C’è grande attesa per Sodoma l’ultimo libro-inchiesta di Frédéric Martel. Edito in Italia dalla Feltrinelli e tradotto in otto lingue, il volume sarà nelle librerie di 20 Paesi a partire dal 21 febbraio. Giorno in cui avrà inizio, in Vaticano, l’incontro tra il Papa e i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in tema di abusi su minori e adulti vulnerabili.

Fil rouge del volume è, in realtà, non la pedofilia clericale ma la doppia vita omosessuale tanto di semplici sacerdoti quanto di prelati capace d’influire - nell’ottica di quel clericalismo costantemente deprecato da Bergoglio - sulla gestione del potere ecclesiastico.

Ad aiutare l’autore nella decifrazione di una realtà così complessa cardinali (41), vescovi e monsignori (52), nunzi apostolici e officiali del corpo diplomatico (45), sacerdoti e seminaristi (oltre 200) nonché 11 Guardie Svizzere.

Forte d’un curriculum di tutto rispetto, che lo ha visto negli anni ’90 collaboratore del primo ministro francese Michel Rocard e consigliere di gabinetto dell’allora ministra della Solidarietà Martine Aubry, Martel ha avuto porte aperte ovunque.

A Roma ha soggiornato anche in palazzi della Santa Sede (compresa la Domus Internationalis, il cui direttore è il prelato dello Ior Battista Ricca) e ha raccolto le confidenze di porporati di diverso orientamento: da Burke a Tauran, da Sarah a Martino, da Sandri a Camillo Ruini, solo per citarne alcuni. Pochi i no ricevuti: tra questi quello di Angelo Sodano, potente Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a differenza d’un altro wojtyliano di ferro, quale Stanisław Dziwisz, che, da arcivescovo di Cracovia, ha spalancato a Martel le porte del proprio episcopio in Polonia.

Con l’aiuto d’un’équipe linguistica di 80 collaboratori, sparsi per il mondo, Martel ha incontrato non solo componenti del clero. Ma anche laici di rilievo come Benjamin Harnwell, collaboratore di Steve Bannon e fondatore del Dignitatis Humanae Institute, il think thank conservatore (il presidente del cui Comitato consultivo è il cardinale ultraconservatore Raymond Burke), che nella certosa di Trisulti (Fr) vuole preparare i futuri leader mondiali nell’ottica della lotta alla cristianofobia e della promozione del concetto antropologico dell’uomo imago Dei.

A parlare con lui anche ex-sacerdoti, spinti da un’idiosincrasia verso il doppiopesismo dei superiori gerarchici d’un tempo e l’omofobia di non pochi d’essi. Soprattutto, poi, se a esternarla sono quanti, nello slang clericale, vengono indicati come “praticanti” o “della stessa parrocchia”.

Già, perché, come appare anche nel libro, più un prelato tuona in pubblico contro le persone omosessuali, più è probabile che conduca in privato una spensierata vita gaia. Insomma, quella doppia vita, per chiosare Bergoglio, di cui la rigidità è comodo paravento e della cui validità valutativa proprio il Papa avrà ulteriore contezza nel leggerlo.

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Sono state oggi approvate per alzata di mano a Strasburgo due risoluzioni che, per quanto non legislative, sono di particolare significato per le persone Lgbti, ancora oggetto di violenza e discriminazione in Europa. Motivo per cui l'Ue e i suoi Stati membri dovrebbero fare di più per proteggere i loro diritti.

È quanto ha messo nero su bianco il Parlamento europeo adottando la risoluzione sulle azioni Lgbti dal 2019 al 2024. Con essa si invita la Commissione europea a garantire che i diritti delle persone Lgbti rappresentino un’assoluta priorità nel suo programma di lavoro per il prossimo quinquennio. 

Come ricordato da Daniele Viotti, copresidente dell'Integruppo per i diritti Lgbti al Parlamento europeo, «i diritti delle persone Lgbti non sono tutelati in modo uniforme in tutta Europa. L’Ue non dispone ancora di una protezione globale contro la discriminazione basata sull'identità di genere, sull'orientamento sessuale o sulle caratteristiche sessuali.

