È morto per complicanze da Aids, presso l'Aga Khan University Hospital di Nairobi, Binyavanga Wainaina.

Lo scrittore pluripremiato e attivista a livello mondiale per i diritti Lgbti aveva 48 anni. Nel 2016 aveva dichiarato d’essere sieropositivo. Pur non riuscendo a vincere la sua battaglia contro l’Aids, Binyavanga Wainaina ha vinto quella contro i pregiudizi che in Kenya e in altri Paesi del continente africano esistono nei confronti di chi è omosessuale. Fra l’altro, venerdì 24 maggio, la Corte Suprema del Kenya dovrà esprimersi sulla decriminalizzazione dell’omosessualità. Battaglia per cui si era speso negli ultimi anni di vita.

Nel gennaio 2014 Wainaina aveva fatto coming out, pubblicando per la prima volta un breve racconto intitolato I am a homosexual, mum: una lettera aperta alla madre deceduta, in cui esprimeva le difficoltà e il dolore di essere una persona omosessuale non dichiarata. In aprile la rivista Foreign Policy lo avrebbe inserito tra i Leading Global Thinkers, la lista degli intellettuali più influenti del pianeta.  

Nato a Nakuru nel 1971, Wainaina, infatti, era già riconosciuto come un gigante della letteratura contemporanea africana. Vincitore di diversi premi letterari prestigiosi, si era aggiudicato nel 2001 il Caine Prize for African Writing per il racconto Discovering Home

Nel 2003 aveva fondato la rivista Kwani?, mentre nel 2005 aveva pubblicato su Granta l'articolo satirico How to write about Africa contro i clichè occidentali sul continente africano: tradotto in venti lingue, risulta essere ancora il più cliccato sul sito web della rivista.

Da allora Wainaina era vissuto tra gli Stati Uniti e il Kenya, scrivendo, tra gli altri, per The New York Times, The Guardian e National Geographic. A New York, inoltre, dirigeva il Chinua Achebe Center for African Writers and Artists del Bard College. 

Sul suo seguitissimo blog Africasacountry.com si raccontava in prima persona: la famiglia, l'omosessualità, la vita quotidiana, le battaglie. Tra le pagine più salienti del suo diario online quella sul coming out, la malattia, l'amore per il compagno e l'aggressione razzista, subita nel 2017 a Berlino da parte di un tassista.

«Ha demistificato e umanizzato l'omosessualità - aveva scritto di lui l'autrice statunitense di origine nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie -. sentendosi in obbligo di sgretolare tutta la vergogna che la gente prova ad essere gay».

Sui social in poche ore, dopo l'annuncio della sua scomparsa da parte della famiglia, sono stati postati migliaia di messaggi di cordoglio.

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Addio a Doris Day, morta oggi a 97 anni nella sua casa di Carmel in California. Tra le più grandi dive hollywoodiane degli anni ’60 del secolo scorso, è stata amata ininterrottamente soprattutto dal pubblico statunitense, che in lei riconobbe la bionda della porta accanto e la fidanzata d'America.

Nata Doris Mary Ann Von Kappelhoff il 3 aprile 1924 a Cincinnati, l'indimenticabile interprete di Que sera, sera ne L'uomo che sapeva troppo scelse il nome d'arte di Doris Day dopo aver cantato, in età adolescenziale, Day after day. 

È stata cantante, attrice, star televisiva, animalista, divenendo, dopo l'addio dalle scene 50 anni fa, intramontabile simbolo pop al punto tale che gli Wham! la inserirono nel testo di Wake Me Up Before You Go-Go

La sua fedele amicizia con Rock Hudson negli anni '80, quando l'attore visse l'isolamento per l'Aids che lo avrebbe condotto alla morte, la rese, lei che era già amata dalla collettività Lgbti, un idolo e un'icona di riferimento arcobaleno.

Una carriera straordinaria, la sua, fatta di 39 film: da Hollywood Hollywood con Frank Sinatra a La ragazza più bella del mondo di Charles Walters fino al picco del successo raggiunto con il musical Western Calamity Jane, che la vide dominare come donna il box office dai tempi di Shirley Temple.

Il modo radioso, con cui si impose sul set cinematografico, nascose per decenni i drammi dell'infanzia e dell'adolescenza. Il padre aveva lasciato la madre quando Doris aveva solo 11 anni. Poi a 13 anni l'incidente d'auto che pose fine ai suoi sogni di ballerina. A 17, invece, il matrimonio con il trombonista Al Jorden, che la picchiava, e un figlio prima dei 20. Poi altre tre matrimoni, tutti infelici, tra cui quello col manager musicale Martin Melcher, arrivato a dilapidare 20 milioni di dollari del suo patrimonio.

