Martedì 27, alle 21:00, al Cinema Massimo, la sala cinematografica del Museo nazionale del Cinema di Torino, ci sarà un pre-debutto del Lovers Film Festival – Torino Lgbtqi Visions, il più antico festival sui temi Lgbtqi d’Europa e terzo nel mondo, diretto oggi dalla giovane cineasta Irene Dionisio e presieduto dal suo fondatore Giovanni Minerba.

Infatti, insieme a Diversity, l’associazione presieduta da Francesca Vecchioni che si impegna a valorizzare l’inclusione facendo cultura contro pregiudizi e discriminazioni, Lovers presenta l’anteprima nazionale del film Puoi baciare lo sposo di Alessandro Genovesi che poi arriverà nelle sale il 1° marzo.

Alla prima, oltre a Francesca Vecchioni, Giovanni Minerba e Irene Dionisio, interverranno anche il regista Alessandro Genovesi e i protagonisti Cristiano Caccamo e Salvatore Esposito. Quest'ultimo è il “machissimo” Gennarino di Gomorra che ora interpreta, con passione poesia, la “metà” di una coppia rainbow.

PUOI BACIARE LO SPOSO

Si tratta di una pellicola per il grande pubblico scelta non a caso da Irene Dionisio come anticipazione del festival che commenta così: «Sono molto contenta che il Lovers Film Festival abbia potuto collaborare a questa anteprima perché credo sia particolarmente importante e non consueto che il regista, la produzione e il cast del film abbiano deciso di confrontarsi durante la lavorazione con un’associazione come Diversity che si batte da sempre per i diritti delle persone Lgbtqi».

Infatti, in modo praticamente inedito per l’Italia, tutti i soggetti coinvolti nella lavorazione del film hanno lavorato a stretto con contatto con lo staff dell’associazione Diversity per arrivare a un prodotto cinematografico che potesse essere veramente Lgbtqi correct.

Francesca Vecchioni, presidente di Diversity, commenta così: «Puoi baciare lo sposo, come nella migliore tradizione della commedia italiana, racconta l’evoluzione della nostra società facendo ridere e, nello stesso tempo, riflettere. La sua forza è nel linguaggio, nella capacità di parlare a tutte e tutti. Questa è anche una grande responsabilità. Il cinema forma l’immaginario collettivo e la possibilità di sensibilizzare il grande pubblico su concetti così importanti è una grandissima occasione: per combattere i pregiudizi è fondamentale che i temi dell’inclusione e della diversità diventino mainstream».

A chi è a Torino non resta che partecipare alla proiezione a ingresso gratuito. Per tutti gli altri l’appuntamento è al cinema dal 1° marzo.

Il Lovers Film Festival – Torino Lgbtqi Visions, che è giunto alla 33° edizione, si svolgerà poi a Torino dal 20 al 24 aprile, tornando nelle sue date tradizionali.

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In occasione dell'evento Incontro con il cinema sardo a Roma, che si terrà domani presso il Cinema Trevi a partire dalle ore 17:00, abbiamo intervistato Giovanni Coda. Cagliaritano di nascita, è un regista cinematografico e fotografo con molti anni di attività nelle arti visive. Senza contare i diversi premi ottenuti attraverso la partecipazione a numerosi festival nazionali e internazionali.

Giovanni, qual è il significato della kermesse di domani? 

Questa giornata di sabato 17 Febbraio si inserisce in un percorso consolidato di incontri organizzati dall'associazione Il Gremio in collaborazione con la cineteca nazionale e altre realtà associative. Percorso teso a promuovere il cinema e gli autori della mia terra. È un'occasione di incontro con la città e di promozione del mio lavoro che viene distribuito, prevalentemente, nei circuiti festivalieri.

Domani alcuni tuoi lavori cinematografici quali Il Rosa Nudo, Bullied to Death e infine Xavier saranno proiettati al cinema Trevi. Quale è, se c'è, il filo rosso che unisce queste tre opere? 

