Nell’avvicinarsi al 28 giugno, giorno in cui ricorrerà il 50° anniversario dei Moti di Stonewall, s’intensificano le manifestazioni in preparazione a una data così significativa per il movimento mondiale di liberazione Lgbti. Oltre all’annuncio della delegazione italiana al World Pride di New York (30 giugno), che, promossa dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, ha già raggiunto le oltre 60 adesioni da parte delle principali associazioni arcobaleno, a imporsi al riguardo è indubbiamente il ricco programma d’eventi preparato dal Mit (Movimento Identità Trans).

Intitolato La nostra Resistenza nello Spirito di Stonewall. Riprendiamo il filo del discorso, la pratica di lotta, per una costruzione di senso storico, culturale e politico, esso è stato presentato ieri sera in conferenza stampa a Palazzo D’Accursio (sede del Comune di Bologna) da Susanna Zaccaria, assessora comunale alle Pari Opportunità, Nicole De Leo (presidente del Mit), Porpora Marcasciano (presidente onoraria del Mit), Mario Di Martino (vicepresidente del Mit)

Il ciclo d’incontri è volto a soprattutto ricordare il ruolo protagonistico che le persone trans, a partire da due figure eroiche come Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, hanno avuto in quella fatidica notte di dieci lustri fa. Notte, che ha segnato l’inizio della riscossa delle persone Lgbti da un periodo interminabile di vessazioni, persecuzioni, non-esistenza e della riaffermazione della propria identità.

«Un momento - ha spiegato l'assessora Zaccaria - che ha dato il via a un processo inesorabile». Un vero e proprio spartiacque, insomma, tanto è vero che, dopo quel giorno, si sarebbe inziato a parlare di un prima e di un dopo Stonewall.

«È necessario recuperare lo spirito di Stonewall - ha detto Nicole De Leo -, che è un motivo di orgoglio e ci serve per ridefinire la nostra vita e i nostri diritti, oggi messi a repentaglio». A essere messi a repentaglio soprattutto i diritti delle persone trans, troppo a lungo marginalizzate e tacitate anche all’interno della stessa collettività Lgbti. 

Un’occasione importante, dunque, il ciclo d’eventi bolognesi, in cui le persone trans faranno sentire la loro voce e riannoderanno i fili dispersi anche alla luce della storica visita di Sylvia Rivera al Mit nel 2000.

Proprio sulla necessità di un recupero integrale della memoria e d'un ritorno allo spirito originario di Stonewall ha insitito Porpora Marcasciano, leader storica del transfemminismo italiano, che ha dichiarato: «Il Pride ha perso di tempra: manca l'euforia iniziale. Bisogna tornare da dove siamo partiti.

Il Pride di quest'anno (che a Bologna sarà il 22 giugno) dovrà essere un momento di unità, di politica e di responsabilizzazione. È necessario riflettere su di noi, sul nostro valore e sul nostro significato in un momento storico come questo, contrassegnato dalla confusione, dalla violenza e in cui stiamo assistendo alla perdita di visibilità e di memoria».

Il primo incontro in programma sarà oggi, alle 18.30, presso il Circolo CostArena (via Azzo Gardino, 48) con la visione collettiva dello splendido documentario Death and life of Marsha P. Johnson. Seguirà il 6 marzo, alle 18.30, l'incontro su Stonewall con la professoressa statunitense Susan Stryker presso il Centro Documentazione Donne (via del Piombo, 5). Il 16 sarà la volta della presentazione del libro L'emersione imprevista di Elena Biagini presso Senape Vivaio Urbano (via Santa Croce, 10). L'11 aprile, alle ore 18:30,  presso la sede del Mit (via Polese, 22) ci sarà la proiezione del film Sylvia rimembri ancora dedicato a Sylvia Rivera, mentre il 9 maggio, alle 18:30, sarà presentato La gaia critica. Politica e liberazione sessuale negli anni ’70, volume d’inediti di Mario Mieli.

Il 1° Giugno, invece, avrà luogo lo spettacolo The Gender Show. Il 5, compleanno del Mit, sarà infine inaugurata la mostra Tutta un’altra storia: Stonewall nel cuore del Mit.

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Fino a domenica 17 Febbraio, presso il Teatro Piccolo Bellini di Napoli, andrà in scena Un eschimese in Amazzonia, progetto scenico di Liv Ferracchiati, ultimo capitolo della trilogia dell’identità ideato dalla stessa regista. Un eschimese in Amazzonia ha vinto il Premio Scenario 2017 e porta in scena un confronto tra una persona transgender – l’eschimese – e la società, qui rappresentata dal coro.

Il titolo prende spunto da una dichiarazione dell’attivista trans e sociologa Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo italiano, e fa riferimento a quel contesto socio-culturale che «compromette, ostacola e falsifica un percorso che potrebbe essere dei più sicuri e dei più tranquilli».

Per saperne di più, abbiamo contattato Liv Ferracchiati durante le repliche napoletane dello spettacolo.

Un eschimese in Amazzonia fa parte della sua trilogia dell’identità: ci presenta questo progetto?

