Frequento il Salone internazionale del Libro di Torino sin dalla sua nascita e credo di poter affermare senza remora alcuna che quella di quest’anno è l’edizione più Lgbti di sempre: da tre anni la Regione Piemonte e il Coordinamento Torino Pride hanno dato vita al primo spazio dedicato ai diritti Lgbti e non solo.

Il Premio FUORI!, dedicato all’editoria di genere e fondato da Angelo Pezzana, verrà consegnato oggi a Edmund White in seno alla kermesse libraria torinese anche grazie alla preziosa collaborazione del direttore Nicola Lagioia. Manni, pilastro  dell’editoria pugliere, presenterà Mio figlio in rosa di Camilla Vivian: un romanzo il cui sottotitolo Ti senti maschio o femmina? Io mi sento io credo parli da solo (consigliatissimo!). Questi solo alcuni tasselli del Salone del Libro “arcobaleno”.

Sono particolarmente contento che proprio in questo contesto venga ufficialmente lanciata LiberaMente, la nuova collana editoriale di Robin – Biblioteca del Vascello che ha l’ambizione di raccogliere testi – siano essi di saggistica o narrativa; italiani o stranieri – che propongono temi legati al mondo Lgbti assenti o poco approfonditi sulle pagine dei libri. Volumi per riflettere e per accendere il dibattito. Volumi che vogliono aprire una strada che poi, speriamo, possano percorrere in tante e in tanti. 

E sono anche particolarmente contento che a parlarne su Gaynews possa essere proprio io che la collana l’ho ideata insieme a Carola Messina, presidente della storica sigla editoriale romano/torinese.

In questa sfida con noi c’è un comitato scientifico nel quale siedono diversi esperti e grandi amici: il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, il responsabile dei progetti speciali della Fondazione Merz Silvano Bertalot, il creativo Andrea Curti, onnivoro di letteratura Lgbti internazionale, l’esperta di editoria Giulia Gabotto, oggi a Il Corriere della Sera, e Donata Prosio coordinatrice del Torino Pride prima di Alessandro. Tutte persone che lottano da anni contro le discriminazioni di genere e che, per questo, hanno accolto la sfida di lavorare con noi a un progetto libero dallo schema del genere… anche letterario.

Il logo della collana, ideato da Francesca Cerritelli e caratterizzato dalla purezza cromatica "senza esitazione" che rimanda all’arcobaleno,  “gioca” con le lettere L G B T: l'oggetto e il soggetto in totale sincronia con lo spazio. Stilemi che si confermano e si rafforzano nel momento in cui l'osservatore va alla loro ricerca tra significati e mutevoli forme.

Inauguriamo la collana con due testi molto diversi fra loro ma nei quali crediamo molto: Il Nuoro e gli #altri di Rita De Santis, presidente onoraria di Agedo, e La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood di Giorgia Succi che verranno presentati al Salone presso l’Arena dei Diritti della Regione Piemonte questa sera alle 18:00. Alla presentazione interverranno con le autrici anche altre due amiche: Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni le prime due mamme a cui è stato consentito di registrare il proprio figlio nato in Italia . 

I due libri:

Il Nuoro e gli #altri

Se avete voglia di vivere qualche giorno all’ombra del dubbio, allora dovete assolutamente fare la conoscenza del Serranus Tortugarum un pesce che, fortunatamente, possiede un nome preciso tra le variegate famiglie ittiche. Invece altre persone che, insieme a lui, entreranno nel vostro immaginario, non hanno al momento una denominazione precisa perché i linguisti non sono ancora riusciti a studiare delle possibili varianti per i molteplici nuclei familiari che si animano sotto gli #altri. Una convinzione però si farà strada nello sbalordito lettore, ovvero che la natura e la storia sono cose diverse da come le viviamo quotidianamente.

Spessissimo, scambiamo per naturale ciò che è consuetudine e per storia quello che ci viene tramandato dai vincitori. Vi accorgerete, continuando nella lettura, che anche gli anatemi religiosi sono completamente fuori posto, perché Dio altro non può essere che amore e inclusione e i libri sacri, letti senza la lente del bigottismo, forse ci vorrebbero insegnare la bellezza del dono e della felicità. Possono i “diversi” aspirare a questa felicità oppure resteranno sempre figli di un Dio minore?

Voglio credere di sì e, attraverso questo libro, cercare di dare una mano affinché questo avvenga. Come dice la mia amica Barbara X nel suo romanzo Resistenze: «Ma il tempo leviga le montagne, e le onde modellano le rive. Ci vuole pazienza. L’uomo è un bruscolino, la ragione è nulla. Alla fine il sole vincerà».

L’autrice, Rita De Santis, nasce a Termoli, il 24 maggio 1938. Donna eclettica, ha una vita non facilmente riassumibile. Ciò che resta costante in lei è la lotta per i diritti civili che porta avanti con determinazione. Vive in provincia di Brescia e d’estate si trasforma in artista di strada per le ripide scale di Apricale. 

La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood

«Le donne di lettere sono quasi del tutto sconosciute le une alle altre, eccetto ogni tanto per il nome», scriveva Natalie Clifford Barney a Colette negli anni '20 del secolo scorso. Quando nel 1927 fondò l’Académie des Femmes lo fece perché le donne potessero conoscersi, riconoscersi e celebrarsi. La parola alle Amazzoni ha lo stesso intento e ripercorre la storia delle donne lesbiche, la loro rappresentazione e visibilità storica, letteraria, e artistica. Pone al suo centro le donne, la loro parola e il loro desiderio di essere individui completi e indipendenti dallo sguardo maschile ed etero-normativo. Perché se Saffo è indiscutibilmente la prima donna a noi giunta che cantò l’amore e il desiderio tra donne, non fu certamente l’ultima. 

Giorgia Succi è nata a Torino, ma le piace cambiare spesso residenza. Laureata in Lettere e con un master in femminismo, ritiene da sempre fondamentale la diffusione pubblica della storia e del genio delle donne. Seguace di Saffo per passione e vocazione, adora riscoprire e celebrare le fiere Amazzoni che hanno popolato la terra per migliaia di anni.

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Classe 1982, Franco Vanni è una firma nota de La Repubblica, di cui è cronista giudiziario. Ma non solo. Perché il giornalista milanese, oltre a curare con tre amici il blog di pesca Anonimacucchiaino.it, è nel tempo libero anche barista e disegnatore per gioco e passione.

