Claudio Finelli

Claudio Finelli

Ogni anno, dal 1998, il 20 novembre ricorre il “Transgender day of Remembrance” (TDoR), evento realizzato su iniziativa di Gwendolyn Ann Smith, attivista transgender, per ricordare Rita Hester, il cui assassinio in Massachussets diede avvio al progetto web Remembering Our Dead, e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.

Quest’anno la città di Napoli, in occasione del TDoR, ha ospitato la Trans Freedom March (celebrata anche a Torino), evento co-organizzato dall’Associazione Transessuali Napoli (ATN), sostenuto dal Comune di Napoli, dal Comitato Arcigay di Napoli, dalle associazioni Lgbti campane e dal Mit  e dalle associazioni trans nazionali.

La marcia, che è iniziata alle 17 a Piazza Dante, dopo il saluto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, sempre sensibile alle urgenze della comunità Lgbti, ha fatto irruzione nelle strade del centro cittadino per focalizzare l’attenzione sulla voce delle persone trans e sull’agognata libertà che la comunità rivendica.

«Il diritto al lavoro, all’emancipazione negata, allo studio, alla ‘scelta’, ad una vita serena, restano ancora speranze per molti, e per questo diventano atti dirompenti e necessari di rivendicazione del proprio orgoglio – dichiara Daniela Lourdes Falanga, delegata ai diritti delle persone trans di Arcigay Napoli –. Tante ancora le persone transgender assassinate, condannate ad un atroce destino solo perché intercettate nel loro coraggio e negate alla vita e Napoli, purtroppo, ha il triste primato che vide, solo nel 2016, tre vittime transgender a fronte di sette persone in tutta Italia. Non a caso la marcia diventa, per questo, un importante messaggio nella città “madre” della comunità Trans».

«La marcia deve servire a scardinare il pregiudizio invisibile che è latente in tutti – afferma Porpora Marcasciano, leader storica del Movimento transessuale italiano – in tutti quelli che pensano che la transessualità sia un capriccio o uno scimmiottamento della femminilità perché questo tipo di pregiudizio, silente e invisibile, fomenta la violenza».

Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica, presente alla marcia come rappresentante dell’Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) e dell’Università di Napoli Federico II, non ha dubbi sull’importanza dell’evento: «Questa marcia rappresenta un’occasione in cui la città può entrare in contatto con un mondo che, di solito, è colpito dal pregiudizio ed è bello vedere marciare insieme tante persone che chiedono pari opportunità e pari diritti soprattutto rispetto al lavoro e alla salute. L’Università di Napoli Federico II - ricorda il prof. Valerio - ha voluto creare un identità alias per consentire a tutti gli studenti transgender di vedersi riconosciuto sul libretto un nome in sintonia con l’identità di genere a cui sentono di appartenere». 

«La Trans Freedom March è importante perché è un momento di confronto – sostiene Ileana Capurro, Presidente dell’Atn - un momento i cui la stessa comunità trans si incontra e riscopre una coesione importante. La risposta della città è certamente positiva e devo ammettere che anche in fase di organizzazione c’è stata grande disponibilità delle Istituzioni all'organizzazione dell'evento». 

Infine la parola a Regina Satariano, leader storica del mondo transessuale che dichiara: «Questa marcia serve a prendere consapevolezza di quanto accade a livello mondiale, questa marcia ricorda le 327 vittime trans che ci sono state nel mondo nell’ultimo anno, una cosa intollerabile! Non si può essere ciechi e sordi su queste cose».

La marcia si è conclusa a Piazza Municipio, davanti a Palazzo san Giacomo, dove un palco ha accolto le testimonianze di diversi attivisti delle associazioni coinvolte, l’esibizione di alcuni artisti e la consueta veglia a lume di candela in cui si sono evocati i nomi delle 327 persone trans vittime di odio transfobico.

