Fino a domenica 17 Febbraio, presso il Teatro Piccolo Bellini di Napoli, andrà in scena Un eschimese in Amazzonia, progetto scenico di Liv Ferracchiati, ultimo capitolo della trilogia dell’identità ideato dalla stessa regista. Un eschimese in Amazzonia ha vinto il Premio Scenario 2017 e porta in scena un confronto tra una persona transgender – l’eschimese – e la società, qui rappresentata dal coro.

Il titolo prende spunto da una dichiarazione dell’attivista trans e sociologa Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo italiano, e fa riferimento a quel contesto socio-culturale che «compromette, ostacola e falsifica un percorso che potrebbe essere dei più sicuri e dei più tranquilli».

Per saperne di più, abbiamo contattato Liv Ferracchiati durante le repliche napoletane dello spettacolo.

Un eschimese in Amazzonia fa parte della sua trilogia dell’identità: ci presenta questo progetto?

La trilogia dell’identità consta di tre capitoli, tre spettacoli, che affrontano i temi del transgenderismo e, soprattutto, dell’identità delle persone FtM. Il tentativo è quello di raccontare il viaggio mentale che una persona transgender compie senza far uso di ormoni o interventi chirurgici per riappropriarsi della propria identità. Io ho voluto raccontare l’ordinarietà e la normalità del transgenderismo. Per far ciò ci siamo serviti di opere importanti di riferimento per gli studi di genere, come quelle di Judoth Butler, ma anche delle registrazioni che abbiamo fatto intervistando tante persone transgender.

Cosa accade in questo suo progetto per la scena?

Un eschimese in Amazzonia utilizza un linguaggio teatrale un po’ diverso. Il linguaggio si svolge su due piani: la parola strutturata quasi musicale del coro che rappresenta la società e la parola improvvisata dell’eschimese. Riprendo la celebre frase della leader del Mit Porpora Marcasciano perché le persone transgender, cioè gli eschimesi, vivrebbero un’esistenza molto serena se non fosse la società ad essere impreparata ad accoglierli. La fragilità della parola improvvisata è la metafora della difficoltà che vive l’eschimese che non sa come raccontare la sua condizione. Un eschimese in Amazzonia gioca molto con il pubblico e lo fa in maniera ironica e con leggerezza.

La presenza di un eschimese in Amazzonia mette in crisi le regole sociali vigenti. Quali regole in particolare sono messe in discussione da tale presenza?

L’eschimese mette in crisi la percezione dei ruoli di genere perché osservare sul palco un performer che vive al maschile essendo percepito con un corpo femminile mette in crisi un sistema di valori che prevede che un uomo sia quello che biologicamente ha un determinato corredo cromosomico e un organo genitale maschile. Non basta la biologia però per la costruzione dell’identità di genere ma si tratta di un adeguamento culturale che l’individuo opera durante la propria crescita e della mente che fa funzionare tutto il corpo come corpo maschile o femminile.

Secondo lei, a che punto è la notte, soprattutto in Italia, relativamente alle questioni che riguardano l'identità di genere?

L’Italia sta conoscendo un periodo di diminuzione dell’apertura verso ciò che è considerato diverso. Ovviamente, è una convenzione decidere ciò che è diverso e ciò che è uguale. La parola diversità è bella perché siamo tutti diversi ed è bello esaltare la diversità di ognuno anche delle persone cisgender. Poi siamo anche tutti molti simili nei percorsi di vita perché nasciamo e andiamo verso la morte. Sicuramente, c’è un inasprimento dei rapporti sociali relativamente a determinati temi perché la politica dell’attuale governo lavora sul l’intolleranza e non sulla tolleranza, è un gioco a raccogliere dei voti attraverso la paura, un gioco che può essere premiato nel breve termine ma che porterà a una situazione disastrosa.

Però ci sono anche dei varchi di speranza per esempio abbiamo messo in scena al Teatro India di Roma Un eschimese in Amazzonia davanti a delle classi di liceo e i ragazzi erano entusiasti del linguaggio utilizzato è molto sereni rispetto alla tematica affrontata è questo mi fa ben sperare nel futuro.

