Sarà inaugurato venerdì 20 aprile a Lahore The Gender Guardian, la prima scuola pakistana per persone transgender. Si registrano al momento 30 iscrizioni da tutto il Paese.

Asif Shahzad, proprietario dell’istituto privato, ha dichiarato d’aver deciso d’aprire The Gender Guardian a seguito del violento attentato che nel 2016 colpì colpì una scuola indonesiana frequentata da giovani transgender. «Inizialmente - ha spiegato Shahzad - terremo un corso di quattro mesi con due giorni di lezioni la settimana» in vista dell’espansione dell’istituto e dell’avvio di programmi educativi pieni.

Un altro segnale positivo dunque dalla Repubblica islamica del Pakistan, dove il Senato ha approvato, lo scorso 7 marzo, un disegno di legge tutelante le persone transgender. La nuova norma consentirà loro il dato anagrafico del “terzo genere” su documenti d’identità rilasciati dalle pubbliche amministrazioni o dal governo.

In linea, dunque, con l’ultimo censimento nazionale che, iniziato il 15 marzo 2017 e terminato il 25 maggio dello stesso anno, ha per la prima volta registrato le persone transgender (10.418 anche se, secondo l’associazione legale Trans Action della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, sarebbero in realtà quasi 500mila) sia pur sotto la discutibile categoria di “terzo genere”.

Per la giornalista Marvia Malik, che da marzo è la prima transgender pakistana a condurre un tg, sarebbe infatti necessario per le persone trans avere «pari diritti ed essere considerate non di terzo genere ma cittadini comuni».

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Svolgere attività di volontariato nelle carceri italiane è sempre difficile soprattutto a causa di problemi legati al sovraffollamento e all’assenza di moltissimi servizi. Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia al 31 marzo 2018 i soggetti detenuti (compresi quelli in attesa di giudizio) sono 58.223, di cui 19.811 stranieri.

Per le persone trans, poi, non abbiamo un numero preciso. Ma per loro il carcere è un luogo di ulteriori sofferenze caratterizzato da ghettizzazione e maggiore discriminazione. Da tempo nel Paese alcune associazioni trans e non operano all’interno di queste strutture con esperienza e professionalità.

A Roma nella casa di reclusione di Rebbibia porta il suo sostegno e il suo aiuto l’Associazione Libellula. A Leila Pereira Daianis, che ne è esponente di spicco, abbiamo fatto alcune domande per comprendere qualcosa di più al riguardo.

Le problematiche carcerarie legate alle persone transgender sono moltissime. Spesso si sente parlare di assenza di diritti anche i più elementari: è cosi?

Era così ma attualmente, grazie all’intervento delle associazioni come Libellula, la situazione è migliorata e i diritti sono più rispettati. Nel carcere di Rebibbia nel “reparto trans” vi erano molti problemi ma noi abbiamo lavorato molto soprattutto per controllare i disagi e la conseguente collera delle detenute trans soprattutto in riferimento alla ghettizzazione. Abbiamo lavorato molto con incontri ma anche attraverso l’esperienza teatrale come strumento di consapevolezza e autostima.

Quale sono le vostre principali iniziative all'interno e all'esterno del carcere in sostegno delle persone trans?

Tutti i mercoledì, dalle ore 16:00 alle ore 18:00, teniamo aperto uno sportello e cerchiamo di ascoltare le loro esigenze e richieste. La maggior parte delle persone transgender detenute, essendo straniere, ha bisogno di contatto con le autorità diplomatiche dei loro Paesi per contattare i propri familiari. Quando escono cerchiamo di dare sostegno con una ricerca di lavoro e c’impegniamo a inviarle, secondo le diverse  necessità, ad altri servizi territoriali.

Alcune vengono rimpatriate e altre, invece, chiedono dal carcere protezione internazionale. Molte purtroppo tornano a prostituirsi, perché rassegnate come ex detenute o prostitute. La prostituzione per queste persone è l’unico mezzo di sostentamento.

Alta presenza di persone trans immigrate in carcere. Puoi dirci quali sono i Paesi maggiormente rappresentati a Rebibbia?

Al carcere di Rebibbia la maggior parte delle persone detenute trans sono soggetti MtF e straniere: 80% brasiliane, 7% colombiane, 5% argentine, 2% ecuadoriane, 2% peruviane, 1% marocchine, 1% tunisine. E poi per il 2% italiane.

Come è oggi il rapporto tra voi volontari e l'istituzione carceraria a Roma?