Eppure Doris Day non perse mai il sorriso e quel viso luminoso di persona felice e rassicurante. «Il pubblico avrebbe seguito le mie canzoni - raccontò nel '96 - perché sentiva che credevo nelle parole, ogni parola, che cantavo».

Con la stessa passione si era lanciata nelle battaglie animaliste, diventando vegetariana e finanziando i movimenti per i diritti degli animali. «Se gli uomini sono davvero delle bestie - disse una volta - allora le donne sono animali amorevoli».

È stata la sua connaturale attitudine a non coltivare rancori e inimicizie a farla amare da tutti. Un mese fa, per il suo compleanno, era stata festeggiata da 300 persone nella sua casa in California. È stata la sua uscita di scena tra gli applausi. Ancora una volta tutti meritati.

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Negli ultimi anni il tema della prevenzione dell’Hiv/Aids sembra registrare un calo d’attenzione anche da parte dell'Unione Europea

A rilevarlo senza giri di parole l’euparlamentare uscente Daniele Viotti (ricandidato dal Pd alle imminenti elezioni di maggio), che al contrario ha costantemente alimentato, durante il suo mandato, il relativo dibattito e promosso efficaci campagni di comunicazione.

 «L'Hiv – spiega Viotti a Gaynews –  continua a rappresentare  un grave problema di salute pubblica nei paesi Ue, con oltre 25.000 nuovi casi segnalati ogni anno. Per questo, in vista del 1° dicembre mi faccio sempre promotore di una campagna comunicativa per riportare al centro il tema. Nel 2018 ho lanciato un concorso la cui premiazione è avvenuta a Bruxelles il 9 aprile». 

La cerimonia di consegna ha concluso il convegno Creativity Saves, nel cui ambito si è reso evidente, grazie soprattutto alla segnalazione di Anlaids Lombardia, come il programma dell'Unione europea per la salute abbia ridotto il finanziamento dei bandi dal 2016 a oggi, passando dagli oltre 46 milioni di euro a pochi milioni di euro. Bandi, giova rilevarlo, finanziati dall'Agenzia esecutiva per i consumatori, la salute e la sicurezza alimentare (Chafea).

Come se non bastasse, la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili quali Hiv/Aids non è considerata in questi programmi un’azione prioritaria.

Aspetti, questi, che sono stati esplicitamente sollevati dallo stesso Viotti in un’interrogazione a Palazzo Berlaymont che, depositata il 12 aprile, si chiude nei seguenti termini: «Considerata la situazione sopradescritta e la fondamentale importanza dell’informazione e della prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili per tutelare la salute di tutti cittadini, la Commissione può riferire quali azioni intende adottare per ripristinare un finanziamento adeguato per tali progetti?».

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A poco meno di sei mesi dal linciaggio e dall’omicidio di Zak Kostopoulos, attivista per i diritti delle persone Lgbti e sieropostive, il checkpoint di Atene per la prevenzione e il controllo di Hiv/Ist è stato gravemente vandalizzato con intenti omofobici e sierofobici. 

Intorno alle 3:00 di lunedì 11 marzo ignoti sono entrati dal balcone nel primo piano del centro, sito al civico 4 di Pittaki Street nel popoloso quartiere di Monastiraki, e hanno sparso benzina per poi appiccare il fuoco ai locali. L’incendio è divampato dopo che gli stessi avevano strappato la bandiera arcobaleno sventolante sull’edificio.

A ricostruire le dinamiche dell’attentato i vigili del fuoco, il cui intervento immediato ha impedito che le fiamme si estendessero ai piani superiori e agli edifici contigui senza provocare danni a persone.

Il checkpoint di Atene al pari di quello di Tessalonica è gestito dai volontari di Positive Voice col supporto di Ahf Europe. Presso di essi vengono gratuitamente effettuati ogni anno oltre 100.000 test Hiv e diagnosticati quasi il 30% dei nuovi casi di sieropositività in GreciaNonostante i gravi danni subiti il checkpoint ha subito ripreso la propria attività, allestendo un’unità mobile all’esterno del civico 4.

Raggiunto telefonicamente, Sophocles Chanos, direttore del checkpoint di Monastiraki, ha dichiarato: «Gli autori dell'attacco non hanno semplicemente provato a bruciare un edificio. Hanno cercato di usare l'intimidazione e la violenza per silenziare una voce forte che difende i diritti umani.

