Claudio Finelli

Claudio Finelli

Opinionista, giornalista, conduttore radiofonico e televisivo, attore e anche scrittore, Costantino della Gherardesca è senza dubbio uno dei personaggi più amati del momento. Dal 13 settembre, poi, la sua presenza di personaggio mediatico è nuovamente rivitalizzata dalla sesta edizione di Pechino Express, il format di successo che sta attualmente conducendo gli affezionati telespettatori sulle orme delle otto coppie in viaggio verso il Sol Levante.

Un’edizione resa ancora più scoppiettante e gayfriendly dalla presenza della coppia dei modaioli, formata dallo stilista Marcelo Burlon e dal fashion filmaker Michele Lamanna, e dal recentissimo quanto originalissimo coming out di Guglielmo Scilla.

Incontriamo Costantino qualche giorno dopo la presentazione napoletana di Punto, libro feroce e paradossale con cui il conduttore di Pechino Express fa il proprio esordio come scrittore.

Costantino, iniziamo proprio dal tuo primo libro, Punto, edito da Rizzoli. Di cosa si tratta?

Punto è un manuale d’autoaiuto contro la paura del progresso. Nel libro sottolineo tutti gli aspetti della società italiana in cui emerge la paura delle innovazioni. Dobbiamo uscire da questa mentalità. La regola d’oro per uscire da questa mentalità è diffidare dalla semplicità. Molti scrittori, anche stimati intellettuali, inneggiano attraverso i media a una vita semplice - penso ad Erri De Luca e Corona - e esaltano la vita condotta in campagna, coltivando propri orti, in alloggi frugali. In realtà, questi individui possono permettersi di esaltare un simile stile di vita perché, magari a pochi metri dalla loro capanna, c’è un ospedale modernissimo in cui andare se stanno male. Insomma, bisogna integrarsi nel futuro, non bisogna avere paura del futuro e delle innovazioni.

E nel libro spiego anche il fenomeno della ricerca dei consensi nel mondo dell’informazione, poiché troppi giornalisti non fanno più informazione ma sono solo alla ricerca compulsiva dei likes e calibrano il proprio articolo e la propria informazione su questa “esigenza” determinando la morte  dell’informazione pratica. Mentre in Germania sono entrati in un’era post-ideologica e le riviste, anche grazie all’influsso di Angela Merkel, non parlano più di beghe interne ma affrontano questioni legate all’informazione tecnica e al progresso.

Passiamo adesso al successo di Pechino Express. Cosa differenzia l’edizione 2017, la sesta, dalle precedenti?

Ci sono tre grandi differenze tra questa edizione di Pechino Express e le precedenti. La prima  è che abbiamo preso un cast molto poco televisivo, di persone note in ambiti diversi, per differenziarci dai reality Mediaset che ormai hanno fatto il proprio corso. La seconda è che quest’anno faremo vedere ancora di più la vita delle persone nei luoghi che visiteremo, cioè nelle Filippine, a Taiwan e in Giappone. Infine, mentre in tutti i Pechino Express precedenti, i concorrenti viaggiavano in Paesi più poveri dell’Italia, stavolta, escluse le Filippine in cui vi sono ancora situazioni di comprovato disagio, sia Taiwan sia il Giappone sono realtà molto più ricche dell’Italia. Quindi, per la prima volta nella storia di Pechino Express i concorrenti saranno visti un po’ come dei disgraziati, diciamo come un leghista vedrebbe un Rom.

Credi che una trasmissione gayfriendly come Pechino Express sia utile per scardinare l’immaginario collettivo e abbattere il pregiudizio omotransfobico?

Pechino Express ha sempre avuto concorrenti sia gay sia trans, senza neppure dichiararlo. Noi abbiamo sempre dato per scontato che sia normale che ci fossero concorrenti Lgbt. Io credo che ci si debba aprire verso il mondo e che il vero problema oggi in Italia non sia tanto la discriminazione verso le persone Lgbt quanto la diffidenza verso tutto ciò che non si conosce. Per esempio, la diffidenza verso i migranti e i musulmani. E una trasmissione come la nostra, che mostra altre culture e altri stili di vita, apre al mondo e abbatte pregiudizi.

Avevi intuito, durante le riprese della trasmissione, che Guglielmo Scilla era gay? Come consideri il suo coming out?

Io avevo capito che Gugielmo era gay ma lui è una persona molto riservata. Credo perciò che il suo coming out sia stato importante soprattutto per lui. Guglielmo non parlava mai della sua vita personale e dei suoi amori. Questa cosa mi ha subito messo sull’avviso. Mi ha fatto subito pensare che fosse gay. E quando ha fatto il suo coming out mi sono complimentato con lui e l’ho sostenuto anche coi giornalisti.

Quale atteggiamento è vincente, a tuo parere, contro la violenza e il pregiudizio?

