Continua a perdere pezzi la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Ad uscire da Re.a.dy il Comune di Treviso, alla cui guida è stato eletto, nel giugno scorso, il leghista Mario ConteA prendere la decisione la nuova Giunta, che annulla quella presa dalla precedente di centrosinistra nel 2014

«L'attuale Amministrazione - si legge in una nota ufficiale - nell'orbita di un complessivo riesame del complesso delle politiche comunali e, in via generale, relative ai temi della inclusione sociale, delle pari opportunità e non discriminazione per un equo bilanciamento delle iniziative a tutela delle varie istanze, intende infatti puntare sulla famiglia e sulla scuola quali strumenti adeguati e sufficienti a trasmettere i valori del rispetto e della diversità di genere».

Il Comune ricorda infine come la tutela legale contro le discriminazioni sia già garantita dalla Regione Veneto e come esista la legge regionale 37/2013 la quale istituisce il Garante regionale dei Diritti della persona.

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Tous égaux, tous alliés. (Tutti uguali, tutti alleati).

È questo lo slogan della nuova campagna governativa francese contro l’omofobia e la transfobia. Campagna che, lanciata oggi dal ministero dell'Educazione Nazionale e della Gioventù e diretta alle scuole tanto medie quanto superiori, è strettamente correlata alla recente recrudescenza di atti omotransfobici in ambito scolastico. 

Essa prevede che in tutti gli istituti di secondo grado siano distribuiti manifesti e volantini recanti la scritta Ça suffit! (Basta!) su due riquadri nero e arcobaleno. Tali riquadri, a lora volta, campegginano su uno sfondo bianco e nero, contrassegnato dai nomi dei vari atti discriminatori.

Saranno inoltre distribuiti opuscoli che propongono percorsi formativi per l’impegno quotidiano nel lottare l’omotransfobia e diventare un "alleato" dei giovani Lgbti. A partire dall’inizio della settimana prossima sarà invece disponibile online una guida d’accompagnamento per docenti e sarà accessibile per telefono, mail e chat un servizio di ascolto e assistenza a distanza.

Tale campagna si pone in linea di continuità con la precedente lanciata nel dicembre 2015.

Citando un sondaggio dell'Ifop, condotto nel  dicembre 2018, il ministero ha osservato come gli «insulti omofobi, spesso banalizzati, rimangono particolarmente forti: il 18% degli studenti delle scuole superiori o degli studenti Lgbti afferma di essere stato insultato negli ultimi 12 mesi». Inoltre, è stato rilevato, «tra i/le giovani che si definiscono trans, un alto livello di preoccupazione nei confronti della scuola: l'esperienza scolastica è percepita come 'cattiva' o 'pessima' dal 72% di loro».

Non a caso su Twitter Marlène Schiappa, Segretaria di Stato per l'Uguaglianza tra le donne e gli uomini e la Lotta contro le discriminazioni, ha definito oggi la campagna «una delle pietre del piano del governo". 

La campagna odierna è comunque da leggere alla luce della generale escalation di atti omotransfobici nel Paese, al cui contrasto e prevenzione tanto la sindaca di Parigi quanto il governo hanno avviato, nel dicembre scorso, una serie di misure di rilievo.

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L'omosessualità non è più un reato in Angola.

A rendere nota la cancellazione dal relativo Codice penale della norma, risalente ai primi tempi della colonizzazione portoghese, Human Rights Watch (Hrw). Tale divieto era esteso a tutti i comportamenti omosessuali definiti «vizi contro natura».

«Il Governo - aggiunge l'organizzazione - ha inoltre vietato ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale, prevedendo che chiunque si rifiuti di dare lavoro o di fornire servizi a causa dell'orientamento sessuale della persona incorrerà nella pena d'incarcerazione fino a un massimo di due anni».

Da molti anni la comunità Lgbt dell'Angola si batte contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, definite «vestigia arcaiche». Ma solo nel giugno 2018 è arrivato un primo segnale positivo da parte del presidente João Lourenço, che ha riconosciuto ufficialmente un'associazione per la difesa dei diritti omosessuali. 