Dopo tanti anni di attività sono aumentate le azioni e sono cresciute le associazioni che intervengono nel reparto carcerario delle persone trans. Ho iniziato a svolgere la mia azione di volontariato quando ancora facevo parte de Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Nel 1998 si è costituita presso il Comune di Roma una Consulta cittadina permanente per i problemi penitenziari. E da allora ad oggi abbiamo realizzato tantissimi progetti sia a livello locale che nazionale per la tutela dei diritti delle e dei detenuti. Il Circolo Mario Mieli e l’Associazione Libellula hanno sempre avuto un’attenzione importante verso le persone detenute transgender.

Numericamente quante siete a lavorare a Rebibbia?

Di Libellula siamo in quattro ad alternarci. Le altre associazioni hanno sempre due persone ciascuna.

C’è qualche storia di successo, conseguito col vostro operato, che puoi raccontarci?

Purtroppo è difficile parlare di successo. Nel carcere le donne trans sono isolate nel reparto maschile dagli altri detenuti e quando escono sono ancora più fragili. Più di una ha affermato che si sente più protetta all’interno del carcere che fuori. Molte sono dipendenti da alcool e droga.

Una, ad esempio, era felicissima perché una comunità cattolica per tossicodipendenti aveva promesso di accoglierla. Quando hanno però saputo che si trattava di una persona trans e per di più Rom hanno rifiutato, affermando che non c’erano più posto.

Non abbiamo una casa per accogliere le persone trans in misura alternativa al carcere. Con riferimento, soprattutto, a soggetti MtF alcune sono riuscite ad essere rimpatriate e non vogliono mai più tornare in Italia. Altre sono uscite dalla detenzione e hanno trovato un compagno. Avere precedenti penali significa non trovare un lavoro e regolarizzarsi.

Posso però affermare che per noi la storia di una donna trans brasiliana, laureatasi, in carcere può definirsi un grande un successo. Come quella d’una detenuta trans di nazionalità argentina che, condannata a una pena molta lunga,  ha deciso di riprendere i suoi studi. E quest’anno inizia il primo anno d’Università. Ma questi casi sono purtroppo molto rari.https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif

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Grande partecipazione a Roma per la presentazione L’Aurora delle Trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender.

Edito in gennaio per i tipi Alegre, l’ultimo libro di Porpora Marcasciano si pone a metà strada tra l’autobiografia e il saggio storico. Perché la storia di Porpora è coincisa e continua a coincidere da decenni con quella del transfemminismo italiano e internazionale.

Benché quella odierna non sia la prima né l’ultima delle presentazioni romane, essa assume una duplice importanza particolare.

Non solo per il luogo scelto (il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli) ma anche per i relatori che hanno dialogato con l’autrice: Paolo Patanè, ex presidente d'Arcigay, e Rossana Praitano, vicepresidente del Mieli, che con Porpora sono stati le “Tre P” – come venivano scherzosamente indicati - dell’Europride del 2011.

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Quella di Boston è la più antica tra le maratone annuali nel mondo. Disputata la prima volta nel 1897, è stata riservata fino al 1972 a partecipanti di sesso maschile.

Ma dopo l’apertura alle donne la storica maratona bostoniana ha segnato quest’anno un ulteriore passo in avanti. I funzionari di gara hanno ufficialmente permesso alle persone transgender di poter competere nelle categorie maschile o femminile secondo il genere con cui si identificano.

«Prendiamo le persone in parola e registriamo le persone come si specificano - ha detto Tom Grilk, presidente dell’ente organizzatore, la Boston Athletic Association –. I membri della comunità Lgbt hanno avuto molto da affrontare nel corso degli anni e preferiremmo non aggiungere anche questo peso».

Almeno cinque donne apertamente transgender risultano iscritte per correre, il 16 aprile, attraverso Boston e la sua periferia i 42,195 km di rito. In passato alcune persone transgender si erano semplicemente registrate e avevano corso. «Ma molte altre avevano troppa paura di provare» ha detto Amelia Gapin, una donna transgender di Jersey City, che è iscritta alla gara di quest'anno.

L’esempio bostoniano sta facendo scuola. Gli organizzatori delle maratone di Chicago, New York City, Londra e Los Angeles hanno tutti dichiarato che la registrazione avverrà sulla base del genere indicato durante le iscrizioni. «Vogliamo essere inclusivi e sensibili nei riguardi di tutti i soggetti partecipanti», ha affermato Carey Pinkowski, direttore esecutivo della Maratona di Chicago. E per far ciò, ha aggiunto, «non riteniamo di dover richiedere certificazioni legali o mediche o qualcosa del genere».

Ma resta una questione spinosa. Quella legata, cioè, al dibattito relativo alle gare olimpiche che, negli ultimi anni, si è concentrato sulle donne transgender, richiedenti interventi chirurgici o farmaci per abbassare i livelli di testosterone. Nel 2016 i funzionari olimpici hanno emesso nuove regole sulla base delle quali le donne trans possono competere se i loro livelli di testosterone rimangono al di sotto di un certo limite. Regole che sono generalmente seguite nelle competizioni d’élite.

