Il 20 aprile, giorno di inizio del Lovers Film Festival, ricorre un anniversario importante per la comunità Lgbti e non solo: nel 2017, infatti, gli Champs-Élysées a Parigi sono stati scenario di un terribile attentato terroristico che ha portato alla morte di un agente, Xavier Jugelé, componente da diversi anni di Flag!, l'associazione Lgbtq della polizia e della gendarmeria francese.

Lovers, non senza commozione, ha deciso di ricordare questo triste episodio durante la cerimonia di inaugurazione con il cortometraggio Xavier, a lui ispirato, di Jo Coda.

«I Film che cambiano la vita credo continui a essere il leitmotiv che ci accompagna, caparbiamente voluto non solo da chi dà tutto se stesso per giungere a questi risultati - la squadra di lavoro per esempio che si prodiga con amore - ma anche tutte le istituzioni politiche e culturali che continuano a sostenerci». Con questi pensieri il presidente Giovanni Minerba si appresta a iniziare il 33° Lovers Film Festival, il più antico festival Lgbtqi d’Europa.

Gli fa eco la direttrice Irene Dionisio, visibilmente commossa, con questa parole: «Come ricorda già il nostro nome è l’amore che muove tutto. L'amore che Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio della rassegna e ora presidente, ha portato in sala con I film che cambiano la vita e che spinge l’intera squadra a proseguire in questa avventura. Un'avventura a volte dolce ed entusiasmante, a volte aspra e piena di difficoltà, ma con moltissimi compagni di strada che credono nella domanda Da Sodoma a…?.

Con il desiderio di portare avanti un discorso sul cinema e la vita, senza sconti, credendo che la cultura sia un mezzo di elevazione estetica e spirituale ed i festival organismi che vivono di persone e sentimenti e non di algoritmi perfetti». Una sintonia perfetta, dunque, tra Minerba e Dionisio, come s'evince anche dalla bella intervista congiunta concessa oggi a Daniela Lanni de La Stampa.

Il festival si concluderà il 24 aprile presso la Multisala Cinema Massimo: sarà un festival cinefilo, ma anche militante e pop, e si concentrerà sul tema dei diritti Lgbtqi attraverso i concorsi cinematografici, gli eventi speciali e Off.

Madrina d’eccezione del festival sarà Valeria Golino: una delle più amate attrici, registe e produttrici italiane, protagonista, ai più alti livelli, del panorama cinematografico internazionale. Ospite d’onore, invece, Robin Campillo, ultimo vincitore del Gran Prix a Cannes e vincitore della Queer Palm con un omaggio e una masterclass a numero chiuso in collaborazione con Franck Finance-Madureira, presidente e fondatore della Queer Palm di Cannes.

Come da tradizione Lovers non avrà come protagonista solo il grande cinema internazionale ma anche la musica: saranno infatti ospiti della rassegna Francesco Gabbani, Nina Zilli e l’”icona gay” Immanuel Casto.

Infine due grosse novità per il 2018.

Lovers Goes Industry, cioè il primo spazio di incontro e di confronto dedicato all’industria cinematografica Lgbtqi che nasce grazie alla collaborazione con l’Associazione Culturale Drugantis e al supporto di Compagnia di SanPaolo.

E il Focus Pride: un’iniziativa speciale nata in seguito alla collaborazione - avvenuta durante la 32° edizione – con il Coordinamento Torino Pride, che ha portato all’individuazione di quattro parole chiave alle quali sono state abbinate quattro pellicole. Il focus sarà introdotto da un approfondimento dedicato al modo in cui i media rappresentano le persone LgbtqI a cura di Diversity, l'associazione fondata da Francesca Vecchioni.

Madrina della sezione sarà Monica Cirinnà a cui sarà consegnato, lunedì il 23 aprile, il premio Milk.

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Le dichiarazioni di Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, sulla non concessione del patrocinio al Pride (decisione, in ogni caso, condizionata dalla posizione degli “alleati”) continuano a dividere gli animi al di là dei confini insubri.

A dare il fuoco alle polveri, come già ricordato, la senatrice Monica Cirinnà con un duro  tweet del 12 aprile. Le hanno fatto subito eco Diana De Marchi, delegata i Diritti della Segreteria regionale lombarda del Pd, e il segretario regionale Alessandro Alfieri in una nota congiunta.

E se nella giornata d’ieri Fontana ha incassato il sostegno dei sodali e neoparlamentari leghisti Simone Pillon e Paolo Grimoldi, plaudenti a una presa di posizione volta a frenare “carnevalate gender” quali i Pride, ha anche dovuto subire reazioni a catena non solo dal fronte del centrosinistra ma anche da quello pentastellato. E, queste, direttamente sul versante lombardo.

Le critiche del sindaco di Milano

A partire dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha dichiarato: «È la sua idea. Secondo me sbaglia perché questo vuol dire negare quella che è la realtà. La società è diventata così. Quindi penso che chi ha responsabilità su nuclei cittadini complessi non può che pensare a tutti». Ha poi aggiunto: «Noi invece su tutto il tema dei diritti siamo decisi a non fare nessun passo indietro ma semmai passi avanti».

Affermazioni, le sue, che hanno trovato un riscontro charificatorio in quelle di Pierfrancesco Majorino, assessore comunale alle Politiche sociali, che sui social ha scritto: «Regione Lombardia nega il proprio patrocinio al Pride. Noi, ancora una volta e con orgoglio, faremo il contrario. (Ed anzi lì presenteremo ulteriori novità sulla strada dei diritti)».

