Fissato al 26 maggio, il primo Pride novarese ottiene in giornata il patrocinio della Regione Piemonte ma non quello del Comune.

Per il sindaco leghista Alessandro Canelli la marcia dell’orgoglio Lgbti all’ombra della cupola antonelliana non è altro che «inutile ostentazione» e manifestazione folcloristica dagli effetti controproducenti. Argomenti, invero, non molto dissimili daa quelli utilizzati da un uomo del centrosinistra quale Ugo Rossi, presidente della Provincia autonoma di Trento, nel negare il patrocinio al Dolomiti Pride.

E così il Comune di Novara si aggiunge alla lista di quelle amministrazioni locali (Regione Lombardia, Provincia di Trento, Comune di Firenze, Comune di Genova) che non intendono sostenere ufficialmente i vari Pride sui territori di loro competenza.

Immediata la reazione del Pd novarese che he definito quella di Canelli «una decisione anacronistica e discriminatoria» In una nota i locali vertici dem hanno dichiarato: «Il sindaco Canelli, che appena eletto si è affannato a dichiarare urbi et orbi che sarebbe stato il sindaco di tutti, alla prova dei fatti si dimostra essere prevedibile e scontato nel ruolo di moralizzatore.

Mentre la Regione Piemonte e la Provincia di Novara hanno dato il patrocinio e sosterranno l'iniziativa, il Comune di Novara sarà assente dando prova di non rappresentare realmente tutti i novaresi. Il Pd della Provincia di Novara non solo ha aderito al Pride ma sfilerà insieme ai tanti che parteciperanno alla giornata di festa per riaffermare che i diritti, l'autodeterminazione e la non discriminazione vinceranno sempre contro i pregiudizi e il finto moralismo».

Ferma reazione anche da parte di Nino Boeti, presidente del Consiglio regionale e del Comitato Diritti umani, che in un post su Fb ha scritto: «Spiace che il Comune di Novara abbia deciso di negare il patrocinio al Novara Pride. Penso che certe battaglie di libertà e di civiltà debbano appartenere a tutti.

Come Consiglio regionale del Piemonte, attraverso il Comitato Diritti umani, anche quest’anno sosterremo con un contributo il Coordinamento Lgbt per l’organizzazione delle iniziative del Pride. Perché è una festa di tutti».

Non si è fatto attendere il duro j’accuse a Canelli da parte del Coordinamento Torino Pride, l’associazione di secondo livello a cui fa capo il coordinamento del Piemonte Pride che prevede, oltre a Novara, altre due parate ad Alba e a Torino.

«Il Pride – così Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride – è storicamente la rappresentazione di come siamo e chi siamo. È quindi visibilità, è orgoglio, è il modo di dire a tutte e tutti “vedeteci siamo qui e scendete in piazza con noi”.

Ci mettiamo in mostra per non essere trasparenti e invisibili. Ci piace fare sfoggio, farci vedere ed essere rumorosi, gioiosi. Del resto anche il sindaco di Novara, Alessandro Canelli, ha dato prova del suo orgoglio con le dichiarazioni che negano il patrocinio della Città al primo Pride di Novara. Ha sfoggiato un atteggiamento omofobo, discriminatorio, ha sbandierato la sua incapacità di essere il sindaco di tutte e tutti. Perché il Pride non è una manifestazione simbolico-folkloristica.

Certo, non ci aspettavamo molto da un sindaco che si è vantato di non celebrare le unioni civili perché “questo Paese ha tanti altri problemi urgenti da affrontare e perché le unioni civili sono discriminatorie nei confronti della legge che va a tutelare la famiglia”. Forse che il sindaco non riesce ad affrontare i tanti problemi tutti insieme?

Un sindaco che mostra con perseveranza tanto bigottismo non rappresenta una città ma una sua piccola parte. Il sindaco ritiene che il Pride “non può apportare il giusto contributo alla crescita e alla consapevolezza su problemi di questo tipo. Ritengo possa essere addirittura controproducente rispetto alle finalità che si intendono raggiungere”, addirittura si erge ad interprete delle istanze che da molti decenni vedono un’intera comunità lottare e adoperasi su più fronti per attenere qualche piccola legge a tutela dei più deboli.

Magari dovrebbe iscriversi ad una delle nostre associazioni».

Quindi la conclusione: «A Novara il 26 maggio erano attese forse 2.000 persone. Credo che dopo le mirabolanti dichiarazioni del sindaco saremo ancora di più, con allegria, determinazione e soprattutto orgoglio da tutta la regione. Per questo ogni città dovrebbe celebrare il proprio Pride, un’ottima occasione per smascherare gli amministratori inadeguati e omofobi.

E comunque a Torino e ad Alba le decisioni prese sono fortunatamente e diametralmente opposte».

e-max.it: your social media marketing partner

Le dichiarazioni di Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, sulla non concessione del patrocinio al Pride (decisione, in ogni caso, condizionata dalla posizione degli “alleati”) continuano a dividere gli animi al di là dei confini insubri.

A dare il fuoco alle polveri, come già ricordato, la senatrice Monica Cirinnà con un duro  tweet del 12 aprile. Le hanno fatto subito eco Diana De Marchi, delegata i Diritti della Segreteria regionale lombarda del Pd, e il segretario regionale Alessandro Alfieri in una nota congiunta.

E se nella giornata d’ieri Fontana ha incassato il sostegno dei sodali e neoparlamentari leghisti Simone Pillon e Paolo Grimoldi, plaudenti a una presa di posizione volta a frenare “carnevalate gender” quali i Pride, ha anche dovuto subire reazioni a catena non solo dal fronte del centrosinistra ma anche da quello pentastellato. E, queste, direttamente sul versante lombardo.

Le critiche del sindaco di Milano

A partire dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha dichiarato: «È la sua idea. Secondo me sbaglia perché questo vuol dire negare quella che è la realtà. La società è diventata così. Quindi penso che chi ha responsabilità su nuclei cittadini complessi non può che pensare a tutti». Ha poi aggiunto: «Noi invece su tutto il tema dei diritti siamo decisi a non fare nessun passo indietro ma semmai passi avanti».