Infine, bisogna ricordare che, in concomitanza con la Marcia, nel carcere di Poggioreale si è svolto un evento legato al TDoR particolarmente toccante e coinvolgente, coordinato da Daniela Lourdes Falanga perché anche negli spazi più marginali del mondo la comunità di persone transgender e omosessuali possano ricordare le vittime di odio transfobico e percorrere un percorso di consapevolezza atto a garantire un primo vero atto di emancipazione dal carcere stesso.

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M¥SS KETA una punk diva che sta diventando un vero e proprio caso mediatico e social della musica italiana. Cresciuta nelle bollenti e trasgressive notti milanesi, la sua particolarità è restare un mistero: M¥SS KETA si presenta in pubblico sempre  mascherata in modo tale che nessuno possa davvero conoscere chi si cela dietro la sua voce e i suoi testi.

Autrice e interprete di brani forti e graffianti, M¥SS KETA ama scandalizzare raccontando in modo diretto e franco come si vive nel nostro Paese, eludendo la morale dei perbenisti e facendo dell’anticonformismo un vero e proprio stile di vita e d’arte antiborghese. Tra i suoi successi, tormentoni come Milano, sushi & coca, Le ragazze di Porta Venezia e Xananas.

M¥SS KETA, particolarmente amata dalla comunità Lgbti italiana, canterà sabato 18 novembre al Golden Gate di Napoli (via Campana 223, Pozzuoli), in una serata organizzata dal gruppo de La Mamada.

Incontriamo M¥SS KETA poco prima della sua performance napoletana.

M¥SS KETA, nelle tue canzoni racconti l’Italia del vizio, Ma qual è il vizio peggiore del notro Paese?

Se parliamo di vizi seri, il vizio peggiore è certamente la corruzione che mi fa imbestialire e ha radici molto profonde e questo mi spaventa molto . Poi esistono i piccoli vizi a cui cediamo tutte e tutti ma sono vizi piccoli, piccole trasgressioni che dobbiamo anche saper accettare.

Tu hai conosciuto personaggi molto importanti dello star system e della politica. Qual è quello che preferisci e quello che butteresti dalla torre?

Il personaggio dello star system che ho preferito è l’Avvocato Agnelli che è stata una grande persona e un grande amante. Butterei giù dalla torre Barbara D’Urso perché rappresenta tutte le cose che non mi piacciono degli italiani.

Quale messaggio ti piacerebbe lanciare alle persone  Lgbti che ti seguono con grande interesse?

Che si devono ricordare di essere ogni giorno super fighi come il panico! Accettarsi e conoscersi è il primo passo verso la felicità poi le altre difficoltà si superano insieme. Bisogna vivere bene con se stessi e nessuno di noi deve negarsi questa possibilità e nessuno deve farsi prendere dallo sconforto. Dobbiamo essere quello che veramente siamo e così spacchiamo il mondo.

Ma tu, oltre ad aver sedotto uomini, hai fatto perdere la testa anche a qualche donna?

Certo! Ho fatto perdere la testa a molte donne. Belén Rodriguez lo sa bene, se la chiamate e se la sentite, lei vi potrà dirà…vi confesserà qualche segreto. Ma io non posso dire niente perché avvocati e paparazzi stanno sempre in mezzo però…sì lo ammetto!

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Il caso Braibanti è stato, senza dubbio, uno dei casi giudiziari più clamorosi e drammatici degli anni ’60 del secolo scorso nel nostro Paese. E ha lasciato una ferita mai sanata nell’immaginario collettivo delle persone omosessuali.

Aldo Braibanti (1922-2014), filosofo, poeta, naturalista ed ex partigiano, nel 1964 fu accusato di aver plagiato il 21enne Giovanni Sanfratello. In realtà il giovane, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, aveva deciso di seguire i propri desideri ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo dalla “seduzione” che avrebbe subito e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio.

