Nessun patrocinio del Comune di Bologna al convegno Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione che, fissato a Palazzo D’Accursio per il 19 novembre, è ispirato all’omonimo libro di Rachel Moran con l’entusiasta adesione di ArciLesbica Nazionale. Il relativo logo dovrà pertanto essere rimosso dalle locandine pubblicitarie.

A disporlo il sindaco Virginio Merola dopo le parole di protesta dell’assessora alla Pari Opportunità Susanna Zaccaria, che, ieri, aveva fra l’altro ricordato: «Il Comune di Bologna, infatti, lungi dal tenere una posizione assolutista su fenomeni così complessi e articolati, svolge da anni azioni di riduzioni del danno, nella piena consapevolezza che la prostituzione può anche essere volontaria e che prostituzione, sfruttamento e tratta sono fenomeni con caratteristiche molto diverse tra loro».

Merola ha così oggi scritto in una nota: «Ci sono state diverse polemiche in questi giorni per un convegno sulla prostituzione programmato per il 19 novembre a Palazzo d'Accursio. Nel merito ho condiviso gli argomenti dell'assessora Susanna Zaccaria e ritengo che questo incontro non rispecchi l'attività che da anni l'amministrazione porta avanti su questo tema.

Per questo ho disposto che il logo del Comune vada tolto, perché è importante che le iniziative siano condivise».

Già nella serata d'ieri le dichiarazioni di Susanna Zaccaria avevano suscitato consenso a Bologna a partire da Franco Grillini

«Non posso che ringraziare l'assessora - così il direttore di Gaynews -. Da presentatore, 12 anni or sono, di una proposta di legge, secondo me ancora valida, sulla prostituzione in accordo con il Comitato Diritti civili delle prostitute e Cgil nazionale. Proposta che manteneva la Merlin, migliorandola e aggiornandola in senso più liberale.

Di prostituzione in Parlamento se ne discusse per ben due anni per finire con un nulla di fatto. Poi più nulla, perché non si possono affrontare argomenti complessi a colpi di accetta».

E nel pomeriggio di oggi in piazza Re Enzo, proprio davanti a Palazzo D'Accursio, si è tenuta la manifestazione No Pillon. Contro la modificazione di separazione e affido che, organizzata (come in oltre cento città italiane da Nonunadimeno), si è poi trasformata in corteo lungo via Indipendenza. Durante la mobilitazione si sono levate anche voci contro il convegno del 19 novembre.

«Di sicuro Nudm - ha dichiarato una delle componenti di Nonunadimeno Bologna - sta dalla parte delle sex worker» in risposta a una di loro, che ha ribadito di aver compiuto «una scelta di autodeterminazione: ci dev'essere solo rispetto». Allo stesso modo, secondo Nudm Bologna, non può essere passato sotto silenzio il fatto che «tra chi interverrà a quel convegno c'è anche l'associazione antiabortista Papa Giovanni XXIII».

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Credeva di poter galvanizzare il Parlamento con l’immancabile papillon e le braccia levate al cielo come aveva fatto col popolo del Family Day al Circo Massimo.

Credeva di poter addomentare l’opinione pubblica, soprattutto quella delle donne, rabbonendole con cantilene come quelle sussurate per la sua ultimogenita a pochi giorni dalla nascita, quando si era fotografato nell’atto di suonare un brano degli Scorpions in ore insonni definite Glory Night.

Ma non è una notte di gloria bensì lunga e tormentata quella che sta affliggendo Simone Pillon, il senatore leghista e per autodefinizione papista (eppur insofferente e aggresivo nei riguardi del quotidiano della Cei L’Avvenire), per il suo progetto di legge sull’affido condiviso.

Perché a dispetto di quella sicumera, a lui connaturale, con cui aveva annunciato che il suo testo sarebbe arrivato in Aula prima di Natale, il braccio parlamentare di Gandolfini si è visto piombare addosso la richiesta di oltre 120 audizioni in Commisione Giustizia al Senato e le critiche, via via più serrate, da parte degli alleati di governo M5s. Per finire a quelle recenti dello stesso vicepremier Luigi Di Maio.

Ma sono soprattutto le donne a essersi ribellate a un progetto di legge che Nonunadimeno ha bollato «come proposta intrisa di violenza. Non vogliamo discuterla o emendarla: noi la respingiamo senza condizioni».