Le unioni omosessuali non sono riconosciute o tutelate in tutti gli Stati membri. La sterilizzazione è un requisito per il riconoscimento giuridico del genere in 8 Stati membri e 18 Stati membri richiedono una diagnosi di salute mentale. Nel frattempo, l'elenco delle azioni rimane limitato in termini di priorità e di impegno e le risposte innovative dell'Ue, come il pilastro dei diritti sociali, non vengono integrate».

L’altra risoluzione approvata a Strasburgo denuncia le violazioni dei diritti umani delle persone intersessuali e chiede alla Commissione e agli Stati membri di intervenire per garantire l'integrità fisica, l'autodeterminazione e l'autonomia dei bambini intersessuali.

In 21 Stati Ue minori intersessuali vengono sottoposti a interventi chirurgici di "normalizzazione" sessuale, senza il consenso della persona interessata. Per questo motivo insistendo sulla necessità d’armonizzare a livello europeo la legislazione in materia sull’esempio di leggi come quella portoghese e maltese, che proibiscono gli interventi chirurgici, la risoluzione ricorda come le identità intersessuali debbano essere depatologizzate e come le persone intersessuali debbano beneficiare dei più alti standard di salute previsti nella Carta delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Viva soddisfazione è stata espressa dall’europarlamentare Viotti per tali risultati, che segnano anche il termine dell’incarico di copresidente dell’intergruppo.

«Con grande orgoglio – ha commentato - ho guidato, prima con Ulrike Lunacek e poi con Terry Reintke, il più grande integruppo presente al Parlamento europeo, portando all'attenzione di questa istituzione situazioni di grave pericolo per le persone omosessuali, come quella in Cecenia, partecipando ad iniziative in giro per il mondo, come al Pride di Instanbul e alla prima conferenza sui diritti gay in Tunisia»

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Un’audizione conoscitiva di cinque ore sul pdl regionale contro l’omotransnegatività e le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere quella verificatasi stamani in Commissione Parità in Regione Emilia-Romagna.

Ad anticipare il dibattito sono stati i due relatori di maggioranza e di minoranza: rispettivamente, Roberta Mori del Partito Democratico («Le competenze della Regione sono ristrette, ma fondate su azioni di prevenzioni e quindi su azioni culturali») e Michele Facci del Movimento sovranista («Non credo che questo progetto di legge sia indispensabile, credo che le discriminazioni possano essere perseguite con i mezzi che già esistono»). 

Il progetto di legge regionale poggia le basi su quello presentato dai Consigli comunali di Bologna, Parma, San Pietro in Casale e Reggio Emilia. Ed è stata l'assessora alle Pari opportunità del Comune di Bologna, Susanna Zaccaria, a rilevare come «questa legge dovrà essere di coordinamento per azioni che vengono già svolte». Una legge, però, che sul versante politico, è avversata non solo dalle opposizioni (escluso il M5s, che è convinto sostenitore d’una tale normativa anche se ha presentato un proprio pdl specifico) ma anche da ben cinque consiglieri del Pd.

Una cinquantina le persone audite, soprattutto, a nome di associazioni.

Sul fronte avverso le associazioni cattoliche, che in blocco vedono il pericolo di introdurre una discriminazione al contrario nei confronti di altre categorie 'deboli' e chiedono correttivi, come, ad esempio, Acli e Associazione Giovanni XXIII. Totalmente contrari i rappresentanti del Family Day e di Generazione Famiglia. Mentre il gandolfiniano David Botti ha voluto domandare provocatoriamente: «Che non sia più urgente una legge contro l'eterofobia e contro chi odia la famiglia naturale?», per Matteo Di Benedetto, in rappresentanza dell’associazione presieduta da Jacopo Coghe, si tratterebbe di una «legge ideologica e indottrinante, pericolosamente liberticida e autoritaria».