Il Rosa Nudo e Bullied to Death sono i primi due capitoli di tre dedicati alla violenza. Il primo film è ispirato alla vita di Pierre Seel, deportato omosessuale durane la seconda guerra mondiale. Bullied to Death è invece ispirato alla triste storia di Jamey Rodemayer e tratta il tema del bullismo a sfondo omofobo. Xavier è dedicato alla figura di Xavier Jugéle, il poliziotto gay deceduto durante l'attentato terroristico dello scorso aprile a Parigi. 

Viste le tematiche affrontate, oltre alle persone Lgbti a chi consiglieresti di venire al Cinema Trevi per vedere le tue opere?

Il mio pubblico è più eterogeneo di quanto si possa immaginare. I miei film sono stati proiettati in tanti istituti scolastici e in parecchie università in particolare all'estero. Sono opere "diverse" dal taglio documentaristico che si fonda in un clima più performativo che di finzione. È una modalità nuova di intendere il cinema Lgbti, che tra l'altro, in Italia, è in grande difficoltà (proattivamente parlando).

L'evento è in collaborazione con la Cineteca Nazionale e altre Associazioni. Per diffondere cultura antidiscriminatoria e sensibilizzare a temi come quelli da te tratttati quanto è importate fare rete?

È importantissimo, indispensabile ormai. Attraverso i social media interagisco con centinaia di persone in contemporanea, molti dei quali sono amici che a loro volta sostengono e promuovono il mio pensiero, il mio lavoro.

Ognuno di noi è il prodotto delle proprie radici culturali, familiari, storiche. Artisticamente parlando, quali sono le tue? E a quali di queste radici devi maggiore riconoscenza per ciò che sei oggi?

Le mie radici come artista (e come uomo) affondano nel terreno della formazione. Arrivo dalla vitalità dei "circoli del cinema" degli anni '80 e '90 passando per maestri quali Aldo Braibanti, Oscar Manesi, Mario Merlino, Peter Greenaway, Gianni Toti, Giovanni Minerba. Recentemente devo molto alla proficua frequentazione con il performer milanese Dino Cataldo Meo per giungere ai miei studi fotografici nel prestigioso Ideep di Barcellona. Il mio cinema è il prodotto di un innesto di anime varie e varie arti.

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Scritto e diretto dal regista francese Robin Campillo, 120 battiti al minuto è uscito, il 5 ottobre scorso, in Italia, nelle cui sale è stato distribuito da Teodora Film. Non senza un’ondata di polemiche per il divieto ai minori di 14 anni imposto dalla commissione di censura del Mibact (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo).

Ma reazioni alla pellicola, vincitrice del Gran Prix speciale della Giuria e della Queer Palm a Cannes, si sono registrate anche in altri Paesi. Solo domenica 4 febbraio a Bucarest manifestanti ultranazionalisti ne interrompevano la proiezione al grido La Romania non è Sodoma.

Ma 120 battiti al minuto è uno di quei film che, al dire di Pedro Almodovar si ama « dal primo minuto sino all’ultimo. Non mi sarebbe potuto piacere di più. Campillo ha raccontato storie di eroi veri che hanno salvato molte vite».

E da pochi giorni la pellicola, che narra dell’attività di Act-Up Paris nei primi anni ’90 del secolo scorso per combattere l’indifferenza nei riguardi delle vittime dell’Aids e le idee stereoripate contro le stesse, è finalmente disponibile in Dvd e Blu Ray (su CG Entertainment) e in digital download su (iTunes, Google Play, Youtube, Chili, Rakuten Tv, Infinity).

GUARDA IL TRAILER

 

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Chiamami col tuo nome, la pluricandidata pellicola di Guadagnino ai premi Oscar, finisce nel mirino della stampa statunitense con l'accusa di esaltare gli abusi sessuali. Secondo Cheyenne Montgomery - come riportato nella sezione Opinion del Boston Globe - il film, pur presentando un’abile regia e una splendida fotografia, è in realtà un’esaltazione della predazione di un adulto nei riguardi d’un adolescente. È percio, a suo parere, «immorale e pericoloso».

