rosario murdica

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Al grido de La gaia invasione partirà domani, alle ore 15:00, da piazza Grimana il Perugia Pride.

Una marcia dell’orgoglio Lgbti volta a dimostrare come una cultura, che mette al centro l'individuo, il rispetto dell'identità, delle differenze e delle libere scelte, sia possibile e necessaria. Motivo per cui la parata sarà aperta da una rappresentanza d'immigrati.

Ma un’invasione arcobaleno, quella del capoluogo umbro, che assumerà anche i toni della protestaProtesta contro l'avanzata delle destre fasciste e dei movimenti cattoreazionari.

Protesta nei riguardi del sindaco Andrea Romizi che, il 25 giugno, ha annunciato il ricorso contro la decisione del Tribunale di Perugia, che aveva imposto al Comune di trascrivere integralmente l’atto di nascita spagnolo del piccolo Joan quale figlio di due mamme.

Protesta a favore di Fabiola Bernardini, rimossa dall’ufficio di direttrice della Biblioteca comunale di Todi e trasferita al Servizio urbanistica per non aver voluto stilare una lista di presunti "libri gender". 

Alla vigilia del Perugia Pride Gaynews ha intervistato Lorenzo Ermenegildi Zurlo, componente di Omphalos Lgbti.

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Tra le città che, sabato 30 giugno, a ridosso del 49° anniversario dei Moti di Stonewall,  saranno interessate dall’Onda Pride c’è anche Padova. Un’occasione importante per il capoluogo veneto dove, da meno di due settimane, è stata inaugurata l’XI° edizione del Pride Village.

A pochi giorni dalla parata abbiamo raggiunto Mattia Galdiolo, presidente del locale comitato d’Arcigay.

Fra pochi giorni il Padova Pride: quali le parole d'ordine quest'anno?

Quest’anno il Padova Pride darà molto risalto a temi come la salute, la libertà e l'inclusione. Ma resta in primo luogo la visibilità quale tema chiave. Ormai sempre più persone Lgbti sono visibili e questo, indubbiamente, è il motivo per cui sempre di più di questioni Lgbti si discute in ogni ambito, nel bene e nel male. Però oggi visibilità per un Pride è anche consapevolezza.

Questo Pride vuole ispirare tutti a compiere scelte coraggiose, a prendere posizione, a partecipare al dibattito sui diritti che, come comunità Lgbti, pretendiamo dal nostro Paese e alle lotte che dovremo fare per ottenerli.

Come valuti l’attuale clima politico in riferimento ai diritti delle persone Lgbti?

Un atteggiamento passivo e distaccato dalla politica ha dato come frutto uno dei peggiori governi degli ultimi dieci anni. Distacco anche da parte della nostra comunità che "si accontenta" di spazi sicuri nei locali e di una visibilità limitata ma sempre più facile. Ora abbiamo un governo populista in perpetua campagna elettorale e con un approccio ai temi sociali di stampo marcatamente fascista. Percepisco un machismo diffuso e tutto questo è molto preoccupante sia per i nostri (pochi) diritti faticosamente ottenuti sia per quelli che la nostra comunità chiede a gran voce: dalla tutela della genitorialità omosessuale alla revisione della legge Reale - Mancino. Più di tutto però mi preoccupa il fatto che questa politica possa finire col legittimare la violenza e i soprusi. Ci sono già i primi segnali.

Abbiamo visto le forze dell'ordine al Siracusa Pride vietare l'esposizione di uno striscione critico nei confronti di Salvini. La violenza verbale sui social è poi ai massimi storici e gli episodi di violenze e discriminazioni seguono a ruota tutto ciò con numeri sempre crescenti. Di fronte a tutto ciò noi dobbiamo ricordarci chi siamo. Siamo un movimento di liberazione: la libertà o c'è totalmente o non è libertà. Pertanto è nostro dovere prendere posizione in modo forte e chiaro per la liberazione e il benessere della comunità Lgbti ma anche di tutte quelle libertà direttamente correlate alla nostra: penso all'autodeterminazione delle donne o al dovere dell'accoglienza per i migranti.

Hai fatto cenno a quanto successo al Siracusa Pride. Qual è la tua specifica valutazione?

Questo episodio, e lo dico soprattutto da portavoce di un comitato Pride, ci ha fatti incazzare di brutto. I Pride sono la rivendicazione di identità e libertà, in primo luogo quella d’espressione: una libertà che è stata guadagnata nel nostro Paese con il sangue e il sacrificio di molte vite. Oggi forse non serve più arrampicarsi sulle colline e le montagne per fare le lotte partigiane ma, anche sopra un paio di tacchi a spillo, possiamo rivendicare la nostra libertà con analoga determinazione.

Noi abbiamo puntato su un gesto simbolico: lo striscione fatto rimuovere a Siracusa sarà presente al Padova Pride. Scelta che, come comitato, abbiamo preso spontaneamente e immediatamente, e che siamo pronti a difendere a tutti i costi.

I risultati delle ultime amministrative hanno visto un’avanzata della Lega in pochi Comuni, roccaforti storiche della sinistra. Come valuti ciò con riferimento alle locali associazioni Lgbti e soprattutto alla futura organizzazione dei Pride?

Credo che bisogna ricordare come i Pride abbiano un valore educativo per tutta la città. Ma per farlo bisogna dare ai cittadini l'occasione per capire cosa sta succedendo, cosa è un Pride, perché è importante, qual è il senso profondo e molto umano che sta alla base delle richieste della comunità Lgbti. In tutto questo abbiamo amministrazioni che oggi hanno sempre più strumenti per rendere difficile la vita a chi vuole manifestare. Ricordo che oggi con la nuova normativa sulla sicurezza un Comune può vietare cortei e manifestazioni con ragioni anche abbastanza pretestuose.

Bisogna organizzarsi per fare un lavoro comunicativo incisivo ed efficace in occasione dei Pride, per far sentire la manifestazione come parte della città, come parte di quello scenario culturale che ne rappresenta le diverse anime. Per il Padova Pride abbiamo parlato con associazioni che si occupano di ambiente, territorio, commercio. Tutte queste realtà si sono confrontate per la nostra volta con i nostri temi, eppure hanno visto nel Pride un'occasione interessante per scoprire qualcosa di nuovo e prendere una posizione. Ecco, credo che il più importante deterrente alla destra che avanza sia proprio questo lavoro culturale: essere presenti sui nostri territori, dialogare con tutte le realtà e, se per farlo dobbiamo uscire dalle nostre comfort zone, non sarà mai troppo presto!

Secondo te quale dovrebbe essere l’impegno futuro delle associazioni in difesa dei diritti civili e sociali?

Dovremmo ricordare che non siamo soli. Molto spesso assisto sconfortato alle risposte campaniliste di alcune associazioni e di pezzi di movimento. O anche al silenzio imbarazzante delle nostre associazioni di fronte al razzismo e al sessismo dei nostri politici. Non basta essere in trincea col coltello fra i denti per i nostri diritti: dobbiamo formare un'unica frontiera o non potremo mai fare fronte a tutti gli attacchi che riceveremo. Per farlo come movimento Lgbti, dobbiamo imparare a dialogare, a trovare soluzioni che ci consentano di non perdere pezzi inultilmente, ma soprattutto che ci consentano di crescere. Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi: è una frase del Vangelo che ci dice qualcosa di utile, che, cioè, i veri nemici sono altrove.

Sempre più persone Lgbti si mostrano vicine o favorevoli a istanze di matrice xenofoba. Cosa sta accadendo secondo te nella nostra comunità?

Èun errore banale pensare che le persone Lgbti siano più sensibili alle discriminazioni e, pertanto, immuni a razzismo o xenofobia. La triste realtà è che lesbiche, gay, bisessuali, transessuali sono uguali al resto del mondo anche negli aspetti peggiori. Anzi sono capaci di dare al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia nuove e interessanti declinazioni. Da gay penso a una banalissima schermata di Grindr (ma per chi ha più di 20 anni pensiamo anche ai siti di annunci, ecc) dove i profili sono pieni di frasi che discriminano per etnia, peso, forma fisica, gradazioni diverse di femminilità. La verità è che per chi non rientra in un'idea stereotipica di gay, lesbica, transessuale, ecc rischia l'emarginazione da parte della comunità Lgbti.

Questo è un impegno culturale ineludibile per le associazioni Lgbti: trovare metodi e azioni di contrasto al razzismo, al body-shaming e al femme-shaming, ma anche di inclusione nelle associazioni e più in generale nella nostra comunità. È un periodo questo di grande impegno e di grandi responsabilità per le nostre associazioni. Moltissime cose stanno cambiando, noi stessi siamo profondamente cambiati. Dobbiamo trovare il coraggio e la forza di far fronte a tutto tenendo sempre presenti i nostri valori e la nostra identità.