 

Simone Sollazzo (M5s): "Fontana esca dal Giurassico"

Durissimo, invece, il consigliere regionale M5s Simone Sollazzo, che ha affermato: «Ci troviamo davanti all’ennesima dimostrazione della demagogia leghista che si arroga il diritto di stabilire quali eventi siano inclusivi e quali possano addirittura essere nocivi per l'ordine pubblico. Le dichiarazioni del presidente Fontana sono solo un’immagine di triste continuità con la precedente Giunta Maroni che ha promosso la stessa scritta a favore del Family Day sul Pirellone. Passa il tempo e cambiano le facce ma la retorica rimane la stessa».

E se Monica Cirinnà aveva parlato di Lombardia nel «Medioevo dei diritti» grazie a Fontana, Simone Sollazzi non è stato da meno affermando: «Fontana deve uscire dal Giurassico! Non è tollerabile nel 2018 ascoltare affermazioni di tale natura. Non si giudicano le persone per l'orientamento sessuale».

L’omologa Monica Forte ha precisato il suo pensiero in una nota esprimente, fra l'altro, la posizione ufficiale del M5S lombardo. «Fontana - ha così affermato - sbatte la porta in faccia ai diritti civili. Il Pride è una manifestazione che accoglie, integra e diffonde la cultura del rispetto per tutte e tutti.

Dopo l’orribile sparata sulla razza bianca Fontana nega quello che in una regione all’avanguardia dovrebbe essere un patrocinio dovuto. Fontana, come altri presidenti, farebbe bene a partecipare alla manifestazione insieme a migliaia di lombardi che chiederanno uguaglianza, diritti e libertà.

La sua è una scelta antistorica, che vuole riportarci al medioevo del pregiudizio e della discriminazione. Il Gruppo M5S Lombardia è determinato a lavorare per la difesa dei diritti Lgbt. La Lombardia e Milano sono, da sempre, città simbolo della lotta per i diritti umani, e i Pride difendono conquiste di parità tutt’altro che scontate».

Le dichiarazioni dell'attivista M5S Giuseppe Polizzi 

Sulla questione è intervenuto anche l'attivista Giuseppe Polizzi, portavoce M5S presso il Comune di Pavia, che ha dichiarato a Gaynews: «Il Pride è un patrimonio per tutta la Lombardia. Reputo le parole di Fontana sbagliate nel merito e nel metodo. Nel merito: perché i Pride uniscono, mentre le sue affermazioni dividono. Nel metodo: perché ogni anno i Pride vedono la partecipazione di decine di migliaia di giovani alla vita politica del Paese e della Lombardia, mentre le parole di Fontana creano sfiducia nei confronti delle Istituzioni.

Spero che Fontana desista dall’idea di illuminare il Pirellone della scritta Family Day: perché nel Family Day, per come successo negli anni delle sue edizioni, non si parla di tutela della famiglia, cosa che sarebbe anche giusta, si fa esclusivamente propaganda omofobica. E l’omofobia crea bulli, sofferenza, violenza. L’omofobia uccide».

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Arriva oggi in circa 150 sale italiane, grazie a Vision Distribution, il biopic The Happy Prince. Il ritratto di Oscar Wilde, scritto, girato e interpretato da Rupert Everett.

L’attore di Norwich, in realtà, più che recitare sembra reincarnare il profeta del decandentismo d’Oltremanica, di cui ripercorre gli ultimi anni di vita. Anni segnati dalla povertà, dal disprezzo della pubblica opinione, dalla malattia. Cui si contrappongono quelli segnati dal lusso, dalla fama letteraria, dagli innamoramenti travolgenti per giovani uomini. Tra essi, soprattutto, Lord Alfred Douglas, l’amato-odiato Bosie: la loro tormentata relazione, come noto, fu all’origine della lite giudiziaria col di lui padre, John Sholto Douglas, IX marchese di Queensberry. Lite che portò Wilde a due processi, il secondo dei quali da imputato e poi terminato con la condanna a due anni di carcere per sodomia.

Tema, questo, che è stato affrontato sotto diverse angolature, lunedì 10 marzo, nel corso d’un’affollata conferenza stampa presso la Casa del Cinema di Roma, dove è stato proiettato in anteprima nazionale il film. Presenti anche alcuni attivisti Lgbti a partire da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

In sala anche la senatrice Monica Cirinnà, che ha dichiarato: «The Happy Prince è un film che conquista e commuove. La vita di Wilde assume per ognuno un ruolo paradigmatico perché ricorda che, tra le alterne vicende della vita, solo l’amore vince e dà senso alla nostra esistenza.

Il dramma personale del processo e incarcerazione è inoltre di grande attualità con riferimento a quelle persone che ancora in tanti Paesi vengono perseguiti penalmente e, in alcuni casi, mandati a morte a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. O anche in quelli, in cui un clima di odio o di disprezzo verso le stesse persone Lgbti si traduce in atti di violenza verbale e fisica. Come purtoppo accade anche in Italia e come è dimostrato, in questi ultimi giorni, dai gravi pestaggi omofobi di Roma e Parma».

E, al riguardo (e non solo), Gaynews ha rivolto queste domande a Rupert Everett.