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Si è svolta ieri, presso il caffè letterario Intra Moenia di Napoli, la presentazione in conferenza stampa della 3° edizione della Coppa Adelante, torneo dilettantistico nazionale di calcio a cinque contro ogni tipo di stigma e discriminazione. Il torneo, organizzato dall'Asd Pochos Napoli e da Aics Napoli, si svolgerà oggi presso lo Sporting club Caravaggio.
 
Alla manifestazione prenderanno parte 12 squadre di ragazzi omosessuali (e non solo), provenienti da Roma, Napoli, Bologna, Torino, Firenze e Milano. 
 
Durante la conferenza stampa è intervenuto, tra gli altri, Antonello Sannino, presidente dell’Asd Pochos Napoli, che, ricordando l’impegno dell’Aics e delle istituzioni del territorio nell’organizzazione dell’evento, ha dichiarato: «Manifestazioni come questa sono importanti perché dal mondo dello sport si leva un messaggio di inclusione e uguaglianza che, in momenti di recrudescenza della violenza e delle discriminazioni, sono sognali preziosi che spero siano presto potenziati nell’ambito delle Universiadi di Napoli». 
 
Anche Giorgio Sorrentino, capitano e fondatore dei Pochos Napoli, ha rimarcato il valore inclusivo della manifestazione e ne ha ricordato le potenzialità aggregative e inclusive.
 
Inoltre, la conferenza stampa è stata anche occasione per iniziare a presentare il progetto teatrale Cantiere Pochos (titolo provvisorio), che il regista Benedetto Sicca sta elaborando con un gruppo di attori proprio a partire dall’esperienza della squadra Lgbt partenopea. 
 
Infine, la giornalista sportiva Francesca Muzzi ha presentato il proprio volume Giochiamo anche noi, dedicato al mondo calcistico gay: un reportage documentatissimo di esperienze di calciatori e sportivi omosessuali che tentano, con quotidiana perseveranza, di scardinare, grazie alla propria passione calcistica, pregiudizi ancora ben radicati nel mondo del calcio. Mondo, questo, da sempre machista e maschilista
 
Un gruppo di giovani attori, coordinati da Benedetto Sicca, ha poi interpretato alcune letture del volume di Francesca Muzzi.

 

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Un gigantesco volto del grande poeta e pensatore omosessuale Piero Paolo Pasolini fa bella mostra di sé, da ieri, nel cuore di Scampia, una delle zone più critiche della periferia napoletana, a pochi metri dall’uscita della metro.

Si tratta di un’opera d’arte dello street artist Jorit Agoch, finanziata dalla Regione Campania, e rientra in un piano capillare e sistematico di conversione e valorizzazione di quelle aree metropolitane spesso dimenticate che, in un recente passato, sono state lasciate al degrado e alla marginalità.

La scelta di Pasolini come icona di riferimento in un quartiere popolare ma anche pieno di vita e di risorse non è certo casuale, perché pochi intellettuali seppero cogliere la forza aurorale e creativa del popolo come fece Pasolini in tanti suoi lavori, soprattutto in quelli cinematografici e poetici.

«Pasolini sarebbe stato certamente felice di questa collocazione - dichiara Claudio Finelli, delegato cultura di Arcigay Napoli - perché Pasolini amava Napoli più di ogni altra città italiana e definì i napoletani, in una celebre intervista rilasciata ad Antonio Ghirelli, la grande tribù, perché il popolo napoletano era l’unico, secondo lui, in grado di resistere alle lusinghe della modernità e della massificazione.

Inoltre Pasolini fu un pensatore corsaro e controcorrente, scandalosamente impregnato di fede e desiderio, di spirito proletario e raffinata speculazione intellettuale, proprio come la nostra città, ricca per le sue contraddizioni che la rendono unica e vitale».

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«Oggi ho ricevuto la nuova presidente di Arcigay Napoli la bravissima Daniela Lourdes Falanga che sostituisce il bravissimo Antonello Sannino che ha svolto un ottimo lavoro nella lotta per i diritti. Insieme lotteremo sempre per i diritti di tutte e tutti e per la giustizia. Complimenti Daniela, te lo meriti, per tutto».

