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In Bulgaria il ministero dell’Interno aveva negato all’australiana Cristina Palma, sposatasi in Francia con Mariama Diallo (cittadina francese) il 1° giugno 2016, il permesso di soggiorno non essendo ivi legale il matrimonio tra persone dello stesso stesso.  

Il 29 giugno (ma la sentenza è stata pubblicata soltanto ieri) il Tribunale amministrativo della capitale bulgara ha però accolto il ricorso della donna sulla linea della recente sentenza Coman emessa, il 5 giugno, dalla Corte di giustizia dell'Unione europea.

Come noto, la Grande Sezione del tribunale lussemburghese s’era espressa, lo scorso mese, sul caso del cittadino romeno, Relu Adrian Coman, che si era visto rifiutare dalle autorità del suo Paese il diritto di soggiorno superiore a tre mesi per il proprio compagno, il cittadino statunitense Robert Clabourn Hamilton, con cui si era sposato a Bruxelles nel 2010.

Pur affermndo che gli Stati membri Ue sono liberi di optare o non per il matrimonio egualitario, la Corte aveva sentenziato che «essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione europea rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio». Ribadendo altresì che  i cittadini dell’Unione godono del «diritto di condurre una normale vita familiare» quando circolano da uno Stato all’altro.

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La storia di Valentina, una giovane donna lesbica che vive con la sua compagna Clelia a Terracina, è divenuta nei giorni scorsi un caso nazionale. Una storia d’ordinaria omofobia connessa all’ambito lavorativo, da cui si può essere escluse per il solo aspetto.

«A noi servono donne, non maschi mancati. Ti presenti come donna, ma hai l’aspetto da maschio». Queste alcune delle parole rivolte via Messenger a Valentina, che aveva risposto a un annuncio di lavoro per uno stand di tiro al bersaglio nell’ambito della manifestazione Lungotevere in Festa 2018.

Un caso che, sollevato dal Gay Center di Roma, aveva subito allertato negli scorsi giorni i vertici dell’amministrazione comunale: «Faremo partire i controlli del caso, sulla base di quanto denunciato dalla ragazza – così da Palazzo Senatorio –. Condanniamo con fermezza ogni fenomeno di discriminazione per violazione dei diritti civili e sociali della persona».

Venerdì scorso Valentina ha avuto modo di confrontarsi privatamente con l’organizzatore della kermesse estiva e il titolare dello stand, che si è detto amareggiato delle parole scritte su Messenger da un suo collaboratore. Ma non si è andati al di là di condanne dell’accaduto e attestati di solidarietà.

«In ogni caso, anche se mi avessero proposto un lavoro – ha dichiarato a Gaynews –, dopo quanto successo, non avrei accettato».

È decisa al telefono Valentina ma anche emozionata e commossa come quando ha raccontato dell’incontro avuto, sabato scorso, con Imma Battaglia al Gay Village«Sono arrivata con la mia compagna Clelia e mi sono subito sentito coccolata.

Imma mi ha proposto un’offerta lavorativa all’interno del Village e mi ha presentato a chi si occupa della gestione del personale in vista di un colloquio. Mi ha poi detto che non devo risentirmi per quanto accaduto ma sentirmi fiera di ciò che sono. Ha poi aggiunto che ho fatto benissimo a denunciare l’accaduto.

Ho subito pensato alle tante persone che purtroppo non riescono a fare ciò: una situazione doppiamente terribile».

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A poco più di 48 ore dalla manifestazione di lunedì pomeriggio in Piazza del Campidoglio, che ha visto scendere in piazza diverse generazioni di donne e di uomini in difesa della Casa Internazionale delle Donne – la quale rischia lo sfratto per una morosità conteggiata in 800mila euro –, e il contemporaneo incontro presso il Palazzo Senatorio tra una delegazione di donne della Casa e le assessore Laura Baldassarre (Politiche sociali), Flavia Marzano (Roma Semplice) e Rosalba Castiglione (Patrimonio) assieme alla sindaca Virginia Raggi, la storica sede del movimento femminista, femminile e lesbico di Roma fa il punto della situazione in un’assemblea che chiama a raccolta le associazioni componenti nella sede dell’ex convento del Buon Pastore.