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Alla vigilia del Catania Pride 2018, gemellato per la prima volta con quello di Siracusa (che ha avuto luogo il 16 giugno ed è stato caratterizzato da un intervento censorio della Digos), Gaynews ha raggiunto Giovanni Caloggero, consigliere nazionale d’Arcigay e figura di riferimento per la locale collettività Lgbti.

Manca un giorno per il Catania Pride 2018: quali le novità ?

Sia a Catania sia a Siracusa abbiamo avvertito, già prima del 4 marzo, la percezione dell'involuzione del quadro politico che si prospettava. Abbiamo avuto, quindi, e lo diciamo con orgoglio, l'intuizione di gemellare i due Pride con un documento politico che già anticipava tutte le criticità. Criticità che, con la formazione del nuovo esecutivo a trazione leghista-grillina, si sono purtroppo realizzate. Siamo particolarmente fieri di questa nostra intuizione che, con soddisfazione, stiamo vedendo riflettersi anche su molti altri Pride già svoltisi in moltissime città.

Abbiamo anche deciso di avere un unico portavoce dei due pride nella persona di Armando Caravini, giovane presidente di Arcigay Siracusa, al quale personalmente cedo il ruolo da me ricoperto per tanti anni: gli trasmetterò esperienza e consigli, riservando a me la gioia di poter passare il testimone per un corretto ricambio generazionale. Vi anticipo che dopo il Pride mi dedicherò alla cucina e al mio antico desiderio di scrivere un libro sulla storia della cucina siciliana.

Al Siracusa Pride è accaduto un fatto spiacevole a opera della Digos, che è divenuto oggetto di un'interrogazione parlamentare. Tu eri presente: quali le tue impressioni?

Ero presente e, essendo alla testa del corteo con lo striscione, non mi sono accorto di nulla. In merito ai fatti posso dire che sono di una gravità inaudita, così come voi di Gaynews avete perfettamente riportato: emblematici, appunto, del nuovo quadro politico e anticipatori di molto di ciò che vedremo tristemente. La condotta di Arcigay Siracusa e del suo Presidente è stata ineccepibile nonchè apprezzabile per la sensibilità dimostrata verso le numerose persone presenti, non tutte disposte a momenti di forte tensione.

A Catania c’è da poco una nuova amministrazione di centrodestra: quali i timori?

Anche la nuova amministrazione di centrodestra che governerà Catania, a nostro avviso, rifletterà il clima generale di cui parlavo. È già sintomatico che allo sbarco di 900 migranti nel nostro porto, ad attenderli era il sindaco uscente Enzo Bianco mentre quello in carica era a festeggiare la sua elezione.

Sabato 23, al corteo, il nuovo sindaco non sarà presente mentre quello vecchio lo sarà come sempre stato, e in veste privata. Mi sembra già abbastanza per essere seriamente preoccupati.

Al governo ci sono forze che affermano che le famiglie sono solo quelle composte da mamma e papà. Come dovrebbe reagire, secondo te, il movimento?

Molte sono state le reazioni delle associazioni alle affermazioni di Fontana, tutte pertinenti, giuste e opportune. Purtroppo sono convinto che, visto lo scenario politico che ci troviamo, le parole e le dichiarazioni non siano più sufficienti. Occorre, a parer mio, iniziare immediatamente a pensare nuove pratiche politiche, rivedere le strategie sin qui percorse che oggi appaiono insufficienti. Occorre richiamare seriamente le persone intorno alle associazioni sensibilizzandole sul tema che un torto fatto anche a un segmento della società rappresenta un torto verso tutta la società. Occorre una più stretta sinergia tra l'associazionismo Lgbti e le forze sindacali e politiche di opposizione.

Se il termine "intersezione" non fosse molto carico di ideologia e concettualismo, sarei certamente per l'intersezione delle nostre attività e politiche a tutti i livelli e con tutte le parti sociali. Per me è un dato fondamentale: non esistono più e non devono esistere più lotte della comunità Lgbti svincolate da quelle dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, delle donne che rivendicano la propria dignità, dei migranti, etc.

Mi auguro che la mia associazione Arcigay al prossimo congresso, che si svolgerà quest'anno, ne prenda atto e dia una svolta concreta volgendosi verso i reali bisogni della nostra comunità. Volendo essere critici, devo osservare che negli ultimi tempi, ci si è persi troppo in questioni che definirei "teologiche" con un pizzico di ironia, e mi riferisco alle dispute degne del Concilio di Nicea sulla infinita serie di acronimi, di ideologizzazioni, di dispute dottrinali, dimenticando spesso troppo spesso che questi argomenti sono più per gli "iniziati" che per la gente Lgbti che rivela ben altre necessità decisamente più reali e concrete. Ecco non vorrei che la mia associazione e il movimento in generale riflettessero la medesima crisi della sinistra per le medesime ragioni.

La Sicilia è terra di arte e culture nonché crocevia di immigrazione. Da siciliano cosa pensi dell'attuale scenario politico?

La Sicilia è stata patria di Arcigay nonché laboratorio politico di molte formule poi esportate su dimensione nazionale. Credo che la nostra regione, che conta ben cinque comitati Arcigay, sia assolutamente in grado di essere portatrice di istanze e idee. Come si rileva nel documento politico dei due Pride Catania-Siracusa, il fattore immigrazione costituisce per noi un'opportunità anzi un dono del Mare alla nostra Umanità, dono che spinge alla Resistenza verso tutto ciò che nega accoglienza, solidarietà, umanità. 

Le nostre parole chiave dei due Pride sono infatti : Mare, Umanità, Resistenza.

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10.000 persone si sono riversate lungo le strade di una delle città gioiello d’Italia qual è Siena per il Toscana Pride. A pochi minuti dalla conclusione della marcia dell’orgoglio Lgbti abbiamo raggiunto Marialuisa Favitta, presidente d’Arcigay Siena e portavoce del Toscana Pride.

Terza edizione del Toscana Pride, il cui claim è Per Orgoglio e per Amore. Come è nato?

Per Siena volevamo un slogan emozionale ed evocativo. Non poteva essere diversamente nella città toscana che, forse più delle altre, vive di forti emozioni e passioni. Una città che tutti riconoscono essere unica nella sua essenza e nella sua identità. Che sente forte l’orgoglio dell’appartenenza e l’amore per le sua grande storia e le sue grandi tradizioni.

Nell’immagine del manifesto del Toscana Pride 2018, un'illustrazione di Piazza del Campo realizzata da Nicoletta Pagano con in evidenza il Palazzo Pubblico e la Torre del Mangia che appaiono come dipinti ad acquerello con i colori dell’arcobaleno. E il claim Per Orgoglio e per Amore è un inno alla libertà dai pregiudizi, un invito a sfilare insieme a lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, intersessuali, asessuali, queer ed eterosessuali in nome di ciò che ci unisce: il nostro essere umani. 

Quale messaggio arriva oggi da Siena al neogoverno Conte? 

Il nostro messaggio è non indietreggeremo di un millimetro sui diritti appena conquistati e non faremo richieste a ribasso. “La piena cittadinanza delle persone Lgbti è la rivendicazione che attraverserà in modo trasversale tutte le nostre battaglie. Che non sono “battaglie di quartiere” ma l’espressione di un grande movimento che scende in campo insieme e non starà a guardare mentre si torna al Medioevo, le nostre richieste oggi più che mai non possono essere a ribasso. Dobbiamo fare fronte compatto nel difendere le poche conquiste faticosamente ottenute e chiedere con determinazione che al centro dell’agenda politica tornino i temi della salute e dell’autodeterminazione completa e incondizionata dei corpi, della sessualità e delle relazioni affettive, il riconoscimento di tutti i legami affettivi e genitoriali con la piena equiparazione di tutte le famiglie, il contrasto alle discriminazioni e ai crimini d'odio e la promozione di buone prassi di accoglienza verso i migranti Lgbti, l’educazione alle differenze non solo nei luoghi di formazione ma anche nei luoghi di lavoro attraverso la costruzione di ambienti inclusivi. Non faremo il gioco di chi ci vuole divisi e per questo più deboli, daremo un nuovo senso alla parola cittadinanza. E lo faremo insieme: donne, Lgbti, migranti, diversamente abili”. 

Abbiamo visto sfilare anche alcuni immigrati. Quale a suo parere, in questo momento, il legame che lega la collettività Lgbti a loro? 