Con questa dichiarazione il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha raccontato sulla sua pagina Facebook, l’incontro avvenuto ieri in Comune con Daniela Lourdes Falanga, neo-eletta presidente del comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli

Un incontro che intende rinnovare il sodalizio tra la comunità Lgbti napoletana e il sindaco. Sodalizio, questo, che ha portato, solo qualche giorno fa, Arcigay Napoli a schierarsi apertamente con De Magistris contro il decreto sicurezza

Le parole del sindaco erano state anticipate, già ieri, dalle dichiarazione social della presidente di Arcigay Napoli.

«Stamattina il sindaco De Magistris - così Daniela Lourdes Falanga - ha voluto congratularsi personalmente per la mia nuova carica di presidente dell’associazione Arcigay Antinoo Napoli e mi ha chiesto dei prossimi progetti. Si è anche congratulato per come ho trattato la questione legata a mio padre.

Io mi sono congratulata con lui per quanta umanità sta comunicando con determinazione in questi giorni rispetto al decreto sicurezza. Siamo unitari in un percorso di riconoscenza di pari dignità».

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Sarebbe dovuta essere una giornata come tutte le altre per la neo eletta presidente di Arcigay Napoli, Daniela Lourdes Falanga, quella di venerdì 21 dicembre. Una giornata che inizia con la presenza sua e di altri volontari del comitato napoletano nelle scuole per parlare di contrasto alle discriminazioni e cultura della differenza. 

Sarebbe dovuta essere una giornata come tutte le altre, se non ci fosse stata un’incredibile coincidenza: quella, cioè, di una manifestazione contro la violenza di genere, organizzata presso l’Itc Ferdinando Galiani di Napoli, in cui si sono ritrovati sul palco Daniela Lourdes Falanga, in qualità di attivista, e il padre, detenuto presso il carcere di Rebibbia, coinvolto casualmente nella stessa manifestazione.

Un incontro che ha riavvicinato padre e figlia, a distanza di 25 anni, in una stessa medesima missione: rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Il padre di Daniela era protagonista di una rappresentazione contro la violenza di genere, organizzata dai detenuti di Rebibbia. Daniela era al Galiani per parlare ai giovani di violenza di genere e contrasto a ogni forma di stigma.

I due si sono persi 25 anni fa. Un rifiuto e una negazione che hanno creato abissi di dolore. L’abbraccio e la commozione di Daniela e del padre, durante la manifestazione del 21 dicembre, sono stati vissuti come momenti d’indicibile emozione anche da parte di alcuni attivisti presenti a partire dall’ex presidente d’Arcigay Antonello Sannino.

Quell’abbraccio e quella commozione che appaiono ora come promessa di un possibile riscatto.

Ecco cosa ha dichiarato Daniela Lourdes Falanga a Gaynews: «La giornata del 21 è stata una giornata intensa, di quelle in cui gli egoismi si comprendono davvero, perché si sceglie di non averne, di liberarsene, come tutte le volte che si riflette sul bene comune e si sceglie di cambiare davvero le cose, di produrre una vera rivoluzione di umanità. C’ero io e c’era mio padre. C’erano 200 ragazzi e altre persone detenute.

E mio padre non era solo mio padre e il ricordo grave che ne avevo: era una persona che stava provando a sollecitare riflessioni positive tra i giovani studenti e le giovani studentesse delle scuole. 

È stato come intessere le reti delle trasformazioni. Divento adulta, divento donna e una brava persona e mio padre ci prova a esserlo, e lo fa bene. Le reti sono del bambino figlio del boss, della donna trans, dell’ex boss che prova a scusarsi e vuole definire un cambiamento. Diverse solitudini, diverse questioni intrecciate.

Un’esperienza unica per i ragazzi, unica per molti. In una sola volta il mondo bello nelle sue plurali manifestazioni. La dignità prima di ogni cosa e, prima del mio vissuto di dolore, quella di tutte le persone detenute, che vanno riproiettate fuori dalle mura degli spazi chiusi, dimenticati. Poi la bellezza della gioventù che sa assorbire e saprà trasformare il male sociale.