La trilogia dell’identità consta di tre capitoli, tre spettacoli, che affrontano i temi del transgenderismo e, soprattutto, dell’identità delle persone FtM. Il tentativo è quello di raccontare il viaggio mentale che una persona transgender compie senza far uso di ormoni o interventi chirurgici per riappropriarsi della propria identità. Io ho voluto raccontare l’ordinarietà e la normalità del transgenderismo. Per far ciò ci siamo serviti di opere importanti di riferimento per gli studi di genere, come quelle di Judoth Butler, ma anche delle registrazioni che abbiamo fatto intervistando tante persone transgender.

Cosa accade in questo suo progetto per la scena?

Un eschimese in Amazzonia utilizza un linguaggio teatrale un po’ diverso. Il linguaggio si svolge su due piani: la parola strutturata quasi musicale del coro che rappresenta la società e la parola improvvisata dell’eschimese. Riprendo la celebre frase della leader del Mit Porpora Marcasciano perché le persone transgender, cioè gli eschimesi, vivrebbero un’esistenza molto serena se non fosse la società ad essere impreparata ad accoglierli. La fragilità della parola improvvisata è la metafora della difficoltà che vive l’eschimese che non sa come raccontare la sua condizione. Un eschimese in Amazzonia gioca molto con il pubblico e lo fa in maniera ironica e con leggerezza.

La presenza di un eschimese in Amazzonia mette in crisi le regole sociali vigenti. Quali regole in particolare sono messe in discussione da tale presenza?

L’eschimese mette in crisi la percezione dei ruoli di genere perché osservare sul palco un performer che vive al maschile essendo percepito con un corpo femminile mette in crisi un sistema di valori che prevede che un uomo sia quello che biologicamente ha un determinato corredo cromosomico e un organo genitale maschile. Non basta la biologia però per la costruzione dell’identità di genere ma si tratta di un adeguamento culturale che l’individuo opera durante la propria crescita e della mente che fa funzionare tutto il corpo come corpo maschile o femminile.

Secondo lei, a che punto è la notte, soprattutto in Italia, relativamente alle questioni che riguardano l'identità di genere?

L’Italia sta conoscendo un periodo di diminuzione dell’apertura verso ciò che è considerato diverso. Ovviamente, è una convenzione decidere ciò che è diverso e ciò che è uguale. La parola diversità è bella perché siamo tutti diversi ed è bello esaltare la diversità di ognuno anche delle persone cisgender. Poi siamo anche tutti molti simili nei percorsi di vita perché nasciamo e andiamo verso la morte. Sicuramente, c’è un inasprimento dei rapporti sociali relativamente a determinati temi perché la politica dell’attuale governo lavora sul l’intolleranza e non sulla tolleranza, è un gioco a raccogliere dei voti attraverso la paura, un gioco che può essere premiato nel breve termine ma che porterà a una situazione disastrosa.

Però ci sono anche dei varchi di speranza per esempio abbiamo messo in scena al Teatro India di Roma Un eschimese in Amazzonia davanti a delle classi di liceo e i ragazzi erano entusiasti del linguaggio utilizzato è molto sereni rispetto alla tematica affrontata è questo mi fa ben sperare nel futuro.

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Un’audizione conoscitiva di cinque ore sul pdl regionale contro l’omotransnegatività e le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere quella verificatasi stamani in Commissione Parità in Regione Emilia-Romagna.

Ad anticipare il dibattito sono stati i due relatori di maggioranza e di minoranza: rispettivamente, Roberta Mori del Partito Democratico («Le competenze della Regione sono ristrette, ma fondate su azioni di prevenzioni e quindi su azioni culturali») e Michele Facci del Movimento sovranista («Non credo che questo progetto di legge sia indispensabile, credo che le discriminazioni possano essere perseguite con i mezzi che già esistono»). 

Il progetto di legge regionale poggia le basi su quello presentato dai Consigli comunali di Bologna, Parma, San Pietro in Casale e Reggio Emilia. Ed è stata l'assessora alle Pari opportunità del Comune di Bologna, Susanna Zaccaria, a rilevare come «questa legge dovrà essere di coordinamento per azioni che vengono già svolte». Una legge, però, che sul versante politico, è avversata non solo dalle opposizioni (escluso il M5s, che è convinto sostenitore d’una tale normativa anche se ha presentato un proprio pdl specifico) ma anche da ben cinque consiglieri del Pd.

Una cinquantina le persone audite, soprattutto, a nome di associazioni.

Sul fronte avverso le associazioni cattoliche, che in blocco vedono il pericolo di introdurre una discriminazione al contrario nei confronti di altre categorie 'deboli' e chiedono correttivi, come, ad esempio, Acli e Associazione Giovanni XXIII. Totalmente contrari i rappresentanti del Family Day e di Generazione Famiglia. Mentre il gandolfiniano David Botti ha voluto domandare provocatoriamente: «Che non sia più urgente una legge contro l'eterofobia e contro chi odia la famiglia naturale?», per Matteo Di Benedetto, in rappresentanza dell’associazione presieduta da Jacopo Coghe, si tratterebbe di una «legge ideologica e indottrinante, pericolosamente liberticida e autoritaria».