A favore, invece, Cgil e Uisp ma soprattutto le associazioni Lgbti, per le quali sono stati auditi: Valeria Savazzi (Ottavo Colore), Alberto Nicolini (Arcigay Reggio Emilia), Tony Andrew (Arcigay Reggio Emilia/MigraBO), Valeriano Scassa (Il Grande Colibrì), Samantha Picciaiola (Educare alle differenze - Bologna), Maurizio Betti (Telefono Amico - Bologna), Cira Santoro (Ater- Teatro Arcobaleno), Marco Tonti (Arcigay Rimini), Cristina Contini (Ass. Nazionale Sentire le voci - Reggio Emilia), Carlo Samlaso (Presidente Piazza Grande - Bologna), Michele Giarratano (Gay Lex e Famiglie Arcobaleno), Christian Cristalli (Gruppo Trans), Anita Lombardi (Lesbiche Bologna ), Valeria Roberti e Giuseppe Seminario (Centro Risorse LGBTI e Gruppo Scuola Cassero), Flavio Romani (Cild), Sara De Giovanni (Centro di documentazione Cassero), Valentina Coletta (Mit), Nicoletta Manzini (Mondinsieme - RE), Antonella Parrocchetti (Agedo - Modena), Francesco Donini (Arcigay Modena), Stefano Pieralli (Plus), Andrea Zanini (UniLgbtq). 

Particolarmente applaudito l’intervento di Franco Grillini, direttore di Gaynews e padre storico del movimento, che, richiamando l’ultima inchiesta de L’Espresso intitolata Caccia all’omo, ha affermato: «La situazione è drammatica: c'è una recrudescenza dell'omofobia e nessuna città è immune. Nessuno si illude che una legge faccia sparire la discriminazione. Ma si deve dire che è sbagliato discriminare». L'ex parlamentare ha inoltre aggiunto: «Questa legge già esisterebbe, se la passata legislatura non fosse stata interrotta. Purtroppo, non è una legge contro l'omofobia, perché la Regione non ha competenze nell'ambito del diritto penale. Ma di sicuro è utile per tutelare le persone».

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Epilogo drammatico per Anas, il 22enne tunisino, aggredito, violentato e derubato il 2 gennaio da un uomo, che aveva conosciuto su Facebook, e da un complice. Recatosi, lo stesso giorno, presso la stazione di polizia di Sidi el Bhari per sporgere denuncia, il giovane è stato arrestato per omosessualità e sottoposto a test anale.

L’altroieri il tribunale di prim'istanza di di Sfax lo ha condannato a otto mesi di prigione, con esecuzione immediata della sentenza, per sodomia (sei mesi) e falsa testimonianza (due mesi). Medesima condanna anche per i due aggressori ma, nel loro caso, sei mesi per sodomia e due per aggressione.

L’arresto del giovane (durato 40 giorni) dopo la denuncia, la sottoposizione a test anale forzato e la condanna ultima per omosessualità hanno suscitato la ferma reazione di Human Rights Watch nonché delle associazioni tunisine Damj e Shams. A essere coralmemte condannati l’imprigionamento di una vittima di stupro, l’applicazione dell’art. 230 del Codice penale criminalizzante i rapporti omosessuali e il persistere del ricorso a test anali forzati nonostante l’impegno del governo tunisino, nel 2017, presso il Consiglio dei diritti dell’uomo di porre fine a una pratica assimilata alla tortura.

Il giorno stesso della condanna di Anas All Out ha fatto pervenire al primo ministro tunisino Youssef Chahed le oltre 25.000 firme, raccolte in una specifica campagna realizzata con Shams e volta a chiedere l’immediata scarcerazione del 26enne.

Nella giornata d’ieri ha espresso il suo sdegno per la condanna emessa dal tribunale di Sfax anche l’attivista francese Guillaume Mélanie, fondatore e copresidente di Urgence Homophobie, che il 16 ottobre 2018 è stato vittima di pestaggio a Parigi.

Sempre l'11 febbraio altri due uomini sono stati condannati a sei mesi di carcere per sodomia oltre a sei settimane per furto e due settimane per comportamento violento. Come denunciato da Shams, sta aumentando vertiginosamente in Tunisia il numero delle condanne di persone omosessuali: ben 127 nel 2018, rispetto alle 79 dell'anno precedente e alle 56 nel 2016.