Ora quella di Boston è sì una maratona per dilettanti ma rigidamente basata sul rispetto rigoroso dei tempi di qualificazione in base all'età e al sesso. Sui social alcuni commentatori hanno affermato che le donne transgender hanno un vantaggio fisico ingiusto rispetto alle altre. Al riguardo Stevie Romer, una donna transgender di Woodstock afferma di essersi iscritta a Boston come donna perché è quello che è sebbene non abbia fatto nulla per abbassare i suoi livelli di testosterone. «Amo correre - ha detto - da quando ho memoria, ma sono transgender».

D’altra parte esperti medici sostengono che non ci sono prove di un vantaggio atletico per le donne trans che non abbassano i livelli di testosterone. «Questo è un equivoco e un mito - ha detto il dottor Alex Keuroghlian, direttore dei programmi di istruzione e formazione presso il Fenway Institute, un centro di salute e difesa della comunità Lgbt di Boston -. Piuttosto, le donne trans che assumono farmaci per abbassare i loro livelli di testosterone spesso affrontano effetti collaterali come disidratazione, lentezza e resistenza ridotta».

Amelia Gapin ha detto che ha dovuto superare importanti battute d'arresto durante la sua transizione: mentre prendeva i bloccanti per il testosterone, il suo ritmo diminuiva di più di un minuto al miglio. Poi ha subito un intervento chirurgico e ha dovuto attendere mesi dall'allenamento per riprendersi. Amelia ha lavorato per tre anni come donna apertamente transgender prima di qualificarsi per Boston. Anche se sa che a qualcuno potrebbe non piacere, ha intenzione di correre la gara questo mese. «Voglio solo correre per divertimento - ha detto -. In realtà correre è una sorta di giro di fortuna per quello che ho realizzato».

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Al di là del muro. Titolo significativo per un interessante progetto di Arcigay Napoli che, insieme al centro SInAPSi dell’Università Federico II e alla casa circondariale di Poggioreale, crea un sostegno psicologico, legale, ma anche ludico-letterario, per detenuti omosessuali e transessuali nel carcere napoletano.

Sicuramente gli operatori scelti da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, si troveranno davanti a realtà di grande solitudine, abbandono, emarginazione e discriminazione. Ma anche a storie di amori, riscatto, sogni per un futuro migliore. Infatti, auguriamo a queste persone che la loro vita, una volta pagato il debito con la giustizia, sia costellata di stelle.

Certo, per avere una pena detentiva sono stati commessi dei reati. Ma le storie sono tante, si intrecciano tra di loro diventando cosi un complicato romanzo di momenti drammatici. Tre passi e stongo n’faccia o muro canta Miryam Lattanzio in un brano dedicato ai carcerati: quei tre passi anche verso un mettere a dura prova il proprio pudore. La dignità è l’espressione  dell’essere, condividere gli spazi carcerari con sconosciuti è duro.

Un’esperienza sicuramente traumatizzante, specialmente se è la prima. Inoltre, essere detenuto omosessuale dichiarato in carcere non ti rende speciale. Sicuramente sei additato e emarginato dagli altri ospiti. Puoi trovarti anche di fronte a altre etnie con credi e culture diverse. Allora bisogna adattarsi a una convivenza forzata, forse stabilendo delle regole del buon vivere, forse prendendo coscienza che comunque si è nella stessa barca. E si va avanti aspettando la magica parola libertà.  La parola libertà non è intesa solo come scarcerazione, quando ti ricongiungi con i tuoi affetti e con  la tua casa.

A Napoli si dice: Voglio sta’ dint’ ‘e pezze mie. Un detto che ha un significato importante: sottolinea il desiderio di possedere la propria vita anche se povera… Libertà di pensiero, di espressione, di stare dentro o fuori le regole, ma sicuramente stare dentro le regole ti regala una serenità interiore. Visitare i detenuti in qualità di operatore non è semplice: devi avere il buon gusto di essere discreto, rispettando la persona che ti trovi di fronte, devi essere tu a entrare nel loro mondo usando il loro linguaggio, dimostrando che sei uno di loro, che si possono fidare di te, solo così le barriere di difesa si abbassano e iniziano a colloquiare con te. Allora scopri velleità e sentimenti nascosti, si parla di tutto: di musica di letteratura, ma soprattutto di… vita.

È bello ascoltarli mentre parlano della loro passione per il teatro, per il calcio, dei gruppi musicali preferiti. Uno di loro racconta che ama gli U2, i Pink Floyd ma anche la canzone classica partenopea. Mentre l’altro, di fronte, intona una canzone di un qualsiasi neomelodico napoletano.

