rosario murdica

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In occasione dell'evento Incontro con il cinema sardo a Roma, che si terrà domani presso il Cinema Trevi a partire dalle ore 17:00, abbiamo intervistato Giovanni Coda. Cagliaritano di nascita, è un regista cinematografico e fotografo con molti anni di attività nelle arti visive. Senza contare i diversi premi ottenuti attraverso la partecipazione a numerosi festival nazionali e internazionali.

Giovanni, qual è il significato della kermesse di domani? 

Questa giornata di sabato 17 Febbraio si inserisce in un percorso consolidato di incontri organizzati dall'associazione Il Gremio in collaborazione con la cineteca nazionale e altre realtà associative. Percorso teso a promuovere il cinema e gli autori della mia terra. È un'occasione di incontro con la città e di promozione del mio lavoro che viene distribuito, prevalentemente, nei circuiti festivalieri.

Domani alcuni tuoi lavori cinematografici quali Il Rosa Nudo, Bullied to Death e infine Xavier saranno proiettati al cinema Trevi. Quale è, se c'è, il filo rosso che unisce queste tre opere? 

Il Rosa Nudo e Bullied to Death sono i primi due capitoli di tre dedicati alla violenza. Il primo film è ispirato alla vita di Pierre Seel, deportato omosessuale durane la seconda guerra mondiale. Bullied to Death è invece ispirato alla triste storia di Jamey Rodemayer e tratta il tema del bullismo a sfondo omofobo. Xavier è dedicato alla figura di Xavier Jugéle, il poliziotto gay deceduto durante l'attentato terroristico dello scorso aprile a Parigi. 

Viste le tematiche affrontate, oltre alle persone Lgbti a chi consiglieresti di venire al Cinema Trevi per vedere le tue opere?

Il mio pubblico è più eterogeneo di quanto si possa immaginare. I miei film sono stati proiettati in tanti istituti scolastici e in parecchie università in particolare all'estero. Sono opere "diverse" dal taglio documentaristico che si fonda in un clima più performativo che di finzione. È una modalità nuova di intendere il cinema Lgbti, che tra l'altro, in Italia, è in grande difficoltà (proattivamente parlando).

L'evento è in collaborazione con la Cineteca Nazionale e altre Associazioni. Per diffondere cultura antidiscriminatoria e sensibilizzare a temi come quelli da te tratttati quanto è importate fare rete?

È importantissimo, indispensabile ormai. Attraverso i social media interagisco con centinaia di persone in contemporanea, molti dei quali sono amici che a loro volta sostengono e promuovono il mio pensiero, il mio lavoro.

Ognuno di noi è il prodotto delle proprie radici culturali, familiari, storiche. Artisticamente parlando, quali sono le tue? E a quali di queste radici devi maggiore riconoscenza per ciò che sei oggi?

Le mie radici come artista (e come uomo) affondano nel terreno della formazione. Arrivo dalla vitalità dei "circoli del cinema" degli anni '80 e '90 passando per maestri quali Aldo Braibanti, Oscar Manesi, Mario Merlino, Peter Greenaway, Gianni Toti, Giovanni Minerba. Recentemente devo molto alla proficua frequentazione con il performer milanese Dino Cataldo Meo per giungere ai miei studi fotografici nel prestigioso Ideep di Barcellona. Il mio cinema è il prodotto di un innesto di anime varie e varie arti.

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In concomitanza con quelle politiche il 4 marzo si terranno in Lazio le elezioni regionali.

Al riguardo abbiamo intervistato Massimo Farinella, candidato nella lista +Europa con Emma Bonino.

Massimo, chi ti conosce sa il tuo impegno nel mondo Lgbti e non. Quali saranno, qualora eletto, le tue priorità?

Non esistono soluzioni semplici, ma non c'è dubbio che rispetto a una delle competenze principali della Regione, ossia la sanità, occorre maggiore efficienza in modo da renderla davvero accessibile a tutti. Maggiore efficienza si ottiene anche se è più stretto e trasparente il controllo che i cittadini esercitano sulle istituzioni. Per questo riteniamo fondamentale introdurre nuovi strumenti di partecipazione popolare (rendendo anche più semplice e di buon senso la raccolta firme). A questi temi aggiungo la necessità di garantire una gestione del ciclo dei rifiuti sostenibile, una maggiore formazione e il potenziamento delle politiche attive per l'inserimento al lavoro.

Sei da tempo in prima linea nella lotta all’Hiv e alle Mst. Cosa credi che si debba fare concretamente di più al riguardo in Lazio oltre a un’informazione mirata?

Nel 2016 (ultimi dati Coa) nel Lazio abbiamo registrato quasi 600 nuove diagnosi di Hiv (dopo la Lombardia, siamo la regione con il tasso più alto). A questi dati si aggiungono quelli relativi alla sifilide. Abbiamo conosciuto un’epidemia di epatite A, e tra le diagnosi di Hiv abbiamo un 30% circa di persone che arrivano in ritardo con sintomi legati all’Aids, cui si aggiungono gli inconsapevoli, il sommerso.

L'unica soluzione è la concreta e reale applicazione del Piano nazionale Aids approvato nel 2016 che prevede interventi per ridurre il numero delle nuove infezioni, con strumenti di prevenzione combinata (condom, TasP, PrEP); l'accesso al test ed emersione del sommerso (test rapidi); l'accesso alle cure e mantenimento in cura delle persone con Hiv in trattamento; e infine, la lotta allo stigma e la tutela dei diritti delle persone con Hiv. Inoltre bisogna aumentare e mettere in connessione i luoghi dove è possibile fare prevenzione e test, sedi di associazioni (check point), centri per le Ist, consultori delle Asl (che devono anche essere potenziati) dove le persone accolte devono ricevere il giusto counselling. Rendere strutturali gli interventi nelle scuole.

Oggi abbiamo tutti gli strumenti e la conoscenza per contrastare in maniera efficace l’Hiv e le altre Ist, ma bisogna applicare seriamente tutte queste azioni. Dall'esperienza che ho maturato in questi anni, non servono interventi estemporanei (e a dire il vero negli ultimi cinque anni non ci sono stati nemmeno quelli), ma un lavoro costante e capillare.

Molti ti conoscono per la pluriennale militanza nel Circolo omosessuale Mario Mieli. Secondo te che cosa devono fare innanzitutto le associazioni per favorire un’educazione alle differenze?

