Si è tenuta oggi presso Palazzo Chigi, dopo quella del 13 novembre scorso, la seconda riunione del Tavolo permanente per la promozione dei diritti e la tutela delle persone Lgbti, presieduto dal sottosegretario della presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità e ai  Vincenzo Spadafora

Nell’ambito dell’incontro è stata presentato un progetto dell’Istat relativo alle discriminazioni sul luogo di lavoro che, finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità, sarà  a condotto a termine nel 2021. A illustrarlo Federico Polidoro, dirigente del Servizio Sistema integrato sulle condizioni economìche e i prezzi al consumo presso l’Istituto nazionale di Statistica.

Dell’incontro cosi ne ha parlato lo stesso sottosegretario su Facebook: «Si è tenuto oggi, a Palazzo Chigi, il tavolo con le associazioni Lgbti, con il quale stiamo portando avanti un lavoro molto prezioso. Oltre ad un progetto dell’Istat relativo alle discriminazioni sul luogo di lavoro, abbiamo presentato le linee guida del nostro intervento, che avverrà anche attraverso la collaborazione di altri Ministeri. 

Il tavolo opererà in gruppi di lavoro su alcuni temi decisi insieme. Questo lavoro produrrà un piano di attività definitivo, che approveremo entro metà marzo con fondi e tempi certi. Metteremo in campo azioni concrete, capaci di incidere nella quotidianità per il contrasto alle discriminazioni e per il supporto alle vittimeProprio queste molte, troppe, vittime dovrebbero richiamarci ad una presa di responsabilità collettiva nell’avanzamento culturale dei diritti e delle libertà».

È da rilevare come da parte di esponenti di quattro associazioni (Marilena Grassadonia, Famiglie Arcobaleno; Leonardo Monaco, Certi Diritti; Sandro Gallittu, Cgil Nuovi Diritti; Sebastiano Secci, Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli) sia stato chiesto a Spadafora d’impegnarsi a far sì che sia revocato il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri al prossimo World Congress of Families.

Fissato a Verona dal 29 al 31 marzo, il meeting vedrà intervenire, fra gli altri, quali relatori personalità di spicco della galassia omofoba intenazionale quale il presidente della Moldavia Igor Dodon e la ministra ugandese Lucy Akello, che nel 2014 aveva proposto un progetto di legge volto a introdurre la pena di morte per “omosessualità aggravata”.

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Una piazza di Montecitorio gremita ieri pomeriggio a Roma nonostante il freddo e la pioggia per la manifestazione Non siamo pesci. Alta partecipazione e molta consapevolezza del diritto/dovere di tutelare i migranti a fronte di quanto si sta consumando da troppo tempo nel Mediterraneo, perché come detto da Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per 19 giorni a bordo della nave Sea-Watch: «Non siamo pesci».

In linea con l’appello di oltre 600 personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo (da Luigi Manconi a Roberto Benigni, da Gabriella Bonacchi a Massimo Cacciari, da Michela Murgia a Manuela Cavallari, per fare solo alcuni nomi), associazioni, esponenti della classe politica, cittadine/cittadini si sono ritrovati davanti alla sede della Camera dei Deputati, per chiedere «al Parlamento di istituire una commissione di inchiesta sulle stragi nel Mediterraneo e di realizzare una missione in Libia» e «al governo di offrire un porto sicuro in Italia alla Sea-Watch, che sabato scorso ha salvato 47 persone, senza che si ripeta l'odissea vissuta a fine dicembre davanti a Malta».

Presenti anche alcuni attivisti Lgbti, componenti dell’Associazione Radicale Certi Diritti col segretario nazionale Leonardo Monaco e della nostra redazione di Gaynews nella persona di Rosario Murdica.

Sul significato della manifestazione Antonella Napoli, giornalista di Articolo21 (da tempo vittima delle minacce di Forza Nuova e recentemente fermata dalle forze dell’ordine in Sudan durante un'inchiesta sulla strage di Karthoum), ha ieri twittato: «Quanto è bella questa piazza piena e il messaggio che manda: basta indifferenza! Nessuno può più nascondersi dietro l’ignavia. Chi si ritiene esonerato dal prendere posizione sappia che non sarà assolto. Prima o poi bisogna fare i conti con la propria coscienza. #NonSiamoPesci».