Collaboratore di Claudio Cecchetto nella scrittura di In diretta. Il gioca jouer della mia vita, nel 2017 ha pubblicato per la Mondadori Banche impopolari. Inchiesta sul credito popolare e il tradimento dei risparmiatori, saggio d’inchiesta scritto col collega de La Repubblica Andrea Greco.

Ma già nel 2015 aveva date alle stampe per tipi romani della Laurana Il clima ideale. Romanzo che, premiato alla 30ª edizione del Festival du Premier Roman di Chambéry, ha segnato l’esordio di Franco Vanni come giallista. Ed è a quel genere narrativo, che in Italia è stato negli ultimi anni rinverdito con successo da Maurizio De Giovanni, ad appartenere la nuova opera del cronista meneghino Il caso Kellan (Baldini+Castoldi, Milano 2018, pp. 336, €17).

Il romanzo vede il  26enne Steno Molteni, firma del settimanale di cronaca nera La Notte e barista serale a Milano, dove alloggia nella stanza 301 dell’Albergo Villa Garibaldi, alle prese con l’omicidio di Kellan Armstrong. Si tratta del figlio 19enne del console americano, ucciso in circostanze misteriose.

Le indagini, che Steno avvia personalmente, lo mettono sulle tracce degli Spazzini, banda di giovani omofobi che «vogliono fare pulizia» aggredendo le persone omosessuali sorprese nei luoghi di battuage. La vittima era infatti gay. Ma chi ha ucciso realmente Kellan? Perché intorno alla sua morte si accumula un ingombrante silenzio? La soluzione del caso è una di quelle a sorpresa secondo i canoni del più genuino giallo deduttivo o ad enigma.

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto l’autore

Franco, quanto della tua esperienza di cronista giudiziario c'è in Steno Molteni, protagonista de Il Caso Kellan?

Steno è cronista giudiziario come me. Ma è molto più fortunato! Ha dieci anni in meno, vive in un bell'albergo, guida una vecchia Maserati, che gli ha lasciato un amico ricco, e lavora per un settimanale. Non deve scrivere più articoli ogni giorno, come me, ma ha tempo per approfondire le questioni. Di mio, Steno ha la conoscenza del meccanismo di indagine, di cui entrambi ci occupiamo a tempo pieno per lavoro. E la passione per il bar. Anche io, come Steno, da ragazzo ho fatto cocktail dietro a un bancone.

Dietro agli altri personaggi del tuo giaòòp (da Scimmia a Kellan Armstrong, da Han al console fino alla pm) si celano persone reali che hai avuto modo di conoscere o si tratta di figure totalmente inventate?

Han, cuoco vietnamita dalla doppia vita, si ispira a Ho Chi Min. Il padre della patria vietnamita negli anni Trenta lavorò davvero alla Antica Trattoria della Pesa di Milano, mentre progettava la rivoluzione nel suo Paese. Quanto a poliziotti e pubblici ministeri, ne incontro così tanti ogni giorno in tribunale che inevitabilmente mi sono ispirato in qualche modo a loro. Ma ci tenevo a non fare caricature di persone reali. Un po' per non offendere nessuno, e un po' perché trovo che i personaggi d'invenzione siano spesso più interessanti.

Dal romanzo emerge una Milano di mezzo, sconosciuta ai più e agli stessi cittadini che si muovono all'ombra della Madonnina...

Per lavoro, da tanti anni, sono pagato per raccontare i luoghi oscuri della mia città. Una grande fortuna, che ho voluto sfruttare anche come narratore. Prima di occuparmi a tempo pieno di cronaca giudiziaria, ho fatto inchieste sul mondo della notte, recensioni di bar e discoteche, approfondimenti su quello che succede dopo che tramonta il sole. E molto di quello che ho scoperto e osservato lo trovate nel romanzo.

Com'è cambiato negli anni il capoluogo lombardo?

Milano è sempre più sicura, scintillante e distratta. Expo, i grattacieli e la crescita di quartieri semi-centrali hanno molto cambiato il volto della città. Oggi Milano è probabilmente più bella di come sia mai stata, ma ha perso un po' di fascino. Per questo, pur ambientando il mio romanzo al giorno d'oggi, in alcune descrizioni di luoghi ho cercato di fare rivivere lo spirito Milano com'era: più buia, imperfetta, sgarrupata e pericolosa.

Quale relazione c'è tra l'uccisione di Kellan e l'universo Lgbti?

Kellan, figlio del console americano, viene assassinato in un luogo di incontri occasionali per uomini gay. Uno dei primi e più famosi luoghi di cruising milanesi: La Fossa di fronte alla Triennale, in realtà poco frequentata dagli anni Novanta. Ma come dicevo, alcuni luoghi non li ho raccontati per come sono oggi. Ho preferito riportare in vita la loro anima antica. L'indagine sulla morte di Kellan punta da subito sugli "Spazzini", banda di giovani teppisti omofobici che aggrediscono uomini gay.

Per chi legge Il Caso Kellan non è possibile non pensare alla recrudescenza di aggressioni omotransfobiche in Italia. Da cronista giudiziario a cosa attribuisci i vari atti di violenza verso le persone Lgbti?

Trovo che l'omotransfobia sia un fenomeno inaccettabile e gravissimo. E tanto più lo sono le aggressioni. Da cronista mi sono occupato spesso di aggressioni a uomini gay. La trama del romanzo nasce dalla storia di un ragazzo, che anni fa mi raccontò di essere stato aggredito mentre era appartato in auto con un uomo. Mi disse che aggressioni simili a Milano sono frequenti, ma che di rado vengono denunciate, per vergogna o per paura. Quanto alla ragione che porta qualcuno ad aggredire un altro perché omosessuale, faccio davvero fatica a comprenderla, da cronista e da essere umano. Verrebbe da dire: ignoranza, stupidità e poca serenità nel gestire la propria sessualità.

Quali sono i maestri del giallo cui ti sei ispirato? Ed è possibile pensare all'inizio d'una serie di romanzi con uno Steno Molteni risolutore di casi intricati come Poirot o uMaigret?

Per tutti i giallisti italiani, e per i milanesi in particolare, un punto di riferimento inevitabile e irraggiungibile è Giorgio Scerbanenco. Nessuno come lui ha saputo raccontare la città e la sua anima, cupa e moralmente poco salda. Amo molto i gialli classici: da Conan Doyle alla Christie, dalla Tey a Simenon. Fra i contemporanei, amo gli italiani. Quanto alla possibilità di fare del mio Steno Molteni un personaggio seriale, mi piacerebbe molto! Un'idea di massima per la trama di un possibile seguito la ho già. Spero di trovare il tempo di mettermi di nuovo al tavolino a scrivere.

