Il progetto di nuova Costituzione, che il Parlamento monocamerale cubano ha iniziato da oggi a discutere, potrebbe aprire la strada alla legalizzazione delle nozze tra persone dello stesso sesso.

All'articolo 68, infatti, il nuovo testo definisce il matrimonio come «unione volontaria tra due persone» senza specificare il sesso dei nubendi.

Risalente al 1976, la vigente Carta costituzionale designa il matrimono quale «unione volontaria tra un uomo e una donna». Per il giornalista di Trabajadores e attivista gay Francisco Rodríguez (Paquito), componente del Partito Comunista Cubano, «sarebbe la porta aperta per promuovere la legalizzazione delle coppie dello stesso sesso».

Il progetto di riforma, ha osservato Rodríguez sul suo blog, include il «principio di non discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale e di genere», che consentirebbe «applicare altri standard legali e altre politiche pubbliche» per la protezione dei diritti persone Lgbti cubane, a lungo perseguitate e discriminate. Ma si tratta, in ogni caso, solo «di un primo passo» e su questo tema «la lotta non sarà facile».

Il nuovo testo, che ha 224 articoli, deve essere votato dall'Assemblea nazionale del Potere popolare entro lunedì ed essere sottoposto a un referendum popolare prima della sua adozione definitiva.

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In Bulgaria il ministero dell’Interno aveva negato all’australiana Cristina Palma, sposatasi in Francia con Mariama Diallo (cittadina francese) il 1° giugno 2016, il permesso di soggiorno non essendo ivi legale il matrimonio tra persone dello stesso stesso.  

Il 29 giugno (ma la sentenza è stata pubblicata soltanto ieri) il Tribunale amministrativo della capitale bulgara ha però accolto il ricorso della donna sulla linea della recente sentenza Coman emessa, il 5 giugno, dalla Corte di giustizia dell'Unione europea.

Come noto, la Grande Sezione del tribunale lussemburghese s’era espressa, lo scorso mese, sul caso del cittadino romeno, Relu Adrian Coman, che si era visto rifiutare dalle autorità del suo Paese il diritto di soggiorno superiore a tre mesi per il proprio compagno, il cittadino statunitense Robert Clabourn Hamilton, con cui si era sposato a Bruxelles nel 2010.

Pur affermndo che gli Stati membri Ue sono liberi di optare o non per il matrimonio egualitario, la Corte aveva sentenziato che «essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione europea rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio». Ribadendo altresì che  i cittadini dell’Unione godono del «diritto di condurre una normale vita familiare» quando circolano da uno Stato all’altro.

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Riguardando i diritti della persona che devono essere decisi in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, la trascrizione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero è competenza esclusiva del giudice ordinario e non di quello amministrativo.

Questo, in sintesi, il contenuto della sentenza nr 16957 che, depositata ieri dalle Sezioni unite Civili della Suprema Corte di Cassazione, ha accolto il ricorso di due donne, Costanza e Monia, ‘sposate’ dall’allora sindaco di Roma Ignazio Marino, il 18 ottobre del 2014, con trascrizione del matrimonio celebrato precedentemente a Barcellona. Quel giorno, come noto, in Campidoglio furono 16 le coppie di persone dello stesso sesso a celebrare la loro unione.

Successivamente, su input dell'allora ministro dell'Interno Angelino Alfano, il prefetto di Roma incaricava il viceprefetto di annotare sul registro dello stato civile l'annullamento della trascrizione in considerazione della ferma opposizione d’Ignazio Marino di procedere in tal senso.

Costanza e Monia fecero allora ricorso al Tar del Lazio che negò il diritto delle coppie omosessuali alla trascrizione delle nozze, stabilendo però che della materia non si potevano occupare né i prefetti né le circolari del Viminale che esortavano a sconfessare i sindaci.

Nel 2015, su reclamo del ministero dell'Interno, il Consiglio di Stato sentenziò che i prefetti, come autorità sovraordinata al sindaco, erano pienamente titolati ad avere voce in capitolo sulle nozze tra persone dello stesso sesso trascritte dai sindaci.