Dalle colonne dei maggiori quotidiani Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco Pannella, Cesare Musatti e Dacia Maraini si mobilitarono con trasporto a favore di Braibanti ma i loro appelli, come quelli di molti altri, restarono del tutto inascoltati. Il processo si concluse nel 1968 con la condanna per Braibanti per un reato dichiarato poi incostituzionale nel 1981.

Negli ultimi anni Il caso Braibanti, ricostruito da Massimiliano Palmese con documenti d’archivio, lettere e testimonianze, è diventato una pièce di successo diretta da Giuseppe Marini.

Dal 9 al 19 Novembre Il caso Braibanti, spettacolo nato diversi anni fa all’interno della rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale, ideata da Rodolfo Di Giammarco, torna a Roma nel nuovissimo Spazio 18b della Garbatella (via Rosa Raimondi Garibaldi, 18b).

Nei panni dei due protagonisti Fabio Bussotti e Mauro Conte che sono sempre in scena con il musicista Mauro Verrone e, sempre secondo il disegno registico, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali.

«Il caso Braibanti desterebbe ancora scalpore perché parliamo di un vero e proprio processo farsa – dichiara il regista Giuseppe Marini in una recente intervista radiofonica –. Chi verrà a teatro vedrà e ascolterà le dichiarazioni veramente risibili di periti venduti: ci sono perizie psichiatriche allucinanti, inventate di sana pianta, e non bisogna dimenticare che si tratta di una tragedia che rovinò la vita di un uomo e di un ragazzo per sempre. Nonostante l’appoggio dei più grandi intellettuali del tempo, ad Aldo Braibanti fu comminata una pena di nove anni  e, cosa ancora peggiore, Giovanni Sanfratello fu sottoposto ad atroci trattamenti con elettroshock e coma insulinico».

«Se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili – aggiunge Massimiliano Palmese - e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che Il caso Braibanti non è pagina del passato ma storia presente, che può e deve, ancora, farci sussultare». 

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Sono passati 42 anni da quella drammatica sera in cui il corpo del poeta Pier Paolo Pasolini fu trovato percosso e senza vita sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.

Una morte su cui non si è riusciti e non si è voluto mai fare chiarezza. L’intellettuale controcorrente ucciso dal giovane figlio del popolo che si ribella con violenza alle impreviste avances sessuali: così era necessario apparisse agli occhi dell’opinione pubblica l’assassinio di uno degli intellettuali più importanti del XX secolo. Inviso ai fascisti e ai borghesi conformisti, tenuto a distanza dai cattolici e dai perbenisti qualunquisti, espulso dal Partito Comunista per immoralità, Pasolini era un personaggio scomodo, stava scrivendo un libro pericoloso. Pobabilmente la sua drammatica fine non fu affatto l’esito di un incontro sbagliato ma la realizzazione di un piano premeditato.

Sarebbe davvero troppo lungo ripercorrere le innumerevoli tappe della vicenda giudiziaria legata alla morte di Pier Paolo Pasolini. Una cosa però sembra ormai indubbia: l’omosessualità dichiarata di Pasolini, scandalosa per l’epoca, non fu certamente la causa dell’assassinio quanto l’alibi che avrebbe avuto l’omicida - o presunto tale - Pino Pelosi. Perché negli anni ’70 del secolo scorso uccidere una persona omosessuale, che attentava alla conclamata virilità di un maschio eterosessuale, era percepita alla stregua di un’azione legittima e in qualche modo giustificabile.