A riprendere le fila del discorso dall’incontro istituzionale, il cui esito è stato definito deludente, è stata la presidente della Casa Francesca Koch che ha aperto il dibattito alle valutazioni politiche di quanto sta vivendo la Casa sotto la giunta capitolina pentastellata e alle future iniziative e posizioni da intraprendere.

Uno dei primi punti da cui vogliono partire è una campagna di contro-informazione che rettifichi e smentisca le voci non vere fatte circolate sulla Casa internazionale delle Donne e definite false.

In primo luogo, il fatto che – secondo quanto scritto nella stessa mozione presentata dalla consigliera comunale Gemma Guerini – la Casa non avrebbe mai presentato le dovute relazioni. Cosa che, sostengono da Via del Buon Pastore, è stata fatta ed è documentata. Quello che invece forse non è stato fatto da parte degli uffici del Comune è l’inoltro dei documenti.

Altri dati smentiti sono quelli relativi alla gestione di “Hotel a cinque stelle” (ovvero la foresteria) e al restauro del Buon Pastore, non pagato con i soldi del Comune, come viene detto, ma dal Governo per il Giubileo. Senza parlare poi dell'accusa d'una gestione in mano a “signore snob” che pretendono per loro dei privilegi a differenza di chi assiste i malati di Sla o i bambini autistici, paga regolarmente l’affitto e sono, quindi, brave persone.

Un’equiparazione inaccettabile, che le donne della Casa rifiutano e rispediscono al mittente bollandola come tentativo, da una parte, di screditare le attività svolte in Via del Buon Pastore e, dall’altra, di contrapporre realtà e storie diverse che offrono tutte servizi a chi ha bisogno e proviene da diverse zone della città.

Il timore che serpeggia e che si intravede nella mozione Guerini – mozione che prevede la messa al bando del luogo e del progetto della Casa – è quello di uno “sgombero burocratico”, ovvero svuotare dall’interno la realtà delle associazioni con trattative al ribasso che ne indeboliscono identità e iniziative. In merito, poi, al “progetto di coordinamento”, gestito da Roma Capitale, di riallineare alle moderne esigenze il progetto della Casa riappropriandosi di un'iniziativa che si sostiene essere dell’amministrazione capitolina, da Via del Buon Pastore ricordano la vera storia di quel luogo: uno spazio costruito grazie alla mobilitazione femminista e dell’allora Giunta che affidava l’ex convento all’affermazione della libertà femminile, individuando proprio nel movimento femminista il soggetto che poteva portare avanti il progetto.

A raccontare a Gaynews cosa sia stata ed è ancora oggi la Casa Internazionale delle Donne e cosa ne significherebbe la chiusura è la stessa presidente Francesca Koch, la quale alle porte dell’anniversario della legge 194 interviene sul tema dei recenti attacchi al diritto all’aborto e risponde sulla legge 40, che disciplina la procreazione medicalmente assistita, in particolare sulla posizione della Casa in merito alla gestazione per altri.

«La Casa delle Donne – ricorda al riguardo Francesca Koch – è un soggetto plurale e, come tale, non ha una posizione univoca. Sulla gpa è aperta al dialogo, per cui non ha nessun diktat o linea da dare. Fermo restando che per noi il principio da salvaguardare è il rispetto dell’autonomia, dell’autodeterminazione, della dignità della donna».

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Da mesi ormai il mondo lesbico femminista italiano è attraversato da un conflitto che ha ridefinito i confini del movimento Lgbti+ e che ha generato un nuovo arcipelago di associazioni femminili e femministe. La radicalizzazione, in chiave neoreazionaria, di ArciLesbica ha determinato la nascita di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiane) che mette in rete tutti quei circoli che si sono autosospesi e si sono dissociati da ArciLesbica. E che a Bologna invece ha trovato concretezza in Lesbiche Bologna, legittime eredi della fu Arcilesbica Bologna e altrettanto legittime assegnatarie della sede del Cassero.