Sì, sono arrivato al Circolo nel 1994. Bisognerebbe agire su due piani, interno ed esterno. Sarebbe innanzitutto utile promuovere consapevolezza e memoria storica all'interno della comunità Lgbti. Questo consentirebbe di rafforzare gli strumenti di lotta, e di individuare con più efficacia i nuovi obiettivi dell'associazionismo Lgbti. Mi sembra centrale, in questa fase storica, stabilire un dialogo e obiettivi di lotta comune con le tante realtà che operano per il riconoscimento dei diritti civili. Non è più tempo di lotte separate. Occorre, al contrario, mettere insieme le energie. Penso, in particolare, al movimento delle donne, dei diversamente abili, dei migranti e di altri minoranze che rivendicano il diritto, innanzitutto, a essere parte della società nel suo complesso con pieni diritti.

È una prospettiva e un obiettivo di lotta che vorremmo portare alla Regione Lazio: occorre promuovere una visione più aperta della società, arginando la paura verso le differenze (la storia dimostra che le differenze in realtà arricchiscono le società aperte) e incoraggiando la disponibilità ad accogliere esperienze e vissuti molto lontani tra loro. Anche in questo caso le scuole giocano un ruolo fondamentale. Sul piano sanitario, formativo e del lavoro la Regione Lazio sembra che abbia portato a casa molti risultati sul piano organizzativo e non solo.

Per voi di +Europa quali sono le altre urgenze da affrontare?

Finalmente si ritornerà a una gestione in regime ordinario alla fine del 2018. Quindi si aprono nuove possibilità, anche se bisogna comunque implementare i meccanismi che consentono alla Regione Lazio di introdurre nel sistema gli anticorpi affinché la spesa sanitaria rimanga sotto controllo. Vogliamo convocare come primo atto gli Stati generali della Salute e avviare un confronto tra le istituzioni, gli operatori della sanità, gli enti e le associazioni per individuare le migliori strategie per l’immediato futuro, a partire dai modelli di gestione value-based applicati con successo in altri paesi europei.

L’altra priorità è la salute della donna: vogliamo difendere il ruolo di presidio laico e gratuito dei consultori a tutela della salute della donna. Siamo convinti della necessità di garantire la libera prescrizione di cannabis a uso terapeutico ed estendere la somministrazione gratuita a più tipologie di pazienti e consentirne la prescrizione al medico di base, come previsto dalla normativa nazionale.

Per quanto riguarda il tema del lavoro, purtroppo è molto elevato il tasso di disoccupazione giovanile (41,6%) nel Lazio. Per questo vogliamo investire maggiormente nella formazione post-diploma non universitaria, promuovere con obiettivi più ambiziosi le filiere degli istituti tecnici superiori (Its) di alta specializzazione, ai quali si accede dopo aver superato l’esame di Stato, e moltiplicare la loro offerta formativa. Le proposte complete si possono trovare sul sito di Radicali Roma.

Ogni anno sei sempre in testa al Roma Pride. Sarà dunque possibile vederti anche in “testa” in Regione?

Sì, è vero sono sempre in testa al corteo, insieme ad altri compagni del Mario Mieli, per fare in modo che il corteo si muova nei tempi previsti. Ogni anno mi ritrovo a pensare: ma quando potrò mai godermi un Pride in pace? Ma forse, conoscendomi, anche se non sarò alla testa del corteo, sentirò sempre un po’ quell’ansia che prende quando si desidera che una cosa riesca appieno. In ogni caso, in testa o in fondo al corteo, al Pride ci vedremo, e speriamo anche subito dopo il 4 marzo alla Pisana!

Ma allora viva sempre il Pride o no?

Certo! Il Pride è il momento unificante non solo dell’intera comunità Lgbti, ma di tutte le persone libere che credono fermamente nel rispetto verso ogni diversità. Uno slogan di un Pride di Roma, se non erro del ’97, era Un mondo di diversi con uguali diritti (e aggiungerei doveri) e questo slogan secondo me rappresenta l’essenza di un Pride.

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Il numero delle vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale sta aumentando esponenzialmente. Negli ultimi di tre anni, secondo l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), esso è cresciuto del 600%. È un commercio che assume strutture sempre più organizzate. È una forma moderna di schiavitù e di produzione di ricchezza per gli sfruttatori.

Per capirne di più, ne parliamo con Carmen Bertolazzigiornalista, attivista, presidente dell'associazione Ora d'Aria, impegnata nella difesa dei diritti delle persone transessuali/transgender detenute, vittime di tratta e in stato di vulnerabilità.

Quando parliamo di tratta non possiamo non parlare di prostituzione coatta. È cosi o facciamo un errore?

Oggi parlare di tratta di essere umani e di riduzione in schiavitù significa toccare differenti aspetti. Lo sfruttamento sessuale e lavorativo, la costrizione a compiere atti illegali o alla mendicità, ma anche a matrimoni forzati fino ad arrivare al commercio illegale di organi. Parliamo di mafie e organizzazioni internazionali che elaborano sempre nuove strategie per trarre guadagno dal prodotto che vale di più sul mercato criminale globale: il corpo umano.

Lo sfruttamento sessuale è certamente il più gettonato, per via dei profitti alti, senza registrare mai un calo della domanda per il sesso a pagamento

Le donne che vediamo oggi a prostituirsi in Europa e nel nostro Paese sono tutte vittime di tratta?

Occorre fare una doverosa distinzione. Il termine, ma ancor più il concetto di prostituzione, va declinato. Esiste una prostituzione scelta, e in questo caso si parla di sex worker, ossia di donne e uomini che decidono di avere rapporti sessuali a pagamento scegliendo loro con chi, per quanto e gestendo ovviamente in proprio gli introiti. Questa è una forma di prostituzione che si pratica oggi prevalentemente al chiuso e su internet, anche se non manca chi lavora ancora per strada.

Altra storia è la prostituzione coatta, ossia l’essere obbligati e sfruttati. Quando parliamo di tratta e di schiavitù sessuale, è evidente di cosa parliamo. È presente ovunque in Europa, e ovunque nel nostro Paese, dalla grande città al paesello, ed è la stragrande maggioranza. Difficile, se non impossibile dare delle cifre, anche se si parla del 90% di prostituzione coatta, soprattutto su strada. Tantissime e sempre in aumento, tragedia nella tragedia, le minorenni.

Potresti fare un profilo di una vittima di tratta e cosa viene costretta a sopportare?