A 42 anni dalla morte restano l’incredibile eredità intellettuale di Pier Paolo Pasolini, le sue apparenti contraddizioni foriere di nuove prospettive, la sua lungimiranza nel ribaltare convinzioni e presunzioni ideologiche per mostrare la verità in tutta la sua scabra e squallida complessità. Senza moralismi e senza querimonie Pasolini continua a rivelarci che il Re spesso, troppo spesso, è tragicamente nudo.  Egli era un intellettuale, uno scrittore, che cercava di seguire tutto ciò che succedeva, di conoscere tutto ciò che se ne scriveva, di immaginare tutto ciò che non si sapeva o che si taceva; che coordinava fatti anche lontani, che metteva insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabiliva la logica là dove sembravano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Gaynews ha chiesto al regista e drammaturgo napoletano Mario Gelardi, autore di pièces teatrali di successo legate alla figura del grande letterato friulano come Idroscalo 93, 12 baci sulla bocca e La Grande Tribù (quest’ultimo con Claudio Finelli) perché, a suo parere, Pasolini può essere considerato ancora un intellettuale attuale e di riferimento per capire il nostro Paese.

«Perché Pier Paolo Pasolini è ancora un intellettuale contemporaneo – ci spiega Gelardi - Cosa vuol dire essere contemporanei? Significa avere uno sguardo sempre presente, avere una parola che parla alla tua generazione come a quella precedente e a quella che sta per nascere. Significa riuscire a farsi capire da chi non ti conosce e scavare dentro le cose con uno sguardo unico. Pasolini è contemporaneo a ogni generazione, ci osserva, ci parla, mette in mostra spudoratamente le nostre debolezze, che sono state anche le sue».

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Ancora 15 giorni di carcere per il giovane omosessuale arrestato in Egitto per il semplice fatto di aver sventolato una bandiera rainbow. La decisione è stata presa dalla Procura della Sicurezza dello Stato mentre proseguono le indagini sull'organizzazione del concerto della band libanese Mashrou' Leila al Cairo, durante il quale, a settembre, l'arrestato aveva sventolato la bandiera dei diritti Lgbti.

I temi satirici e dissacratori del gruppo libanese di alternative rock affrontano tematiche estranee alla musica araba tradizionale come l'omosessualità. La canzone Shim el Yasmine, ad esempio, può essere considerata un’ode al rispetto per l'amore tra persone dello stesso sesso.

L'accusa per cui è in prigione il giovane egiziano è quella di diffusione delle idee della band libanese. Idee che, secondo la Procura della Sicurezza dello Stato, "istigano alla dissoluzione dei costumi e all'immoralità". 

Bisogna ricordare che in Egitto, Paese musulmano al 90%, l'omosessualità non è formalmente perseguita ma un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi "incita alla dissolutezza e all'immoralità": un'anfibola normativa che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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Accade che da un’accusa di molestie, da una circostanza, dunque, decisamente negativa e riprovevole, possa conseguire un possibile “riscatto”. Una vera liberazione sia pur per il solo interessato.

È quanto successo alla star di Hollywood Kevin Spacey, protagonista di film indimenticabili come American Beauty e I soliti Sospetti, accusato di molestie sessuali da Anthony Rapp, interprete di Stamets in Star Trek Discovery. L'attore ha dichiarato che Spacey abusò di lui nel lontano 1986, ossia quando Rapp aveva 14 anni e Spacey 26. Le molestie avrebbero avuto luogo al termine di un party a casa di Spacey: il giovanissimo Rapp avrebbe ricevuto esplicite avances dal protagonista di House of Cards, mentre guardava la televisione nella camera da letto.

Rapp ha spiegato che da quella sera non ha più rivolto la parola a Spacey e ha aggiunto che l’evento lo ha fortemente turbato al punto da tenere nascosto l’evento. Solo adesso, sulla scia dello scandalo Weinstein, Anthony ha deciso di raccontare tutto ai media.

Il divo di Hollywood, alla notizia della rivelazione di Rapp, ha spiazzato l’opinione pubblica con un commento altrettanto scioccante con cui non solo ha chiesto scusa al collega ma ha deciso di fare coming out: «Ho molto rispetto e ammirazione per Anthony Rapp come attore. Mi ha fatto orrore sentire la sua storia. Sinceramente non ricordo quell'episodio che risale a più di 30 anni fa e che è frutto di un comportamento inappropriato legato ai fumi dell'alcol.