Nell’arcipelago lesbico italiano però qualcuno si dimentica sempre di noi, donne lesbiche, bisex, pamsex, transex, intersex, asex, queer, che militiamo in Arcigay o in altre associazioni Lgbti+ e che, non per questo, ci sentiamo meno lesbiche, meno femministe, meno donne, meno emancipate. Eppure agli occhi dei più noi non esistiamo.

Non importa se siamo presidenti di circoli territoriali. Non importa se lo siamo anche in città grandi e attive come Torino per citarne un, o se lo siamo state (fino ad alcuni mesi fa) in territori ostici come Salerno tanto per citarne un’altra. Non importa se siamo brave.  Non importa se facciamo parte dei gruppi dirigenti delle nostre associazioni e se siamo parte attiva di un’elaborazione politica che fa dell’acronimo Lgbti+ non un insieme di consonanti, ma un insieme di persone, che lottano per decostruire quegli stereotipi di genere che affliggono la nostra società e di cui ognuno di noi è vittima inconsapevole.

Noi, che ci sporchiamo le mani per ridefinire i confini di genere perché crediamo profondamente nell’autodeterminazione di qualsiasi individuo, non esistiamo. E, quando qualcuna di quelle compagne lesbiche, femministe si ricorda di noi, è per sbeffeggiarci. Noi che "gigioneggiamo con gli uomini” (come disse Cristina Gramolini a Ferrara il 1 dicembre 2018), che siamo le mogli dei gay, complici del loro innato, radicato e insradicabile maschilismo.

Talmente tanto dimenticate o non considerate che, ogni volta che una lesbica femminista muove un’accusa ad Arcigay o ad altra associazione Lgbti+, lo fa rivolgendosi sempre al maschile e sempre e comunque solo ai maschi, ai G di quell’acronimo. Noi donne Lgbti+, militanti di associazioni Lgbti+, non contiamo nulla. Ma non per i nostri compagni di lotte, dai quali abbiamo continue dimostrazioni di stima e rispetto, ma proprio per quelle donne che lottano per la parità e fanno della differenza un plusvalore.

E cosi ancora una volta mi tocca leggere frasi del tipo: La mia solidarietà ad #Arcilesbica che rappresenta la storia del movimento #Lgbt italiano e a cui tutte noi donne #lesbiche dobbiamo essere grate. Il movimento omosessuale italiano dovrebbe riflettere. Non si fa politica così. (Paola Concia, profilo Fb, 14 maggio 2018)

Ecco cara Paola, di cui non ricordo una lunga militanza nel movimento (ma forse sono io ad avere la memoria corta), e care compagne lesbiche femministe, fatevene una ragione! Il “movimento omosessuale” non è fatto di soli uomini. Le decisioni non le prendono solo gli uomini, gli indirizzi politici non sono il frutto di elaborazioni maschili e maschiliste. Il movimento che voi chiamate omosessuale è il movimento Lgbti+ italiano, fatto di persone che la pensano diversamente da voi, fatto di tante donne (cis, trans, queer, gender fluid) che lottano per l’autodeterminazione della donna anche quando questa passa dalla libera scelta di gestare per altri (perché l’utero è mio e me lo gestisco io, non voi).

Donne che si sentono diverse, ma uguali alle compagne trans perché non è quello che abbiamo tra le gambe che fa la differenza ma quello che siamo, quello che sappiamo di essere sin da piccole.

Siamo donne che rivendicano con orgoglio la libertà di fare del sesso un mestiere, senza per questo sentirsi vittime di un sistema patriarcale, ma semplicemente libere di determinare cosa fare del proprio corpo e della propria vagina. Donne che lottano perché le persone disabili tutte, di qualsiasi genere siano, debbano avere il diritto a una sessualità. Donne il cui utero non è un tempio sacro, per cui la genitorialità non passa esclusivamente dalla maternità. Donne libere dai quei meccanismi patriarcali di cui voi siete vittime. Perché il patriarcato è una pratica che voi applicate ogni qualvolta vi erigete a paladine della tutela delle altre donne.

Non ho mai avuto bisogno di essere tutelata da nessuno, uomo o donna che sia: io mi tutelo da sola ed esisto in quanto donna lesbica e femminista, che vi piaccia o no, anche se sono la presidente di un circolo il cui suffisso è gay. E sono favolosa!

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