Le persone vittime di tratta sono tutte straniere. In genere provengono da realtà sociali povere se non degradate, hanno una scolarizzazione bassa, sono spesso vittime di violenze e molestie già dall’infanzia. Insomma sono le persone più vulnerabili nel loro contesto d’origine che, con disperazione, cercano una vita migliore. Sono le più fragili nel rapporto con chi propone facili soluzioni e non si rendono conto che l’offerta è una trappola. Un viaggio infernale, rischio di morire, abuso e violenze durante il tragitto, ricatti alla famiglia per costringere i parenti a pagare alzando continuamente il prezzo. E, poi, condizioni disumane di vita e di sfruttamento in Italia, e un debito infinito che le inchioda al marciapiede.

C'è una tratta anche maschile? E come funziona? Oppure i maschi sfruttano il loro privilegio di essere maschi e si gestiscono da soli la loro prostituzione?

Non si può parlare di una vera e propria tratta organizzata allo scopo di sfruttamento sessuale al maschile: loro sono destinati prevalentemente allo sfruttamento lavorativo. Ma nel passato abbiamo visto giovani dell’Est che si prostituivano organizzati da altri connazionali. Personalmente mi è capitato di seguir ragazzi gay del centro-sud America destinati al mercato della prostituzione ma con l’obbligo di travestirsi da donna. Poi, una volta entrati nel progetto, hanno ripreso a vivere serenamente il loro orientamento sessuale. O a viversi liberamente una realtà di bisessualità o queer. Come scelta e desiderio.

Quali sono i principali Paesi d'origine? 

Per le donne prevale oggi la Nigeria. Per le persone trans il Brasile, oltre la Colombia e l’Argentina.

Se una donna o un uomo vittime di tratta volessero ribellarsi, cosa possono fare? 

Sono molteplici le possibilità di fuoriuscita. Esiste il numero verde (800290290). Molte sono le unità di strada che intercettano le vittime per strada. E un ruolo lo svolgono anche i clienti che spesso instaurano un rapporto di amicizia, se non affettivo, con le vittime, le aiutano a scappare e a mettersi in contatto con i progetti di fuoriuscita. Molte vittime di tratta vengono portate dagli sfruttatori alle Commissioni territoriali allo scopo di ottenere un permesso come richiedenti protezione internazionale e in questa sede possono essere intercettate e chiedere aiuto. Se molti non si voltassero dall’altra parte, si potrebbe fare molto di più. Penso anche ai proprietari che affittano le loro case agli sfruttatori dove vengono richiuse le vittime, ai vicini di pianerottolo che le vedono. Insomma, a tutti noi.

Da essere vittima della tratta e prostituzione a sex worker: è possibile?

Certo che è possibile. In Italia la prostituzione non è un reato, purché non vi sia sfruttamento. Le vittime arrivano illegalmente e durante il percorso nei progetti di fuoriuscita e di protezione è doveroso dare loro altre opportunità, come una scolarizzazione, una formazione e un inserimento lavorativo. Serve loro per ottenere un permesso regolare per restare nel nostro Paese e per percorrere un cammino di integrazione. Poi, altro rientra nelle ùscelte personali. Alcune vittime della tratta riescono a pagare il debito e poi continuano a prostituirsi senza gli sfruttatori, o almeno a condizioni diverse.

Persone trans vittime di tratta: qual è la tua esperienza ? 

Rappresentano le invisibili e sono discriminate anche in questa realtà. Le persone transgender vittime di tratta sono numerose, ma a loro si presta scarsa attenzione. Vengono considerate poco affidabili. Pare, inoltre, che le loro denunce valgano meno delle altre. E fino a poco tempo fa nessuno offriva loro una via d’uscita. Ora le cose sono cambiate: l’associazione Ora d’Aria gestisce da una decina di anni due case riservate a vittime trans all’interno di un progetto finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e promosso dalla Regione Lazio. Ma anche in altre regioni vi sono ospitalità riservate a loro.

Arrivano con gravi problemi di salute, con dipendenze, con un uso smodato di ormoni e di silicone e un loro inserimento nella collettività non è semplice, soprattutto nel mondo del lavoro. Si fa fatica persino a trovare un’azienda disponibile a ospitarle in borsa lavoro seppur pagata dal progetto. Alcune hanno deciso per l’intervento chirurgico, altre no. E, ora, anche per loro chiederemo l’adeguamento anagrafico. Il cammino per i diritti è ancora lungo.

 

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La giornalista Marta Bonafoni sta terminando il suo mandato di consigliera regionale in Lazio. Punta ora al raddoppio in vista delle prossime elezioni che, in concomitanza con quelle politiche, si terranno il prossimo 4 marzo.

A lei, che è una delle firmatarie del pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere (testo approntato grazie soprattutto al Circolo di cultura omossesuale Mario Mieli), abbiamo rivolto alcune domande sul suo impegno a tutela dei diritti delle persone Lgbti.

Consigliera Bonafoni, di nuovo in pista per le prossime elezioni regionali?

Direi proprio di sì. Con la firma di qualche giorno fa della mia candidatura, è partita ufficialmente questa avventura nella Lista Civica Zingaretti Presidente che da qui al 4 marzo mi vedrà impegnata al fianco di Nicola Zingaretti per continuare quel percorso virtuoso iniziato cinque anni fa.

A suo parere quali sono le piste da seguire per migliorare la lotta contro l'omofobia, la transfobia e le discriminazioni. E a che punto siamo con lo specifico pdl regionale?

Una delle strade, ad esempio, è proprio quella di approvare la legge regionale contro l’omotransfobia, di cui sono firmataria, che per motivi di tempo non abbiamo potuto chiudere in questa legislatura. Si tratta di un testo importante, non solo perché frutto di un lavoro di squadra con le realtà e le associazioni Lgbti. Ma anche perché, come ogni legge, consente di finanziare tutti quegli interventi per il contrasto alle discriminazioni di genere.

Sono misure da applicare in ambiti specifici di competenza regionale quali la scuola, il welfare, la famiglia, l’istruzione, le politiche attive del lavoro, l’ambito socio sanitario e la comunicazione per favorire l’uguaglianza dei diritti – anche per le famiglie basate sui vincoli affettivi - l’accesso ai servizi, al mondo del lavoro e l’utilizzo di un linguaggio non discriminatorio attraverso percorsi di formazione, informazione e prevenzione.

Bullismo e violenza nelle scuole. Su questo tema quale sarà il lavoro futuro?

