Non smette di far discutere il caso delle cinque educatrici della Coop Dolce, che gestisce il centro estivo per bambini in età prescolare presso il nido Meridiana a Casalecchio di Reno. Educatrici che, come noto, hanno incentrato, venerdì 6 luglio, le attività formative pomeridiane sul tema dell’imminente Bologna Pride.

Dopo le prime reazioni negative del deputato forzista Galeazzo Bignami (che ha annunciato un’interpellanza parlamentare ai ministri Bussetti e Fontana) e del senatore Pier Ferdinando Casini nonché del sindaco dem di Casalecchio si è espresso ieri anche Pietro Segata, presidente della cooperativa, che ha contestato alle sue educatrici «la leggerezza con cui hanno fatto l’iniziativa, non tanto perché con i bambini hanno affrontato il tema della differenza, uno dei nostri capisaldi pedagogici, ma perché l’hanno collegato al Gay Pride, iniziativa politica fortemente connotata, che non può trovare posto in un asilo.

Per non sbagliare potevano fare una giornata arcobaleno dedicata a tutte le diversità, non esclusivamente agli omosessuali».

Ma per Segata a essere particolarmente grave è la libertà d’iniziativa con cui le educatrici hanno agito senza previa consultazione coi vertici della cooperativa e, soprattutto, dei genitori. «In questo periodo estivo – ha infatti aggiunto – si apre il nido anche a bambini esterni che non conoscono l’asilo, le educatrici e i programmi svolti abitualmente, quindi bisognava essere caute. L’altro errore grave è stato quello di apparire come una struttura che si sostituisce ai genitori nella loro funzione educativa».

Il tweet del ministro Fontana e le critiche di Gualmini

Nonostante i mea culpa di Segata sono arrivati, sempre nella giornata d’ieri, gli affondi del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, sollecitato a esprimersi al riguardo da Il Resto del Carlino che, sulla prima pagina del 13 luglio, aveva sollevato per primo il polverone sulla vicenda.

Fontana, che si è detto allibito per quanto accaduto, ha poi lanciato un tweet: «Ma è possibile che si faccia una cosa del genere all'insaputa dei genitori, tra l'altro a bambini fra 1 e 5 anni? Educazione o ideologia? Adesso i buonisti e i politicamente corretti non hanno niente da dire?».

Gli ha fatto immediatamente eco Massimo Gandolfini, leader del Family Day nonché amico di vecchia data del ministro, che ha ricollegato il caso casalecchiese alla questione dell’ideologia gender e ai moniti bergogliani. «Le colonizzazioni ideologiche sono arrivate anche nei centri estivi – ha dichiarato –. In Emilia si è andati oltre ogni limite. Facciamo appello a tutte famiglie italiane di buon senso affinché si oppongano a queste nuove scuole di indottrinamento ideologico che si permettono di violentare la serena crescita umana dei più piccoli. Cosa che solamente le disumane dittature del XX secolo avevano avuto la sfrontatezza di attuare».

Critiche anche da Elisabetta Gualmini, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, per la quale, «a prescindere da come la si pensi, non si può fare politica strumentalizzando i bambini». 

La Curia di Bologna all'attacco

E, dulcis in fundo, è arrivata oggi la condanna della Curia arcivescovile di Bologna attraverso un editoriale sul settimanale diocesano Bologna Sette: «La Chiesa di Bologna ha appreso con sconcerto che al centro estivo di una scuola dell'infanzia di Casalecchio di Reno è stato presentato l'evento del Gay Pride a bambini in una fascia di età delicata come quella prescolare. Un tema così complesso meriterebbe di essere affrontato con maggiori cautele e sicuramente con il coinvolgimento pieno delle famiglie, prime responsabili dell'educazione dei figli». 

Ma la Curia felsinea ritiene comunque positive le scuse della Coop Dolce . «Immaginiamo – continua l’editoriale - che i genitori dei bambini non avessero dato mandato alle educatrici di affrontare queste tematiche. L'effetto di questa arbitraria iniziativa ha scatenato contrapposizioni e strumentalizzazioni che non giovano alla costruzione di un clima sereno di reciproca fiducia tra la scuola e i genitori.