A favore, invece, Cgil e Uisp ma soprattutto le associazioni Lgbti, per le quali sono stati auditi: Valeria Savazzi (Ottavo Colore), Alberto Nicolini (Arcigay Reggio Emilia), Tony Andrew (Arcigay Reggio Emilia/MigraBO), Valeriano Scassa (Il Grande Colibrì), Samantha Picciaiola (Educare alle differenze - Bologna), Maurizio Betti (Telefono Amico - Bologna), Cira Santoro (Ater- Teatro Arcobaleno), Marco Tonti (Arcigay Rimini), Cristina Contini (Ass. Nazionale Sentire le voci - Reggio Emilia), Carlo Samlaso (Presidente Piazza Grande - Bologna), Michele Giarratano (Gay Lex e Famiglie Arcobaleno), Christian Cristalli (Gruppo Trans), Anita Lombardi (Lesbiche Bologna ), Valeria Roberti e Giuseppe Seminario (Centro Risorse LGBTI e Gruppo Scuola Cassero), Flavio Romani (Cild), Sara De Giovanni (Centro di documentazione Cassero), Valentina Coletta (Mit), Nicoletta Manzini (Mondinsieme - RE), Antonella Parrocchetti (Agedo - Modena), Francesco Donini (Arcigay Modena), Stefano Pieralli (Plus), Andrea Zanini (UniLgbtq). 

Particolarmente applaudito l’intervento di Franco Grillini, direttore di Gaynews e padre storico del movimento, che, richiamando l’ultima inchiesta de L’Espresso intitolata Caccia all’omo, ha affermato: «La situazione è drammatica: c'è una recrudescenza dell'omofobia e nessuna città è immune. Nessuno si illude che una legge faccia sparire la discriminazione. Ma si deve dire che è sbagliato discriminare». L'ex parlamentare ha inoltre aggiunto: «Questa legge già esisterebbe, se la passata legislatura non fosse stata interrotta. Purtroppo, non è una legge contro l'omofobia, perché la Regione non ha competenze nell'ambito del diritto penale. Ma di sicuro è utile per tutelare le persone».

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Il 2019 è un anno significativo per la collettività arcobaleno mondiale.

Il 28 giugno ricorrerà, infatti, il 50° anniversario dei Moti di Stonewall, da cui ebbe inizio la collettiva riscossa delle persone Lgbti. Motivo per cui Madonna, nell’esibirsi il 1° gennaio, presso lo Stonewall Inn Bar di New York (dove scoppiò la rivolta, raccontata per la prima volta, da The Village Voice), ha parlato di «storico anno».

E storiche saranno le celebrazioni anniversarie che si terranno nella Città della Grande Mela, perché in esse la memoria si farà profezia, annuncio, monito a riguardare il passato come inizio e stimolo per un rinnovato movimento di liberazione dalle forme contemporanee d’oppressione.

Un passato cui riandare costantemente perché, come ricordato da Sylvia Rivera nel corso del Pride di New York del ’94 con tanto di cartello Justice for Marsha (in riferimento a Marsha P. Johnson, protagonista dei Moti di Stonewall, deceduta 26 anni fa in circostanze sospette), “Noi siamo la vostra storia”. 

Un appuntamento, dunque, di primaria importanza quello del World Pride del 30 giugno, cui parteciperà anche una delegazione italiana che, promossa dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, si comporrà di oltre 50 associazioni Lgbti: Agedo, Alfi, Arc Cagliari, Arcigay Antinoo – Napoli, Arcigay Catania, Arcigay Makwan Messina, Arcigay Palermo, Arcigay Pisa, Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia, Arcigay Rovigo, Arcigay Siracusa, Arcigay Tralaltro Padova, Arco - Associazione Ricreativa Circolo Omosessuali, Associazione Frame, Associazione Libellula, Associazione TGenus, Azione Gay e Lesbica Firenze, Beyond Differences, Cassero Lgbti Center, Certi Diritti, Chimera Arcobaleno - Arcigay Arezzo, Circolo Red Bologna, Colt - Coordinamento Lazio Trans, Comitato Bologna Pride, Coordinamento Liguria Rainbow, Coordinamento Palermo Pride, Coordinamento Torino Pride, Cromatica - Associazione Nazionale Cori Arcobaleno, Di’Gay Project, Edge. Excellence and Diversity by Glbt Executives, Famiglie Arcobaleno, Gaycs, Gaynet, Globe-Mae, Gruppo Trans* Bologna, I-Ken, I Mondi Diversi, Ireos, I Sentinelli di Milano, La Fenice Gay, L.E.D. Libertà e Diritti Arcigay Livorno, Lesbiche Bologna, Mit - Movimento Identità Trans, Mos - Movimento Omosessuale Sardo, NovarArcobaleno, Nudi - Associazione Nazionale di Psicologi per il benessere Lgbtiq, Omphalos Lgbti Perugia, Pinkriot, Pochos Napoli Asd, Polis Aperta, Politropia, Pride Vesuvio Rainbow, Rete Genitori Rainbow, Rete Lenford, Roma Eurogames 2019, Stonewall Siracusa, Toscana Pride, Vicenza Pride.

Un appuntamento significativo, dunque, per celebrare un pezzo della loro storia comune proprio «nella città – come recita il comunicato congiunto oggi diffuso - dove tutto ha avuto inizio: New York». Ma senza dimenticare che «il 2019 sarà una data importante anche per noi in Italia. Nel 1979, infatti, si tenne a Pisa il primo Corteo del Movimento Omosessuale Italiano e quest’anno ne ricorre il 40esimo anniversario.