Lourenço è alla guida del Paese africano dal 2017: è succeduto a José Eduardo dos Santos dopo 38 anni di dominio autoritario. Come il suo predecessore proviene dal Movimento popolare per la liberazione dell'Angola (MPLA) ma, a differenza del predecessore, si sta impegnando per uno svecchiamento del Paese non senza la sostituzione degli uomini chiave del precedente regime.

'Ora - dichiara Hrw - bisogna battersi perché anche gli altri 69 Paesi nel mondo in cui le relazioni omosessuali sono criminalizzate seguano l'esempio dell'Angola».

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«Un atto di violenza gratuita frutto del clima di odio che pervade il nostro paese. Al di là della matrice che non spetta a noi decidere, è evidente che qualcuno si sente autorizzato a vandalizzare uno spazio importante per la comunità Lgbti+ salernitana. Dobbiamo rispondere con coraggio e determinazione a questi gesti. La migliore risposta sono i colori dei nostri affetti. A breve annunceremo la data del Salerno Pride 2019».

Così Francesco Napoli, presidente d’Arcigay Salerno Marcella Di Folco, ha commentato la devastazione della sede del comitato, in via Pandolfina Fasanella, da parte di ignoti il 18 gennaio. 

La porta di ferro tagliata, distrutta quella in vetri, messi a soqquadro i locali di proprietà comunale ma da tempo dati in gestione ad Arcigay Salerno per attività di contrasto alle discriminazioni. E proprio dal sindaco Vincenzo Napoli e dalla Giunta comunale è stata espressa piena «solidarietà ad attivisti e militanti Lgbt per il grave atto vandalico». Ma anche «ferma condanna per il gesto con l’auspicio di indagini immediate che portino all'individuazione dei responsabili. Salerno è città democratica e rispettosa dei diritti civili».

Ieri mattina Francesco Napoli ha provveduto a sporgere denuncia in Questura. «Speriamo  - ha dichiarato in un comunicato ufficiale - si possa risalire agli autori del gesto. Resta l'amarezza di una triste scoperta e la consapevolezza di dover ancora lottare e resistere per i diritti e le tutele di tutte e tutti».

Laura Boldrini in visita alla sede d'Arcigay

Nel pomeriggio d'ieri la sede del comitato, rimessa in ordine da soci e socie, è stata visitata dalla deputata LeU Laura Boldrini, che ha dichiarato: «Ogni giorno le conquiste in tema di diritti vengono rimesse in discussione. Si devono mettere in campo tutti gli anticorpi. C'è un clima pesante nel Paese, di oscurantismo, di intolleranza e questo clima, purtroppo, può arrivare anche a manifestarsi con questi atti antidemocratici».

L’ex presidente della Camera ha quindi mosso un fermo j’accuse a esponenti del governo e della classe politica di maggioranza, affermando: «Il ministro della Famiglia, al singolare, dice che non esistono altre famiglie se non quella tra uomo e donna. Dunque, nega anche le unioni civili, legge che noi abbiamo approvato nella scorsa legislatura.

Verso le donne c'è ugualmente questo atteggiamento di rimettere in discussione le conquiste delle donne: il disegno di legge Pillon è un disegno di legge oscurantista, che impone la mediazione anche quando c'è la violenza domestica contro la donna, e questo è vietato dalla convenzione di Istanbul che abbiamo ratificato nella scorsa legislatura. Si rimette in discussione il diritto della donna di interrompere la gravidanza.

Quando c'è un vento di restaurazione e le lancette dell'orologio vengono rimandate indietro, tutto questo avviene sempre sulla pelle delle donne e sulle conquiste civili.

Io sono molto preoccupata e penso che sia giusto fare delle battaglie di rivendicazione di questi diritti perché sicuramente non vogliamo ritornare ai tempi in cui le ragazze dovevano morire per un aborto clandestino o ai tempi in cui la violenza domestica era considerata normale o le persone omosessuali venivano messe al bando. Tutti gli italiani e le italiane democratici devono adoperarsi affinché questo non avvenga mai più nel nostro Paese».

La condanna del sottosegretario Vincenzo Spadafora

Sull'atto vandalico è intervenuto, in serata, anche Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, che sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Apprendo del gesto vandalico compiuto ai danni della sede di Arcigay Salerno ed esprimo la mia vicinanza al Presidente e a tutti i componenti della associazione. Condanno con forza l'azione compiuta ed auspico che le forze dell'ordine riescano ad individuare rapidamente i responsabili.