Interpretiamo come un gesto che va nella direzione di un dialogo positivo le scuse presentate dall'ente educatore. Poiché siamo consapevoli della complessità del cammino di crescita dei nostri figli, questo ci sta a cuore. Tutto ciò può avvenire in una stretta alleanza educativa tra scuola e famiglia».

La replica di Franco Grillini

Ma, a stretto giro, è arrivata, sulle colonne de Il Corriere di Bologna, la replica del direttore di Gaynews Franco Grillini che ha parlato di «vicenda grottesca».

Dichiarandosi dalla parte delle educatrici, l’ex parlamentare ha dichiarato: «C'è una campagna ossessiva contro di noi, ogni volta che un rappresentante della comunità Lgbti viene invitato in una scuola scoppia una polemica. E sull'educazione non accettiamo lezioni dalla diocesi».

Nessuno sbaglio dunque da parte delle educatrici? «No – incalza Grillini –. Se il problema è l'età dei bambini accolti nelle strutture, non si capisce bene perché in una materna si possa parlare di religione e non di Pride. Allora stabiliamo che tutte le volte che si affrontano temi religiosi, i genitori devono essere avvisati».

Grassadonia (Famiglie Arcobaleno): "Ma dov'è la strumentalizzazione politica?"

Contattata da Gaynews, si è detta invece sorpresa dell’accaduto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno: «Non capisco come si possa parlare di strumentalizzazione politica con riferimento a cartelloni coi colori dell’arcobaleno o alla lettura di libri come Buongiorno postino e Piccolo uovo, che parlano delle varie realtà familiari.

Famiglie Arcobaleno sosterrà sempre la validità di attività formative che non vogliono indottrinare i nostri figli ma renderli soltanto sensibili ai temi dell’inclusione, del rispetto e della solidarietà».

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La rabbia di alcuni genitori. La polemica in consiglio comunale. L’imbarazzo del sindaco dem che scarica su terzi le responsabilità: «Una festa tipo gay pride per bambini di quell’età è difficilmente comprensibile».

Queste in sintesi le prime reazioni alle attività formative che le educatrici della Coop Dolce hanno fatto svolgere, il 6 luglio, ai bambini casalecchiesi della scuola d’infanzia Arcobaleno, del cui centro estivo hanno la gestione.

Attività che, ispirate al Bologna Pride dell’indomani, sono consistite nella realizzazione di disegni con cuori, scritte del tipo Viva l’amore, colori dell’arcobaleno. Quei colori di cui le educatrice hanno anche dipinto i visi dei bambini, immortalati in una foto apposta su un cartellone con tanto di didascalia Oggi ci siamo dipinti la faccia per festeggiare insieme il Gay Pride!!!.

Riportata oggi in prima pagina da Il Resto del Carlino con le dichiarazioni del sindaco di Casalecchio di Reno (Bo) Massimo Bosso, la notizia ha suscitato le forte critiche del deputato di Forza Italia Galeazzo Bignami, che ha annunciato un'interpellanza a Marco Bussetti, ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, e a Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia e della Disabilità, su un’iniziativa «inopportuna, strumentale e provocatoria».

Bignami ha quindi spiegato: «Il buon senso qui manca del tutto. Con un numero infinito di favole istruttive e attività che possono essere proposte ai bambini, la cooperativa non ha trovato di meglio da fare che dedicare un laboratorio al Gay Pride?

Una scelta grave e inopportuna che non ammette giustificazioni, soprattutto perché è noto che tali temi suscitano sempre polemiche visto che non trovano mai condivisione unanime.

La scelta dunque non solo appare frutto di leggerezza ma probabilmente è anche strumentale e provocatoria».

Ma critico si è mostrato anche  il senatore centrista Pier Ferdinando Casini, eletto, il 4 marzo, all'uninominale di Bologna quale candidato della coalizione di centrosinistra. «Non credo - ha dichiarato - che i genitori mandino i bambini di Casalecchio di Reno in un campo estivo pensando che festeggeranno il Gay pride con iniziative del tutto strampalate e prive di qualsiasi presupposto pedagogico.