Gli episodi di bullismo nelle scuole, molti dei quali a sfondo omofobico, dimostrano che ancora molto c'è da fare. Con le azioni quotidiane, con l'educazione nelle scuole, con le campagne di sensibilizzazione e anche con i provvedimenti legislativi, la politica deve rendersi protagonista di questo cambiamento culturale. Come Regione Lazio abbiamo accettato questa sfida politica e culturale, ad esempio approvando una legge contro il bullismo, che parla non solo ai giovani, ma anche alle famiglie e al mondo della scuola e dello sport, di rispetto, diversità, tolleranza ed educazione all'affettività. Una legge che non a caso richiama esplicitamente l’articolo 21 della Carta europea dei diritti dell’uomo e quindi le discriminazioni per orientamento sessuale. Ecco, c’è bisogno che questa legge cammini sulle sue gambe, che sono anche le nostre, in giro per ogni scuola e ogni provincia.

Oltre alla passione per il giornalismo quella per la politica. Questi anni in Regione ad affrontare i problemi del territorio laziale e dei cittadini cosa ti hanno insegnato?

La passione per il giornalismo forse è proprio stata il preludio a quella per la politica. Questo perché la radio, in 20 anni da cronista, mi ha insegnato a essere una giornalista libera, indipendente, capace di fare comunità. Ed è con questo spirito che cinque anni fa sono diventata consigliera regionale con Nicola Zingaretti. Cinque anni faticosi, ma anche bellissimi e straordinari, pieni di incontri e di sfide che mi hanno insegnato molto ma soprattutto due cose: quello di pormi all’ascolto delle persone e quello di spaccare a metà le mie giornate stando tanto dentro le aule (perché la Regione fa atti e leggi e occorre studiare, capire, scrivere, votare per il meglio), quanto fuori, per strada, nelle piazze, nei luoghi dove si consumano la vita, il lavoro, i bisogni e i sogni delle persone.

Molto è stato fatto in questi anni, ad esempio con la norma sui servizi sociali, in cui i servizi sono destinati a tutte le famiglie senza distinzione o con il progetto contro l’omofobia nelle scuole messo in campo già dal primo anno dell’amministrazione Zingaretti ma la strada è ancora lunga e proprio questo noi ci siamo.

La violenza sulle donne continua a mietere vittime. Quali impegni andrebbero maggiormente rafforzati e quali buone pratiche applicate?

Questa è la domanda delle domande. La violenza contro le donne è un tema a me talmente caro che tra i primi atti da me presentati in Consiglio c’è stata proprio una mozione, preludio di quella che poi sarebbe diventata la legge regionale contro la violenza sulle donne. Una legge che ha viaggiato in quasi ogni scuola di questa Regione. L’abbiamo raccontata con le associazioni ad aule di studentesse e di studenti: talvolta attenti e partecipi, altre volte apparentemente distratti. Ed è stato proprio da questi ultimi che siamo ritornati. La legge ha permesso di finanziare progetti rivolte alle scuole, interventi per l’inclusione sociale e per l’autonomia delle vittime, l’assegnazione di borse di sostegno agli studi per gli orfani di femminicidio e progetti contro la tratta.

Ma la Regione Lazio ha lavorato molto anche sulla presa in carico, implementando i centri antiviolenza e le case rifugio che quest’anno passeranno da 14 a 24 con l’apertura di nuove dieci centri antiviolenza, a cui se ne aggiungeranno altri nove entro aprile 2018. In questo modo abbiamo esteso la rete regionale a 33 strutture, più del doppio di quelle finanziate dalla Regione nel 2013. Questo, per dirla come una recente campagna promossa dalla regione Lazio per il 25 novembre, perché l’unico modo di intervenire è quello di andare “Oltre l’indignazione, l’impegno”, ed è così che dobbiamo continuare a lavorare.

Il Paese sta affrontando prove difficili. Il livello di povertà cresce di giorno in giorno e la disoccupazione affligge specialmente i giovani. Rispetto a loro, cosa ha messo in campo la Regione Lazio?

Due misure su tutte sono e sono state il fiore all’occhiello di questa amministrazione: la prima è il bando “Torno subito” dell’assessorato Diritto allo Studio, Formazione e Ricerca, giunto ormai alla sua quarta edizione e rivolto ai giovani dai 18 ai 35 anni che finanzia percorsi integrati di formazione e di esperienze lavorative nazionali e internazionali. Si tratta di un punto fermo che quest’anno ha visto finanziati 2000 progetti, ovvero 2000 ragazzi pronti a partire e a tornare, che si sono aggiunti ai circa 4000 partecipanti delle edizioni precedenti, per un totale di quasi 6000 progetti finanziati.

Il secondo intervento si chiama “Riesco” ed è rivolto ai Neet ovvero quei ragazzi e quelle ragazze che non studiano, non lavorano e pensano di non avercela fatta. Per 5000 di loro la Regione Lazio ha messo in campo il reddito di inclusione formativa per rafforzare le opportunità di inserimento occupazionale.

Sono state tra le migliori risposte alla fuga dei cervelli nel nostro Paese, al blocco dell'ascensore sociale e all'impoverimento. Un investimento concreto in economia, conoscenza e formazione, per dare opportunità vere a migliaia di ragazzi e ragazze.

Un' ultima cosa: anche quest'anno, suppongo, sarà presente al Pride. Qual è l'emozione più bella che ha provato?

Ho partecipato a ogni singola edizione del Pride e non mancherò anche quest’anno. La Regione Lazio ha sempre patrocinato questi eventi, dal Pride al Gay Village e la mia partecipazione c’è sempre stata non solo come conigliera ma come persona. Una persona che in quel corteo, bello, festoso, colorato, giusto, ha sempre sentito che non c’è niente di meglio che l’inclusione, per tutte e tutti.

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Potere al popolo, il nuovo movimento politico proveniente dal basso che sta animando con il suo contributo la campagna elettorale, ha candidato capolista alla Camera in Trentino  Alto Adige l'attivista Daniela Tonolli. L'abbiamo raggiunta per saperne qualcosa di più.

Da qualche anno i cittadini hanno deciso di organizzarsi in diverse forme di partecipazione alla vita democratica del paese. Potere al Popolo : un nome che potrebbe avere mille significati. Ci puoi dire cos'è?