Secondo lei, quale messaggio lascia oggi Wilde alle persone Lgbti?

Un messaggio sempre attuale perché lo stesso movimento Lgbti inizia in realtà con lui. Credo che la sua storia possa dare l'opportunità, come è stato per me, di fare un confronto tra quello che accadeva allora alle persone omosessuali e quello che accade oggi.

Wilde è stato perseguitato, disprezzato, condannato per la sua omosessualità (anche se questo termine si affermò solo anni dopo la sua morte). Ancora oggi gli omosessuali vengono perseguitati in Russia, Giamaica, Cina e India. Né bisogna dimenticare quanto accade anche a casa nostra con l'Ukip in Gran Bretagna e l'avvento della Lega omofoba in Italia. L'omofobia è sempre più diffusa. Un esempio è la città di Genova, che non ha concesso il patrocinio al Pride. Sono molto preoccupato. C'è insomma una rinnovata fobia contro le persone Lgbti e, rispetto a queste cose, bisogna essere vigilanti e attivi.

Non posso, infine, dimenticare la mia esperienza personale. Lavorare nel mondo del cinema negli anni ’80 equivaleva a scendere a compromessi se eri gay. E ,prima o poi, finivi con lo scontrarti contro un muro. Forse oggi la situazione è cambiata: ma negli anni ‘80 e ‘90' del secolo scorso è stato così.

Per questo Oscar Wilde è stato una grandissima fonte di ispirazione. Vorrei ricordare che a Londra è stato illegale avere rapporti omosessuali fino al 1968. Quindi, nella mia situazione, ho ripercorso un po' le orme di Wilde.

Nel suo film ci sono vari richiami scritturali come, ad esempio, nelle scene della rievocazione della permanenza nel carcere di Reading (in cui c’è una sorta d’identificazione mistica tra Wilde e il Cristo schernito, maltratto, crocifisso) e della parte finale del racconto del Principe Felice (le parole: I discepoli dormono sono un chiaro riferimento alla narrazione lucana del Getsemani). Sono reminiscenze personali e quanto ha giocato il suo rapporto con la fede?

Io ho ricevuto una formazione cattolica e vorrei ricordare che Wilde è stato sempre attratto dal cattolicesimo.

Egli – e lo testimoniano ampiamente i suoi scritti – è stato soprattutto attratto dalla figura di Cristo. Oscar era un grande genio ma anche un grande essere umano. Una cosa che lo avvicina a Cristo. Nella pena, nel patimento, egli vedeva una discesa agli inferi che si sarebbe conclusa con una sorta di rinascita. Nella prigionia, appunto, egli ha visto un'opportunità di rinascita sull’esempio di Cristo.

Ecco perché credo che la Chiesa Cattolica abbia tanto da imparare da Wilde.

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Preso di mira dal branco, seguito, minacciato, picchiato, rapinato e di nuovo minacciato con un coltello. E tutto ciò senza che nessuno intervenisse in suo aiuto. Il pestaggio è avvenuto a Roma, nel pomeriggio di giovedì, in Via del Portonaccio a pochi passi dalla Stazione Tiburtina

A rendere nota l'ennesima aggressione omofoba è stato il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli

La vittima è Federico, un giovane 21enne d'origine fiorentina, che rientrava dal suo primo giorno di lavoro presso un salone da parrucchiere. Ha dovuto trascorrere la notte in ospedale: ecchimosi sul viso, corpo dolorante per le botte prese e poi le dimissioni con cinque giorni di prognosi. Successivamente è scattata la denuncia e gli investigatori sarebbero già sulle tracce dei quattro aggressori.

Federico ha infatti raccontato di averli notati nelle settimane precedenti al pestaggio. Uno dei picchiatori aveva una croce celtica tatuata sulla nuca. Tutti indossavano giacche nere e portavano anfibi. Frocio di merda, Ora ti facciamo vedere cosa facciamo ai froci a Roma, gli hanno gridato. E poi calci, pugni, un colpo ai testicoli, ginocchiate alle costole.

«Ho gridato, chiesto aiuto - ha raccontato il giovane -. Nessuno è intervenuto. Ma non ce l'ho con chi, eventualmente, ha assistito alla scena. Mi è parso però strano che nessuno abbia notato la scena. Eravamo fuori Tiburtina, alle 17:30 del pomeriggio, non un posto isolato insomma».

Le parole di Sebastiano Secci

«Il Circolo Mario Mieli - ha dichiarato Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli - esprime la totale e incondizionata solidarietà a Federico, attivista della Roboterie - Nostri i corpi nostre le città. Rimaniamo veramente costernati alla notizia dell'ennesima aggressione subita a Roma. 

Siamo anche però felici che Federico abbia deciso di denunciare i suoi aggressori. La sua testimonianza, resa alle autorità competenti, delinea una chiara aggressione omofoba. Il branco violento ha agito sì per derubare ma soprattutto per offendere, minacciare e poi colpire con violenza».

Ha quindi aggiunto: «Non possiamo in alcun modo abbassare la guardia: le aggressioni a chiara matrice omofoba stanno aumentando in questi ultimi tempi. È urgente che i media, le associazioni e il mondo civile non sottovalutino queste violenze e chi è preposto alla sicurezza dei cittadini e delle cittadine sia vigile e faccia in modo di perseguire con durezza gli assalitori

E non deve nemmeno passare in alcun modo l'idea che atti di questo tipo in fondo possano essere tollerati o ancor peggio rientrino nella normalità di una città grande e tentacolare come Roma. Noi non ci stiamo! Per quanto ci riguarda è fondamentale l'intervento politico sulla questione: è urgente una legge contro l'omo-transfobia».