Qui non si tratta né di destra né di sinistra né del rispetto che tutti abbiamo per le diverse condizioni in cui ciascuno vive la propria sessualità. Qui si tratta di serietà e di buon senso. Siamo in presenza -di un infortunio grave degli educatori della cooperativa che gestisce il campo».

La polemica si è poi spostata sui social. A gridare allo scandalo soprattutto esponenti dell'area leghista e di associazioni a quella contigue come, ad esempio, Generazione Famiglia che, al solito, ha tirato in ballo il tema bergogliano della colonizzazione ideologica con riferimento alla gender theory.

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Un itinerario turistico interamente rivolto alle persone Lgbti.

Questo la proposta messa in cantiere da Bologna Welcome, il servizio comunale d’informazione e accoglienza turistica che, inaugurato il 15 aprile 2011, punta per il 2019 a inserire nei tradizionali percorsi dedicati alla musica, al cibo, allo shopping, uno specifico Circuito Lgbt attraverso i luoghi simboli della collettività arcobaleno.

Pur trattandosi d’iniziativa ancora allo stadio progettuale, non sono già mancate le critiche.

La consigliera di centrodestra della Città metropolitana Marta Evangelisti (Uniti per l'alternativa) ne ha fatto oggetto di un'interpellanza al sindaco Virginio Merola e al consigliere metropolitano delegato nonché vicesindaco Massimo Gnudi, perché «non sembrerebbe particolarmente opportuno creare o promuovere anche con contributi pubblici o comunque istituzionali circuiti turistici basati sull'orientamento sessuale dei turisti stessi».

In particolare, la rappresentante di Uniti per l'alternativa ha chiesto se siano «previsti finanziamenti da parte della città per tale progetto» e, in più, se esso «rispetti gli obiettivi di promozione delle peculiarità e delle eccellenze territoriali».

Immediata la risposta di Gnudi, che ha in primo luogo dichiarato: «Il documento a cui fa riferimento la consigliera è una bozza tuttora in discussione».

Ciò premesso, il vicesindaco ha aggiunto: «Il riferimento al circuito turistico Lgbti si realizzerà su adesione di soggetti privati interessati a promuoverlo e quindi non si configura come utilizzo di denaro pubblico», tenendoci però a ricordare come «il turismo Lgbti sia un segmento di portata significativa».

Secondo le stime 2017 ogni anno sono 37 milioni i viaggi internazionali da parte di turisti appartenenti alla comunità e questo interessa da vicino anche l'Italia. Secondo dati de Il Sole 24 Ore su 60 milioni di visitatori complessivi del nostro Paese le persone Lgbti sarebbero dai 3 ai 6 milioni.

Insomma, per Gnudi tale scelta «è in forte coerenza con le linee di indirizzo della destinazione turistica che renderebbero Bologna un'esperienza turistica autentica» anche perché «non possiamo non ricordare che la città rappresenta un luogo simbolo per la storia della comunità Lgbti italiana, tradizionalmente amico e accogliente».

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30.000 persone si sono riversate per le strade di Bologna, città storica del movimento Lgbti italiano, in occasione del Pride, che si è mosso alle 16:30.

Molti dei partecipanti, accogliendo l’invito di Vincenzo Branà, presidente del Cassero, hanno indossato una maglietta rossa in piena sintonia con l’iniziativa lanciata per la giornata di oggi da Anpi, Arci, Libera per reagire alle politiche salviniane in materia di migrazione e fermare, secondo le parole di Don Ciotti, “l’emorragia di umanità”. Quel rosso di cui continua a tingersi il Mediterraneo per la morte di tante persone in fuga dai propri Paesi e mai approdate a una meta migliore.

Un ennesimo segnale dalla collettività Lgbti a favore d’una trasversalità d’impegni e di una volontà decisa di lottare accanto a tutte le minoranze, i cui diritti mai come adesso sono a rischio.

In corteo anche la senatrice M5S Michela Montevecchi, la consigliera regionale pentastellata Silvia Piccinini, l’ex senatore dem Sergio Lo Giudice, lo storico attivista e direttore di Gaynews Franco Grillini nonché l’assessore Matteo Lepore e l’avvocata Cathy La Torre, vittime di minacce via web nelle scorse settimane.