La nostra risposta è chiara. Non lasceremo che la paura alimenti il mostro. La bandiera arcobaleno è tornata subito a sventolare quale inequivocabile dichiarazione politica pratica: i diritti umani non soccombono di fronte ad alcuna estorsione fascista. Allo stesso tempo abbamo invitato tutti gli enti pubblici, le istituzioni, le organizzazioni della società civile, le imprese e ogni cittadino a far sventolare la bandiera arcobaleno sui propri edifici come risposta simbolica a tale intimidazione.

Il fascismo è l'oscurità che affogherà alla luce dei nostri valori. Non abbiamo paura».

L’appello di Sophocles Chanos non è caduto nel vuoto. La bandiera arcobaleno è stata infatti issata sulle facciate del Dipartimento di Politica Sociale del Comune di Atene e della Fondazione Onassis mentre è stata riprodotta sulla prima pagina del quotidiano Η Εφημερίδα των Συντακτών.

Numerose le reazioni di condanna da parte di esponenti del mondo politico e istituzionale. In un comunicato il direttivo di Syriza ha dichiarato: «La lotta contro l'omofobia, l'eliminazione di discriminazioni, stereotipi e pregiudizi è questione costante e quotidiana. Ci aspettiamo che le autorità indaghino sul caso e arrestino gli attentatori». Un componente di spicco del partito, Panayotis Kouroumblis (già ministro della Sanità e della Sicurezza sociale nel Governo Tsipras I e ministro dell’Interno nel Governo Tsipras II dal 23 settemnre 2015 al 5 novembre 2016), ha visitato la sede del checkpoint. Gesto compiuto anche da Stauros Theodōrakīs, leader di To Potami.

Ferma condanna anche da parte di Kyriakos Mītsotakīs, leader del partito conservatore Nea Dimokratia, e della governatrice regionale dell'Attica Rena Dourou, che ha anche dichiarato: «Il checkpoint deve continuare le proprie attività e faremo tutto il necessario per assicurarne la continuazione del lavoro del contributo alla società».

Nella lettera inviata a Positive Voice la Società scientifica ellenica per lo studio dell'Aids (Eemaa) ha dichiarato: «Siamo fiduciosi che questo attacco doloso sia stato causato da una minoranza e tutti i cittadini lo condannino. L'Eemaa continuerà a cooperare e sostenere il lavoro di Positive Voice: saremo accanto a loro in tutte le attività».

Tanti gli attestati di solidarietà giunti da più parti del mondo. Tra questi anche quello dell'associazione italiana Plus Onlus, che in un post Fb del 14 marzo ha scritto: «Apprendiamo ora che il Checkpoint di Atene è stato dato alle fiamme. Si tratta, a quanto pare di un attacco omofobico, una cosa indegna che solo qualche imbecille, decerebrato poteva mettere in pratica.

Gli imbecilli si sarebbero concentrati in primis sulla bandiera rainbow e poi avrebbero dato fuoco al centro. Un atto vile, ignobile! Il checkpoint di Atene è un gioiello nella lotta contro Hiv con i suoi oltre 100.000 test annui e il 30% delle nuove diagnosi del Paese. Tutta la nostra associazione è vicina ai compagni di Atene e faremo del nostro meglio per dare una mano nella ricostruzione».

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Eccezionale risultato dalla ricerca scientifica su Hiv/Aids secondo quanto indicato da un articolo pubblicato su Nature. Un uomo britannico con Hiv-1 ha infatti raggiunto la remissione completa dopo un trapianto di cellule staminali: si tratta, dunque, del secondo caso al mondo dopo quello di Timothy Ray Brown, più conosciuto come paziente di Berlino. 

Sebbene l'uomo sia rimasto finora in remissione per 18 mesi, i ricercatori britannici guidati da Ravindra Gupta, virologo all'University College London, avvertono che è ancora troppo presto per dire che è "guarito" dall'Hiv. L'uomo ha scelto di restare anonimo e gli scienziati si riferiscono a lui come "il paziente di Londra".

Come ricordato dai ricercatori su Nature, si tratta dell'unico caso documentato di un paziente curato dall'Hiv dopo aver ricevuto un trapianto di cellule staminali ematopoietiche da un donatore con due copie della mutazione Δ32 di CCR5. In effetti CCR5 è un co-recettore per l'infezione da Hiv-1 e i portatori omozigoti di questa mutazione sono resistenti alle infezioni da virus Hiv-1 con questo co-recettore. 

Ravindra Gupta e i suoi colleghi hanno dimostrato l'efficacia di una forma meno aggressiva di trattamento in un uomo con Hiv-1, a cui era stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin avanzato nel 2012. Per trattare il tumore, il paziente ha ricevuto un trapianto di cellule staminali ematopoietiche da un donatore con due copie dell'allele CCR5 Δ32. L'uomo ha avuto solo una lieve reazione al trapianto di cellule staminali.