Nel 1994, poi, a 25 anni dalla rivolta che ha cambiato la nostra storia, a Roma si è tenuto il primo Pride unitario. Migliaia di persone si sono riversate per le strade della Capitale dando inizio a una manifestazione che, nel corso degli anni, si è affermata come il più grande evento di piazza LGBT+ italiano e uno dei maggiori tra del Paese.

Nel corso di questi 25 anni Roma ha ospitato il primo World Pride della storia, nel 2000. Ideato, organizzato e fortemente voluto contro tutto e tutti dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli che ha candidato la Capitale per ospitare di nuovo, dopo 25 anni, il World Pride del 2025».

Un’iniziativa, questa, a riprova del dinamismo del Mieli soprattutto negli ultimi anni, segnati, in particolare, dal fondamentale contributo alla stesura del testo del primo progetto di legge regionale in Lazio contro l’omotransfobia che, avente come prima firmataria la consigliera Marta Bonafoni e presentata nel giuno 2017 (ma ripresentata nell'aprile 2018), è adesso al vaglio della Commissione preposta.

Nei prossimi giorni, infine, sarà resa nota anche la composizione della delegazione organizzata da Arcigay Nazionale.

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Incontrarsi, discutere e rimettere al centro una soggettività lesbica che vuole essere inclusiva di tutte le soggettività considerate marginali come le donne con disabilità, le donne trans, le migranti, le persone non binarie che si riconoscono nel lesbismo.

È l'obiettivo di Lesbicx. Capire il presente per immaginare il futuro. Il punto tra inclusione e intersezionalità su una soggettività in divenire, la tre giorni che, organizzata dall'associazione Lesbiche Bologna, si terrà a partire da oggi fino al 3 febbraio tra il Cassero Lgbt Center e il Centro delle donne (via del Piombo, 5) nel capoluogo emiliano.

Un'iniziativa di rilievo, che nasce dal bisogno della comunità lesbica, e non solo, di ricominciare a parlarsi su un terreno di confronto costruttivo, superando la fase conflittuale degli ultimi due anni della politica lesbo-femminista italiana, monopolizzati dalla discussione sulla gestazione per altri, dal congresso di ArciLesbica con le successive disaffiliazioni e chiusure di circoli nonché dalle posizioni radicali in senso intollerante verso le persone tanto con disabilità, in riferimento all'assistenza sessuale, quanto transgender.

«Siamo talmente tranquille rispetto all'autorevolezza della soggettività lesbica - commenta Carla Catena, presidente dell'associazione - che non temiamo di dissolverci se nominiamo la nostra volontà di apertura alle altre e alle contemporaneità. L'idea è quella di una rinnovata messa in rete delle soggettività Lgbt e lesbiche per riprendere il discorso con serenità, per dare la possibilità a tante di prendere la parola e non fossilizzarsi solo su alcuni temi». 

Presentata ieri in conferenza stampa con la partecipazione dell'assessora comunale alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria, la tre giorni si aprirà oggi pomeriggio, alle 17:30, presso il Cassero con la tavola rotonda BolognaX: giorni di un futuro anteriore che, coordinata da Carla Catena, vedrà intervenire rappresentanti di Associazione di Luki Massa, Associazione Orlando, Cassero Lgbti Center, Famiglie arcobaleno, Gruppo Trans, Laboratorio Smaschieramenti, Mit. Movimento Identità Trans, Non Una Di Meno Bologna, Il Grande Colibrì, Associazione Lesbiche Bologna.

Il 2 febbraio sarà dedicato all'ascolto e al confronto con donne che contribuiscono alla soggettività lesbica. L’intera giornata si svolgerà sempre al Cassero e vedrà interventi di Francesca Talozzi (in sedia a rotelle da dieci anni), Antonia Caruso (attivista transfemminista), Liana Borghi e Lidia Cirillo (intellettuali lesbiche con oltre 50 anni di militanza alle spalle) ma anche di Ilaria Todde, Lucia Leonardi, M. Costanza Di Salvia, Nina Ferrante, Roberta Zangoli, Maya De Leo, Paola Guazzo, Elisa Manici, Carla Catena. Modererà Elena Tebano, giornalista de Il Corriere della Sera.  

Il 3 febbraio, infine, sarà dedicato all'assemblea plenaria che, moderata da Maria Laricchia e Giulia Santoro di Lesbiche Bologna, si terrà al Centro delle donne

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Il 15 gennaio si è tenuto presso l’Aula Volta dell’Università degli studi di Pavia il dibattito Corpo e libertà - Rappresentazione delle identità trans. Promosso da UniversiGay e Arcigay Pavia Coming-Aut, l’evento fa parte del ciclo d’incontri Untold - Rappresentazione e identità lgbti nei linguaggi dell'arte che, iniziato nel novembre scorso, terminerà a marzo.

L’appuntamento del 15 gennaio ha visto la partecipazione di tre figure di spicco della collettività trans italiana: l’artista Vladimir Luxuria, la presidente onoraria del Mit Porpora Marcasciano, la poetessa pluripremiata Giovanna Cristina Vivinetto.