Il j'accuse di Monica Cirinnà alle istituzioni capitoline

La prima a esprimersi sull'accaduto è stata la senatrice Monica Cirinnà che ha dichiarato:  «L'aggressione omofoba avvenuta alla stazione Tiburtina di Roma ai danni di un ragazzo di 21 anni che tornava dal suo primo giorno di lavoro è che è stato pestato da un gruppo di neonazisti è grave e indica a quali conseguenze porti il lasciare spazio a derive neofasciste

Bene ha fatto Federico a decidere di sporgere denuncia, gli sono accanto e lo incontrerò nei prossimi giorni per potergli dare tutto il sostegno possibile insieme al Circolo Mario Mieli. Ciò che lascia attoniti è il silenzio delle istituzioni capitoline, per niente preoccupate per la sicurezza dei cittadini e incurante dei rigurgiti di violenza fascista che proliferano impuniti nella città Medaglia d'oro della Resistenza».

Il tweet serale della sindaca Virginia Raggi

Alle parole della madrina della legge sulle unioni civili si sono aggiunte quelle di condanna e solidarietà a Federico da parte della consigliera regionale Marta Bonafoni e del vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio. In tarda serata si è espressa anche la sindaca Virginia Raggi, che ha affidato il suo pensiero a un tweet. 

«È inaccettabile - ha scritto - quanto accaduto a Federico, vittima di un vile pestaggio omofobo. Roma rifiuta violenza. Responsabili siano assicurati alla giustizia». 

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Il manifesto è stato rimosso!! Con queste parole l'Associazione Vita di Donna onlus ha dato notizia dello sperato esito della petizione online, lanciata ieri sulla piattaforma Change.org.

La petizione era stata motivata dall’affissione a Roma in Via Gregorio VII di una gigantografia ritraente un feto e recante la scritta: «Ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito». Commissionato da ProVita in prossimità (22 maggio) del 40° anniversario dell’entrata in vigore della legge 194, era - fino ad alcune ore fa - il più grande manifesto (7x11 metri) mai realizzato in Italia contro l’interruzione di gravidanza. 

La campagna di ProVita aveva subito suscitato un’ondata di proteste sui social soprattutto da parte delle donne. A partire dalla senatrice Monica Cirinnà, che aveva lanciato su Twitter l’hastag #rimozionesubito mentre sulla pagina Fb aveva pubblicato il seguente post: Vergognoso che per le strade di Roma si permettano manifesti contro una legge dello Stato e contro il diritto di scelta delle donne.

Condiviso quasi 500 volte, il post è stato preso d’attacco con numerosi commenti offensivi nonché dai toni parossistici e sermonatori. In perfetta linea con quanto è dato leggere sul sito di ProVita, dove le reazioni contro il maxi manifesto sono state liquidate come “baggianate isteriche” e, paradossalmente, come manifestazioni di “oscurantisti del terzo millennio”.

Sarà forse opportuno ricordare come la senatrice Monica Cirinnà si fosse duramente scagliata, nell’estate scorsa, contro la partecipazione di Toni Brandi, presidente di ProVita, alla festa romana dell’Unità. Non è perciò un caso se sul medesimo sito dell’associazione sia stato ripreso con toni trionfalistici e irrisorii un articolo di Giordano Bruno Guerri comparso oggi su Il Giornale e critico nei riguardi della madrina della legge sulle unioni civili.

Articolo in cui l’intellettuale afferma di non capire “chi vuole la rimozione del cartello né lo sdegno della senatrice Cirinnà”, richiamandosi all’articolo 21 della Costituzione. Ma dimenticando però che il diritto costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero dev’essere sempre contemperato con altri beni giuridici. Ci sono infatti limiti che, stabiliti da 30 anni di giurisprudenza di legittimità, non possono essere travalicati a partire dalla tutela delle libertà individuali.

Contro il cartellone sono oggi insorte le consigliere capitoline del Pd Michela Di Biase, Valeria Baglio, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e quella della Lista Civica Svetlana Celli.

Il Comune ha poi avviato indagini e ha allertato la polizia locale sul caso. L'amministrazione in passato aveva già interdetto l'associazione ProVita dall'affissione di simili manifesti, perché in contrasto con le prescrizioni previste dal Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente "esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali".

Poi nel pomeriggio d'oggi la rimozione.

 

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La questione del patrocinio al Dolomiti Pride continua a essere al centro di polemiche ma non senza colpi di scena.

A fronte della mancata concessione da parte della Provincia autonoma di Trento, il cui presidente Ugo Rossi ha liquidato la marcia dell’orgoglio Lgbti quale manifestazione di mero esibizionismo e folclore, hanno assunto posizione opposta la Città di Bolzano e, ieri, la Provincia autonoma di Bolzano e Alto Adige.

I due patrocini sono stati annunciati sulla pagina Fb del Coordinamento organizzatore.