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Ci sono libri che mi scelgono. Capita di trovarli sugli scaffali di una libreria, tra le pagine di un giornale, nel passaparola di amici, in una voce alla radio. Bruised (Triskell, Brescia 2018, pp. 309) è uno di quei libri.

Ne sentivo parlare da un po': l’opera prima di una giovane donna ferrarese, come me. La storia di un adolescente omosessuale che si dipana tra il Castello Estense e le mura rinascimentali della mia città non poteva che incuriosirmi. Ancor di più il fatto che ad affidare le proprie emozioni e i propri sentimenti a quel diciottenne scarruffato fosse una donna, adulta ed eterosessuale.

Conosco Federica Caracciolo, l’autrice di questo romanzo. Conosco il suo impegno quotidiano per la causa Lgbti, il suo metterci la faccia, sempre. La nostra battaglia la combattiamo fianco a fianco da un po', convinte che una società fatta di diritti possa essere una società migliore per tutti.

Non conoscevo però la sua parte più intima, quella che ha raccontato nelle pagine di questo romanzo e che ha affidato a Lele, Raffaele il protagonista di questa storia. Diciotto anni, un’amica del cuore che è sempre stato il suo scudo, la sua famiglia, la sua forza, un mondo intero da scoprire senza di lei, quando alla fine della maturità, quella scolastica, le loro strade si dividono. Incontri virtuali e reali che si trasformano in nuove avventure, che fanno uscire Lele da quelle mura cittadine oltre le quali Ludovico Ariosto non aveva mai avuto il coraggio di spingersi, se non nelle fantasie del suo Orlando.

Perché Ferrara è così, ti avvolge nelle sue nebbie, ti tiene stretto tra le sue forti mura che resistono nei secoli e proteggono i suoi cittadini dalle intemperie dei tempi. Ferrara è come la famiglia di Lele, tutto sembra perfetto e tranquillo anche quando tutto va a rotoli, anche quando la parola frocio brucia sulle labbra di un gruppo di adolescenti che non si fanno scrupoli a menar le mani se non si è disposti a subire, a piegare la testa. Ma oltre le sue case dai mattoni rossi, oltre i vicoli le cui pietre costringono a continui giochi di equilibrio, esiste un mondo nuovo nel quale conoscersi e riconoscersi.

Bruised parla di sentimenti, di desideri, di passione. Di amicizia, di scoperte e rivelazioni. Di paura e coraggio. Bruised parla di ognuno di noi, non importa se uomo o donna o trans o gender fluid. Non importa se etero o omo o bisex.

Bruised è un romanzo destinato a un pubblico giovane come il suo protagonista, ma che sa parlare a tutti. Perché Lele è l’adolescente che siamo stati e che ancora incontriamo nei nostri ricordi o in quei momenti nei quali ci dimentichiamo che il tempo sia passato. Quei momenti nei quali vorremmo avere diciotto anni e guardare una volta ancora il mondo con gli occhi della prima volta, gli occhi delle prime volte, quando tutto è ancora “per sempre”

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Edito per i tipi catanesi Villaggio Maori, Storie Fuorigioco. Omosessualità e altri tabù nel mondo del calcio è una raccolta di sei racconti, in cui Rosario Coco, project manager Erasmus Plus, narra l’amore tra tabù e pregiudizi. Tabù e pregiudizi che si annidano dentro e fuori un campo di calcio. All'interno di una società che fa ancora fatica ad accettare l'amore indipendentemente da chi lo prova e verso chi.

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Il volume sarà presentato a Roma in due date distinte: l’8 aprile presso il Caffè Letterario in Via Ostiense, 95 e il 10 maggio in Sala Nassirya a Palazzo Madama, dove prenderanno, fra gli altri, la parola la senatrice Monica Cirinnà, il presidente di Aics Bruno Molea e il direttore di Gaynews Franco Grillini.

Pubblichiamo di seguito il testo prefatorio al volume, scritto da Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews:

Sei storie coinvolgenti. Sei racconti in cui la realtà si mescola alla fantasia. Sei percorsi narrativi in cui orientarsi con una bussola speciale. Quella dell’amore. L’amore passionale tra i protagonisti e le protagoniste di questi récit al di là del loro orientamento sessuale o identità di genere. L’amore amicale che, al dire di Minucio Felice, unisce le persone simili o simili le rende: Amicitia semper aut pares accipit aut facit.

L’amore per il corpo, che si racconta attraverso il corpo e parla agli altri con il linguaggio del corpo. Linguaggio che non potrà mai scandalizzare, perché il corpo non è pietra di inciampo ma veicolo di unione, dialogo e arricchimento reciproco. L’amore in tutte le sue sfaccettature che è sempre in gioco ed entra sempre in campo nella vita come nello sport.

Già, perché anche nello sport non è possibile farne a meno. Perché quando se ne fa a meno, scompare l’aspetto ludico, l’aspetto gioioso, l’aspetto sanamente competitivo dell’attività sportiva e si lascia aperta la porta alla sopraffazione, alla violenza, alla discriminazione.

«Entra in campo, amore». Sono queste le parole con cui si chiude l’omonimo racconto della raccolta Storie fuorigioco. Parole che Jonathan sente sussurrarsi all’orecchio da Roberto. Parole che vanno però ben al di là della singola vicenda narrativa e si caricano d’un valore universale senza limiti di spazio e tempo. Parole da sussurrare alle orecchie del cuore, fare proprie e attuare come motto programmatico.

«Entra in campo, amore». Un imperativo ineludibile soprattutto per chi si impegna a contrastare le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nello sport. A rendere più friendly il mondo sportivo, dove sono ancora frequenti e diffuse le manifestazioni verbali e talvolta fisiche di rifiuto e stigmatizzazione delle persone «transgender/gender variant», gay o lesbiche. Una vera e propria depauperizzazione, questa, per quell’insieme di attività che, oltre a essere un bene sociale e culturale di grande portata, ha un elevato potenziale formativo ed educativo nonché capacità di veicolare alti valori e ideali.

L’autore di Storie fuorigioco tutto questo lo sa molto bene. Attivista Lgbti di lunga data e amante dello sport, in particolare del calcio, Rosario Coco è infatti coordinatore dell’importante progetto Outsport che, cofinanziato dalla Commisione Europea col programma Erasmus Plus, è finalizzato a valorizzare il mondo sportivo come luogo di formazione e contrasto all’omo-transfobia in continuità con la scuola e con la famiglia.