Quello che ci unisce ai migranti e la condizione di cittadini senza cittadinanza. Ci sentiamo vicini a loro, perché ci sentiamo stranieri in casa nostra,  richiedenti asilo che fuggono dalle città di provincia verso le grandi città. Siamo fuori-legge, che la legge non contempla, non tutela, non garantisce. E i nostri figli sono senza diritti, non riconosciuti come figli di entrambi i genitori. 

Ogni anno ritorna la questione della “sobrietà” ai Pride: c’è chi dice che il tempo di  “mostrarsi” per ottenere diritti è passato. Che cosa ne pensa?

Chi parla di esibizionismo e ostentazione nei Pride, in realtà lo fa per ignoranza o pregiudizio. Non conosce la nostra Storia. Per le persone LGBTQI+* mostrare equivale a rivendicare. I corpi sono strumento di lotta politica. La provocazione è lessico, è ricerca di autenticità. E non c’è travestimento nell’espressione di sé. La nostra nudità non è pornografia, è liberazione. Non siamo maschere transitorie ma identità vere, persone in carne ed ossa. E siamo tanto più autentici e autentiche quanto più fedeli all’idea che abbiamo di noi stessi e noi stesse.

Il sindaco  di Firenze ha detto no, per la terza volta, al patrocinio al Toscana Pride. L'assessora  al Turismo di Firenze non parla o, se interviene, è per dire altro.  Secondo voi quale è il motivo di una tale presa di posizione? 

Non riusciamo a comprendere fino in fondo le ragioni che hanno spinto Nardella e la sua Giunta a negare il patrocinio al Toscana Pride e nemmeno ci interessa farlo. Non sta a noi. I Pride sono per loro natura divisivi, non perché ci sono persone a cui piacciono o persone a cui non piacciono le nostre manifestazioni dell'orgoglio, ma perché il Pride ci guarda in faccia, ci costringe a scegliere che parte stare: con un fronte progressista che crede nella cultura dei diritti, dell'equità e dell'inclusione o con un fronte reazionario che promuove l'oscurantismo del pregiudizio e dell'odio. 

Omofobia, transfobia, bullismo, razzismo: di quale cultura ha bisogno un Paese che sembra svoltare sempre più a destra ? 

Forse abbiamo bisogno di una nuova Stonewall. Dobbiamo agire la nostra ribellione. Inizia per noi una stagione di lotte, in vista di una nuova Primavera dei diritti - che ci vedrà avanzare insieme - in direzione ostinata e contraria - gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e transgender, bisessuali, asessuali, intersex, eterosessuali, donne e uomini, diversamente abili, migranti. Nessuno escluso, chiunque vedrà messi a rischio o non riconosciuti i propri diritti dovrà reagire. Non è più il tempo di aspettare o di mendicare ciò che è nostro. Oggi più che mai esistere è resistere per la nostra comunità.

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Domani otto città saranno interessate dall’Onda Pride. Tra queste Siracusa che, quest’anno, è gemellata a Catania, la cui marcia dell’orgoglio Lgbti avrà luogo il 23 giugno. Due città siciliane non solo contigue geograficamente ma accomunate dall’impegno per i diritti tra Mare, Umanità e Resistenza, come recita lo slogan dell’anno.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Armando Caravini, presidente del comitato Arcigay di Siracusa e portavoce d’entrambi i Pride della Sicilia orientale.

Armando, il Siracusa Pride giunge alla 4° edizione con la presenza di Leo Gullotta come testimonial. Quali le iniziative messe in campo in vista della parata di domani?

Dal 14 al 16 giugno presso Piazza Cesare Battisti in Ortigia abbiamo creato un programma culturale fitto, articolato ed importante. Riteniamo che il Pride non deve rappresentare solo il corteo finale ma momenti di seria discussione sulle politiche Lgbti e salute.

Il 14 giugno abbiamo avuto ospite Franchina, donna trans di Catania, che ha scritto un libro e si è confrontata con padre Rosario Lo Bello della Chiesa di San Paolo. Cìè stato anche l'intervento di Miki Formisano (Nps) e di Giovanna Cristina Vivinetto. Abbiamo poi avuto in serata il concorso Rainbow arts for Pride (musica, teatrom ballo), il cui vincitore sarà premiato domani da Leo Gullotta.

Stasera, alle ore 18:00, si terrà la tavola rotonda che concentra il tema principale di questo Pride: Mare, Umanità, Resistenza. Fra gli ospiti ci saranno anche Giovanni Caloggero (consigliere nazionale Arcigay) e Luigi Carollo, ideatore e portavoce del Palermo Pride nonché responsabile diritti civili Arci Sicilia insieme con esponenti del mondo associazionistico. Infine, domani, il corteo finale con raduno alle ore 18:00 presso il Foro Vittorio Emanuele II (Porta Marina) insieme al nostro testimonial Leo Gullotta. Concluderemo il Siracusa Pride con un grande party.

Quest’anno avete voluto far precedere al termine Pride l’aggettivo Gay: cosa ha spinto a tornare a una tale impostazione che per molti è datata?

Perché questa manifestazione nasce come Gay Pride e rappresenta il giorno della marcia dell'orgoglio gay: chi cerca di trasformarlo in altro, cercando di nasconderne la vera natura o, peggio, lasciando che la manifestazione venga organizzata da persone che non rappresentano la comunità, è, a a mio parere, totalmente fuori strada.

Io scendo in piazza a manifestare l'orgoglio di essere ciò che sono. Ovviamente il Pride è aperto a tutti i cittadini che sposano le nostre istanze e vogliono vivere in un Paese, che non contrappone cittadini di serie A a quelli di serie B.

Concludo la domanda con un esempio: io sposo le idee della Festa della Liberazione e partecipo con convinzione, ma è giusto che sia l’Anpi a ricordare l'importanza di questa festa. Anche se vi partecipano tutte le persone, che credono nel principio di libertà e democrazia contro tutti i totalitarismi, sarebbe impensabile snaturare la Festa della Liberazione con altri nomi o motivazioni.

Sono ben 28, quest’anno, i Pride italiani, eppure c'è ancora tanta omofobia, transfobia e bullismo nella nostra società. Perché a tuo parere?

Perché da sempre viviamo in un Paese pieno di contraddizioni. A partire dalla nostra classe politica, così lontana dalle esigenze dei cittadini e, ancor di più, da quelle della nostra comunità. Si punta sempre a creare delle divisioni fra persone omosessuali ed eterosessuali, donne e uomini, italiani ed extracomunitari così da mantenere una sorta di continua conflittualità e assicurarsi un determinato bacino elettorale.

Viviamo in un periodo in cui le categorie sociali più deboli sono vessate e si registra una crescita forte della diseguaglianza. Sono presenti questi temi nel documento politico del Siracusa Pride?

Non sbaglio a dire che quest’edizione del Gay Pride di Siracusa, gemellata con Catania, rappresenta il Pride più importante, schierato e di lotta mai avvenuto. Cominciando dai temi che accomunano i due Pride: Mare, umanità e resistenza.

Mare, in quanto siamo una terra di sbarchi: tante, troppe volte il nostro mare si trasforma in un cimitero.

Umanità, perché è quello che ormai manca alle persone: sembra che tutto sia scontato, che la morte di una persona sia cosa che non ci riguardi. Si vive, insomma, in un'apatia assoluta.

Infine resistenza, perché dobbiamo tornare a "resistere": si è insediato un governo estremamente discriminatorio, razzista ed omofobo. Saranno anni di oscurità per quanto riguarda i diritti civili: dovremo combattere non solo per dire: Noi esistiamo ma anche per difendere quel poco che abbiamo ottenuto con tanti anni di battaglie.

Dopo quello di Siracusa ci sarà, appunto, il 23 giugno il Pride a Catania. Quali sono, in sintesi, gli elementi unificanti?

In primis il rapporto umano, personale e la totale sintonia fra i due comitati Siracusa, rappresentata da me, e Catania rappresentata dal consigliere nazionale Giovanni Caloggero. Ci stiamiamo reciprocamente: elemento fondamentale per costruire un percorso comune. Oltre al rapporto umano fra i due comitati l'unione è dettata anche dal fatto che Siracusa, come Catania, è una città di mare da cui dista 60 km. Pertanto molte delle problematiche interne ed esterne alla nostra comunità sono condivise da entrambe le città. Concludo dicendo che la strategia di unione per lo meno negli intenti politici e strategici fra il Siracusa e il Catania Pride si è rivelata vincente. Non a caso, rispetto agli anni passati, abbiamo nettamente più riscontro, attesa e voglia di partecipare.