Nonostante la caratura dell’incontro non si sono fatte attendere le reazioni di Forza Nuova Pavia che, in un comunicato pubblicato su Facebook il 17 gennaio, ha parlato di «carnevale anticipato», di «uomini travestiti da donne», di «alterazione patologica dell’umore che li porta a vestirsi, truccarsi, atteggiarsi come individui appartenenti al sesso opposto al loro». Non senza i soliti argomenti di «propaganda, finalizzata al totale sovvertimento dell’ordine naturale delle cose», di «dono della natura che ci è anche Patria», di «sacralità della famiglia», di «lobby gay».

Riutilizzate anche le pedestri accuse, agitate negli ultimi tempi da Silvana De Mari e media cattoconservatori, di un Mario Mieli mito del «carrozzone arcobaleno» perché «omosessuale, marxista, coprofago, pedofilo, tossicodipendente».

Al comunicato dei forzanovisti pavesi hanno risposto ieri, con una nota congiunta, Barbara Bassani, presidente di Arcigay Pavia Coming-Aut, e Marco La Cognata, responsabile del Gruppo Trans - Arcigay Pavia Coming-Aut.

Per Bassani «quello di Forza Nuova è un delirio incomprensibile e irricevibile, ma in quelle parole c'è racchiuso il male che da sempre colpisce le persone transessuali: la negazione della loro stessa esistenza. Non riconoscere a una persona, qualunque persona sia, la dignità di essere umano ha prodotto lo sfacelo della violenza nazifascista; la stessa violenza che ha umiliato e ucciso migliaia di persone #Lgbti.

Il linguaggio di Forza Nuova evoca i lager, e arriva contro di noi a pochi giorni dalla giornata della memoria, che come ogni anno celebreremo con La memoria sono anch'io: il prossimo 28 gennaio, saremo come sempre in tanti, a ricordare ciò che abbiamo subìto».

La Cognata ha invece dichiarato: «La dignità di tutte le persone transessuali passa attraverso il riconoscimento, la conoscenza, la comprensione di una delle possibili esperienze dell'umano. Forza Nuova dice che vuole difendere la vita, ma di quale vita parla, se ne rifiuta una parte, se la rigetta, proponendo della vita una visione così parziale, così distante dalla realtà?

Noi persone trans continueremo a essere visibili, per dire a tutti e a tutte, anche a Forza Nuova, che noi siamo qui, esistiamo, che si mettessero il cuore in pace, e ascoltassero le parole delle persone contro le quali gettano tanto odio».

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Una polemica, quella suscitata dall’articolo di Terry Marocco Baby Trans Generation sul penultimo numero di Panorama, che continua a dividere gli animi.

Al comunicato congiunto del Mit e di associazioni Lgbti, all’intervista a Mariella Fanfarillo su Gaynews – che ha chiarito come la giornalista del settimanale, acquisito in novembre dal Gruppo La Verità Srl, abbia pubblicato dati sensibili sulla figlia 18enne nonostante un espresso divieto in tal senso –, alla campagna lanciata sui social da Cristina Leo, portavoce del Colt (Coordinamento Lazio Trans), si sono avvicendati sul quotidiano La Verità l’editoriale del direttore (che lo è anche di Panorama) Maurizio Belpietro dal titolo I trans vogliono tappare la bocca a chi parla di loro, la correlata intervista a Simone Pillon, l’articolo di Massimo Gandolfini (leader del Family Day e legato a doppio filo col senatore leghista) Bloccare la pubertà con i farmaci è abuso di infanti in nome del gender.

Controrisposte, quelle offerte dalla compagine belpietriana, stilate secondo il duplice registro vittimale e complottistico, funzionale, soprattutto l’ultimo, ad alimentare un clima di reazione parossistica nei riguardi d’una presunta lobby Lgbti italiana, tutta proiettata a imporre un pensiero unico. Quello, ovviamente, dell’ideologia gender, che, pur fantomatica al pari dell’esistenza stessa della lobby Lgbti, è capace d’evocare nella pubblica opinione, al solo pronunciarne il nome (ma senza saper cos’è), paure ancestrali, sempre riaffioranti in periodi d’instabilità economica e barbarie culturale quali sono quelli attuali.

Sulla querelle è oggi intervenuto anche l’Onig, il cui presidente Paolo Valerio e una cui componente, Damiana Massara, erano stati contattati da Terry Marocco. Ma le cui dichiarazioni sono poi state riportate, al pari di quelle rilasciate dalle altre persone interpellate, in maniera parziale.

Pubblichiamo di seguito integralmente il testo della lettera che l’Osservatorio ha oggi indirizzato a Maurizio Belpietro

Gentile dott Belpietro,

scrivo in qualità di presidente e a nome del Consiglio direttivo dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig). L’Onig è un’associazione fondata nel 1998, in collegamento con le associazioni europee e mondiali che si occupano di questo tema. Si propone di favorire la collaborazione di tutte le realtà che in Italia sono interessate ai temi legati all’identità di genere e alla disforia di genere, al fine di approfondirne la conoscenza, attraverso il confronto scientifico nazionale e internazionale. Si propone inoltre la definizione di linee guida di presa in carico in ambito medico, chirurgico, psicologico e giuridico a garanzia della qualità dell’assistenza alle persone che vivono questa condizione e a garanzia delle attività dei professionisti.