Ma se mi sono comportato come lui dice, gli faccio le mie più sincere scuse (…) Questa storia mi stimola a raccontare di più sulla mia persona. Nella mia vita ho avuto relazioni sia con donne sia con uomini. Ho amato e avuto incontri romantici con diversi uomini nel corso della mia vita e ora ho deciso di vivere da uomo gay. Voglio affrontare la cosa onestamente e apertamente».

Un coming out, in ogni caso, che, legato a una vicenda di molestie sessuali su un minore, sarà indubbiamente liberatorio per Specey ma non potrà certamente essere oggetto d'apprezzamento.

 

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Arriva finalmente anche in Italia Smiley, testo del giovane autore spagnolo Guillem Clua, che, pur essendo stato un successo in Spagna, Cile, Grecia, Germania e Cipro, è stato censurato al XXI Festival del Teatro dell’Università Cattolica di Concepcion in Cile.

La messinscena italiana è curata dal regista Rosario Sparno e debutterà a Napoli dal 3 al 5 novembre sul palco del Nuovo Teatro Sanità (piazzetta san Vincenzo), spazio cittadino ormai consolidato come vero e proprio laboratorio culturale di innovazione, legalità e inclusione.

«Volevo mettere in scena una classica commedia sentimentale – dichiara il regista Rosario Sparno –. Smiley di Clua me ne ha dato la possibilità: un testo contemporaneo con la struttura divertente di una commedia anni ’40».

E, in effetti, Smiley è una classica commedia romantica, in cui si ritrovano lui, lui e l’altro. E l’altro è Grindr, una nota applicazione di geolocalizzazione per incontri rapidi tra uomini. “Chatta e incontra uomini sexy, attraenti e interessanti, gratuitamente”, questo è quello che promette “l’altro”, cioè Grindr.

«Ricordo perfettamente il primo messaggio ‑ si legge nel testo ‑ a cui non hai risposto. Gli altri normalmente ricordano l’ultimo o il più importante. Io ricordo la prima volta che ho ricevuto il silenzio come risposta. Il messaggio era molto semplice: due punti, trattino, parentesi chiusa. Uno smiley. Un sorriso». Da questo nuovo modo di comunicare, tipico dei social network, nasce l'idea di Smiley, uno spettacolo che racconta una società che muta forma e restituisce soluzioni esistenziali, anche rispetto all’amore, diverse da quelle che eravamo abituati a conoscere.

A proposito del suo lavoro teatrale, il regista Rosario Sparno aggiunge: «Dopo aver incontrato la vitalità dirompente degli attori e di tutta la compagnia del Nuovo Teatro Sanità, ho pensato di far nascere qui Smiley, una storia d’amore nata in Spagna, ma che potrebbe essere nata anche qui, a Napoli, nel Rione Sanità. Alex e Bruno, interpretati da Carlo Caracciolo e Riccardo Ciccarelli, saranno affiancati dai gogoboys della compagnia del Teatro e comporranno il coro di questa versione italiana del testo di Guillem Clua».

Protagonisti della pièce sono Alex e Bruno, interpretati da Carlo Caracciolo e Riccardo Ciccarelli, in scena insieme a un coro greco formato dagli attori della compagnia giovane del teatro (Vincenzo Antonucci, Ciro Burzo, Lola Bello, Mariano Coletti, Giampiero De Concilio, Antonio Della Croce, Simone Fiorillo, Gaetano Migliaccio, Nicola Orefice). Lo spettacolo si avvale delle coreografie di Simone Fiorillo, dei costumi di Alessandra Gaudioso, delle scene di Mauro Rea, del disegno luci di Paco Summonte ed è prodotto dal Nuovo Teatro Sanità con il patrocinio dell'Istituto Cervantes di Napoli.

Per saperne di più: www.nuovoteatrosanita.it.