L'équipe londinese ha spiegato come, in seguito al trattamento, il paziente sia diventato omozigote per CCR5 Δ32 e la terapia antiretrovirale sia stata interrotta dopo 16 mesi. Dopo aver effettuato una serie di analisi, i ricercatori hanno potuto confermare che l'Rna dell'Hiv-1 non era rilevabile. Il paziente è rimasto in remissione per altri 18 mesi.

Questi risultati dimostrano che il "paziente di Berlino" non era un'anomalia e forniscono ulteriore supporto allo sviluppo di approcci mirati al co-recettore CCR5 come strategia per raggiungere la remissione dell'Hiv.

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Quella del 5 febbraio è una data certamente importante per i catanesi ma lo è, in particolare, per la collettività rainbow, che 25 anni fa, nel 1994, salutava con entusiasmo l’apertura del primo circolo Lgbt siciliano: il Pegaso. 25 anni sulla breccia, che hanno fatto dello storico circolo catanese, affiliato ad Arcigay, un punto di riferimento per la difesa dei diritti e per la lotta allo stigma ben al di là della Sicilia.
 
Abbiamo deciso di chiedere a Giovanni Caloggero, artefice e nume tutelare di questo tempio arcobaleno dell'isola, un bilancio e una riflessione sul significativo venticinquennale del Pegaso.
 
Giovanni, 25 anni del Pegaso di Catania. Un traguardo importante per la comunità Lgbti catanese e italiana. Qual è un tuo sintetico bilancio di questa esperienza? 
 
Pegaso e Arcigay a Catania sono assolutamente complementari e facce della medesima medaglia. Una medaglia che, come Pegaso, ha creato uno spazio di libertà, aggregazione che ha permesso alla nostra comunità di vivere e divertirsi sentendosi protetti come a casa propria. Abbiamo dato lavoro e sostegno a centinaia di giovani lungo questi 25 anni, risolvendo loro diversi problemi e aprendo la città a una realtà Lgbti che ha visto una discoteca, un lido e un pub ristorante “nostri”.
 
Come Arcigay abbiamo creato relazioni e pratiche, che hanno visto nel 2004 il primo Gay Mediterranean Expo con Israele, Grecia, Malta e le città italiane del Mediterraneo. Per non dire del nostro Pride fra i più politici e storici. Particolare attenzione alla prevenzione e salute con l’unico Pride interamente dedicato al contrasto alla sierofobia nel 2013 e l’unico Pride invernale a dicembre 2015 con lo slogan L’orgoglio non va in letargo.
 
In questi 25 anni, quale momento è stato più significativo, secondo te, per il Pegaso di Catania?
 
Tutto il nostro percorso lo ricordo come costellato da momenti unici e irripetibili, ivi comprese le difficoltà incontrate. Indubbiamente alcuni momenti più toccanti sono quelli delle serate dedicate ai malati terminali di Aids, ospiti della Tenda di S. Camillo, cui devolvevamo l’intero incasso degli eventi 1° dicembre.
 
Quali attività avete immaginato per festeggiare il venticinquennale? 
 
Questa sera al Supercinema una grande festa con i protagonisti di questi 25 anni: ricorderemo insieme questi anni gioiosi.
Cosa vedi nel futuro del Pegaso? Cosa ti auguri che possa accadere?
 
Io conosco il passato e la storia, cerco di conoscere e capire il presente. Spero che il futuro lo scrivano i nostri ragazzi a partire da domani magari con l’aiuto della storia.
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Con Gigliola Toniollo, don Luigi Ciotti, Giovanni Anversa, la Comunità San Benedetto (in memoriam di Don Andrea Gallo), Alba Parietti, Paolo Patanè, Paolo Valerio, Margherita Mazzanti, Antonio Nigrelli è stata premiata, il 13 ottobre 2017, a Milano in riconoscimento del suo impegno contro ogni forma di discriminazione e, particolarmente, contro l’intolleranza transfobica.

Si tratta di Carmen Bertolazzi. Classe 1951, la giornalista e attivista d’origine altoatesina è presidente dell’associazione Ora d'Aria, impegnata nella difesa dei diritti delle persone transessuali/transgender detenute, vittime di tratta e in stato di vulnerabilità. Con una passione nel cuore: l’Etiopia.

L’abbiamo raggiunta per saperne qualcosa di più della sua attività

Carmenda dove nasce quest’interesse per l’Etiopia?