Professoressa di biologia a Portland dove vive con sua moglie Amy e tre figli nati da un precedente matrimonio, Cheyenne sottolinea come i critici tocchino il «problematico divario di età» tra il 17enne Elio e il 24enne Oliver (rispettivamente interpretati da Timothée Chalamet e Armie Hammer) ma finiscano poi per minimizzarlo e profondersi in elogi.

Non si tratterebbe quindi assolutamente di «un trionfo erotico» o di «una meraviglia romantica» contrariamente dalle valutazioni di alcuni giornali. Chiamami col tuo nome  «non parla - secondo Montgomery - di un uomo più anziano e uno più giovane. Falsa una relazione di sfruttamento tra un adulto e un adolescente. Queste relazioni manipolative causano danni duraturi, come so per esperienza personale».

E, paragonandosi a Elio che, sdraiato sulle ginocchia dei genitori in un pomeriggio piovoso, crede di essere un adulto autonomo ma in realtà non lo è, Cheyenne narra di sé quando a 15 anni inizia a studiare a Wallingford presso il Choate Rosemary Hall. Il prestigioso college privato misto, cioè, che ha annoverato tra i suoi allievi nomi dal calibro, ad esempio, di John Fitzgerald Kennedy, Michael Douglas, Glenn Glose, Paul Giamatti. E che, lo scorso anno, è stato travolto da un’inchiesta giornalistica su studenti, vittime di numerosi abusi sessuali tra il 1960 e il 2010.

Cheyenne parla dell’incontro, avvenuto in quel primo anno di permanenza al Choate (1989), con  l’allora 27enne Angus Mairs, professore di matematica e assistente di dormitorio. Tra i due s’instaura un rapporto confidenziale che spinge Cheyenne, dopo ripetute domande del docente, a rivelargli di essere stata più volte sessualmente molestata in famiglia.

Una confessione che, anziché spingere l'insegnante a denunciare gli abusi, lo porta a stringersi sempre più confidenzialmente a Cheyenne fino a quando i due avviano una relazione. Relazione continuata anche dopo che l’adolescente perde la propria verginità durante un campeggio estivo e terminata solo con la fine della docenza di Mairs al Choate. Anche se invitata da questi a non dire nulla a nessuno, Cheyenne si confida con Björn Runquist, 43enne professore di francese e nuovo assistente di dormitorio. Fra i due s’instaura une relazione sessuale simile a quella precedente.

La propria esperienza è paragonata da Cheyenne Montgomery sul Global Post con quella del protagonista di Chiamami col tuo nome: «Un Elio della vita reale – scrive la donna che sta preparando un libro autobiografico –  molto probabilmente soffrirebbe di depressione e potrebbe anche diventare un suicida».

Il film di Guadagnino potrebbe perciò, secondo Montgomery, «causare danni reali normalizzando questo tipo di conquista sessuale. Potrebbe essere particolarmente dannoso per i giovani della comunità Lgbt, che sono già ad alto rischio di depressione e suicidio». 

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A un giorno soltanto dalla distribuzione nelle sale del film ozpetekiano Napoli Velata non è possibile non ripensare alle dichiarazioni del regista turco, che si è detto contrario all’utilizzo della parola gay e vicino alle relative posizioni concettuali di Stefano Gabbana.

Di primo acchito ci si potrebbe stupire del fatto che sia proprio Ozpetek, narratore di storie a tematica Lgbt nella propria produzione cinematografica, a esprimere slogan reazionari nonché improntati a omofobia interiorizzata.

E invece no. Ferzan Ozpetek - come Stefano Gabbana - non hanno nessun interesse per la militanza e l'impegno civile. Forse perché avviluppati in quel lusso e successo in cui si svolge la loro esistenza. Un’esistenza lontana anni luce dalla quotidianità, tutt’altro che dorata, cui deve far fronte la quasi totalità delle persone Lgbti.

D'altronde, proprio rileggendo le affermazioni di Gabbana e Ozpetek, non è possibile non ripensare alla risposta – data, qualche anno fa, allo scrivente – di un regista teatrale (con alle spalle un’ampia esperienza lavorativa in Rai) piuttosto noto in Campania. Nonostante fosse (e sia) manifestamente omosessuale, questi vantava ostentatamente la propria lontananza da eventi culturali interessanti le persone Lgbti col ripetere: Ho sempre vissuto serenamente la mia sessualità nei salotti che ho frequentato e continuo a frequentare.