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Non è ancora andato in scena e già sta facendo discutere il nuovo spettacolo scritto e diretto da Giovanni Franci, autore e regista dallo sguardo lucido sulla realtà contemporanea nonché sulle relazioni e i conflitti affettivi che, in essa, si consumano. Franci ha deciso di raccontare e mettere in scena uno dei casi di cronaca nera accaduti a Roma tra quelli più atroci e scioccanti degli ultimi anni: l’omicidio di Luca Varani a opera di Manuel Foffo e Marco Prato.

Non a caso lo spettacolo si chiama L’Effetto che fa perché è questa la risposta che Foffo e Prato diedero agli inquirenti che cercavano di comprendere le ragioni alla base dell’efferata crudeltà con cui i due avevano seviziato e massacrato il 23enne Luca Varani.

Nelle note di regia Giovanni Franci offre una puntuale e incisiva disamina dei motivi che l’hanno spinto a investigare emotivamente in questa pagina drammatica della nostra storia recente, partendo proprio dal senso di malessere e disorientamento conseguente al fatto di dover metabolizzare che alla base di tanta violenza non c’era, in realtà, alcuna reale motivazione. Perché l’omicidio Varani, ci suggerisce l’analisi di Franci, non può essere semplicisticamente attribuito all’alterazione procurata dalla droga: Marco Prato e Manuel Foffo, che, apparentemente, erano due giovani come tanti e che, come tanti,  amavano trasgredire assumendo anche qualche sostanza, erano due persone con un preoccupante deficit identitario, insomma due immaturi cronici, parossisticamente soffocati dalle aspettative, dalle convinzioni, dai pregiudizi e dalle proiezioni paterne. Due campioni paradigmatici di un Edipo irrisolto, incapaci di vedere e sentire l’altro, incapaci perfino di cogliere l’altrui dolore, perché troppo concentrati a reggere, faticosamente e servendosi di droghe, il proprio svuotatissimo e fragilissimo “io”.

Ma se la disposizione esistenziale di Foffo e Prato risulta essere sinistramente evidente, sia per le reazioni che i due manifestarono dopo la scoperta dell’omicidio sia per le esternazioni allucinanti dei genitori di entrambi (sempre i padri), ciò che lascia, comprensibilmente, turbato Giovanni Franci è la reazione che è possibile cogliere nell’ambiente di Luca Varani all’indomani della sua morte.

Infatti, l’unica preoccupazione che sembra emergere dalle parole di chi gli avrebbe dovuto volere bene è quella di negare la sua omosessualità e negare che fosse capitato nella casa di Foffo per offrire una prestazione sessuale a pagamento.

«Ma il punto non è questo – puntualizza a tal proposito Giovanni Franci - Il punto, mi sentirei di dire ai giovani amici di Luca, è amare Luca qualunque cosa sia successo. Amatelo se per ingenuità ha commesso un errore, se era andato dai suoi assassini per rivendersi due grammi di coca. Se invece verrà fuori che le cose sono andate come oggi credete sia impossibile, amatelo lo stesso.

Accettate che oltre una certa soglia siamo sconosciuti gli uni agli altri, che chi ci è accanto può avere zone d'ombra, e non per questo possiamo smetterle di amarlo. Accettate di essere insufficienti voi, di non potere o non sapere leggere ogni cosa della persona a cui volete bene, dal momento che, essendo però riusciti a vedere in lui o lei ciò che è essenziale, sarete forti di un amore che non verrà tradito. Solo restituendo con coraggio all'altro un profilo quanto possibile compiuto e fedele, saprete meglio chi siete voi stessi. Allora sentirete la bellezza di essere diventati adulti. E se lo siete già, ne uscirete rafforzati. Saprete benissimo dove andare, sentirete forte e chiara la direzione, pur nel ventre di una città, Roma, che per adesso ne è schifosamente priva.» 