Potere al popolo è una rivoluzione. Ha mille significati. In una società dove le persone sono umiliate e sfruttate ogni giorno per poter sopravvivere, abusate perché donne, rifiutate per la loro origine, per il loro orientamento sessuale, con un contratto di lavoro o una pensione a 800 euro al mese, è necessario un radicale cambiamento. Questo può avvenire solo partendo dai territori (come nel caso dell'ex Opg di Napoli) per poi federare le lotte territoriali e portarle a livello nazionale. È una rivoluzione. Questo è Potere al Popolo.

Daniela Tonolli e Potere al popolo cosa hanno in comune?

Oltre al programma (ovviamente), abbiamo in comune la rivoluzione, intesa come la responsabilità politica di ognuna e ognuno di noi di incarnare quotidianamente la propria specificità in modo sinergico e la radicalità, intesa come "intervenire alla radice dei problemi", come sosteneva colei che per me rappresenta un'icona di tutte le lotte: Angela Davis.

Nella lotta contro le discriminazioni, l'omofobia e la transfobia qual è il contributo di Potere al popolo ?

È un contributo radicale insieme all'antileaderismo e antipersonalismo. Nel panorama della sinistra (area in cui sono sempre stata collocata) ho scelto Potere al popolo. Noi parliamo chiaramente di lotta all'omotransfobia e l'urgenza di una legge. Che non solo punisca chi usa violenza (verbale o fisica) contro persone Lgbti ma che dia anche la concreta possibilità di sostenere l'educazione alla differenza che deve essere portata in primis nelle scuole.

Vogliamo il matrimonio egualitario e il riconoscimento pieno dell'omogenitorialità nonché l'adozione ai single. Puntiamo al divieto dell’intervento chirurgico genitale sulle bambine e sui bambini intersessuali prima che possano sviluppare la loro reale identità di genere. Una pratica barbara che dagli anni cinquanta viola i diritti umani.

Siamo venuti a conoscenza di attacchi omofobi nei tuoi riguardi: ce li puoi raccontare?

Ho scelto di presentare la mia candidatura come capolista alla Camera in Trentino Alto Adige Sudtirol mediante un manifesto con la mia immagine e una mia breve "dichiarazione di intenti".Questo manifesto è circolato su alcune pagine italiane Mra (Men's Rights Activism) e su profili di militanti di sinistra. Sono stata attaccata e insultata principalmente per le parole che ho usato e poi anche per il mio taglio di capelli e per la spilla da balia all'orecchio. Qualcuno ha pubblicato la foto di un kalashnikov come "rimedio" alla mia esistenza.

In privato ho ricevuto insulti molto pesanti. Si parla molto di "rivoluzione culturale" soprattutto nei salotti buoni della sinistra e quello che è successo a me proviene anche da lì e dimostra che siamo lontani da una rivoluzione culturale. È stato sufficiente che usassi termini come "ecofemminista" e "eteronormatività" per scatenare l'indignazione di molti e di molte.

Il tuo manifesto elettorale: il tuo viso di profilo e, poi, termini come ecofemminismo e "spezzare l'eteronormatività". Ci dai il senso della scelta di queste parole?

Mi definisco ecofemminista perché credo fortemente nell'intersezionalità delle lotte. L'ecofemminismo, infatti, individua nel sistema capitalista patriarcale il comun denominatore dello sfruttamento perpetrato sulle donne, sull'ambiente e su tutti gli esseri viventi. Viviamo in una società eteronormata, in cui tutti gli esseri umani sono catalogati come maschio o femmina, sia nel sesso che nell'identità di genere. Conseguentemente le relazioni sono riconosciute e legittimate solo quando avvengono tra persone di sesso diverso.

Tutte quelle persone che non rientrano in questo binarismo (sia sessuale che di genere) vengono ignorate, private della loro dignità e di qualsiasi diritto. La stessa legge Cirinnà rientra in questa modalità eteronormata: le unioni che ne derivano sono, infatti, definite "formazione sociale specifica".

Sei candidata in Trentino Alto Adige e abiti in provincia di Trento. Qual è il contesto?

Un contesto che rispecchia comunque una cultura discriminatoria. Rammento che nel 2014 a un'insegnante dell'Istituto Sacro Cuore di Trento non è stato rinnovato il contratto perché "presunta lesbica". Questo caso è stato denunciato pubblicamente e anche la magistratura (peraltro l'insegnante ha vinto i primi due gradi di giudizio) è intervenuta.

Per la mia esperienza diretta, in quanto lesbica, so di altre persone discriminate, insultate e vessate per il loro orientamento sessuale. Non ho paura di ciò che sono e di quel che penso e sostengo. Porto la mia autenticità ogni giorno, in ogni luogo e davanti a ogni persona. Viviamo in un clima per nulla rassicurante, dove chiunque parli una lingua omnicomprensiva, che riconosce tutte le possibilità dell'esistenza, è comunque in pericolo. Sta in noi accettare il rischio e continuare a camminare a testa alta.

Se dovessi dire chi sei in un parola, quale sceglieresti?

Persona.

Grazie, Daniela. In bocca al lupo o forse è meglio dire?

In bocca alla lupa e lunga vita alla lupa e alle donne che corrono con le lupe (e non con i lupi).

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Leonardo Monaco, attivista Lgbti e segretario di Certi diritti, ora candidato alla Camera nella lista + Europa con Emma Bonino.

Abbiamo voluto intervistarlo, curiosi, soprattutto, del significato delle parole chiave del mondo radicale in un contesto politico molto difficile qual è quello odieno. Contesto particolarmente difficile per la difesa dei diritti acquisiti e per la potenziale retrocessione dei valori europei in un’agibilità democratica sempre più scricchiolante.

Leonardo, prima la nomina a segretario dell’associazione Certi Diritti. Ora candidato in vista delle elezioni del 4 marzo. Possiamo dire che hai concluso un anno con un successo e ora con una opportunità significativa ?

Si tratta in entrambi i casi di portare avanti quello che negli ultimi dieci anni ho fatto da militante Radicale. Essere segretario di Certi Diritti è un'esperienza che vivo come una grande responsabilità, nei confronti degli iscritti e della storia dell'incrocio tra radicali e libertà sessuali. La candidatura alle politiche è, come dici, "un'opportunità" che vedo come l'occasione per contaminare un progetto politico più ampio con le tematiche che sono al centro del mio attivismo.

Puoi dirci quali sono gli aspetti più significativi di +Europa con Emma Bonino e l'apparentamento con il PD in questo momento per il Paese ?

