Cosa accadrà all’umanità, nel momento in cui verrà meno l’empatia? Cosa accadrà alle donne quando nel mondo cosiddetto occidentale si sarà completato uno spietato e sistematico processo di reificazione dei loro corpi? Cosa accadrà al mondo intero quando il processo di disumanizzazione avrà ormai compiuto interamente il suo giro di boa?

Da queste riflessioni nasce l’ultimo romanzo distopico di Ariase Barretta Living Fleshlight, pubblicato da Meridiano Zero, che intreccia sei diverse storie tutte incardinate intorno a una società gentile e feroce, che segue il protocollo Thomson e che ha deciso di eliminare il crimine (o che pensa di averlo eliminato) rinunciando alle donne e, in maniera più generale, all’amore.

Un mondo apparentemente perfetto e sinistramente feroce, totalmente declinato al maschile, in cui le donne, in quanto creature libere e autonome, sono state totalmente eliminate o, meglio, sono state trasformate in bambole gonfiabili (le fleshlight appunto), prive di arti e di corde vocali, da collezionare in teche di conservazione, all’interno di tecnologiche riserve private, a partire dall’età di 13 anni.

Un romanzo punk, come lo definisce lo stesso autore, in cui una società legittimata chirurgicamente alla violenza misogina e al maschilismo è ormai sprofondata in un abisso senza speranza in cui il “femminile” è espunto con rigorosa determinazione dalla vita degli uomini, anche dei più giovani. D’altronde, non c’è salvezza neppure per Klaus, appena 13enne a cui, secondo tradizione, viene regalata la prima living fleshlight, imballata come tutte in una scatola di cartone. Fleshlight a cui darà il nome di Britney, con cui cercherà di soddisfare le sue fantasie da make-up artist, ma verso la quale non proverà l’attrazione sessuale che la società attende da ogni giovane uomo, a partire dal compimento del tredicesimo anno d’età. 

Inutile dire che, in questa società ordinata e “perfetta”, non sono previsti living fleshlight di sesso maschile...o forse sì, sono previsti e prodotti, ma naturalmente sono fleshlight di contrabbando. Vietati dalla legge. Del resto, nell’universo della reificazione, tutte le forme viventi possono essere reificate, basta solo conoscere l’azienda giusta e dimenticarsi per sempre di essere umani.

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Sanremo 2018 è iniziato. Da ieri sera fino a sabato 10 febbraio la kermesse musicale più celebre dello stivale incollerà milioni di telespettatori - di tutte le età, estrazioni sociali e provenienze geografiche - agli schermi televisivi perché, nonostante sia sempre più criticata, snobbata e trattata con sufficienza, la verità incontrovertibile ed innegabile è solo una: Sanremo è Sanremo!

Ovviamente, il festival porta con sé, da sempre, anche considerazioni e valutazioni legittime sui cantanti selezionati e su quelli esclusi. Tra i big della canzone italiana che, a questo giro, non vedremo sul palco floreale dell’Ariston, c’è una cantante sempre molto rainbow che non ha mai nascosto un particolarissimo feeling con la comunità Lgbti: L’Aura, nome d’arte di Laura Abela.

Incontriamo L’Aura nel bel mezzo di un trasloco e, tra scatoli e scatoloni, ci dedica qualche minuto per raccontarci della sua esclusione e non solo.

L’Aura, hai trovato strana la tua esclusione dalla rosa dei big che da ieri sera si esibiscono al teatro Ariston di Sanremo?

Devo dire che non è una cosa strana. Io provo tutti gli anni ad andare a Sanremo e l’anno prossimo può darsi che si ripeta. Ma questo vale per la stragrande maggioranza dei miei colleghi. Però molti non lo dicono per paura di fare brutta figura. Ma secondo me non c’è da fare brutta figura perché queste cose dipendono da fattori imponderabili e anche da una certa dose di fortuna. Ci sono artisti, molto più noti di quelli che sono stati scelti da Baglioni, che sono rimasti a casa. Ed è normale perché le selezioni dipendono da dinamiche che non conosciamo e che non sono legate a interessi di lobby. Ma proprio a questioni televisive che, spesso, hanno poco a che fare con le nostre reali qualità artistiche.

Tra l’altro, si tratta di un festival con poche donne in gara…

Pensa, io stavo per essere selezionata perché avevo passato quasi tutti gli step e poi alla fine mi hanno escluso dicendo che c’erano troppe donne tra gli artisti selezionati. Adesso, mi rendo conto che di donne ce ne sono pochissime. Allora o i brani presentati dalle donne erano davvero brutti oppure è stato fatto un ragionamento che mi sfugge. Ma non credo che Baglioni sia misogino: non mi sembra proprio un tipo misogino. Analizzando in maniera più fredda e razionale, mi verrebbe da pensare che hanno preferito pezzi più tradizionali e hanno lasciato in gara solo pochi brani più nuovi e giovani.

Per quale big fai il tifo?

Mi piacerebbe vincesse Ermal Meta perché se lo merita ed è un bravissimo ragazzo.

A proposito del tuo feeling con la comunità Lgbti, come te lo spieghi?

Ma è chiaro: mi amano perché sono fuori di testa come me! Scherzi a parte, penso che mi amino per varie ragioni: per esempio, le mie canzoni sono adatte a narrare storie d’amore che si possono aprire a qualsiasi interpretazione di orientamento e identità. Sono canzoni queer, le mie! Poi mi è sembrato sempre evidente che, ai miei concerti, il 60% del pubblico sia Lgbti e, anche nella mia vita provata, sono sempre stata attorniata da persone lgbti.