Ecco, invece, che cosa ha dichiarato Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio e capogruppo della Lista Civica Zingaretti, ai nostri microfoni: «Una piazza strapiena, non si riesce ad entrare. Una risposta che dà la misura di quello che succedendo nel nostro Paese: c’è una reazione, c’è una resistenza civica e civile, a norma di legge e “a senso di cuore”, perché hanno veramente toccato le corde di una disumanità alla quale ci stiamo ribellando.

Siamo in piazza Montecitorio con la risposta a questo appello, Non siamo pesci. Nonostante la pioggia e il freddo siamo in tantissimi e in tantissime perché ci sono delle norme nazionali e internazionali, c’è lo Stato di Diritto che va difeso.

Sono contenta che a chiamarci a raccolta sia stato il mondo del diritto e della cultura, perché penso che veramente ci debba essere un appello che riguardi tutti i pezzi della nostra società.

C’è qualcosa di enorme che sta succedendo a largo di Siracusa, ma sta succedendo in tutte le nostre città, una violazione di fronte alla quale serve una ribellione vera, minuscola, individuale e collettiva insieme. Quindi ben venga ritrovarci davanti a quel Parlamento che sta sostenendo un governo che si macchia di questa responsabilità».

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Con un post pubblicato in tarda mattinata sulla propria pagina Facebook, Russian Lgbt Network ha annunciato di aver avviato il trasferimento delle «persone sopravvissute alla nuova ondata di persecuzione omofoba in Cecenia».

Come precisato dalla stessa ong, presieduta da Igor Kochetkov, le vittime superstiti alla repressione «confermano il carattere su larga scala della persecuzione. Testimoniano anche che la persecuzione era già iniziata all'inizio di dicembre 2018 e che le persone sono trattenute negli uffici di polizia non solo ad Argun, ma anche a Grozny».

Sulla nuova purga anti-Lgbt le autorità cecene continuano ad avere un atteggiamento negazionistico e a puntare il dito contro l’Occidente.

La scorsa settimana il ministro dell'Informazione Dzhambulat Umarov ha infatti liquidato come falsa la notiza che le forze dell'ordine cecene avessero detenuto illegalmente una quarantina di persone omosessuali, uccidendone almeno due.

«È una totale fesseria», così in un’intervista video a Kavkaz Realii, cui ha anche dichiarato: «Non seminate i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso. Non cresceranno come nella pervertita Europa. Lasciate in pace la Repubblica cecena».

Dall’Italia continua invece il pressing sul governo, perché intervenga sull’omologo russo. In prima linea, sin dall’inizio, Certi Diritti, il cui presidente Yuri Guaiana si è fatto promotore, come responsabiwl delle campagne di All Out, di un appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai leader mondiali, riuniti da oggi presso il Forum economico mondiale di Davos, perché «denuncino pubblicamente queste atrocità e chiedano alle autorità russe di assicurare i responsabili alla giustizia».

La settimana scorsa, invece, dopo la specifica interrogazione parlamentare, che ha visto Alessandro Zan quale primo firmatario, è stata presentata dal deputato dem Ivan Scalfarotto un’interpellanza parlamentare al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interpellanza, che cofirmata da ben altri 30 parlamentari del Pd, è volta a chiedere «Se il ministro interpellato sia a conoscenza dei fatti descritti nella premessa e quali siano le sue valutazioni sull’argomento;

Quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in campo - e in quali tempi - perché cessino gli arresti illegali e le violenze e per ristabilire le garanzie dei diritti umani nei confronti delle persone Lgbt che vivono in Cecenia;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, per poter ottenere informazioni e rassicurazioni sulla gravissima situazione in cui versano la comunità Lgbt e, più in generale, i diritti umani in quel Paese;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, perché cessino senza ritardo le violazioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), avuto particolare riguardo ai temi della discriminazione e della violenza di cui sono fatte oggetto le persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere;

Quali iniziative intenda intraprendere in sede di Unione Europea affinché l’Unione si faccia parte attiva per ristabilire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine omosessuali nella Repubblica di Cecenia».