L’Etiopia è una mia seconda vita o una vita parallela. Oltre ad essere la presidente dell’associazione Ora d’Aria, lo sono anche di IISMAS, una ong costituita da volontari e fondata da Aldo Morrone, grande esperto in dermatologia e malattie tropicali, ma soprattutto impegnato da sempre a curare gli ultimi, sia che si tratti di persone di altri mondi, o detenute, o trans. Andare in Africa serve a capire il mondo e a dare un senso alle cose che nelle nostre realtà garantite si rischia di smarrire. Si abbandonano i particolari e si lavora sull’essenza, ossia la vita e la sua qualità. Che nel sud del mondo difetta. 

Etiopia: Paese di migrazione e di passaggio di migranti provenienti. Quale è la situazione attuale, tenuto conto di quanto accade in Europa

L’Etiopia confina con la Somalia, l’Eritrea, il Sudan e il Sud Sudan, tutti paesi di partenza dei migranti. Al suo interno milioni di profughi, tutti con l’obiettivo di arrivare in Europa, se non negli Stati Uniti o in Canada. In Etiopia opero in una zona vicino al confine nord-ovest, in cui si trovano numerosi campi profughi per gli eritrei. Ormai tutti lo sanno, che è inutile incamminarsi verso la Libia, che l’Italia ha chiuso i porti. I campi profughi straboccano, qualcuno si sposta in altri paesi africani e si cerca una nuova rotta. Molti comunque si incamminano verso la Libia, non sapendo cosa li aspetta, e rischiando la sorte.

Da tempo Cei, Chiesa Valdese e Comunità di Sant’Egidio riescono a far arrivare profughi particolarmente vulnerabili attraverso i corridoi umanitari (malati, famiglie, minori che arrivano con l’aereo e un visto) e questa è la strada giusta. In attesa, ma non sono i tempi giusti e quando forse potevano esserlo non è stato fatto per calcoli politici, si dovrebbero portare qui tutte le donne, perché non è ammissibile che subiscano stupri, e gravidanze. Sarebbe una discriminazione, ma una discriminazione necessaria.

Sulla base della sua esperienza quali sono le condizioni delle persone Lgbti in Etiopia? 

In Africa l’omosessualità non è solo negata, ma soprattutto perseguitata e condannata anche con la pena di morte. Ci sono rare eccezioni, quali il Sudafrica e il Mozambico (un suo ex presidente Joachin Chissano fu investito di occuparsi del tema per il continente, ma non credo che l’incarico abbia prodotto miglioramenti). A proposito di questo paese mi ricordo di quando fui invitata a un matrimonio fra una donna protestante e un uomo mussulmano. Lei lasciò la sua chiesa e si convertì. Mi preparai diligentemente alla cerimonia con abiti accollati e veli. Poi andammo al pranzo nunziale con tanto di spettacolo. E chi aprì lo show? Un gruppo di ragazze trans arrivate appositamente dal Sudafrica e che stavano partecipando in tv a un talent-show. I più entusiasti? I parenti dello sposo. Come si vede, le cosiddette barriere sono solo culturali e sociali, altro che religiose.

In Etiopia, se si parla di omosessualità anche in ambiti scientifici, i partecipanti locali si alzano e dicono: Ah, da noi non c’è questo problema, roba da bianchi. Una volta in una cittadina al confine con il Sudan chiesi una camera con due letti per due dottoresse che avevano qualche timore e che volevano stare insieme. Niente da fare. Prenotai due camere separate e poi si arrangiarono. Due donne o due uomini nella stessa stanza, se non parenti, non è ammesso. Tre sì. Ovviamente le persone omosessuali esistono ma non hanno vita facile. Questo spiega anche perché tra i richiedenti asilo ora si presentino molti giovani, che arrivano dai diversi paesi africani e chiedono protezione causa la discriminazione e i rischi che corrono nel loro paese.

Sembrerebbe che nei servizi sanitari etiopi ci siano stati dei progressi circa la cura e la prevenzione dell’Hiv. Cosa ci può raccontare in proposito?

È vero, molto è stato fatto, sia nella prevenzione che nella cura. Grandi campagne sul contagio e terapie gratuite, Ma non è sufficiente. L’uso del preservativo, persino tra i giovani, è osteggiato da culture maschiliste. La prostituzione è diffusa, esistono delle zone del paese praticamente abitate solo da uomini, zone militarizzate o in cui lavorano contadini stagionali. Così il contagio si estende, orizzontalmente nelle famiglie. Nell’ospedale pubblico da noi costruito e supportato, arrivano dai villaggi donne in Aids, e arrivano troppo tardi per poter curare loro e i neonati prima della nascita. Per l’Aids, ma anche per la (per noi obsoleta) malaria, si muore facilmente. Ecco perché si dice che esiste una ingiustizia fra i nostri mondi, da noi si vive e lì si muore.