Cosa cha ha portato Nudm, insieme con la rete dei Centri anti-violenza e varie sigle associative (comprese quelle Lgbti) a organizzare per oggi in oltre cento piazze italiane la mobilitazione No Pillon. Contro la modificazione di separazione e affido, «per rispondere a questo attacco patriarcale e reazionario con la forza globale dell'insubordinazione femminista e transfemminista».

A Roma il presidio è iniziato alle 11:00 in piazzale Madonna di Loreto con una presenza altissima di partecipanti. Tantissimi i cartelli e gli striscioni esibiti, recanti scritte del tipo No al Medioevo, Ci volete ancelle: ci avrete ribelli, Decidiamo noi sulle nostre vite, sui nostri desideri, sui nostri affetti.

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È polemica a Bologna per la presentazione del libro Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione di Rachel Moran.

Previsto il 19 novembre a Palazzo D’Accursio, l’evento vedrà, oltre a quella dell’autrice, la partecipazione di Giovanna Camertoni (ArciLesbica Nazionale), Daniela Danna (ArciLesbica Zami Milano), Ilaria Baldini (Resistenza Femminista), Michelangela Barba (Associazione Barba), Nicola Piran (Associazione Papa Giovanni XXIII) nonché della senatrice Caterina Bini (Pd) e della scrittrice Julie Bindel. A moderare il dibattito la giornalista Monica Ricci Sargentini, mentre l'introduzione spetterà al consigliere regionale cattodem Giuseppe Paruolo dopo i saluti di Simonetta Saliera (presidente dell'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna) e Giulia Di Girolamo (consigliera di fiducia sulla legalità del sindaco di Bologna).

Un evento che, oltre a quello della Regione Emilia-Romagna, sembrava godere del patrocinio del Comune di Bologna, data la presenza del relativo logo sulla locandina pubblicitaria. Ma questo fino a qualche ora fa.

A smentire infatti la cosa senza giri di parole è stata Susanna Zaccaria, assessora comunale alle Pari Opporunità, che in un post su Facebook ha scritto: «In merito alle polemiche nate sull'evento del 19 novembre dal titolo Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione mi preme dare alcuni chiarimenti. 

Ho appreso dell'evento quando la locandina è stata diffusa sui social, non ne ero informata, nè tantomeno sono stata coinvolta nell'organizzazione. L'evento non ha il patrocinio del Comune di Bologna, che avrebbe previsto il mio parere quale assessora che si occupa di questi temi. La presenza del logo del Comune di Bologna è dovuta all'iniziativa di una consigliera delegata del Sindaco, iniziativa appunto personale, visto che le posizioni espresse dagli organizzatori e dai relatori partecipanti al convegno non sono quelle del Sindaco e della Giunta. 

Il Comune di Bologna, infatti, lungi dal tenere una posizione assolutista su fenomeni così complessi e articolati, svolge da anni azioni di riduzioni del danno, nella piena consapevolezza che la prostituzione può anche essere volontaria e che prostituzione, sfruttamento e tratta sono fenomeni con caratteristiche molto diverse tra loro.

Condivido inoltre le critiche che sono state mosse per l'organizzazione di un evento in cui non sono presenti le diverse realtà che se ne occupano da molti anni sul nostro territorio, nè le diverse associazioni, nè, come dicevo, l'Istituzione per l'inclusione sociale che se ne occupa per il Comune.

Infine, esprimo forte preoccupazione per i collegamenti che sono emersi tra alcuni partecipanti all'evento e la terribile vicenda delle Magdalene Laundries, nelle quali sono stati commessi fatti di una gravità inaudita che hanno colpito la vita di tante donne in Irlanda e Inghilterra».

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Quei collegamenti che, messi in luce per primo da Vincenzo Branà, sono stati evidenziati anche da Sergio Lo Giudiceresponsabile del Dipartimento Diritti Civili del Pd, che, ringraziando il presidente del Cassero, ha aggiunto: «Il convegno sposa senza contraddittorio una posizione seccamente proibizionista. Questo, al di là di qualunque altra considerazione, va in rotta di collisione con le politiche sulla prostituzione del Comune di Bologna, che prevedono interventi di riduzione del danno incompatibili con una proibizione tout court della prostituzione».

