Lo scorso sabato, proprio nel giorno del Pride di Napoli, l’attivistaAndrea Giulianoè stato aggredito da una coppia nel quartiere Pianura che lo ha accusato di essersi “mostrato nudo” alla finestra.

Non è purtroppo la prima volta per Andrea. Dopo aver vissuto per parecchi anni in Ungheria, è diventato bersaglio di gruppi neonazisti locali per un messaggio satirico durante il Pride di Budapest del 2014. Da allora ha dovuto cambiare casa continuamente.

Sfuggito a tentati attacchi anche sul posto di lavoro, è adesso in attesa che la corte di Strasburgo possa dar inizio a un processo contro chi ha messo addirittura una “taglia” sulla sua testa, in quanto le autorità ungheresi hanno respinto ogni tentativo di denunciare i persecutori. Da questa storia è nato due anni fa anche il video documentario The right to provoke.

Ma intanto, con l’episodio di sabato, piove sul bagnato. Dopo la corsa al pronto soccorso e alcuni giorni di dolori invalidanti alle costole e alla testa, abbiamo contattato Andrea per capire meglio i fatti.

L'aggressione che hai subito a Napoli, così come è stata raccontata, non sembra essere iniziata da motivazioni di stampo omofobico. Ci puoi dire come sono andati i fatti?

Mi trovavo a Napoli per le riprese di un documentario prodotto da Deriva Film su disabilità, corpo, sessualità e attivismo, il cui protagonista è Giuseppe Varchetta, attivista Lgbti disabile. La mattina di sabato ho “osato” alzare le persiane della camera in cui alloggiavo, in via Montagna Spaccata 231, per vedere com’era il tempo, appena prima di farmi la doccia.

Mi sono sporto sul balcone letteralmente per qualche secondo, nudo. Mentre rientro in camera sento un urlo, ma non capisco né di cosa si tratta né da dove viene. Prendo l’asciugamano che avevo messo ad asciugare la notte prima accanto alla porta e vado di nuovo sul balcone, avvolgendomelo in vita. Le grida aumentano, ma di nuovo non capisco: la strada davanti a me è vuota. Vado in bagno a lavarmi. Dopo qualche minuto il mio vicino di stanza mi chiede, ridendo, se fossi stato nudo sul balcone, perché in strada c’è un uomo che vuole picchiarmi.

Nel giro di mezz’ora vengono chiamati i condomini, l’amministratore e il proprietario dell’alloggio in cui stavamo. Ricevo la telefonata del proprietario dell’appartamento, gli racconto quello che ho fatto, la telefonata finisce con lui che dice che forse è stato tutto un inutile allarme.

E poi quasi 12 ore dopo, di ritorno dal Pride, mi trovo verbalmente aggredito da una sconosciuta, che mi dice: Fai schifo, come ti permetti, qui ci sono bambini!, e da un un uomo fuoribondo che, mentre mi attacca, mi dice: Io ti ammazzo, mongoloide, frocio! La mia faccia schiacciata sul cofano di un taxi, gli occhiali da sole rotti, i manici della borsa spezzati. E poi le botte in testa, sulle costole, le mani che mi afferrano e mi tirano per la barba.

A che punto si è manifestato l'insulto omofobo?

L'insulto omofobo si è manifestato nel momento in cui sono riuscito a divincolarmi dall'aggressore. Siccome mi ha aggredito alle spalle, quella sera non aveva ancora visto il mio viso. Ma una volta che mi sono girato, lui mi ha guardato in faccia e ha visto che ero ancora truccato dal Pride e che sul petto avevo una spilla arcobaleno. A quel punto ho nuovamente scatenato la sua rabbia, ha ricominciato ad attaccarmi e all'insulto si è pure aggiunta la minaccia: Ti ammazzo. Fortunatamente, avendocelo di fronte, sono riuscito a difendermi dai suoi colpi. Preciso anche che l'intero gruppo con cui mi trovavo è stato bersagliato. Questi froci vengono a Napoli a fare queste cose era un chiaro riferimento sia al Pride sia al vivere liberamente il proprio corpo.