Le associazioni sono la linfa vitale del movimento Lgbt, un movimento le cui attività non vengono arrestate da gesti come quello di oggi, come testimoniato dalla ripresa di questo stesso pomeriggio, con gli associati che si sono riuniti per far fronte ai danni. L'augurio che rivolgo alla Arcigay Salerno è di riprendere rapidamente tutte le proprie attività».

Il duro j'accuse di Futura Lgbtqi

Ma contro il sottosegretario Spadafora ha mosso un duro attacco Futura Lgbtqi, «che giusto ieri aveva definito la legge contro l’omotransfobia a malapena "auspicabile anche se non è nel contratto”. Le sue parole pavide come quelle di Don Abbondio rendono ancora più chiaro il perché delle importantissime defezioni dal tavolo proposto alle associazioni Lgbtqi, che hanno capito ben presto che non si trattava altro che di un’operazione di facciata.

Non siamo mai stat* e mai saremo quell* di cui vantare l’amicizia per scansare le accuse di omotransfobia. Non siamo vostr* amic* e mai lo saremo.

Esprimiamo la nostra solidarietà al Sindaco e al Circolo Arcigay di Salerno, mettendoci a disposizione per le iniziative che saranno intraprese a contrasto della violenza omo transfobica che ormai è a un passo dal punto di non ritorno ennesimo.

Siamo stanch* di piangere mort* e ferit*, ma non ci piegheremo. Nel 50esimo anniversario dei moti di Stonewall saremo ovunque a gridare la nostra libertà e il nostro orgoglio».

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All'Off/Off Theatre di Roma va in scena, fino al 13 gennaio, Salvatore Sasà Striano con il suo spettacolo dal titolo Il giovane criminaleGenet/Sasà.
 
Il lavoro è ispirato al Giovane criminale di Jean Genet, il monologo con cui Salvatore Sasà Striano si rivolge direttamente agli spettatori, provocandoli e spingendoli alla comprensione della realtà criminale e carceraria. Un invito ad aprire gli occhi su verità dimenticate o ignorate. Sono quelle verità che Sasà racconta agli spettatori, a ruotare costantemente intorno alla vita di un giovane criminale, che nasce e cresce miezz'a vie, proprio com'è accaduto a se stessoCome Genet, Striano indicherà la via d'uscita che egli ha imboccato, la via definita dalla capacità salvifica dell'arte, della poesia, della letteratura e soprattutto, del teatro.
 
Incontriamo Sasà Striano a due giorni dal debutto romano per saperne di più sul suo spettacolo. 
 
Sasà, come mai hai sentito l’esigenza di portare in scena un lavoro ispirato a Genet? 
Perché l’amico mio Genet è stato più volte imbavagliato sia per limitarne la libertà d’espressione sia per frenarne la libertà sessuale. E darò voce sempre alla sua anima!
 
Il giovane criminale è anche un lavoro teatrale sulla verità e sulla necessità di fare i conti con le verità che il mondo borghese preferisce ignorare o rimuovere. Guardare in faccia le verità, anche le più scomode, ci libera o ci danna? Qual è la verità più scomoda con cui Sasà ha dovuto fare i conti? 
 
Guardare in faccia le nostre verità non potrà mai essere una cosa dannosa ma anzi liberatoria. Se non guardi in faccia la tua verità non puoi liberarti. Quindi dobbiamo gridarle sempre più forte e senza vergogna. Personalmente, poi, non credo che esistano verità scomode. Le bugie sono scomode, perché facciamo fatica a nasconderle e ci mettono in pericolo.
 
Da quale pregiudizio dobbiamo liberarci per poter guardare in maniera più autentica la vita?
 
Le persone che hanno pregiudizi vivono in carcere. Sono in galera con sé stessi. Si creano delle prigioni dentro di loro.
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Parlando delle donne nel mondo del calcio e dando voce a un sentimento comune, l’ex europarlamentare romeno nonché proprietario della Steaua Bucarest, George (detto Gigi) Becali, ha dichiarato, il 20 dicembre, a una tv locale: «Se la Uefa obbligherà tutti i club ad avere una squadra femminile, io lascerò il mondo del calcio. Le donne possono praticare altri sport come il basket o la pallamano, ma non sono fatte per giocare a pallone: non hanno il fisico adatto, è una cosa contro natura». 