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Sulla nuova ondata di arresti e torture a morte di persone Lgbti in Cecenia si erano già espressi nella giornata d’ieri i Radicali Italiani e l’Associazione Radicale Certi Diritti, chiedendo un intervento esplicito del ministro dell’Economia Giovanni Tria presso il premier russo Dmitrij Anatol'evič Medvedev.

Nella giornata di oggi è intrevenuto al riguardo il deputato del Pd Alessandro Zan con una specifica interrogazione parlamentare indirizzata al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interrogazione che, cofirmati dagli omologhi di partito Roberto Giachetti, Luca Rizzo Niervo, Francesca La MarcaEnza Bruno Bossio, Martina Nardi, Angela Schirò, Antonella Incerti, Stefania Pezzopane, Lucia Ciampi, Maria Chiara Gadda, appare così motivata: «Si apprende da numerosi organi stampa nazionali e internazionali che in Cecenia, Repubblica della Federazione Russa, sono in corso operazioni di polizia volte all’identificazione, al fermo, all’arresto e alla deportazione di persone ritenute omosessuali. Secondo fonti appartenenti ad associazioni locali per la tutela dei diritti umani e Lgbt, le persone arrestate sarebbero poi trasferite in un campo di prigionia ad Argun, sottoposte a tortura, fino anche all’eliminazione fisica. Il quotidiano Novaja Gazeta, tra gli ultimi indipendenti in Russia, ha confermato gli arresti di decine di persone e l’uccisione di due uomini, in quanto omosessuali.

Già nella primavera del 2017 erano state denunciate dalla stampa alla comunità internazionale sistematiche persecuzioni in Cecenia contro la comunità Lgbt, ordinate direttamente da Ramzan Kadyrov (presidente ceceno che ha di fatto reso la regione una dittatura islamica), il quale aveva smentito tali operazioni con la frase “non si possono arrestare o reprimere persone che non esistono nella Repubblica Cecena”, negando quindi l’esistenza stessa delle persone omosessuali».

Fatti, questi, che, secondo gli interroganti, «rappresentano una gravissima violazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), di cui la Federazione Russa e quindi anche la Repubblica Cecena sono firmatarie», sì da presentarsi quale urgente «un intervento della Repubblica Italiana nelle opportune sedi internazionali per verificare i fatti e, nel caso, ripristinare lo stato di diritto e il pieno rispetto dei diritti umani, oltre che dovere del governo italiano applicare il comma 3 dell'articolo 10 della Costituzione italiana e garantire dunque immediato asilo alle persone attualmente perseguitate».

Alla luce di tali elementi Zan e gli altri cofirmatari hanno domandato: «se il governo sia a conoscenza dei fatti sopra esposti e quali iniziative il ministro interrogato intenda porre in essere per far cessare queste sistematiche violenze contro la comunità Lgbt cecena e garantire in futuro piena la piena libertà e il pieno rispetto dei diritti umani nella Repubblica Cecena».

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Due persone torturate a morte e 40 detenute perché ritenute omosessuali. A dare notizia della nuova ondata di arresti, torture e omicidi di persone Lgbti in Cecenia a partire dal 28 dicembre sono stati Novaya Gazeta e Russian LGBT Network attraverso il suo presidente Igor Kochetkov. 

Pur sottolineando che non è possibile avere un numero esatto delle vittime, Kochetkov ha precisato: «Comunque sappiamo che gli arresti sono compiuti dagli agenti delle forze dell'ordine e che le persone sono detenute ad Argun». La polizia locale, ha continuato il presidente di Russian LGBT Network, «impedisce in tutti i modi» che coloro che sono finiti nel loro mirino «lascino la regione o ricorrano alla giustizia. I poliziotti sequestrano alle loro vittime i documenti, li minacciano di aprire inchieste penali contro di loro o contro i loro cari e li costringono a firmare formulari in bianco».

Sulla ripresa della purghe cecene anti-gay è intervenuta anche Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale, che ha dichiarato: «Molte persone Lgbti sono ancora traumatizzate dalla purga del 2017, in cui decine di gay vennero sequestrati, torturati e anche uccisi. La notizia che le autorità hanno ripreso la persecuzione è agghiacciante».