Nel solco d’un tale impegno pluriennale si pone la raccolta Storie fuorigioco, che dischiude alle lettrici e ai lettori uno spazio di riflessione e sensibilizzazione perché lo sport conservi un valore positivo e promuova una cultura dell’inclusione e valorizzazione delle differenze di ciascuno.

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Si è scritto tanto su Virginia Woolf. Si è scritto tanto da trasformare la grande narratrice anglosassone in un’icona della letteratura occidentale, chiusa nell’aura di una biografia dolorosa che ce la restituisce come modello della vittima che, non reggendo per la seconda volta agli orrori della guerra, non trovò altra via che quella della morte per acqua, unendo così il gesto finale al topos letterario per eccellenza di tante protagoniste di romanzi e drammi.

E così, immersa per consuetudine in una sorta di “lesbodramma” irrisolto e conflittuale, Virginia Woolf è stata spesso ritratta, soprattutto nei saggi apparsi nel nostro Paese, come una donna algida e depressa, incapace di slanci  intensi, vitalistici e appassionati. E, se è pur vero che la scrittrice non ammise mai esplicitamente la propria omosessualità, non possiamo comunque dimenticare la lunghissima lista di relazioni femminili e frequentazioni omosessuali che  furono il fulcro del suo universo intimo e affettivo.

Dunque, con la convinzione di voler restituire a Virginia quel che è di Virginia, Eleonora Tarabella, studiosa e grande conoscitrice della vita e delle opere della scrittrice – che ha lavorato anche presso il National Trust a Monk’s House, la casa di campagna di Virginia e Leonard Woolf – ha pubblicato il saggio Ti dico un segreto. Virginia Woolf e l’amore per le donne (Iacobelli, Guidonia 2017), in cui schioda la grande narratrice inglese dal profilo austero e drammatico presente nell’immaginario collettivo.

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Chiara e indicativa la citazione di Bonnie Zimmermann, posta in epigrafe all’opera: Non si possono capire appieno né apprezzare le vite delle scrittrici (e di innumerevoli altre donne) se il loro essere lesbiche viene ignorato o negato.

Incontriamo Eleonora Tarabella a Napoli, durante la presentazione del volume a Poetè, il salotto letterario organizzato da circa dieci anni, presso il salottino del Chiaja Hotel de Charme, da Arcigay Napoli.

Eleonora, com'è nata l'idea del libro? Hai trovato difficoltà nel reperire testi critici che affrontassero la tematica del lesbismo nella vita e nelle opere di Virginia Woolf?

L'idea del libro è nata dal fatto che su Virginia Woolf è stato scritto di tutto. È stato affrontato il suo amore per i cani. Sono stati raccolti i necrologi dopo la sua morte. È stato analizzato il suo rapporto con le domestiche ma in Italia sono assenti testi di critica letteraria o biografie che mettano in evidenza la tematica del lesbismo.

Mi sono dovuta pertanto indirizzare alla critica americana o inglese con i saggi di Barrett e Cramer Virginia Woolf Lesbian Readings o di Karyn Z. Sproles, Bonnie Zimmerman, Christopher Wiley... Ovviamente sono opere che non sono state tradotte in italiano.

Mancava uno studio sul rapporto della scrittrice con le donne dal punto di vista amoroso, comprendente anche l'erotismo, e mi piacerebbe che Ti dico un segreto: Virginia Woolf e l'Amore per le Donne aprisse nuove strade alla ricerca degli aspetti lesbici nella vita e nelle opere di Virginia.

Oltre alla famosa relazione con Vita Sackville-West, un'altra figura poco studiata è stata quella di Violet Dickinson con cui Woolf ebbe un rapporto amoroso. Ce ne vuoi parlare?

Violet Dickinson era di 17 anni maggiore di Virginia che la conobbe quando, ancora ragazzina, la vide arrivare in casa sua per un tè organizzato da Stella, la sorellastra della scrittrice. Oltre a distinguersi per il suo metro e 85 di altezza, Violet fu una donna di spicco a livello politico perché ricoprì il ruolo di prima sindaca di Bath fra il 1899 e il 1900. Virginia Woolf scrisse una biografia di Violeet Dickinson dal titolo Friendship Gallery, in cui esplorava il suo carattere anticonformista che scardinava sia i canoni patriarcali sia il “galateo” della brava ragazza vittoriana.

Durante il rapporto con Violet Dickinson, Woolf prese coscienza del suo desiderio lesbico che finalmente viene vissuto ed esperito prima ancora di esplicitarsi, in maniera più matura, all'interno della coppia Virginia /Vita.

L'erotismo prorompe in modo lampante se si leggono brani delle lettere di Virginia a Violet Dickinson raccolte da Nicolson e Trautmann nel libro che uscì per Einaudi Il Volo della Mente. Mi sono divertita ad analizzarli per smembrare il mito di virginea asessualità che aleggia ancora intorno alla scrittrice. Leggere frasi come “ti leccherò teneramente” o “ricordati che la prossima volta tocca a me muovere dentro” mi hanno restituito l'immagine di una giovane donna che, innamorata di un'altra, avvertiva l'esigenza di avere rapporti sessuali con lei.

Nel libro stabilisci un collegamento fra Woolf e De André a proposito delle “Passanti”. Chi erano le Passanti per Virginia Woolf?

La canzone Le Passanti, che De André tradusse da George Brassens, mi ha fatto riflettere su come donne di passaggio, incontrate sull'autobus o per le strade di paesini francesi dove Woolf si recava in vacanza, potevano suscitare un'emozione tale nella scrittrice da spingerla a fissare nero su bianco, quasi in un fermo immagine, certe caratteristiche che l'avevano ammaliata.

Potevano essere commesse, cucitrici, ballerine, prostitute - donne senza nome appunto - ma se un particolare le rendeva affascinanti, bastava quello perché Woolf ne restasse irretita. L'ho chiamato “fascino metonimico” dato che la metonimia esprime l'importanza della “parte per il tutto”.

Un esempio è il racconto di Virginia intitolato Un Romanzo Mai Scritto dove, durante un viaggio in treno, una passeggera resta incantata a guardare la donna che viaggia di fronte a lei e, senza neanche parlarci, inizia a cucirle addosso una storia solo a livello mentale, un romanzo mai scritto, appunto.

Altra figura poco studiata in rapporto a Woolf è Ethel Smyth. Chi era Ethel e come si inserì nella vita di Virginia?