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Negli ultimi giorni - come già segnalato anche da Gaynews -, a seguito di alcune polemiche sorte in seno ad ArciLesbica, è nata una pagina Facebook, il cui nome ha incuriosito un po’ tutte e tutti: Un’Altra ArciLesbica #unaltrArciLesbicaMa di cosa si tratta veramente? È forse il segno di un’ufficiale divisione di ArciLesbica?

Ne parliamo con Chiara Piccoli, presidente ArciLesbica Napoli Le Maree, uno dei comitati provincilai che promosso la nascita di Un’Altra ArciLesbica #unaltrArciLesbica.

Chiara, cosa è il progetto Un’Altra ArciLesbica la cui pagina è apparsa da qualche giorno su Facebook? Si può parlare di una vera scissione all'interno di ArciLesbica?

La campagna #unaltrArciLesbica nasce dal desiderio di molte socie di ArciLesbica di prendere le distanze dalle modalità comunicative e dalle scelte unilaterali operate dall'attuale segreteria nazionale ma anche dall'ondata di violenza misogina e lesbofoba che ha invaso i nostri canali social di recente ad opera di chi conosce i nostri circoli e volutamente non pone distinguo alcuno. Ad opera di chi non ha neppure l'attenzione di approfondire mancando di totale rispetto alla nostra storia ed azione politica. E, infine, di chi ne approfitta solo per sfogare sentimenti di violenza repressi che scaturiscono proprio da una profonda misoginia.

Il che non può essere tollerato. Pertanto la pagina si propone come uno spazio di diffusione della politica e della cultura lesbica e femminista. ArciLesbica si prepara ad andare a congresso anticipato nel mese di dicembre. Quella a cui assistiamo è una fase di transizione in cui si allungano le distanze tra la dirigenza dell'associazione nazionale e la compagine dei circoli locali, in cui tante socie sono stanche delle posizioni politiche non condivise e sempre meno conformi ai nostri principi statutari. Stanche di modalità comunicative inaccettabili ma anche stanche di attacchi feroci che non consentiremo mai su ArciLesbica. Da tutto questo nasce #unaltrArciLesbica.

Si può affermare che la recente polemica relativa a un articolo postato sulla pagina di ArciLesbica nazionale - articolo in cui vi erano alcuni affondi in odore di transfobia - è stata la "goccia" che ha fatto traboccare il vaso?

Questa collaborazione tra socie attraverso tutto il territorio nazionale è qualcosa che non comincia oggi. nzi questo è il naturale prosieguo di un iter cominciato molti mesi fa. Come dicevo, parte del problema sta nella scelta delle modalità comunicative, che tradiscono la volontà di alzare uno scontro a nostre spese, a spese di ArciLesbica. Ma noi non ci stiamo e, in questo senso, sì: è stata di certo l'ultima goccia.

Quali sono i motivi di divisione con ArciLesbica nazionale dal punto di vista sia contenutistico sia politico-metodologico? Che ruolo ha giocato, in questa divisione, la recente querelle sulla gpa?

Il dibattito sulla gpa ha portato alla luce l'indisponibilità al confronto esterno ma soprattutto interno oltre che sull'esercizio di una modalità di fare politica soprattutto in termini contenutistici non più condivisa con i circoli. Sembra che la segreteria nazionale abbia dimenticato i principi fondanti di ArciLesbica. Un'associazione femminista è anzitutto dialogo e rispetto: un luogo di confronto che produce cultura per tutte le donne. Il luogo in cui rivendicare la pluralità di opinioni che caratterizza un'associazione. Questa pluralità è stata cancellata ma ArciLesbica è altro ed è ciò che #unAltraArciLesbica rivendica. ArciLesbica non è transfoba. ArciLesbica è democratica, ArciLesbica è rispettosa. Rivendichiamo il pluralismo delle nostre opinioni, l'appartenenza al movimento femminista e al movimento Lgbti, il ritorno a un sistema comunicativo responsabile e che sia volto alla trasmissione ragionata di idee, non alla distruzione.

Come immaginate, in futuro, il vostro ruolo all'interno del movimento Lgbti? Pensate ci sia ancora un percorso da fare insieme o credete debba essere separato come emerge da alcune esternazioni di ArciLesbica nazionale?

ArciLesbica nasce in seno al movimento Lgbti e al movimento femminista. E in questi movimenti troverà sempre il suo posto.

Secondo te come vivono le donne lesbiche oggi in Italia? Quale ruolo ricoprono i vostri comitati territoriali rispetto al benessere delle donne lesbiche nel nostro Paese?

L'Italia è un Paese che ha sempre avuto tempistiche molto differenti rispetto alle realtà vicine e il tema della parità dei diritti non fa eccezione. In questo, certamente, un po' di terreno si sta recuperando. Per cui si può dire che in Italia, in alcuni casi, le donne lesbiche vivono meglio come lesbiche che come donne in quanto la parità di trattamento tra uomini e donne - mi riferisco per esempio al luogo di lavoro - sta molto più indietro della parità di diritti tra persone eterosessuali e omosessuali.

Inoltre nella nostra società patriarcale la lesbica mette in crisi, con la sua stessa esistenza, il paradigma della donna sacralizzata o ricondotta a oggetto sessuale. Per questo le lesbiche femministe (anche trans) possono, mostrandosi e agendo come tali, sovvertire il patriarcato. I nostri circoli sul territorio nazionale sono dei luoghi, fisici ma non solo, che si configurano innanzitutto come spazi di accoglienza, di confronto, di azione dal basso e/o in collaborazione con le istituzioni locali ed altre realtà associative. Un luogo dove tutte le donne trovano una casa, dove lavorare insieme a progetti e iniziative volte alla promozione di diritti e visibilità per le donne lesbiche.

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