Io ci credo. Prima di una bambino che non ha avuto padre, prima di tutto: la dignità».

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Stasera a Napoli un significativo appuntamento con la cultura Lgbti avrà luogo presso il Nuovo Teatro Sanità, dove andrà in scena lo spettacolo Quando ero una “boy” di Antonella Monetti che ha, tra gli interpreti, Nicole De Leo, esponente del Movimento Transessuale Italiano e presidente del Mit di Bologna. 

Lo spettacolo racconta la storia di Anna Fougez, stella del varietà italiano nei primi anni ’20 del '900. Era l’epoca dei cafè-chantant e le soubrette, vestite di strass e piume di struzzo, erano considerate le regine di quel mondo spettacolare.

Tra tutte Anna Fougez si distinse per la sua eleganza e per le sue doti interpretative, incarnando la sciantosa per antonomasia. E come ogni diva, anche lei, aveva le sue capricciose richieste. La sua particolarità era quella di circondarsi, sul palco, di boy, che dovevano essere tutti rigorosamente omosessuali.

In scena, oltre a Nicole De Leo, anche Dolores Melodia e Christian Palmi, giovane danzatore di talento, che è tra i responsabili del Teatro delle Spiagge di Firenze che ha fortemente voluto, con Teatri d’Imbarco e Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità, la produzione di questo progetto teatrale.

Raggiungiamo Nicole De Leo, durante le prove, per saperne di più sulla pièce a poche ore dalla messa in scena.

Nicole, stasera, a Napoli, sarai in scena con Quando ero una “boy”: di cosa racconta lo spettacolo? Come nasce questo progetto teatrale?

Questo spettacolo nasce dall’incontro tra me e Antonella Monetti. Avevamo già lavorato insieme in passato. Questo spettacolo si ispira proprio alla vita di Anna Fougez. Il lavoro nasce anche grazie alla produzione del Teatro d’Imbarco di Firenze e di Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità di Napoli. Abbiamo già presentato un primo studio dello spettacolo lo scorso 17 maggio in occasione della Giornata mondiale di lotta all’omotransfobia.

Lo spettacolo, ambientato negli anni '20, tratta anche il tema delle discriminazioni. Credi che oggi, a quasi un secolo di distanza, il nostro sia ancora un Paese che discrimina le persone Lgbti?

La protagonista della vicenda che raccontiamo è Anna Fougez, una grande vedette degli anni '20. Ma è un pretesto per raccontare in realtà la storia dei suoi boy che erano tutti omosessuali. E quindi si racconta anche la violenza che subirono le persone omosessuali durante il fascismo. Chiaramente oggi non siamo scevri da queste discriminazioni e il pericolo è reale, perché il nuovo assetto politico del Paese torna a non riconoscerci. I diritti si conquistano con lunghe lotte ma si possono perdere molto rapidamente: dipende da chi detiene il potere.

Oggi assistiamo agli esiti di un impoverimento culturale che è iniziato più di venti anni fa e, nonostante i frutti anche positivi delle nostre lotte, basta davvero poco per alimentare un clima discriminatorio. È necessario, oggi più di prima, che la nostra parola e i nostri corpi siano presenti. Non possiamo sederci sugli allori di qualche battaglia vinta.

Lo spettacolo è anche uno spettacolo sul talento delle donne. C’è una diva del mondo dello spettacolo a cui la De Leo deve dire grazie per essere stata un modello di vita o sensibilità?

Lo spettacolo intende rivalutare il talento delle donne di allora e anche di quelle di oggi. Non si tratta tanto di esaltare la cifra del divismo, quanto quella della creatività delle artiste e della concreta determinazione di un’artista come Anna Fougez che deve portare avanti una compagnia di quaranta artisti. Una forza davvero ammirevole. I miei punti di riferimento artistico sono grandi attrici come Margaret Leighton, Judi Dench o Glenda Jackson, personaggi che avevano uno spessore umano oltre che artistico. Oggi non esistono “dive” del genere. Forse Raffaella Carrà. Ma le donne che mi hanno ispirato sono quelle che hanno segnato la storia del cinema. Alcune anche meno conosciute, come Thelma Ritter che interpretava il ruolo della cameriera di Bette Davis in Eva contro Eva.