Da parte sua Ramzan Kadyrov, presidente della Repubblica federata russa della Cecenia, continua a negare che esistano persone omosessuali nel Paese. In un’intervista con il reporter della Hbo David Scott, durante lo show Real Sports with Bryant Gumbel online dal 15 luglio 2018, ha risposto a una specifica domanda: «Questo è un nonsense. Non abbiamo quel genere di persone qui. Non ci sono gay. Se ci fossero, portateli in Canada. Lode a Allah».  

Accuse che, al contrario, fortemente fondate, hanno mosso l’Osce ad attivare sulla questione cecena il Meccanismo di Mosca, come rilevato da Silvja Manzi, segretaria dei Radicali Italiani, e da Yuri Guaiana e Leonardo Monaco e Silvja Manzi, rispettivamente presidente e segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

«Non c’è limite al terrore – così in una nota congiunta -: anche dopo la massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale e alla conseguente attivazione del meccanismo di Mosca da parte dell’Osce, la Repubblica autonoma cecena di Ramzan Kadyrov non accenna ad allentare la morsa del suo pogrom antigay, iniziato ormai un anno e mezzo fa».

Da qui l’appello al ministro dell'Economia Giovanni Tria che, «proprio oggi, sarà a Mosca, per incontrare al forum Gaidar il premier russo Medvedev: il Governo italiano non sprechi questa occasione e solleciti la Federazione Russa affinché argini questa nuova ondata persecutoria e offra la massima collaborazione nello svolgimento delle indagini internazionali avviate grazie al meccanismo di Mosca».

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Nel decennale di fondazione si è tenuto a Milano, dal 23 al 25 novembre, il XII° Congresso dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

Finalizzata sia a promuovere e tutelare i diritti civili sia a garantire a responsabilità e la libertà sessuale delle persone, l’organizzazione si pone tra i principali obiettivi il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la riforma del diritto di famiglia, la depatologizzazione del transessualismo, la legge che permetta alle persone trans la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, la lotta al proibizionismo criminogeno in materia di prostituzione, il blocco degli interventi chirurgici sui bambini intersex.

Intitolato Non possiamo aspettare i tempi del potere, il Congresso si è svolto presso l’Open Milano (in viale Montenero, 6) e l’Unità di Produzione (in via Andrea Cesalpino, 7).

Presso la Libreria Open si è inoltre tenuta la presentazione del volume collettaneo Il lungo inverno democratico nella Russia di Putin, che ha visto gli interventi di Anna Zafesova (sovietologa e giornalista de La Stampa), Lorena Villa (Fondazione Luigi Einaudi) e Yuri Guaiana, presidente di Certi Diritti nonché curatore della raccolta di saggi edita dalla Diderotiana.

Nel pomeriggio di ieri sono state infine rinnovate le cariche statutarie. Confermati rispettivamente quale presidente e segretario Yuri Guaiana e Leonardo Monaco. Eletti, invece, Claudio Uberti a tesoriere e Carlo Maresca a revisore dei conti.

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Rete Nobavaglio – Liberi di essere informati e Gaynews hanno organizzato per stasera a Roma il presidio Stop Gay Persecution.Appuntamento alle ore 18:00 davanti all’Ambasciata di Tanzania in viale Cortina d’Ampezzo, 185, per protestare contro la campagna d’arresti delle persone Lgbti, lanciata il 29 ottobre scorso dal governatore di Dar es Salaam Paul Makonda.

Al presidio aderiscono Possibile, Futura, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Certi Diritti, Dgp Digayproject, Agedo Roma, Senes - Sostegno Senior Arcobaleno, Arcigay Napoli, GayLib Italia, Magen David Keshet Italia - Gruppo Ebraico LGBT, COLT - Coordinamento Lazio Trans, ARCO, Famiglie Arcobaleno, GayNet Roma, Arcigay Reggio-Emilia, Prisma - Collettivo Lgbtqia+ Sapienza, Sunderam Identità Transgender Torino Onlus.