Anche qui, ha continuato Lo Giudice, «come spesso succede, non si vuole distinguere lo sfruttamento, che va perseguito con la massima decisione, dalle situazioni di libera autodeterminazione che, per quanto numericamente minoritari, non possono essere vietati, a pena di scivolare di nuovo verso un'idea di reati 'contro la morale'».

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Affluenza altissima negli Usa per le elezioni di Mid-term, che come prevedevano gli analisti hanno reso Trump un’anatra zoppa.

Dopo otto anni, infatti, i democratici hanno riconquistato la maggioranza alla Camera (strappando i 23 seggi necessari agli avversari ma alla fine dei conteggi riusciranno con molta probabilità ad averne 35), mentre i repubblicani la mantengono al Senato, dove si è votato per il rinnovo di un terzo degli stessi.

Nonostante l’esultanza di Trump che ha parlato via Twitter di grande successo minimizzando come "increspatura" la vittoria democratica alla Camera, l’onda blu è innegabile e, a parte qualche delusione, c’è già ara di rivincita.

Ma le elezioni di Mid-Term hanno interessato anche il rinnovo della carica di governatore in 36 Stati con delle importanti novità. E così se nel Vermont la candidata transgender Christine Hallquist non ce l’ha fatta a battere l'uscente repubblicano e antitrumpiano Phil Scott, nel Colorado è stato eletto governatore il democratico Jared Polis, che è apertamente gay: prima volta nella storia degli Stati Uniti.

Filantropo e imprenditore, deputato alla Camera dei rappresentanti, Polis è sposato e ha due figli.

Ma queste elezioni saranno soprattutto ricordate per l’ampia rappresentanza femminile con l’approdo al Congresso di giovani, componenti di minoranza, numerosi volti nuovi.

Tra esse  sono da menzionare Alexandria Ocasio-Cortez: classe 1989, socialista, femminista, attivista, è la donna più giovane eletta deputata e astro nascente della sinistra del Partito democratico.

Ilhan Omar e Rashiba Tlaib sono, invece, le prime donne musulmane ad arrivare al Congresso. Mentre Ilhan, di origini somale, è stata eletta in Minnesota, Rashiba, figlia di immigrati palestinesi, ha conquistato una straordinaria vittoria nel distretto numero 13 del Michigan.

Vittoria storica anche per Ayanna Pressley in Massachusetts, prima donna nera a rappresentare lo Stato nord-orientale alla Camera.

Le democratiche Sylvia Garcia e Veronica Escobar, rispettivamente di Houston es El Paso, sono le prime due donne ispaniche elette in Texas alla Camera dei deputati. Nonostante i latinos rappresentino il 40% della popolazione, lo Stato non aveva finora mai eletto nessuna donna ispanica al Congresso. Deb Haaland, in New Mexico, e Sharice Davids, in Kansas, sono invece le prime donne native americane ad essere state elette deputate.

Inoltre Sharice è un’attivista lesbica, le cui parole sono quanto mai significative: «Conta la mia storia personale. Avere persone della comunità Lgbti al Congresso porterà in discussione temi che ci interessano»

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Ha stupito ancora una volta Paola Egonu, più che per il coming out, per la semplicità e la serenità con cui ha dichiarato di essersi confortata con la sua ragazza dopo la finale del mondiale di pallavolo, persa contro la Serbia in Giappone. Il suo coming out si aggiunge a quello di Rachele Bruni e va a inserirsi nell'ancora ristrettissima cerchia di atleti e altlete di alto profilo, che hanno manifestato liberamente il proprio orientamento sessuale.
 
Di alto profilo, già, perché non possiamo chiamare Paola professionista, in quanto le donne in Italia, unico Paese europeo, non sono riconosciute come atlete a livello professionale
 
Paola è divenura, quindi, un'atleta simbolo per quell'Italia che ancora combatte per i diritti, i diritti delle persone Lgbti, i diritti dei migranti, i diritti delle atlete. E simbolo di quelle persone, non a caso, che si trovano a subire più di una discriminazione
 
A questo proposito, è proprio notizia di questo weekend la presentazione dei primi risultati della ricerca, promossa dal progetto Outsport di Aics e Gaycs e coordinata da Rosario Coco, nell'ambito della conferenza Diversity in Sport 2018 conclusasi sabato a GlasgowSi tratta della prima indagine di questo genere condotta a livello europeo e ha raccolto risposte da oltre 5.500 partecipanti dai 28 Paesi dell'Ue.
 