Il primo con le parole C'è chi ha scelto di non esserci, e chi invece ha voluto esserci con orgoglio. Il secondo col seguente post: Le istituzioni che condividono principi di libertà, uguaglianza e inclusione ci sono e lo rivendicano con orgoglio! La Provincia di Bolzano patrocina il Dolomiti Pride, con gli auguri di successo per l'iniziativa dal presidente Arno Kompatscher.

Parole, in entrambi i casi, inequivocabilmente rivolte anche a Ugo Rossi che, annunciando un presunto no della Regione al patrocinio, aveva affermato di aver sentito in proposito proprio l’omologo altoatesino.

Ma Kompatscher, per quanto riguarda la provincia di sua competenza, ha dato prova di pensare diversamente da Rossi. «Gentili signore ed egregi signori – ha infatti scritto al Coordinamento organizzatore – in riferimento alla vostra richiesta di patrocinio per la manifestazione 'Dolomiti Pride', in programma per il 9 giugno 2018, comunichiamo che il patrocinio è stato concesso. Vi auguriamo una manifestazione di successo. Cordiali saluti».

E così il presidente di centrosinistra Ugo Rossi, attaccato duramente da parlamentari del Pd quali Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto, si ritrova a incassare solidarietà e sostegno da esponenti del centrodestra. Anche da parte del leader di Forza Nuova Roberto Fiore, per il quale la decisione del presidente della Provincia di Trento «è un primo passo in direzione di un ritorno delle istituzioni alla sanità mentale».

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Orgoglio oltre i confini. Questo lo slogan del Dolomiti Pride che avrà luogo a Trento il 9 giugno.

Un evento di portata storica – sarà infatti la prima volta in assoluto d’una marcia dell’orgoglio Lgbti in Trentino-Alto Adige – che, pur superando gli orizzonti spaziali e sociali della regione norditaliana, si è visto negare il patrocinio della Provincia autonoma di Trento. Per il presidente Ugo Rossi (di centrosinistra) si tratterebbe di mero esibizionismo e folclore.

Motivazioni, queste, che, addotte per motivare la non concessione del patrocinio, sono state duramente criticate dalla senatrice Monica Cirinnà sulle colonne de Il Dolomiti. «Dove sta il folclore - si è chiesta la madrina della legge sulle unioni civili -: quello di una bandiera rainbow? Di un carro festoso e ironico? Non mi pare che tutto questo possa offendere qualcuno. Io sono pienamente convinta che se all'inizio della loro storia i Pride non avessero osato anche con l'ostentazione, del tema dei diritti per le persone omosessuali non si sarebbe mai parlato e la discriminazione sarebbe rimasta così com'era».

Per non parlare dell’uscita di Alessandro Savoi, presidente della Lega Nord Trentino, che ha dichiarato con riferimento all’adunata degli alpini e al Dolomiti Pride: «Io sono alpino e paragoni come questo sono inaccetabili. Non confondiamo la merda con la cioccolata».

Per sapere di più su tali polemiche e sull’organizzazione del Pride del 9 giugno, abbiamo intervistato Paolo Zanella, presidente di Arcigay del Trentino e figura di spicco dell’attivismo Lgbti trentino.

Dolomiti Pride in arrivo. Ci puoi raccontare come nasce questo evento?

Il Dolomiti Pride nasce da un sogno: portare anche in una terra di periferia come la nostra una manifestazione di grande valore e impatto che restituisca visibilità alle tante persone che ancora vivono nell'ombra. Il Pride per Trento rappresenta una novità e l'idea di realizzarlo è frutto del lavoro delle associazioni sul territorio degli ultimi cinque anni. Un lavoro politico e culturale continuo per il benessere della comunità LGBTQI*, per promuoverne i diritti e contrastare l'omotransfobia. Un lavoro in un territorio non semplice, che spesso tollera la diversità, ma che ancora fatica a includerla.

Il Pride rappresenta il coronamento di questi anni di lavoro, ma soprattutto getta le basi per il tanto lavoro che ancora c'è da fare. In questo senso, il lungo documento politico, che si trova sul sito, traccia la strade e l'orizzonte del nostro agire futuro.

Quali sono i temi più importanti che affronterete durante il periodo del Pride? E quali le iniziative in programma?

Sono già in corso e lo saranno fino al giorno prima del Dolomiti Pride i tantissimi eventi che ci accompagneranno verso il 9 giugno. Affronteremo tanti temi di interesse per la comunità LGBTQI* e lo faremo con tante modalità diverse tra Trento, Bolzano e le periferie. Gli eventi sono organizzati solo in parte da noi. Mentre molti sono organizzati direttamente dalle realtà con le quali in questi anni abbiamo lavorato in rete.

Affronteremo con Amnesty International e Il grande Colibrì la questione che interseziona le identità LGBT* e i migranti. Parleremo di varianza di genere con Camilla Vivian e il suo libro Mio figlio in rosa nonché con la mostra Ella(She) di Marika Puicher. Proporremo una mostra fotografica unica, distribuita tra gli esercizi commerciali del centro, con a tema il travestitismo artistico di un collettivo di drag queen brasiliane Las monxtras. L'arte attraversa il genere. Parleremo del movimento trans con Porpora Marcasciano.

Incroceremo due eventi che hanno interessato la nostra città: il Sessantotto con una conferenza di Massimo Prearo e Elisa Bellè su Corpi, generi, sessualità in movimento - Le politiche dell'autodeterminazione e dell'orgoglio tra '68, movimento delle donne e attuale esperienza dei Pride e il Concilio di Trento con l'incontro Chiese e omosessualità. Esperienza anglicana, prospettive cristiane con Jonathan Boardman e Pierluigi Consorti. Parleremo di intersessualità con il reading Middlesex con la compagnia EmitFlesti.