Presente anche il sindaco di Bologna Virginio Merola col cartello contrassegnato dalla scritta Love is the answer. «La comunità gay sta interpretando un sentimento molto forte, ovvero che non bisogna dimenticarsi - ha detto il primo cittadino - che ci sono delle persone che muoiono affogate e l'atteggiamento non può essere quello del nostro governo. Bisogna saper accogliere, integrare, e tenere presente che la vera forza è in questa risposta».

Ieri Merola aveva ricevuto da Forza Nuova una scatola con dentro un paio di scarpe da donna. «Non voglio commentare - ha detto Merola - così non va sui giornali ma finisce nelle fogne».

Non sono mancati momenti di tensione al termine della parata quando sul palco hanno preso la parola i rappresentanti di MigraBo Lgbti e de Il Grande Colibrì. Due donne, tra la folla, hanno infatti gridato: Prima gli italiani, tornatevene a casa. Fischiate, sono state prontamente allonatanate.

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Si sono uniti civilmente in mattinata a Bologna Alejandro Barrero Bocanegra e Kemal Pasovic, ideatore dell’Osservatorio parlamentare Lgbti del M5s nonché componente dello stesso dal 2013 al 2016.

A raccoglierne il sì nella Sala Rossa di Palazzo D’Accursio Franco Grillini, direttore di Gaynews. Testimoni, invece, sono stati Flavio Romani, presidente nazionale d’Arcigay, e Vincenzo Branà, presidente del Cassero.

Per l’occasione sono pervenuti ai festeggiati vari messaggi augurali. Tra questi anche quello del sottosegretario Vincenzo Spadafora: «Cari Kemal e Alejandro, è una grande gioia per me potervi fare i miei auguri il giorno in cui si celebra  in tutto il mondo il Gay Pride.

Vi auguro tanta felicità, armonia e vi assicuro il mio impegno personale affinché la battaglia culturale a favore dei diritti Lgbt continui e si rafforzi e perché non ci sia alcun passo indietro rispetto alle conquiste degli ultimi anni.

Godetevi quindi questa giornata indimenticabile. Tanti auguri».

Non è mancato d'esprimere i propri auguri Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento europeo.

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Un’immagine con un revolever puntato e poi la scritta minatoria: «Cathy La Torre pedala... che presto mentre pedali ti arriverà un colpo di pistola sulla fronte. Nessun compromesso con le lesbiche. Nessuno».

Questo il post che un utente Facebook, registrato col falso nome di Bonifacio Ferrari, ha pubblicato stamani sul profilo della nota attivista Lgbti ed ex consigliera comunale di Bologna.

L’avvocata La Torre, che ha sporto immediatamente denuncia e ha informato dell’accaduto prefetto, questore, sindaco del Comune di Bologna, non nasconde la sua preoccupazione.

«Non mi era mai capitata una cosa del genere – ha dichiarato in mattinata –. Ci sono stati insulti ma mai così pesanti e intimidatori. È una cosa che mi mette ansia perché evidentemente questa persona conosce le mie abitudini».

Numerosi gli attestati di solidarietà espressi a Cathy La Torre, tra cui quelli dell’assessore comunale Matteo Lepore, del segretario di LeU Nicola Fratoianni, dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, del direttore di Gaynews Franco Grillini, del direttivo del Mit.

Ma la crescente ondata di odio sui social contro le persone Lgbti si è riversata sempre in giornata su Luca Caputa, componente dei Sentinelli in piedi di Milano e compagno di Luca PaladiniCome noto, la coppia è da cinque mesi oggetto di insulti e minacce di morte da utenti anonimi di Facebook.

Questa volta Flaviano Arcioni (ennesimo profilo fake) non si è limitato a inviare a Luca Caputa, via Messenger, l’ennesima sfilza di offese ma è andato ben oltre. «Se a te non importa nulla di tua madre – così il messaggio –, vorrà dire che valuteremo una visitina a casa sua, magari come addetti alla lettura del contatore o cose così, giusto per riuscire a intrufolarci facilmente dentro casa, prenderla a martellate e lasciarla esanime per terra».