Ma non finisce qui: quello che secondo me è il punto più basso di questo tristissimo episodio è l'uso dell'epiteto mongoloide. Amio avviso è stato diretto all'attivista Lgbti disabile Giuseppe Varchetta, che durante la prima parte dell'attacco si trovava a un paio di metri da me. L'aggressore deve aver notato che Giuseppe ha difficoltà motorie, mentre si affrettava a risalire sul taxi per proteggersi.

Esiste un legame, secondo te, tra lo scandalo che desta la nudità e l'omofobia?

Certo che esiste. Sono sicuro che, se fossi stato una donna, il mio corpo nudo sul balcone avrebbe attirato un tipo di attenzione molto diversa. Anziché avere un violento in strada che vuole picchiarmi, avrei forse ricevuto delle avances o, più probabilmente, delle molestie. Viviamo in un periodo storico dove l'oggettificazione del corpo ha raggiunto livelli preoccupanti, dove la nudità è indissolubilmente legata al sesso, dove la pornografia (prevalentemente fatta per un pubblico maschile eterosessuale) è a disposizione di chiunque. Ma anche in questo mondo ipersessualizzato la vista di un corpo maschile nudo in un contesto per niente sessuale continua a destare indignazione. Forse è proprio perché mostrare un uomo per quello che è, senza filtri bellezza, senza secondi fini e senza che sia circondato dalla cultura machista, fa paura.

Come possiamo giustificare questa preoccupazione per i bambini quasi a giustificare un pestaggio del genere?

I bambini non sono altro che uno strumento. In quale civiltà degna di essere chiamata tale è accettabile insegnare ai bambini che se qualcuno non ci piace possiamo picchiarlo e, al tempo stesso, imprimere nella loro mente il fatto che la cosa più naturale che abbiamo, vale a dire il nostro corpo, è qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere, a meno che non venga usata per picchiare qualcuno?

Quali conclusioni hai tratto da questa vicenda e che appello vorresti lanciare alle associazioni?

Mi piacerebbe vedere il mondo associativo italiano aprire gli occhi e vedere che serve a poco avere una (mezza) legge sulle unioni civili, se prima non esistono legislazioni volte alla protezione di tutte le minoranze oppresse (che non sono solo di genere e sessuali ma anche etniche, religiose, economiche e disabili). La stessa mezza legge, che abbiamo raggiunto in quasi 50 anni di storia di lotte e rivendicazioni, presenta gravi mancanze in fatto di tutela dei bambini presenti all'interno di queste coppie ed è spesso ostacolata da sindaci obiettor,i che non vogliono rispettarla.

Questo accade perché manca una base: manca una legge decente sull'omo-lesbo-bi-transfobia, manca l'educazione sessuale e affettiva, mancano il monitoraggio e l'applicazione di quei pochi strumenti a nostra disposizione per mantenere il nostro Stato laico e antifascista.  E, infine, manca il concetto di intersezionalità. Mi fa piacere sapere che le persone L e G, se vogliono, se possono permetterselo e se vivono in coppia possono unirsi civilmente. Ma chi si occupa dei diritti fondamentali delle persone single in generale e delle persone B, T e I? E se queste persone sono povere, disabili, straniere, rifugiate politiche? Svegliamoci, i diritti di pochi sono solo privilegi.

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Il clima non è solo quello delle cerimonie ufficiali. Si respira soprattutto aria di famiglia nella sfarzosa cornice della Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, dove Luigi De Magistris ha da poco proceduto all’annotazione dei nomi di sette coppie di mamme e due coppie di papà sui rispettivi atti di nascita dei loro 11 bambini.

Un gesto di significativa importanza quello compiuto dal sindaco di Napoli a poco più d’un mese dalle dichiarazioni negazionistiche del ministro Lorenzo Fontana sulle famiglie arcobaleno. Cui hanno poi tenuto dietro gli esposti di CitizenGo e Generazione Famiglia contro i sindaci di Torino, Bologna, Milano, Firenze, Gabicce Mare.