Alla violenza e al pregiudizio si risponde con l’atteggiamento che ho adottato io quando ero ragazzino: cioè non rendersi mai vittima, impugnare il coltello dalla parte del manico, essere forti e farsi valere. Questo è un atteggiamento che – a mio parere – funziona in molte circostanze, anche sul lavoro. Non bisogna farsi mettere i piedi in testa da nessuno.

Infine, Costantino della Gherardesca è mai stato vittima di bullismo?

Quando ero molto giovane sono stato oggetto di bullismo, perché andavo in un collegio fascista e sono stato vittima di varie angherie. Una volta, per esempio, mi hanno fatto correre a piedi nudi sulla neve. Ma quello che non ti uccide, ti fortifica e grazie a quest’esperienza mi sono “corazzato”,  ho fatto coming out molto presto e mi sono fatto valere. Poiché erano molto aggressivi con me, io ho maturato una risposta altrettanto forte e determinata.

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Il 17 maggio 2016 il presidente della Puglia Michele Emiliano annunciava l’avvio del percorso istituzionale per la redazione del progetto regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. A poco più di un anno dall’importante dichiarazione abbiamo ragginto Titti De Simone, consigliera politica di Emiliano per l’attuazione del programma, per sapere quali sono i passi compiuti in riferimento al pdl

Quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l'omotransfobia che sarà discussa in Puglia? Quali sono, a tuo parere, le prospettive di successo relativamente al varo di questa legge regionale?

Il disegno di legge, in coerenza con la legislazione nazionale ed europea in materia di diritti fondamentali delle persone, nonché in attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale e pieno sviluppo della persona umana, reca un programma quadro di interventi volti a favorire il raggiungimento dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale o identità di genere. Purtroppo il quadro discriminatorio in Italia è ancora importante e ciò richiede un intervento di politiche attive a ogni livello di governo. 

Anche alla luce di quanto evidenziato dagli organismi europei, la nostra proposta legislativa intende dettare un corpus  di norme (nell'ambito delle politiche del lavoro, della formazione, dell'assistenza sociosanitaria ad esempio) per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, al fine di consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché di prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e garantire il diritto all’autodeterminazione, anche in coerenza con interventi normativi analoghi già approvati in altre Regioni: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010). 

Ricordo che tale iniziativa legislativa è contenuta nel programma di governo del presidente Michele Emiliano, programma costruito dal basso, in modo partecipativo, votato successivamente dal Consiglio regionale.

Quali sono gli elementi di continuità e di frattura tra questa proposta pugliese e la proposta di legge nazionale che presentò Ivan Scalfarotto?

L'iniziativa della Puglia può essere circoscritta a un campo di competenze esclusive su cui la Regione può intervenire direttamente, non su tutto purtroppo, ma è indispensabile agire, dato che non esiste ancora una norma nazionale. Mi pare che la proposta Scalfarotto fosse diventata un pasticcio, partita in un modo ed è finita peggio, poi alla fine arenandosi definitivamente perché è mancata la spinta dello stesso movimento Lgbt che non si è riconosciuto in quel testo. Ma una norma nazionale è necessaria e deve fare leva sul lavoro culturale ed educativo.

Basterebbe modificare la legge Mancino per fare una cosa giusta. La prossima legislatura vedremo. 

A tuo parere, il possibile varo di leggi regionali contro l'omotransfobia porterà a una pressione "virtuosa" anche a livello nazionale circa l'elaborazione di una legge simile?

Me lo auguro. Credo che come per altre norme in passato (infondo i registri comunali delle unioni civili sono nati molto prima della legge) sia un contributo utile e doveroso. Non è la prima volta che una Regione approva norme che mancano a livello nazionale e che poi si rivelano apripista. Noi in Puglia, ad esempio, abbiamo approvato la legge sulla partecipazione come la Toscana e abbiamo istituito il Reddito di dignità. 

Sono passati diversi anni da quando tu hai iniziato le tue battaglie politiche da donna lesbica dichiarata. Com'è cambiato il nostro Paese in questi anni per le persone Lgbt? È più o meno omotransfobico?

È un paese ancora molto omotransfobico. Anche se la visibilità delle persone Lgbt è enormemente aumentata e questa è stata la più grande rivoluzione per noi e per la cultura del Paese. Ma la strada è ancora lunga. Siamo un Paese ancora molto sessista con il grande tema del femminicidio e della violenza di genere, che è la radice di tutte le violenze fondate su una cultura dello stereotipo di genere e del machismo. Occorre una grande rivoluzione culturale, una nuova stagione dei femminismi per ripensarci e riaffermare libertà e autodeterminazione. Invece si danno per scontato troppe cose. 

E, infine, in un'intervista rilasciata a Daniela Gambino, ricordo che affermasti di sentirti più "accolta" come lesbica in Sicilia che in alcune terre del Nord Est. Credi ancora che ci sia questa frattura tra un'Italia più inclusiva e una meno inclusiva?

Esiste ovunque un pezzo di Paese retrivo, spaventato e chiuso. Come la storia del parcheggio riservato alle neo mamme ma vietato alle lesbiche. Questo Paese va cambiato e per cambiarlo bisogna lottare, lottare ancora molto. Lo dico sopratutto ai giovani: bisogna tornare all'impegno politico nel movimento, non abbiamo ancora conquistato i nostri diritti. 