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Delle famiglie arcobaleno si sta ripetutamente parlando da mesi, grazie soprattutto a quei sindaci che registrano anagraficamente bambine e bambini quali figli di coppie omogenitoriali. Ma si deve alle recenti affermazioni del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, che ne ha negato l’esistenza, l’innalzamento della pubblica attenzione su di esse.

Per fare un punto della situazione, abbiamo raggiunto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – Associazione di genitori omosessuali.

Sono trascorsi due anni dall'approvazione della legge sulle unioni civili. Secondo lei, da allora, si sono registrati mutamenti in riferimento ai diritti delle famiglie arcobaleno?

Come sappiamo, la legge sulle unioni civili ha lasciato fuori i diritti dei nostri figli. La legge è stato un passo importante: su questo non c'è alcun dubbio. È arrivata dopo 40 anni di battaglie ed è un provvedimento che molti nostri compagni e compagne di lotte aspettavano con ansia e con la paura di non arrivare in tempo. Ed è per loro che noi di Famiglie Arcobaleno eravamo comunque in Piazza Montecitorio il giorno dell'approvazione. Ma con le lacrime agli occhi, perché sapevamo che avevamo tutti perso una grande occasione. Purtroppo la situazione attuale ci ha dato ragione.

In quei mesi le nostre famiglie sono state al centro di un’attenzione mediatica senza precedenti. Attenzione spesso morbosa, in cui tutti si sentivamo autorizzare a emettere sentenze e giudizi. Eravamo diventati l'argomento da bar e da salotto: tutti parlavano di noi e questa situazione ha comunque portato alla presa di coscienza della nostra realtà. Abbiamo sempre pensato che la visibilità è la nostra arma più importante e in quel momento non potevamo che raccogliere la sfida ed esserci. Ci siamo resi conto che con una sola intervista televisiva raggiungevamo più persone che durante un intero corso di studi di uno dei nostri figli.

La visibilità aveva anche un altro lato della medaglia. Quello, cioè, di concentrare l'attenzione sulle nostre famiglie per far passare lontano dai riflettori tutti gli altri argomenti. Siamo stati il capro espiatorio: sono stati sacrificati i diritti dei bambini per portarsi a casa la legge. Questa è storia. Ed è anche per questo che ritengo sia un dovere del movimento Lgbti e della politica tutta il fatto di ripartire sui diritti dai nostri figli e dalle nostre figlie. Glielo dobbiamo.

Dopo le lacrime e la delusione, non ci siamo mai fermati. Da allora siamo andati avanti instancabilmente seguendo la via giudiziaria. Ma, anche in questo caso, abbiamo portato a casa poche sentenze a fronte di una disomogeneità di trattamento tra i vari Tribunali. Sentenze arrivate dopo percorsi faticosi e onerosi, che ti mettono nelle condizioni di chiedere di volere essere genitore di quelli che sono già i tuoi figli.

Negli ultimi mesi alcuni sindaci hanno riconosciuto la doppia genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso nel registrarne anagraficamente i loro bambini. Quale è il suo pensiero in proposito?

Che non dobbiamo mai fermarci e che il lavoro di questi anni sta portando i suoi frutti. Sempre più sindaci si stanno schierando dalla parte dei diritti dimostrando di volere essere attori, insieme a noi, nella costruzione di un Paese sempre più civile e inclusivo.

Ci sono le strade normative e giuridiche per fare questo. Ma è indubbio che un sindaco, che trascrive un certificato con due mamme o due papà, fa anche un atto politico Vuole così dire al Parlamento che è ora di legiferare affinché tutti i nostri figlie e le nostre figlie abbiamo gli stessi diritti, ovunque abbiano la fortuna di vivere.

Il 2 giugno scorso il neoministro Fontana ha dichiarato che le famiglie arcobaleno non esistono. Qual è la sua risposta?

La risposta al ministro Fontana non la do io, la da la realtà. Le famiglie arcobaleno esistono sia a livello sociale che giuridico grazie a numerose sentenze di Corti europee e nazionali. Un ministro non può permettersi di nascondersi dietro ideologie e pregiudizi per imporre il proprio pensiero. Un ministro ha la responsabilità di prendere atto dei bisogni dei suoi cittadini e di fare in modo che questi bisogni siano soddisfatti.

Sono inaccettabili i toni utilizzati: essi non fanno altro che diffondere odio, intolleranza e razzismo. Tutte cose ben lontane dalle nostre vite e dalla nostra Costituzione antifascista e laica.

Non pochi parlamentari della corrente legislatura stanno nuovamente agitando lo spauracchio dell’"ideologia gender" a danno delle persone Lgbti. Secondo lei come dovrebbe reagire il movimento?

Penso ai Pride da poco iniziati. I Pride, che inonderanno le strade delle nostre città, hanno la responsabilità di essere le prime manifestazioni laiche e di piazza subito dopo l'insediamento di questo governo. Quello di Roma è stata una risposta di civiltà che ha portato nelle piazze la voce di cittadini e cittadine (di qualunque orientamento sessuale o identità di genere) che hanno a cuore il nostro Paese. E abbiamo vinto la sfida sfilando a fianco dei partigiani e di tutti coloro che si riconoscono nei valori più belli della nostra Costituzione: l'antifascismo e l'inclusione. Non abbiamo paura ma dobbiamo tenere alta l'attenzione e vigilare su tutte le eventuali iniziative.

Dobbiamo continuare a fare cultura nelle scuole, a raccontare le nostre storie alla gente e a metterci la faccia. La gente ha solo bisogno di conoscerci e poi scenderà in piazza al nostro fianco come sta già accadendo. Continuiamo a camminare mano nella mano dei nostri figli e delle nostre compagne con orgoglio e gioia, per dimostrare al mondo che ci siamo con i nostri sorrisi e le nostre vite e che pretendiamo rispetto.

In conclusione, intravede uno spazio di dialogo tra Framiglie Arcobaleno e Lega-M5s?

Siamo come tutti immersi in questa società e, quando portiamo i nostri figli a scuola, non ci chiediamo se abbiamo di fronte un educatore o un genitore che ha votato Lega o M5s. Il dialogo è aperto quando da entrambe le parti c'è interesse, voglia di approfondire e soprattutto rispetto.

Se davvero - come viene spesso sottolineato e se non si tratta di mera strumentalizzazione - questo governo e il suo ministro della Famiglia hanno al centro il benessere dei bambini e delle bambine, saranno loro i primi a volerci incontrare per colmare questa inaccettabile discriminazione.

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Poco più di un mese fa si concludeva a Torino la 33° edizione del Lovers Film Festival. Alla luce del grande successo di critica e di pubblico abbiamo chiesto una valutazione a Giovanni Minerba, fondatore e presidnete della rassegna cinematrografica Lgbti.

Il 24 aprile scorso terminava il Lovers Film Festival del 2018: quali sono le tue riflessioni sull'edizione di quest'anno?

Più che riflessioni le chiamerei sensazioni o emozioni. Come sappiamo l’edizione dello scorso anno, con nuova direzione, quindi nuovo progetto artistico, collocazione a giugno, è stata un’edizione di “traghettamento” verso quella di quest’anno in cui abbiamo rivisto con piacere l’atmosfera degli anni passati. Anche i numeri sono aumentati: il pubblico è cresciuto del 20%, e questo è molto importante, perché ti dà energia, ti fa capire quanto il nostro pubblico sia affezionato al festival.

Il Lovers ha registrato, quest’anno, la presenza di artisti importanti come Rupert Everett e Valeria Golino. Quale il loro impatto sul pubblico?

Come dicevo, l’atmosfera era caratterizzata dall’entusiasmo. Rupert è stato delizioso accettando di venire a Torino per presentare l’anteprima del suo The Happy Prince. Per me un film bellissimo, che ha superato addirittura le mie aspettative. La madrina Valeria Golino, poi, è stata fantastica oltre ogni misura con quello che ha raccontato nell’incontro con Concita De Gregorio. Ma, soprattutto, perché ha scelto di essere con noi nonostante i suoi impegni per ultimare il film che ha poi portato a Cannes. Ne approfitto per ricordare come il tutto sia stato possibile grazie al contributo del Museo nazionale del Cinema.

Se dovessi proporre alcuni film del Lovers, quali citeresti per il loro impatto sulla comunità Lgbti e non solo?