Ecco, è in tali "salotti" da ravvisare chiave di volta della questione. Gabbana e Ozpetek, esattamente come il regista campano succitato, pensano solo ai "loro salotti": luoghi, cioè, di autorappresentazione di una borghesia menefreghista e conformista, arricchitasi in vario modo negli ultimi quarant'anni.

"Salotti" in cui si muovono omosessuali velati, il cui coming out è consentito - a bassa voce - nel chiuso di una dimensione sostanzialmente privata, in grado di riassorbire come "eccezione" un diverso orientamento sessuale e perfino una relazione (basta non chiamare marito il proprio compagno, come orgogliosamente ha tenuto a ribadire Ozpetek).

E così posizioni, fatte passare quali consentanee ad aneliti libertari (ma in realtà tali solo in apparenza), dopo aver visto in Stefano Gabbana un acceso paladino, trovano una loro nuova Giovanna d’Arco in Ferzan Ozpetek. In quel regista omosessuale, cioè, che ha costruito la sua fortuna sui sentimenti e sulle storie delle persone gay disconoscendone però i diritti in nome di personali privilegi borghesi.

Ma del resto ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da chi ha sempre rifiutato di esporsi apertamente contro il regime liberticida di Erdogan?

E, allora, #BoycottFerzanOzpetek

#BoycottFerzanOzpetek anche perché, a differenza di quanto ci fa intendere il banale titolo del suo ultimo film (con un chiaro quanto malinteso riferimento all’effigie marmorea del Sammartino), Napoli non è affatto una città velata

Ma, al contrario, una delle città più gay-friendly d'Italia: con i suoi femminielli che vivono le strade di Partenope senza alcun problema, con la sua comunità trans allegra e numerosissima, con le sue lotte e i suoi militanti sempre presenti e sempre fieri di essere quel che sono.

 

 

 

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Attualmente sul set e nelle sale cinematografiche a partire dal 22 novembre del 2018, Boy Erased porta sulle scene il dramma di Garrad Conley come da lui stesso raccontato nell’omonimo libro autobiografico edito nel 2016. Figlio di un pastore battista dell’Arkansas, Garrad fu costretto dai genitori a sottoporsi al noto percorso di terapia di riorientamento sessuale (o riparativa) in 12 tappe dal nome Love in action (dal 2012 chiamata Restoration Path).

La sua omosessualità fu infatti vissuta come un trauma dal padre che pose il figlio, appena 19enne, di fronte a un aut aut: o curarsi o essere messo al bando dalla famiglia, dalla cerchia d’amici, dalla comunità ecclesiale.

Garrad optò per la “cura” scontrandosi però coraggioramente col suo terapista Victor Sykes. Panni che in Boy Erased ricoprirà Joel Edgerton, produttore e regista dello stesso film.

A interpretare Garrad sarà Lucas Hedges mentre Russel Crowe e Nicole Kidman saranno rispettivamente Marshall e Nancy Conley, genitori del protagonista. Nel cast anche Xavier Dolan.

Boy Erased si presenta, dunque, come un film dal tema delicatissimo com'è quello delle teorie riparative. E, per giunta, a pochi mesi dalla morte del più grande sostenitore negli Usa. Quel Joseph Nicolosi, fondatore della Narth, tra i cui collaboratori, non a caso, risulta ancora essere Dale O’Leary. Che, in pratica, è l'ideatrice dell'inesistente fantasma della Gender Ideology.

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In un comunicato la piattaforma Netflix ha annunciato di aver interrotto qualsiasi rapporto con Spacey. «Netflix – così si legge nella nota informativa – non sarà più coinvolta con altre produzioni di House of Cards che includano Kevin Spacey». L’azienda ha inoltre dichiarato che lavorerà con Mrc, la società che produce la serie, per valutare se continuare senza Spacey.