Rideremo con le Salamandra Sisters, le drag queen di Mantova e il loro spettacolo Con gli occhi di una drag. Agedo presenterà in alcune località della provincia Due volte genitori e parleremo di omogenitorialità con Andrea Simone e il suo Due uomini e una culla e la mostra Famiglie, proposta dalla rete READY e realizzata da Comune di Trento e Provincia di Trento. E poi un cineforum con qualche proiezione anche nelle località periferiche, aperitivi e feste.

Avete costituto un coordinamento di associazioni territoriali?

Generalmemte parlando sul territorion esiste un'associazione di secondo livello, nata cinque anni fa, la Rete ELGBTQI del Trentino Alto Adige - Suedtirol, che racchiude, non solo le associazioni Lgbt*, ma anche quelle interessate ad occuparsi di questi temi. Vi fanno parte Arcigay del Trentino, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino, il Gruppo Rainbow, l'associazione culturale Te@, che si occupa in senso ampio di tematiche di genere, il Centro studi interdisciplinari di genere dell'Università di Trento, la Lila del Trentino e Propositv, entrambe occupate a contrastare Hiv e Aids e tante altre.

Per il Pride è stato messo in piedi un coordinamento informale tra Arcigay del Trentino, che è capofila, Rete ELGBTQI*, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino e Famiglie Arcobaleno.

La questione del mancato patrocinio da parte della Provincia di Trento è divenuta di rilievo nazionale. Ma la città di Trento è pronta per il Pride delle Dolomiti?

Credo che i cittadini, per lo meno la maggioranza, siano pronti a far invadere le strade dall'allegria, dalla musica e dai colori del Dolomiti Pride, perché vivono comunque il nostro tempo come straordinario momento di apertura all'altro. Spesso sono un passo avanti rispetto ai politici che li rappresentano. Anche se devo dire che dal Comune di Trento, in particolare nella figura dell'assessore alle Pari Opportunità Andrea Robol, abbiamo trovato sin da subito apertura e sostegno al Pride come manifestazione di valore culturale e sociale.

Lo stesso non possiamo dire della nostra Provincia Autonoma, che, nonostante abbia un governo di centrosinistra, ha negato il patrocinio alla parata con parole offensive non solo per le persone Lgbt* ma anche per tutta la cittadinanza che crede nei valori di libertà, uguaglianza e inclusione. Ritengo che il presidente Rossi non si sia reso conto dello scivolone che stava facendo oppure, dopo la batosta elettorale del 4 marzo, in vista delle elezioni di ottobre, sta solo riposizionandosi a destra. Peccato che lo faccia sulla pelle delle persone Lgbt*. Abbiamo comunque il sostegno anche del Comune di Bolzano, del Forum trentino per la pace e i diritti umani e della Commissione provinciale Pari Opportunità.

Omofobia, transfobia, lesbofobia, razzismo, xenofobia… Secondo te, sulla base dell'esperienza accumulata, come se ne parla nella Provincia di Trento?

Nella nostra provincia esiste un forte tessuto sociale e associativo con una proposta culturale ancora ricca e variegata. Dei temi dell'omo-lesbo-transfobia sul territorio ce ne facciamo carico prevalentemente noi, come associazioni, con azioni nelle scuole e con eventi culturali diversificati durante l'anno. Esistono diverse associazioni e realtà che si occupano di razzismo e che oggi si trovano con un sovraccarico di lavoro in seguito ai rigurgiti xenofobi che stanno tornando ad avere presa anche in un’isola felice come la nostra. E ciò grazie alle abili stumentalizzazioni di chi utilizza i migranti come capro espiatorio del malessere socio-culturale-economico che stiamo vivendo.

Quello che manca, forse, e che proponiamo nel nostro documento è un approccio più intersezionale alle diverse questioni, per coglierne la complessità e per unire le forze in un momento in cui ve ne è estremo bisogno.

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Se l’elezione del pentastrale napoletano Roberto Fico (considerato dell’ala sinistrorsa del M5s) a presidente della Camera non ha suscitato reazioni di rilievo ma è stata anzi accolta pressoché positivamente, non può dirsi lo stesso per quella della forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati alla seconda carica dello Stato.

Eletta al terzo scrutinio con 240 voti, la 71enne avvocata matrimonialista d’origine rodigiana (ma vivente da decenni a Padova) è la prima donna a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Madama.

Un primato indubbiamente importante nella storia della Repubblica italiana ma non tale da far dimenticare i numerosi aspetti critici della sua lunga carriera politica.

«Sono entrata per la prima volta in questa aula nel 1994, ai tempi dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi», ha ricordato lei stessa nell’odierno discorso d’insediamento. Ed è appunto l'assoluta fedeltà all’ex presidente del Consiglio a essere contestata alla neopresidente del Senato. La successora di Piero Grasso è colei che Guido Quaranta non esitò a definire «la berlusconiana più berlusconiana di tutte, una berlusconiana ‘senza se e senza ma’».