Noi operatori ci intromettiamo nell’appiccicata parlando della storia di amore tra l’imperatore Adriano e Antinoo, oppure spiegando le origini  della parola Fummenello/a, vasetto (leggi Abele de Blasio, antropologo di fine '800), omosessuale, ricchione. Questa ultima risulta offensiva, ma in effetti ha origini nobili, con due scuole di pensiero.

Parliamo anche di quanto fosse naturale praticare l’omosessualità nelle epoche della cultura greco-romana: tutto questo lo si fa in una chiave ludica, ma nei loro occhi leggi la curiosità del sapere, del conoscere terminologie, aneddoti e storie cui non si erano mai interessati. Il tutto è un dare e avere: tu operatore lo fai per un dovere morale verso chi è stato meno fortunato di te, oppure per le scelte sbagliate, loro, in cambio, ti regalano la loro dignità, il loro pensiero. Ti svelano una parte della loro esistenza. Siamo sicuri che se ci fosse un colloquio da soli, uscirebbero reconditi momenti di inconfessabili sogni.

Noi operatori abbiamo l’obbligo di ascoltarli, fare in modo che quello sia un momento di sfogo, per liberarsi, almeno per qualche ora, dall’asfissiante aria rarefatta della cella. Ritornando alla parola “libertà”: Arcigay, in collaborazione con un’altra associazione Lgbt come Coordinamento Campania Rainbow e Anddos Blu Angels, ha pensato a un percorso tra letteratura e video proiezioni. I ragazzi scriveranno  e interpreteranno le loro emozioni, i loro pensieri e sogni.

L’idea ha suscitato interesse e subito la penna si è  data da fare su vari block notes. Il progetto è in fase embrionale, ma loro sono entusiasti, tanto che hanno scelto anche il titolo per l’eventuale kermesse: Lettere, amore e libertà. Sicuramente li vedremo in scena. E poi c’è l’angolo editoriale: i ragazzi scriveranno le loro storie per una eventuale pubblicazione. Intanto, Arcigay Napoli è impegnato su vari fronti tra il “discusso” Pride di Pompei e i vari progetti umanitari.

Di tutto questo parliamo con Antonello Sannino.

Come sono i rapporti con le istituzioni carcerarie? Come si sviluppa Al di là del muro?

Negli ultimi anni stiamo cercando di aprire a nuove istanze, provenienti dalle persone Lgbt, che  spesso  sono marginalizzate dalla nostra stessa comunità. Ci stiamo occupando di immigrazione, disabilità, senza fissa dimora e detenuti. Con il progetto Iride, di cui Arcigay è partner, progetto sulla prevenzione delle malattie a trasmissioni sessuali nelle carceri italiane, siamo entrati in contatto con il direttore del carcere di Poggioreale, Antonio Fullone e dall’incontro abbiamo ampliato il protocollo d’intesa Al di là del Muro già in essere tra  Poggioreale e Università Federico II, includendo anche il Comitato Arcigay di Napoli.

Pride a Pompei il 30 giugno; ci sarà?

In questi giorni stiamo cercando di costruire la giornata dell’orgoglio Gay (Good as you) nel Vesuviano. E stiamo toccando con mano quanto fosse necessario fare un Pride in provincia, in una città dalla grande eco internazionale, ma che purtroppo vive soffocata da una cappa di ipocrisia. Sono arrivate le minacce di Forza Nuova, vi prenderemo a calci sulle gengive per difendere il Santuario, che hanno fatto ancora una volta passare il nostro Paese come un posto dove la modernità stenta a trovare cittadinanza. Minacce partite da una squallida strumentalizzazione del cristianesimo, il cui pensiero più vero e profondo dovrebbe invece insegnare a noi tutti e a noi tutte il rifiuto della violenza, un etica dell’accoglienza, della pace e del rispetto degli altri e delle diversità.

L’imprenditoria locale e la cittadinanza è pronta al Gay Pride e lo sta vivendo con estremo entusiasmo, quello che invece vediamo scarseggiare in una classe dirigente locale e nelle istituzioni territoriali che faticano a capire quanto questo evento e l’estensione dei diritti siano una grande opportunità di crescita per il territorio. Noi a Pompei ci saremo e sarà una grande giornata di colori, di pace e di gioia.

Progetti futuri?

Sono tanti i progetti per il futuro, che per noi è già presente, ma non possiamo immaginare un futuro senza sognare e il fatto stesso che oggi abbiamo ancora tanta capacità di sognare ci fare essere certi di poter costruire un futuro migliore per tutti e per tutte. Non voglio elencare i tanti progetti in cantiere, ma ne voglio segnalare uno su tutti: credo sia necessario nei nostri territori una vera casa di accoglienza per persone Lgbt vittime di violenza e di discriminazioni.