Sospesa infine l'uscita di Gore, un film sullo scrittore Gore Vidal, prodotto e interpretato dall’attore statunitense con cittadinanza britannica.

Il comunicato è stato diffuso dopo le accuse di molestie e comportamenti predatori da parte di Spacey sul set di House of Cards. Accuse che, lanciate ieri da otto dipendenti della produzione, tengono dietro a quelle mosse da Anthony Rapp.

Intanto per il due volte premio Oscar  si è mossa anche Scotland Yard, che sta indagando sulle accuse di un 30enne di Lambeth. L’uomo ha dichiarato di essersi svegliato nel 2008 in casa dell'attore mentre questi «stava compiendo un atto sessuale di lui».

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Una Stonewall letteraria: si può definire così l’arte prometeica di Touko Laaksonen che, con lo pseudonimo di Tom of Finland, è stato uno dei pionieri dell'arte omoreotica, come racconta in maniera esemplare il biopic di Dome Karukoski, già proiettato a Firenze il 30 settembre e a Roma il 12 ottobre nell'ambito della rassegna Lgbti dell'Acrobax. 

Il film, che ha inaugurato la 32° edizione del Lovers Film Festival di Torino, in Finlandia è stato insignito di vari riconoscimenti, tra cui il premio Fipresci al Festival di Göteborg ed è stato selezionato per rappresentare la Finlandia ai premi Oscar 2018 nella categoria miglior film in lingua straniera.

Per pura coincidenza, poi, come ha sottolineato lo stesso Karukoski, il film è uscito nelle sale in un periodo perfetto. E non solo perché si festeggia il 100° anniversario della Finlandia indipendente ma anche perché, proprio mentre il film su Tom of Finland è stato distribuito nel Paese, il Parlamento ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Un film di coraggio, di amore e di liberazione. Una ricostruzione d'epoca precisa ed emozionante che narra la vicenda di un uomo che, con le proprie illustrazioni, ha infranto lo stereotipo dell'uomo omosessuale trasfigurandolo in un'immagine di fiera e orgogliosa virilità. Il film di Karukoski porta sul grande schermo la piccola-grande rivoluzione di Touko Laaksonen che, con le sue oltre 3.500 illustrazioni caratterizzate da una forte sessualità, in cui vengono raffigurati uomini muscolosi con peni di grosse dimensioni, ha influenzato la cultura gay del XX secolo, alimentando sia quella forma di leather culture poi portata al cinema da mostri sacri come R. W. Fassbinder (Querelle de Brest) o William Friedkin (Cruising), sia il look in pelle che ha ispirato artisti di fama mondiale come Freddie MercuryFrankie Goes to Hollywood e, naturalmente, Glenn Hughes, il leatherman dei Village People.

Ma il film non si limita a narrare la carriera artistica di Laaksonen ma, anzi, dà ampio spazio alla sua vita. Una vita segnata dall'esperienza traumatica della seconda guerra mondiale. Infatti, fu proprio durante il conflitto bellico che Laaksonen uccise un soldato russo e in seguito, tormentato dal senso di colpa, ritrasse il volto di quell'uomo, sogno e incubo delle sue notti, nelle sue opere di maggior successo. Esercizio a metà tra la volontà di esorcizzare il dolore e l’utopia di restituire la vita.

Fatto sta che Laaksonen è stato il primo artista a erotizzare il mostro del nazifascismo trasfigurandolo in una sorta di esplosivo manifesto del Bdsm, fatto di fantasie impronunciabili e recondite che, in seguito a questa metamorfosi artistica, assumono anche un valore politico e di concreto ribaltamento del male e del delirio maschilista del regime..

Considerando l'argomento del film, in realtà la pellicola contiene molto poco sesso e, al  contrario, si concentra sulle lotte che Laaksonen ha portato avanti come uomo gay in una Finlandia conservatrice. Lotte di rivendicazione politica, umana e sociale che conferirono dignità a questi “figli di un Dio minore”, ma come gli confida sul capezzale un amico malato di Aids (siamo agli inizi della diffusione della malattia del secolo):  “Tu mi hai dato la vita, mi hai fatto capire che potevo amare senza vergogna, non cambierei nulla”, perché in fondo, come lo stesso protagonista ricorda, “Siamo tutti figli di madre natura”, nonché figli più o meno legittimi di Tom of Finland che finalmente, dopo tanto peregrinare, è tornato a casa!