Ethel Smyth era una compositrice e direttrice d'orchestra che scrisse e musicò, fra l'altro, La Marcia per le Donne. Da militante suffragetta a fianco di Emmeline Pankhurst, era finita in carcere per aver lanciato sassi contro la finestra del ministro di gabinetto che si era opposto al voto alle donne. Ethel non si sgomentò troppo per i due mesi di detenzione: dormiva nella stessa cella con Emmeline e diresse cento compagne detenute con uno spazzolino da denti, dopo aver loro insegnato la sua famosa marcia.

Rimase folgorata da Una Stanza Tutta per Sé, uno dei due saggi femministi di Virginia Woolf. Volle conoscerla e s'innamorò di lei tanto che la prima cosa che le disse fu: “Lascia che ti guardi!”

Per parafrasare il titolo di un'opera woolfiana, Ethel Smyth comparve “fra un atto e l'altro” della vita di Virginia: la fine della relazione con Vita Sackville West e il suicidio. In Fra un Atto e l'Altro, Ethel Smyth veste i panni di Miss La Trobe, una regista teatrale dal piglio maschile che aveva convissuto con un'attrice e poi si era data a qualche bicchiere di troppo per la fine della loro storia d'amore.

Come affiorano omosessualità maschile e lesbismo nei romanzi e nei racconti di Virginia?

L'omosessualità maschile, ad esempio, emerge nel personaggio di Septimus Smith che, ne La Signora Dalloway, fa da contraltare alla protagonista. Septimus è sposato con Rezia ma continua a pensare ossessivamente al soldato Evans, un commilitone che morì dilaniato da una mina. Soffre di allucinazioni in cui rivive continuamente la scena del compagno che muore e che lui non è riuscito a salvare. Il lesbismo, sempre ne La Signora Dalloway è invece presente nell'amore fra Clarissa e Sally Seton che si baciano sotto le stelle.

Nel meraviglioso racconto intitolato Un College Femminile dall'Esterno si accenna all'innamoramento improvviso di Angela per Alice, sua compagna di studi. Ma il racconto lesbico per eccellenza, con un altro bacio fra donne è Momenti d'Essere: le Spille di Slater Non Hanno Punta. Fu Woolf stessa a definirlo “un raccontino sul saffismo da mandare agli Americani” perché uscì negli Stati Uniti, per la rivista Forum. È la storia di un amore, appena accennato, fra un'insegnante di pianoforte e la sua allieva.

Come dimenticare poi la passione che Lily Briscoe prova per Mrs Ramsay? È bene chiarire, comunque, che si tratta sempre di brevi cenni. In Woolf domina la reticenza a proposito di lesbismo e omosessualità. Quando affrontava scene d'amore fra due uomini o due donne lanciava il sasso e tirava via la mano. Chi legge deve riempire i vuoti, i puntini di sospensione, le frasi lasciate a metà. Ma s'impara, s'impara presto!

Virginia e Vita: un amore intenso ma anche difficile...

La relazione che Virginia Woolf ebbe con Vita Sackville-West non fu facile. Non solo perché entrambe erano sposate – sebbene Vita fosse molto più libera, avendo stabilito col marito, Harold Nicolson (anche lui omosessuale) una coppia aperta – ma anche perché Sackville-West correva la cavallina. Contemporaneamente a Virginia, Vita ebbe altre fidanzate come Dorothy Wellesley (a cui dedicò la poesia The Land), Mary Campbell, Hilda Matheson, ed Evelyn Irons (oltre a due amori giovanili pre-Virginia: Rosamond Grosvenor e la famosa Violet Keppel Trefusis). Virginia si lamentava dei continui tradimenti di Vita e, quando ne scopriva uno, ritornavano le sue feroci emicranie. Tuttavia non riusciva a troncare la relazione. Anche se la data di pubblicazione di Orlando, a ottobre del 1928, avrebbe dovuto sancire la fine del loro rapporto, Woolf  restò innamorata di Sackville-West.

Si dettero il primo bacio nel 1923 ma finirono a letto solo due anni dopo. Virginia vide persino oscillare le travi del soffitto. Fu l'emozione, la capacità immaginativa e letteraria e, magari, qualche bicchiere in più di vino rosso di Borgogna...

Che rapporto ebbe Virginia con Leonard?

Ho analizzato il rapporto con Leonard Woolf  sfaldando le tante teorie su un matrimonio idilliaco. Basandomi sui saggi di Alma Bond, Christopher Wiley, o Stephen Trombley, per citarne solo alcuni, è emersa una figura di Leonard Woolf estranea al tipico ritratto del bravo infermiere completamente sacrificato e dedito all'accudimento della moglie.

In realtà Virginia si lamentava per come il marito le scandiva le giornate, approvando o impedendole questo o quell'impegno. È vero che Leonard seguiva pedissequamente le prescrizioni mediche ma forse vi si atteneva così tanto da risultare controproducente per il benessere psicologico di Virginia. Lei non poteva ricevere, ad esempio, le visite di Ethel che, secondo il marito, la agitavano troppo oppure aspettava che Leonard fosse fuori per giocare in completa libertà persino con i propri nipoti. Lui, infatti, ristabiliva sempre ordine e decenza e, secondo quanto testimonia Angelica Garnett, la nipote di Virginia, nel suo scritto autobiografico Ingannata con Dolcezza, “era dotato di un'autorità contro la quale non esisteva appello”. 

È pur vero che molte lettere di Woolf esprimono un amore romantico verso il marito chiamato con nomignoli come “Adorabile Mangusta”. Tuttavia, il linguaggio sdolcinato e la ripetizione costante di frasi come “tu mi dai quanto di meglio c'è nella vita” o “non avremmo potuto essere più felici” risultano quasi espressione di un autoconvincimento. Le aveva già usate, inoltre, nei suoi libri. Terence le pronuncia a Rachel, la sua promessa sposa, ne La Crocera, e Rachel muore.

Non sono riuscita a trovare un matrimonio soddisfacente nell'opera di Virginia. Racconti come Il Lascito o Lapin e Lapinova mostrano legami eterosessuali come condanne senza scampo. Nel primo la protagonista si suicida mentre, nell'altro, le tocca inventare una realtà parallela, schizofrenica, direi. Trasforma sé stessa nella regina dei conigli e il marito nel re Lapin. Da esseri umani, infatti, non sanno andare avanti.

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Le poesie vanno innanzitutto lette senza appesantirle di troppi discorsi. Su questa raccolta di Samuele M. R. Giannetta però è opportuno soffermarsi un po’, perché Il sonno limpido del mare (L’Erudita, Roma 2017) è, a mio avviso, un interessante caso letterario per più di un motivo.