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“La schedatura degli istituti scolastici bolognesi è una barbarie. Un’intimidazione di stampo fascista”. Non ha dubbi Sergio Lo Giudice, Presidente Onorario di Arcigay, nel commentare l’assurda trovata del Comitato “Difendiamo i nostri figli – Family Day” che, anche grazie al supporto di Forza Italia, ha stilato un vero e proprio elenco di scuole di Bologna, distinguendole tra buone e cattive a seconda della presenza di azioni di lotta alle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere, quella che, in maniera proditoria viene definita “ideologia gender”.

Sempre Sergio Lo Giudice fa notare come questo tipo d’azione non sia altro che la “trasformazione” politica dell’inaccettabile pressione operata da Forza Nuova nella stessa provincia di Bologna, pressione esercitata perfino su quei docenti che, nell’ambito della propria e inviolabile libertà d’insegnamento, avevano deciso di accompagnare i propri discenti alla visione dello spettacolo teatrale “Fa’afafine”, testo che racconta la vita di un bambino-bambina, un “gender creative child” che non vuole riconoscersi in alcuna gabbia di genere, spettacolo che ha ricevuto il patrocinio ufficiale di Amnesty International per “aver affrontato in modo significativo un tema particolarmente difficile a causa di pregiudizi e ignoranza”.

La lista delle scuole da evitare è stata presentata da un portavoce del “Comitato Family Day”, David Botti, che, puntando il dito contro gli istituti che organizzano corsi anti-bullismo e anti-omofobia, ha rimarcato l’idea che esistano scuole in cui si annida l’ideologia gender.

E così, mentre inizia il nuovo anno scolastico, mentre in tutto il Paese registriamo fenomeni di inaccettabile violenza omotransfobica, le scuole bolognesi che, in perfetta sintonia con quanto prescritto dalla legge 107/2015, meglio nota come “Buona Scuola”, hanno inserito nel proprio Piano Triennale dell’Offerta Formativa corsi contro la violenza di genere e le discriminazioni, si vedono inserite in un’odiosa e anacronistica black list che, oltre ad essere in evidente contrasto con le linee guida della legge 107, manifesta un sapore tristemente fascista.

 

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Davvero una spiacevole sorpresa, quella che ha fatto irruzione improvvisamente nelle attività de I Sentinelli di Milano, gruppo politico nato nel 2014 per contromanifestare, in piazza, in occasione dei raduni de Le Sentinelle in Piedi.

Infatti, da sempre paladini della laicità dello Stato e puntuali dissacratori di ogni posizione razzista, fascista, omotransfobica e violenta, I Sentinelli si sono visti oscurare la pagina Facebook del loro movimento per “incitazione all’odio”.

Per capirne qualcosa in più, abbiamo raggiunto telefonicamente il portavoce Luca Paladini.

Luca, raccontaci brevemente cosa è accaduto questa mattina.

Questa mattina la pagina Facebook dei Sentinelli è stata momentaneamente sospesa perché, stando a quanto apprendiamo dal social network, incita all’odio. Una motivazione paradossale per un movimento politico come il nostro che, invece, si mobilita continuamente, scendendo anche nelle piazze, per contrastare tutti i fenomeni d’odio e di razzismo. Assistiamo, stupiti, a un vero e proprio ribaltamento della nostra storia e della stessa verità.

Avete idea di chi possa aver segnalato la vostra pagina?

Non possiamo avanzare alcun nome al momento. Ovviamente, un movimento come il nostro ha dei nemici perché non abbiamo mai abbassato la testa di fronte alle prevaricazioni. A segnalarci potrebbe essere stato sia qualche esponente di gruppi dell’estrema destra sia qualche omofobo. 

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Il 28 settembre nelle sale cinematografiche italiane uscirà Una famiglia, film drammatico diretto da Sebastiano Riso, con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi, Matilda De Angelis, Ennio Fantastichini.

Il film parla della relazione tra Vincent e Maria che abitano alla periferia di Roma e conducono una vita apparentemente ordinaria. Eppure, a uno sguardo più attento, quell’apparenza di normalità lascia trapelare un progetto portato avanti da Vincent con lucida determinazione e accettato da Maria in virtù di un amore senza condizioni. Un progetto che prevede di aiutare a pagamento coppie che non possono avere figli. Quando Maria intuisce di essere alla sua ultima gravidanza, un egoistico istinto materno prevale sull'ambiziosa visione del compagno. Maria decide che è giunto il momento di formare una sua famiglia. La scelta si porta dietro una conseguenza inevitabile: la ribellione a Vincent, l'uomo della sua vita.

Il film, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, affronta in maniera “documentata” il mercato nero dei bambini e la pressante esigenza di genitorialità di coppie che non riescono a soddisfare questo desiderio.

Incontriamo Sebastiano Riso all’indomani del suo ritorno dal successo di Venezia.