Ieri la Cassazione ha invece annullato con rinvio la sentenza del Consiglio di Stato affinché i giudici amministrativi rivedano la loro decisione e affidino al giudice ordinario il compito di valutare se il sindaco Marino ha fatto bene o male a registrare il matrimonio tra Costanza e Monia.

Una tale sentenza pone, fra l’altro, una pietra tombale sulla campagna promossa da CitizenGo e Generazione Famiglia perché il ministro Matteo Salvini dia incarico ai prefetti di annullare le registrazioni anagrafiche dei “bambini” arcobaleno fatte da vari sindaci.

Appello che, ieri, è stato prontamente quanto surrettiziamente modificato con riferimento al Consiglio dei Ministri. 

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Contattato da Gaynews, così ha commentato il verdetto l’avvocato Alexander Schuster: «La sentenza era lungamente attesa se pensiamo che l’udienza si era svolta a gennaio dello scorso anno. Si tratta d’una sentenza assolutamente ineccepibile che fa giustizia di quelle sentenze del Consiglio di Stato del 2015 che avevano di fatto avallato, in maniera assolutamente scorretta, le circolari Alfano. Circolati che davano ai prefetti poteri che nessuno aveva mai immaginato e che difficilmente avevano trovato consenso nella comunità dei giuristi.

Tant’è che poi, nel 2016, lo stesso Consiglio di Stato ha riconosiuto il proprio errore affermando che i prefetti non hanno tale potere.

Personalmente attendevo una tale sentenza perché di fatto chiamaa in causa, da un punto di vista tecnico, la divisione fra giudici ordinari (tribunali, Corti d’Appello e Cassazione) e giudici amministrativi. È stato ribadito, una volta per sempre, come il diritto di famiglia e le questioni che riguardano i diritti civili siano materia esclusiva dei giudici ordinari.

Sono altresì contento perché i giudici del Consiglio di Stato avevano preso di mira la decisione della Corte di appello di Napoli sul matrimonio delle mie assistite Giuseppina La Delfa e Raphaëlle Hoedts. L'avevano di fatto sbertucciata - e con essa tutta la giustizia ordinaria – e, muovendo da questo esempio, il giudice Deodato aveva benedetto i prefetti come gli unici che potevano ripristinare l'ordine giuridico in Italia e garantire l'uniforme applicazione del diritto. Come dire: Che ci sta a fare la Cassazione allora se bastano i prefetti spalleggiati dalla giustizia amministrativa?

Ora le Sezioni unite hanno riposto ognuno nei propri confini».

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Diego Bianchi, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Zoro, riceverà domani sera al Padova Pride Village il premio di Persona Lgbt dell’anno.

Un riconoscimento che, giunto alla seconda edizione e assegnato nel 2017 a Franco Grillini (che domani sarà presente nelle vesti di presidente di giuria), è stato accolto con gioia ma anche con grande stupore dal conduttore televisivo di Propaganda Live.

La scelta di puntare su una persona esterna alla collettività Lgbti è da leggere nell’ottica di quella trasversalità d’intenti su cui hanno puntato non pochi documenti politici dell’Onda Pride. Una condivisione di ideali e battaglie di tutte le minoranze che, alla pari di quella arcobaleno, vedono conculcate identità e diritti dall’avanzata di forze di estrema destra e reazionarie.

Come preannunciato dal deputato dem Alessandro Zan, ideatore e fondatore del Padova Pride Village, «Diego Bianchi, grazie ai suoi programmi tv, come Tolleranza Zoro, Gazebo e Propaganda Live ha saputo incidere notevolmente sull’opinione pubblica e sensibilizzare così il dibattito sulle tematiche dei diritti civili dimostrando un impegno costante contro ogni discriminazione da orientamento sessuale e identità di genere». 

Nelle motivazioni d’assegnazione del premio – che saranno rese integralmente note domani sera sul palco del Pride Village – c’è anche un riferimento iniziale al noto dibattito tra Diego Bianchi e Massimo D’Alema risalente agli inizi del 2012.