Infine, è noto come il tema migranti le sia, in generale, molto a cuore. Come giudicha il recente Decreto Sicurezza?

Un decreto propagandistico che parla alla pancia della gente in parte esasperata e in parte spaventata dal nuovo e dal diverso, e che punta a conquistare voti alla Lega. Non affronta assolutamente il problema delle migrazioni, dell’accoglienza nel nostro paese, temi che invece avrebbero bisogno di un’approfondita analisi e anche di necessaria rivisitazione. Anzi, peggiora la vivibilità dei luoghi obbligando le persone a lasciare i centri di accoglienza e a riversarsi sulle strade senza prospettive.

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Tante, più del previsto, le persone giunte a Palazzo D’Accursio, prima delle 16:00 d’ieri, per il conferimento del Nettuno d’Oro a Franco Grillini. Così tante da spingere il sindaco di Bologna Virginio Merola a spostare la sede della premiazione dalla Sala Rossa all’attigua ma più ampia Aula Consiliare.

Sugli eleganti sedili in pelle, solitamente occupati dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione, hanno preso posto familiari, amici, componenti di associazioni Lgbti. Ma la maggior parte ha riempito in piedi l’ampio corridoio tra gli scranni consiliari in quella che una volta era chiamata la Galleria dei Senatori.

Un tributo di affetto e riconoscenza a uno dei padri del movimento Lgbti italiano ma anche a un bolognese innamorato a tal punto della città da sentirsi «spalmato come la calce sui mattoni rossi delle sue abitazioni».

Tra le numerose persone convenute l’avvocato Federico De Luca in rappresentanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, la senatrice dem Monica Cirinnà, gli ex senatori Sergio Lo Giudice e Gianpaolo Silvestri, la presidente della Commissione regionale per la Parità e per i Diritti Roberta Mori, lo scrittore Stefano Benni, il presidente uscente d’Arcigay Flavio Romani, il segretario nazionale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, il presidente del Cassero Vincenzo Branà, il presidente di Arco Roberto Dartenuc col suo vice Massimo Florio.

Ma anche rappresentanti della Lega come la consigliera comunale Mirka Cocconcelli per il conferimento d’un premio, su cui nessun partito d’opposizione ha sollevato riserva di sorta. Riprova, invero, del corale riconoscimento dei meriti dell’ex parlamentare non solo nell’illustare la città di Bologna ma anche nel contribuire al raggiungimento di quei diritti civili, che ha portato lo stesso Grillini, nel corso del suo discorso, a dire: «Dopo 40 anni di lotte, possiamo dirlo: sotto il profilo culturale abbiamo vinto noi, perché la maggioranza degli italiani non tornerebbe mai indietro sotto il tema dei diritti».

Una vittoria, a testimoniare la quale c’erano ieri anche militanti storici del movimento quali Beppe Ramina, Vanni Piccolo, Felix Cossolo nonché Samuel Pinto, l’esule cileno che fondò il primo circolo omosessuale nel capoluogo emiliano ancor prima dell’assegnazione del Cassero alla collettività Lgbti. 

Evento di tale portata per la storia non solo di Bologna ma anche del Paese da essere espressamente menzionato nel testo della motivazione ufficiale del premio. 

«Franco Grillini – così l’assessora alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria nel darne lettura – ha partecipato alla storica consegna del Cassero di Porta Saragozza il 28 giugno 1982. Per la prima volta un Comune italiano dava in affitto a un'associazione Lgbtqi uno stabile di sua proprietà. 

La decisione del sindaco Renato Zangheri che esattamente due anni prima, il 28 giugno 1980, aveva incontrato i militanti del Circolo XXVIII Giugno promettendo loro una sede e delle bacheche, fissa un punto fermo nel dialogo a Bologna tra movimento Lgbtqi e istituzioni che ancora oggi prosegue in un reciproco riconoscimento e collaborazione che ha fatto sì che oggi Bologna sia ricca di espressioni ricche e diverse di questo movimento».

Ma l’assessora Zaccaria ha anche ricordato il ruolo del fondatore di Arcigay nazionale quale «giornalista. Nel 1998 ha fondato il primo quotidiano gay on line in Italia: la testata si chiamava Noi (Notizie Omosessuali Italiane) ed eredita Con/Tatto, organo dell'Arcigay, registrata al Tribunale di Bologna nel 1989. Attualmente la testata si chiama Gaynews.it e Grillini ne è il direttore». E poi ancora il suo attivismo in prima linea al diffondersi dell’Aids negli anni ’80 sì da essere tra i fondatori della Lila al pari di quello per le famiglie di fatto e per le unioni civili.