Sebastiano, di cosa parla, in sintesi, Una famiglia?

Parla di un rapporto sentimentale fortissimo tra un uomo e una donna, un rapporto che rasenta la patologia perché i due stanno insieme per perseguire un business, cioè il mercato nero di bambini. Un mercato che è sempre esistito. Noi abbiamo fatto delle vere e proprie indagini per capire quanto questo fenomeno sia radicato e quanto sia serio.

Come avete proceduto in queste indagini?

In primis, abbiamo raccolto la profonda disperazione di questi aspiranti genitori, che potremmo essere io e il mio compagno, che in Italia non possono adottare e non sono ritenuti idonei all’adozione né possono avere figli in altri modi e allora ricorrono al mercato nero. Un mercato che esiste dall’estremo nord all’estremo sud: i bambini vengono venduti a prezzi diversissimi e abbiamo capito che spesso sono gli stessi ginecologi che iniziano giovani coppie a questo tipo di mercato. Poi lo sanno tutti: in Italia registrare un bambino all’anagrafe è molto semplice e questa è una cosa paradossale perché da un lato le leggi non ci rappresentano, dall’altro, invece, la burocrazia incoraggia questo tipo di mercato.

Tra le coppie protagoniste del film, c’è anche una coppia gay…

Certo, nel film abbiamo raccontato anche la storia di una coppia omosessuale, una coppia in cui mi sono molto identificato e c’è Ennio Fantastichini che interpreta il personaggio che potrebbe assomigliare al mio compagno. Io ho dato una grande responsabilità a questa coppia e ho cercato di rendere questa relazione quanto più normale possibile perché sono stufo di vedere film in cui le coppie gay vengono raccontate in maniera edulcorata o politicamente corretta. Io ho affrontato questa coppia cercando di renderla vicina alla realtà, i personaggi di questo film sono tutti segnati dalla disperazione e anche nella coppia omosessuale c’è disperazione per il diritto frustrato di essere genitori. Mi aspetto che gli spettatori empatizzino molto con questa coppia ma non in quanto omosessuali ma in quanto espressione di un’autentica e profonda disperazione.

Voglio chiarire che il film non dà risposte ma vuole porre seriamente delle domande perché non si può ignorare che gli omosessuali abbiano un forte desiderio di genitorialità. Anche io ho un desiderio molto forte di genitorialità.

Tu e il tuo compagno avete mai pensato di vere un figlio?

Io e il mio compagno abbiamo riflettuto tante volte su come agire per realizzare questo desiderio. Io non riesco a pensare di soddisfare questo diritto in cambio di denaro, lo trovo inaccettabile perché so che ci sono tantissimi bambini che potrebbero essere adottati. Per me questa è l’unica strada e spero di poterlo fare in futuro. Spero che le cose cambino e che presto le persone omosessuali possano adottare liberamente .

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Anche la Regione Abruzzo si prepara a discutere una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di gente. Il testo, preparato da Articolo 1, è stato presentato da Marinella Sclocco, assessora regionale con delega alle Politiche sociali, e da Mario Mazzocca, sottosegretario alla presidenza della Giunta regionale. Il progetto di legge segue l’organizzazione di una serie di tavole e dibattiti, a cui hanno partecipato le associazioni Lgbti abruzzesi e le istituzioni. Esso ricalca sostanzialmente quello presentato e recentemente approvato in Umbria.

Ne parliamo nel dettaglio con Leonardo Dongiovanni, presidente di Arcigay L’Aquila.

Leonardo, quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l’omotransfobia che sarà discussa in Regione Abruzzo?

In sostanza, nei limiti delle proprie competenze, la Regione Abruzzo, in ottemperanza agli articoli 2, 3 e 21 della Costituzione e 2 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, discuterà il varo di una legge regionale che vuole rispondere alle esigenze della comunità Lgbti in fatto di tutela e prevenzione relativamente alle aggressioni omotransfobiche. Nella proposta di legge è prevista anche l’introduzione di un Osservatorio regionale sulle discriminazioni di genere e sull’omofobia e la possibilità per la Regione di costituirsi parte civile in casi di violenze omotransfobiche di particolare rilevanza e impatto sociale.

Quali sono gli elementi do continuità e frattura tra questa proposta di legge regionale e quella nazionale firmata da Ivan Scalfarotto?

Il confronto con la proposta di legge Scalfarotto è inappropriato perché non si può paragonare una legge nazionale e una regionale in quanto sono diverse le competenze. Certo, come per l’elaborazione della “Scalfarotto”, dobbiamo tenere conto che, anche nel nostro caso, questa proposta di legge deriva da una serie di incontri con le istituzioni e le forze politiche in modo tale che possa essere approvata da un’ampia maggioranza. Nella proposta di legge Scalfarotto si arrivò però a un livello di mediazione talmente eccessivo che probabilmente è stato meglio che quel ddl non sia mai diventato realtà perché avrebbe costituito soltanto un rallentamento rispetto alle reali esigenze della comunità Lgbti. È singolare che nel 2017, in un Paese europeo, si debba trovare sempre un contentino e si debba sempre ampliare lo specchio dell’approvazione per portare avanti le nostre battaglie.