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Il 19 e il 20 ottobre si è tenuto a Napoli il congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento.

Organizzata dall’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), dal Centro di Ateneo SInAPSi dell'Università degli studi di Napoli Federico II e dal Dipartimento  di Neuroscienze e Scienze riproduttive ed Odontostomatologiche del medesimo ateneo federiciano, la due giorni ha visto la partecipazione di nomi dal calibro di Jack Drescher, Alain Giami, Thomas D. Steensma, Giancarlo Spizzirri, Alexander Schuster e Mariela Castro Espín.

A meno di due mesi dall’assise convegnistica abbiamo raggiunto telefonicamente a L’Avana la figlia dell’ex capo di Stato Raúl Castro e presidente del Centro nacional de educación sexual de Cuba (Cenesex). 

Dottoressa Castro Espín, come vivono le persone Lgbti a Cuba? Cuba è, secondo lei, un Paese omotransfobico?

A Cuba le persone Lgbti godono degli stessi diritti di tutte altre. Ma non mancano situazioni di criticità.

Sebbene la società cubana abbia compiuto progressi nel rispetto delle differenti espressioni della diversità sessuale e di genere, ci sono, infatti, ancora molti pregiudizi omofobici e transfobici che si manifestano principalmente negli ambiti familiare, lavorativo e scolastico. Pertanto, a seguito di un dialogo prolungato tra Cenesex, Partito Comunista di Cuba e rappresentanti del governo e della società civile, sono stati attuati cambiamenti politici espliciti per risolvere le varie diseguaglianze che colpiscono le persone Lgbti.

Ad esempio, dal 1979 le persone transgender e gender nonconforming ricevono assistenza istituzionale e gratuita da parte del sistema sanitario pubblico nazionale. Assistenza che include supporto psicologico, trattamenti ormonali e chirurgici di femminilizzazione e mascolinizzazione. Dal 2007, a seguito di numerose lettere di protesta della popolazione, sono stati ripresi gli interventi di riassegnazione chirurgica del sesso che, iniziati nel 1988, erano stati successivamente interrotti.

Dal 2012 il Partito Comunista di Cuba ha incluso la non discriminazione da orientamento sessuale tra i propri punti programmatici di politica economica e sociale. 

Successivamente, a seguito del 7° Congresso del 2016, sono stati presentati i principi guida e le linee tematiche per l’elaborazione del Piano nazionale di Sviluppo economico e sociale fino al 2030: in essi è ampliato il principio di uguaglianza e non discriminazione da orientamento sessuale e identità di genere. Da allora è il partito a svolgere un ruolo guida in tali cambiamenti a Cuba.

Abbiamo inoltre preso atto della necessità di procedere nelle modifiche legislative. Modifiche che consentirano di riconoscere e garantire tutti i diritti alle persone Lgbti. Il processo di riforma costituzionale, che stiamo attualmente vivendo, sarà un importante punto di partenza. In seguito, sarà qui necessario aggiornare l’ordinamento giuridico cubano per garantire l'effettivo esercizio dei diritti che si intende riconoscere nella Carta Costituzionale.

Oltre a quelli accennati, quali sono stati negli ultimi anni gli altri cambiamenti a Cuba per le persone Lgbti?

Per quanto riguarda i diritti delle persone Lgbt la volontà politica del governo cubano si esprime, da una parte, nel processo in corso di modifiche costituzionali e legislativi in ​​corso, che dovrebbero aiutare ad ampliare e migliorare i meccanismi di tutela e garanzia di tutti i diritti.

Ad esempio, dal 2008 l'Educazione integrale alla sessualità è stata regolamentata dal Ministero dell'Istruzione con particolare attenzione al tema del genere e dei diritti sessuali, affrontando la questione dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere nel processo di insegnamento e apprendimento. Inoltre, nel 2014, è stato introdotta nel Codice del Lavoro la non discriminazione per genere e orientamento sessuale.