Come ha spiegato il team di ricerca dell'Università dello Sport di Colonia, partner scientifico del progetto Outsport diretto dalla docente Ilse Hartmann Tews, la maggioranza delle partecipanti si sono identificate di genere femminile (48%), seguite da un 39% di genere maschile e dal 13% di non binari. Il campione vede partecipanti dai 16 ai 78 anni con un età media piuttosto bassa di 27 anni e una forte adesione di under 25.
 
Quanto all'orientamento sessuale il 32% si sono definiti gay, il 25% lesbiche, il 25% bisessuali e il 18% altro.
 

Dalle risposte emerge che 9/10 del campione totale considera l'omofobia e la transfobia nello sport un problema attuale. Il 12% di coloro che praticano regolarmente attività sportiva riporta esperienze negative a causa del loro orientamento sessuale e/o identità di genere negli ultimi 12 mesi. Tra queste quelle più frequenti sono insulti omofobici e transfobici (82%) e discriminazione (75%), ma allarmanti sono anche i casi dichiarati di maltrattamenti e violenze fisiche vere e proprie (38%) e le minacce verbali (45%).

La percentuale di chi ha subito esperienze negative negli ultimi 12 mesi sale fino al picco del 31% per le donne transgender (MtF).

I dati completi saranno resi noti nei prossimi mesi. Ma questi numeri bastano a focalizzare lo sport come un insieme di spazi sociali che necessita di grande attenzione, specie per il suo carattere intrinsecamente intersezionale, che unisce persone, temi e discriminazioni di ogni tipologia e provenienza. 

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Giunto alla settima edizione e organizzato da Barilla, si è tenuto a Milano, il 24 e il 25 ottobre, il Pasta World Championship. A contendersi il titolo di Master of Pasta 18 giovani chef provenienti da tutto il mondo. Ma la vittoria è stata conseguita dalla statunitense Carolina Diaz col suo spaghetto al pomodoro rivisitato.

E al Pasta World Championship 2018 sono stati proprio gli spaghetti ad averla fatta da padrone. In occasione dell’evento culinario, coinciso per la prima volta con il Word Pasta Day (giunto quest’anno alla 20° edizione), la disegnatrice emiliana – ma milanese d’adozione – Olimpia Zagnoli, in arte Oz, ha infatti realizzato un’illustrazione speciale per le confezioni dei celebri Spaghetti Nº5 di Barilla. Illustrazione che è un tributo alla parità dei diritti e al riconoscimento delle realtà omofamiliari.

In linea con l’inconfondibile stile coloratissimo, rétro e minimalista, che ha fatto apprezzare Olimpia Zagnoli in tutto il mondo portandola a collaborare con testate come The New York Times e The New Yorke, l’immagine scelta per i packing Barilla rappresenta una coppia di donne innamorate che condividono, nella notte, un piatto di spaghetti.

Un altro passo significativo da parte della multinazionale italiana nel percorso della sensibilizzazione di dipendenti e clienti alle tematiche dell’inclusione e della lotta alle discriminazioni. Passo che, nel 2018, si va ad aggiungere all’adesione da parte del Gruppo Barilla agli Standards of Conduct for Business dell’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr), finalizzati ad affrontare e superare il tema della discriminazione delle persone Lgbti nel mondo del lavoro.

Ma anche ulteriore riprova di una totale inversione di rotta per un’azienda, il cui presidente Guido Maria Barilla aveva dichiarato nel 2013 che non avrebbe mai fatto uno spot con una famiglia omogenitoriale

«La nostra è una famiglia tradizionale – così motivo le sue affermazioni ai microfoni de La Zanzara -. Non per mancanza di rispetto, ma perché non la penso come loro. La nostra è una famiglia classica». E ancora: «Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri».

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Dopo quasi otto mesi dall’omicidio di Marielle Franco e del suo autista Anderson Pedro Gomes, freddati il 14 marzo scorso nel corso d’un agguato a Rio de Janeiro, la relativa inchiesta, condotta dalla polizia locale, non ha portato ad alcun risultato.