Credi che il dibattito a livello locale possa accelerare anche una discussione a livello nazionale?

Io sono convinto che, attraverso questa serie di provvedimenti regionali, si possa stimolare il dialogo nazionale. D’altronde è stato così anche per le unioni civili. Si parte dal piano più basso delle amministrazioni locali e si arriva in parlamento.È una strategia vincente. Certo anche per le unioni civili abbiamo dovuto accettare delle mediazioni che hanno abbassato il livello delle nostre aspettative e della nostra soddisfazione. Cioè non abbiamo ancora raggiunto la vera uguaglianza tra persone omosessuali e persone eterosessuali. Detto questo, sollevare un dibattito nazionale è certamente utile, visto l’attuale situazione parlamentare che non è certo  delle più favorevoli. Quindi, le proposte di legge regionali rappresentano un momento importante per dare risposte almeno a livello territoriale.

Di fatto, in assenza di determinati presupposti, queste leggi regionali possono dar voce e dignità a quelle persone Lgbti che vivono in territori più esposti alle violenze e alle discriminazioni.

Sono passati diversi anni da quando hai iniziato le tue battaglie per la comunità Lgbti. Come è cambiato il nostro Paese in questi ultimi anni?

Sono cinque anni da quando ricopro la mia carica in Arcigay e di cambiamenti ne ho visti e vissuti tanti. Quando ho mosso i primi passi nella militanza erano i tempi del berlusconismo, che speriamo non torni. Il Paese è cambiato e, anche rispetto alle unioni civili, abbiamo visto un Paese unito ma diviso al tempo stesso. Tutto il dibattito che abbiamo vissuto in quei giorni, anche all’interno delle associazioni, è stato infarcito – a mio parere – da un eccessivo buonismo e proprio per questo oggi dobbiamo essere motivati a rivendicare le istanze del matrimonio egualitario e di una legge contro l’omotransfobia.

Io non ho una grande fiducia nei confronti della politica istituzionale e ritengo che all’interno di questo percorso tutte le persone Lgbti debbano ricordare le proprie origini e ricordare tutte quelle persone che con la propria lotta ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, evitando di essere troppo blanditi dalle carezze di una politica a cui interessa solo il nostro consenso. Ed è per questo che le persone Lgbti dovrebbero fare fronte compatto contro questa fascistizzazzione dilagante nel nostro Paese. Fascistizzazione che temo possa presto coglierci impreparati.

In conclusione, io credo che noi attivisti Lgbti abbiamo una grande responsabilità: arginare i processi di normalizzazione  e volgarizzazione delle nostre battaglie. Questo è ciò che dobbiamo evitare a tutti i costi, sperando in tempi migliori.

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Era il mese di febbraio 2017, quando la trasmissione Chi l’ha visto? portò nelle case degli italiani il caso di Luigi Celentano, 18enne di Meta di Sorrento (Na), allontanatosi dalla casa in cui abitava con la madre e il compagno della madre, domenica 12 febbraio intorno a mezzanotte. Verso le 02:30 dello stesso giorno risulta che Luigi fosse a casa dei suoi zii a Vico Equense. Di lui, però, da quel momento non si hanno più notizie.

Sembra che il ragazzo, al momento della sparizione, stesse attraversando un momento di difficoltà. Certamente, nel suo paese era oggetto di diverse aggressioni da parte di bulli che, dopo una sua denuncia, invece di arrestare il proprio comportamento, gli avevano perfino spezzato un braccio, minacciandolo di morte. Grazie all’interessamento della trasmissione condotta da Federica Sciarelli, emerse che, tra le motivazioni di queste aggressioni, vi fosse il fatto che Luigi fosse ritenuto omosessuale.

Inoltre, sembra che anche in famiglia, il ragazzo vivesse con disagio il rapporto con il compagno della madreIl suo telefono risulta spento dal giorno successivo alla scomparsa.

Gaynews ha deciso di contattare la madre di Luigi Celentano per capire a che punto sono le indagini su questa misteriosa sparizione.

Signora Celentano, sono passati diversi mesi dalla scomparsa di suo figlio. Ha avuto notizia di qualche avvistamento?

Circa due settimane dopo la scomparsa di Luigi, mi ha chiamato un ragazzo che era convinto di aver visto Luigi nella zona del Porto di Napoli. Dopo aver avvisato i carabinieri, ho deciso di andare di persona nella zona e mi sono resa conto che, proprio in quella zona, c’è un rifugio della Caritas, dove un ragazzo disperato e senza nulla avrebbe potuto trovare riparo. Chiesi anche se avessero visto Luigi e una signora prima mi disse che l’aveva visto nei giorni precedenti e poi, inspiegabilmente, negò questa sua affermazione.

Pensa che potrebbe essere capitato qualcosa di brutto a suo figlio?