Affermazioni, le sue, che hanno trovato un riscontro charificatorio in quelle di Pierfrancesco Majorino, assessore comunale alle Politiche sociali, che sui social ha scritto: «Regione Lombardia nega il proprio patrocinio al Pride. Noi, ancora una volta e con orgoglio, faremo il contrario. (Ed anzi lì presenteremo ulteriori novità sulla strada dei diritti)».

 

Simone Sollazzo (M5s): "Fontana esca dal Giurassico"

Durissimo, invece, il consigliere regionale M5s Simone Sollazzo, che ha affermato: «Ci troviamo davanti all’ennesima dimostrazione della demagogia leghista che si arroga il diritto di stabilire quali eventi siano inclusivi e quali possano addirittura essere nocivi per l'ordine pubblico. Le dichiarazioni del presidente Fontana sono solo un’immagine di triste continuità con la precedente Giunta Maroni che ha promosso la stessa scritta a favore del Family Day sul Pirellone. Passa il tempo e cambiano le facce ma la retorica rimane la stessa».

E se Monica Cirinnà aveva parlato di Lombardia nel «Medioevo dei diritti» grazie a Fontana, Simone Sollazzi non è stato da meno affermando: «Fontana deve uscire dal Giurassico! Non è tollerabile nel 2018 ascoltare affermazioni di tale natura. Non si giudicano le persone per l'orientamento sessuale».

L’omologa Monica Forte ha precisato il suo pensiero in una nota esprimente, fra l'altro, la posizione ufficiale del M5S lombardo. «Fontana - ha così affermato - sbatte la porta in faccia ai diritti civili. Il Pride è una manifestazione che accoglie, integra e diffonde la cultura del rispetto per tutte e tutti.

Dopo l’orribile sparata sulla razza bianca Fontana nega quello che in una regione all’avanguardia dovrebbe essere un patrocinio dovuto. Fontana, come altri presidenti, farebbe bene a partecipare alla manifestazione insieme a migliaia di lombardi che chiederanno uguaglianza, diritti e libertà.

La sua è una scelta antistorica, che vuole riportarci al medioevo del pregiudizio e della discriminazione. Il Gruppo M5S Lombardia è determinato a lavorare per la difesa dei diritti Lgbt. La Lombardia e Milano sono, da sempre, città simbolo della lotta per i diritti umani, e i Pride difendono conquiste di parità tutt’altro che scontate».

Le dichiarazioni dell'attivista M5S Giuseppe Polizzi 

Sulla questione è intervenuto anche l'attivista Giuseppe Polizzi, portavoce M5S presso il Comune di Pavia, che ha dichiarato a Gaynews: «Il Pride è un patrimonio per tutta la Lombardia. Reputo le parole di Fontana sbagliate nel merito e nel metodo. Nel merito: perché i Pride uniscono, mentre le sue affermazioni dividono. Nel metodo: perché ogni anno i Pride vedono la partecipazione di decine di migliaia di giovani alla vita politica del Paese e della Lombardia, mentre le parole di Fontana creano sfiducia nei confronti delle Istituzioni.

Spero che Fontana desista dall’idea di illuminare il Pirellone della scritta Family Day: perché nel Family Day, per come successo negli anni delle sue edizioni, non si parla di tutela della famiglia, cosa che sarebbe anche giusta, si fa esclusivamente propaganda omofobica. E l’omofobia crea bulli, sofferenza, violenza. L’omofobia uccide».

e-max.it: your social media marketing partner

Quella del patrocinio ai Pride sta diventando, nelle ultime settimane, una questione all’ordine del giorno. Anche perché i casi di mancata concessione da parte delle amministrazioni locali sono da registrarsi tanto a destra quanto a sinistra.

Se, infatti, il Dolomiti Pride e il Toscana Pride hanno rispettivamente incassato il no secco da parte del presidente della Provincia autonoma di Trento Ugo Rossi e del renzianissimo sindaco di Firenze Bruno Nardella (non certamente una novità per Palazzo Vecchio, che mantiene la stessa linea per il terzo anno consecutivo), à droite è il primo cittadino di Genova, Marco Bucci, a essersi espresso negativamente in riferimento al Liguria Pride.

A lui si è aggiunto ultimamente il leghista Attilio Fontana, neopresidente della Regione Lombardia, che nel corso d’un’intervista rilasciata a Lettera43 ha dichiarato al riguardo: «Non l'ho dato a Varese e non credo lo daremo nemmeno qui. Ma ne dobbiamo parlare con gli alleati». Motivo?

«Io credo – ha spiegato - che sia una manifestazione divisiva e che quando le manifestazioni sono divisive non sono mai da sostenere. Io sono eterosessuale, ma non è che faccio una manifestazione per accreditare la mia eterosessualità. Le scelte in questo campo devono rimanere personali, sbandierarle è sbagliato».

Non appare invece divisiva per Fontana una manifestazione quale la Giornata della Famiglia, al cui riguardo intende, come il predecessore Roberto Maroni, far illuminare il Pirellone con la scritta Family Day. «Lo rifaremo – ha soggiunto – e non credo sia una scelta divisiva. Tutti riconoscono il valore della famiglia. È nella Costituzione, è uno dei fondamenti della nostra civiltà».

Affermazioni, queste, che al di là di convinzioni personali sono l’inevitabile scotto da pagare all’aperto sostegno dato da Massimo Gandolfini alla Lega nel corso delle ultime elezioni tanto regionali quanto politiche. Quelle elezioni politiche che hanno visto arrivare a Palazzo Madama un fedelissimo del neochirurgo bresciano quale Simone Pillon, divenuto subito noto per le sue dichiarazioni in merito a unioni civili e stregoneria. Che, non a caso, in un post di oggi ha espresso «un grande plauso al governatore» e ha detto  «basta con le carnevalate gender».