Innanzitutto sorprende la giovane età dell’autore e colpiscono la maturità e la padronanza nell’uso delle parole della poesia che uno non si aspetta in un autore così giovane. E questi versi fanno presupporre una lunga e costante frequentazione della parola poetica che evidentemente Samuele frequenta da giovanissimo, come testimoniano i tanti rimandi, fatti con consumata padronanza, alla tradizione della poesia moderna da Baudelaire a Montale a Sandro Penna. Rimandi a volte nascosti solo in alcune assonanze o in qualche suggestione, a volte esplicitati con vere e proprie citazioni, come avviene, per esempio, con Pasolini, con Montale e con Penna di cui troviamo interi versi inseriti però in un diverso contesto così da assumere altre risonanze e altri significati. Qualche esempio: “il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me” da Forse un mattino andando in un’aria di vetro che in Montale esprimevano lo stupore del poeta di fronte all’illusione della vita, qui diventano il vuoto dell’assenza della persona amata da cui il giuramento di ‘non scrivere più di noi’ insieme alla consapevolezza di essere un bugiardo perché il poeta sa che non potrà che continuare a ‘scrivere di noi’. E ancora, un verso di Sandro Penna, meraviglioso nella sua semplicità, “fu una cosa del tutto naturale “, della poesia dal titolo emblematico Omosessualità, qui è citato con nonchalance in una bellissima poesia d’amore: Poi d’improvviso/ il sonno ti colse, / come la rosa quando/ s’innamora addormentandosi. /E come scrisse già qualcuno / a proposito di corpi nudi:/ fu una cosa del tutto naturale”. 

A indurre a immaginare l’autore, se non lo si conosce, come una persona adulta non c’è solo la padronanza linguistica che presuppone un’assidua frequentazione della poesia, ma c’è il contenuto delle poesie stesse, la maggior parte delle quali costituisce un vero e proprio canzoniere dedicato ad un uomo. Sullo sfondo di questa storia di un amore finito tragicamente, veglia, impassibile e suggestivo, il mare: ascoltare – se non parole - /il sonno limpido del mare. 

L’io poetico è l’amante che canta in maniera struggente quegli ‘occhi chiusi’, il ‘sapore del silenzio’,  i sogni infranti ( ‘ il tempo che resta /è come una porta scura’), una vita senza più futuro (“semplicemente fui giovane…”). La struggente rievocazione di un amore fatto di corpi mai sazi, di voglie che non dicono mai di no, di carne e di pelle, di eros, ma anche di cuore, di occhi che trafiggono, di un continuo cercarsi con le mani tra le lenzuola…fino a che irrompe, tragica, la fine (‘muti tremiamo sul ciglio dell’abisso./ E l’immagine – forma illusoria – di vita/ già consumata. La favola è finita’). E allora ‘manca l’aria senza il tuo respiro addosso’ .

E qui c’è un po’un capovolgimento della tradizione della poesia dell’amore maschile. Di solito il poeta è l’adulto (l’erastès della tradizione greca) che canta l’amore per il ragazzo (l’eròmenos). Qui i ruoli sono invertiti. L’io poetico è il ragazzo (l’eròmenos, il puer) e l’altro è l’adulto (l’erastès, il senex). E questo sconvolge il modello d’attesa del lettore, l’idea stessa di bellezza, accostata sempre alla giovinezza, come ci hanno insegnato secoli di poesia e di cultura occidentale. E questo, senza che il poeta ne abbia necessariamente consapevolezza, è un po’ il segnale di una trasformazione culturale, di un mutamento di paradigma. Il modello dell’amore greco dell’adulto per il giovane nella realtà odierna non è più il modello dominante da tempo. Conosciamo amori maschili, tra coetanei, tra persone di età diverse non necessariamente erastès- eròmenenos,  ma i modelli  letterari fanno fatica a mutare. Questo modello che viene dall’antica Grecia, arriva fino a noi, fino a Pasolini, a Penna e oltre. Ma qui per la prima volta vediamo un nuovo modo di rappresentazione dell’amore maschile, che si declina, sempre più, in diverse e più articolate combinazioni.

La poesia di Giannetta è una poesia matura ed ha una forte funzione terapeutica, perché rappresenta il tentativo lungo e sofferto di elaborare un lutto, non per dimenticare, ma per collocare un’esperienza, così forte, così traumatica, in una fase della vita. Un’esperienza che certo non si cancella, né si vuole cancellare ma che sta lì, nella memoria e contribuisce alla maturazione della persona. E si tratta di una elaborazione, potente che appassiona e coinvolge, perché nella rappresentazione dell’assenza dell’altro, nel “sapore del tuo silenzio”, in una assenza difficile da vivere (‘le labbra che me cercavano/ sono mute ormai’) c’è come la traccia di un destino. Ed è questo che rende questi versi autentica Poesia.

Copertina IL SONNO LIMPIDO DEL MARE 3

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Sono stati celebrati ieri a Lajatico (Pi) i funerali di Gillo Dorfles. Il critico d’arte, pittore e filosofo di fama internazionale s’è spento a Milano, venerdì 2 marzo, all’età di 107 anni.

Gaynews lo ricorda con stima e riconoscenza per il fondamentale contributo apportato al progresso culturale del Paese. E lo fa attraverso le parole del Maestro abruzzese Donato Di Zio, le cui opere furono particolarmente apprezzate da Dorfles, e del direttore Franco Grillini.

«Ricordo con molto affetto e stima – così il pittore 48enne – il professor Gillo Dorfles che fin dall’inizio si appassionò alla mia ricerca artistica, compiendo su di essa un‘analisi molto accurata.

Lo fece analizzando con molta curiosità i miei disegni fin dai primi esordi: trovò molto interessanti anche i miei lavori giovanili. Alla mia produzione pittorica egli dedicò diversi testi critici, in cui mise in luce gli aspetti più intimi contenuti nelle mie opere.

Riprendo un breve brano che Gillo Dorfles scrisse in occasione della mia ultima mostra a sua cura dal titolo Donato Di Zio. La spirale dell’anima… sul filo di Dante Alighieri, ospitata a Firenze al Museo della casa di Dante dal 26 febbraio al 30 settembre 2016.

Il testo critico, da cui riprendo i passaggi riportati, si intitola …Inizialmente erano soltanto segni di inchiostro…Alcuni simboli e segni che appartengono alla maturità si possono ritrovare in forma embrionale già nelle opere del periodo adolescenziale e giovanile. Se ne possono infatti riscontrare alcuni tratti nei primissimi approcci che Di Zio ha avuto con l’arte fin da bambino.