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Ieri sera il presidente Donald Trump ha emesso un ordine che bandisce le persone transgender dal far parte dell'esercito americano eccetto che per «circostanze limitate». A comunicarlo una nota della Casa Bianca, in cui si sottolinea come il mantenimento di soldati richiedenti trattamenti medici sostanziali «presenti un rischio considerevole per l'efficacia militare».

Con un tweet del luglio 2017 Trump aveva colto di sorpresa i vertici del Pentagono dichiarando di voler revocare la decisione presa dal suo predecessore Barack Obama per consentire l'arruolamento di persone transgender tra i militari. Un annuncio verso il quale quattro tribunali federali si espressero subito in maniera contraria. All’epoca la risposta del Pentagono fu di mantenere tra le file dell'esercito coloro già in servizio e consentire l'arruolamento a partire dal 1° gennaio.

L’ordinanza trumpiana è stata così commentata dalla portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders: «Ciò permetterà di applicare ugualmente standard consolidati di salute mentale e fisica - compresi quelli attinenti all'uso di farmaci - a tutti gli individui desiderosi di arruolarsi e combattere per la migliore forza militare che il mondo abbia mai visto».

Ma le reazioni non si sono fatte attendere. A partire da quella del Procuratore generale della California Xavier Becerra, il ha detto che il suo Stato continuerà la battaglia legale contro il divieto. «La California – ha affermato –  prenderà tutte le misure disponibili per prevenire l'azione discriminatoria del presidente Trump danneggiante o emarginante militari transgender in servizio o qualsiasi persona transgender americana che desidera difendere coraggiosamente la nostra nazione».

Durissima Nancy Pelosi, leader dei Democratici alla Camera dei Rappresentanti, che in un tweet ha scritto: «Questo divieto odioso è costruito appositamente per umiliare le coraggiose persone transgender dell'esercito che servono con onore e dignità».

La Human Rights Campaign ha accusato l'amministrazione Trump-Pence di alimentare gravi pregiudizi con un «divieto discriminatorio, incostituzionale e spregevole nei riguardi di militari transgender».

In ogni caso, come già preannunciato in febbraio dal maggiore David Eastburn, portavoce del Pentagono, l’ordinanza trumpiana non avrebbe alcun effetto pratico immediato sull'esercito perché il Pentagono è obbligato a continuare a reclutare e mantenere in servizio persone transgender in conformità con la legge vigente.

C’è anche da aggiungere che, secondo le linee guida del Pentagono presentate a dicembre, i requisiti richiesti a persone transgender ne rendono di fatto difficile l’arruolamento. Tali reclute potrebbero essere arruolate solo se un medico avrà certificato loro d’essere clinicamente stabili nel sesso d’elezione da almeno 18 mesi, di essere estranee a stati depressivi o psichici tali da compromettere significativamente un loro apporto in settori sociali, professionali o di altro tipo. Le persone transgender sotto terapia ormonale devono invece risultare stabilmente tali da almeno 18 mesi.

Contro tali requisiti hanno reagito attivisti per i diritti Lgbti ma è pur vero che essi rispecchiano le condizioni stabilite dall'amministrazione Obama nel 2016 quando, cioè, il Pentagono ha inizialmente revocato il divieto a militari transgender che prestano apertamente servizio apertamente nell'esercito.

 

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Quella delle case d’accoglienza per persone Lgbti in diverse condizioni di disagio è una questione che, pur agitata da decenni, è rimasta pressocché insoluta. Anche laddove sono state aperte, tali strutture, tranne qualche virtuosa eccezione, non sono spesso rispondenti ai criteri minimi d’idoneità abitativa. E questo per svariati motivi che finiscono per nullificare le pur buone intenzioni di chi le gestisce.

A fare le spese maggiori di tali criticità sono ovviamente le persone che, rimaste sole o abbandonate dai familari nonché senza lavoro, sono costrette a vagare da un dormitorio pubblico all’altro o a dormire all’addiaccio. In situazioni talmente inaccettabili da desiderare di morire anziché vivere. È quanto successo ad Alex, un giovane transgender partenopeo, che, allo stremo delle forze, ha minacciato di darsi fuoco davanti a Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli.

Gaynews l’ha raggiunto per raccogliere la sua testimonianza e il suo grido di dolore.

Alex, da quanto tempo sei un senza fissa dimora?

Vivo senza fissa dimora da quasi tre anni da quando sono rientrato a Napoli. Napoli è la mia città: qui sono nato e cresciuto. Ho cercato sistemazioni nel tempo e ho cercato lavoro ma dovevo fingere di essere quello che non sono. Per questo dovevo tacere, dovevo subire, dovevo acconsentire ad atteggiamenti di datori di lavoro che volevano approfittare della mia debolezza di vita: infatti, dopo aver perso i miei genitori e la casa, sono rimasto solo e mi sono dovuto guadagnare da vivere. Ho sofferto molto e ho cercato quanto più fosse possibile di evitarmi ulteriori abusi.