 

Monica Cirinnà all'attacco

Com’era prevedibile, non si sono fatte attendere le reazioni alle dichiarazioni di Attilio Fontana, su cui sono piovute critiche anche per la risposta relativa alle sole cinque donne nella Giunta regionale: «Non ne ho trovate di più, ho trovato tanti uomini che mi davano sicuramente delle garanzie».

La senatrice Monica Cirinnà ha mosso un duro j’accuse via Twitter: «La Lombardia nel Medioevo dei diritti grazie ad Attilio Fontana. E questa sarebbe la parte più progredita del Paese?»

Le reazioni del Pd lombardo

Le ha fatto ieri eco Diana De Marchi, delegata per i Diritti della Segreteria regionale lombarda del Pd, che in una nota ha affermato: «Vorrei ricordare a Fontana che, contrariamente a quanto lui sostiene, la maggioranza eterosessuale di cui fa parte è già accreditata e dominante, perciò non ha bisogno di manifestare per affermare la propria esistenza e consapevolezza di essere, perché si dà per scontato (e tacitamente approvato) che una persona nasca e cresca etero, se non dichiara il contrario.

Le persone Lgbt, invece, sono ancora vittime di discriminazioni e violenze, solo per il fatto di essere tali. Ben vengano, quindi, manifestazioni come il Pride perché tengono alta l'attenzione su quanto resta da fare sul piano della piena eguaglianza e su quanto ancora c'è da lavorare per fermare la violenza omotransfobica, come le cronache degli ultimi giorni informano».

Ma De Marchi ha anche espresso «profondo imbarazzo per quanto dichiarato dal neo governatore della Regione Lombardia, esempio lampante di quella mentalità maschilista e retrograda che ancora domina la nostra società» in riferimento alle asserzioni sul numero limitato delle assessore.

Nella stessa nota Alessandro Alfieri, segretario regionale del Pd, ha sottolineato: «Che molte candidate 'non abbiano una grande volontà di impegnarsi' e che lui sia 'un grande sostenitore dell'importanza delle donne' tanto che nella sua 'Segreteria sono tutte donne (sic!)', sono frasi che fanno rabbrividire da quanto sono discriminatorie. Siamo di fronte ad un personaggio che ci vuole riportare indietro nel tempo cancellando in un colpo solo, anni di lotta e di sofferenza, con quell' atteggiamento paternalistico e colpevolizzante che conosciamo fin troppo bene!

Un uomo così non può che fare dichiarazioni altrettanto inaccettabili quando parla di Pride, al quale la Regione Lombardia non darà, ovviamente, il patrocinio».

e-max.it: your social media marketing partner

La questione del patrocinio al Dolomiti Pride continua a essere al centro di polemiche ma non senza colpi di scena.

A fronte della mancata concessione da parte della Provincia autonoma di Trento, il cui presidente Ugo Rossi ha liquidato la marcia dell’orgoglio Lgbti quale manifestazione di mero esibizionismo e folclore, hanno assunto posizione opposta la Città di Bolzano e, ieri, la Provincia autonoma di Bolzano e Alto Adige.

I due patrocini sono stati annunciati sulla pagina Fb del Coordinamento organizzatore.

Il primo con le parole C'è chi ha scelto di non esserci, e chi invece ha voluto esserci con orgoglio. Il secondo col seguente post: Le istituzioni che condividono principi di libertà, uguaglianza e inclusione ci sono e lo rivendicano con orgoglio! La Provincia di Bolzano patrocina il Dolomiti Pride, con gli auguri di successo per l'iniziativa dal presidente Arno Kompatscher.

Parole, in entrambi i casi, inequivocabilmente rivolte anche a Ugo Rossi che, annunciando un presunto no della Regione al patrocinio, aveva affermato di aver sentito in proposito proprio l’omologo altoatesino.

Ma Kompatscher, per quanto riguarda la provincia di sua competenza, ha dato prova di pensare diversamente da Rossi. «Gentili signore ed egregi signori – ha infatti scritto al Coordinamento organizzatore – in riferimento alla vostra richiesta di patrocinio per la manifestazione 'Dolomiti Pride', in programma per il 9 giugno 2018, comunichiamo che il patrocinio è stato concesso. Vi auguriamo una manifestazione di successo. Cordiali saluti».

E così il presidente di centrosinistra Ugo Rossi, attaccato duramente da parlamentari del Pd quali Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto, si ritrova a incassare solidarietà e sostegno da esponenti del centrodestra. Anche da parte del leader di Forza Nuova Roberto Fiore, per il quale la decisione del presidente della Provincia di Trento «è un primo passo in direzione di un ritorno delle istituzioni alla sanità mentale».

e-max.it: your social media marketing partner

Cinque anni di attività. Un anniversario importante per Anddos che dal 16 al 18 maggio celebrerà a Bologna il 2° Congresso nazionale. Nel cui ambito si procederà all’elezione del presidente e del suo vice, ponendo così fine alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

Ed è proprio Dartenuc, che ha guidato l’associazione nel delicato periodo susseguente l’affaire Iene-Unar e ha ingenerato un’entusiasta volontà di rinascita nei numerosi circoli sparsi per l’Italia, a risultare candidato alla presidenza. Affiancato per la seconda carica da Massimo Florio, presidente del club torinese 011 e componente del Coordinamento Torino Pride.

È quanto avanzato dalla mozione Time for change. Mozione che, sottoscritta dalla stragrande maggioranza dei presidenti di circoli affiliati, reca il nome di Franco Grillini, presidente di Gaynet e leader storico del movimento Lgbti italiano, quale primo firmatario.

Tempo di cambiare. Un titolo programmatico che, scelto a riprova d’una necessaria inversione di rotta, si ispira alle celebri parole di Winston Churcill: Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Consapevolezza, questa, raggiunta a poco più di un anno dall’accennato «attacco mediatico rivolto – come si legge nel testo della mozione – non solo a noi ma in generale a tutto il movimento Lgbt, cui il perbenismo della morale comune addebita “la licenziosità” di comportamenti in un’ottica sessuofoba e puritana».