Concludo riprendendo un mio precedente intervento nel quale sostenevo che queste opere, a parte la loro suggestione e la loro piacevolezza, possono anche far pensare a qualcosa di più profondo e non superficiale… sicchè nel panorama attuale dell’arte Di Zio rappresenta indiscutibilmente un caso a sé stante”».

Le opere di Di Zio sono disvelatrici del rapporto tra arte e sessualità. Connubio, questo, che fu messo in luce da Dorfles nell’ambito d’un incontro tenutosi nel 2011 a Milano, cui partecipò anche Franco Grillini. Eccone la rievocazione.

«Mi è capitato - così il diretttore di Gaynews - di presentare il secondo catalogo del caro amico e artista Donato Di Zio in una serata a Milano insieme con Gillo Dorfles e altri.

Fu un dibattito molto interessante perché si discusse un po’ di tutto. La caratura artistica di Di Zio era tale da meritare un contributo di Gillo Dorfles. E le caratteristiche del tratto artistico di Donato sono i costanti ed espliciti riferimenti alla sessualità. Ed è anche di questo che si discusse in quella serata con posizioni libertarie da parte mia. Posizioni sostenenti la permeabilità e la pervasività della sessualità anche in campo artistico.

Accordo pieno, sotto questo punto di vista, con Dorfles che sottolineò come l’arte nel corso dei secoli si fosse fatta portavoce di erotismo. Il quale, spesso, era precluso a buona parte della società.

Gillo Dorfles era già ultracentenario ma in quell'occasione diede prova d’una ben nota grinta e lucidità mentale. Una persona dai tratti signorili, vivace, brillante capace d’interloquire con tutti.

Fu quella una serata che porto nel cuore col ricordo vivo d’un vero intellettuale quale Dorfles».

Guarda la GALLERY su Gillo Dorfles e Donato Di Zio

 

 

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In occasione dell'evento Incontro con il cinema sardo a Roma, che si terrà domani presso il Cinema Trevi a partire dalle ore 17:00, abbiamo intervistato Giovanni Coda. Cagliaritano di nascita, è un regista cinematografico e fotografo con molti anni di attività nelle arti visive. Senza contare i diversi premi ottenuti attraverso la partecipazione a numerosi festival nazionali e internazionali.

Giovanni, qual è il significato della kermesse di domani? 

Questa giornata di sabato 17 Febbraio si inserisce in un percorso consolidato di incontri organizzati dall'associazione Il Gremio in collaborazione con la cineteca nazionale e altre realtà associative. Percorso teso a promuovere il cinema e gli autori della mia terra. È un'occasione di incontro con la città e di promozione del mio lavoro che viene distribuito, prevalentemente, nei circuiti festivalieri.

Domani alcuni tuoi lavori cinematografici quali Il Rosa Nudo, Bullied to Death e infine Xavier saranno proiettati al cinema Trevi. Quale è, se c'è, il filo rosso che unisce queste tre opere? 

Il Rosa Nudo e Bullied to Death sono i primi due capitoli di tre dedicati alla violenza. Il primo film è ispirato alla vita di Pierre Seel, deportato omosessuale durane la seconda guerra mondiale. Bullied to Death è invece ispirato alla triste storia di Jamey Rodemayer e tratta il tema del bullismo a sfondo omofobo. Xavier è dedicato alla figura di Xavier Jugéle, il poliziotto gay deceduto durante l'attentato terroristico dello scorso aprile a Parigi. 

Viste le tematiche affrontate, oltre alle persone Lgbti a chi consiglieresti di venire al Cinema Trevi per vedere le tue opere?

Il mio pubblico è più eterogeneo di quanto si possa immaginare. I miei film sono stati proiettati in tanti istituti scolastici e in parecchie università in particolare all'estero. Sono opere "diverse" dal taglio documentaristico che si fonda in un clima più performativo che di finzione. È una modalità nuova di intendere il cinema Lgbti, che tra l'altro, in Italia, è in grande difficoltà (proattivamente parlando).

L'evento è in collaborazione con la Cineteca Nazionale e altre Associazioni. Per diffondere cultura antidiscriminatoria e sensibilizzare a temi come quelli da te tratttati quanto è importate fare rete?

È importantissimo, indispensabile ormai. Attraverso i social media interagisco con centinaia di persone in contemporanea, molti dei quali sono amici che a loro volta sostengono e promuovono il mio pensiero, il mio lavoro.

Ognuno di noi è il prodotto delle proprie radici culturali, familiari, storiche. Artisticamente parlando, quali sono le tue? E a quali di queste radici devi maggiore riconoscenza per ciò che sei oggi?

Le mie radici come artista (e come uomo) affondano nel terreno della formazione. Arrivo dalla vitalità dei "circoli del cinema" degli anni '80 e '90 passando per maestri quali Aldo Braibanti, Oscar Manesi, Mario Merlino, Peter Greenaway, Gianni Toti, Giovanni Minerba. Recentemente devo molto alla proficua frequentazione con il performer milanese Dino Cataldo Meo per giungere ai miei studi fotografici nel prestigioso Ideep di Barcellona. Il mio cinema è il prodotto di un innesto di anime varie e varie arti.

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Si era ritirato a vivere in provincia di Napoli, dove aveva seguito le ragioni del cuore, dal 1982, e a Napoli è morto, senza clamori, qualche giorno fa, a 95 anni: André Baudry, fondatore e direttore di Arcadie, prima rivista di cultura omosessuale che fu attiva dal 1954 al 1982 e, nonostante l’accanimento della censura, dopo l’approvazione dell’emendamento Mirguet, uscì ininterrottamente con cadenza mensile per ben 344 numeri.

Il ruolo di riviste come Arcadie è stato immenso, soprattutto perché grazie ad audaci pionieri come Baudry si sono gettate le basi del movimento omosessuale, in un periodo precedente ai fatti di Stonewall e, dunque, precedente a un’ufficiale determinazione del movimento di liberazione omosessuale.

Tra i collaboratori della rivista, Maurizio Bellotti ha fornito un continuo e importante contributo dall’Italia con la rubrica Nouvelles d’Italie dal 1960 al 1982.

Ed è proprio Maurizio Bellotti che contattiamo per avere una testimonianza preziosa dacché il sodalizio lavorativo tra Baudry e Bellotti è durato ben 22 anni.

Maurizio, come incontrò Baudry e come diventò collaboratore di Arcadie?