Viva soddisfazione è stata espressa da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha così commentato quanto avvenuto a Palazzo San Giacomo: «Siamo felici di questo risultato ottenuto grazie al lavoro di squadra tra amministrazione comunale e la nostra associazione. A tale proposito un grazie va all’avvocata Francesca Quarato, del nostro gruppo legale, cha ha seguito passo passo la vicenda.

Mentre sempre più sindaci seguono la strada della giustizia sociale e giuridica, confermando che è quella giusta da percorrere, i nostri figli crescono. È urgente e improrogabile che la politica nazionale si assuma le proprie responsabilità, approvando una legge chiara sulla responsabilità genitoriale che riconosca a tutte le famiglie pari diritti e medesimi doveri».

Per conoscere il parere d’una testimone diretta della cerimonia, abbiamo raggiunto Simona Marino, consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità.

Professoressa Marino, qual è il valore civile e politico di questa registrazione degli atti di nascita dei figli di nove coppie omogenitoriali?

In questi mesi, insieme all'assessora Sardu e ai servizi Anagrafe e Pari opportunità, su precisa indicazione del sindaco, abbiamo lavorato con tenacia ed entusiasmo alla realizzazione di un diritto che è un atto di giustizia, ma anche un atto di civiltà. In questo progetto siamo stati affiancati da rappresentati delle Famiglie Arcobaleno e dalla loro avvocata che ci hanno sostenuto in un percorso non facile.

La registrazione degli atti di nascita di bambini nati in famiglie omogenitoriali è infatti un atto che anticipa una legge di cui il nostro Paese non si è ancora dotato, nonostante alcune sentenze di tribunali ne abbiano riconosciuto il valore e alcuni Comuni lo stiano applicando. La sua importanza non consiste solo nella tutela e protezione dei minori - cosa di per sé di grande rilevanza - ma assume un significato civile e politico perché supera un'idea della coppia genitoriale eterosessuale come fondamento esclusivo della famiglia, aprendo così la possibilità di riconoscere il valore sostanziale della relazione d'amore tra persone dello stesso sesso.

Il punto dirimente è domandarsi su che cosa si fonda il concetto di famiglia. Al di là dei legittimi convincimenti religiosi che vanno rispettati, in una visione laica la famiglia è un istituto giuridico e storico, per cui è modificabile nel tempo e come tale assume configurazione diverse che, a secondo delle culture e delle prospettive politiche e sociali, si trasforma.

Noi, con un atto di responsabilità, abbiamo accolto le istanze di tante persone che reclamavano il diritto a essere genitori di bambini nati da una relazione d'amore e circondati dalla cura e dall' affetto dei propri cari. Siamo convinti che questa scelta dell'amministrazione abbia un alto valore simbolico perché scardina una visione fondamentalista e oscurantista, che purtroppo in questo momento grava sul nostro Paese, consentendo a tutti/e di realizzare il loro sogno d'amore.

Quali emozioni le ha suscitato questa cerimonia? 

L'emozione è stata grande, dal momento in cui i bambini sono entrati nella sala Giunta di Palazzo San Giacomo, tenuti per mano dalle loro mamme o dai loro papà. Li avevo già intravisti al Pride sul trenino, cantare e urlare al megafono la loro gioia di esistere e il loro desiderio di urlarlo al mondo intero.

Trovarseli di fronte emozionati, increduli e felici è stata un'esperienza commovente e intensa che fa capire quanto i sentimenti debbano contaminare la politica e reclamare di essere ascoltati. Ne va della nostra libertà e del diritto di ciascuno/a alla felicità.

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Domani, alle ore 10.30, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo il sindaco Luigi de Magistris registrerà il nome del genitore non biologico su gli atti di nascita delle figlie e dei figli di nove coppie arcobaleno (sette coppie di donne e due di uomini), che saranno presenti alla cerimonia.

Un'annotazione, questa, che riconoscerà ufficialmente il loro diritto alla bigenitorialità.

Interverranno, oltre al primo cittadino, l'assessora alla Trasparenza e all'Efficienza amministrativa Alessandra Sardu, la consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità Simona Marino e l'avvocata Francesca Quarato dell'associazione Famiglie Arcobaleno.