Per me è sempre difficile citare alcuni dei film in un vasto e variegato programma. Ma lasciando da parte i concorsi, ne menziono due per me necessari: Mario dello svizzero Marcel Gisler, che affronta un tema importante ma ancora tabù come l'omosessualità nel mondo dello sport, in questo caso il calcio. Poi A Graça e a Gloria (film brasiliano di Flàvio R. Tambellini), in cui si affronta con “normalità”, senza necessarie rivendicazioni, la vita, la quotidianità di una persona trans: sono rimasto folgorato da questo film e dalla bravura e bellezza delle sue attrici.

Jo Coda ha presentato Xavier, un corto dal forte impatto emotivo nonché culturale e politico. Non scorgi in esso un legame con la storia di fondazione del festival?

Il festival nasce con queste intenzioni ma chiaramente legate alla parte artistica. Il film di Jo Coda, come i suoi precedenti, ha tutto insieme. Io ho fortemente voluto questo corto di Jo per la serata di apertura del festival e la direttrice Irene Dionisio ha accolto con piacere la mia proposta, perché il 20 aprile, come sappiamo, era l’anniversario dell’attentato parigino agli Champs-Élysées dove morì Xavier Jugelé, a cui è ispirato il film di Coda. Il festival deve continuare ad avere questa missione.

La rassegna ha oggi un nome diverso rispetto al passato: Festival del cinema omosessuale (Lgbt) di Torino. Sei d’accotdo? 

Rispondo con franchezza come sono abituato a fare. Non sento ancora del tutto mio questo nome ma non per una questione “nostalgica”. Rispetto, comunque, chi ha scelto Lovers.

La città di Torino è da decenni in prima linea nella lotta alle discriminazioni verso le persone Lgbti: come ha risposto all’ultima edizione del festival? 

Come mi è capitato di dire, è storia. A Torino è nato il movimento italiano di liberazione omosessuale con il F.U.O.R.I., è nato il primo “Festival del Cinema Omosessuale” d’Europa. Nel 1982 c’è stato il primo Gay Pride. Nel 2015 è stata inaugurata una via intitolata a Ottavio Mario Mai, mio compagno e fondatore del festival. Nel 2016 la Giunta di Torino ha istituito l’Assessorato alle Famiglie (non più alla famiglia) per l’inclusione di ogni tipo di famiglia comprese quelle omogenitoriali. È stato poi creato lo spazio dedicato ai diritti Lgbti, curato dal Coordinamento Torino Pride, all’interno dello stand della Regione Piemonte al Salone del libro di Torino. Questo per citare solo alcuni dei passi compiuti.

Poi, il 23 aprile 2018 Mentre era in corso la 33° edizione del Lovers, ha ricevuto il Premio Milk Monica Cirinnà, paladina della legge sulle unioni civili che porta il suo nome. Al Dams dell’Università di Torino è stato inaugurato il “Corso di Storia dell’omosessualità”. In Comune la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha trascritto gli atti di nascita esteri di figli di tre coppie omogenitoriali e ha iscritto all’anagrafe il piccolo Niccolò Pietro quale figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni. Bisogna dire che qui a Torino, in Piemonte la Politica ha sempre dato il suo importante contributo.

Negli ultimi mesi si sono registrati Paese numerose aggressioni a persone Lgbti. Secondo te che cosa favorisce una tale violenza? 

È inutile dire che, quando succedono questi casi, io rimango ancora estereffatto. Ripenso ai miei 40 anni di “militanza”. Ripenso a tutti quelli come noi che hanno fatto di tutto per cercare di arginare questa aggressività. Purtroppo però mi tocca sottolineare il “tutti quelli come noi”: non bastiamo solo noi o forse non lo facciamo bastare. Forse la “schizofrenia” della politica non è stata messa abbastanza alle strette perché si decidesse a fare una legge contro l’omotransfobia? Potrebbe bastare questa legge? Sì, se all’interno ci fosse un esplicito riferimento alla scuola, all’”educazione” scolastica.

Hai altre iniziative in programma? 

Idee ovviamente molte anche se, in questo momento complicato, è difficile realizzarle. Ma mai arrendersi. Prossimamente su questi schermi!

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Si celebra oggi in alcune città italiane l’International Family Equality Day, promosso da Nelfa (Network of European Lgbti Families Associations) in ben 36 Paesi. In tale occasione Famiglie Arcobaleno organizza da dieci anni la Festa delle Famiglie all’insegna dell’inclusione e della condivisione a 360 gradi.

Per sapere di più sulle origini di tale evento, sul cammino percorso in questi anni dalle coppie omogenitoriali e sulle prospettive future, Gaynews ha intervistato Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno.

Decima edizione della Festa delle Famiglie. Quanto è cambiata rispetto agli inizi?

La Festa delle Famiglie in Italia l’abbiamo iniziata nel 2009: volevamo fare qualcosa di diverso dal Pride. Volevamo essenzialmente incontrare le persone e stare insieme a loro in una giornata di festa. Oggi si è sviluppata in tutta Europa e anche in altre parti del mondo. Trovo questa manifestazione una evento bellissimo che, in qualunque luogo si realizzi, dà visibilità alle nostre famiglie.

Sono passati oltre dieci anni da quando insieme ad altri hai fondato Famiglie Arcobaleno. Cosa a tuo parere la caratterizza oggi di più rispetto a ieri?

Oggi, quello che abbiamo in più per l’Italia è sicuramente notevole di quanto solo ieri una lesbica o un gay potevano immaginare. Vivere ad esempio in coppia anche con dei figli per un futuro insieme. Quando abbiamo iniziato eravamo solo dei pionieri e abbiamo costruito molto. Ma ci sono voluti anni perché questo diventasse qualcosa di concreto. Non è la norma ma per me è comunque un risultato perché offre a molti la possibilità di scegliere la vita che si vuole realizzare.

Come Famiglie Arcobaleno abbiamo acquisito più forza, perché siamo più numerosi e meglio organizzati. Abbiamo sviluppato delle strategie condivise, ci sono sempre più persone pronte a mettersi in gioco e, dunque, più testimonianze, più storie raccontate apertamente, più presenza sul territorio. E tutto questo crea una rete ricca e incisiva.

Quale pensi sia il vero valore aggiunto delle famiglie arcobaleno in una società eteronormata?

Credo che il loro valore aggiunto sia proprio quello di far mutare ciò che tutti danno per scontato. O almeno davano per scontato fino a pochi anni fa, perché fortunatamente le cose cambiano. Ogni uomo e ogni donna, si diceva, hanno un ruolo da ricoprire basato su una presunta naturalità: alla donna compiti di cura e all’uomo quello del lavoro.

Il fatto che due persone dello stesso sesso crescano dei figli e lo faccianoo benissimo –  comunque non peggio delle coppie eterosessuali – dimostra semplicemente che tutti questi ruoli prestabiliti sono solo il prodotto di una cultura eteronormata. E sappiamo che esprimono una società tipicamente patriarcale Ovviamente questi ruoli non si modificheranno presto. Ma avremo sempre più persone con capacità, ruoli e abilità che cresceranno liberi da tali ruoli e stereotipi di genere.

Dopo le ultime elezioni quali sono a tuo parere i pericoli maggiori per le persone Lgbt e, in particolare, per le famiglie arcobaleno?

Se non erro, abbiamo da subito sentito proferire minacce da parte del centrodestra, la coalizione vincente così come il M5s è risultato il primo partito. A mio parere si tratta soltanto di minacce non attuabili. Come quelle, ad esempio, di eliminare le unioni civili o rendere reato universale la Gpa. Penso che dobbiamo continuare a pretendere diritti, rispetto e non discriminazione. E penso che dobbiamo chiederlo a tutti quelli che abbiamo di fronte.

Dobbiamo continuare a vivere in modo visibile E chiedere appoggio ai nostri amici, familiari e  a tutte le persone che condividono le battaglie di civiltà in cui da anni siamo impegnati. Non siamo più soli e la destra, anche se ha vinto, non è tutta l’Italia e non è tutta l’Europa. Dunque voglio essere fiduciosa e sperare che le cose, se non miglioreranno, almeno rimarranno per come sono.

Nelle ultime settimane in alcuni Comuni sono stati trascritti atti di nascita esteri di figlie di coppie omogenitoriali con l’indicazione dei due papà o delle due mamme. Quali emozioni hai provato a tali notizie?

Queste trascrizioni mi hanno riempito di gioia e di soddisfazione perché è l’unica via al momento possibile per i nostri figli nati grazie alla procreazione medicalmente assistita. Ho sempre trovato difficile dover pensare di adottare quelli che sono già i nostri figli fin dal concepimento. C’è una discriminazione lampante verso di noi e i nostri figli. Da quando la legge 40 è stata disgregata dalle associazioni di coppie etero sterili che hanno preteso, giustamente, di poter accedere all’eterologa in Italia, per noi si è rafforzata la giusta rivendicazione di poter riconoscere alla nascita i nostri figli.