All’allora presidente del Copasir e componente di spicco del Pd, che su matrimonio egualitario e famiglie arcobaleno aveva espresso parere negativo in nome dell’art. 29 della Costituzione e aveva affermato: «Del resto le priorità sono altre», Zoro ribattè: «Allora a questo punto, compagni gay che siete qua, aspettate un attimo, mettetevi l’anima in pace. Ragionando così, il vostro matrimonio non sarà mai una priorità».

Richiamo, questo, che lo stesso conduttore tv ha così commentato A Gaynews, media partner del Padova Pride Village: «Ammazza che siete andati a tirare fuori, bravi: l’intervista a D’Alema, quando lui fu costretto a chiedere scusa qualche giorno dopo».

Appuntamento dunque a domani sera a partire dalle 21:30 al Padova Pride Village.

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L’euforia messicana per la vittoria sulla Germania nella partita d’esordio ai Mondiali ha ricevuto negli scorsi giorni un duro contraccolpo dalla Fifa. La federazione calcistica centramericana è stata infatti multata di 10.400 dollari per i cori omofobi indirizzati a Manuel Neuer.

Nel corso del match, tenutosi il 17 giugno a Mosca, il portiere della nazionale tedesca è stato infatti beffeggiato a ogni rinvio dai tifosi messicani al grido di Ehhhhh, puto. Termine, questo, che, altamente spregiativo, è sinonimo del nostro frocio.

Motivo per cui, ieri, i partecipanti alla 40° edizione del Pride di Città del Messico si sono mescolati, lungo il Paseo de la Riforma, ai tifosi in festa per la vittoria del Messico sulla Corea del Sud. Vittoria che, conseguita appunto proprio nella giornata del 23 giugno, ha consentito alla federazione calcistica nazionale di accedere di fatto agli ottavi di finale.

«Speriamo che presto questo coro venga dimenticato – ha dichiarato alla stampa un passante, che celebrava con la sua famiglia la vittoria calcistica durante la parata –  e trasformato in qualcos'altro».

Benché il Messico abbia fatto grandi passi in avanti nel cammino per i diritti delle persone Lgbti (il matrimonio egualitario è legale nella capitale dal 2006 e successivamente lo è divenuto in 12 dei 31 Stati che lo compongono), la loro situazione non è del tutto rosea soprattutto al di fuori della capitale.

Uno studio, condotto nel 2016 dall'Università nazionale autonoma, ha evidenziato come il Messico sia il secondo dei Paesi dell’America Latina (dopo il Brasile) per numero di crimini omofobici e transfobici. Risale soltanto ad alcuni giorni fa l'uccisione di tre attivisti Lgbti lungo l'autostrada tra Taxo e Cuernavaca.

La Commissione nazionale per i diritti umani ha inoltre etichettato la cultura messicana come machista e patriarcale.

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«Anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione europea rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio».

Questo il punto nodale della sentenza emessa, il 5 giugno, a Lussemburgo dalla Corte di giustizia dell'Unione europea.

Il caso su cui la Corte ha emesso il suo verdetto è quello di un cittadino romeno, Relu Adrian Coman, che si era visto rifiutare dalle autorità del suo Paese il diritto di soggiorno superiore a tre mesi per il proprio compagno, il cittadino statunitense Robert Clabourn Hamilton, con cui si era sposato a Bruxelles nel 2010.

Per una valutazione della sentenza Gaynews ha chiesto il parere dell’avvocato trentino Alexander Schuster.

La sentenza Coman del 5 giugno è una sentenza molto attesa ed è stata adottata dalla Grande Sezione, cioè dalla composizione massima della Corte per questo tipo di procedure. È una causa che come ECSOL abbiamo seguito negli ultimi anni, intervenendo anche nella procedura in Romania.

Complici i soliti titoli enfatizzati dei quotidiani, mi pare però che la sua portata sia stata fraintesa. Non è una sentenza propriamente sul riconoscimento fra Stati membri dell’Unione europea del matrimonio fra due persone dello stesso genere. È più correttamente una sentenza sul diritto di colui che in uno Stato membro risulta validamente come coniuge di godere del diritto di soggiornare in quanto stretto familiare di un cittadino dell’Unione in un altro Stato membro.