Consapevolezza che è il risultato di un'«analisi della sostenibilità economica dell’associazione, analisi che ci ha fatto rendere conto di come la macchina precedentemente approntata non avesse una sua capacità autonoma di reggere economicamente; ragione per cui si è provveduto a riorganizzare la compagine dei dipendenti, a eliminare costi per servizi dalla dubbia utilità o, peggio, completamente inutili. 

Alcuni settori dell’associazione hanno deciso autonomamente di abbandonarci e dissolversi per paura dello stigma sociale in seguito agli avvenimenti sopra detti, nonostante il tentativo, della nuova dirigenza, di proporre una soluzione alternativa per salvare il lavoro fatto e le relazioni costruite […]. Fino ad oggi abbiamo subito il cambiamento, oggi ci presentiamo a voi perché vogliamo essere attori del cambiamento. Il nostro agire fino ad oggi è stato improntato in base ad una visione che adesso, a nostro avviso, deve essere profondamente rivista».

Ma quali le proposte di revisione avanzate dalla mozione Dartenuc-Florio?

In primo luogo il diverso rapporto col movimento Lgbt non più nell’ottica d’una replica concorrenziale delle attività e iniziative delle altre associazioni ma in quella di sostegno alle stesse. Un essere, dunque, «al fianco di tutte esse. La nostra associazione può giocare un ruolo chiave in tutto ciò, mettendo loro a disposizione le risorse che abbiamo, prima fra tutte una ampia base associativa oltre ai luoghi dove questa grande moltitudine di cittadini e cittadine può essere efficacemente raggiunta, oltre a quello che possiamo dare in termini di concretezza legata ad una rimodulazione di tutto il nostro agire economico».

In secondo luogo la maggiore attenzione per i singoli circoli affiliati attraverso una più assidua e mirata formazione, l’attento «controllo della qualità e dell’aderenza dei nostri circoli al progetto associativo», la revisione delle quote sociali «per renderle più eque in relazione allo stato socio economico attuale del Paese» e la riorganizzazione stessa dell’associazione. Aspetto, questo, legato inevitabilmente al «cambiamento di nome: occuparsi più strettamente dei nostri circoli e dei nostri soci (che sono al 99% circoli frequentati da soli maschi omo/bisessuali), partire dal presupposto di coadiuvare e sostenere il movimento Lgbt, sottolineare la nostra identità omo/bi/transessuale, ci impone un adeguamento dei nostri scopi statutari che inevitabilmente cozzerebbero con l’attuale nome dell’associazione, troppo caratterizzato verso una attività ben specifica e, allo stesso tempo, aperto alle più disparate interpretazioni».

In terzo luogo l’impiego di risorse economiche e la piena collaborazione con le altre associazioni per informare e agire efficacemente nella prevenzione all’Hiv e alle Ist.

In quarto luogo la cura dei rapporti col mondo dell’imprenditoria e dell’informazione Lgbt. Al cui ultimo riguardo «potranno essere accese collaborazioni con quei soggetti dell’informazione Lgbt in grado di veicolare formazione all’interno del settore professionale della stampa di una corretta percezione delle nostre attività e dei nostri circoli».

In ultimo la promozione e produzione di eventi culturali e dei Pride.

Si tratta, insomma, di prospettive quanto mai incoraggianti per un’associazione che in molti, quasi un anno fa, credevano incapace di risollevarsi. E, invece, Anddos si appresta a vivere una nuova primavera realizzando in sé il motto di un emblema di distruzione e rinascita qual è Montecassino: Succisa, virescit. Tagliata, rinverdisce. Tagliata, si rafforza.

e-max.it: your social media marketing partner

Nessun patrocinio da parte del Comune di Genova: né alla ColorataCena, fissata al 19 maggio ai Giardini Luzzati, né al Pride del 16 giugno. A renderlo noto al Coordinamento Liguria Rainbow una scarna mail del 28 marzo. A tal punto scarna da essere priva di qualsivoglia motivazione del parere negativo da parte del sindaco Marco Bucci.

E, com’era prevedibile, la polemica è divampata sui media e sui social. A dar fuoco alle polveri lo stresso Coordinamento attraverso una lettera aperta al sindaco e una nota.

In quest’ultima, incentrata sull’evento della ColorataCena (giunta alla 4° edizione), si è ricordato come «la città del pesto e dei comici lo scorso gennaio si è distinta con un voto compatto in Consiglio Comunale su un documento unitario su fascismo e antifascismo, integrato con riferimenti anche a terrorismo, movimenti sovversivi e integralisti.

"Siamo contro tutte le violenze, ovviamente anche al fascismo. La nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri, dobbiamo rispettarci l’uno con l’altro": questo fu l'invito del Sindaco.

In coerenza oggi Marco Bucci afferma con i fatti che esistono categorie di persone che meritano il rispetto più di altre: il "sindaco di tutti" ha una sua interpretazione personale della promozione del diritto alla dignità, una responsabilità ridotta quando si tratta di contrastare intolleranza e pregiudizio, bullismo e omofobia».

Ma da Palazzo Tursi nessun cenno di risposta. Almeno fino alla tarda mattinata d’ieri quando, passate le festività pasquali e digerite le tradizionali pietanze in una (forse) con gli attacchi ricevuti, il primo cittadino di Genova ha detto la sua sulla pagina Fb.

E l'ha fatto attraverso una nota rivolta al Coordinamento “Liguria Colorata Pride” in cui, al di là dell’erronea intestazione, si dichiara: «Sin dai giorni successivi alla mia elezione a Sindaco mi sono espresso sulla futura concessione dei patrocini del Comune di Genova.

Ho spiegato che la nuova amministrazione avrebbe patrocinato iniziative non divisive per la cittadinanza o comunque non offensive per qualsiasi fascia della popolazione genovese, avendo questa scelta anche un onere economico per la collettività.

Questo significa che non c’è contrarietà ideologica rispetto ad alcune manifestazioni che si terranno in città e alle quali ognuno sarà libero di partecipare secondo il proprio pensiero. Manifestazioni che l’amministrazione sarà impegnata a gestire garantendo ordine, sicurezza e decoro perché il tutto possa svolgersi nella maniera migliore e nel rispetto di chi deciderà di intervenire.