Il 60enne uomo d’affari, noto per l’ardente adesione al cristianesimo ortodosso, ha immancabilmente fatto poi ricorso a motivi religiosi, dicendo che, nonostante abbia commesso numerosi peccati in vita propria, non farà mai «il volere di Satana contro le forme che Dio ha dato alle donne per attirare l'uomo».

Un caso che ricorda, mutatis mutandis, quello del presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, che nel 2015 dichiarò: «Basta dare soldi a queste 4 lesbiche»

Per quanto le dichiarazioni abbiano una portata diversa, riassumono molto bene una rappresentazione ancora molto diffusa in tutta Europa sullo sport e sul calcio femminile: la donna calciatrice è contro natura o, al massimo, lesbica. 

Che non si tratta di battute isolate lo dimostrano i dati. Secondo il rapporto dell'European Institute for Gender Equality (Eige) del 2015, a livello europeo, in media, le donne costituiscono il 14% delle posizioni decisionali nelle confederazioni continentali degli sport olimpici in Europa.  Dallo stesso report si evince che le donne nel ruolo di allenatrici sono tra il 20 e il 30% nei vari Paesi Ue rispetto ai colleghi uomini. 

In questo quadro l'Italia ha un ulteriore gap unico nell'Europa occidentale. Quello, cioè, di non riconoscere il professionismo sportivo: le donne in Italia sono considerate formalmente delle dilettanti, incluse le nostre campionesse Pellegrino, Bruni, Vezzali. Ciò significa che possono avere solo rimborsi spese e non possono accedere a tutte le tutele dei contratti sportivi professionali come normato dalla legge 91/1981. Non a caso, molte donne scelgono la carriera militare per poter praticare sport. 

Insomma, quando parliamo di uguaglianza di genere, lo sport si conferma ancora oggi lo specchio dei pregiudizi più profondi della nostra società. Emergono stereotipi e false rappresentazioni che sono alla base tanto del sessismo quanto dell'omofobia: il principale motivo per cui una persona omosessuale non dovrebbe giocare a calcio è proprio legato al fatto che si tratta di "uno sport da uomini". 

Inoltre lo sport non è solo quello del campo da gioco. Ma è anche quello della tv accesa nelle nostre case, del commento sessista di chi guarda la partita, della notizia di Becali letta su Facebook da una ragazza che magari sta lottando con il padre per iscriversi a una squadra femminile. Lo sport è, di fatto, la terza gamba dell'educazione insieme con scuola e genitori. 

Che il calcio femminile sia qualcosa di estremamente "naturale" ci hanno pensato a ribadirlo le azzurre della Nazionale di Calcio femminile. Quelle azzurre che, quest’estate si sono qualificate ai mondiali al contrario dei loro colleghi più blasonati. 

Ora, per rimanere in tema, "naturale" sarebbe, in pari tempo, che l'Uefa procedesse con pesanti sanzioni. Sanzioni da irrogare prima ancora che Gigi Becali sia costretto a lasciare il calcio pur di non far vedere la luce alla Steaua Bucarest femminile.

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Sarebbe dovuta essere una giornata come tutte le altre per la neo eletta presidente di Arcigay Napoli, Daniela Lourdes Falanga, quella di venerdì 21 dicembre. Una giornata che inizia con la presenza sua e di altri volontari del comitato napoletano nelle scuole per parlare di contrasto alle discriminazioni e cultura della differenza. 

Sarebbe dovuta essere una giornata come tutte le altre, se non ci fosse stata un’incredibile coincidenza: quella, cioè, di una manifestazione contro la violenza di genere, organizzata presso l’Itc Ferdinando Galiani di Napoli, in cui si sono ritrovati sul palco Daniela Lourdes Falanga, in qualità di attivista, e il padre, detenuto presso il carcere di Rebibbia, coinvolto casualmente nella stessa manifestazione.

Un incontro che ha riavvicinato padre e figlia, a distanza di 25 anni, in una stessa medesima missione: rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Il padre di Daniela era protagonista di una rappresentazione contro la violenza di genere, organizzata dai detenuti di Rebibbia. Daniela era al Galiani per parlare ai giovani di violenza di genere e contrasto a ogni forma di stigma.