Il pomeriggio prima della scomparsa, Luigi era estremamente agitato, era sconvolto. Diceva che voleva cambiare aria e che era in pericolo. Già negli ultimi tempi Luigi era molto triste e avvilito. Aveva paura. Io mi auguro che non gli sia successo nulla di grave ed escludo che si possa essere suicidato.

Come mai era così avvilito e spaventato?

Perché nel paese era vittima di bullismo. Quando ha denunciato le continue aggressioni, sia verbali sia fisiche, gli hanno rotto un braccio e l’hanno minacciato di morte. Luigi era molto spaventato.

Per quale motivo bullizzavano suo figlio?

Perché credevano che fosse omosessuale. Ma io sono certa che fosse eterosessuale. Luigi era vittima d’omofobia anche non essendo gay. È solo che lui curava molto il suo aspetto, amava la moda, era narcisista e lo percepivano come gay.

Se, invece, fosse stato omosessuale, per lei ci sarebbero stati problemi?

No, assolutamente, ho grande rispetto per le persone omosessuali. E mio figlio sapeva anche questo. Se fosse stato gay, me l’avrebbe confidato senza problemi.

Ma quando Luigi denunciava le aggressioni da parte dei bulli, i carabinieri come la prendevano?

I carabinieri di Piano di Sorrento credo non l’abbiano mai preso sul serio. Dicevano che era gay e perciò lo deridevano. Come se fosse normale o giustificabile deridere un omosessuale.

Invece, relativamente alle indagini sulla scomparsa di Luigi, cosa le dicono i carabinieri di Piano di Sorrento?

Nonostante io abbia fatto denuncia di scomparsa, mi danno pochissime informazioni perché dicono che Luigi è maggiorenne.

A casa come era l’atmosfera? Ci risulta ci fossero dei problemi tra Luigi e il suo compagno…

È vero c’erano delle incomprensioni. Pare che ci fosse anche una denuncia di Luigi contro il mio compagno ma non so nulla di questa circostanza. La verità è che Luigi era cresciuto solo con me, senza il padre, ed era molto legato a me. Il mio compagno, invece, pretendeva di essere trattato come un padre e Luigi non ci riusciva e da questa cosa nascevano le loro litigate.

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Antonello Dose, vero mattatore radiofonico con Il ruggito del coniglio su Rai Radio2, ha pubblicato da alcuni mesi una sua interessante autobiografia in cui, con la leggerezza e l’intelligenza che lo contraddistinugono, entra nelle pieghe anche più dolorose e sofferte della sua vita.

La rivoluzione del coniglio, pubblicato per Mondadori, è un vero e proprio talismano di consapevolezza in cui, anche attraverso il filtro della fede buddista secondo la pratica di Nichiren Daishonin, Dose si racconta e si mette a nudo, narrando anche la propria esperienza da omosessuale e da sieropositivo.

Incontriamo Antonello Dose qualche giorno dopo la presentazione del suo libro al Village di Padova.

Antonello, come mai hai deciso di scrivere La rivoluzione del coniglio? La parola scritta arriva più lontana di quella parlata alla radio?

Diciamo che un libro può arrivare a persone che non ascoltano il programma alla radio.

Qual è stata la rivoluzione più importante di Antonello Dose? Scrivere e raccontarsi, in un periodo di diffusa virtualità, può considerarsi un gesto rivoluzionario?

Il termine “rivoluzione” usato nel titolo del libro vuol essere una citazione dal romanzo La rivoluzione umana del mio maestro di vita, il leader buddista Daisaku Ikeda, che racconta di una vita spesa a propagare in tutto il mondo il buddismo di Nichiren Daishonin. Nella prefazione al romanzo Ikeda scrive: «Il cambiamento nel carattere di una singola persona, porterà al cambiamento di un intero Paese e alla fine dell’intera umanità»

La rivoluzione umana è qualcosa che avviene all’interno della mente e dei cuori delle persone. Se cambiano le menti e i cuori delle persone cambiano le società. La mia rivoluzione, negli anni, è stata trovare il coraggio di raccontarmi. Nella "diffusa virtualità" in genere ci si rappresenta molto ma ci si racconta poco.

La tua affettività e il coming out sono tra i cardini del libro. Il coming out è un gesto rivoluzionario? Cosa diresti a un adolescente che ha paura di vivere alla luce del sole il suo amore?

Questa estate italiana è stata così ricca di omofobia da far paura. In questo senso direi a un adolescente di andarci cauto. Magari, all’inizio consigliere di parlarne a persone fidate. Per il buddismo noi e l’ambiente siamo un fenomeno unico. Personalmente, ho sperimentato che se hai paura e resti nascosto, l’ambiente percepisce questo come una tua debolezza e tende a infierire. Crescendo, ho scoperto che nel momento che tu stabilisci con coraggio la tua libertà di essere, l’ambiente, al contrario, si inchina e ti rispetta.