«Un riconoscimento - come sottolineato in una nota del comune di Napoli - che si inserisce nel solco di quanto già sancito dalla Corte di Appello di Napoli e dai tribunali di Pistoia e Bologna, fortemente voluto dal sindaco e da tutta l'amministrazione, che ha inteso sostenere i diritti delle persone e, in particolare delle/dei minori, abbandonando un concetto di filiazione basato sul solo dato biologico e genetico, così come già accaduto con il piccolo Ruben, e cercando di tutelare tutte le famiglie con atti amministrativi che siano al tempo stesso precisi e ben definiti gesti di civiltà giuridica».

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30.000 persone a Napoli per il Mediterranean Pride che, partito alle 17:30 da piazza Dante, si è snodato lungo Via Toledo e ha raggiunto il lungomare dove, all’altezza di Castel dell’Ovo, si sono tenuti i discorsi finali.

Madrina della manifestazione Maria Esposito, la madre di Vincenzo Ruggiero, l'attivista ucciso il 7 luglio 2017, del cui omicidio e vilipendio di cadavere si è accusato Ciro Guarente.

Quattro i carri che hanno caratterizzato la marcia partenopea dell’orgoglio Lgbti, incentrata quest'anno sui temi dell'accoglienza e della lotta alle mafie. Significativo e coloratissimo il trenino delle Famiglie Arcobaleno, la cui presidente nazionale Marilena Grassadonia è stata presente insieme con un’ampia delegazione del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Dietro lo striscione iniziale, invece, anche il blogger de L'Espresso Marco Gaucho Filippi (MGF), che ha ideato per i manifesti del Mediterranean Pride il Vesuvio Rainbow con l'hashtag #amalicolfuoco.

Tra i presenti anche l’escort Francesco Mangiacapra, autore del noto dossier sui preti gay consegnato in febbraio alla Curia di Napoli, che ha provocatoriamente sfilato nei panni di Cristo. Accanto a lui, vestito da angelo, Mirko Varlese (di notte ballerino, performer e trasformista, di giorno catechista e operatore sociale a Sant'Erasmo ai Granili), che ha  partecipato come ministrante ai funerali di Vincenzo Ruggiero in S. Maria di Montesanto.

Proprio al 25enne assassinato Mirko ha "dedicato" le enormi ali bianche indossate perché «Vincenzo è un angelo che ho avuto il privilegio di conoscere e che è volato in cielo troppo presto».

Non sono mancati momenti d’intensa commozione come quando Antonio Amoretti, partigiano delle Quattro Giornate, ha invitato in Largo Berlinguer a cantare Bella, ciao e ha tenuto un breve saluto: «Sono orgoglioso di essere stato, con mia moglie Rosa, testimone della prima unione civile di Napoli.

Voglio ricordare a voi ragazzi di difendere la Costituzione scritta con il sacrificio dei partigiani: bisogna difendere, oggi come allora, la democrazia, la pace e la libertà».

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Si è svolta ieri a Napoli, presso la Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, la conferenza stampa di presentazione del Mediterranean Pride, che si svolgerà sabato 14 luglio.

L’appuntamento è per le 16:30 in piazza Dante, da cui si snoderà la marcia dell’orgoglio Lgbti attraverso via Toledo, piazza Plebiscito fino al lungomare all’altezza di Castel dell’Ovo.

Alla conferenza stampa sono intervenute diverse personalità della giunta presieduta da Luigi De Magistris: Simona Marino (delegata Pari opportunità), Annamaria Palmieri (assessora all’Istruzione), Roberta Gaeta (assessora alle Politiche sociali) e Isabella Bonfiglio (consigliera di Parità, Città Metropolitana). Per le associazioni erano invece presenti Antonella Capone (portavoce Napoli Pride 2018 e presidente Alfi Le Maree Napoli), Claudio Finelli (delegato Cultura Arcigay), Loredana Rossi (vicepresidente Atn – Associazione Trans Napoli), Carla Di Maio (Famiglie Arcobaleno) e la regista Cinzia Mirabella (che ha girato lo spot per il Napoli Pride 2018).