I due si sono persi 25 anni fa. Un rifiuto e una negazione che hanno creato abissi di dolore. L’abbraccio e la commozione di Daniela e del padre, durante la manifestazione del 21 dicembre, sono stati vissuti come momenti d’indicibile emozione anche da parte di alcuni attivisti presenti a partire dall’ex presidente d’Arcigay Antonello Sannino.

Quell’abbraccio e quella commozione che appaiono ora come promessa di un possibile riscatto.

Ecco cosa ha dichiarato Daniela Lourdes Falanga a Gaynews: «La giornata del 21 è stata una giornata intensa, di quelle in cui gli egoismi si comprendono davvero, perché si sceglie di non averne, di liberarsene, come tutte le volte che si riflette sul bene comune e si sceglie di cambiare davvero le cose, di produrre una vera rivoluzione di umanità. C’ero io e c’era mio padre. C’erano 200 ragazzi e altre persone detenute.

E mio padre non era solo mio padre e il ricordo grave che ne avevo: era una persona che stava provando a sollecitare riflessioni positive tra i giovani studenti e le giovani studentesse delle scuole. 

È stato come intessere le reti delle trasformazioni. Divento adulta, divento donna e una brava persona e mio padre ci prova a esserlo, e lo fa bene. Le reti sono del bambino figlio del boss, della donna trans, dell’ex boss che prova a scusarsi e vuole definire un cambiamento. Diverse solitudini, diverse questioni intrecciate.

Un’esperienza unica per i ragazzi, unica per molti. In una sola volta il mondo bello nelle sue plurali manifestazioni. La dignità prima di ogni cosa e, prima del mio vissuto di dolore, quella di tutte le persone detenute, che vanno riproiettate fuori dalle mura degli spazi chiusi, dimenticati. Poi la bellezza della gioventù che sa assorbire e saprà trasformare il male sociale.

Io ci credo. Prima di una bambino che non ha avuto padre, prima di tutto: la dignità».

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A Vittoria oltre 200 persone hanno partecipato, ieri sera, in piazza del Popolo alla manifestazione Contro ogni discriminazione che, organizzata da Arcigay Ragusa Arcobaleno degli Iblei, si è configurata come una pacifica quanto ferma reazione ai recenti casi di omofobia, verificatisi nel comune siciliano.

Il 14 dicembre il 20enne Francesco Tommasi è stato aggredito fisicamente da un branco 6 minorenni, dopo essere stato ripetutamente apostrofato con l’epiteto frocio.

Alcuni giorni dopo a una delegazione della stessa Arcigay Ragusa, recatasi a Vittoria per solidarizzare con  la vittima e incontrare il commissario prefettizio Filippo Dispenza, è toccato d’essere contestata e presa di mira da alcuni passanti.

Ad aderire al presidio numerose associazioni e single sindacali, tra cui Amnesty International, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, nonché le sezioni provinciali di Agedo, Agesci, Uaar, Rotaract, Cgil, Sinistra Italiana.

«Ieri sera a Vittoria - ha dichiarato Marco Igor Garofalo, presidente del comitato ragusano d'Arcigay - si è celebrata la democrazia. Molte le associazioni che hanno aderito alla manifestazione e i partiti politici. A conferma che c'è una politica attenta alle istanze dei suoi cittadini».

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I 583 deputati presenti (sui 605 complessivi) del Parlamento monocamerale cubano hanno ieri approvato il nuovo testo della Costituzione, che sarà sottoposto, il 24 febbraio, al definitivo voto referendario popolare

Approvato, dunque, al pari di tutti gli altri anche l’art. 82 che, senza definire i soggetti del contratto nuziale (indicati invece quale «uomo e donna» nella Costituzione del 1976), recita: «Il matrimonio è un'istituzione sociale e giuridica. È una delle forme di organizzazione delle famiglie. Si fonda sul libero consenso e sulla parità di diritti, obblighi e capacità legale dei coniugi. La legge determina la forma in cui si costituisce e i suoi effetti.

Si riconosce inoltre l'unione stabile e singolare con validità legale, formante di fatto un progetto di vita in comune, che, sotto le condizioni e circostanze indicate dalla legge, genera i diritti e gli obblighi che questa prevede».