Insomma, «ha attraversato – così il testo della motivazione nella parte conclusiva - tutte le fasi del movimento Lgbtqi degli ultimi quarant’anni contribuendo, dentro e fuori le istituzioni, a modificare la discussione pubblica sull’omosessualità e a sviluppare una cultura dei diritti civili che ha portato l’Italia al livello dei più importanti paesi europei. Ha realizzato, con tanti e tante altri attivisti Lgbtqi quella che lui stesso ha definito una “rivoluzione gentile e una rivoluzione civile nonviolenta"».

Quella rivoluzione gentile, cui ha fatto riferimento anche un commosso Virginio Merola, legato a Grillini da ultraquarantennali vincoli amicali e battaglie politiche in comune. Franco, ha sottolineato il sindaco, «è un grande figlio della vera Bologna, quella europea. Che resterà tale, perché i confini e i muri ci stanno stretti». Ma del direttore di Gaynews Merola ha anche ricordato il forte impegno a tutela della laicità delle istituzioni, un valore oggigiorno quasi oscurato «in un Paese il cui Governo manda i migranti per strada e sindaci zelanti rendono obbligatori il presepe e il crocifisso». 

Nel dedicare il premio, con voce rotta più volte dalla commozione, alla collettività Lgbti, Franco Grillini ha voluto anche ricordare «la sua ultima lotta contro il tumore cronico: stare in vita per me significa spendere fino alle ultime energie per le battaglie a favore degli ultimi e dei discriminati.

Il giovanilismo della nostra società ha relegato in un angolo buio la malattia e la morte. Non vergognamoci degli anni che passano, perché passano per tutti, a prescindere da cosa dicono i congressi dei geriatri. Non ci si può vergognare ad andare in giro con un bastone come me, un deambulatore o una carrozzina».

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Oggi 5 dicembre 2018 il sindaco Virginio Merola consegnerà a Franco Grillini, il “compagno busone”, il massimo riconoscimento della città di Bologna, il Nettuno d’Oro. Premio che sarà accompagnato dalla bellissima affermazione: L’Italia senza di lui sarebbe un Paese peggiore.

Sarebbe certamente un Paese peggiore perché la libertà e la liberazione hanno necessità assoluta di interpreti, di soggetti che, non solo ne proclamino i valori, ma soprattutto li declinino con la propria vita, lavoro e testimonianza.

Grillini, infatti, sin dagli esordi della sua attività politica nel Psiup (Partito Socialista di Unità Proletaria), all’età di 15 anni, si è dimostrato non solo attore di tutte le innumerevoli battaglie, ovunque e comunque condotte, ma anche regista di innovazioni e idee sicuramente anticipatrici dei tempi.

L’Italia sarebbe stata sicuramente un Paese peggiore e sicuramente il movimento Lgbti non avrebbe avuto né voce né volto senza Franco Grillini.

Inutile raccontare qui la storia della sua attività ben nota a tutti, essendo Franco la storia del movimento. Ma un aspetto vorrei evidenziare, un aspetto determinante, per me, del suo modus operandi atque essendi: la sua capacità di immaginazione coniugata a una sconfinata fantasia.

Quando negli anni della contestazione, sulla scorta del pensiero di Herbert Marcuse, si strillava Immaginazione al potere, si pensava proprio al potere della fantasia, al potere delle idee, al potere del cambiamento.

Grillini ha riassunto in sé questo potere proponendo idee e strategie, che hanno anticipato di gran lunga i tempi e le battaglie che oggi hanno intrapreso percorsi di fattibilità.

Con Arcigay Franco intuì e realizzò l’idea di una grande associazione di massa laddove, dopo la contestazione di San Remo 1972, il FUORI, primo dei circoli omosessuali, e, poco dopo, altre realtà politiche di liberazione omosessuale costellavano la nascente galassia Lgbti.

Fantasia, intelligenza e immaginazione nel realizzare quel circuito di locali dove le persone Lgbti potevano incontrarsi, conoscersi, aggregarsi, praticare in sicurezza la propria libertà sessuale.

Nel periodo buio dell’Aids Franco Grillini immaginò e realizzò che occorreva una strategia organizzata di contrasto alla diffusione di quella che era definita “la peste del secolo e la malattia dei froci”. E nel 1987 fondò con altri la Lila - Lega Italiana di Lotta all’Aids.

Con la legge 76/2016 (più conosciuta come legge Cirinnà, abbiamo ottenuto le unioni civili, già immaginate, anche se molto diversamente e più complete, da Franco con la sua proposta parlamentare dei Pacs e la fondazione della Liff - Lega Italiana Famiglie di Fatto.