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Contattato telefonicamente, Luca Paladini ha così commentato l’episodio anche a nome del compagno: «Entriamo nel quinto mese di denuncia nel quinto mese di minacce. Reggere per tanto tempo un tale stress di livello emotivo, è veramente pesante.

Questa volta si è arrivati al coinvolgimento, nei messaggi minatori, dei nostri familiari coi dettagli con cui li vorrebbero uccidere.

Noi continuiamo ad avere fiducia in chi indaga ma abbiamo bisogno – e non lo dico solo per me e Luca – che si arrivi presto a un risultato nelle indagini perché sarebbe la dimostrazione che non è permesso a nessuno di scrivere quello che passa per la testa. Quello che è successo a noi oggi, quello che è successo a Cathy La Torre è inaccettabile.

Bisogna fare in modo che queste persone vengano individuate perché si deve fermare questa spirale d’odio, si deve far sì che ci siano esempi concreti contro la deresponsabilizzazione di chi si permette di scrivere qualsiasi cosa va fermata a tutti i costi».

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Unitasi civilmente in aprile con Monica Burigo, Cinzia Dell’Olivo ha dato alla luce Gabriel, il 30 maggio, nell'ospedale Santa Maria del Prato in Feltre. Venerdì 8 giugno alla gioia d’essere mamme si è aggiunta quella del pubblico riconoscimento della loro genitorialità all’atto di iscrivere anagraficamente il loro piccolo. La coppia, che risiede a Mel, ha trovato piena disponibilità da parte del sindaco Stefano Cesa.

Il primo cittadino del comune del Bellunese aveva dichiarato, pochi giorni dopo la nascita di Gabriel, il suo impegno al riguardo: «Stiamo studiando la situazione. Non c’è una norma precisa in materia. E i nostri consulenti stanno vagliando tutte le ipotesi». Poi venerdì la soluzione tanto attesa da Cinzia e Monica, che hanno ringraziato non solo Cesa ma anche la sindaca di Trinchiana Fiorenza Da Canal per il fattivo sostegno.

Dopo Torino e Milano il piccolo Comune veneto viene ad allungare la lista dei casi d’iscrizione anagrafica di bambini nati in Italia a seguito di tecniche di pma (effettuate all’estero) col pubblico riconoscimento delle due mamme.

Oggi, invece, a Castel Maggiore (Bo) la sindaca Belinda Gottardi ha annunciato in un video d’aver proceduto a registrare sull’atto di nascita di due gemelli il nome della convivente della donna che ha dato alla luce i piccoli poco meno di due anni fa.

Come spiegato dalla prima cittadina del Comune di alle porte di Bologna, si è trattato di «una scelta fatta nell’interesse dei bambini, per estendere al massimo la loro tutela con la registrazione di entrambi i genitori sul loro atto di nascita. Le due donne convivono a tutti gli effetti e credo che sia importante sancire il diritto di maternità di questa coppia. I gemelli potranno crescere con le figure genitoriali di riferimento e avere una famiglia a tutti gli effetti.

I bambini sono stati iscritti al nido a Castel Maggiore dove il personale, adeguatamente formato anche per casi come questi, è stato in grado di esprimere una piena accoglienza.

Ritengo sia doveroso per un sindaco essere accogliente e inclusivo con tutti i suoi concittadini, è un contributo per la crescita civile della società».

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Un Pd che frena sulla legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. E, per giunta, in una regione considerata roccaforte storica della sinistra.

È quanto succede da anni in Emilia-Romagna, dove il progetto di legge, presentato nella scorsa legislatura dall’allora consigliere Franco Grillini, non è mai arrivato in Aula per la discussione nonostante le rassicurazioni d’approvazione dello stesso entro il 2018 da parte del presidente Stefano Bonaccini.

Ma all’etica della parola data di richettiana memoria si è contrapposta l’urgenza della «piena condivisione del testo da parte del partito». Questo il motivo invocato, il 17 maggio scorso, dal segretario del Pd Emilia-Romagna Paolo Calvano in risposta alla manifestazione di protesta delle associazioni Lgbti davanti al Palazzo della Regione. Condivisione però chimerica, viste le resistenze della cosiddetta compagine cattodem alla stessa discussione del progetto di legge e subito codificate, proprio il 17 maggio, nelle dichiarazioni del consigliere regionale Giuseppe Paruolo.