L’Effetto che fa sarà in scena dal 31 ottobre all’8 novembre 2017 nel nuovissimo spazio di Via Giulia, 20 l’Off/Off Theatre Festival, Lo spettacolo vedrà in scena tre attori under 35, coetanei dei veri protagonisti della storia, Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco.

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Sabato 21 ottobre a Firenze, nella modernissima struttura del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino di Piazza Gui, si è inaugurata con un vernissage a inviti la prima grande mostra dedicata a Paolo Poli, genio dello spettacolo italiano scomparso da poco più di un anno. Realizzata in collaborazione con il Mibact, il Comune di Firenze e il Maggio Musicale Fiorentino, la mostra-album è curata dal critico teatrale Rodolfo di Giammarco e dal compositore Andrea Farri, nipote di Paolo Poli.

Ed è proprio il curatore Rodolfo di Giammarco a proporre, durante la breve presentazione del vernissage, un paragone suggestivo tra Paolo Poli e David Bowie sottolineandone la similarità del sorriso, prova inconfutabile di un medesimo "linguaggio dell'identità". Articolata in 40 monitor come fossero 40 quadri viventi e tecnologici, che restituiscono ai visitatori momenti teatrali ed estratti della storia della carriera di Paolo Poli, la mostra presenta un allestimento davvero contemporaneo che consente al visitatore di percorrere una piacevole maratona lungo l'intera carriera del grande artista fiorentino.

Nel corso della presentazione della mostra, icoordinata dal responsabile della comunicazione del Teatro del Maggio Musicale, Paolo Klun, ha preso la parola anche il sindaco di Firenze Dario Nardella, che, salutando il direttore di Gaynews Franco Grillini seduto in prima fila, ha ricordato l'importanza di Poli anche nell'azione di scardinamento di pregiudizi e stereotipi.

Interessante anche la testimonianza del musicista Stefano Bollani che ha ricordato l'eccezionale personalità del grande artista: "Paolo Poli era uno che faceva esattamente quello che voleva fare - ha sottolineato Bollani -. Non faceva nulla per rompere le scatole, faceva quello che voleva fare senza pensare a quello che bisognava o non bisognava fare"

“Questa è la prima grande mostra dedicata a Paolo a Firenze, e la scelta della città non è casuale - dichiara per Gaynews Lucia Poli - e la particolarità è che tutto il materiale è stato digitalizzato ed è possibile vederlo nel quaranta monitor del percorso. Paolo è stato una grande personalità perché scandalizzava e veniva prima dei suoi tempi. Ha fatto Santa Rita a teatro e, all’epoca, c'è stata un'interpellanza parlamentare. Ha precorso i tempi e molti l'hanno imitato ma non si può imitare Paolo Poli perché lui aveva mille maschere. Dice Nietzsche, se le illusioni e le maschere ci consentono di vivere, liberiamo tutte le illusioni e indossiamo tutte le maschere e lui l'ha fatto"

“Paolo Poli era un maestro e come molti maestri non lascia dietro di sè nessuno. Era unico e non può essere sostituito - aggiunge lo scrittore Stefano Benni, ospite dell'inaugurazione della mostra - questa mostra serve a non dimenticarlo perché non c'è un altro Paolo Poli".

Sarà possibile visitare la mostra “Paolo Poli è…” fino al 6 gennaio 2018 presso il Teatro del Maggio Musicale Fiiorentino, in piazza Vittorio Gui, 1 a Firenze.

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Andrea, Gianni e Anna: sono questi i protagonisti di una storia d'amore che, nel nostro Paese, è ancora negata da una politica sostanzialmente discriminatoria. Una politica che si ostina a non riconoscere ciò che non solo è una realtà ma è anche una realtà che produce legami, affetti e vincoli relazionali. 