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È sempre bene ricordare cosa accade quando l’afflato religioso pervade in maniera eccessiva e disorganica la vita di una persona, stimolando reazioni anomale. Reazioni spesso in contraddizione con i dettami di accoglienza e inclusione che dovrebbero essere alla base di ogni religione. E il protagonista di I am Michael, film presentato giovedì 5 ottobre all’interno della rassegna di cinema Lgbti dell’Acrobax di Roma, ne è la prova perfetta.

Ispirato a una vicenda realmente accaduta, I am Michael è l'incredibile storia di Michael Glatze (interpretato da James Franco), un noto attivista Lgbti statunitense che fu al centro di una controversia molto violenta quando diventò pastore cristiano e affermò di non essere più gay. Il film racconta la storia di Michael: dalla sua vita a San Francisco con il fidanzato Bennett, dove persegue l'attivismo politico, una carriera da giornalista all'XY Magazine e l'esplorazione sessuale, fino al momento della personale scoperta spirituale. Infatti, dopo una paura traumatica, Michael inizia a essere afflitto da dubbi e paranoie e intraprende un risveglio religioso che lo porta a rinunciare al suo stile di vita, a rifiutare i suoi amici e a cercare il suo "vero sé" all’interno di esperienze mistiche. Michael, allora, dopo aver esplorato il buddismo e il mormonismo, si lascia coinvolgere da una scuola biblica nel Wyoming rurale dove incontra la sua fidanzata, Rebekah, e dove si forma fino a diventare pastore della propria comunità

Prodotto, tra gli altri, da Gus Van Sant nonché dallo stesso James Franco e presentato sia al Sundance Festival sia alla Berlinale 2015, il film, che non ha avuto distribuzione in Italia se non all’interno di retrospettive dedicate, sembra fatto apposta per far discutere. James Franco, intervistato da La Repubblica, lo ha così presentato: «I am Michael è una storia vera, devastante. Sarà un film che solleverà molte polemiche, la sua vicenda ha riaperto antiche diatribe. L’omosessualità è un fatto genetico? È una malattia? Si può guarire? Si può diventare etero?».

Il film solleva chiaramente l’attenzione sulle pratiche di riorientamento sessuale e quindi sulle terapie riparative che nascono proprio negli Stati Uniti e mirano a cambiare l’orientamento sessuale di una persona, “riparando” l’omosessualità in eterosessualità. Queste terapie di conversione, prive di qualsiasi credito scientifico, presentano spesso una notevole e determinante componente religiosa.

L'opinione delle organizzazioni mediche e psichiatriche è che questi trattamenti, assolutamente antiscientifici e inefficaci, sono potenzialmente dannosi. Tutte le maggiori organizzazioni per la salute mentale, infatti, hanno espresso grande preoccupazione riguardo a questi trattamenti perché la promozione di terapie di cambiamento rinforza gli stereotipi e contribuisce a un clima negativo per le persone lesbiche, gay e bisessuali.

Uno dei temi su cui il film insiste maggiormente è senz’altro la forza che può provenire dall’appartenenza a una comunità: sia che si tratti dell’appartenenza alla comunità Lgbti sia a quella cristiana. Infatti sentirsi parte di una comunità rende l’individuo più facilmente riconoscibile e accettato. Questa forma di garanzia esistenziale può anche poi determinare lo stile di vita del singolo individuo, soprattutto in circostanze di fragilità emotiva e sentimentale. Ma cosa succede quando questo stile di vita non corrisponde alla sua vera e intima dimensione affettiva e sessuale? Quando il modo in cui si è percepiti si scontra con chi si è veramente? Il regista Justin Kelly, che ha lavorato sul film per tre anni, ha detto: «Questo film non è solo la storia di un ‘ex-gay’. È in realtà una storia molto problematica sul potere della fede e il desiderio di appartenenza». 