I politici possono blaterare finché vogliono ma questa è la realtà in tanti Paesi come la Spagna, il Portogallo, il Belgio, il Regno Unito ed altri ancora. Primo poi lo sarà anche in Italia e nessuno potrà opporsi, perché è l’unica cosa giusta per tutelare le nostre famiglie e i nostri ragazzi. Sono felice che molti sindaci, come la sindaca Appendino, abbiano aperto la strada e che tanti li stiano seguendo.

Un giorno saremo un Paese nel quale la Gpa sarà considerata solo un atto d'amore?

Io penso di sì. Non so quando accadrà. Ma sicuramente succederà. Il punto ora è che dobbiamo crescere ancora come persone Lgbti e come popolo arcobaleno. Spogliandoci, sempre di più di tanti miti che abbiamo, ancora, sulla maternità.  Ho avuto la fortuna di conoscere alcune delle donne che hanno portato in grembo figli per altri. Mi hanno dato una grande forza e la ferma convinzione che quanto fanno è prima di tutto un atto d’amore verso l’altro che non può essere genitore senza il loro sostegno.

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Come annunciato il 23 aprile da Arcigay Palermo, presso la locale Università degli studi le persone che hanno intrapreso il percorso di transizione potranno attivare il profilo alias. In esso verrà riportato il nome che più corrisponde al genere percepito.

Come spiegato nel comunicato, «si tratta dell’attuazione dell’articolo 3, comma 3 del Regolamento Generale d’Ateneo varato nel 2013 e finora mai applicato a Palermo ovvero “l’istituzione del cosiddetto doppio libretto di genere rivolto agli studenti in fase di transizione”: una procedura esistente a Torino, Padova, Bologna, Urbino, Pavia, Verona, Bari e Catania. Nonostante nel regolamento sia previsto, per il “doppio libretto di genere” è mancato fino a ora l’impianto attuativo».

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Gabriel, studente FtM e coordinatore del Gruppo Giovani d’Arcigay Palermo.

Gabriel, raccontaci di te e delle tue emozioni

Sono un semplice e solare ragazzo palermitano di 20 anni che quando era piccolo si faceva chiamare Benji, odiava le gonne (tanto che piangevo quando me le mettevano), il rosa e le bambole. Amava tutto ciò che era maschile e ha capito di essere transgender a 13 anni. Lo ha compreso dopo aver notato durante l’interpretazione di un ruolo maschile, in uno spettacolo teatrale, che si sentiva a suo agio in quella veste. Forse troppo. Quando lo raccontai alla mia migliore amica di allora mi disse di cercare il termine “transessualità”. Lo disse poiché i miei discorsi le ricordavano questo “concetto”.

Da quel momento è stata la svolta della mia giovane vita: mi rispecchiavo nelle testimonianze dei ragazzi transessuali italiani su Youtube e sui blog a tema. Mi rappresentavono nel loro sentirsi ingabbiati: nelle proprie forme morbide (dove non dovevano esserci), nei pronomi e in quel nome totalmente femminile (che nel mio caso non si poteva rendere neutrale in nessun modo), in quella voce troppo acuta e nella pelle del viso troppo liscia.

Dopo molte e lunghe riflessioni ho compreso che dovevo dirlo alla mia famiglia. Ho fatto il primo coming out con mia madre attraverso una lettera, per poi dirlo, successivamente, a mia sorella e a mio padre. Ovviamente non hanno fatto i salti di gioia quando l’hanno saputo, ma non mi hanno voltato le spalle!

Mi sono stati vicini e mi hanno supportato fin da subito. E, grazie al loro consenso ho affrontato un percorso di supporto psicologico presso l’Agedo di Palermo durato dai 15 ai 17 anni di età.

Dai 17 ai 18 anni ho interrotto il percorso di supporto perché ho trascorso un anno veramente buio per colpa del bullismo psicologico che vivevo a scuola a causa di un mio compagno omosessuale (che nei primi anni di scuola consideravo un amico): con la scusa dello scherzo mi chiamava volontariamente per nome anagrafico quattro volte su cinque. Lo scriveva ovunque (sui banchi, su i muri, sulle pagine dei miei libri, ecc) con annesse frasi irritanti e declinate al femminile; mi faceva outing per potermi prendere in giro in pubblico tranquillamente.  Mi accusava di usare il coming out con gli insegnati come arma di vittimismo per avere vantaggi nei risultati scolastici; e altre cose anche più pesanti che è meglio non rammentare. Volevo perdere l’anno pur di allontanarmi da questa persona, anche a costo di sfidare il destino e magari di ritrovarmi con altre persone pronte a farmi soffrire. Ma d’altronde peggio di quello che stavo passando non poteva accadermi. All’inizio del quinto anno però, dopo essermi stancato di questa sofferenza, mi sono ribellato e sono riuscito a debellare questo mostro  che mi perseguitava chiamato: bullismo. Da lì ho ripreso in mano la mia vita e sono ritornato in Agedo, dove ho intrapreso l’iter psicologico per potere, dopo la perizia psicologica, iniziare la terapia ormonale.

Ho iniziato la terapia ormonale a 19 anni, il 15 Marzo 2017, e da quel momento la mia vita è solo migliorata: dal ragazzo sempre un po’ intimorito dalle altre persone e che non amava essere al centro dell’attenzione sono diventato un ragazzo ancora più forte di quanto non fossi già. Divenni energico, socievole molto più di prima e accesi i riflettori su di me senza però risultare egocentrico. Dopo più di un anno la mia autostima è aumentata tantissimo, il mio viso mi piace sempre di più (e di conseguenza piaccio di più), il mio corpo diventa sempre più maschile e col passare del tempo è come se mi dimenticassi che sono nato femmina. Me lo ricordano solo il nome sui documenti, il petto (che adesso vivo come una ginecomastia maschile) e le parti intime (verso cui non provo disforia). Ora attendo di iniziare l’iter giuridico per la rettifica anagrafica e il via alla mastectomia e all’isterectomia. Nel frattempo impiego il mio tempo tra l’università, gli amici migliori del mondo e la lotta per la difesa e la conquista dei diritti per la comunità Lgbti ad Arcigay Palermo.

Hai detto che hai subito bullismo durante l’adolescenza: c’è un’esperienza precisa che ti senti di raccontare?

Sì, un’esperienza di quando avevo 17 anni. Con una mia amica frequentavamo lo stesso gruppo di "amici” del mio compagno bullo. Una sera a casa di uno di loro, per scherzare, dovevano sfilare tutti “da donna”. Il problema fu che mi costrinsero a farlo, nonostante io avessi esplicitamente detto di non volerlo fare perché la cosa mi faceva stare male.

Mi chiusero in una stanza per almeno 20 minuti con l’ordine di farlo, o non mi avrebbero fatto uscire. A quei tempi ero fragilissimo psicologicamente perciò, dopo aver provato ad aprire la porta non so quante volte e notando che era tutto inutile, lo feci: mi vestii da donna pur di uscire da quella stanza chiusa e finire al più presto quest’atto crudele. Mentre mi vestivo loro mi guardavano dallo spiraglio della porta ridendo di gusto. Un gusto, per me, amarissimo.

Mi dovetti mettere un reggiseno di una di loro, una specie di magliette scollata, e delle scarpe alte. Nessuno, nemmeno quella che ai tempi era la mia migliore amica (poiché anche lei era succube e manipolata dal gruppo a cui a capo vi era il bullo) disse qualcosa per difendermi da quella situazione.bÈ il ricordo più terribile che ho. Umiliante. Mi sono sentito come un animale da circo. Quando l’ho raccontato alla mia attuale migliore amica è scoppiata in lacrime, abbracciandomi forte.

Oggi quella dura esperienza di bullismo l’ho ancora dentro di me. Dura così come l’ho vissuta. Raccontarla però serve per dare il senso concreto e doloroso della frustrazione che il bullismo (troppo spesso nascosto dietro frasi come “sono ragazzate”, “si fa per scherzare, non fare la vittima” ecc.) porta alle vittime. Oggi quel dolore ha cambiato aspetto. E’ carburante per voler combattere per gli altri e per non voler perdersi nemmeno un secondo della vita Bella che si può vivere.

Oggi sei più sicuro di te stesso. Chi ti ha sostenuto e ti sostiene maggiormente?