Su di essa, anzi, gravano seri indizi d’interferenze da parte di funzionari statali, miliziani paramilitari e componenti di organizzazioni criminali. Motivo per cui la polizia federale brasiliana indagherà al riguardo, come annunciato oggi in conferenza stampa dal ministro straordinario delle Sicurezza  pubblica Raul Jungmann.

Il titolare dell’importante dicastero ha dichiarato che il governo ha ricevuto «gravi accuse» da parte di due testimoni, per i quali «un'organizzazione criminale» starebbe tentando di «impedire che si risalga ai mandanti e agli esecutori del duplice omicidio». Cospirazione che coinvolgerebbe «agenti pubblici di varie entità statali, membri delle milizie e figure del mondo del crimine organizzato».

Jungmann ha inoltre sottolineato come esistano «indizi rilevanti» di corruzione di agenti pubblici e occultamento di prove per impedire l'identificazione dei mandanti del crimine. Raquel Dodge, procuratrice generale della Repubblica del Brasile,  ha inoltre chiesto che sia fornita protezione alla famiglia della nota attivista per i diritti dei poveri delle favelas, delle donne, dei neri, delle persone Lgbti.

In luglio erano state arrestate due persone nel quadro dell'inchiesta sul duplice omicidio: Alan Moraes Nogueira, agente riformato della polizia militare, e il pompiere Luiz Cláudio Ferreira Barbosa, che farebbero parte di un gruppo di miliziani comandato da Orlando Oliveira de Araújo, attualmente in carcere nello stato di Rio Grande do Norte per un altro delitto.

D’altra parte la stessa Marielle, consigliera comunale del Psol a Rio de Janeiro, aveva tuonato, fino alla vigilia della morte, contro la militarizzazione della sua città da parte delle forze dell’ordine, voluta nel febbraio scorso dall’allora presidente Michel Temer per contrastare la criminalità dilagante nelle favelas.

Commentando infatti in un tweet l’omicidio di un giovane, forse «realizzato per conto della polizia militare», Marielle s’era chiesta: «Quanti altri moriranno affinché questa guerra finisca?». Per poi definire il 41° battaglione della polizia militare "battaglione della morte" e denunciarne i componenti quali autori di abusi e crimini contro la popolazione delle favelas di Rio de Janeiro

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Ad Anchorage l’Hope Center, una casa rifugio confessionale per donne senzatetto, ha fatto causa per bloccare la richiesta municipale di accettare donne transgender in nome della violazione delle proprie credenze religiose.

Il gruppo legale Alliance Defending Freedom ha ieri presentato ricorso alla Corte federale dell’Alaska perché sia ingiunto al Comune di non applicare all’Hope Center la legge municipale sull'identità di genere. Lo studio legale cristiano-conservatore con sede a Scottsdale, in Arizona, sostiene che i rifugi per senzatetto sono esentati dalla legge locale. Eppure il Comune ha applicato la normativa per «indagare, vessare e fare pressioni» sul centro di accoglienza. 

«L'ingiunzione vieterebbe al Comune di Anchorage di applicare all’Hope Center – così Denise Harle, una delle componenti del gruppo legale – un’ordinananza, che lo costringe a permettere a uomini di accedere alle proprie strutture, spogliarsi e dormire accanto a donne vulnerabili senza fissa dimora».

Le operatrici della casa rifugio hanno deciso, in agosto, d'intentare una causa federale contro la città e la Commissione per i Diritti Paritari, dopo che Jessie Doe, donna transgender, si era lamentata, presso la medesima Commissione, del divieto d’ingresso all’Hope Center nel gennaio scorso. Secondo le stesse l’allontanamento, in ogni caso, non sarebbe stato dovuto a motivo del genere della richiedente ma al suo stato d’ubriachezza.

Come sottolineato da Denis Harle, le operatrici avrebbero addirittura pagato un taxi per il trasporto di Jessi Doe a un ospedale locale, dal momento che la donna transgender aveva una ferita alla fronte a seguito d’una colluttazione in un altro centro d’acoglienza. La stessa avvocata ha quindi spiegato che le querelanti - siccome il Comune continua a insistere sulla questione dell’identità di genere - desiderano un pronunciamento del tribunale federale. Pronunciamento volto a chiarire, una volta per tutte, che l’Hope Center non sta compiendo alcuna violazione della legge.