Coloro che si occupano da decenni di approfondire questo argomento a livello scientifico, si preoccupano di fornire alle famiglie, ai bambini e agli adolescenti che vivono l’esperienza dello sviluppo atipico dell’identità di genere, una presa in carico secondo canoni rigorosi e aggiornati, basati su ricerche condotte su campioni di centinaia di casi e su studi longitudinali di durata decennale (vedi tra gli altri: de Graaf, N. M., Giovanardi, G., Zitz, C., & Carmichael, P. (2018). Sex Ratio in Children and Adolescents Referred to the Gender Identity Development Service in the UK (2009–2016). Archives of Sexual Behavior, 47(5), 1301-1304; Thomas D. Steensma, Peggy T. Cohen-Kettenis & Kenneth J. Zucker (2018):Evidence for a Change in the Sex Ratio of Children Referred for Gender Dysphoria: Data from the  Center of Expertise on Gender Dysphoria in Amsterdam (1988–2016), Journal of Sex & Marital Therapy; Turban, J. L., & Ehrensaft, D. (2018). Research review: gender identity in youth: treatment paradigms and controversies. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 59(12), 1228-1243; De Vries, A. L., Steensma, T. D., Doreleijers, T. A., & Cohen‐Kettenis, P. T. (2011). Puberty suppression in adolescents with gender identity disorder: A prospectiv follow‐up study. The Journal of Sexual Medicine, 8(8), 2276-2283).

I centri italiani Onig che si occupano di bambini e adolescenti con sviluppo atipico dell’identità di genere accolgono le richieste di sostegno e presa in carico del gruppo familiare fornendo risposte articolate e altamente specializzate (psicodiagnosi, psicoterapia, valutazione endocrinologica approfondita, terapia famigliare, gruppi di psicoterapia e di sostegno ai genitori; vedi: http://www.onig.it/drupal8/docs/SoC_minorenni.pdf; https://www.wpath.org/publications/soc), in modo che ogni caso possa ricevere un risposta adeguata ai bisogni specifici. A conclusione della valutazione di accoglienza, solo in casi selezionati, alcuni adolescenti che presentano disforia di genere e che soddisfano i criteri di eleggibilità secondo gli Standard of Care della World Professional Association for Transgender Health (Coleman et al., 2011) e delle linee guida dell’Endocrine Society (Hembree et al., 2017), potranno accedere a una presa in carico di tipo anche medico (oltre a quella psicologica).

In particolare, in casi accuratamente selezionati è possibile somministrare Triptorelina allo scopo di sospendere momentaneamente lo sviluppo puberale quando questo si manifesta non solo in una direzione non in sintonia con l’identità di genere percepita, ma quando diventa fonte di forte sofferenza. La letteratura scientifica descrive infatti la popolazione di adolescenti transgender come più a rischio rispetto ai pari della popolazione generale, presentandosi con più alti livelli di depressione, ansia e rischio suicidario. Tali vissuti tendono a  esordire o a intensificarsi proprio con lo sviluppo puberale. Il razionale dell’uso dei farmaci bloccanti la pubertà è, quindi, di estendere lo spazio temporale di riflessione su di sé senza che l’adolescente debba sperimentare il disagio di cambiamenti fisici incongruenti con la propria identità di genere. È importante specificare che si tratta di un intervento completamente reversibile (può essere sospeso in qualsiasi momento e lo sviluppo puberale riprenderà in accordo al sesso biologico) e che è previsto solo in adolescenza. 

Non riguarda l’infanzia in cui non è mai previsto alcun tipo di intervento medico (vedi: HembreeW.C. J Clin Endocrinol Metab. 2017 Nov 1;102(11):3869-3903. doi: 10.1210/jc.2017-01658.; Fisher A.D. J Endocrinol Invest. 2014 Jul;37(7):675-87. doi: 10.1007/s40618-014-0077-6. Epub 2014 May 27; Butler, G., De Graaf, N., Wren, B., & Carmichael, P. (2018). Assessment and support of children and adolescents with gender dysphoria. Archives of disease in childhood, archdischild-2018).

L’esperienza di queste famiglie e di questi minori è molto rara e molto complessa: mancano informazioni adeguate sugli specialisti a cui rivolgersi e spesso le famiglie non cercano aiuto perché temono il giudizio della collettività. Come Onig abbiamo scelto di far sentire alle famiglie e ai minori tutto l’appoggio della comunità scientifica italiana, che continuerà a garantire interventi qualificati e in linea con le linee guida internazionali.

La copertina di Panorama che per introdurre l’articolo di Terry Marocco mostra il volto di una bambina pesantemente truccata, lascia intendere che l’esperienza della disforia di genere conduca, se non alla prostituzione e alla degenerazione dei costumi morali, a uno sviluppo in direzione estremamente sessualizzata/erotizzata: i contributi scientifici non solo indicano che non è così, ma anzi, individuano nella diffusione di pregiudizi e dei conseguenti atteggiamenti discriminatori una delle cause di maggior malessere psicologico e sociale nei bambini e ragazzi con sviluppo atipico dell’identità di genere (Hatchel, T., Valido, A., De Pedro, K. T., Huang, Y., & Espelage, D. L. (2018). Minority Stress Among Transgender Adolescents: The Role of Peer Victimization, School Belonging, and Ethnicity. Journal of Child and Family Studies, 1-10; Hendricks, M. L., & Testa, R. J. (2012). A conceptual framework for clinical work with transgender and gender nonconforming clients: An adaptation of the Minority Stress Model. Professional Psychology: Research and Practice, 43(5), 460.).