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Nato Bordj Bou Arreridj (a circa 200 km da Algeri) il 9 marzo 1997, Assil Belalta frequentava il 3° anno della Facoltà di Medicina presso l’Università d'Algeri 1 in Ben Aknoun. Parlava arabo, francese, inglese e tedesco e s’identificava come bisessuale. Ma la sua vita è stata spezzata domenica scorsa a soli 21 anni d’età.

Il 10 febbraio, infatti, dopo essere rientrato nella sua camera presso la città universitaria Taleb-Abderrahmane 2 a Ben Aknoun (comune a 7 km dal centro di Algeri), è stato aggredito e sgozzato da due uomini. Col suo sangue gli assassini hanno vergato su un muro della stanza la scritta in inglese He is gay, per poi dileguarsi con le chiavi dell’auto del 21enne.

A scoprirne il cadavere, la sera di domenica, alcuni amici, che hanno sporto denuncia alla polizia, la quale è arrivata sul posto intorno alle 22:30.

Nel condannare «l'atto ignobile e motivato da un sentire omofobo», l’associazione algerina Lgbti Alouen ha rilevato come «esso sia avvenuto due settimane dopo le dichiarazioni del presidente del sindacato dei magistrati algerini Laudouni.

Egli ha dichiarato che le associazioni per i diritti umani e le ong, richiedenti la depenalizzazione dell'omosessualità in Algeria e la lotta contro l'omofobia, stanno "calpestando i valori e le fondamenta del popolo algerino, che non mostra tolleranza verso le persone omosessuali", e i magistrati agiranno "contro chiunque voglia far stabilire leggi che vanno contro le peculiarità del popolo algerino".

Qualche tempo prima il primo ministro Ouyahia, intervistato da una giornalista tedesca sui diritti delle persone omosessuali e la lotta contro l'omofobia in Algeria, s'è rifiutato di trattare la questione, poiché "l'Algeria è una società che ha le sue tradizioni" e che "non non siamo coinvolti nell'universale corrente d'evoluzione".

Questa omofobia istituzionale e statale è banalizzata. E l'incitamento all'odio contro le minoranze sessuali in Algeria diventa moneta corrente per fare scalpore e scadere nel populismo. I politici e alcuni mezzi di comunicazione omofobi sono i veri colpevoli di questo crimine omofobo, che ieri ha scosso la città universitaria».

L’omicidio di Assil ha suscitato un’ondata di sdegno a partire dalla realtà universitaria di Ben Aknoun. Ieri, dalle 11:00 alle 12:00, si è tenuto un sit-in nel cortile della Facoltà di Medicina con un minuto di silenzio e la recita dei sette versetti della Fātiḥa, prima sura del Corano, per commemorare il 21enne.  

Al grido di Justice pour Assil tantissime persone, soprattutto studenti, hanno preso parte alla manifestazione, finalizzata anche a denunciare la mancanza di sicurezza nella città universitaria. Soltanto alcuni giorni fa è stato infatti ucciso uno studente proveniente dallo Zimbabwe.

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Non si placa in Spagna la polemica sull'imminente disseppellimento della salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos e l’interramento in altro luogo. Ma non certamente nella cattedrale madrilena dell’Almudena, come vorrebbero i familiari. Disposto da un decreto del Consiglio dei ministri in data 24 agosto 2018 e approvato dal Congresso dei Deputati il 13 settembre successivo, il trasferimento delle spoglie del Caudillo è considerato necessario dal governo Sánchez. 

Fatto costruire dal regime – non senza il lavoro forzato di detenuti politici – per accogliere i resti di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Spagnola, e dei 33.872 caduti di entrambi gli schieramenti durante la Guerra Civile del 1936-39, l’imponente complesso mausoleico, dove Franco è sepolto dal 1975, è considerato dal governo spagnolo un monumento al regime dittatoriale del Generalísimo. Cosa, questa, che, come detto recentemente dal primo ministro Pedro Sánchez Pérez-Castejón, in «una democrazia quale quella spagnola non può permettersi».