Attualmente, il progetto di riforma costituzionale (che è stato sottoposto alla consultazione popolare tra il 13 agosto e il 15 novembre), contempla l'art. 40 su l'uguaglianza e la non discriminazione, secondo la quale sono specificati i concetti di orientamento sessuale e identità di genere. Inoltre, l'articolo 68 (molto discusso) propone di modificare il concetto di matrimonio quale riconoscimento legale dell’unione tra due persone. In questo modo viene aperta la porta all’introduzione nell’ordinamento giuridico cubano del diritto delle persone Lgbti diritto al matrimonio.

Dall’altra e in parallelo è stato fatto un duro lavoro nell'ambito dell’educazione popolare. Ad esempio, dal 2001 abbiamo iniziato la formazione di attivisti per i diritti sessuali tra le persone Lgbti oltre alle persone eterosessuali sensibili a tali cause. Possiamo già contare su oltre 3000 attivisti che vanno a integrare i numerosi gruppi esistenti in tutto il Paese, che agiscono come Società Civile.

Dal 2007 celebriamo la Giornata internazionale contro l'omofobia e dal 2009 in poi abbiamo iniziato a organizzare specifiche manifestazioni per tutto il mese di maggio. Attualmente esse sono celebrate nella maggior parte delle province del Paese in stretto coordinamento con il partito, i governi locali e la società civile. Le giornate cubane contro l'omofobia e la transfobia sono progettate in linea con le strategie formative e comunicative, che sono approntate annualmente per contribuire all'educazione dell'intera popolazione cubana. Lavoriamo con media nazionali e locali, con istituzioni statali e organizzazioni della società civile.

Ogni anno, inoltre, realizziamo eventi di formazione e dialogo con la polizia e le istituzioni dell’ordinamento giuridico per prevenire e affrontare situazioni di violazione dei diritti delle persone Lgbti.

Un altro esempio dei risultati delle strategie nazionali di  educazione e sensibilizzazione è offerto dalla scelta popolare di una persona trans, Adela Hernandez, come delegata all'Assemblea Municipale del Potere Popolare nel comune di Caibarién, situato nella provincia centrale di Villa Clara. Una tale scelta è dimostrazione del progresso compiuto dalla società cubana nella decostruzione degli stereotipi associati alle persone trans.

Nel 2007, all'interno del Cenesex, è stato istituito il Servizio d’Orientamento Legale progettato per assistere e accompagnare le persone che subiscono violazioni in dei loro diritti sessuali. Si tratta di un ulteriore spazio che, senza sovrapporsi alle altre strutture statali a tutela dei diritti delle persone, contribuisce a garantire i medesdimi secondo una prospettiva specializzata. In più di dieci anni di esperienza questo servizio ha acquisito legittimità nella società. Cosa che è evincibile dall'aumento dei casi seguiti e dalla positiva risoluzione di situazioni problematiche che riguardano la salute sessuale e i diritti sessuali di questi persone.

La complessità dei processi di cambiamento culturale e la creazione di coscienza critica in una società in Rivoluzione richiede un lavoro permanente. Avremo pertanto sempre problemi da risolvere. L'importante è identificare le contraddizioni e impegnarsi in strategie di trasformazione sociale.

Da Cuba facciamo infine un salto in Italia. In ottobre lei ha partecipato al congresso napoletano sulle persone transgender e gender nonconforming. Qual è la sua valutazione?

È stata un'ottima iniziativa che ha riunito professionisti di ogni settore impegnati in indagini scientifiche al riguardo. Ma ha anche accolto persone transgender e gender nonconforming, che come soggetti di diritto promuovono, secondo la propria ottica, attivismo sociale e con le personali esperienze apportano informazioni e analisi preziose .

Ho potuto apprezzare un alto livello nell’ideazione e organizzazione del programma scientifico. Ho avuto inoltre la possibilità di dialogare con partecipanti italiani e stranieri.

Questo tipo di congresso di piccolo/medio formato su un argomento specifico è molto efficace. Esso troverà continuazione attraverso il protocollo d’intesa firmato tra l'Università di Napoli e il Cenesex, che è al contempo un centro di studi post-laurea dell'Università di Scienze Mediche de L'Avana. Non vedo l'ora di rafforzare i legami tra professionisti e attivisti cubani e italiani nonché favorire la diffusione dei lavori scientifici presentati al Congresso di Napoli attraverso la casa editrice del Cenesex.