Sostenitrice di tutte le leggi ad personam volute dal fondatore di Mediaset, gridò al golpe quando lo stesso decadde da senatore e fu tra quanti manifestarono contro le "toghe rosse" sui gradini del Palazzo di Giustizia di Milano. In tv sono noti i suoi interventi in cui si rifaceva costantemente ai concetti di giustizia a orologeria,  dittatura mediatica o persecuzione giudiziaria con riferimento sempre a Berlusconi.

Due volte sottosegretaria alla Sanità (30 dicembre 2004 – 16 maggio 2006) - durante il cui mandato fu accusata d'aver fatto assumere proprio al ministero di Lungotevere Ripa la figlia Ludovica (tornata poi a lavorare in una delle aziende berlusconiane) - e alla Giustizia (12 maggio 2008 – 16 novembre 2011), è stata da ultimo componente laica del Csm in quota Forza Italia (15 settembre 2014 – 23 marzo 2018). Celebre il confronto tv con Marco Travaglio del 9 settembre 2013 sul processo Mediatrade e la condanna di Berlusconi.

Laureata in giurisprudenza presso l’Università di Ferrara e in utroque iure presso la Pontificia Università Lateranense (quella che nel gergo ecclesiastico è indicata come l’Università del Papa), Maria Elisabetta Alberti Casellati è anche nota per le sue posizioni conservatrici in materia matrimoniale e giusfamiliare.

Il 28 gennaio 2016, a pochi giorni dall’inizio del dibattito parlamentare dell’allora ddl Cirinnà, partecipò a Roma al convegno La famiglia è una. I diritti sono per tutti, nel corso del quale ebbe a dire: «La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono». Per poi ammonire: «Non si può fare confusione, parola usata dal Papa pochi giorni fa: ogni omologazione sarebbe un’improvvida sovrapposizione e un offuscamento di modelli non sovrapponibili».

Approvata alla Camera la legge sulle unioni civili e le convivenze di fatto, andò all’attacco della normativa in un’intervista rilasciata a Il Giornale il 13 maggio del medesimo anno.

La sua elezione è stata perciò salutata con entusiasmo da molte aree del cattolicesimo. Non è un caso se tra le prime a plaudire a una tale elezione sia stata la deputata opusdeiana Paola Binetti che fra l’altro ha affermato: «Apprezzo le idee di Maria Elisabetta Alberti Casellati sulla famiglia».

Raggiunto telefonicamente, ecco cosa ha invece detto a Gaynews il deputato dem Alessandro Zan: «Rivolgo i miei auguri di buon lavoro a Maria Elisabetta Alberti Casellati, eletta presidente del Senato: da padovano sono felice che una mia concittadina ricopra la seconda carica dello Stato.

Ma auspico anche che sappia rappresentare tutti gli italiani e le italiane, date le sue precedenti posizioni sulle unioni civili, senza fare differenze retrograde e anacronistiche, che andrebbero a ledere il lavoro di civiltà fatto in questi anni. Dallo scranno più alto di Palazzo Madama si dovranno garantire quei diritti costituzionali che vogliono una piena equiparazione dei diritti delle persone. Mi aspetto quindi collaborazione piena sulle nostre proposte di legge per garantire i diritti di tutti».

Auguri di buon lavoro anche al «neopresidente della Camera Roberto Fico, di cui ho apprezzato il contenuto antifascista del discorso e il richiamo all’autonomia del lavoro della Camera dei deputati, che mi auguro valga anche nei confronti della Casaleggio Associati».

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Edito per i tipi catanesi Villaggio Maori, Storie Fuorigioco. Omosessualità e altri tabù nel mondo del calcio è una raccolta di sei racconti, in cui Rosario Coco, project manager Erasmus Plus, narra l’amore tra tabù e pregiudizi. Tabù e pregiudizi che si annidano dentro e fuori un campo di calcio. All'interno di una società che fa ancora fatica ad accettare l'amore indipendentemente da chi lo prova e verso chi.

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Il volume sarà presentato a Roma in due date distinte: l’8 aprile presso il Caffè Letterario in Via Ostiense, 95 e il 10 maggio in Sala Nassirya a Palazzo Madama, dove prenderanno, fra gli altri, la parola la senatrice Monica Cirinnà, il presidente di Aics Bruno Molea e il direttore di Gaynews Franco Grillini.

Pubblichiamo di seguito il testo prefatorio al volume, scritto da Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews:

Sei storie coinvolgenti. Sei racconti in cui la realtà si mescola alla fantasia. Sei percorsi narrativi in cui orientarsi con una bussola speciale. Quella dell’amore. L’amore passionale tra i protagonisti e le protagoniste di questi récit al di là del loro orientamento sessuale o identità di genere. L’amore amicale che, al dire di Minucio Felice, unisce le persone simili o simili le rende: Amicitia semper aut pares accipit aut facit.

L’amore per il corpo, che si racconta attraverso il corpo e parla agli altri con il linguaggio del corpo. Linguaggio che non potrà mai scandalizzare, perché il corpo non è pietra di inciampo ma veicolo di unione, dialogo e arricchimento reciproco. L’amore in tutte le sue sfaccettature che è sempre in gioco ed entra sempre in campo nella vita come nello sport.

Già, perché anche nello sport non è possibile farne a meno. Perché quando se ne fa a meno, scompare l’aspetto ludico, l’aspetto gioioso, l’aspetto sanamente competitivo dell’attività sportiva e si lascia aperta la porta alla sopraffazione, alla violenza, alla discriminazione.