Il compito di un’amministrazione pubblica è quella di confrontarsi con tutti i cittadini e saremo lieti di poterlo fare con i rappresentanti del coordinamento “Liguria colorata pride” (Liguria Pride) che negli ultimi giorni ci ha indirizzato una lettera aperta».

Ma Marco Bucci ha quindi invitato il comitato «a mettersi in contatto con noi per fissare un appuntamento. Pronti ad accettare le critiche e renderle costruttive nell’interesse di tutti, ma allo stesso modo pronti anche a respingere ogni attacco da parte di chi cerca di sfruttare una decisione dettata da un moderno senso civico per scopi assolutamente strumentali: da parte nostra non è in atto alcuna censura né discriminazione verso alcuno.

Garantiamo e difendiamo la libertà di tutti nel manifestare il proprio pensiero. Questa amministrazione vuole che Genova sia città una libera: la libertà dei singoli finisce soltanto dove comincia la libertà degli altri».

Da noi contattata, l’avvocata Ilaria Gibelli, socia di Rete Lenford e coordinatrice del Coordinamento Liguria Rainbow, ha dichiarato: «Prendiamo atto dell’invito rivoltoci dal sindaco Bucci. Attendiamo perciò d’incontralo prima d’esprimere ulteriori valutazioni».

e-max.it: your social media marketing partner

Orgoglio oltre i confini. Questo lo slogan del Dolomiti Pride che avrà luogo a Trento il 9 giugno.

Un evento di portata storica – sarà infatti la prima volta in assoluto d’una marcia dell’orgoglio Lgbti in Trentino-Alto Adige – che, pur superando gli orizzonti spaziali e sociali della regione norditaliana, si è visto negare il patrocinio della Provincia autonoma di Trento. Per il presidente Ugo Rossi (di centrosinistra) si tratterebbe di mero esibizionismo e folclore.

Motivazioni, queste, che, addotte per motivare la non concessione del patrocinio, sono state duramente criticate dalla senatrice Monica Cirinnà sulle colonne de Il Dolomiti. «Dove sta il folclore - si è chiesta la madrina della legge sulle unioni civili -: quello di una bandiera rainbow? Di un carro festoso e ironico? Non mi pare che tutto questo possa offendere qualcuno. Io sono pienamente convinta che se all'inizio della loro storia i Pride non avessero osato anche con l'ostentazione, del tema dei diritti per le persone omosessuali non si sarebbe mai parlato e la discriminazione sarebbe rimasta così com'era».

Per non parlare dell’uscita di Alessandro Savoi, presidente della Lega Nord Trentino, che ha dichiarato con riferimento all’adunata degli alpini e al Dolomiti Pride: «Io sono alpino e paragoni come questo sono inaccetabili. Non confondiamo la merda con la cioccolata».

Per sapere di più su tali polemiche e sull’organizzazione del Pride del 9 giugno, abbiamo intervistato Paolo Zanella, presidente di Arcigay del Trentino e figura di spicco dell’attivismo Lgbti trentino.

Dolomiti Pride in arrivo. Ci puoi raccontare come nasce questo evento?

Il Dolomiti Pride nasce da un sogno: portare anche in una terra di periferia come la nostra una manifestazione di grande valore e impatto che restituisca visibilità alle tante persone che ancora vivono nell'ombra. Il Pride per Trento rappresenta una novità e l'idea di realizzarlo è frutto del lavoro delle associazioni sul territorio degli ultimi cinque anni. Un lavoro politico e culturale continuo per il benessere della comunità LGBTQI*, per promuoverne i diritti e contrastare l'omotransfobia. Un lavoro in un territorio non semplice, che spesso tollera la diversità, ma che ancora fatica a includerla.

Il Pride rappresenta il coronamento di questi anni di lavoro, ma soprattutto getta le basi per il tanto lavoro che ancora c'è da fare. In questo senso, il lungo documento politico, che si trova sul sito, traccia la strade e l'orizzonte del nostro agire futuro.

Quali sono i temi più importanti che affronterete durante il periodo del Pride? E quali le iniziative in programma?

Sono già in corso e lo saranno fino al giorno prima del Dolomiti Pride i tantissimi eventi che ci accompagneranno verso il 9 giugno. Affronteremo tanti temi di interesse per la comunità LGBTQI* e lo faremo con tante modalità diverse tra Trento, Bolzano e le periferie. Gli eventi sono organizzati solo in parte da noi. Mentre molti sono organizzati direttamente dalle realtà con le quali in questi anni abbiamo lavorato in rete.

Affronteremo con Amnesty International e Il grande Colibrì la questione che interseziona le identità LGBT* e i migranti. Parleremo di varianza di genere con Camilla Vivian e il suo libro Mio figlio in rosa nonché con la mostra Ella(She) di Marika Puicher. Proporremo una mostra fotografica unica, distribuita tra gli esercizi commerciali del centro, con a tema il travestitismo artistico di un collettivo di drag queen brasiliane Las monxtras. L'arte attraversa il genere. Parleremo del movimento trans con Porpora Marcasciano.

Incroceremo due eventi che hanno interessato la nostra città: il Sessantotto con una conferenza di Massimo Prearo e Elisa Bellè su Corpi, generi, sessualità in movimento - Le politiche dell'autodeterminazione e dell'orgoglio tra '68, movimento delle donne e attuale esperienza dei Pride e il Concilio di Trento con l'incontro Chiese e omosessualità. Esperienza anglicana, prospettive cristiane con Jonathan Boardman e Pierluigi Consorti. Parleremo di intersessualità con il reading Middlesex con la compagnia EmitFlesti.

Rideremo con le Salamandra Sisters, le drag queen di Mantova e il loro spettacolo Con gli occhi di una drag. Agedo presenterà in alcune località della provincia Due volte genitori e parleremo di omogenitorialità con Andrea Simone e il suo Due uomini e una culla e la mostra Famiglie, proposta dalla rete READY e realizzata da Comune di Trento e Provincia di Trento. E poi un cineforum con qualche proiezione anche nelle località periferiche, aperitivi e feste.