Sono stata particolarmente colpita dal riconoscimento assegnato a Paolo Valerio per la brillante carriera accademica. Speriamo di averlo presto a Cuba non solo come professore e ricercatore ma anche come artista con un’esposizione delle sue opere.

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Mancano pochi giorni al ponte dell’Immacolata, e mentre siete tutti in partenza per trascorrere il prossimo weekend a Napoli per visitare la bellissima San Gregorio Armeno, noi intanto vi proponiamo una scelta diversa, meno turistica, sulle prossime mete gay-friendly dove trascorrere il Natale in Europa più bello.

Quattro nuove destinazioni autentiche, perfette e bellissime dove poter trascorrere qualche giorno di relax tra amici o in coppia. Dall’Italia al Polo Nord, fino ai grandi classici intramontabili di anno in anno. A voi non resta che prendere spunto e partire subito. Buon viaggio!

Una nuova avventura è proprio dietro l’angolo!

Se Zurigo e Ginevra non vi bastano, Küssnacht vi lascerà senza fiato. Siamo sempre in Svizzera, in un comune di appena 12000 residenti, eppure questo è un luogo che ogni Natale riunisce più di 20.000 persone, per dare la caccia a Babbo Natale. Non stiamo scherzando, avete capito bene. L’evento si chiama Klausjagen ed è tra gli eventi natalizi più attesi di tutta Europa. Da non perdere una visita alla Fortezza di Küssnacht, uno dei castelli medievali più importanti al mondo, legato anche alla leggenda di Guglielmo Tell

Fateci un salto, non ve ne pentirete

Vi siete mai chiesti com’è vivere a Matera? Stiamo parlando di un luogo che custodisce da sempre testimonianze storiche a partire dal paleolitico ed è una destinazione, che ricorda a tutti i viaggiatori in visita, la capacità che aveva l’uomo in passato di adattarsi a ogni contesto naturale. La Capitale della Cultura 2019 è la meta gay-friendly dove poter trascorrere il prossimo Natale, una città accogliente, dai panorami mozzafiato e con una cucina amata e ricercata da tutto il mondo. Da visitare la chiesa di San Francesco D’Assisi e il meraviglioso palazzo Lanfranchi.

Il Natale in Europa? A Vienna è d’obbligo

Pronti per fare un salto a Vienna? La meta perfetta per un weekend tutto natalizio passato in compagnia di amici o in coppia per passeggiare o anche per visitare i mercatini di Natale tra i più belli al mondo. Qualunque sia la vostra idea di Natale, Vienna sarà sempre un ottimo spunto, anche per Capodanno. Approfittate del  tempo libero per visitare i Christkindmarkte, i caratteristici mercatini di Natale e il coloratissimo quartiere di Landstrasse. Di sera, poi, concedetevi dal Prater una bellissima vista della città al tramonto.. Andateci quando la ruota panoramica è illuminata: vedrete che spettacolo in festa!

Ma quando andare a Capo Nord?

Signori e Signore, a Natale si va Tromsø, in Norvegia. Scegliere questa meta per festeggiare la vigilia più attesa dell’anno significa dedicarsi al benessere e al relax, scoprendo le bellezze della natura selvaggia e incontaminata della penisola scandinava. Imparerete la tradizione Sami, farete attività sportiva all’aria aperta e avvisterete le luci del nord e la magia dell’aurora boreale, tra la tarda serata e la mezzanotte. Ma il modo più romantico e tradizionale per scoprire questa destinazione è addentrarsi tra i suoi mercatini di Natale, dove potrete provare il tradizionale ingefærnøtter, dei biscotti di zenzero, solitamente accompagnati da un buonissimo bicchiere di uva ursina. Un’esperienza unica che difficilmente non dimenticherete! 

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Venerdì 23 novembre a Napoli, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo (sede del Comune), si è svolto il Convegno nazionale della Rete Lenford dal titolo Crimini e discorsi d'odio: limiti e prospettive del sistema penale a partire dalla condizione delle persone LGBTI+. A fare gli onori di casa il sindaco Luigi De Magistris e Simona Marino, consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità.