Ma ieri colpo di scena. I Consigli comunali di Bologna, Parma e Reggio Emilia – senza contare quella precedente del 26 maggio a Modenahanno deliberato a maggioranza l’adesione al progetto di legge (divenuto d’iniziativa popolare) col raggiungimento, in tal modo, della quota di elettorato necessaria all’obbligatoria discussione in Regione. Approvazioni, queste, raggiunte anche coi voti favorevoli del M5s.

Ma per conoscere più approfonditamente le posizioni dei pentastellati al riguardo, abbiamo raggiunto la capogruppo e consigliera regionale Silvia Piccinini.

Consigliera, il progetto di legge regionale contro l’omotransnegatività giace da anni in una sorta di limbo. Come giudica un tale ritardo da parte di un’amministrazione di centrosinistra?

Lo giudico come una prova, purtroppo non la prima e senza dubbio non l'ultima, del fatto che il centro sinistra in Emilia-Romagna non risponde più da tempo ai valori della tradizione della nostra terra e nemmeno ai bisogni della società, delle comunità, delle persone di questa regione.

Ma “ritardo” non è la parola giusta. Forse bisognerebbe parlare di vera e propria “scomparsa”  del tema dall’agenda della maggioranza. Ma questi sono i tempi del renzismo ed è evidente che anche per il centro sinistra e la sinistra emiliano- romagnola le priorità ora sono altre. Io però non ne farei più una questione ideologica o di appartenenza politica. La lotta contro l’omotransfobia è una questione di civiltà, una battaglia che dovremmo abbracciare tutti quanti.

Il presidente Bonaccini aveva promesso nel settembre scorso che la legge si sarebbe fatta entro un anno. Ma nell’incontro coi manifestanti il segretario del Pd Calvano ha parlato di necessità di condivisione del testo col partito. Che fine ha fatto, secondo lei, l’etica della parola data in politica?

Senza etica la politica diventa semplice ricerca del proprio interesse. E, nel momento in cui alle promesse non corrispondono i fatti e ci si limita alle dichiarazioni propagandistiche, il danno è doppio. Oltre alla perdita di credibilità si alimenta la disaffezione dei cittadini alla politica e alla partecipazione alle scelte che li riguardano. E questo non va bene. Nel caso specifico è evidente come gli interessi spiccioli di partito e “la tutela” delle loro contraddizioni interne abbiano la priorità, rispetto ad un tema su cui si potrebbe agire subito e senza esitazioni e che ci dovrebbe vedere tutti concordi e sullo stesso fronte.

I casi di omotransfobia non accennano a diminuire. Il M5s sosterrebbe per un senso di responsabilità e sensibilità verso le persone Lgbti un tale progetto di legge - magari integrandolo con proprie proposte - sull’esempio di quanto dichiarato dalla capogruppo M5s alla Regione Lazio Roberta Lombardi?

Abbiamo esaminato il testo e siamo pronti a votarlo, non per senso di responsabilità o opportunità politica, ma perché crediamo sia un provvedimento semplicemente giusto e necessario. Il problema qui però, come dicevo, sono le divisioni interne alla maggioranza. Temiamo infatti un ulteriore rallentamento dei tempi che servirà a loro per trovare l’accordo con i “malpancisti” su un testo che molto probabilmente sarà annacquato e depotenziato e, quindi, utile solo come bandierina da sventolare nelle giuste occasioni.

Noi per evitare questo abbiamo depositato, la scorsa settimana, un nostro progetto di legge - crediamo migliorativo -, che recepisce anche alcuni elementi positivi contenuti nella legge umbra e ne chiederemo l’immediata iscrizione in commissione.

Come giudica le valutazioni del consigliere Giuseppe Paruolo?

Alla luce di quanto dichiarato penso che amichevolmente gli regalerò una copia dell’art. 3, comma 2 della Costituzione che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Le sue sono parole arcaiche, fuori dal tempo e dalla storia, che mi sarei aspettata da un esponente conservatore di destra, non del Pd. La nostra regione si è dotata da qualche anno di una legge contro le discriminazioni femminili. Integrare questa visione con la lotta alle discriminazioni di tutti gli orientamenti sessuali e di tutte le identità di genere, sostenendo un principio fondamentale che è quello dell’autodeterminazione di ogni persona, sarebbe un gesto minimo di civiltà.