In altri termini, la Corte di giustizia non entra nel merito di un obbligo generalizzato di riconoscimento dei matrimoni e si limita ad affermare che il coniuge deve essere trattato quale coniuge ai fini del diritto di entrare e soggiornare in qualsiasi Stato membro dell’Unione. Questa era la questione posta dalla Corte costituzionale rumena e non è prassi della Corte di giustizia fare considerazioni al di là di quanto necessario per rispondere al quesito posto.

In tal senso è l’esito che attendevo. Nulla di più, perché non è nello stile della Corte. Ma anche nulla di meno, perché affermare che gli Stati potevano negare il diritto di vivere insieme alle coppie omosessuali sarebbe stato un grave segnale e soprattutto un passo incompatibile con sentenze della Cedu come Pajic c. Croazia e, soprattutto, Taddeucci e McCall c. Italia.

Ci sono nella sentenza, però, alcuni segnali utili per capire l’orientamento della Corte rispetto al grande tema del matrimonio.

La Grande Sezione afferma che gli Stati membri sono liberi di optare o non per il matrimonio egualitario. Quindi, i 28 Stati membri non incorrono agli occhi dell’Unione, almeno ad oggi, in nessuna violazione se non consentono l’accesso al matrimonio. È, infatti, ribadita la loro competenza in materia di stato civile e, quindi, di matrimonio.

E tuttavia – e qui c’è margine per futuri sviluppi – i cittadini dell’Unione godono del «diritto di condurre una normale vita familiare» quando circolano da uno Stato all’altro. La Corte cita così il filone giurisprudenziale da Vallianatos c. Grecia a Orlandi c. Italia, che incorpora l’importante principio enunciato in Oliari c. Italia.

Per quanto fosse scontato che la tutela della vita familiare nell’Unione dovesse essere almeno pari di quella garantita dalla Convenzione europea per i diritti umani, l’espresso riconoscimento che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione tutela le coppie dello stesso genere quale famiglia è un recepimento espresso di assoluto rilievo. I cui frutti speriamo di cogliere in giurisprudenza futura.

In tal senso il paragrafo con la giurisprudenza di Strasburgo sulla vita familiare appare più che la conclusione del ragionamento dei giudici di Lussemburgo, l’annuncio di un percorso appena iniziato.

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Si è cosparso di benzina e poi si è dato fuoco per protestare contro la distruzione ecologica del pianeta. È morto così carbonizzato nel Prospect Park di Brooklyn il noto avvocato 60enne David Buckel, specializzato in cause a difesa dei diritti delle persone Lgbti.

Componente di Lambda Legal, l'apporto di Buckel al riconoscimento legale del same-sex marriage ngli Usa è stato fondamentale soprattutto alla luce delle vittorie processuali conseguite nel New Jersey e nell'Iowa

Il suo nome acquistò rilievo internazionale quando nel 1999 il film Boys Don't Cry – che fece vincere a Hilary Ann Swank l'Oscar quale migliore attrice protagonista – portò sul grande schermo le vicissitudini e l'omicidio del giovane transgender Brandon Teena, dei cui eredi Buckel aveva assunto la difesa.

I resti dell’avvocato sono stati trovati dai passanti. In un carello della spesa, posizionato accanto al corpo, un biglietto su cui Buckel aveva espresso la speranza che la sua morte «potesse servire agli altri» .

«L'inquinamento – così nel testo inviato precedentemente via mail a vari quotidiani tra cui anche The New York Times - sconvolge il nostro pianeta... La maggior parte degli esseri umani sul pianeta respira aria resa malsana dai combustibili fossili e molti muoiono. La mia morte precoce da combustibile fossile rifletta quel che stiamo facendo a noi stessi».

Di lui l'avvocata Susan Sommer, già componente di Lamba Legal e consigliera generale presso la Sezione Penale del Tribunale di New York, ha affermato: «David era un avvocato molto intelligente e metodico. Conosceva la sua arte e il suo mestiere: era strategico nel procedere a blocchi verso una vittoria radicale».