Anche la sieropositività è un argomento che affronti nel libro. Nel nostro Paese, a proposito di rivoluzioni, quanto è rivoluzionario raccontare la propria vita da sieropositivo? C'è, a tuo parere, ancora un grande stigma verso le persone hiv+ e, soprattutto, esiste una buona informazione sulla necessità di usare il preservativo o prevale un atteggiamento superficiale?

Parlando della mia sieropositività mi sono reso conto di aver scoperchiato un tombino. Semplicemente, in Italia negli ultimi lustri non si è parlato affatto di hiv. Non capisco come le nostre autorità sanitarie abbiano potuto essere così superficiali. L’effetto è che sono in grande aumento i contagi tra giovanissimi e nelle coppie eterosessuali. #viveresereniconhiv è l’hashtag che mi sono scelto per rappresentarmi su Twitter. Attualmente, un paziente in terapia, controllato dai medici, è teoricamente non più contagioso. Questo dovrebbe far crollare quell’aura drammatica delle campagne sanitarie degli anni ’90 che hanno fatto passare la sensazione che anche i rapporti umani potessero essere contagiosi. Con le cure attuali è una sciocchezza, per sé e per gli altri, non farsi il test. Da tempo è disponibile un test salivare che dà il risultato in 15 minuti. Raccontando di me ho ricevuto dall’ambiente affetto, incoraggiamento e calore umano. È stato molto liberatorio. Ai ragazzi dico di continuare a usare il preservativo che resta il presidio più sicuro insieme alla PrEP (andatevi a informare online). Eviterete tutta una serie di altre seccature.

La parte dedicata alla tua fede buddista ha grandissima rilevanza nel tuo libro. Che posizione ha il buddismo rispetto all’omosessualità?

Nel buddismo si afferma che ogni persona è degna del massimo rispetto e che ha già in sé tutte le potenzialità della Buddità, che può ottenere in questa vita, nella forma presente. Questa premessa include ogni genere di persona a prescindere dal gender, la classe sociale e l’età. Ho trovato un grande conforto in questo insegnamento che mi ha donato dignità spirituale nell’incoraggiarmi nel fatto che ognuno di noi va bene così com’è.

Infine, sei stato recentemente ospite del Padova Pride Village. Che impressione hai ricevuto da questa che è, senza dubbio, una delle realtà più attive nella diffusione della cultura lgbt?

Ci si sente coccolati quando il gruppo che organizza lavora in unità. Padova è anche un piccolo miracolo nella cultura religiosa del Nord-Est. È aperta all’Europa, è ariosa. Credo che questo bel Village sia anche espressione delle nuove generazioni, più libere, più espresse. Una bella festa la fanno gli organizzatori ma anche la gente che ci partecipa.

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Vladimir Luxuria è la nuova testimonial del brand italiano di moda femminile Coconuda. Una scelta importante anche perché implicitamente carica di messaggi “rivoluzionari” per il mondo del fashion – e non solo – italiano. Da metà settembre la campagna pubblicitaria Coconuda con Vladimir Luxuria “invaderà” le case e le città degli italiani.

Ma, intanto, la scelta ha sollevato discussioni e stimolato l’odio dei tanti che, sui social, hanno offeso in maniera volgare e violenta Luxuria. Grande sorpresa, invece, il pubblico sostegno di Vittorio Sgarbi, che non è certo noto per avere posizioni “friendly” nei confronti della comunità Lgbti.

Incontriamo Luxuria qualche giorno dopo la comunicazione ufficiale della sua collaborazione come testimonial con Coconuda.

Luxuria, come hai accolto il fatto di essere stata selezionata come testimonial da Coconuda?

È la prima volta che sono testimonial di una campagna pubblicitaria e mi fa piacere. Mi avrebbero potuto scegliere come testimonial di un detersivo o di una poltrona. Invece mi hanno chiesto di fare da testimonial per una linea di abiti da donna. Quando avevo 15 anni, sperimentavo la mia femminilità di nascosto dai miei genitori. Adesso sarà sui cartelloni in tutta Italia. Un bel passo in avanti, no? Quella di Coconuda è stata una scelta importante e nuova per l’Italia.

E cosa ne pensi dei vari haters che, appresa la notizia, hanno iniziato a offenderti sui social?

La cattiveria in Italia viene spesso declinata in forme omotransfobiche perché, vicende come questa, scatenano l’aggressività e l’ira delle persone omofobe e transfobiche. Io, sinceramente, me ne sono sempre fregata e sono contenta di poter lanciare, grazie all’opportunità offertami da Coconuda, un messaggio di femminilità ed eleganza.

Te l’aspettavi la solidarietà di Vittorio Sgarbi che, tra l’altro, ha dichiarato che tu sei una testimonial migliore di Anna Tatangelo?

Non intendo proprio mettermi in competizione con le testimonial precedenti di Coconuda, come Anna Tatangelo o Raffaella Fico. Il brand sceglie ogni anno una testimonial nuova e quest’anno ha scelto me che sono una testimonial “diversa” dalle precedenti. Le parole di Sgarbi in mio favore sono comunque molto significative perché lui è uno che se ne intende di opere d’arte!