Rivolto ad avvocati e giuristi, l'assise congressuale ha offerto un’importante occasione di approfondimento e discussione relativamente alla normativa in vigore nel nostro Paese, puntando l’attenzione sulla necessit di tutelare le numerose vittime di odio omotransfobico in primis attraverso l’intervento legislativo e, poi, anche attraverso interventi di altro tipo, in ambito culturale, educativo e scolastico.

La prima sessione è stata dedicata alla definizione dei crimini e discorsi d’odio nel sistema penalistico italiano, proponendo un confronto stringente con quanto emerge dalla letteratura giuridica non italiana, con particolare attenzione alla normativa anglosassone. Relatori sono stati Paola Di Nicola, gip presso il Tribunale di Roma, Matteo Winkler, (Law Department, Hec Paris) e Mark Walters (School of Law, University of Sussex).

La seconda sessione del convegno ha focalizzato la propria attenzione su il tema dei discorsi d’odio e il loro bilanciamento con il diritto alla libertà di manifestazione del pensiero. L’argomento è stato analizzato alla luce della nostra Costituzione e, come nella precedente sessione, anche nella prospettiva degli studi comparati. Ne hanno discusso Michela Manetti (Università degli studi di Siena) e Francesco Deana (Università degli studi di Udine).

Infine, l’ ultima sessione è stata dedicata ad alcune questioni specifiche: la sanzionabilità dei discorsi d’odio attraverso il reato di diffamazione; gli ostacoli che si frappongono all'effettiva tutela delle vittime di reati commessi per motivi di omofobia e transfobia; la funzione della pena nel nostro ordinamento. A parlarne Carlotta Campeis (avvocata del foro di Udine), Giacomo Viggiani (Università degli studi di Brescia), Valentina Masarone (Università degli studi di Napoli Federico II).

L'evento è stato patrocinato dal Comune di Napoli, dal Consiglio Nazionale Forense, dal Consiglio degli Avvocati di Napoli, dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, dalla Camera Penale di Napoli e dall’Ente Biblioteca di Castelcapuano Alfredo De Marisco.

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«Una giornata che rianima le coscienze addormentate. Napoli non sarà mai una città fascista e razzista».

Con queste parole il sindaco Luigi De Magistris ha ricevuto ieri, nella Sala Giunta del Comune, dall’ex partigiano Antonio Amoretti, presidente provinciale dell’Anpi, una pergamena in riconoscimento dell’impegno a diffusione dei valori della Resistenza e dell’antifascismo.

Lo stesso attestato è stato assegnato ad altri cittadini napoletani e alle associazioni che da sempre si distinguono nella divulgazione degli ideali antifascisti.

Svoltasi nell’ambito delle celebrazioni del 75° anniversario delle Quattro Giornate di Napoli (28 settembre – 1 ottobre 1943), la kermesse ha visto, tra i premiati, anche l’assessore comunale alla Cultura e al Turismo, Gaetano Daniele, che ha ricordato quanto sia importante restare antifascista in tempi bui come i nostri. Ma anche il regista e drammaturgo Mario Gelardi, direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità, da sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani (con un’attenzione particolare per i diritti delle persone Lgbti), e Vincenzo Capuano, direttore del Museo del Giocattolo e leader storico dell’Arcigay di Napoli.

È stato proprio Capuano a consegnare ad Amoretti l’immagine di Ernst Lossa, il 14enne di origini rom (alla cui memoria è dedicato il museo), ucciso nella fase selvaggia dell’eutanasia sistematica nazista.

Tra le associazioni premiate anche il Comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli. A ritirare la pergamena Corrado Curato, responsabile del gruppo Over The Rainbow, militante da anni impegnato nella lotta alle discriminazioni con un’attenzione specifica allo stigma che colpisce le persone over 50. Corrado, fra l'altro, è figlio del partigiano combattente Giorgio Curato, da cui ha ereditato con orgoglio l’amore per la libertà e l’insofferenza verso qualsiasi forma di fascismo e razzismo.

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