«È nostro dovere  - si legge nel comunicato – alzare la voce, metterci in gioco, chiedere alla comunità internazionale di mobilitarsi per mettere fine a una simile barbarie».

A poche ore dalla manifestazione è stata resa nota la lettera aperta al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi che, promossa da Certi Diritti, è stata sottoscritta da Agedo, Arcigay, Associazione Luca Coscioni, Avvocatura per i Diritti LGBTI – Rete Lenford, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno, Futura Lgbtqi, GayNet, Globe-MAE, Radicali Italiani.

Il motivo della missiva è stato così illustrato da Yuri Guaiana, presidente di Certi Diritti: «L'Italia non può continuare a rimanere indifferente di fronte alle continue minacce da parte di alcuni ufficiali tanzani, agli arresti arbitrari e all'imposizione della tortura dei test anali alle persone omosessuali in Tanzania. Per questo abbiamo scritto al al ministro Moavero Milanesi. Ne va anche della credibilità internazionale dell'azione italiana a difesa dei diritti umani nel mondo».

Eccone il testo:

Egr. Ministro,

    lo scorso 31 ottobre, il commissario della regione Dar es Salaam, Paul Makonda, ha tenuto una conferenza stampa annunciando un piano per arrestare tutti coloro che siano sospettabili di omosessualità, sottoporli a test anali e offrire loro un’alternativa tra il sottoporsi a terapie riparative o l’ergastolo. Il commissario ha anche incitato la cittadinanza a denunciare alla polizia tutte le persone omosessuali o percepite tali e ha affermato di essere già in possesso di centinaia di nomi. L’attuazione del piano era prevista per il 5 novembre.

Paul Makonda non è nuovo a queste minacce, nel luglio 2016, durante una manifestazione politica, aveva minacciato arrestare tutte le persone omosessuali e coloro che le seguivano sui socia media, oltre a minacciare di vietare le associazioni che promuovono l’omosessualità.

Il 4 novembre, il Ministro degli Affari Esteri della Tanzania ha affermato pubblicamente che la campagna anti-gay proposta dal Commissario regionale rappresentava solo “la sua opinione personale e non la posizione del governo” e che la Tanzania avrebbe “continuato a rispettare e proteggere” i diritti umani riconosciuti internazionalmente.

Lo stesso giorno, tuttavia, Amnesty International ha rivelato che la polizia ha arrestato delle persone a Zanzibar con l’accusa di essere omosessuali. In Tanzania, i rapporti sessuali tra persone adulte e consenzienti dello stesso sesso sono puniti con 30 anni di reclusione. Una delle leggi più dure al mondo.

Dall’elezione del presidente John Magufuli nel dicembre del 2015, la Tanzania ha ripetutamente violato le libertà d’espressione e associazione intimidendo e arrestando ripetutamente giornalisti, oppositori politici e critici, secondo varie ONG internazionali, inclusa Human Rights Watch.

Inoltre, le persone LGBTI sono regolarmente arrestate arbitrariamente e sottoposte a test anali, un metodo screditato per provare l’orientamento omosessuale che le Nazioni Unite e la Commissione Africana per i diritti umani e dei popoli hanno denunciato come “tortura”. Le autorità hanno chiuso clinichegay-friendlye limitato l’accesso ai lubrificanti a base acquosa, essenziali per la prevenzione dell’AIDS. L’anno scorso, sempre nella regione di Dar es Salaam, un gruppo di legali sud africani è stato arrestato e deportato per aver partecipato a una conferenza sulla salute e i diritti delle persone LGBTI.

Se è incoraggiante che il governo abbia dichiarato di voler rispettare gli obblighi internazionali sui diritti umani, è assai preoccupante che non sia stata fatta menzione dei passi che il governo intenda intraprendere, considerate le marchiane violazioni sopra riportate.

Ministro, le associazioni firmatarie si appellano a Lei affinché intraprenda i passi diplomatici necessari per ottenere dalla Tanzania

il rispetto della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e della Convenzione sui diritti economici, sociali e culturali che la Tanzania ha sottoscritto;

l’abrogazione della legge che criminalizza i rapporti sessuali tra persone adulte e consenzienti dello stesso sesso;

la liberazione delle persone arrestate per omosessualità e la cessazione immediata degli arresti basati sull’orientamento sessuale o l’identità di genere;

il divieto di somministrare test anali;

il pieno accesso alle cure mediche di tutti i cittadini a prescindere dall’orientamento sessuale e l’identità di genere;

la piena libertà di operare per le associazioni LGBTI e le cliniche LGBTI-friendly.