La mia famiglia, che mi è sempre stata vicina, nonostante, le iniziali incomprensioni e paure di una società che alle volte è veramente troppo cattiva; i miei amici al di fuori della scuola, che non mi hanno mai fatto sentire solo e mi hanno sempre dato la carica per andare avanti.  La maggior parte dei miei docenti del liceo, che mi hanno supportato chiamandomi al maschile (anche durante gli esami di maturità) senza nascondersi dietro scuse del tipo “finché non cambi i documenti qui dentro posso chiamarti solo in quel modo” e ideologie bigotte e retrograde; il mio psicologo, che mi ha aiutato a diventare forte e a costruire il mio carattere solare, da guerriero, di chi deve solo viversi senza aver paura del giudizio altrui, e che ancora oggi tifa per me con grande affetto; e adesso anche la famiglia di Arcigay Palermo.

Che cosa significa per te coordinare il gruppo giovani di Arcigay Palermo?

Sono molto felice di far parte del Gruppo Giovani di Palermo e di essere uno dei suoi coordinatori. Quando uscii dalla gabbia del bullismo capii che volevo fare questo nella mia intera vita: essere la voce e il volto di chi non può parlare o di chi non riesce perché troppo fragile. Arcigay Palermo mi permette di farlo attraverso l’attivismo, e allora io mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa, con particolare attenzione alle iniziative che trattano di bullismo omo-transfobico. Questo rende la mia vita una sfida continua, un qualcosa da cui non riesco più a tirarmi indietro perché so che ho la stoffa per farlo, e soprattutto mi fa sentire socialmente utile! Questa del Gruppo Giovani è stata l’opportunità più bella che Palermo potesse mai offrire, e noi partecipanti ne siamo tutti grati.

Qual è la tua esperienza universitaria da persona trans?

Sono al primo anno di Educazione di comunità, dopo un anno di Scienze della comunicazione per media e istituzioni; l’anno scorso vivevo proprio male l’ambiente universitario visto che non ero nemmeno in terapia ormonale. Eravamo 250 studenti in un’aula, e sapere che il mio nome anagrafico potesse uscire per qualche appello davanti tutte quelle persone mi faceva psicologicamente e fisicamente male. Fortunatamente non è mai accaduto, ma il dolore per l’ansia me lo ricordo ancora.

Quest’anno invece, nella nuova facoltà, mi sono messo molto più in gioco sia durante le lezioni che con i colleghi, anche grazie ai docenti con i quali ho coming out via email che mi hanno sempre dato al maschile quando dovevano rivolgersi a me. Una frase molto significativa che mi è stato detta da un mio collega è stata “non hai bisogno di un microfono per parlare, la tua voce rimbomba”. Sono sempre stato un ragazzo molto silenzioso e timido prima della terapia ormonale, e sentirmi dire una frase del genere è stata una gioia incredibile. Per la prima volta mi sono sentito Presente nel mondo.

Negli scorsi giorni l’Università di Palermo ha avviato l’attivazione del profilo alias. Come consideri questo risultato?

Appena mi è stato comunicato ho esultato come i tifosi dell’Italia ai mondiali del 2006. Per colpa di questo maledetto nome femminile che purtroppo ancora persiste nella mia carta d’identità ho il portale universitario al femminile, e di conseguenza anche la tessera unicard (che ha sostituito il libretto da due anni). Per evitare di mostrare o scrivere il mio nome anagrafico non ho prenotato determinati esami per paura dell’appello, non ho firmato petizioni utili, non mi sono iscritto ad una associazione studentesca e non sono mai andato a mensa. Ho perso tante piccole cose che per gli altri sono di una normalità che per noi persone trans con i documenti non rettificati è impensabile. E come me, tutti gli studenti e tutte le studentesse transessuali, che magari vivono anche il disagio dell’appello obbligatorio ad ogni lezione per via della frequenza obbligatoria (che io fortunatamente non ho).

Questa opportunità della carriera alias è un vero e proprio abbraccio immaginario in cui tutti noi ci stringiamo e ci confortiamo. Arcigay Palermo, l’associazione UniAttiva e il Magnifico rettore Fabrizio Micari hanno fatto qualcosa che cambierà totalmente l’esperienza universitaria delle persone transessuali. Cambierà anche i rapporti umani con colleghi e docenti: non avremo più il timore di dover fare coming out ,“venire scoperti” e non essere più chiamati ogni giorno con un nome che ci sta stretto! È una vera rivoluzione!

La città di Palermo e la comunità trans sono due realtà che si toccano o si ignorano?

Palermo è per natura una città abituata alle diversità ed è da sempre stata dalla parte della comunità LGBT. Non è di certo la città perfetta e non è esente a casi di omo-transfobia, questo no, però rispetto ad altre città è molto più tranquilla e tollerante. Io personalmente non sono mai stato aggredito né insultato. Sarà capitato tre volte in nove anni di utilizzo dei mezzi pubblici qualche domanda inopportuna fatta per prendere in giro, ma nulla di ché alla fine dei conto. Stessa cosa anche altri miei amici e altre mie amiche transessuali (al massimo queste ultime soffrono per il catcalling, ma quella è una cosa che subiscono anche le donne biologiche, quindi è tutto un altro discorso).

In conclusione, direi che Palermo “si lascia toccare” dalla comunità trans e poi la ignora lasciandola vivere come vuole senza disturbarla. Chi la disturba è sempre un caso su cento… ma educheremo anche quel caso isolato in qualche modo!

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti. 

Oggi è la volta del 27enne Valerio Colomasi, siracusano di nascita ma vivente a Roma da anni. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out, l’impegno per la promozione della cultura dell’inclusione durante gli anni universitari alla Luiss Guido Carli e quello nella lotta alle discriminazioni come socio del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli a Roma. 

Valerio, quando hai scoperto di essere gay, quali sono state le tue emozioni e i tuoi pensieri? Com’è stato il tuo coming out in famiglia?

Ho sempre avuto la certezza di non aderire, per vari aspetti, al modello che la società aveva preparato per me. Il mio rapporto con questa consapevolezza è mutato nel corso degli anni al mutare della mia maturazione e della mia formazione. Quando ho preso coscienza di essere omosessuale ho avuto la fortuna di trovarmi in una fase molto positiva della mia vita, al punto che il mio percorso di accettazione si è limitato ad una semplice presa d’atto della situazione. Quanto ai coming out il discorso è diverso. Non è un caso che io ne parli al plurale: ciascun coming out ha avuto un valore completamente diverso dagli altri. I primi coming out, con gli amici, sono stati liberatori e hanno rappresentato gli strumenti per costruirmi uno spazio di libertà; poi mi sono fermato.

Ho costruito una dimensione di vita libera e piena, dove nulla era nascosto, dal mio attivismo a Muccassassina, ma avevo difficoltà a comprendere perché io, da persona molto riservata, dovessi essere costretto a fare una dichiarazione pubblica per essere letto, e dunque compreso, dalla società. Ho rifiutato il coming out come uno strumento di controllo sulla mia sfera personale e solo successivamente ho imparato a rivendicarlo come un mezzo di testimonianza pubblica del mio impegno sociale e politico. Per questo, dopo qualche anno, decisi di parlare di me a 360° in una campagna di comunicazione del Roma Pride, una specie di coming out urbi et orbi, con l’intenzione di trasformare qualcosa che consideravo oppressiva in uno strumento di liberazione collettiva, una testimonianza che speravo potesse dare coraggio a chi ancora non l’avesse trovato: coraggio di essere se stessi ma anche, e soprattutto, coraggio di combattere per una società diversa.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza nel gruppo Lgbti della Luiss, di cui sei uno dei fondatori?

L.Arcobaleno è stata, e continua ad essere, un bellissimo esempio di associazionismo. Gli anni che ho dedicato alla nascita e alla crescita di questa associazione non mi hanno solo lasciato ricordi indelebili, ma mi hanno formato come attivista. Sono stati i miei anni di crescita e a quella esperienza sono debitore per quello che sono adesso, anche e soprattutto per il mio modo “laico” di leggere e di vivere l’attivismo Lgbti italiano.

L.Arcobaleno, infatti, è nata anche per dare una casa a chi nel movimento Lgbti non trovava posto, dando dello stesso una lettura critica ma costruttiva. Quella visione rappresenta uno dei tesori più preziosi che porto con me da quegli anni e che cerco di mettere al servizio delle realtà in cui lavoro: il fatto che determinate cose sono sempre state fatte in un certo modo non può voler dire che dovrà essere così per sempre.