«Entra in campo, amore». Sono queste le parole con cui si chiude l’omonimo racconto della raccolta Storie fuorigioco. Parole che Jonathan sente sussurrarsi all’orecchio da Roberto. Parole che vanno però ben al di là della singola vicenda narrativa e si caricano d’un valore universale senza limiti di spazio e tempo. Parole da sussurrare alle orecchie del cuore, fare proprie e attuare come motto programmatico.

«Entra in campo, amore». Un imperativo ineludibile soprattutto per chi si impegna a contrastare le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nello sport. A rendere più friendly il mondo sportivo, dove sono ancora frequenti e diffuse le manifestazioni verbali e talvolta fisiche di rifiuto e stigmatizzazione delle persone «transgender/gender variant», gay o lesbiche. Una vera e propria depauperizzazione, questa, per quell’insieme di attività che, oltre a essere un bene sociale e culturale di grande portata, ha un elevato potenziale formativo ed educativo nonché capacità di veicolare alti valori e ideali.

L’autore di Storie fuorigioco tutto questo lo sa molto bene. Attivista Lgbti di lunga data e amante dello sport, in particolare del calcio, Rosario Coco è infatti coordinatore dell’importante progetto Outsport che, cofinanziato dalla Commisione Europea col programma Erasmus Plus, è finalizzato a valorizzare il mondo sportivo come luogo di formazione e contrasto all’omo-transfobia in continuità con la scuola e con la famiglia.

Nel solco d’un tale impegno pluriennale si pone la raccolta Storie fuorigioco, che dischiude alle lettrici e ai lettori uno spazio di riflessione e sensibilizzazione perché lo sport conservi un valore positivo e promuova una cultura dell’inclusione e valorizzazione delle differenze di ciascuno.

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Le offese e le molestie sessuali subite da Viola F. durante una visita ginecologica, di cui la giovane 23enne aveva parlato su Fb in occasione dell’8 marzo e ieri su Gaynews in una lunga intervista, sono un’ennesima riprova di come le donne lesbiche siano troppo spesso doppiamente vittime. Vittime della violenza di genere e dell’omofobia.

Ma può anche succedere che alle storie da incubo, come è la vicenda di Viola e come la stessa Viola l’ha definita, se ne accompagnino altre. Storie belle, storie positive, storie in cui la parità di genere e il rispetto della persona a prescindere dal proprio orientamento sessuale sono non solo chiavi di lettura dell’accaduto ma realtà regolanti ogni rapporto umano.

Tale è la storia di Valentina, un’impiegata che vive alle porte di Roma. Una giovane donna come Viola. Una giovane donna che, come Viola, si è dovuta sottoporre a visita medica. Ma con esiti ben diversi.

Ecco come l’ha raccontata a Gaynews:

La mattina di mercoledì 14 non sono stata bene. Sono finita al pronto soccorso. Cosa, questa, che, nel rifletterci ora, mi appare solo particolare. Mentre il medico mi visitava, mi ha chiesto se poteva esserci possibilità di una gravidanza. Molto spontaneamente, quasi ridendo, data la situazione, gli ho risposto di no. Lui mi ha sorriso e mi ha chiesto: Come mai tutta questa convinzione? E io, molto serenamente: Perché sono lesbica. Mi ha sorriso di nuovo e mi fa: Anche le lesbiche possono essere incinta. E io, di rimando: Sì, ma lo saprei dato che non è tanto semplice. Lui allora ha commentato con un semplice: Purtroppo.

Quando mi ha consegnato la cartella clinica, senza neanche guardarmi in faccia e continuando a scrivere sul pc, mi fa: Lo sai che sei la prima persona che non si è fatta problemi nel dirmelo? Grazie, davvero. Complimenti, sei in gamba. In bocca al lupo per tutto a te e alla tua compagna.

Mi sono sentita così tremendamente orgogliosa di me e soprattutto del medico che avevo davanti. Sono orgogliosa degli uomini e delle donne che, come me, non trovano stranezze e diversità nell'amore.

Poi, a casa, ho letto prima della storia del 13enne di Scafati. Poi quella di Viola. Posso solo immaginare il trauma subito per quella visita ginecologica. Per la violenza usatale da quel medico. La mia è stata fortunatamente un’esperienza diversa grazie a un medico, di cui non dimenticherò mai il sorriso e le poche ma quanto importanti parole.

Le dichiarazioni di Valentina sono state così commentate dalla senatrice Monica Cirinnà: «Conosco Valentina come una donna sincera, forte, determinata e tale si è dimostrata anche durante la visita medica al pronto soccorso.

Quello che, dato lo stato di salute, poteva essere un episodio non piacevole si è rivelato un momento positivamente significativo per lei. La soddisfazione di essere in ogni circostanza sé stessa, di vivere in maniera pienamente risolta, di sapere d’amare al pari di altre senza differenze, perché l’amore è sempre tale al di là dell’orientamento sessuale, è emersa nel corso di quella visita. Grazie anche all’atteggiamento professionale e alla squisita sensibilità del medico, al quale va il mio plauso.

Un bell’esempio, e fortunatamente non sono pochi, nel mondo sanitario. Uno spaccato anche positivo di società italiana che, nonostante tutto, avanza nel cammino dell’altrui sentire, del sincero rispetto per tutti, della piena parità dei diritti».

 

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