+Europa è una proposta politica aperta che vuole riconciliare la politica con i fatti, dire le cose come stanno per promuovere riforme di giustizia e libertà. Vogliamo dare il nostro contributo perché l'Italia, tra i fondatori dell'Unione europa e membro del G7, non ceda al rancore, all'irrazionalità o alle proibizioni dettate da emergenze senza fondamento. Guardando allo scenario politico italiano abbiamo fatto una scelta di campo chiara: tenere vivo il sogno europeo mettendo del nostro nell'unica coalizione in grado di arginare l'ascesa dei nazionalismi e dei populismi.

Sappiamo che c'è molto ancora da fare per i diritti delle minoranze. Quali gli aspetti al riguardo su cui +Europa punta in modo significativo?

Come radicali abbiamo l'abitudine di dimenticarci presto delle vittorie, per cominciare a difenderle e per ripartire dall'impegno che investiamo da sempre dal di fuori del Parlamento. Non solo in campagna elettorale.

Continueremo a pungolare sul tema dell'agibilità democratica, dallo stato della democrazia partecipativa fino alla partecipazione alle competizioni elettorali, segnate da leggi di attuazione assolutamente inadeguate per i tempi in cui viviamo. Nella passata legislatura abbiamo raccolto 200mila firme su tre proposte di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia, della cannabis e per la riforma delle politiche migratorie, argomenti ai quali questo parlamento ha dato risposte parziali o assolutamente insufficienti. E non mancheranno le battaglie che ben conoscete, quelle portate avanti da Radicali Italiani, dall'associazione Luca Coscioni, da Certi Diritti.

Passiamo al tema del sex work. Quali le piste che volete percorrere al riguardo?

Faccio mia la posizione di Certi Diritti, che consiste nella traduzione del modello neozelandese di regolamentazione del lavoro sessuale. Favorire la riemersione con politiche fiscali semplici, empowerment legale per comprendere appieno i propri diritti da lavoratore e una capillare azione di informazione sul sesso sicuro. La nostra sfida consiste nel riportare il dibattito coi piedi per terra: tra abolizionismo ideologico e regolamentarismo in salsa leghista preferiamo di gran lunga una buona legge studiata insieme ai sex worker, che guardi alla riemersione fiscale ma soprattutto sociale del fenomeno, per i diritti e la sicurezza di coloro che si prostituiscono e della loro clientela. ​

Qual è la vostra posizione sulle questioni Lgbti?

Sulle questioni Lgbti vado avanti con gli altri compagni nel solco che abbiamo tracciato con Certi Diritti: riforma organica del diritto di famiglia che passi per il matrimonio e le unioni civili per tutti, riforma delle adozioni. Questioni di tutti, non solo LGBTI, come il superamento dei divieti residui della legge 40, come la Pma per i singoli e coppie same-sex o la gestazione per altri. Per quest'ultima partiamo da un bel lavoro svolto in collaborazione tra Certi Diritti e l'Associazione Luca Coscioni per una regolamentazione italiana sulla falsariga di quella californiana che tuteli i diritti di tutte le parti coinvolte.

+Europa: diamo significato a queste parole?

+Europa è un sogno per il quale dobbiamo farci speranza. Un'impresa indispensabile per la conquista dei diritti civili e politici. È cinquant'anni di pace, è storia e innovazione. Qualcosa che non possiamo permetterci di sacrificare in questa fase storica.

Grazie, Leonardo in bocca a lupo.  - 

Viva il lupo! E grazie a te!

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Presidente onoraria del Mit, dopo esserne stata a capo dal 2010 al 2017, Porpora Marcasciano è una figura storica del transfemminismo italiano e autentica voce libera della collettività Lgbti.

Il suo impegno attivistico è andato sempre di pari passo con quello culturale. Anzi l’uno ha vicendevolmente sostanziato l’altro. Tangibile riprova ne sono i volumi Tra le rose e le viole. La storia e le storie di transessuali e travestiti (Manifesto Libri, 2002), AntoloGaia. Sesso, genere e cultura degli anni ’70 (Il dito e la luna, 2007), Favolose Narranti. Storie di transessuali (Manifesto Libri, 2008).

A questi si aggiunge ora L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender, edito per i tipi romani Alegre. Porpora ce ne parla in esclusiva a poche ore dalla messa in commercio del volume

Porpora Marcasciano torna con il libro L’aurora delle trans cattive. Chi sono le trans cattive e perché l’aurora?

L’Aurora è luce, è l’inizio delle cose e quindi della visibilità. È tutta quella parte di storia trans e non solo, rimasta in penombra, che va restituita alla nostra contemporaneità. Aurora è anche il nome dell’incrociatore che bombardò il Palazzo d’Inverno dando avvio alla Rivoluzione d’Ottobre.

Nel libro affermi: “Se ti battezzano per disforica è chiaro che disforicamente ti costruisci”. Qual è il suggerimento di Porpora alle giovani generazioni trans e non solo?

È difficile dare suggerimenti specialmente nell’epoca dei social dove qualsiasi cosa, parola, azione diventa tutto e il contrario di tutto. Il suggerimento è insito nella testimonianza riportata nel mio libro ed è quella di costruire senso e significato trans che non è il mio o di qualcun altro ma responsabilità collettiva. Se si pone al centro del mondo e della propria vita il proprio transito senza collegarlo al mondo/contesto circostante diventa automatico che si resta inchiodati allo studio dello psichiatra, a quello dell’endocrinologo o alla sala operatoria. Penso che l’esperienza trans sia molto più ricca, complessa e interessante del percorso medicalizzato e medicalizzante. Non voglio assolutamente disconoscere  bisogni e  desideri che per loro peculiarità passano da quei contesti. Tantomeno disconoscere il discorso scientifico. Piuttosto togliergli centralità e allargare l’orizzonte delle proprie vite, mettendole in sinergie con tante altre esperienze altrettanto negate dal nostro sistema  

Incontri, racconti, vita quotidiana, strada, buio, luce, solidarietà, rispetto e favolosità. Queste sono le parole chiave che il mondo trans mi ha insegnato. E leggendo la premessa al tuo libro le ho ritrovate tutte. Ne manca qualcuna secondo te oggi?

Ne mancano tante! Del resto comincia a essere sotto gli occhi di tutti che il mondo (e l’Italia specialmente) si sia incarognito e imbruttito. Fino a qualche anno fa questa denuncia veniva liquidata come “retorica antagonista”. Bisognava sbatterci il muso per capire che la bellezza del mondo per essere goduta va difesa. Il fascismo, il razzismo, la violenza, la bruttura stanno dilagando, facendo scattare l’allarme. E pensare che solo qualche anno fa una delegazione Lgbt si recò in visita a CasaPound dicendo che erano bravi ragazzi e il problema era invece rappresentato dagli antagonisti: ve lo ricordate? Spero!