Grazie a una narrazione chiara e misurata Justin Kelly dirige il proprio esordio con grande equilibrio, peccando forse per un’eccessiva voglia di raccontare che lo spinge a entrare in dettagli e pieghe della vicenda che spezzano e rallentano inutilmente il ritmo della piccola. Kelly sembra essere soprattutto attratto dal modo in cui il protagonista Michael abbia sempre trattato con il massimo della sincerità e dell'etica personale le proprie idee, sia prima sia dopo la “svolta” religiosa, partecipandole e diffondendole con entusiasmo sulla carta stampata, attraverso il suo blog e attraverso la rete. La conversione cristiana e la frequentazione degli ambienti più radicali vengono comprensibilmente ritratti con un po' di ironia e umorismo. Eppure Kelly dimostra una sana forma di curiosità nei confronti delle idee di Glatze. Curiosità che scongiura qualsiasi rischio di facile derisione.

A ogni modo, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose e dal proprio orientamento sessuale, l’unica domanda che non può rimanere inevasa è proprio quella implicitamente contenuta all’interno del film e che ha anche la miglior risposta a tutte le teorie riparative, agli integralismi e all’odio che viviamo quotidianamente: «Quale Dio vi punirebbe per aver trovato l’amore?». Ovviamente, nessuno.

 

 

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Buone notizie da Torino per gli amanti di cinema e per coloro che hanno a cuore i diritti Lgbtqi. Sono state annunciate le date del Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions 2018, diretto da Irene Dionisio e presieduto da Giovanni Minerba: si svolgerà nel capoluogo piemontese presso il Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema dal 20 al 24 aprile 2018 andando a ricollocarsi nello storico periodo di svolgimento del festival.

Mentre sono stati resi noti i dati del 2017 - 6 giorni di programmazione, 83 film di cui 56 anteprime italiane, 3 europee, 3 internazionali, 31 paesi rappresentati e 23.000 presenze fra proiezioni ed eventi Off – alcune anticipazioni fanno presagire che il Lovers 2018 sarà contraddistinto da uno spirito cinefilo, militante e pop.

Tutto il festival sarà improntato sul tema dei diritti Lgbtqi: sia il concorso cinematografico sia gli eventi speciali e musicali. La direttrice Irene Dionisio, inoltre, ha deciso di ampliare la squadra di selezione aprendola a due esponenti del mondo Lgbtqi scelti dalla comunità stessa, mentre Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio Mai del festival, curerà una sezione pensata per valorizzare la storia della rassegna che tanto ha significato per le persone omosessuali e non.

La madrina sarà una delle icone del cinema italiano: l’attrice, regista e produttrice Valeria GolinoRobin Campillo, ultimo vincitore Gran Prix a Cannes della Queer Palm, ha già confermato la propria presenza al festival.

Sempre sul tema dei diritti, in collaborazione con il Coordinamento Pride saranno scelte sette parole chiave e verrà individuato, per ognuna, un film dedicato. Il focus sarà introdotto da un approfondimento dedicato al modo in cui i media rappresentano le persone Lgbtqi a cura di Diversity, l'associazione fondata da Francesca Vecchioni. Madrina d’eccezione di questo focus sarà Monica Cirinnà.

Innovazione e continuità le parole chiave di Lovers come sintetizza Giovanni Minerba: «I cambiamenti portano sempre a una riflessione, la conoscenza è necessaria, fare tesoro del passato per dare la giusta opportunità di guardare al futuro. Il percorso iniziato con la 32° edizione necessita, è, e deve essere un chiaro messaggio di inclusione, tutti insieme daremo il contributo necessario».

Molto determinata nella costruzione di un’edizione 2018 che possa soddisfare tutte e tutti anche la direttrice Irene Dionisio che «è molto felice di poter partire con il giusto anticipo a lavorare all’edizione 2018».

Irene inoltre ci ha detto «che sta già costruendo nuove relazioni internazionali» e «che lavorerà all’insegna del confronto con la comunità Lgbtqi perché il tema dei diritti possa essere affrontato nella sua accezione più ampia».

 

 

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