Ma per molte vittime Lgbti del franchismo ci sono preoccupazioni più urgenti. La questione della riesumazione ha infatti spinto molte di esse ad avanzare nuovamente richieste d’indennizzo per le vessazioni e torture, cui sono state sottoposte in 36 anni di regime e nei tre successivi fino al 1979.

Antoni Ruiz, ora 60enne, aveva 17 anni, quando fu detenuto per tre mesi nel 1976 a seguito della Ley de Peligrosidad y Rehabilitación Social del 1970 che, in vigore fino al 1979 e sostitutiva di quelle anteriori del 1933 e 1953, considerava le persone omosessuali un «pericolo sociale». Mentre era in prigione, fu stuprato da un altro detenuto per ordine di un agente di polizia.

«È stato un inferno». Queste le parole rilasciate alla Fondazione Thomson Reuters di Madrid da Antoni, che nel 2004 ha fondato l'Asociación de Ex Presos Sociales de España a tutela del diritto delle vittime omosessuali e transgender al risarcimento. Come messo in luce dallo storico Arturo Arnalte, circa 5.000 persone, per lo più uomini gay e bisessuali nonché donne trans, sono state condannate secondo detta legge.

Nel 2008, durante il governo socialdemocratico di José Luis Rodríguez Zapatero, il Parlamento spagnolo aveva approvato uno stanziamento di 2 milioni di euro per risarcire le vittime Lgbti. Con la salita al potere del Partido Popular (PP) nel 2011, fu fissata al 31 dicembre 2013 il termine ultimo per le domande. Ciò, alla fine, ha comportato un’erogazione di soli 624.000 euro.

Da allora Ruiz, che ne ha ricevuto 4.000 euro, sta cercando di persuadere l'attuale governo a liberare la restante parte dei fondi stanziati per le 116 vittime ufficialmente riconosciute.

Uno stipendio mensile per le persone, che hanno subito lo stigma per il loro orientamento sessuale o identità di genere e non hanno potuto avanzare nella carriera lavorativa, «permetterebbe alle stesse - come detto da Ruiz - di vivere decentemente i loro ultimi giorni». Una portavoce del governo ha rifiutato di commentare i piani specifici per compensare le vittime omosessuali e transgender sotto Franco. 

Della questione risarcimento ha parlato alla Reuters anche Mar Cambrolle, presidente dell'Asociación de Transexuales de Andalucía (Ata), per la quale è stato dato un buon segnale in Spagna ma che «ovviamente non si è fatto abbastanza. La maggior parte del denaro non è stato speso perché molte vittime erano già morte o non volevano scavare nel passato. È un modo ingiusto di stanziare i soldi». Secondo Cambrolle le persone transgender «hanno probabilmente sofferto le peggiori forme di repressione».

Ma molte delle vittime, anche quelle che hanno combattuto per il diritto al risarcimento, si sono stancate di questa battaglia apparentemente senza fine. E, nel frattempo, sono anche invecchiate. «Ho già parlato abbastanza», ha detto una donna transgender di Siviglia sempre alla Reuters.

La questione del disseppellimento dei resti di Franco continua intanto a dividere. A opporsi non soltanto la Chiesa ma anche i partiti di opposizione Ciudadanos e PP, i quali accusano il Psoe di Sánchez e i partner di sinistra di voler riaprire ferite passate. Per le organizzazioni a tutela dei diritti umani la riesumazione è, invece, un dovere democratico.

A interessare, infine, alle persone più colpite dal regime di Franco è la dimensione morale. A quasi 43 anni dalla sua condanna, Ruiz ritiene che il trasferimento dei resti di Franco dalla Valle de los Caídos «sarebbe una grande vittoria, non solo per le vittime, ma anche per la democrazia stessa».

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L’uscita di Boy Erased nelle sale cinematografiche brasiliane era programmata tra gennaio e febbraio. Ma l’Universal Pictures ha fatto marcia indietro, adducendo motivazioni d’ordine finanziario.