In attesa di un Suo cortese riscontro, poniamo distinti saluti.

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Non si hanno notizie certe sulla situazione delle persone omosessuali nella regione tanzaniana di Dar es Salaam, il cui governatore Paul Makonda ne aveva annunciato l’inizio d’una serie di arresti a partire da lunedì 5 novembre. Dichiarazioni che il giorno prima il ministro degli Affari esteri Augustine Mahiga aveva liquidato come opinioni personali anche a seguito delle proteste internazionali e del duro monito di Michelle Bachelet, Alta Commissaria delle Nazioni unite per i diritti umani.

Ma, stando alle voci ricorrenti di attivisti locali, ci sarebbero già persone omosessuali incarcerate dietro segnalazione nell’area di Dar es Salaam. 

Nella notte del 3 novembre una soffiata ha portato, invece, all’arresto di dieci uomini, sospettati di essere gay, nella regione semi-autonoma di Zanzibar. La polizia ha fatto irruzione nel resort di Pongwe Beach mentre era in corso una festa. Altri sei sono riusciti a fuggire.

Gli uomini sono da domenica trattenuti presso la stazione di polizia di Chakwa senza che siano state formalmente avanzate accuse verso di loro. 

Come chiarito da Amnesty International, che ha denunciato l’accaduto, gli uomini sono stati arrestati per aver presumibilmente partecipato alla celebrazione di un matrimonio tra due di loro. L’averli trovati seduti in coppia costituirebbe per la polizia locale una prova irrefutabile.

«È sconvolgente che il semplice atto di sedersi in coppia possa assumere proporzioni criminali – ha dichiarato Seif Magango, vicedirettore di Amnesty International per l'Africa orientale, l’Africa dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa – La polizia non ha chiaramente motivi per presentare accuse contro questi uomini in tribunale, nonostante l'arresto di questi tre giorni fa».

Magango ha definito l’arresto un «colpo scioccante dopo l'assicurazione del governo tanzaniano che nessuno sarebbe stato preso di mira e arrestato a causa dell’effettivo o presunto orientamento sessuale e identità di genere».

L’esponente di Amnesty si è detto vivamente «che questi uomini possano essere sottoposti a un esame anale forzato: metodo di scelta del governo per 'provare' l'attività sessuale tra persone dello stesso sesso. Questo non deve essere permesso: questi uomini devono essere rilasciati immediatamente».

Motivo, questo, che ha indotto attiviste e attivisti del continente africano a lanciare per ieri la Giornata internazionale di mobilitazione per le persone Lgbti in Tanzania. Tale iniziativa, supportata e rilanciata da All Out, ha visto un’ampia accoglienza.

Fissato, invece, per lunedì 12 novembre a Roma il sit-in Stop gay persecution in Tanzania. Organizzato da Gaynews e dalla rete giornalistica Nobavaglio – Liberi di essere informati, il presidio avrà luogo, a partire dalle ore 18:00, davanti all’ambasciata di Tanzania in viale Cortina d’Ampezzo, 185.

Al momento hanno aderito Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Certi Diritti, Arco, Agedo Roma, Di' Gay Project.

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«La decisione da parte di 16 Stati dell’dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) di avviare un’inchiesta internazionale su quanto accaduto lo scorso anno in Cecenia ci dà la speranza di ottenere finalmente giustizia nella Repubblica federata russa, retta da Ramzan Kadyrov, e nel resto della Russia. Lo dobbiamo ai sopravvissuti e alle vittime del pogrom anti-Lgbt.

Si tratta di un traguardo importante, frutto anzitutto del lavoro degli attivisti russi del Russian Lgbt Network, al quale ci onoriamo di aver contribuito». 