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È nata Arco Associazione Ricreativa Circoli OmosessualiQuesto il nome approvato unanimemente a Bologna dai partecipanti al 2° Congresso nazionale di Anddos (17-18 maggio) che, in plenaria, hanno deciso di mutare nome a un’associazione scossa dalla polemica Iene-Unar ma progressivamente rafforzatasi negli ultimi mesi grazie alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

E proprio a Dartenuc è stata affidata dal Congresso l’incarico di presidente mentre sono stati eletti Massimo Florio quale vicepresidente, Markus Haller quale tesoriere, Angelo Bifolchetti, Fabrizio Aiazzi, Frank Semenzi, Davide Valente quali componenti dell’Ufficio di presidenza. Eletti, inoltre, i 25 consiglieri nazionali e approvate le mozioni proposte dalle Commissioni congressuali.

Celebrato presso l’Hotel Europa, il congresso è stato presieduto da Franco Grillini, direttore di Gaynews, in collaborazione con Stefano D'Agnese. Le elezioni sono state precedute nella giornata d’ieri dagli interventi di Vanni Piccolo, storico militante Lgbti, Gabriele Piazzoni, segretario generale d’Arcigay, Sandro Mattioli, presidente di Plus, Cristian Pettini, presidente Entes, Gabriele Mori Ubaldini di Rete Genitori Rainbow.

Hanno inviato messaggi augurali Sebastiano Secci, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Antonello Sannino, presidente d'Arcigay Napoli, Giovanni Caloggero, consigliere nazionale di Arcigay.

«Il nuovo nome - ha spiegato il neopresidente Dartenuc - ha l’intento di rappresentare un’ampia volontà di cambiamento da parte dei nostri circoli su tutto il territorio nazionale. È stata votata una proposta che valorizza  pienamente il lavoro quotidiano di accoglienza dei nostri circoli nei confronti delle persone. 

Vogliamo ripartire proprio dai nostri soci, che grazie a questa svolta troveranno una realtà sempre più preparata a sostenere chi non ha fatto coming out, chi inizia a sperimentarsi, chi semplicemente crede nel valore umano e sociale della sessualità. Tutto questo, per noi è anche cultura

Nostra priorità è potenziare i servizi e l’informazione sulla sessualità, in primo luogo i test rapidi su tutte le Ist in stretta sinergia con le associazioni esperte in questo settore. Saremo presenti nei luoghi di confronto istituzionale e sosterremo progetti e istanze provenienti dalle altre associazioni del movimento Lgbti, in un ottica di collaborazione e solidarietà».

Per il vicepresidente Massimo Florio «il cambio di nome è indicativo non solo di una cesura con il passato ma di una rivoluzione copernicana nell'ambito di un'associazione che, risorgendo dalle proprie ceneri come l'araba fenice, vuole d'ora in poi pensare in maniera propositiva e agire non antagonisticamente alle altre realtà Lgbti ma a loro sostegno.

Il fine di Arco - nome in cui ciascuno di noi si riconosce quale elementi pienamente identtificativo - è infatti quello di costruire ponti e non dividere sapendo che le battaglie della collettività tutta Lgbti si combattono all'unisono per poter essere vinte».

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Da mesi ormai il mondo lesbico femminista italiano è attraversato da un conflitto che ha ridefinito i confini del movimento Lgbti+ e che ha generato un nuovo arcipelago di associazioni femminili e femministe. La radicalizzazione, in chiave neoreazionaria, di ArciLesbica ha determinato la nascita di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiane) che mette in rete tutti quei circoli che si sono autosospesi e si sono dissociati da ArciLesbica. E che a Bologna invece ha trovato concretezza in Lesbiche Bologna, legittime eredi della fu Arcilesbica Bologna e altrettanto legittime assegnatarie della sede del Cassero.