In sintesi, l’art. 82 parla di famiglie al plurale (riconoscendone dunque le varie forme), ravvisa nel matrimonio una delle modalità d’organizzazione dell’istituto familiare, utilizza il termine neutro di coniugi e riconosce legalmente le unioni di fatto

Sull’importanza di esso ha insistito, nell’intervento previo alla votazione dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, il deputato e attivista Lgbti Luis Ángel Ádan Roble anche a fronte delle polemiche degli ultimi giorni, sollevate dalla cancellazione della ridefinizione del concetto di matrimonio dall’originario art. 68 (letta a livello internazionale come uno sbarramento costituzionale al riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso).

Roble non solo ha ricordato come l’essenza di una tale riformulazione sia mantenuta nel nuovo art. 82 ma ha ribadito tanto l’importanza del sì al voto refendario del 24 febbraio quanto il comune impegno a far sì che la successiva legge sul Codice della Famiglia non sia poi in contrasto col principio di uguaglianza e non discriminazione sancito dalla nuova Costituzione.

A definire quali soggetti costituiranno il matrimonio spetterà infatti a tale Codice da approvarsi entro due anni dal referendum costituzionale di febbraio.

«Vorrei nuovamente sottolineare – ha esordito il parlamentare – che sono in totale accordo con la redazione e il contenuto dell'art. 82, non solo come deputato ma come persona Lgbt».

Richiamando i punti salienti dell’articolo in questione, Roble ha quindi aggiunto: «In fin dei conti non ci sono regressi di nessun tipo. Non ci sono fazioni vincenti, né perdenti. Perché l'unico che vince è il popolo.

Facciamo solo in modo che le famiglie, la cellula fondamentale della nostra società, escano favorite e rafforzate al di là delle forme in cui si organizzano. Sono sicuro che nel Codice di Famiglia, una delle leggi attraverso la quale si deve attuare la volontà costituzionale, daremo legittimità sociale al rispetto dei diritti di tutte le persone, realizzando un grande lavoro comunicativo per progredire nell'educazione integrale della sessualità ed evitare che una legge contraddica la Costituzione.

Spero che tutti i deputati siano coerenti con i principi di giustizia e uguaglianza contenuti nel progetto di Costituzione. Stiamo promuovendo, istruendo e formando una coscienza critica.

Per finire rivolgo solo un invito a tutto il popolo a votare sì. Questa rivoluzione ha sempre contato e conterà su la partecipazione e l’impegno di molte persone di sesso e genere diverse. La Patria è di tutti».

A ricalcare i punti dell’intervento di Roble la deputata Mariela Castro Éspin.

Ma a particolarmente colpire del suo discorso è stata la parte finale, quando la direttrice del Cenesex rivolgendosi al padre Raùl Castro, segretario del Partito Comunista di Cuba nonché presidente della Commissione per la Riforma della Costituzione, ha dichiarato: «Voglio congratularmi con un educatore molto speciale nella mia vita, che m’insegnò che si può amare la Rivoluzione senza abbandonare la famiglia e si può amare la famiglia senza abbandonare la Rivoluzione. Grazie per il suo esempio di padre e di rivoluzionario».

Mariela ha quindi concluso: «Chiedo come deputata di quest’Assemblea che mi sia permesso d’abbracciarlo». Cosa che è avvenuta tra gli applausi scroscianti dei parlamentari in piedi.

Tornata al suo posto, la deputata ha riferito come il padre, nell’abbracciarla, le abbia sussurrato che le ricordava la madre Vilma Espín Guillois, deputata che introdusse nel Parlamento cubano la lotta per la famiglia e l'inclusione sociale senza discriminazione

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Nel corso del Congresso territoriale del 15 dicembre il comitato Arcigay Antinoo di Napoli ha eletto il nuovo direttivo e la nuova presidente.
 
A risultare eletta Daniela Lourdes Falanga, componente di spicco della collettività trans italiana, che, da almeno un decennio, svolge un’importante attività di militanza e volontariato a favore delle persone Lgbti e  delle minoranze in generale.
 
L’elezione di Daniela alla guida di un comitato Arcigay di particolare importanza, qual è quello di Napoli, è senza dubbio una notizia positiva anche perché la comunità transessuale/transgender più numerosa d’Europa (seconda al mondo, dopo Rio de Janeiro) risiede proprio a Napoli. 
 