La storia è veramente molto strana. Io, all’epoca, ero giovane e nella mia famiglia c’era un parente che acquistava Il Borghese, un giornale decisamente anti-gay. In un numero di questo periodico, però, apparve un articolo in cui si denunciava la presenza di una rivista francese, Arcadie appunto, che diffondeva contenuti osceni, cioè contenuti omofili. Quest’articolo-denuncia forniva tutti i dettagli sulla rivista Arcadie, compreso l’indirizzo della sede parigina e come contattarla. Quell’articolo mi fu molto utile e quella stessa estate, mi feci regalare da mio nonno un viaggio a Parigi e mi recai a conoscere Baudry!

E come andò l’incontro?

Direi che andò molto bene. Baudry rimase colpito dal mio interesse per gli argomenti della rivista e mi propose di collaborare con una rubrica che offrisse un report dall’Italia. Avrei dovuto parlare di letteratura, spettacolo, cronaca. Mi appassionai subito all’idea! Sono stato l’unico collaboratore italiano fisso della rivista.

Si ricorda qualche suo articolo?
Uno dei primi articoli, raccontava la vicenda della messinscena della commedia di Testori, L’Arialda, commedia venata di tematiche omosessuali che fu portata in scena da Luchino Visconti nel 1960 e reputata tanto scandalosa da subire addirittura il divieto alla rappresentazione. Fu poi rimessa in scena, dopo poco, ma ampiamente purgata, con Umberto Orsini e Pupella Maggio nel cast. A proposito di teatro, ho spesso raccontato anche i progetti drammaturgici portati a compimento da Paolo Poli che toccava sempre, in qualche modo, l’immaginario culturale omosessuale.

Qualche vicenda di cronaca, invece, di cui ricorda di aver scritto nella rivista francese?
Ricordo di aver trattato l’omicidio Lavorini, che mosse l’opinione pubblica contro la comunità omosessuale, e soprattutto ricordo di aver raccontato il terribile Congresso Internazionale contro le devianze sessuali che ebbe luogo a Sanremo nel 1972, in cui si presentavano le terapie psicologiche per “debellare” l’omosessualità!


Che ruolo ha avuto Baudry e Arcadie nella diffusione della cultura omosessuale?

Un ruolo enorme! Baudry amava molto la sua rivista e cercava di darle prestigio coinvolgendo grandi intellettuali dell’epoca ma era un’impresa difficile perché avevano paura di esporsi. Per esempio, Francois Mauriac rifiutò di essere coinvolto, perché lui era cattolico e molto moralista e rifiutò anche Marcel Jouhandeau, autore più noto in Francia che in Italia, anche lui omosessuale ma fervente cattolico e antisemita.

Invece, si deve ricordare l’appoggio dato alla rivista dal raffinatissimo intellettuale francese Roger Peyrefitte, uno degli autori che parlò apertamente della propria omosessualità e che scrisse il bellissimo libro L’esule di Capri dedicato alla vita e agli amori del Conte Fersen.

Che distribuzione aveva Arcadie?

Difficile dirlo. Sembrava una rivista semiclandestina, eppure mi è capitato di trovarla tranquillamente esposta in libreria al centro di Bari o a piazza Duomo a Milano. E proprio a Milano, ho incontrato Baudry per l’ultima volta. Mi comunicò che era stanco, chiudeva la rivista e andava a vivere a Napoli con il suo compagno. Chissà perché scelsero di vivere in provincia di Napoli, nel paese del suo compagno, e non a Parigi...forse perché a Napoli il senso della famiglia è più forte che a Parigi. Ci ripromettemmo di restare in contatto ma in realtà ci siamo sentiti in maniera sporadica. Qualche volta ci siamo sentiti al telefono ma visti mai. E mi comunicò, in una telefonata di qualche anno fa, che la maculopatia da cui era affetto aveva ormai invaso totalmente la sua vista, che avrebbe voluto incontrami per rivedermi ma che ormai distingueva solo ombre.

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Un libro per raccontare, in versi, la libertà faticosamente conquistata, nel nostro Paese, da quanti sono stati per anni vittime di discriminazione e stigma. Così nasce la silloge poetica del giovanissimo autore Alessandro Reda, studente alla facoltà di Giurisprudenza di Salerno, già distintosi per la sua militanza in difesa dei diritti delle persone Lgbti.

La poesia che ci introduce nella raccolta poetica Libero di essere me stesso è un vero e proprio manifesto di lotta alla società disumanizzante, cioè la  società in cui viviamo, che neutralizza i caratteri distintivi e peculiari dell’essere umano: Numeri: questo siamo/ per una Società che non ci considera,/ per una Società che vuole solo sfruttarci,/ per una Società dove non ha più/ alcuna importanza l’esistenza umana.

In effetti, nei versi di Reda l’entusiasmo palpabilmente giovanile della creazione poetica si unisce a un genuino sentimento di rivendicazione della propria personale dimensione emotiva e sentimentale. E così, per esempio, allo slancio del riscatto che si avverte nei versi dedicati a Monica Cirinnà, “guerriera dei diritti”, si unisce il ricordo dello stigma dolorosamente patito da tanti ragazzi che, tra i banchi di scuola, sono costretti a subire “parole crudeli” che trafiggono l’animo e li distruggono come persone.

In questa prospettiva, la poesia di Reda è, soprattutto, una poesia militante che sollecita alla “ribellione”. Alcuni componimenti, in particolare, hanno la temperatura di vere e proprie esortazioni che, facendo leva sia sull’altrui cuore che sull’altrui ragione, si configurano quali via di mezzo tra appello accorato e affettuoso consiglio: Non confondetevi tra la gente./ Non scegliete il compromesso./ Non optate per la via larga./ Scegliete di essere voi stessi:/ Voi unici in un mondo di fotocopie.

Le parole e i versi di Reda, significativamente dotati di questa chiara immediatezza giovanile, attraversano e misurano con appassionata perentorietà tutte le situazioni relazionali più intime e peculiari dell’essere umano. Soprattutto quelle che caratterizzano l’iniziazione alla vita consapevole e alla cosiddetta “età della ragione”: dal rapporto con la madre all’amore per il compagno, passando per il senso di solitudine, l’amicizia, la sofferenza e l’amore per se stessi - “la cosa più importante”-.

Ecco perché Libero di essere me stesso è un singolare e accattivante racconto di formazione in versi. Un racconto sincero che nasce dalla voglia di condividere la propria esperienza con i lettori ma soprattutto dall’urgenza di fare qualcosa per gli altri, dalla necessità di essere utile e di trasformare la poesia in balsamo taumaturgico: Cerco il potere di poter fare qualcosa/ per gli altri,/ il potere di migliorare le cose,/ il potere di aiutare gli ultimi e gli indifesi,/ il potere di fare qualcosa per il mio Paese.

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