Nell’arcipelago lesbico italiano però qualcuno si dimentica sempre di noi, donne lesbiche, bisex, pamsex, transex, intersex, asex, queer, che militiamo in Arcigay o in altre associazioni Lgbti+ e che, non per questo, ci sentiamo meno lesbiche, meno femministe, meno donne, meno emancipate. Eppure agli occhi dei più noi non esistiamo.

Non importa se siamo presidenti di circoli territoriali. Non importa se lo siamo anche in città grandi e attive come Torino per citarne un, o se lo siamo state (fino ad alcuni mesi fa) in territori ostici come Salerno tanto per citarne un’altra. Non importa se siamo brave.  Non importa se facciamo parte dei gruppi dirigenti delle nostre associazioni e se siamo parte attiva di un’elaborazione politica che fa dell’acronimo Lgbti+ non un insieme di consonanti, ma un insieme di persone, che lottano per decostruire quegli stereotipi di genere che affliggono la nostra società e di cui ognuno di noi è vittima inconsapevole.

Noi, che ci sporchiamo le mani per ridefinire i confini di genere perché crediamo profondamente nell’autodeterminazione di qualsiasi individuo, non esistiamo. E, quando qualcuna di quelle compagne lesbiche, femministe si ricorda di noi, è per sbeffeggiarci. Noi che "gigioneggiamo con gli uomini” (come disse Cristina Gramolini a Ferrara il 1 dicembre 2018), che siamo le mogli dei gay, complici del loro innato, radicato e insradicabile maschilismo.

Talmente tanto dimenticate o non considerate che, ogni volta che una lesbica femminista muove un’accusa ad Arcigay o ad altra associazione Lgbti+, lo fa rivolgendosi sempre al maschile e sempre e comunque solo ai maschi, ai G di quell’acronimo. Noi donne Lgbti+, militanti di associazioni Lgbti+, non contiamo nulla. Ma non per i nostri compagni di lotte, dai quali abbiamo continue dimostrazioni di stima e rispetto, ma proprio per quelle donne che lottano per la parità e fanno della differenza un plusvalore.

E cosi ancora una volta mi tocca leggere frasi del tipo: La mia solidarietà ad #Arcilesbica che rappresenta la storia del movimento #Lgbt italiano e a cui tutte noi donne #lesbiche dobbiamo essere grate. Il movimento omosessuale italiano dovrebbe riflettere. Non si fa politica così. (Paola Concia, profilo Fb, 14 maggio 2018)

Ecco cara Paola, di cui non ricordo una lunga militanza nel movimento (ma forse sono io ad avere la memoria corta), e care compagne lesbiche femministe, fatevene una ragione! Il “movimento omosessuale” non è fatto di soli uomini. Le decisioni non le prendono solo gli uomini, gli indirizzi politici non sono il frutto di elaborazioni maschili e maschiliste. Il movimento che voi chiamate omosessuale è il movimento Lgbti+ italiano, fatto di persone che la pensano diversamente da voi, fatto di tante donne (cis, trans, queer, gender fluid) che lottano per l’autodeterminazione della donna anche quando questa passa dalla libera scelta di gestare per altri (perché l’utero è mio e me lo gestisco io, non voi).

Donne che si sentono diverse, ma uguali alle compagne trans perché non è quello che abbiamo tra le gambe che fa la differenza ma quello che siamo, quello che sappiamo di essere sin da piccole.

Siamo donne che rivendicano con orgoglio la libertà di fare del sesso un mestiere, senza per questo sentirsi vittime di un sistema patriarcale, ma semplicemente libere di determinare cosa fare del proprio corpo e della propria vagina. Donne che lottano perché le persone disabili tutte, di qualsiasi genere siano, debbano avere il diritto a una sessualità. Donne il cui utero non è un tempio sacro, per cui la genitorialità non passa esclusivamente dalla maternità. Donne libere dai quei meccanismi patriarcali di cui voi siete vittime. Perché il patriarcato è una pratica che voi applicate ogni qualvolta vi erigete a paladine della tutela delle altre donne.

Non ho mai avuto bisogno di essere tutelata da nessuno, uomo o donna che sia: io mi tutelo da sola ed esisto in quanto donna lesbica e femminista, che vi piaccia o no, anche se sono la presidente di un circolo il cui suffisso è gay. E sono favolosa!

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