Infine, il titolo che fa riferimento a minori transgender che “vogliono cambiare sesso” deforma la delicata realtà di questi bambini, adolescenti e delle loro famiglie, inficiando l’intento informativo. Ci rammarichiamo quindi che sia stata vanificata la possibilità di offrire al grande pubblico una informazione scientifica seria come quella fornita dai professionisti intervistati, visto che le loro parole sono state inserite in un contesto di pregiudizio negativo creato ad hoc dalle scelte dell’editore.

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Stasera a Napoli un significativo appuntamento con la cultura Lgbti avrà luogo presso il Nuovo Teatro Sanità, dove andrà in scena lo spettacolo Quando ero una “boy” di Antonella Monetti che ha, tra gli interpreti, Nicole De Leo, esponente del Movimento Transessuale Italiano e presidente del Mit di Bologna. 

Lo spettacolo racconta la storia di Anna Fougez, stella del varietà italiano nei primi anni ’20 del '900. Era l’epoca dei cafè-chantant e le soubrette, vestite di strass e piume di struzzo, erano considerate le regine di quel mondo spettacolare.

Tra tutte Anna Fougez si distinse per la sua eleganza e per le sue doti interpretative, incarnando la sciantosa per antonomasia. E come ogni diva, anche lei, aveva le sue capricciose richieste. La sua particolarità era quella di circondarsi, sul palco, di boy, che dovevano essere tutti rigorosamente omosessuali.

In scena, oltre a Nicole De Leo, anche Dolores Melodia e Christian Palmi, giovane danzatore di talento, che è tra i responsabili del Teatro delle Spiagge di Firenze che ha fortemente voluto, con Teatri d’Imbarco e Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità, la produzione di questo progetto teatrale.

Raggiungiamo Nicole De Leo, durante le prove, per saperne di più sulla pièce a poche ore dalla messa in scena.

Nicole, stasera, a Napoli, sarai in scena con Quando ero una “boy”: di cosa racconta lo spettacolo? Come nasce questo progetto teatrale?

Questo spettacolo nasce dall’incontro tra me e Antonella Monetti. Avevamo già lavorato insieme in passato. Questo spettacolo si ispira proprio alla vita di Anna Fougez. Il lavoro nasce anche grazie alla produzione del Teatro d’Imbarco di Firenze e di Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità di Napoli. Abbiamo già presentato un primo studio dello spettacolo lo scorso 17 maggio in occasione della Giornata mondiale di lotta all’omotransfobia.

Lo spettacolo, ambientato negli anni '20, tratta anche il tema delle discriminazioni. Credi che oggi, a quasi un secolo di distanza, il nostro sia ancora un Paese che discrimina le persone Lgbti?

La protagonista della vicenda che raccontiamo è Anna Fougez, una grande vedette degli anni '20. Ma è un pretesto per raccontare in realtà la storia dei suoi boy che erano tutti omosessuali. E quindi si racconta anche la violenza che subirono le persone omosessuali durante il fascismo. Chiaramente oggi non siamo scevri da queste discriminazioni e il pericolo è reale, perché il nuovo assetto politico del Paese torna a non riconoscerci. I diritti si conquistano con lunghe lotte ma si possono perdere molto rapidamente: dipende da chi detiene il potere.

Oggi assistiamo agli esiti di un impoverimento culturale che è iniziato più di venti anni fa e, nonostante i frutti anche positivi delle nostre lotte, basta davvero poco per alimentare un clima discriminatorio. È necessario, oggi più di prima, che la nostra parola e i nostri corpi siano presenti. Non possiamo sederci sugli allori di qualche battaglia vinta.

Lo spettacolo è anche uno spettacolo sul talento delle donne. C’è una diva del mondo dello spettacolo a cui la De Leo deve dire grazie per essere stata un modello di vita o sensibilità?

Lo spettacolo intende rivalutare il talento delle donne di allora e anche di quelle di oggi. Non si tratta tanto di esaltare la cifra del divismo, quanto quella della creatività delle artiste e della concreta determinazione di un’artista come Anna Fougez che deve portare avanti una compagnia di quaranta artisti. Una forza davvero ammirevole. I miei punti di riferimento artistico sono grandi attrici come Margaret Leighton, Judi Dench o Glenda Jackson, personaggi che avevano uno spessore umano oltre che artistico. Oggi non esistono “dive” del genere. Forse Raffaella Carrà. Ma le donne che mi hanno ispirato sono quelle che hanno segnato la storia del cinema. Alcune anche meno conosciute, come Thelma Ritter che interpretava il ruolo della cameriera di Bette Davis in Eva contro Eva.

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Sarà ancora aperta al pubblico fino al 7 dicembre, presso Officine Fotografiche a Roma, la retrospettiva fotografica che Lina Pallotta, da sempre attratta dalla cultura underground e dalle storie di rivalsa e riscatto, ha dedicato all’amica e attivista Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo internazionale e presidente onoraria del Movimento Identità Trans (Mit).