Con queste parole Yuri Guaiana, presidente dell’Associazione Radicale Certi Diritti, ha commentato a Gaynews il passo intrapreso da Belgio, Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Regno Unito, Stati Uniti a seguito delle insufficienti informazioni date dalla Russia sulla violazione dei diritti umani in Cecenia.

Il 30 agosto, infatti, i governi dei predetti Paesi (eccezion fatta del Belgio, che si è aggiunto l’altro ieri nel decidere l’avvio dell’inchiesta internazionale, a differenza dell'Italia, ancora una volta assente) avevano chiesto a Mosca di riferire, entro dieci giorni in merito agli arresti arbitrari, torture e uccisioni di persone Lgbti, dissidenti locali, giornalisti e attivisti per i diritti umani in Cecenia

Agendo come componenti dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, i singoli governi avevano invocato per la questione cecena il Meccanismo di Vienna, che consente ai Paesi partecipanti di chiedere conto della tutela dei diritti umani in un altro Stato dell'Osce. 

Che cosa è successo nello specifico da agosto a oggi? A spiegarlo è lo stesso Yuri Guaiana a spiegarlo nel saggio Il pogrom anti-LGBT in Cecenia che, in una con quello intitolato La nuova Santa Alleanza contro i diritti umani, è contenuto nel volume collettaneo Il lungo inverno democratico nella Russia di Putin in corso di pubblicazione (sarà nelle librerie nella seconda metà di novembre) per i tipi torinesi della Diderotiana. 

Eccone, in anteprima esclusiva su Gaynews, i passaggi interessanti la questione Osce: «Egle Maier, primo segretario alla Rappresentanza permanente della Lituania presso le Organizzazioni internazionali a Vienna, ha riferito che la Russia ha risposto alle richieste, ma "senza entrare nel merito delle preoccupazioni sollevate".

Il 1 novembre 16 Stati membri dell’Osce hanno pertanto invocato il Meccanismo di Mosca secondo il quale, ora, una Commissione di 3 esperti – solo uno dei quali potrà essere scelto dalla Russia – verrà costituita dall’Ufficio Osce per le Istituzioni democratiche e i Diritti umani e un’inchiesta internazionale sarà finalmente avviata.

Anche se la Russia si rifiutasse di far entrare gli esperti sul suo territorio, essi potranno scrivere un rapporto intervistando i sopravvissuti rifugiatisi fuori dalla Federazione Russa e auspicabilmente riconoscere i crimini contro l’umanità che sono stati perpetrati in Cecenia per quello che sono».

 

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Si è conclusa oggi a Bruxelles la 22° conferenza annuale di Ilga-Europe (International Lesbian and Gay Association), intitolata Politics 4 Change.

Sul tavolo anche importanti riforme statutarie per un organismo ormai storico e punto di riferimento delle più importanti associazioni Lgbti europee. Dall'Italia erano presenti Certi DirittiArcigay Palermo, Arcigay Varese, Arco (Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali), Gaycs, Cild (Coalizione Italiana Diritti e Libertà), Circolo Tondelli di Bassano del Grappa. Di queste, Arcigay Palermo e Gaycs hanno anche dato un contributo ai workshop tematici, rispettivamente su prevenzione e sport. 

Abbiamo rivolto alcune domande a Yuri Guaiana, componente italiano del board di Ilga-Europe, che è stao riconfermato nel ruolo di co-segretario

Nei tempi di populismo reazionario Bruxelles sembra essere una roccaforte dei diritti. Come mai questa scelta da parte di Ilga-Europe? È davvero così o c'è bisogno di riflettere anche nell'Europa occidentale su risultati e strategie? 

È l'assemblea annuale di Ilga-Europe a scegliere di anno in anno la sede delle future conference. Due anni fa Bruxelles è stata votata a maggioranza dai delegati e dalle delegate. Nonostante l'Europa occidentale sia uno degli angoli del mondo più avanzati in termini di diritti Lgbti, ci sono diverse questioni che si pongono, come ad esempio quelle relative alle mutilazioni dei bambini e delle bambine  intersessuali.

Solo Malta ha una legge che vieta simili interventi di vera e propria mutilazione, che non vanno considerati solo in funzione delle persone che li subiscono ma in base al loro portato di pregiudizio e binarismo di genere. Portato che investe nello specifico la classe medica, ma che va considerato anche nel quadro dell'opinione pubblica. Tenere alta l'asticella delle rivendicazioni è sicuramente uno modo per prepararci all'urto dell'ondata populista alle prossime europee.  