Franco ha anche intuito e immaginato la forza dello strumento della comunicazione abilmente interpretato con le sue innumerevoli apparizioni televisive dove ha dato voce e volto alle nostre istanze ed a quelle di tutto il movimento, nonché realizzato strumenti informativi quali GayNet e GayNews.

Ma la storia di Franco è anche la storia della visibilità, di un coming-out perenne e militante: un coming-out che, anche recentemente, ha espresso la grandezza di questo personaggio, di questo gigante della storia italiana, attraverso la manifestazione della sua malattia, pubblicamente denunciata ed esorcizzata. Addirittura oggetto della sua straordinaria ironia e bonomia, fisiologica di quella natura emiliana, indomita e gioiosa,  che lo ha reso amato e riconosciuto ovunque e che si riassume in una delle sue opere Ecce Homo, nel cui titolo risiede tutta l’epifania dell’uomo, del compagno busone, partigiano della libertà e della liberazione.

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Si è tenuta ieri sera a Milano, presso l’Open in viale Montenero, la 4° edizione del Premio Cild per le libertà civili

Istituito dalla Coalizione Iraliana per le Libertà e i Diritti civili (Cild), il riconoscimento «vuole contribuire a rafforzare la convinzione che il rispetto dei diritti umani sia uno degli elementi imprescindibile per una democrazia, aiutando il nostro Paese a riconoscere e valorizzare coloro che si impegnano per la loro affermazione in un momento decisivo per le libertà fondamentali».

A vincerlo, secondo otto categorie, Aboubakar Soumahoro (Attivista dell’anno), Maria Teresa Ninni (Dipendente pubblico), Nicola Canestrini (Avvocato), Saverio Tommasi (Giornalista), Sara Gama (Sportivo), Lucky Red e Cinema Undici (Media), Casa Internazionale delle Donne (Voce Collettiva).

Quello alla Carriera è invece andato al direttore di Gaynews e presidente di Gaynet Franco Grillini.

Nel tracciarne l’excursus biografico sì da indicare le motivazioni sottese all’assegnazione del riconoscimento, Patrizio Gonnella, cofondatore e presidente della Cild, ha ricordato come Grillini si sia «speso senza sosta per informare correttamente su quella che veniva chiamata la “peste gay”, cercando di arginare lo stigma sociale da un lato e di sviluppare dall’altro lato una cultura della conoscenza e della prevenzione per ciò che riguarda l’Hiv/Aids.

In anni in cui la stragrande maggioranza delle persone gay, lesbiche e bisessuali viveva in maniera nascosta, ha portato avanti con determinazione la lotta per la piena visibilità, mettendoci la faccia alla luce del sole soprattutto in programmi televisivi molto popolari, dove, al di fuori da contesti prettamente artistici, non si era mai vista una persona omosessuale parlare tranquillamente del proprio orientamento sessuale.

Eletto a vari incarichi politici ha sempre saputo unire la sua attività politica alla lotta per l’uguaglianza, la visibilità e la piena dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender di questo Paese».

Nel ringraziare il direttore di Gaynews non ha mancato di condire il breve discorso con una battuta improntata alla sua proverbiale lepidezza: «Spesso vengo considerato il padre storico del movimento omosessuale. Non sono solo un padre... Sono anche un po' madre».

La consegna del Premio Cild 2018 a Franco Grillini è venuta a cadere alla vigilia di quella del Nettuno d’Oro che, fissata nel pomeriggio a Bologna presso Palazzo d’Accursio, vedrà la partecipazione, fra i tanti, della senatrice Monica Cirinnà, del deputato Ivan Scalfarotto, dell’ex presidente d’Arcigay Flavio Romani, del cofondatore del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Vanni Piccolo nonché dell’avvocato Federico De Luca in rappresentanza ufficiale del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora.

Sempre ieri, infine, è giunta anche la proposta avanzata da GayLib al presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché nomini il direttore di Gaynews senatore a vita.

«Franco Grillini – ha dichiarato Daniele Priori, segretario nazionale di GayLib – è la più preziosa risorsa di cui la comunità Lgbti italiana ha la fortuna di giovarsi in mondi vicini e decisivi per lo sviluppo e la promozione sociale come la politica e la comunicazione.

Dopo il nobilissimo riconoscimento della sua città, ci piacerebbe che l'Italia intera possa tributare i giusti onori a una figura da ritenersi di riferimento nella società  tutta e sarebbe davvero meraviglioso, per la comunità Lgbti, se il presidente Mattarella volesse nominare Grillini senatore a vita».

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