Motivazioni che, date tardivamente rispetto all’annunciata decisione, non hanno placato le polemiche in Brasile soprattutto tra attivisti e attiviste Lgbti, che avevano subito pensato a ragioni politiche a poche settimane dall'elezione di Bolsonaro.

«Direi anche che è una decisione un po’ irresponsabile – così Leandro Ramos, attivista e direttore dei programmi per All Out, alla Thomson Reuters Foundation – soprattutto in in un Paese come il Brasile, dove le terapie di conversione sono ancora così diffuse e costituiscono un enorme problema, e in un momento in cui è in carica un'amministrazione apertamente anti-Lgbti».

Basato sul libro autobiografico di Garrard Conley, Boy Erased racconta il dramma del 19enne Jared, figlio di un pastore battista dell’Arkansas, costretto dai familiari a sottoporsi a terapia di conversione dopo aver fatto coming out. E sono stati proprio i produttori di Boy Erased a dirsi delusi della decisione della Universal Pictures, rilevando come molte persone in Brasile sperassero che il film potesse contribuire a far luce sulla pratica screditata.

La terapia di conversione o riorientamento sessuale è stata infatti proibita dal Consiglio federale di Psicologia del Brasile (Cfp) nel 1999. Ma nel settembre 2017 un giudice federale ha annullato il divieto e, sebbene la Cfp abbia ribadito la propria condanna, i sostenitori della pratica continuano a proliferare .

«Ci sono psicologi e terapisti in tutto il paese che offrono ancora questo tipo di servizio - ha dichirarato Ramos -. Dato importante, ma piuttosto sottostimato, è il numero elevato di persone, che si sottopongono a tale pratica senza dirlo».

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Le bandiere arcobaleno sono sventolate nel corso del primo Pride in Birmania, che si è tenuto ieri a Yangon (o Rangoon) nell’ambito del Yangon Pride Festival. Circa 600 persone hanno manifestato sotto il sole nella capitale di un Paese in cui i rapporti omosessuali sono puniti fino a dieci anni di carcere, come previsto dalla Sezione 377 del Codice penale (anche se negli ultimi anni nessuna pena è stata mai irrogata).

"I componenti della comunità Lgbti, in particolare i giovani – ha dichiarato Hla Myat Tun, co-direttore dell’associazione &Proud - sono ora più coraggiosi e meno timorosi di mostrarsi in pubblico".

Lo scorso anno ha rappresentato al riguardo un punto di svolta: per la prima volta le autorità  birmane avevano infatti acconsentito che si tenesse una manifestazione Lgbti in un parco pubblico. Manifestazione, questa, partecipata da oltre 12.000 persone.

Galvanizzati da un tale successo, gli organizzatori hanno deciso, quest’anno, di chiamare ufficialmente l’evento Pride, pur mancando ancora le condizioni per una sfilata all'aperto per le strade di Yangon. Manifesti con coppie di persone dello stesso sesso sono stati affissi nella capitale per annunciare il festival.

Svoltosi su una grande imbarcazione lungo il fiume, il Pride è durato due ore.

Esso è stato il primo di una serie di eventi costituenti il festival che, col tema “Eroi”, vuole celebrare l'impegno della locale collettività Lgbti nell'affermare la propria visibilità e nel conseguire diritti umani e civili. Iniziata il 25 gennaio e terminante oggi, la kermesse ha compreso proiezioni di film, gare, dibattiti e conferenze, alcune delle quali ospitati presso l'Istituto francese di Birmania.

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Da venerdì 25 a domenica 27 gennaio a Roma, presso lo spazio dell’Altrove Teatro Studio (via Scalia, 63), andrà in scena lo spettacolo Processo a Fellini, scritto da Riccardo Pechini e diretto da Mariano Lamberti. Un vero e proprio evento che segna l’approdo del regista di God As You e di Una storia d’amore in quattro capitoli e mezzo al teatro. 