Secondo la vice pocuratrice municipale Deitra Ennis, che rappresenta la città di Anchorage, la deposizione del ricorso d’ieri sarebbe invece prematura al pari della richiesta di risarcimento ingiuntivo, essendo ancora in corso l’indagine avviata dalla locale Commissione per i Diritti Paritari.

Ha inoltre dichiarato: «C'è una chiara politica federale di non intervenire nei procedimenti delle agenzie locali prima di qualsiasi azione di contrasto o di una revisione da parte del tribunale statale dell'interpretazione del Codice locale». Si starà a vedere.

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La Knesset ha respinto ieri, in lettura preliminare, un progetto di legge sull’estensione dei programmi statali di gpa a uomini single e coppie di persone gay. Presentata dai  deputati dell'opposizione Itzik Shmuli (Unione sionista) e Yael German (Yesh Atid), la proposta è stata bocciata con 49 voti contrari su 41 favorevoli

Tra i sì anche quelli di quattro deputati della coalizione: Merav Ben-Ari e Tali Ploskov di Kulanu, Sharren Haskel e Amir Ohana di Likud. Lo stesso Ohana che, il 18 luglio, si è visto respingere un suo emendamento alla legge, approvata in quel giorno, in favore del ricorso alla surrogacy da parte di uomini single e coppie di persone gay. Respingimento su cui è pesato anche il voto contrario del premier nonché compagno di partito Benyamin Netanyahu, tanto da spingere le opposizioni ad accusare Ohana di fare da foglia di fico in un Likud sempre più prono ai diktat dell’estrema destra.

In luglio è stata infatti approvata la norma che ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 in Israele alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici. Legge che è stata subito bollata da attivisti e attiviste quale discriminatoria e omofoba, portando, il 22 luglio, alle grandi manifestazioni di piazza con lo sciopero nazionale Lgbti.

Nel progetto di legge ieri respinto si contemplavano inoltre delle modifiche alla normativa in vigore, volte ad ampliare i requisiti richiesti alle donne gestanti per altre o altri e introdurre, al contempo, restrizioni per proteggere la loro salute. Inoltre si proponeva un limite di 160.000 shekel sull'importo totale dei pagamenti da effettuare alla donna gestante: attualmente non vi è alcun limite al riguardo e la somma erogata si aggira intorno ai 200.000 shekel.

Le note esplicative al progetto di legge rilevavano, infine, come a causa delle restrizioni all’accesso ai programmi statali di gpa «negli ultimi anni si sia sviluppato un determinato fenomeno: gli israeliani viaggiano all’estero per diventare genitori, ricorrendo alla gpa grazie a donne residenti in un Paese straniero». Processo, questo, che «solleva molte difficoltà legali ed etiche». 

Durissimo in aula Itzik Shmuli, primo firmatario del pdl e attivista gay, che ha dichiarato: «Il diritto a una famiglia è un diritto fondamentale: uno degli elementi centrali dell'esistenza umana, la realizzazione suprema della natura umana e del desiderio di continuità di una persona. Questo diritto naturale occupa un posto importante nei diritti umani. Ma da più di 20 anni è negato a un'intera comunità, la mia. La legge consente solo alle coppie di un tipo specifico di esercitare il diritto di essere genitori».

Ha quindi aggiunto: «Per il governo eravamo di seconda classe e restiamo di seconda classe. Ma è arrivato il momento delle azioni, non delle parole. La nostra richiesta è basilare e riguarda l'uguaglianza».

Ha cercato di smorzare i toni in un’aula surriscaldata il premier Netanyahu, che ha dichiarato: «Sostengo la surrogacy per la comunità Lgbti ma finora non abbiamo una maggioranza nella coalizione per emanare la legge». Ha quindi aggiunto che il suo governo sta lavorando a una normativa analoga, spiegando che essa deve essere però elaborata in maniera tale da ricevere il sostegno di tutti i partiti della coalizione, inclusi i due ultra-ortodossi.

Secondo Netanyahu una tale disegno di legge potrebbe arrivare al vaglio della Knesset entro un mese. «Quando avremo la maggioranza necessaria - ha concluso -, la presenteremo».

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Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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