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Mentre in Italia il presidente della Provincia di Trento Ugo Rossi nega il patrocinio al Dolomiti Pride con argomentazioni trite e ritrite – le quali mostrano ancora una volta il volto peggiore d’un centrosinistra dominato dai cattodem –, nella Repubblica di Costa Rica è proprio un candidato di centrosinistra a vincere a sorpresa le elezioni presidenziali. Una vittoria, la sua, strettamente correlata all’aperto e continuato sostegno, nel corso di tutta la campagna elettorale, del matrimonio egualitario e, più in generale, dei diritti civili nonché dell'eliminazione delle storiche diseguaglianze nel Paese.

Prima del 2 aprile il 38enne Carlos Alavarado era dato per perdente. Il suo antagonista, invece, Fabricio Alvarado, era in testa a tutti i sondaggi: espressione di quella destra cristiana evangelicale che si è purtroppo molto diffusa nel Sudamerica.

Il connubio tra politica di destra e fanatismo clerico-evangelicale costituisce, come noto, un mix davvero esplosivo. E, non a caso, a caratterizzare tale connubio c'è proprio il rifiuto del matrimonio egualitario, dei diritti civili delle persone Lgbt, dell'aborto, dell'educazione sessuale nelle scuole, dell'eutanasia e, in generale, di ogni diritto civile legato a questioni "eticamente sensibili".

Questo tipo di alleanza ha portato negli Usa a quei referendum decisivi, ad esempio, per la sconfitta del democratico John Kerry alle elezioni presidenziali del 2004 allorquando la Christian coalition segnò in maniera determinante la vittoria del repubblicano George Bush jr. La Christian coalition era guidata da quel predicatore evangelicale Ted Arthur Haggard, più conosciuto come Pastor Ted, che poi venne pizzicato a consumare droga negli incontri con un escort 49enne. Ennesima riprova di come i più rigidi moralisti abbiano poi comportamenti diametralmente opposti nel privato.

È quanto spesso successo anche in Europa. È bene ricordare il referendum che, promosso in Slovenia dalla locale chiesa cattolica, ha portato all'abrogazione del matrimonio egualitario. Al pari della petizione sostenuta in Romania dalla gerarchia ortodossa e cattolica, che ha raccolto 3 milioni di firme per inserire nella Costituzione il divieto di riconoscimento di matrimonio e unioni civili tra persone dello stesso sesso. Per non parlare dei Paesi ex sovietici che, sempre sotto l'impulso di fanatici ortodossi, stanno modificando le loro Costituzioni in materia matrimoniale e giusfamiliare per escludere qualsiasi riconoscimento dei diritti delle coppie Lgbt.

Alla luce di tutto ciò quanto successo nella Repubblica di Costa Rica assume un chiaro significato di controtendenza. Carlos Alvarado è stato eletto al secondo turno il 60,74% dei consensi sconfiggendo così l'avversario che si è fermato al 39,26%. Evidentemente i cittadini della Costa Rica hanno scelto la libertà respingendo quella che si potrebbe definire una versione cristiana della Shari’a.

Questo dimostra quanto sia sbagliata la convinzione, tutta italiana, che i diritti civili facciano perdere voti e che non si possano vincere le elezioni con una piattaforma laica. Dimostra che il matrimonio egualitario può ottenere l'approvazione della maggior parte della cittadinanza quando è inserito nella più ampia battaglia delle libertà civili riguardanti tutti.

E dimostra come il disprezzo verso i Pride sia un fenomeno tutto italiano. Altrove la classe politica progressista partecipa a tali manifestazioni come avviene, ad esempio, in Germania dove Verdi, Spd e persino la Cdu scendono in piazza con un proprio carro ai Pride di rilievo nazionale. Né si può dimenticare Sadiq Khan, il sindaco musulmano di Londra, accolto con una vera e propria ovazione, quando lo scorso anno prese parte al Pride nella capitale britannica.

Qualche decennio fa sono passato per la Costa Rica nel corso di un viaggio in Centroamerica. Si tratta di un Paese bellissimo dalla tipica vegetazione tropicale e dal clima per me perfetto. Un tempo si parlava dei Paesi dell'America Latina come di luoghi dominati dalle dittature fasciste, con radicali divisioni di classe, con situazioni sociali molto compromesse. Ora buona parte di essi è stata protagonista di clamorose rinascite culturali e democratiche che, come nel caso della Costa Rica, hanno persino qualcosa da insegnare all'Italia cattoleghista.