Ho perciò lasciato il lavoro molto precario pur di essere me stesso. Ho rinunciato a quel po' di soldi che mi davano dopo 12 ore di lavoro. Vi ho rinunciato per non subire violenze e gridare che io sono Alex e merito rispetto e dignità.

Ne hai parlato con amici?

In primo luogo devo dire che istituzioni civili e  clero sono stati totalmente sordi al mio grido di dolore. Per rispondere alla domanda devo dire che non ho molti amici, anzi ne ho davvero pochi. Nessuno di loro è a conoscenza della mia situazione perché sono molto riservato. Provo inoltre vergogna nel chiedere aiuto perché ho timore di essere giudicato o preso in giro o reputato uno debole.

Che cosa hai fatto allora?

Ho sofferto dentro e ho trascorso intere giornate girovagando per la città in attesa di entrare in uno dei dormitori urbani. In qualcuno di essi ho anche subito atti di violenza psicologica. Da una suora della congregazione San Giovanna Antida sono stato addirittura offeso e umiliato. Nella piccola casa adibita a dormitorio, gestita dalla suora per conto della Caritas diocesana, sono stato ospitato nel periodo di agosto e settembre. Ma non c’era una vera condizione abitativa poiché al mattino dovevo comunque lasciare quel luogo, e anche in fretta, e potevo rientrarvi solo la sera.

Era estate. Faceva molto caldo e dormivo per strada cercando riparo dal sole. E, pur avendo fame e non avendo soldi, non ho mai chiesto nulla a nessuno: sono rimasto chiuso e solo nella mia dignità. Non sono mancate in quei mesi altre violenze morali e psicologiche nonché proposte indecenti da parte di un uomo vicino al’ente ecclesiastico che, in cambio di prestazioni fisiche, mi avrebbe offerto dei soldi e da mangiare. Ma rifiutai ovviamente in tronco, rinunciando così al cibo. In quel periodo ho perso molti chili ma non mi sono mai arreso e ho continuato a lottare, a credere, a sperare.

Cos’è successo in seguito?

Ho trovato accoglienza presso il Rainbow Center. Ma la struttura non può in realtà ospitare nessuno perché quel luogo, che è stato presentato come una struttura residenziale e di accoglienza, non è tale. Pur frequentando il centro di giorno, ero comunque costretto a dormire in un dormitorio e non ho mai ricevuto assistenza di alcun tipo, nessun aiuto.

Alex, come si vede in futuro?

Quando penso a me mi vedo e mi sento uomo. Infatti ora sto affrontando la transizione e in futuro mi vedo un papà accanto a una donna che ho sempre sognato. Sogno di fare l’avvocato. Spero perciò di poter studiare e avere una vita diversa dallo stato di sopravvivenza in cui sono costretto a restare per mancanza di alloggio e soldi. Dalle istituzioni mi aspetto maggiori attenzioni. Maggiore considerazione dei problemi esistenziali e della tutela dei diritti basilari di una persona umana. Senza più bugie, senza più attese, senza correre più il rischio.

Vorrei che nessun ragazzo come me si tolga la vita perché si sente solo e abbandonato. Vorrei che capissero che le nostre vite contano e meritiamo rispetto. La mia vita ora è appesa ad un filo ma non sto mollando.

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È iniziata oggi a Buenos Aires la prima delle tre udienze del processo a carico del 25enne Gabriel David Marino accusato d’aver pugnalato a morte, l’11 ottobre 2015, l’attivista transgender Diana Sacayán.

Al giovane, che nel compiere il delitto fu aiutato da Félix Alberto Ruiz e Federico Cardozo (i quali non andranno tuttavia a giudizio), è contestato «l’omicidio per violenza di genere triplamente aggravato da odio per l’identità di genere, tradimento e furto». È la prima volta nella storia della giustizia argentina che viene istruito un processo per transfemminicidio (o travesticidio) e si fa ricorso all’aggravante di odio di genere in riferimento all’uccisione d’una persona trans.

Secondo i pubblici ministeri Matías Di Lello e Mariana Labozzeta, titolare della Procura speciale per la violenza contro le donne (Ufem), il 25enne, che aveva conosciuto Diana durante un programma di recupero dalle dipendenze e aveva successivamente avuto rapporti sessuali con lei, l’avrebbe uccisa in ragione della sua condizione di donna trans e del suo impegno attivistico.

Sacayán, oltre ad aver fondato nel 2001 il Movimento antidiscriminatorio di Liberazione (Mal), era stata eletta nel 2014 segretaria aggiunta del Consiglio dell’Ilga.