Contattiamo la neopresidente per sapere qualcosa in più del suo progetto politico e delle connesse aspettative .
 
Daniela, quale eredità raccogli dalla precedente gestione e quali saranno le priorità della tua presidenza? 
 
Il passato direttivo ha prodotto molto in sei anni: ha sviluppato un numero tale di reti di collaborazione e azioni sul territorio da renderlo uno dei più attivi in Italia. Siamo stati capofila di numerosi progetti, abbiamo attivato buone prassi e garantito fruibilità e capillarità su tutto il territorio. Abbiamo incontrato migliaia di ragazze e ragazzi nelle scuole. Siamo entrati nelle carceri non dimenticandoci che la dignità è un bene prioritario e non distinto.
 
Ci siamo occupati di tanti migranti Lgbti per sostenerli attraverso permessi speciali e restituirli a una vita più serena. Almeno un po’ più serena. Abbiamo anche acquisito la capacità di realizzare test per Hiv in sede Arcigay, per ovviare ai timori che, a volte, condizionano ragazzi e ragazzi rispetto a contensti e dinamiche sensibili.
 
Sarà prioritario portare avanti tutto questo e quanto ancora dovremo realizzare, rispetto a temi quali il lavoro, la condizione delle persone anziane, la prostituzione. I destinatari sono le persone “rese” fragili per inadempienze istituzionali e discriminazione. Sono numerosi ragazzi e ragazze che, vivendo il disagio della colpa, della solitudine, desiderano realizzare un percorso di consapevolezza e fierezza della propria identità.
 
Una persona trans alla presidenza di un comitato Arcigay. Una vera rivoluzione? 
 
Forse una rivoluzione in atto, ma non la prima. Diverse compagne e compagni in questo momento vivono l’esperienza della presidenza. Non è facile. Arcigay rimane un’associazione prevalentemente maschile, per quanto se ne voglia dire, con dinamiche annesse. Prima di essere una persona trans, sono una donna. Forse la più grande rivoluzione ancora da compiersi: è abbattere dall’interno una politica di genere prioritariamente maschile.
 
Ti trovi a guidare il comitato di Napoli in un momento di evidente criticità politica nazionale per le persone Lgbti. Cosa credi che sia opportuno fare? 
 
Dobbiamo ripartire dalla storia del nostro Movimento, ricordarci delle battaglie per i diritti acquisiti, ricordarci di essere ancora di quella parte che la voce la deve alzare per raggiungere l’uguaglianza. Bisogna rivivere le piazze: farlo concretamente come adesso ci stiamo ricordando e ricordano soprattutto le donne. Dobbiamo attraversarci in maniera complessa, attraverso analisi politiche profonde e di massa, e concentrarci in un fronte comune, maturo, che sappia fronteggiare la politica dei moralismi. Che sappia far crescere la consapevolezza che un diritto negato è una battaglia di tutti, perché la libertà è un diritto inalienabile umano.
 
I confini reggono le politiche attuali e hanno provocato troppa morte e disumanità. Allora dobbiamo essere migranti, donne. Bisogna essere persone trans, disabili, omosessuali: bisogna aver chiaro che la storia si cambia quando non ci sentiamo diversi per le battaglie dei diritti.
 
Cosa significa per te l’impegno nel volontariato? Quanto dedica della propria vita, una donna impegnata come te, all’azione nel sociale?
 
Per me il volontariato è una missione, una vocazione. È prioritario il bene comune prima di qualsiasi bene che possa toccare la mia persona. Trovo egoistico non pensare in questi termini. Incontriamo persone che vogliono ritrovare speranza. Vederli sorridere è ciò che mi preoccupa più di tutto. Il sociale è la mia vita e non smetti di viverlo mai, neppure la notte, perché non ha confini, appunto.
 
Un tema sensibile per tutte quelle persone, che scelgono di viverlo, anche da professionisti, e rimangono precari a vita, nell’ingiusta incuria dello Stato che invece dovrebbe prendersi cura di innumerevoli risorse che portano avanti, con pochi mezzi e grandi responsabilità, emergenze continue. Ma se muoiono bambini in mare, come si può pensare che ci siano risorse umane? Resistenza.
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