È proprio il caso di dire: Lunga vita al presidente Carlos Alvarado.

 

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Grazie, Costa Rica. Con questo semplice tweet il 38enne Carlos Alvarado Quesada - che, prima d'entrare in politica, è stato giornalista, scrittore di romanzi e componente della rock band Dramatika - ha annunciato d’essere il nuovo presidente del Paese centramericano per il quadriennio 2018-2022.

Il Tribunale supremo delle elezioni l’ha proclamato vincitore una volta superata la soglia del 91% dei voti scrutinati. Il candidato del Partido Acción Ciudadana (Pac), già ministro dello Sviluppo umano e dell'Inclusione sociale e, successivamente, del Lavoro nell'attuale governo di Luis Guillermo Solis, ha ottenuto il 60,74% dei consensi a fronte del 39,26% conseguito dal suo avversario. Si tratta del pastore evangelicale Fabricio Alvarado del Partido Restauración Nacional (Prc), che si è felicitato col neoeletto via Twitter.

Il voto è arrivato al termine di un'infuocata campagna che ha avuto come terreno di scontro il matrimonio egualitario. Campagna su cui ha pesato la sentenza della Corte interamericana per i diritti umani, che il 9 gennaio ha stabilito il riconoscimento legale delle nozze tra persone dello stesso sesso in tutti i Paesi membri. 

Fabricio Alvarado aveva cavalcato il fronte del no, attaccando nei comizi anche la fecondazione in vitro e l'adozione di programmi d'educazione all'affettività nelle scuole secondarie.

Accusando l’avversario di basarsi su "posizioni cristiane estreme", Carlos Alvarado aveva invece sostenuto l'accesso al matrimonio per persone dello stesso sesso e la piena parità dei diritti.

Non a caso uno dei suoi primi tweet si conclude con le parole: Abbiamo visto un Paese con diseguaglianze che dobbiamo correggere

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Intervendo ieri a GhanaWeb Tv nel corso della trasmissione 21 Minutes with KKB, l’ambasciatore Usa Robert P. Jackson ha affrontato vari argomenti: dalla corruzione del Ghana allo stato di sicurezza nazionale, dal trasferimento nel Paese di due ex detenuti di Guantanamo a quello dell’omosessualità. Al riguardo il diplomatico ha affermato: «Credo che in Ghana ci siano molti più gay di quanti possano immaginare i ghanesi. Ma la maggior parte d’essi nasconde il proprio orientamento sessuale a causa della pressione sociale».

Ragione per cui Jackson ha auspicato la depenalizzazione dell’omosessualità in Ghana pur ribadendo che gli Stati Uniti non intendono assolutamente costringere alcun Paese a una modifica della propria legislazione al riguardo. «Chiediamo solo – ha spiegato – che tutte le persone siano trattate allo stesso modo. Che si vedano riconosciuti gli stessi diritti umani nonché il diritto alla privacy».

L’ambasciatore ha ricordato come proprio negli Usa le persone Lgbti siano state a lungo discriminate e come il matrimonio egualitario sia divenuto legale in tutti i suoi Stati solo a partire dal 2015. Ritenendo il Ghana «un Paese molto tollerante», Jackson ha pertanto sostenuto che nell’arco di dieci anni le persone omosessuali dovrebbero essere pienamente accettate e non più dunque penalmente perseguite.

Ottica, questa, consentanea a quella dello stesso presidente Akufo-Addo che, in un’intervista rilasciata lo scorso anno ad Al Jazeera, aveva affermato come probabile la futura depenalizzazione dell’omosessualità in Ghana. In correlazione, ovviamente, con la crescente opinione pubblica a favore di un tale atto.

Non bisogna dimenticare che, secondo quanto evidenziato in uno studio condotto nel 2015 da Africa Express, la criminalizzazione dell’omosessualità in «quasi tutti gli Stati africani ex colonie britanniche» è un retaggio della legislazione inglese d’epoca vittoriana.

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