Claim di questa edizione è Libertà, Uguaglianza, Fratellanza e Pride! Un motto decisamente attuale che rivendica il ruolo inclusivo della comunità Lgbti in un momento di “oscurantismo” politico. D’altronde il Pride di Napoli ha da sempre per tema il Mediterraneo, inteso come ponte di culture e conoscenze che unisce popoli solo apparentemente distanti.

Tra le novità annunciate in conferenza stampa bisogna ricordare il gemellaggio tra il Mediterranean Pride of Naples e il Lazio Pride che, entrambi in programma per il prossimo 14 luglio, hanno puntato sul tema del contrasto alle mafie.

E poi il rilancio della dichiarazione congiunta redatta, alcuni giorni fa, a Marsiglia dai rappresentanti dei Pride del Mediterraneo. Documento in cui si rivendica la necessità di garantire la libertà d’espressione, di manifestazione e di libera circolazione delle persone Lgbti in tutta l’area del Mediterraneo, cui appartengono molti Paesi con un elevato tasso di omofotransfobia sociale e istituzionale.

Testimonial della prossima edizione del Napoli Pride sarà Maria Esposito, madre del giovane Vincenzo Ruggiero, l’attivista 25enne, vicino al comitato Arcigay di Napoli, del cui omicidio si è accusato Ciro Guarente.

In conferenza stampa, infine, si è ricordato il valore culturale della manifestazione che si è avvalsa sia di un’apprezzabile campagna di comunicazione visiva su progetto grafico di Luciano Correale, con illustrazione di Marco Gaucho Filippi (un vesuvio che erutta lava arcobaleno con l’hashtag #amalicolfuoco) e le foto di Marco Tancredi, sia di uno spot scritto e diretto dall’attrice e regista napoletana Cinzia Mirabella.

Sostenuto e condiviso da Arcigay Napoli, tale spot è incentrato sul tema delle famiglie arcobaleno ribadendo la volontà di opporsi con decisione alle dichiarazioni negazionistiche del ministro Lorenzo Fontana

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Anche la madre non biologica è madre sin dalla nascita, perché accettò e condivise il progetto della procreazione assistita.

Questo, come spiegato dal magistrato Marco Gattuso su Articolo29, il cuore della sentenza 145/2018. Sentenza con cui, oggi, la Corte d’Appello di Napoli, accogliendo la richiesta di stepchild adoption avanzata dalla mamma non biologica di Lorenzo (nato sei anni fa dalla compagna a seguito di tecniche di pma), le ha di fatto riconosciuto lo stato di "mamma dalla nascita" e non solo di madre adottiva.

Nello specifico, la Corte ha ribaltato la sentenza del Tribunale per i minori di Napoli che aveva rigettato la richiesta di stepchild adoption. Le due donne Rossella Chianese e Roberta Passaro, socie di Famiglie Arcobaleno, sono state seguite dall'avvocata Francesca Quarato.

«Le motivazioni della sentenza sono molto importanti - spiega l'avvocata - perché, nel riconoscere il diritto delle due mamme ad essere riconosciute entrambe come genitrici del figlio che insieme hanno voluto, la Corte d'Appello fa un passo avanti ulteriore ricordando che la stepchild è una forma di tutela minima per i figli di coppie omogenitoriali, perché è subordinata alla domanda, perché assicura una tutela non piena e, infine, concede di adottare quello che, invece, deve essere considerato un figlio della coppia già alla nascita. In tal senso, richiama espressamente la legge 40 indicando per la piena tutela dei figli di coppie omogenitoriali la strada del riconoscimento alla nascita»

La legge 40 permette infatti, per i figli nati  in Italia e all’estero, a seguito di tecniche di pma, il riconoscimento automatico come genitori di entrambi i partner di una coppia che hanno dato il loro assenso all’inseminazione.

«Questa norma – spiega la presidente di Famiglie Arcobaleno Marilena Grassadonia – è perfettamente applicabile anche alle coppie lesbiche ed è anche per questo motivo che diversi Comuni in Italia stanno procedendo alle annotazioni di entrambi i genitori sui certificati di nascita.