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Dimitri Cocciuti, classe 1984, è un giovane autore televisivo che ha collaborato alla realizzazione di programmi di successo con Raffaella Carrà, Piero Chiambretti, Fiorello e tanti altri. Attualmente è responsabile del dipartimento Format e Sviluppo per Ballandi Multimedia.

Il 1° settembre è la data di lancio del suo primo romanzo Ogni cosa al suo posto, che sarà presentato nella capitale da Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride, presso la Libreria Mangiaparole. Si tratta della storia di Giovanni, Antonella e Alessio e del destino che, improvvisamente, li condurrà a una nuova consapevolezza e alla maturità di affrontare il dolore e rimettere "ogni cosa al suo posto". Il romanzo di Cocciuti non è solo una storia d'amore arcobaleno, è anche un inno alla libertà di essere veramente se stessi.

Incontriamo Dimitri alla vigilia della presentazione del suo libro.

Dimitri, quando e perché hai deciso di raccontare questa storia? E, soprattutto, quanto del tuo universo emotivo è entrato in questo romanzo?

L’idea iniziale mi è venuta tre anni fa, in un contesto peraltro abbastanza particolare: avevo accompagnato mio padre in ospedale e mentre eravamo in attesa ho visto un dottore dire a una sua collega, dopo aver letto una cartella clinica, di conoscere bene quel paziente. Il suo stupore mi aveva colpito parecchio, tanto che quell’episodio mi è rimasto in testa per molto tempo, senza però trovare in un primo momento il modo per svilupparlo. La chiave giusta è arrivata poi, quando ho deciso di raccontare questa storia.

Ogni cosa al suo posto nasce da alcune mie vicende personali che nell’ultimo anno si sono evolute in una riflessione più ampia: ci sono persone che rimangono vicino a noi per molto tempo senza lasciare un particolare segno. Poi ne arrivano altre che invece ci colpiscono in un modo incredibile e per congiunzioni non particolarmente favorevoli vanno via con la stessa rapidità con la quale sono arrivate. Di fronte a questo “tsunami emotivo” spesso cerchiamo di far finta che non sia successo nulla perché “non vedere” diventa poi sinonimo di “non sentire”. Nel romanzo invece spariglio un po’ le carte: cosa succede se invece quel passato che pensavi di aver dimenticato torna di colpo nella tua vita?

In questo romanzo c’è molto del mio universo emotivo, c’è una parte di me in ognuno dei tre protagonisti.

Il tuo è un romanzo sulla capacità di essere autentici con se stessi e con gli altri. Quale è il prezzo che i tuoi personaggi pagano al fatto di non essere stati veramente se stessi? Ma cosa significa, secondo te, essere davvero autentici?

I miei personaggi pagano il prezzo di una vita vissuta secondo le apparenze trovandosi di colpo di fronte ai propri errori e soprattutto gestendo la consapevolezza di non essere perfetti, ma di aver fallito. Ed è proprio l’ammissione di questo fallimento, l’aver preferito la verità di facciata a quella del cuore, il più grande fardello che i protagonisti devono gestire, e al tempo stesso la loro più grande opportunità. Essere davvero autentici per me significa mettere al primo posto quello che sentiamo, senza aver paura del giudizio altrui, perché la verità, anche se può sembrare un concetto banale, rende davvero liberi e ci rende persone migliori.

Il coming out ha un ruolo centrale nel tuo romanzo. Come mai, in Italia, si fa ancora così fatica a fare un tale passo? Cosa diresti a un adolescente indeciso per spingerlo a fare coming out?

Io credo che ci sia ancora un certo timore del cambio di opinione che le persone che ci circondano possono avere di te. Un problema culturale e sociale che forse è più presente in alcune zone del nostre Paese e meno nelle aree metropolitane. Ma vorrei anche specificare che, a mio parere, non è sempre così: per capire che ognuno è libero di amare chi vuole non c’è bisogno di una laurea, piuttosto di una buona educazione data dai genitori ai propri figli.

A un adolescente indeciso direi che oggi, più di ieri, non è solo. Superare le paure e regalarsi la gioia dell'autenticità è la chiave di un futuro, il suo, e di chi come lui/lei sarà domani adulto, davvero privo di pregiudizi.

Infine, tu hai lavorato con personaggi importanti della nostra cultura pop come Raffaella Carrà, Fiorello e Piero Chiambretti. Secondo te, attraverso la temperatura pop di narrazioni come la tua, si può scardinare più facilmente il pregiudizio e lo stigma nei confronti delle persone Lgbti?

Assolutamente sì. Ho cercato di raccontare una storia universale in cui chiunque si può immedesimare indipendentemente dall’orientamento sessuale. Sarebbe motivo di grande orgoglio, per me, se una narrazione pop come Ogni cosa al suo posto riuscisse ad aprire non solo i cuori, ma anche le menti di chi ancora oggi - e l’attualità ce ne dà ahimé quotidiana riprova - vive di pregiudizi e inutili paure nei confronti della comunità Lgbti.

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