La mostra, che intreccia evocazioni biografico-affettive con le trasformazioni socio-culturali della società contemporanea, è un’occasione importante per riflettere sulla potenza dell’immagine e sul valore dell’esperienza, ora umana e ora artistica, che si realizza nel sodalizio tra due sguardi profondi: quello di Lina Pallotta e quello di Porpora Marcasciano.

Incontriamo Lina Pallotta per avere qualche notizia in più sulla mostra.

Lina, se dovessi restituire, in maniera sintetica, il senso  della mostra fotografica su Porpora, cosa ti sentiresti di dire?

È un viaggio personale nella vita di Porpora: una visione, intima, personale e soggettiva. Un tentativo di restituire attraverso questo approccio una visione che restituisca una dimensione umana e complessa a una figura e a un mondo, marginalizzato e stereotipato dalla maggior parte delle immagini che lo rappresentano. 

Quanto deve, a tuo parere, l’emancipazione sociale e culturale di questo Paese a Porpora  Marcasciano? 

Questa è una domanda difficile per me, perché non voglio dire cose imprecise. Le figure che rappresentano il variegato paesaggio dei movimenti possono rispondere in maniera adeguata meglio di me. Personalmente penso che Porpora e tante altre figure e associazioni, hanno determinato un cambiamento profondo e positivo del panorama socio-culturale del nostro Paese. L'attivismo, le lotte hanno cambiato leggi che penalizzavano e ghettizzavano queste categorie. Nonostante ci sia ancora tanto lavoro da fare, il muro di segretezza e paura della mia infanzia è crollato.

Porpora, oltre al suo lavoro di attivismo attraverso il Mit e altre situazioni, ha contribuito con i suoi libri a diffondere verità sul tema e a dare voce e dignità a tante persone che hanno fatto la storia e l'hanno cambiata. Le narrative dal basso sono la fonte a cui Porpora attinge e anche il mio approccio al tema. 

Tra gli scatti che sono presenti nell’allestimento, quale credi sia più rappresentativo o a quale sei più affezionata umanamente e artisticamente? 

Non ho scatti preferiti e ho difficoltà a scegliere un singolo scatto. Anche la selezione delle immagini presenti nella mostra è stato un processo complicato per me. Lavoro su storie e quindi l'insieme per me è sempre più importante del singolo scatto. Credo nella costruzione di uno spazio visivo dove le persone possano usufruire di una visione ampia e libera di mondi che non sempre conoscono.  

Infine, come definiresti la tua fotografia? Che valore credi di poterle attribuire? 

La mia fotografia si inserisce all'interno della tradizione documentaristica, personale, soggettiva e intima. Credo che solo la vicinanza e i momenti di intimità possano restituire brandelli di verità difficili da cogliere data la sovraesposizione mediatica del nostro momento storico. Ovviamente è complicato attribuire alla mia fotografia del valori, preferisco lasciare agli altri questo compito. Siamo in tanti ad attribuire al nostro lavoro concetti e virtù che sono solo nella nostra testa! Posso solo sperare che attraverso le mie immagini, le persone sentano il bisogno di rivalutare i loro pregiudizi, di avvicinarsi  e cercare informazioni approfondite e specifiche sul tema.

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Decine di migliaia, soprattutto donne, le persone che stanno partecipando a Roma alla manifestazione nazionale, partita alle 14:00 da piazza della Repubblica. Promosso da Non una di meno, il corteo viene a cadere alla vigilia della Giornata internazionale per l'eliminazione della la violenza sulle donne

Secondo l’aggiornamento statistico curato da Eures – Ricerche economiche e sociali, sono state 106 le donne uccise in Italia nei primi dieci mesi del 2018. Dall’1 gennaio al 31 ottobre 2018, in riferimento al totale degli omicidi commessi in Italia, i femminicidi sono saliti al 37,6% rispetto al 2017, quando erano al 34,8%. I dati mostrano che le violenze avvengono in famiglia (il 79,2%) e in coppia (il 70,2%).

Sulla base invece dei dati Istat (che per la prima volta ha svolto l'indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza della Rete D.i.Re in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità, le Regioni e il Consiglio nazionale della ricerca), le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono 49.152; di queste 29.227 hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Il 26,9% delle donne che si sono rivolte ai centri sono straniere e il 63,7% ha figli, minorenni in più del 70% dei casi.  

Tante le sigle presenti alla manifestazione di Roma. Tra queste la Casa Internazionale delle donne, la Rete D.i.Re, molti collettivi della sinistra e anche una delegazione dell'Anpi.

Numerose, inoltre, le associazioni Lgbti partecipanti, che in mattinata si sono incontrate, presso la sede del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli in via Efeso, per una prima riunione di movimento: dal Mit a Di’ Gay Project, da Gaycs a Famiglie Arcobaleno, dal Coordinamemto Torino Pride al Mieli, da Gaynet ad Arco, da Omphalos Lgbti Perugia a Il Cassero di Bologna, da Antinoo di Napoli ad Agedo finoad Arcigay.

Una sola voce per dire no alla violenza di genere e a un progetto di legge, lesivo della dignità delle donne, qual è quello del senatore gandolfiniano Simone Pillon sull’affido condiviso. 

In tutta Italia sono in corso cortei e manifestazioni. In serata, infine, in molti Comuni saranno illuminate di arancione le facciate dei Municipi.

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