Sui social si susseguono da giorni post e tweet invocanti giustizia per Diana “uccisa per travesticidio”.

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Attivista e blogger, il giovane frusinate Gianmarco Capogna è referente nazionale del Gruppo Diritti Lgbti di Possibile. In tale veste ha contribuito alla stesura dello specifico capitolo del Manifesto della formazione politica civatiana. Candidato alla Camera dei deputati per Liberi e Uguali nel collegio plurinominale Lazio 2 – 02, ha illustrato a Gaynews i punti cardine della sua battaglia elettorale all’antivigilia del voto.

Gianmarco, perché ha deciso di candidarsi con LeU?

Nel corso dell’ultimo anno circa, per Possibile (il partito fondato da Giuseppe Civati) mi sono occupato a livello nazionale di diritti civili e mi sono trovato a viaggiare in varie zone d’Italia con un vero e proprio tour per conoscere realtà, associazioni e attivisti. Ho ascoltato le loro storie e ho chiesto di contribuire all’elaborazione collettiva di una proposta politica su questi temi. Con loro ho preso un impegno preciso: portare le battaglie della comunità Lgbti in ogni possibile spazio della discussione politica.

Con questo spirito, per dare seguito a un impegno preso, ho deciso di dare la disponibilità a essere candidato nelle liste per la Camera dei Deputati per Liberi e Uguali. L’ho fatto in un territorio, come quello di Frosinone, che non è facile specialmente per questi temi. In questo mese di campagna elettorale ho provato a portare le storie, i volti e le rivendicazioni della comunità per dire alle persone Lgbti del mio territorio che insieme possiamo costruire una società più giusta e rispettosa delle diversità.

Come sta vivendo queste ultime ore di campagna elettorale?

Ho vissuto tutta la mia campagna elettorale con l’obiettivo di dare voce a chi in questi anni non si è sentito rappresentato. Ho accettato la sfida di costruire una nuova classe dirigente in un territorio dove per anni la politica è stata chiusa in se stessa. Ho incontrato i territori, le persone e ho provato a spiegare che una politica diversa, fatta di contenuti e di proposte, è possibile e realizzabile.

Ho 28 anni e sono il più giovane candidato di Liberi e Uguali nel mio collegio. Ho spiegato che si può fare politica anche alla mia età, provando a portare la visione di una generazione che per troppo tempo è stata ignorata. Le ultime ore le vivrò provando a spiegare il nostro programma e a chiedere l’impegno per continuare questo percorso anche, e soprattutto, dopo il voto.

Qual è stato il suo apporto di attivista alla stesura del programma di LeU in materia di diritti civili?

Ho contribuito, con altre attiviste ed attivisti, a scrivere il programma nazionale di Liberi e Uguali nella parte dell’Uguaglianza nei Diritti. In particolare ho elaborato, insieme al gruppo che si è riunito nell’assemblea nazionale di Brescia, il documento programmatico che costituisce la base di LeU su questi temi.

Una questione che ho fortemente sostenuto è stato quella delle persone in transizione, dei loro diritti e del contrasto alle discriminazioni che vivono ogni giorno. Già in vista dell’elaborazione del Manifesto di Possibile (che ho scritto insieme ad altri), ho voluto fortemente che si tornasse a parlare di transessualità Per troppi anni la politica ha, volutamente, ignorato queste persone relegandole ai margini della società, abbandonandole a pregiudizi, discriminazioni e violenze. Sia a Milano, in occasione del lancio del Manifesto, sia a Roma per l’Assemblea Nazionale di LeU, sono intervenuto per chiedere loro scusa. Dobbiamo invertire la rotta e recuperare il tempo perso mettendo al centro della nostra visione il principio di autodeterminazione che si declina in libertà e diritti. In una sola parola, Uguaglianza. L’ho detto spesso in questa campagna elettorale: la mia non è una corsa solitaria, ma un racconto collettivo per costruire una nuova speranza (che è anche lo slogan della mia campagna).

Un altro tema sul quale mi sono impegnato personalmente in diverse occasione è quello della necessità, non più rinviabile, di una legge nazionale che istituisca l’educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità consapevole e responsabile in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Solo con un’inversione di tendenza che parte dalla scuola si può porre un argine al vortice di violenza che sta attraversando il nostro Paese. Abbiamo la responsabilità di formare le nuove generazioni al rispetto.

Non ritiene che siano stati lasciati fuori molti aspetti prioritari?

Si può sempre fare di più e meglio. Lo credo nella vita personale come nella politica. Allo stesso modo mi sento di dire che il programma di LeU, sui diritti ma anche sugli altri temi, ha fatto un’operazione rivoluzionaria rispetto a come ci ha abituato la politica negli ultimi anni.