Andrea, Gianni e Anna sono una famiglia, una famiglia arcobaleno: Andrea e Gianni, infatti, dopo anni di vita in comune, hanno deciso di suggellare la propria esperienza di coppia diventando genitori di una splendida bambina, Anna, nata in California il 2 agosto 2014 attraverso la gestazione per altri. Opportunità che, ovviamente, sarebbe stato loro preclusa in Italia.

Questo viaggio verso la vita e la felicità è raccontato da Andrea Simone, uno dei due papà, nel libro Due uomini e una culla, pubblicato a Torino da Golem con la preziosissima prefazione di Lella Costa e promosso per l'Italia dalla struttura editoriale cattolica Dehoniana Libri.

Un libro che racconta un momento importante della vita di Andrea e Gianni, cioè quello in cui decidono di realizzare il proprio progetto di genitorialità, con tutta l'euforia e la trepidazione che giustamente riserviamo ai grandi riti di passaggio della nostra esistenza, quelli in cui sentiamo che una parte di quel che volevamo diventare ha finalmente trovato la sua concreta determinazione.  Un libro che, però, racconta anche la difficoltà a cui va incontro una coppia gay nel momento in cui decide di non arrendersi di fronte alle deficienze del nostro legislatore perché, nonostante tutto, una coppia gay, in Italia, resta pur sempre una coppia "differente" dalle altre: una coppia vista come inadatta ad amare, crescere ed educare i propri figli. 

La vicenda di Andrea e Gianni è una vicenda esemplare anche per la naturalezza con cui viene raccontata la scelta di ricorrere alla gpa, finalmente descritta senza quell'alone di "dramma" o "violenza" con cui troppo spesso è presente nell'immaginario collettivo. È quanto anche scrive nella prefazione l’attrice Lella Costa, che conosce Andrea da quando era ragazzino: «La maternità surrogata, o gestazione per altri (spero che l’orribile e dolosa espressione “utero in affitto” sia stata bandita per sempre) è un tema molto serio, molto delicato e anche molto divisivo.

Persone sicuramente intelligenti, preparate, e soprattutto non sospettabili di non avere a cuore il tema dei diritti civili, negli ultimi tempi hanno assunto rispetto a questo argomento posizioni molto critiche, addirittura intransigenti. Da più parti si è sottolineato il rischio di un’ennesima forma di sfruttamento del corpo delle donne, soprattutto di quelle economicamente più fragili. Per non dire di tutte quelle persone, associazioni e schieramenti che semplicemente si rifiutano di riconoscere qualunque legittimità non solo alla gestazione per altri, ma anche a tutte le forme di relazione che si discostino dal concetto di  famiglia, anzi di Famiglia, di cui sembrano rivendicare il copyright: un padre (maschio), una madre (femmina) e la prole da costoro generata. Chiuso l’argomento.

Da tempo ormai, ogni volta che mi è capitato e mi capita di affrontare questi temi, specie con interlocutori impermeabili a qualunque confronto, me la cavo con una citazione disneyana, per l’esattezza da Lilo e Stitch: “Famiglia vuol dire che mai nessuno viene dimenticato o abbandonato”. Se qualcuno conosce una definizione migliore, per favore, me la comunichi. E credo di avere capito almeno una cosa: al di là delle riflessioni e posizioni teoriche, a volte in buona fede e rispettabili, quello che conta, e che fa la differenza, sono le persone, e le loro storie. Che − con buona pace degli integralisti − sono storie d’amore, di dedizione, di difficoltà, di desideri, di progetti di vita».

Ma in fondo, come giustamente sottolinea l'autore Andrea Simone, giornalista e blogger al suo esordio letterario, quella raccontata in Due uomini e una culla è soprattutto la storia di Anna, il regalo più grande che i due papà abbiano mai ricevuto dalla vita, un miracolo di gioia e serenità che si rinnova giorno dopo giorno e che è giusto condividere con il prossimo per scardinare luoghi comuni, paure e pregiudizi sulla vita e la felicità delle famiglie omogenitoriali.  

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