Un approdo che, però, non dimentica l’amore per il cinema, dacché protagonisti della pièce sono il grande Federico Fellini e la sua compagna, l’attrice Giulietta MasinaIncontriamo Mariano Lamberti mentre è impegnato nelle prove dello spettacolo per saperne di più su questo progetto per la scena. 

Mariano come mai dedicare uno spettacolo a Federico Fellini? O forse dovremmo dire a Giulietta Masina? Quanto si amarono e a quale costo? 

Processo a Fellini è uno spettacolo quanto mai puntuale: il 2018 si sono celebrati i  25 anni dalla sua morte e il 2020 si festeggierà  il centenario della sua nascita. Fellini è uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo, quindi mi sembrava doveroso fare un omaggio alla sua arte. La  piece è anche un omaggio all' immenso talento di Giulietta Masina, troppo in fretta dimenticata. La loro storia d'amore è stata leggendaria, archetipica, umanissima, con tutte le luci e le ombre che un amore così complesso  può generare. Lo spettacolo si sofferma doverosamente  sulle ombre del loro rapporto, privato di carne e sangue nell'immaginario pubblico.

Il tuo è, in qualche modo, anche uno spettacolo sul ruolo delle muse (o dei musi). Hai avuto anche tu, nella tua carriera artistica, un modello di ispirazione? 

Ho avuto pochi, pochissimi modelli di ispirazione. Pasolini e il grande Federico Fellini sono senz'altro quelli a cui devo di più. Fellini rimane ancora una fonte di ispirazione per  questa sua immensa libertà di creare. Una libertà che ha avuto la fortuna di poter sperimentare fino in fondo, senza compromessi, una sorta di competizione con Dio, come lui la chiamava. La libertà (e non solo quella artistica) è uno dei doni più belli che l'essere umano possa ricevere dalla vita.

Con questo spettacolo, porti a teatro il tuo grande amore: il cinema. Quale regista ti ha davvero cambiato lo sguardo e ti ha fatto innamorare del cinema? 

Fellini è sicuramente il regista che per molti versi ha cambiato la mia visione del cinema: portando sullo schermo disadattati, esseri fragili, esclusi, diversi,  dimenticati, scomodi. Ci ha regalato un  immensa lezione di poesia che non solo ogni artista ma anche ogni uomo, dovrebbe sempre tenere con sè e custordire gelosamente.

Infine, se potessi dire qualcosa a Giulietta Masina, dopo la realizzazione di questo spettacolo, cosa le diresti?

Cara Giulietta, la tua arte sarà ricordata per sempre, ma il mio desiderio è che venga celebrata anche la tua grandissima umanità. Cosa alla quale spero di avere contribuito con questo spettacolo. 

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L'omosessualità non è più un reato in Angola.

A rendere nota la cancellazione dal relativo Codice penale della norma, risalente ai primi tempi della colonizzazione portoghese, Human Rights Watch (Hrw). Tale divieto era esteso a tutti i comportamenti omosessuali definiti «vizi contro natura».

«Il Governo - aggiunge l'organizzazione - ha inoltre vietato ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale, prevedendo che chiunque si rifiuti di dare lavoro o di fornire servizi a causa dell'orientamento sessuale della persona incorrerà nella pena d'incarcerazione fino a un massimo di due anni».

Da molti anni la comunità Lgbt dell'Angola si batte contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, definite «vestigia arcaiche». Ma solo nel giugno 2018 è arrivato un primo segnale positivo da parte del presidente João Lourenço, che ha riconosciuto ufficialmente un'associazione per la difesa dei diritti omosessuali. 

Lourenço è alla guida del Paese africano dal 2017: è succeduto a José Eduardo dos Santos dopo 38 anni di dominio autoritario. Come il suo predecessore proviene dal Movimento popolare per la liberazione dell'Angola (MPLA) ma, a differenza del predecessore, si sta impegnando per uno svecchiamento del Paese non senza la sostituzione degli uomini chiave del precedente regime.

'Ora - dichiara Hrw - bisogna battersi perché anche gli altri 69 Paesi nel mondo in cui le relazioni omosessuali sono criminalizzate seguano l'esempio dell'Angola».

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