Avete costituto un coordinamento di associazioni territoriali?

Generalmemte parlando sul territorion esiste un'associazione di secondo livello, nata cinque anni fa, la Rete ELGBTQI del Trentino Alto Adige - Suedtirol, che racchiude, non solo le associazioni Lgbt*, ma anche quelle interessate ad occuparsi di questi temi. Vi fanno parte Arcigay del Trentino, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino, il Gruppo Rainbow, l'associazione culturale Te@, che si occupa in senso ampio di tematiche di genere, il Centro studi interdisciplinari di genere dell'Università di Trento, la Lila del Trentino e Propositv, entrambe occupate a contrastare Hiv e Aids e tante altre.

Per il Pride è stato messo in piedi un coordinamento informale tra Arcigay del Trentino, che è capofila, Rete ELGBTQI*, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino e Famiglie Arcobaleno.

La questione del mancato patrocinio da parte della Provincia di Trento è divenuta di rilievo nazionale. Ma la città di Trento è pronta per il Pride delle Dolomiti?

Credo che i cittadini, per lo meno la maggioranza, siano pronti a far invadere le strade dall'allegria, dalla musica e dai colori del Dolomiti Pride, perché vivono comunque il nostro tempo come straordinario momento di apertura all'altro. Spesso sono un passo avanti rispetto ai politici che li rappresentano. Anche se devo dire che dal Comune di Trento, in particolare nella figura dell'assessore alle Pari Opportunità Andrea Robol, abbiamo trovato sin da subito apertura e sostegno al Pride come manifestazione di valore culturale e sociale.

Lo stesso non possiamo dire della nostra Provincia Autonoma, che, nonostante abbia un governo di centrosinistra, ha negato il patrocinio alla parata con parole offensive non solo per le persone Lgbt* ma anche per tutta la cittadinanza che crede nei valori di libertà, uguaglianza e inclusione. Ritengo che il presidente Rossi non si sia reso conto dello scivolone che stava facendo oppure, dopo la batosta elettorale del 4 marzo, in vista delle elezioni di ottobre, sta solo riposizionandosi a destra. Peccato che lo faccia sulla pelle delle persone Lgbt*. Abbiamo comunque il sostegno anche del Comune di Bolzano, del Forum trentino per la pace e i diritti umani e della Commissione provinciale Pari Opportunità.

Omofobia, transfobia, lesbofobia, razzismo, xenofobia… Secondo te, sulla base dell'esperienza accumulata, come se ne parla nella Provincia di Trento?

Nella nostra provincia esiste un forte tessuto sociale e associativo con una proposta culturale ancora ricca e variegata. Dei temi dell'omo-lesbo-transfobia sul territorio ce ne facciamo carico prevalentemente noi, come associazioni, con azioni nelle scuole e con eventi culturali diversificati durante l'anno. Esistono diverse associazioni e realtà che si occupano di razzismo e che oggi si trovano con un sovraccarico di lavoro in seguito ai rigurgiti xenofobi che stanno tornando ad avere presa anche in un’isola felice come la nostra. E ciò grazie alle abili stumentalizzazioni di chi utilizza i migranti come capro espiatorio del malessere socio-culturale-economico che stiamo vivendo.

Quello che manca, forse, e che proponiamo nel nostro documento è un approccio più intersezionale alle diverse questioni, per coglierne la complessità e per unire le forze in un momento in cui ve ne è estremo bisogno.

e-max.it: your social media marketing partner

«Se sei omosessuale non sarai mai felice». Queste alcune delle parole che, in materia di omosessualità e fede cristiana, il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti ha rivolto agli alunni del locale Istituto professionale di Stato per l’industria e l’artigianato (Ipsia) Luigi Cremona.

Invitato a parlare il 7 marzo scorso quale relatore nell'ambito del ciclo di conferenze L'Ipsia incontra le istituzioni, il presule aveva avuto il compito – come egli stesso ha spiegato in una lettera al direttore de La Provincia Pavese - d’illustrare «l’identità e la missione della Chiesa, come comunità visibile di credenti, nella società e quale sia il compito del vescovo».

La questione dell’omosessualità in correlazione col «pensiero della Chiesa» – ed è necessario precisarlo per dare una corretta valutazione alle polemiche successivamente scatenatesi – è stata sollevata da uno studente dopo la relazione tenuta da Sanguineti. Da qui l’ampia risposta dello stesso – a tratti impacciato e disinformato come quando ha parlato di possibilità di “cambiare” l’orientamento omosessuale – che è pur sempre da leggere nell’ottica del “pensiero della Chiesa”.

Il concetto di felicità evocato è quello soprannaturale. E l’esempio di cristiani omosessuali che si sforzano di vivere un amore d’amicizia desessualizzato non è nient’altro che la riproposizione dei dettami del Catechismo della chiesa cattolica, cui lo stesso “rivoluzionario” Bergoglio ha fatto - e fa riferimento – quando ha parlato del Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?.

Giustamente Arcigay Pavia Coming-Aut ha riportato con particolare sdegno, ritenendola di stampo gravemente omofobo, la dichiarazione: «La tendenza omosessuale è qualcosa di disordinato rispetto all'ordine della natura». Ma che, in realtà, non è nient’altro che la riproposizione del nr. 2358 del citato Catechismo vigente.

Giustamente Barbara Bassani, presidente di Arcigay Pavia Coming-Aut, ha reagito con un duro comunicato alle dichiarazioni di Sanguineti, la cui formulazione, a volte cattedratica (Sanguineti ha conseguito un dottorato in teologia biblica presso la Pontificia Università della Santa Croce, gestita dall’Opus Dei, ed è un bagnaschiano), non ha tenuto in conto degli effetti controproducenti su adolescenti.