La foto della copertina del libro è bellissima. Perché l’hai scelta?

Intanto perché Lina Pallotta, che ne è autrice, ha seguito quasi tutta la mia vita carpendo le situazioni più importanti. E poi perché quella foto è orizzontale, evidenziando quindi il mondo attorno. Nel ritratto c’è Roberta Ferranti che è una delle pioniere dell’esperienza trans in Italia e Lucrezia che era la favolosità fatta trans.

Quando io andavo a ballare, diciamo più giovane, nei locali gay si diceva: no trans. E davanti alla porta del locale rimanevo stupito da tanta discriminazione. Esiste ancor oggi tutto questo?

Certo che esiste anche se molto più camuffato e sotterraneo. Prima era esplicito e diretto – tu non puoi -. Oggi quella stessa negazione, posta sui social viene neutralizzata dai tanti pro e contro di un infinito chiacchiericcio che permette a ognuno di sparare la propria. Il silenzio dignitoso oramai non ci appartiene più. E ritornano i mostri.

Il mondo trans con le sue problematiche , almeno qui in Italia, è sempre lasciato dietro le quinte su un politica che vede prevalentemente l’attenzione sul mondo che potremo definire prevalentemente “gay”. A tuo parere è solo una questione culturale?

Culturale e politica, visto che i due piani sono strettamente legati. Nel mio libro emerge chiaramente come la subcultura trans sia stata marginalizzata ma non dai nostri nemici storici, quanto piuttosto dai compagni di viaggio. Sylvia Rivera è l’esempio emblematico di attivista trans assorbita, neutralizzata ed esclusa dal movimento mainstream. Penso di poter dire che la stessa cosa sia successa da noi e nel resto del mondo. Fino a quando le persone trans non riprenderanno la parola e parleranno in prima persona della propria esperienza non ci sarà emancipazione. Il registro narrativo del movimento Lgbt degli ultimi 30 anni è stato diretto fondamentalmente da omosessuali maschi. Successivamente da esponenti politici che hanno neutralizzato vocabolario, attivismo, senso e significato

Anni ‘70, ‘80, ‘90, ‘2000. Dov’ è oggi la favolosità di allora “tra le rose e le viole”?

La favolosità per fortuna continua e cresce ma va rivitalizzata riprendendo confronto, dibattito e critica (quella costruttiva). Ho l’impressione che negli ultimi anni la scena trans abbia conquistato una sua centralità. La presa di parola mi sembra più centrale e centrata.

Nel tuo libro scrivi di meravigliose creature. Raccontane una.  

Ognuna di quelle creature era grande perché raccoglieva in sé tutte le altre. Raccoglievano l’essenza stessa della transessualità, rendendola collettiva. Non si  appariva se non si era e noi lo eravamo, con il corpo, con la rabbia, con la sessualità/sensualità, con le nostre parole. Eravamo collocate ai margini perché eravamo degenerate, cattive e quella era la nostra favolosa bellezza!

Quali sono ora i rapporti con le grandi o piccole associazioni Lgbt? Qual è, se c’è, il tuo rammarico più forte alla luce del mondo che rappresenti nel tuo libro e quale invece la tua gioia  più grande?

Il rammarico è quello di non incontrarsi più fisicamente ma solo virtualmente. Di non dirsi, non dibattere, non volere entrare nelle contraddizioni per risolverle. Del resto la crescita personale e collettiva passa attraverso il confronto sulle contraddizioni e mi sembra che non ci sia più attitudine a questo. Abbiamo più o meno 50 anni di storia e pensiamo di esserci detto già tutto, quando abbiamo ancora tutto da costruire.

Cosa direbbe Marcella di Folco di questo libro ai potenziale lettori?

Marcellona si sarebbe commossa e tra le lacrime avrebbe ringraziato. La caratteristica dei grandi personaggi è l’umiltà.

Dov’ è ora Porpora Marcasciano? Tra le buone  o le cattive?  

La mia risposta sarebbe scontata, quindi non la dico. Rispondo con una citazione di Michel Faucault che mi è sempre piaciuta tanto: No, non sono dove mi cercate ma qui da dove vi guardo ridendo.

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Nel corso del programma d’iniziative promosse dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli per celebrare il 35° anniversario di fondazione – programma conclusosi oggi con la festa del tesseramento –, venerdì 26 Gennaio, Muccassassina ha festeggiato in grande i suoi 28 anni di attività col party StracultGaynews ha intervistato Diego Longobardi, direttore artistico della storica serata romana.

Diego, grande festa a Mucca per i suoi 28 anni di successi e un appuntamento a Roma ogni venerdì. Cos’è oggi Muccassassina per chi inizia a vivere la sua vita Lgbti?

È sicuramente il posto migliore dove puoi andare ed esprimere la propria personalità senza paura di essere giudicato e dove puoi conoscere tante sfaccettature della sessualità e del modo di essere se stessi.

Muccassassina è anche un luogo politico e di informazione. Un luogo che negli anni si è caratterizzato come spazio per tutti e per parlare di tutto ciò che riguarda la dimensione Lgbti e, soprattutto, di prevenzione alle Mst. Ci sono novità in tal senso?

Tantissime novità sia per la prevenzione sia per trovare degli amici dell’Infomieli che possono indirizzarti a tanti servizi utili come: test rapidi per le malattie sessualmente trasmesse, consulti psicologici e legali fatti da esperti. Trovare un club, dove è possibile essere aiutato in questo, non è comune in Italia.

Muccassassina e il suo rapporto con la città? In questi anni hai notato dei cambiamenti?

Cambiamenti in positivo: è sempre più forte il legame e l’affetto della città per Muccassassina, che resta la festa di Roma per antonomasia.

Entri a Muccassassina e scopri un’umanità: i suoi colori, le sue differenze e le sue provocazioni. Qual è la ricetta per ottenere tante adesioni così diverse?

La professionalità ma soprattutto la semplicità e i rapporti con il pubblico. Qui nessuno si monta la testa e questo è percepito positivamente.

Quando entri in sala e senti la sigla iniziale, si prova sempre una forte emozione. Secondo te qual è il segreto?

Ancora me lo chiedo di tanto in tanto.

Muccassassina e il circolo Mario Mieli: una coppia di innamorati. Una grande collaborazione?