Non abbiamo fatto slogan o promesse irrealizzabili ma abbiamo preso degli impegni sui quali c’è unità di intenti. Sicuramente sono stati tralasciati alcuni temi, ma non ci tiriamo indietro da un confronto aperto e laico sulle varie questioni.  

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Giurista, attivista e cofondatore dell’associazione Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford, il 43enne Antonio Rotelli è candidato alla Camera nel collegio uninominale di Martina Franca (Ba) nella lista di Liberi e Uguali con Pietro Grasso Presidente (LeU).

A darne notizia lo stesso avvocato pugliese in un post pubblicato sulla propria pagina Fb il 30 gennaio scorso. Oggi a Gaynews spiega meglio il perché di questa candidatura e gli obiettivi a essa sottesi.

Il cofondatore di Rete Lenford scende in politica: cosa l’ha spinta a questa scelta?

‘Scendere in politica’ mi evoca Berlusconi e mi fa fuggire. Più semplicemente mi è stato chiesto di candidarmi e ho accettato dopo una notte insonne di riflessioni. Mi sono ‘giudicato’ e mi trovavo colpevole di indifferenza e disimpegno nel caso di mancata accettazione.

Perché Liberi e Uguali?

Non ho mai avuto una tessera di partito, ma faccio politica da sempre. Tutte le mie battaglie civili, sempre dall’interno di associazioni, hanno sollecitato la politica e l’hanno cambiata. La mia collocazione è in quell’area che considera l’agire politico conformato alla solidarietà, alla lotta alle ingiustizie, alla dignità del lavoro, alla valorizzazione delle differenze, alla costruzione di un’economia al servizio degli esseri umani e al rispetto della natura. In LeU, nel suo programma, questi elementi ci sono, pur sentendomi un indipendente.

Quali sono i temi Lgbti di cui parlerà in campagna elettorale e, qualora eletto, per i quali si batterà in Parlamento?

Con una battuta mi verrebbe da dire che i temi Lgbti parlano per me in questa campagna elettorale. Ci sono due cose che i concittadini apprezzano di me: che ho fatto battaglie per l’affermazione di tutti i diritti fondamentali delle persone Lgbti e sono un tecnico della politica.

Nel programma elettorale di LeU ci sono tre affermazioni per me fondamentali: autodeterminazione di tutte le persone, anche quelle trans; parità di diritti per le famiglie, anche nell’accesso al matrimonio; riconoscimento pieno della genitorialità, anche in materia di adozione. Sono le mie tre stelle polari, alle quali ne aggiungo una quarta, legata in maniera inestricabile con i nostri temi: la parità di genere, la lotta agli stereotipi e quella senza campo alla violenza sulle donne.

Legge 40 e Gpa. Come giudica le recenti posizioni di ArciLesbica e la petizione ai Segretari di partito per il no alla surrogata?

Sono sideralmente distante dalle posizioni di ArciLesbica. La gestazione per altri è un argomento complesso sul quale è necessario discutere, ma considerarla in sé una forma di sfruttamento è una pretesa assiomatica. Combattiamo ogni forma di sfruttamento e degradazione del corpo femminile, ma lasciamo alle donne la possibilità, regolamentata, di partecipare ad un progetto di gpa.

Rotelli e Rete Lenford sono stati sempre critici nei riguardi della legge sulle unioni civili. Perché?

Non voglio aprire o riaprire polemiche su questo tema. La mia critica è sempre stata rivolta al percorso che ha portato alle unioni civili e al merito della proposta, ma ho anche sempre detto che qualunque legge il Parlamento avesse approvato, sarebbe stata il nuovo punto di partenza per la battaglia verso l’uguaglianza. Ora siamo in questa situazione, dove la legge c’è e bisogna superarla, perché le unioni civili regolano dei diritti e dei doveri, ma discriminano le famiglie formate da persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Siamo di fronte a due realtà diseguali fin dal “lessico familiare”, che nelle unioni civili manca. La recente sentenza della Corte costituzionale austriaca, come pure il provvedimento della Corte interamericana dei diritti umani, possono essere un aiuto per tutta la nostra comunità per far ripartire la battaglia per la piena uguaglianza. Rete Lenford, dal canto suo, non si è mai fermata. Ha già ottenuto importanti sentenze su aspetti della legge che si prestavano ad applicazioni discriminatorie e ha portato la legge dinanzi alla Corte costituzionale sulla questione del cognome.

Avvocato Rotelli, lei ha annunciato in un post di lasciare Rete Lenford. Non si sentirà un po’ orfano?

È stata la scelta più difficile che ho dovuto prendere. Ma ho con me la carica che mi hanno dato i soci, le socie e gli aderenti con le loro mail e i messaggi con cui mi hanno salutato. Ho capito una volta di più che sono una persona fortunata.

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