Quali sono stati secondo te i temi più innovativi di questa edizione?

Il programma è stato molto ricco e non sono mancati i temi ormai cari a Ilga-Europe, dal dialogo tra le fedi al sex working. Probabilmente i workshop più innovativi hanno riguardato il rapporto tra movimento Lgbti e mondo del business, con una riflessione sul come trarre vantaggio da esso senza che si verifichi solo il contrario. Poi il tema del digitale, in merito alla sicurezza e ai rischi delle app, ad esempio, ma anche alle opportunità che esse offrono per le campagne e l'attivismo. 

Non è stato da meno il dibattito sulla libertà di movimento in Eurpopa per le famiglie omosessuali, specie in ottica delle elezioni europee. 

Quali sono i principali punti di distanza con il dibattito italiano sui temi Lgbti? 

Rispetto alle organizzazioni europee, l'Italia si sta concentrando maggiormente sul tema delle famiglie omogenitoriali piuttosto che sui temi dell'intersessualità e del transgenderismo. Per il resto l'Italia è inserita nelle principali tematiche di discussione, anche se il dibattito sulle diverse intersezionalità, ovvero la sovrapposizione di più elementi di rivendicazione e di lotta alll'interno della società, risulti molto più sviluppato in Europa. Infine, va detto che le tensioni tra le diverse identità in cui si riconoscono le attiviste e gli attivisti Lgbti, si stanno facendo sentire anche in Ilga-Europe, ad esempio nel dibattito sulle quote.

A questo proposito, cosa è cambiato in Ilga con le ultime modifiche statutarie? 

Dopo la richiesta di Tgeu (la principale organizzazione europea di realtà transgender) si era arrivati, attraverso un ampio dibattito interno, a una proposta di modifica statutaria da parte del board che eliminasse tutte le quote nel direttivo, che fino ad oggi erano state, per un totale di 10 componenti, 4 donne, 4 uomini (compresi uomini e donne trans) e due persone che non si identificassero nè come uomini nè come donne, in particolare non binary e agender.

Le femministe del sindacato inglese Unison sono riuscite a far cadere la proposta di abolizione di tutte le quote, facendo mancare il 75% dei voti e hanno poi presentato un emendamento che eliminava solo le quote maschili. Pur di andare nella direzione di una riduzione delle quote, iniziando almeno un percorso, il board si è espresso a favore della proposta, preferendo una situazione in cui solo 4 posti risultano "riservati" anziché 8 come nella situazione precedente. L'emendamento è quindi passato.

La battaglia vera resta, a mio avviso, quella di poter finalmente avere una competizione di merito tra persone, senza alcuna pregiudiziale sull'identità di genere. Lo dimostra anche il trend dell'elezione delle cariche di Ilga-Europe negli ultimi anni, in cui sono state elette più donne rispetto agli uomini nonostante ci fosse una percentuale di uomini candidati di uno o due punti più alta. I tempi sono maturi affichè ci possa essere una vera eguaglianza nelle opportunità. 

Secondo te le associazioni italiane dovrebbero lavorare di più sul panorama europeo?

Da presidente di un'associazione transnazionale come Certi Diritti posso solo rispondere in modo assolutamente affermativo. Lavorare in Europa significa per il nostro movimento poter formare i propri attivisti e attiviste, poter imparare strategie e buone pratiche, poter aquisire contatti e strumenti validi sul territorio e a livello nazionale. Basti pensare anche alle unioni civili. Uno degli eventi fondamentali che ha aperto la strada al dibattito sulla legge Cirinnà è stata la sentenza della Cedu che condannava l'Italia per l'assenza di riconoscimento delle coppie same sex: una sentenza che è stata anche il risultato del lavoro sul piano internazionale di Certi Diritti insieme all'avvocato Schuster. 

Ci sono quindi moltissime opportunità da cogliere ed è sicuramente auspicabile una presenza più corposa dell'Italia all'interno di Ilga-Europe.

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