Un rapporto simbiotico. Forse questa è anche la risposta alla domanda precedente.

Diego Longobardi, ti ho visto drag o mi sbaglio?

Solo una volta? Ti sbagli: molte di più.

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Per festeggiare i suoi 35 anni di attività il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha organizzato alle 18:00 di oggi la presentazione della nuova edizione di Elementi di critica omosessuale. Luogo dell'incontro la Libreria Feltrinelli a Roma in Via Vittorio Emanuele Orlando.

Edizione approntata negli scorsi mesi dalla Feltrinelli in occasione del 40° anniversario della pubblicazione dell’opus maius dell’intellettuale milanese, cui è intitolata la storica associazione Lgbti della capitale. A moderare i vari interventi (Franco Buffoni, Francesco Gnerre, Enrico Salvatori, Gianni Rossi Barilli, Dario Accolla, Mariano Lamberti, Silvia De Laude) il giornalista di Rai3 Francesco Paolo Del Re.

Tra i presenti anche la senatrice Monica Cirinnà, da qualche mese socia del Mieli.

Ecco come Sebastiano Secci, presidente del Circolo, ha commentato l’evento odierno ai nostri microfoni:

«Da attivista ma soprattutto come presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli l’evento di stasera non può che riempirmi di orgoglio. Una nuova edizione di Elementi di critica omosessuale - a 40 anni dalla prima edizione - significa rendere più fruibile un sapere che, al netto di continui tentativi di letture anacronistiche, resta espressione di principi fondamentali e capisaldi del nostro movimento.

Il Circolo, che nel corso del 2018 taglierà l’importante traguardo dei 35 anni di attività, ha voluto iniziare quest’anno così importante con una settimana ricca di eventi significativi per tutte e tutti: dopo l’evento di stasera, proseguiremo venerdì 26 con il 28° compleanno di Muccassassina, che nel corso di questi anni ha in varie forme sostenuto il nostro Circolo, consentendone l’indipendenza non soltanto economica ma anche politica e culturale e quindi domenica 28, con la festa del tesseramento del nuovo anno associativo.

Passato, presente e futuro della nostra associazione che si intrecciano per accompagnarla verso le numerose battaglie politiche e culturali che ancora ci attendono».

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Giovane scrittore e sceneggiatore, Emiliano Reali si racconta in quest’intervista a Gaynews.

Chi è Emiliano Reali nella vita di tutti i giorni? Più scrittore, sceneggiatore o libero pensatore?

Nella vita di tutti i giorni sono una persona semplice, che ama la spontaneità del pensiero che si manifesta in azioni e passioni. Adoro la natura, pratico qi gong e amo leggere: la lettura di altri autori è fonte inesauribile di scoperte e inoltre rappresenta la possibilità di vivere tante altre vite! Nei periodi di ispirazione mi chiudo in casa e lascio fluire le emozioni attraverso la scrittura. Indifferentemente che si tratti di romanzo, sceneggiatura, racconto. Non ho preferenze: è un atto per me salvifico che mi fa sentire bello e a posto con tutto il resto.

Da molti anni scrivi su temi Lgbti e lo fai con grazia e senso ironico senza lasciare indietro emozioni. Quali sono per te gli elementi che uniscono le storie e i vissuti che racconti?

L'elemento che vorrei si evincesse dai miei scritti è l'autenticità che ricerco nella scrittura. Narro di vite, nelle quali spesso mi sono immerso o personalmente o di riflesso. Credo che il mestiere di scrivere rappresenti una grossa responsabilità oltre che un'occasione, quindi tento di farlo avendo cognizione di ciò che racconto. L'elemento che unisce i miei lavori è senza dubbio il 'fattore vita'.

Bambi. Molti di noi fin da piccini lo hanno negli occhi. Rimane l'archetipo del cammino nel bosco della vita e degli incontri che stupiscono, che ti fanno pensare, che ti danno dolore o amore. Ma per Emiliano Reali c'è un Bambi tutto suo ?

Credo che ognuno debba proteggere il bambino dentro di sé, la voglia di stupirsi, la curiosità, l'ingenuità, la freschezza. Questo è possibile non cedendo alla staticità, all'assenza di stimoli, all'abitudine: questo è quello che cerco di fare ogni giorno e che serve a tenere in vita il mio Bambi.

Qual è il ruolo del romanzo e della letteratura nel mondo Lgbti? C'è qualche autore che ti ha maggiormente colpito e perché ?

La letteratura - e, ampliando il discorso, la cultura tutta - dovrebbe aprire le menti, abbattere steccati e barriere, rendere noto lo sconosciuto privandolo di quell'alone di pericolo e stranezza che scioccamente si conferisce a ciò che non si conosce. Un buon romanzo può aiutare chi si sente solo, facendogli capire che quello che sta affrontando è stato già superato da altri, asserendo che non c'è nulla di sbagliato nel non essere omologati alla massa. Le lettere di ragazzi che dopo aver letto uno dei miei romanzi mi dicono di aver trovato il coraggio per fare coming out, o che hanno deciso di fare d'ora innanzi sesso protetto, sono la migliore ricompensa al mio lavoro. Un precursore, un'icona della letteratura Lgbti e non solo è stato il grande Gore Vidal che ho ammirato in molti dei suoi libri (La statua di sale e Myra Breckinridge per esempio). Un altro scrittore che apprezzo molto e che ho avuto la fortuna di conoscere è Edmund White.

La scrittura e l’impegno politico per i diritti si parlano tra loro secondo te?

Secondo me si parlano troppo poco, perché il mercato editoriale è maggiormente centrato e attento a ciò che è commerciale, che garantisca vendite, mettendo spesso in secondo piano il valore sociale e l'utilità pubblica di un testo. L'etichetta 'letteratura di genere' ne è una triste conseguenza.

Lgbti è un acronimo molto importante: uno scrittore quale Emiliano Reali come vive i molteplici colori di questo arcobaleno?

Adoro l'arcobaleno, amo la varietà, soprattutto sogno un mondo in cui l'alterità non abbia più bisogno di essere proclamata perché naturale elemento costitutivo della collettività.

Prossimo lavoro in stampa?

Al momento sono impegnato nella promozionale di Ad ogni costo (Meridiano Zero), uscito da appena un paio di mesi, romanzo che completa la Trilogia di Bambi. Sono in attesa di alcune risposte per il mio nuovo romanzo, ma per ora non posso dire di più!

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