È però anche necessario riportare la questione all’alveo della domanda sollevata (nulla a che vedere, dunque, col tema svolto nella conferenza) e al dato del pensiero della Chiesa. Questo, sì, – e a esso il vescovo Sanguineti quale testimone e interprete si è riallacciato – da definire omotransfobico anche se valido - e, dunque consapevolmente accettato – per i soli credenti.

Chiariti tali punti, è necessario comunque ricordare come Sanguineti – e, in questo, è pienamente allineato col pensiero bergogliano – sia uno di quei presuli della galassia antigenderista. Un episodio riportato da Barbara Bassani al riguardo è indicativo. Al pari del pubblico sostegno a preghiere riparatrici in occasione del Pride pavese dello scorso anno. Per non parlare dell’incapacità dialogica col locale comitato d’Arcigay che, invece, ricorda con piacere le parole loro rivolte dal vescovo Giovanni Giudici, predecessore di Sanguineti,: «Da voi ho tanto da imparare».

Insomma, se la lettera aperta al direttore de La Provincia Pavese chiarisce alcuni aspetti della vicenda dell’Ipsia, grava pur sempre su Sanguineti l’ombra d’una comunicazione intransigente quanto infelice. Che in un vescovo, tra i cui principali ministeri c’è quello della parola, non è proprio cosa di poco conto.7

e-max.it: your social media marketing partner

In concomitanza con quelle politiche il 4 marzo si terranno in Lazio le elezioni regionali.

Al riguardo abbiamo intervistato Massimo Farinella, candidato nella lista +Europa con Emma Bonino.

Massimo, chi ti conosce sa il tuo impegno nel mondo Lgbti e non. Quali saranno, qualora eletto, le tue priorità?

Non esistono soluzioni semplici, ma non c'è dubbio che rispetto a una delle competenze principali della Regione, ossia la sanità, occorre maggiore efficienza in modo da renderla davvero accessibile a tutti. Maggiore efficienza si ottiene anche se è più stretto e trasparente il controllo che i cittadini esercitano sulle istituzioni. Per questo riteniamo fondamentale introdurre nuovi strumenti di partecipazione popolare (rendendo anche più semplice e di buon senso la raccolta firme). A questi temi aggiungo la necessità di garantire una gestione del ciclo dei rifiuti sostenibile, una maggiore formazione e il potenziamento delle politiche attive per l'inserimento al lavoro.

Sei da tempo in prima linea nella lotta all’Hiv e alle Mst. Cosa credi che si debba fare concretamente di più al riguardo in Lazio oltre a un’informazione mirata?

Nel 2016 (ultimi dati Coa) nel Lazio abbiamo registrato quasi 600 nuove diagnosi di Hiv (dopo la Lombardia, siamo la regione con il tasso più alto). A questi dati si aggiungono quelli relativi alla sifilide. Abbiamo conosciuto un’epidemia di epatite A, e tra le diagnosi di Hiv abbiamo un 30% circa di persone che arrivano in ritardo con sintomi legati all’Aids, cui si aggiungono gli inconsapevoli, il sommerso.

L'unica soluzione è la concreta e reale applicazione del Piano nazionale Aids approvato nel 2016 che prevede interventi per ridurre il numero delle nuove infezioni, con strumenti di prevenzione combinata (condom, TasP, PrEP); l'accesso al test ed emersione del sommerso (test rapidi); l'accesso alle cure e mantenimento in cura delle persone con Hiv in trattamento; e infine, la lotta allo stigma e la tutela dei diritti delle persone con Hiv. Inoltre bisogna aumentare e mettere in connessione i luoghi dove è possibile fare prevenzione e test, sedi di associazioni (check point), centri per le Ist, consultori delle Asl (che devono anche essere potenziati) dove le persone accolte devono ricevere il giusto counselling. Rendere strutturali gli interventi nelle scuole.

Oggi abbiamo tutti gli strumenti e la conoscenza per contrastare in maniera efficace l’Hiv e le altre Ist, ma bisogna applicare seriamente tutte queste azioni. Dall'esperienza che ho maturato in questi anni, non servono interventi estemporanei (e a dire il vero negli ultimi cinque anni non ci sono stati nemmeno quelli), ma un lavoro costante e capillare.

Molti ti conoscono per la pluriennale militanza nel Circolo omosessuale Mario Mieli. Secondo te che cosa devono fare innanzitutto le associazioni per favorire un’educazione alle differenze?

Sì, sono arrivato al Circolo nel 1994. Bisognerebbe agire su due piani, interno ed esterno. Sarebbe innanzitutto utile promuovere consapevolezza e memoria storica all'interno della comunità Lgbti. Questo consentirebbe di rafforzare gli strumenti di lotta, e di individuare con più efficacia i nuovi obiettivi dell'associazionismo Lgbti. Mi sembra centrale, in questa fase storica, stabilire un dialogo e obiettivi di lotta comune con le tante realtà che operano per il riconoscimento dei diritti civili. Non è più tempo di lotte separate. Occorre, al contrario, mettere insieme le energie. Penso, in particolare, al movimento delle donne, dei diversamente abili, dei migranti e di altri minoranze che rivendicano il diritto, innanzitutto, a essere parte della società nel suo complesso con pieni diritti.

È una prospettiva e un obiettivo di lotta che vorremmo portare alla Regione Lazio: occorre promuovere una visione più aperta della società, arginando la paura verso le differenze (la storia dimostra che le differenze in realtà arricchiscono le società aperte) e incoraggiando la disponibilità ad accogliere esperienze e vissuti molto lontani tra loro. Anche in questo caso le scuole giocano un ruolo fondamentale. Sul piano sanitario, formativo e del lavoro la Regione Lazio sembra che abbia portato a casa molti risultati sul piano organizzativo e non solo.

Per voi di +Europa quali sono le altre urgenze da affrontare?

Finalmente si ritornerà a una gestione in regime ordinario alla fine del 2018. Quindi si aprono nuove possibilità, anche se bisogna comunque implementare i meccanismi che consentono alla Regione Lazio di introdurre nel sistema gli anticorpi affinché la spesa sanitaria rimanga sotto controllo. Vogliamo convocare come primo atto gli Stati generali della Salute e avviare un confronto tra le istituzioni, gli operatori della sanità, gli enti e le associazioni per individuare le migliori strategie per l’immediato futuro, a partire dai modelli di gestione value-based applicati con successo in altri paesi europei.