Questa sentenza ci conferma che siamo nel giusto nel portare avanti la nostra battaglia per il riconoscimento alla nascita dei nostri figli e delle nostre figlie».

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«Oggi nella casa del Signore, che ha accolto sia noi che il tuo corpo, mi sono sentita in pace, perché vedevo tutte e tutti emozionati, con gli occhi pieni di lacrime. Tutti lì per te, nella  tua ultima sosta davanti a noi che eravamo desiderosi di rivederti, anche se per l'ultima volta, finalmente libero come un battito di ali liberatorio.

In quel luogo dove un tempo sei stato battezzato, Vincenzo, mi sono aggrappata ad ogni singolo secondo, volevo non passasse mai, ripercorrevo la nostra breve  strada e ho immaginato quando tua madre ti manteneva il capo mentre ricevevi il battesimo, fino al tragico evento e a quel punto avrei voluto urlare: Non è giusto, che questo non è il disegno di Dio ma quello di un mostro.

Poi i palloncini bianchi sono volati in alto. Uno solo si è staccato dal gruppo: forse eri tu che hai voluto salutarci un’ultima volta come solo tu sapevi fare. Sono uscita fuori alla chiesa, ho visto i negozi e la gente che osservava quel che accadeva in una giornata intrisa di sole e di caldo. L’estate mi è sembrata un’ambientazione surreale per questo momento e ho ripensato alla vita che non vivrai piu su questa terra. E. intanto, quel palloncino è volato sempre più in alto fino a sparire».

È questo il saluto commosso che Lia Zeta Pastore, nota esponente della comunità Lgbti napoletana, ha dedicato su Gaynews al suo amico Vincenzo Ruggiero, di cui sono state celebrate a Napoli le esequie a poco meno d’un anno dall’omicidio. Omicidio del quale, come noto, si è accusato Ciro Guarente.

lia zeta

I funerali, cui hanno partecipato più di 400 persone (presente anche una delegazione di Arcigay Napoli), sono stati celebrati nella storica chiesa di Santa Maria di Montesanto, dove Vincenzo era stato battezzato. Rione, del resto, dove il giovane aveva vissuto fino a poco tempo prima della tragedia.

Le parole del parroco Michele Madonna hanno toccato in profondità il cuore di chi era presente al rito esequiale sia per l’invito perentorio a parlare, qualora qualcuno sapesse qualcosa di rilevante per le indagini, sia per il racconto d’un suo incontro con la madre della vittima

«Non porto rancore per chi ha fatto ciò a mio figlio». Questa la risposta data dalla donna al sacerdote che le aveva chiesto se fosse disposta a perdonare l'uccisore del figlio. Parole che sono state accompagnate da lacrime e applausi prolungati.

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Francesco e Salvatore si sono uniti civilmente in mattinata presso il Palazzo comunale di Giugliano (Na). Una celebrazione vissuta tra la gioia e l'emozione di familiari e amici alla vigilia del Pompei Pride. Ma qualcuno, nella notte, ha pensato bene d'imbrattare un muro in Piazza Municipio con svastica e scritta omofoba Auguri, ricchioni.

A denunciare l'accaduto su Facebook Antonello Sannino, presidente d'Arcigay Napoli.

«Ancora un episodio di intolleranza e di omofobia - si legge sul post -. Ancora una volta contro le unioni civili. A Giugliano sconosciuti vigliacchi imbrattano i muri di scritte naziste e intolleranti contro Francesco e Salvatore.  

Stiamo festeggiando ora la loro unione civile appena celebrata. Ai due cari amici la mia totale solidarietà e gli auguri più sentiti per la loro bellissima storia d'amore. Domani a Pompei saremo insieme a loro e insieme a Monica Cirinnà per dire che l'amore vince #LoveWins».

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Una camicia floreale ritenuta troppo vistosa. Questa la colpa di un 16enne napoletano che, all’uscita dal Parco della Floridiana, è stato insultato volgarmente da un 30enne, preso a calci e pugni, minacciato di morte

«Ero in compagnia di mio cugino – così ha raccontato il giovane -. Stavamo uscendo dalla Floridiana, quando sul viale principale incrociamo un ragazzo sulla trentina, che senza nessun tipo di interazione, inizia ad insultarmi per la mia camicia, poi mi dà del ricchione.