Svolgi la tua attività di militante Lgbti nell’ambito dell’associazionismo. Quali sono secondo te i pro e i contro di questa esperienza?

Su pro e contro dell’associazionismo bisognerebbe scrivere un libro. Sicuramente l’associazionismo Lgbti italiano, come in generale tutto il mondo del Terzo Settore, sta vivendo una crisi importante, frutto della trasformazione epocale che viviamo. Questa fase richiede un enorme sforzo di comprensione dei profondi mutamenti che la nostra società ha vissuto negli ultimi decenni e richiede anche un lavoro di trasformazione e adattamento delle associazioni e dei movimenti per rispondere alle nuove esigenze. Lo schema attuale che vede confrontarsi dei modelli aggregativi “novecenteschi” e un pubblico di potenziali attivisti ormai entrati concettualmente (oltre che anagraficamente) nel nuovo millennio, non riesce più a portare avanti con la medesima efficacia quelle istanze di cambiamento che restano essenziali per la società italiana. L’analisi delle criticità, più che dei “contro”, si ricollega inevitabilmente ai “pro” della mia attuale esperienza associativa al Circolo Mario Mieli.

Il Circolo quest’anno compie 35 anni e con la sua colossale storia porta anche le inevitabili necessità di trasformazione. La differenza rispetto ad altre realtà, nonché la ragione che mi ha spinto ad impegnarmi qui, è che il Circolo ha capito che è necessario cambiare e sta cominciando a farlo. Un cambiamento più vicino a una naturale evoluzione che a una sbrigativa “rottamazione”, un adattamento finalizzato a continuare il proprio compito di trasformazione del Paese partendo dalla nostra storia, coinvolgendo le forze migliori che negli anni hanno dedicato le proprie energie al Circolo e investendo sulle nuove energie che si affacciano adesso all’impegno politico.

L’onda Pride 2018 è in arrivo. Cosa pensi di questa formula? Un orgoglio dei localismi ?

Onda Pride è uno strumento e come tale non è di per sé né buono né cattivo. Gli strumenti sono funzionali ad una strategia che a sua volta segue l’analisi della situazione; il problema di Onda Pride è che, pur rispondendo ad una corretta analisi del movimento Lgbti italiano, non è al servizio di alcuna strategia. Onda Pride nasce proprio dalla presa d’atto che non si riusciva a formulare alcuna strategia complessiva sulla questione “Pride” e quindi ci si è limitati ad abbandonare il campo e a fotografare un movimento Lgbti che in Italia è sostanzialmente “cittadino”. Prova dell’assenza di strategia è che Onda Pride nel corso degli anni si è via via depotenziata riducendosi, oggi, ad un mero elenco online di Pride su tutto il territorio nazionale. Il problema è l’assenza di strategia, non gli strumenti, e negli ultimi anni abbiamo assistito ad un fiorire incessante di strumenti con il contemporaneo appassire di ogni forma di strategia politica collettiva.

Per rispondere direttamente alla domanda: sì, è il trionfo dei localismi ma questo non è di per sé un problema perché frutto della constatazione che ad essere “locale” è lo stesso movimento Lgbti italiano. Il problema, semmai, è appiccicare un’etichetta dal vago sapore unitario a qualcosa che unitario non è. Del resto anche questa non è affatto una pratica nuova nel nostro mondo.

Cosa significa per te lavorare come militante in una città cosi grande e piena di contraddizioni come Roma?

Roma è una città difficile, e non mi riferisco solo alle innegabili difficoltà logistiche e pratiche di una metropoli che negli ultimi anni è stata governata come se fosse una cittadina medio-piccola. Il problema di Roma, oggi, è il torpore. Un torpore che talvolta è anche politico, culturale e artistico, e che la fa retrocedere nell’immaginaria classifica delle città di avanguardia. Come è possibile che una città così grande, così interessata da fenomeni migratori, abbia rinunciato a costruire strade nuove del pensiero, della cultura e della politica che, grazie alla contaminazione, dovrebbero invece trovare un ambiente estremamente fertile a Roma?

Sicuramente c’è un problema di classe dirigente, quella vecchia che nel sonno del pensiero non conforme prospera, ma anche quella che pretende di essere “nuova”, ma che è arrivata alla guida grazie alla semplificazione spicciola e alla divisione netta, guardando con orrore a chi ricerca le sfumature e “complica” i discorsi per andare a leggere ciò che non è visibile a occhio nudo. Il patto scellerato tra queste due “elite” ha portato a politiche di smantellamento costante dei luoghi di elaborazione culturale e politica non inquadrate, nonché a continui tentativi di indebolimento delle istanze di cambiamento radicale che, con difficoltà, maturano anche in questa città sfortunata.

Il risultato elettorale ha viswto un’avanzata del M5s e della Lega nonché una disfatta dei partiti della sinistra. Il Movimento Lgbti come può rafforzare la sua battaglia per i diritti Lgbti? È sufficiente parlare solo di questi diritti oppure è ora di cambiare allargando ad altri fattori di rischio?

Dopo il 4 marzo ci troviamo in una fase di passaggio in cui si abbozzano nuovi poli politico-elettorali, la cosiddetta “Terza Repubblica”, ma dubito che l’affermazione di Lega e Movimento 5 Stelle esaurisca la trasformazione del quadro politico. I due partiti, pur diversi in tanti aspetti, hanno in comune l’impostazione politica di fondo, in particolare in riferimento al ruolo della politica nella società. Entrambi sembrano allergici ai corpi intermedi e vivono il ruolo dei partiti politici come quello di un catalizzatore dei sentimenti e delle emozioni dell’elettorato. Per rendere efficace questa impostazione devono solleticare questi sentimenti e queste emozioni innescando un circolo che si autoalimenta. Allo stato attuale manca un’alternativa politica a questo schema, quantomeno in una dimensione virtualmente maggioritaria. Ecco, credo che queste elezioni abbiano dato vita ad uno solo dei poli che si contenderanno la leadership nella “Terza Repubblica”, manca il suo antagonista. Quella che manca è una voce progressista che si assuma la responsabilità di non limitarsi a registrare e rilanciare gli umori dell’elettorato ma che si impegni a governare le trasformazioni che le nostre società stanno vivendo. Serve una voce che rimetta al centro i corpi intermedi e che con essi si impegni a fare elaborazione e sintesi politica. La sfida del nostro movimento dopo le elezioni di quest’anno è innanzitutto questa.

Noi siamo tra coloro che più hanno da perdere dall’eccessiva semplificazione del dibattito pubblico, dalla rappresentazione senza filtri di sentimenti e umori e dalla morte di quei corpi intermedi che hanno rappresentato le sedi dell’avanguardia politica e culturale nel nostro Paese. Del resto le ultime elezioni ci hanno dato prova di quanto diventi ininfluente il movimento Lgbti italiano, soprattutto in ambito nazionale, quando i partiti privilegiano il rapporto diretto tra elettore e leader. Così il principale partito di centrosinistra, per anni interlocutore privilegiato del nostro mondo, ha “impallinato” un attivista storico, oltre che ottimo senatore, come Sergio Lo Giudice, ha scritto la parte del programma relativa alle questioni Lgbti  senza il contributo delle associazioni Lgbti, ha ricandidato i catto-dem che hanno mutilato la legge sulle unioni civili e la lista potrebbe continuare. Forse, quindi, la sfida che abbiamo davanti non riguarda solo e tanto le nostre rivendicazioni ma il modo stesso di fare politica perché su questo piano si gioca oggi la partita decisiva per il progresso del Paese.

Una volta essere gay, visibile e impegnato nel movimento Lgbti era “rivoluzionario”. Cosa significa essere un persona Lgbti nel nuovo Millennio?

Direi che essere impegnati nel movimento Lgbti oggi ha comunque una portata in qualche modo “rivoluzionaria”. Certo, il mondo è cambiato e le sfide di oggi sono molto meno complesse di quelle di ieri, ma la testimonianza delle tante persone che, in un’epoca di disimpegno, scelgono di mettersi al servizio della comunità rappresenta qualcosa di prezioso. Il nostro movimento, nonostante le tante difficoltà, continua a scendere in piazza, continua a costruire politica, continua a interrogarsi e a crescere, continua a fare cultura, continua a sopperire alle lacune nelle politiche di Welfare, continua a creare aggregazione, tutte attività che ormai fanno in pochi. Fare politica in un contesto in cui sembra che nessuno voglia più davvero farla è una scelta rivoluzionaria, rappresenta un modo diverso di essere cittadini e cittadine: di questo dobbiamo essere molto orgogliosi.

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