L’altra priorità è la salute della donna: vogliamo difendere il ruolo di presidio laico e gratuito dei consultori a tutela della salute della donna. Siamo convinti della necessità di garantire la libera prescrizione di cannabis a uso terapeutico ed estendere la somministrazione gratuita a più tipologie di pazienti e consentirne la prescrizione al medico di base, come previsto dalla normativa nazionale.

Per quanto riguarda il tema del lavoro, purtroppo è molto elevato il tasso di disoccupazione giovanile (41,6%) nel Lazio. Per questo vogliamo investire maggiormente nella formazione post-diploma non universitaria, promuovere con obiettivi più ambiziosi le filiere degli istituti tecnici superiori (Its) di alta specializzazione, ai quali si accede dopo aver superato l’esame di Stato, e moltiplicare la loro offerta formativa. Le proposte complete si possono trovare sul sito di Radicali Roma.

Ogni anno sei sempre in testa al Roma Pride. Sarà dunque possibile vederti anche in “testa” in Regione?

Sì, è vero sono sempre in testa al corteo, insieme ad altri compagni del Mario Mieli, per fare in modo che il corteo si muova nei tempi previsti. Ogni anno mi ritrovo a pensare: ma quando potrò mai godermi un Pride in pace? Ma forse, conoscendomi, anche se non sarò alla testa del corteo, sentirò sempre un po’ quell’ansia che prende quando si desidera che una cosa riesca appieno. In ogni caso, in testa o in fondo al corteo, al Pride ci vedremo, e speriamo anche subito dopo il 4 marzo alla Pisana!

Ma allora viva sempre il Pride o no?

Certo! Il Pride è il momento unificante non solo dell’intera comunità Lgbti, ma di tutte le persone libere che credono fermamente nel rispetto verso ogni diversità. Uno slogan di un Pride di Roma, se non erro del ’97, era Un mondo di diversi con uguali diritti (e aggiungerei doveri) e questo slogan secondo me rappresenta l’essenza di un Pride.

e-max.it: your social media marketing partner

Nell’ambito dell’Onda Pride 2018 la Campania ospiterà addirittura cinque marce dell’orgoglio Lgbti. Di cui quattro rispettivamente a Napoli, Avellino, Caserta, Salerno (resterà purtroppo scoperto, tra i capoluoghi di provincia, solo Benevento) e una a Pompei.

Quella nella cittadina vesuviana – fissata al 30 giugno –  costituirà una novità assoluta non solo nella regione ma in tutta Italia. Per la prima volta, infatti, un Pride avrà luogo in un piccolo centro non capoluogo di provincia.

Il Pompei Pride avrà come logo il Fauno danzante, uno dei simboli della città romana distrutta dall’eruzione del 79 d. C. Come spiegato da Luciano Correale, ideatore e creatore del manifesto grafico, «nel logo del Pompei Pride abbiamo pensato di unire elementi esplicitamente classicheggianti – il fauno, la corona d’alloro, il carattere del font e la data in numeri romani – a quelli dell’immaginario contemporaneo Lgbti. Vale a dire le strisce di colore arcobaleno e la t-shirt con il cuore rainbow».

Il graphic designer ha quindi rilevato come «in tale prospettiva il logo tenti di rievocare i caratteri inclusivi, eterni e internazionali della città di Pompei e della collettività Lgbti, fusi in un abbraccio artistico e ideale, al di là della storia, del tempo, dei divieti e dei pregiudizi».

Sui motivi sottesi alla scelta di Pompei quale luogo del Pride regionale campano  abbiamo raggiunto Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Avevamo scelto da tempo Pompei, una città piccola ma dall’eco enorme. Pompei è una delle città italiane più conosciute al mondo ma con la mentalità di una città di 30mila abitanti. Andiamo a Pompei perché Pompei, volendo usare una metafora attualizzante, era un po’ l’Amsterdam dell’antichità. Senza dimenticare che, poco prima della convocazione del Pride, era stato scoperto nella cittadina vesuviana un calco di due uomini. Due uomini probabilmente travolti dall’eruzione del Vesuvio mentre erano in atteggiamento amoroso».

«Pompei – ha continuato il presidente di Arcigay Napoli – è una grande sfida in un momento delicatissimo per l’Italia e l’Europa in cui c’è un forte rigurgito delle destre, dei populismi e c’è una forte paura per tutto ciò che può essere differenza. Pompei sarà perciò anche il Pride della laicità, il Pride della tutela delle istanze laiche e democratiche di questo Paese. Perché il Paese sappia andare oltre».

Sull’attuale stato organizzativo della manifestazione Sannino ha affermato: «Dopo la dichiarazione del Sindaco, che non aveva concesso l’autorizzazione al Pride e sembrava non volerla concedere, si è tenuta alcuni giorni fa un’assemblea a Torre Annunzionata nella sede di Arcigay Vesuvio Rainbow. In quell’occasione Francesco Gallo, presidente del Consiglio comunale di Pompei, ha dichiarato che l’amministrazione è pronta a sostenere e patrocinare il Pride. Anche se siamo ancora in attesa di un comunicato ufficiale»

E sul percorso del corteo? «Abbiamo incontrato, il 5 febbraio – così Sannino –, il capogabinetto della questura di Napoli. Ci si rivedrà, lunedì 12, a Pompei per un incontro con addetti del locale Ufficio tecnico e con agenti della polizia comunale. Restano infatti alcuni nodi da sciogliere.

Primo tra tutti quello relativo il passaggio in piazza Bartolo Longo dove si trova il santuario della Madonna di Pompei. Dinanzi al quale si dovrebbe passare tanto più che, come diceva lo slogan del Pride nazionale di Napoli nel ’96 secondo un’affermazione dell’artista Ciro Cascina, La Madonna di Pompei vuole bene a tutti i gay».

 

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video