Io non gli do retta, non rispondo perché la mia camicia è favolosa e continuo a camminare. Lo s*****o però mi raggiunge e con uno schiaffo, seguito da un pugno, mi manda a terra e inizia a colpirmi ripetutamente con calci mentre urlava: Tu non sai chi sono io. Ti sparo e ti faccio morire qua a terra!

Tutto questo davanti a delle persone che non intervengono. L’unica cosa che sanno dire è: Non lo prendere a calci, che poi si rompe. A quel punto mi intima di andarmene e così faccio, sperando che mio cugino sia lontano, si sia salvato almeno lui».

A denunciare l’accaduto Non una di meno – Napoli sulla pagina Facebook.

Ferma condanna è stata subito espressa dal presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino: «Ennesima e vile aggressione omofoba nella Floridiana di Napoli denunciata da Non una di meno. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza concreta al ragazzo, vittima di violenza e odio, e ringraziamo Non una di meno per la denuncia pubblica.

I fatti raccontati ci spingono ancora una volta a chiedere l'immediata discussione della legge regionale contro l'omotransfobia, ferma imperdonabilmente da troppo tempo alla VI° Commissione Regionale presieduta da un esponente del Partito Democratico, Tommaso Amabile.

Invitiamo tutte le cittadine tutti i cittadini libere/i a fare fronte comune contro l'intolleranza e l'odio, sabato 30 giugno, a Pompei per il Pride. Solo l'alleanza tra le forze democratiche, civili, libere di questo Paese possono creare un argine vero alla deriva violenta, razzista, misogina e omotransfobica dell'Italia.

Occorre da subito di partire nelle scuole e tra i giovanissimi/e per ricostruire una nuova cultura dell'accoglienza e del rispetto di tutti e di tutte».

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Assassino reo confesso ma anche presunta vittima di un prete pedofilo.

È questa la pista difensiva che intende intraprendere il legale del 36enne Ciro Guarente, in carcere da quasi 11 mesi per l'omicidio dell'attivista gay Vincenzo Ruggiero, avvenuto ad Aversa (Ce) il 7 luglio 2017, nonché per relativo vilipendio e occultamento di cadavere.

Insieme con Francesco De Turris, accusato di avergli ceduto la pistola calibro 7,65 usata per uccidere Vincenzo, Guarente ha ricevuto a fine maggio l'avviso di conclusione indagini dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Napoli Nord.

Nei giorni scorsi l'uomo, dipendente civile della Marina militare, ha quindi chiesto di essere interrogato tramite il suo legale Dario Cuomo. Non si sa se rivelerà nuovi particolari sul delitto o se farà il nome di qualche altro eventuale complice. Cosa, questa, che sembra difficile visto il silenzio totale degli scorsi mesi. La documentazione, comunque, è stata depositata in procura.

Del grave trauma, subito da Guarente quando frequentava le scuole elementari nel quartiere napoletano di Ponticelli, si era parlato subito dopo l'omicidio Ruggiero ma in quel momento si trattava di voci.

Secondo l’avvocato Cuomo il suo assistito, tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, sarebbe stato vittima di abusi da parte dell’allora parroco di San Rocco in Ponticelli don Silverio Mura, il cui nome è balzato all’attenzione dei media dopo le pubbliche denunce di Diego Esposito (nome fittizio di Arturo Borrelli).

È noto come presso la Curia arcivescovile di Napoli sia stato recentemente avviato un supplemento d’indagine visto che finora non era emerso nulla di certo a carico del sacerdote.

Cinque le testimonianze raccolte sia di presunte vittime del sacerdote sia di persone vicine a Guarente. Questi, secondo la difesa, non aveva mai denunciato nulla, ma quel trauma se lo sarebbe portato appresso negli anni come un macigno fino a esplodere, la sera del 7 luglio 2017, in un raptus omicida.

Quella del raptus omicida sembrerebbe comunque cozzare con l’ipotesi di premeditazione del delitto.

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